1921: a Livorno, al teatro S.Marco, nasceva il PCI

La storia migliore
 

Il PdCI,
partito che dà voce al lavoro


di Oliviero Diliberto

Da "La Rinascita della Sinistra"
del 23 gennaio 2004

 

Il 1921 è un data ben nota a tutte le comuniste ed a tutti i comunisti. Ragionare oggi su quella data, fondativa del Partito Comunista Italiano, significa fare i conti con la storia dei comunisti nel nostro Paese e, con altrettanta serietà, fare i conti con il ruolo odierno che i comunisti hanno nella storia politica, istituzionale e sociale in questo tornante della storia italiana. È un compito immane, che ci stiamo accingendo ad affrontare anche in vista del congresso nazionale del partito. Tuttavia dobbiamo provare sin d'ora a mettere a tema alcune questioni.

Mai come in questa fase la storia dei comunisti viene demonizzata, travisata, vilipesa. Penso all’anticomunismo un po' farsesco, ma non per questo meno pericoloso, di Silvio Berlusconi. Penso alla demolizione, sin dagli anni Ottanta, delle figure dei più prestigiosi dirigenti comunisti: un nome per tutti, Palmiro Togliatti. Ma la demonizzazione e il travisamento non vengono solo dai nostri nemici. La storia del Pci, le sue scelte, il suo ruolo nella società italiana vengono spesso criticati, attraverso una pubblicistica non sempre onesta nelle ricostruzioni storiche, qualche volta del tutto ingenerosa, anche da coloro che di quella storia hanno fatto parte. Penso a dichiarazioni, prese di posizioni e convegni che tendono a demolire il ruolo svolto dal Pci per rivalutare quelle figure che interpretavano la vicenda politica italiana su posizioni assai più moderate, da Saragat a Nenni sino a Craxi.

Tutto questo non è soltanto miserabile, ma anche profondamente sbagliato. Perché la storia del Pci è la storia della parte migliore della società italiana. Gli unici che resisterono negli anni del cosiddetto consenso al fascismo del ventennio, gli unici che organizzarono l’opposizione pagando prezzi altissimi, furono appunto i comunisti. Dal 1943 in avanti, senza i comunisti non vi sarebbe stata l’esperienza della Resistenza ed è da quella esperienza che poi è nata la Costituente e la nostra Carta Costituzionale. A quella Carta i comunisti diedero un contributo decisivo, vollero farne una Carta costituzionale unica nel panorama delle società liberali e capitalistiche proprio perché nasceva da un compromesso di altissimo profilo tra le diverse culture democratiche italiane: quella cattolica, quella liberale, quella laica, quella socialista e quella comunista. Presidente della Costituente fu Umberto Terracini, un comunista. E dopo la Costituente furono ancora una volta i comunisti a pagare prezzi altissimi. Voglio ricordare le migliaia di morti nelle piazze, la repressione della polizia di Scelba, le stragi mafìose, da Portella della Ginestra, il 1° maggio del '47, in avanti.

Il Pci si è sempre caratterizzato per la sua lealtà alla Costituzione ed alla democrazia e per aver dato sempre un contributo di merito, mai ideologico, proprio a quelle riforme che cercavano di attuare i diritti e i principi contenuti nella Costituzione, sino ad essere protagonista, a cavallo degli anni 60 e 70, del rinnovamento profondo della società italiana, della straordinaria stagione delle conquiste dei lavoratori, del movimento degli studenti e del movimento di emancipazione prima e di liberazione poi delle donne. Il Pci fu un baluardo essenziale, come venne riconosciuto anche dai suoi avversari, nel contrastare e nello sconfiggere il terrorismo, sino al punto da pagare il prezzo dell'assassinio di un operaio comunista di Genova, Guido Rossa, trucidato dalle Brigate rosse.

Negli anni Ottanta, già in una fase di declino del partito e comunque difensiva, il pci di Enrico Berlinguer fu protagonista di una grande ed asperrima battaglia, quella sui punti di contingenza della scala mobile, che rappresentò l’ultimo tentativo di difendere, coerentemente e strenuamente, gli interessi della classe lavoratrice. Insomma non abbiamo nulla di cui vergognarci, niente su cui recriminare. E fa rabbrividire la sola idea di rileggere oggi la polemica tra Craxi e Berlinguer come un episodio nel quale la vittoria di Craxi era auspicabile, perché l’ideologia del craxismo, indipendentemente dall’uomo Bettino Craxi, era portatrice di una modernizzazione che dovevano pagare le classi lavoratrici, era portatrice dell’idea del rampantismo, del successo, del denaro come metro per giudicare le persone: era l’idea della "Milano da bere", per capirci, ed è in fondo una delle basi ideologiche del berlusconismo odierno.

L’insegnamento di Enrico Berlinguer sulla questione morale, sulla necessità della riforma della politica, della restituzione di dignità alla politica, è oggi addirittura più attuale di quando, controcorrente e profeticamente, lo stesso Berlinguer l’enunciò.

