Cuba:dal 1959 al 2001 un'invasione fallita, 3478 morti, 2099 feriti, 348 tentati dirottamenti, 697 attentati, 600 tentati assassini del leader, 1.821 miliardi di danni

I diritti e
l'isola assediata



Escalation di provocazioni dagli States.
Per il futuro molti temono il peggio

di Fabrizio Casari

Da "La Rinascita della Sinistra"
del 25 aprile 2003

 

Parliamo di Cuba. Né costretti, né di malavoglia, ma per fornire una lettura alternativa al volume indecente di strumentalizzazioni e disinformazioni che caratterizzano la nuova  campagna anticubana. Il tema, alla fine, è se a Cuba vige o no un regime repressivo e autoritario. Si può discutere seriamente di questo prescindendo dal contesto dove Cuba si colloca? Una definizione di sistema che prescinda dal contesto nel quale si è costruito è priva di fondamento politico. Cominciamo dunque da qui. Premessa la strumentalità per la quale il partito unico a Cuba configura un regime, mentre le monarchie saudite o giordane sono paesi affidabili e il Guatemala di Rioss Mont risulta democratico, servirebbe ragionare. Mai nella storia è accaduto che un paese attaccato e isolato abbia sviluppato la capacità di difendersi coniugandola contemporaneamente con lo sviluppo del processo democratico. Ma forse l’ipocrisia con la quale si affronta il tema Cuba risiede nella sua reiterata sfida e opposizione al gigante Usa; nella sua ripetuta volontà di frustrarne le ambizioni annessioniste; nella sua riconfermata capacità di sviluppare un sistema di protezione sociale ed un livello di eguaglianza che forniscono l’esempio vivente di come il liberismo capitalista non sia né l’unica né l’ultima pagina della storia. E, per colmo di picardìa, lo ricordano - da 44 anni e a 90 miglia dalla Florida - a 10 presidenti statunitensi e 20 direttori della Cia. Per comprendere il pericolo del “contagio cubano” si dovrebbero leggere i dati del continente (concentrato delle più grandi ingiustizie) e quelli del sistema sociale dell’isola che, in termini di diritti, é considerato dalle istituzioni internazionali all’avanguardia (parliamo di diritto al lavoro, all’assistenza, all’istruzione e alla previdenza, alla casa ed ai servizi sociali tutti, sanità in testa). Nostalgie comuniste fuori tempo massimo? Non crediamo, visto che la stessa Hillary Clinton, nel suo progetto di riforma sanitaria poi bocciato dal Congresso, citava a modello la concezione universalistica ed il modello cubano. Comunista italiana anche la signora Clinton? Sembra quindi che anche un regime non liberale - nel senso politicamente in voga in tempi di pensiero unico - può affrontare in chiave di sostanza democratica le condizioni di penuria e sottosviluppo. Ora, se questo non assegna in automatico ad un sistema la patente di democrazia, si  dica allora, se di dittatura si tratta (come alcuni, anche a sinistra, sostengono), quale dittatura possa vantare uguaglianza e sviluppo. Perché se l’accesso ai diritti collettivi non rappresenta la cifra unica della democrazia, è anche vero che ovunque la democrazia è stata sconfitta dalle dittature (autoctone o importate, di destra o sinistra che siano state), proprio quei diritti sono stati azzerati. Sono molti, in fondo che si battono per i diritti civili individuali con la stessa passione con la quale combattono contro quelli collettivi. Una lettura che poi, in politica estera, li porta a schierarsi coerentemente contro la pena di morte se è comminata a singoli individui, ma con disinvoltura a favore della guerra che, la pena di morte, la commina a tanti.  Protestano veementemente contro la condanna di giornalisti a Cuba, ma educatamente quando altri giornalisti sono cannoneggiati da un “eccesso di libertà”  sparato su un albergo. A Cuba è un crimine, a Baghdad un errore. Da Cuba si pretende la resa, da Washington le scuse. Del resto si tace risolutamente su 5 cubani detenuti da 4 anni in cella di rigore a Miami, che hanno smascherato- e quindi evitato - 44 attentati contro Cuba. Grazie al loro lavoro, Cuba ha consegnato alle autorità statunitensi dossier contenenti informazioni dettagliate su operazioni terroristiche in programmazione a Miami. Gli Usa si sono subito dati da fare: i terroristi sono liberi, i cinque cubani sono stati condannati oltre le massime pene previste. Le imputazioni sono simili a quelle riservate agli arrestati dalle autorità cubane: cospirazione. Ma se i 28 anni di carcere comminati a Cuba sono spaventosi (chiaro che lo sono) cosa sono un doppio ergastolo più 15 anni ulteriori, pena riservata a due dei cubani in carcere a Miami? Le associazioni dei diritti umani hanno aperto dossier durissimi contro le autorità statunitensi che vengono ignorati. Privilegi dell’Occidente? Diteci ad esempio dove avete letto questa notizia di alcuni giorni addietro, apparsa sulle agenzie di stampa: il ramo norvegese di Amnesty international ha chiesto alle autorità di Oslo di indagare sulle accuse agli Usa di praticare la tortura su prigionieri a Guantanamo. Petter Eide, segretario di Amnesty in Norvegia, ha detto: ''Abbiamo indicazioni che prigionieri sono effettivamente morti in seguito alle torture''. Oltre a sollecitare un'inchiesta, Amnesty chiede agli Usa una dichiarazione pubblica in cui si affermi il rispetto per la messa al bando internazionale della tortura. Ci sono sfuggite, certo per disattenzione, proteste e interrogazioni di tutti i difensori dei diritti umani. Cuba è l’unico paese dell’America Latina dove tortura, desaparecidos, squadroni della morte e genocidio quale risposta all’opposizione interna non hanno mai trovato applicazione. Appare davvero un insopportabile difetto, quello cubano, di non volersi uniformare al modello liberista. Ironia della storia, un tempo li si accusava di copiare i russi; oggi li si accusa invece di non copiare i russi.

