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Il 1921 è un data ben nota a tutte le comuniste
ed a tutti i comunisti. Ragionare oggi su quella data, fondativa
del Partito Comunista Italiano, significa fare i conti con la
storia dei comunisti nel nostro Paese e, con altrettanta
serietà, fare i conti con il ruolo odierno che i comunisti hanno
nella storia politica, istituzionale e sociale in questo
tornante della storia italiana. È un compito immane, che ci
stiamo accingendo ad affrontare anche in vista del congresso
nazionale del partito. Tuttavia dobbiamo provare sin d'ora a
mettere a tema alcune questioni.
Mai come in questa fase la storia dei comunisti
viene demonizzata, travisata, vilipesa. Penso all’anticomunismo
un po' farsesco, ma non per questo meno pericoloso, di Silvio
Berlusconi. Penso alla demolizione, sin dagli anni Ottanta,
delle figure dei più prestigiosi dirigenti comunisti: un nome
per tutti, Palmiro Togliatti. Ma la demonizzazione e il
travisamento non vengono solo dai nostri nemici. La storia del
Pci, le sue scelte, il suo ruolo nella società italiana vengono
spesso criticati, attraverso una pubblicistica non sempre onesta
nelle ricostruzioni storiche, qualche volta del tutto
ingenerosa, anche da coloro che di quella storia hanno fatto
parte. Penso a dichiarazioni, prese di posizioni e convegni che
tendono a demolire il ruolo svolto dal Pci per rivalutare quelle
figure che interpretavano la vicenda politica italiana su
posizioni assai più moderate, da Saragat a Nenni sino a Craxi.
Tutto questo non è soltanto miserabile, ma anche
profondamente sbagliato. Perché la storia del Pci è la storia
della parte migliore della società italiana. Gli unici che
resisterono negli anni del cosiddetto consenso al fascismo del
ventennio, gli unici che organizzarono l’opposizione pagando
prezzi altissimi, furono appunto i comunisti. Dal 1943 in
avanti, senza i comunisti non vi sarebbe stata l’esperienza
della Resistenza ed è da quella esperienza che poi è nata la
Costituente e la nostra Carta Costituzionale. A quella Carta i
comunisti diedero un contributo decisivo, vollero farne una
Carta costituzionale unica nel panorama delle società liberali e
capitalistiche proprio perché nasceva da un compromesso di
altissimo profilo tra le diverse culture democratiche italiane:
quella cattolica, quella liberale, quella laica, quella
socialista e quella comunista. Presidente della Costituente fu
Umberto Terracini, un comunista. E dopo la Costituente furono
ancora una volta i comunisti a pagare prezzi altissimi. Voglio
ricordare le migliaia di morti nelle piazze, la repressione
della polizia di Scelba, le stragi mafìose, da Portella della
Ginestra, il 1° maggio del '47, in avanti.
Il Pci si è sempre caratterizzato per la sua
lealtà alla Costituzione ed alla democrazia e per aver dato
sempre un contributo di merito, mai ideologico, proprio a quelle
riforme che cercavano di attuare i diritti e i principi
contenuti nella Costituzione, sino ad essere protagonista, a
cavallo degli anni 60 e 70, del rinnovamento profondo della
società italiana, della straordinaria stagione delle conquiste
dei lavoratori, del movimento degli studenti e del movimento di
emancipazione prima e di liberazione poi delle donne. Il Pci fu
un baluardo essenziale, come venne riconosciuto anche dai suoi
avversari, nel contrastare e nello sconfiggere il terrorismo,
sino al punto da pagare il prezzo dell'assassinio di un operaio
comunista di Genova, Guido Rossa, trucidato dalle Brigate rosse.
Negli anni Ottanta, già in una fase di declino
del partito e comunque difensiva, il pci di Enrico Berlinguer fu
protagonista di una grande ed asperrima battaglia, quella sui
punti di contingenza della scala mobile, che rappresentò
l’ultimo tentativo di difendere, coerentemente e strenuamente,
gli interessi della classe lavoratrice. Insomma non abbiamo
nulla di cui vergognarci, niente su cui recriminare. E fa
rabbrividire la sola idea di rileggere oggi la polemica tra
Craxi e Berlinguer come un episodio nel quale la vittoria di
Craxi era auspicabile, perché l’ideologia del craxismo,
indipendentemente dall’uomo Bettino Craxi, era portatrice di una
modernizzazione che dovevano pagare le classi lavoratrici, era
portatrice dell’idea del rampantismo, del successo, del denaro
come metro per giudicare le persone: era l’idea della "Milano da
bere", per capirci, ed è in fondo una delle basi ideologiche del
berlusconismo odierno.
L’insegnamento di Enrico Berlinguer sulla
questione morale, sulla necessità della riforma della politica,
della restituzione di dignità alla politica, è oggi addirittura
più attuale di quando, controcorrente e profeticamente, lo
stesso Berlinguer l’enunciò.