Ma al di là del giudizio sulla storia del Pci, resta oggi in Italia un grande tema che ci riporta all'attualità ed è la domanda che ci viene posta e che noi per primi ci poniamo con senso di responsabilità. La domanda è semplice: che senso ha oggi, a distanza di ottantatre anni dalla fondazione, tenere in vita, nel tentativo di rinnovarlo profondamente, un partito che si chiama ancora comunista e che ha il vecchio simbolo del Pci nel proprio emblema ?

La risposta, anche in questo caso, non può essere di tipo ideologico, un mero senso di appartenenza ad un passato glorioso, perché l’appartenenza ad un passato glorioso non giustifica di per sé l'esistenza di un partito. Viceversa, noi riteniamo che questo nostro partito sia utile alla società italiana, ai suoi interessi generali e in particolare agli interessi della classe lavoratrice nelle diverse articolazioni, nella frammentazioni del mondo del lavoro quali si sono determinate nella società contemporanea. Ma il punto che ci fa dire che questo partito è utile, per certi versi indispensabile, è proprio quello di tradurre quella tradizione gloriosa in politica per l’oggi e dunque, fuor di metafora, di riportare al centro della politica e nelle istituzioni i bisogni, le istanze, le necessità proprie della classe lavoratrice, temi espunti dall'agenda politica. Il grande problema della fase odierna è quello di riportare il conflitto capitale-lavoro al centro della discussione politica e dell’azione, affinché esso non resti né una semplice proclamazione ideologica né una spinta di tipo solidaristico, in qualche modo importante ma segnata da una esperienza più vicina al cattolicesimo democratico che al tema del conflitto sociale.

 Un partito comunista serve a questo. Un partito comunista che sappia impegnarsi su questi temi nell’ambito di una politica di alleanze proprio sulla base, ancora una volta, della migliore tradizione del Pci, affinché non ci si limiti a dire cos’è che non va bene, ma si sia in grado di dare soluzioni concrete ai problemi e su queste soluzioni si possa costruire una maggioranza tale da rendere quella proposta   un obiettivo politico raggiungibile. In questo senso noi siamo dentro al centrosinistra, dentro  all'Ulivo, con la nostra specificità e con la nostra autonomia, e cioè con l’idea che i comunisti, all'interno del proprio sistema di alleanze, sono impegnati in primo luogo a sconfiggere il governo delle destre che sta distruggendo il Paese e umiliando l'intero sistema di diritti e di protezioni sociali. E questo ci potrà consentire di raggiungere un altro obiettivo di interesse generale: condurre una battaglia politica per spostare più a sinistra possibile i connotati di quella che speriamo possa presto essere la nuova esperienza di governo dell’Ulivo, perché senza la presenza dei comunisti esso rischia di avere posizioni drasticamente moderate sulle questioni sociali. Il nostro compito, in una fase di restringimento progressivo di agibilità politica per gli interessi dei lavoratori, è dunque quello di riportare al centro dell’agenda politica il tema della materialità delle condizioni di vita di milioni di persone: salari, pensioni, affitti, trasporti, sanità, scuola, tutto quello che riguarda la vita delle persone. È questo il modo migliore anche per restituire dignità alla politica.

La politica - che ci hanno insegnato essere l’attività più alta per il genere umano - è stata, nei decenni passati, svilita nel mercimonio del potere, nel governo visto come un fine e non come uno strumento per cambiare la società. Noi dobbiamo, nella misura del possibile, con le nostre forze, cercare di essere all'altezza di questa sfida. È il tema di fondo del nostro congresso, che svolgeremo consci di venire da una grande storia, anche se consapevoli di essere ancora un piccolo partito. Ed è questo piccolo partito che pone oggi in Italia il tema della sinistra, di una sua presenza autonoma - politicamente, organizzativamente e idealmente - nel momento in cui i Democratici di sinistra vanno verso la costituzione di un partito democratico riformista insieme agli ex democristiani, e dunque con una connotazione sempre meno di sinistra. E la sinistra cos’è ? È  appunto, per tornare al ragionamento di prima, una parte politica che difende, interpreta ed organizza politicamente gli interessi dei lavoratori. In questo senso ci soccorre proprio la tradizione: è la tradizione di un partito, il Partito Comunista Italiano, che mai ha fatto politica in modo velleitario o propagandistico. Un partito che non si è mai limitato all'organizzazione, pur importante, di cortei o di manifestazioni, ma che in ogni istituzione, dal più piccolo consiglio comunale sino al parlamento, in ogni luogo di lavoro, in ogni luogo organizzato della società civile, ha saputo, attraverso gli interessi della classe lavoratrice, interpretare gli interessi generali del Paese. Possiamo quindi, anche in occasione della celebrazione di un anniversario così importante per noi e per la società italiana, concludere con la frase antica di un filosofo: «Se oggi riusciamo a vedere più lontano dei nostri predecessori è soltanto perché siamo nani issati sulle spalle di giganti».



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