Ma al di là del giudizio sulla storia del Pci,
resta oggi in Italia un grande tema che ci riporta all'attualità
ed è la domanda che ci viene posta e che noi per primi ci
poniamo con senso di responsabilità. La domanda è semplice: che
senso ha oggi, a distanza di ottantatre anni dalla fondazione,
tenere in vita, nel tentativo di rinnovarlo profondamente, un
partito che si chiama ancora comunista e che ha il vecchio
simbolo del Pci nel proprio emblema ?
La risposta, anche in questo caso, non può essere
di tipo ideologico, un mero senso di appartenenza ad un passato
glorioso, perché l’appartenenza ad un passato glorioso non
giustifica di per sé l'esistenza di un partito. Viceversa, noi
riteniamo che questo nostro partito sia utile alla società
italiana, ai suoi interessi generali e in particolare agli
interessi della classe lavoratrice nelle diverse articolazioni,
nella frammentazioni del mondo del lavoro quali si sono
determinate nella società contemporanea. Ma il punto che ci fa
dire che questo partito è utile, per certi versi indispensabile,
è proprio quello di tradurre quella tradizione gloriosa in
politica per l’oggi e dunque, fuor di metafora, di riportare al
centro della politica e nelle istituzioni i bisogni, le istanze,
le necessità proprie della classe lavoratrice, temi espunti
dall'agenda politica. Il grande problema della fase odierna è
quello di riportare il conflitto capitale-lavoro al centro della
discussione politica e dell’azione, affinché esso non resti né
una semplice proclamazione ideologica né una spinta di tipo
solidaristico, in qualche modo importante ma segnata da una
esperienza più vicina al cattolicesimo democratico che al tema
del conflitto sociale.
Un partito comunista serve a questo. Un partito
comunista che sappia impegnarsi su questi temi nell’ambito di
una politica di alleanze proprio sulla base, ancora una volta,
della migliore tradizione del Pci, affinché non ci si limiti a
dire cos’è che non va bene, ma si sia in grado di dare soluzioni
concrete ai problemi e su queste soluzioni si possa costruire
una maggioranza tale da rendere quella proposta un obiettivo
politico raggiungibile. In questo senso noi siamo dentro al
centrosinistra, dentro all'Ulivo, con la nostra specificità e
con la nostra autonomia, e cioè con l’idea che i comunisti,
all'interno del proprio sistema di alleanze, sono impegnati in
primo luogo a sconfiggere il governo delle destre che sta
distruggendo il Paese e umiliando l'intero sistema di diritti e
di protezioni sociali. E questo ci potrà consentire di
raggiungere un altro obiettivo di interesse generale: condurre
una battaglia politica per spostare più a sinistra possibile i
connotati di quella che speriamo possa presto essere la nuova
esperienza di governo dell’Ulivo, perché senza la presenza dei
comunisti esso rischia di avere posizioni drasticamente moderate
sulle questioni sociali. Il nostro compito, in una fase di
restringimento progressivo di agibilità politica per gli
interessi dei lavoratori, è dunque quello di riportare al centro
dell’agenda politica il tema della materialità delle condizioni
di vita di milioni di persone: salari, pensioni, affitti,
trasporti, sanità, scuola, tutto quello che riguarda la vita
delle persone. È questo il modo migliore anche per restituire
dignità alla politica.
La politica - che ci hanno insegnato essere
l’attività più alta per il genere umano - è stata, nei decenni
passati, svilita nel mercimonio del potere, nel governo visto
come un fine e non come uno strumento per cambiare la società.
Noi dobbiamo, nella misura del possibile, con le nostre forze,
cercare di essere all'altezza di questa sfida. È il tema di
fondo del nostro congresso, che svolgeremo consci di venire da
una grande storia, anche se consapevoli di essere ancora un
piccolo partito. Ed è questo piccolo partito che pone oggi in
Italia il tema della sinistra, di una sua presenza autonoma -
politicamente, organizzativamente e idealmente - nel momento in
cui i Democratici di sinistra vanno verso la costituzione di un
partito democratico riformista insieme agli ex democristiani, e
dunque con una connotazione sempre meno di sinistra. E la
sinistra cos’è ? È appunto, per tornare al ragionamento di
prima, una parte politica che difende, interpreta ed organizza
politicamente gli interessi dei lavoratori. In questo senso ci
soccorre proprio la tradizione: è la tradizione di un partito,
il Partito Comunista Italiano, che mai ha fatto politica in modo
velleitario o propagandistico. Un partito che non si è mai
limitato all'organizzazione, pur importante, di cortei o di
manifestazioni, ma che in ogni istituzione, dal più piccolo
consiglio comunale sino al parlamento, in ogni luogo di lavoro,
in ogni luogo organizzato della società civile, ha saputo,
attraverso gli interessi della classe lavoratrice, interpretare
gli interessi generali del Paese. Possiamo quindi, anche in
occasione della celebrazione di un anniversario così importante
per noi e per la società italiana, concludere con la frase
antica di un filosofo: «Se oggi riusciamo a vedere più lontano
dei nostri predecessori è soltanto perché siamo nani issati
sulle spalle di giganti». |