Si  dovrebbe quindi inserire il caso Cuba nel contesto dove si colloca, evitando atteggiamenti che questo contesto fingono d’ignorare. Lo ripetiamo: non accettiamo la pena di morte in nessun luogo, per nessun motivo e a nessun titolo. Per ragioni etiche, giuridiche e politiche; ideali quindi. Il fatto che siano state comminate a tre delinquenti che armi alla mano hanno dirottato una lancia passeggeri, non cambia il nostro giudizio. Siamo contrari, categoricamente. Da anni Cuba non emetteva sentenze di questo tipo: da anni lo spazio politico e religioso vedeva aperture significative. Ora di nuovo una stretta. Perché? La responsabilità principale è degli Stati Uniti, dei suoi piani rinnovati di sostegno ai gruppi illegali nell’isola, con l’intento (reiterato invece che smentito) di provocare una destabilizzazione interna propedeutica ad iniziative aggressive contro Cuba. Attività delegata in parte alla locale rappresentanza diplomatica a stelle e strisce, come ampiamente documentato e testimoniato davanti al tribunale anche dagli oppositori arrestati. Ferma restando la curiosità di vedere cosa accadrebbe se un diplomatico europeo facesse in Italia quello che James Cason fa a Cuba (fonda partiti, istruisce gli oppositori, distribuisce cariche, fonda agenzie di stampa, consegna decine di migliaia di dollari e manuali di guerra psicologica, film già visto nella guerra al Nicaragua di Reagan e Bush padre), ci pare trovi conferma a Cuba l’adagio latino americano che sostiene che solo gli Usa non devono temere un colpo di stato, giacché sono l’unico paese dove non esiste l’ambasciata degli Stati Uniti. Che funziona invece come direzione politica dell’opposizione interna, la quale si allea organicamente con il nemico dichiarato, non con progetti di riforma. La relazione tra oppositori e ufficio d’interessi Usa a Cuba è molto concreta. Si ritiene forse che in caso di guerra i cittadini del paese aggredito da una potenza straniera possano associarsi con l’aggressore dal quale ricevono stipendi, strutture, ordini e mansioni e che tutto questo possa configurarsi solo come un reato d’opinione? Si citi un solo esempio nella storia dove questo è stato così definito. Delle due l’una: o gli Usa sono filantropi, o i “dissidenti” sono qualcos’altro. La storia non prevede letture univoche, ma in alcuni casi, tra questi Cuba, parla chiaro. Da 44 anni una superpotenza aggredisce una piccolissima isola. Un blocco economico, commerciale, politico e diplomatico. Al blocco si aggiunge l’iniziativa di tipo militare. Il governo più potente al mondo realizza la politica nell’emisfero sotto la dettatura di organizzazioni terroristiche cubano-americane. Queste, con l’aiuto, il denaro e la copertura delle agenzie statunitensi, non solo si addestrano indisturbate ad azioni armate nella Florida, ma organizzano attentati nell’isola e fuori. Esagerazioni? Dal 1959 al 2001 Cuba ha subito un’invasione (fallita), 3478 morti, 2099 feriti, 294 tentativi di dirottamenti marittimi ed aerei, 697 atti terroristici, 600 tentativi di assassinio del suo leader, 1821 miliardi di dollari di danni diretti e dimostrati procurati all’economia dell’isola. Oltre alla destabilizzazione interna e alla direzione politica degli oppositori, l’ufficio d’interessi Usa a Cuba svolge un’altra funzione: quella, non meno importante, anzi strategica, della politica migratoria. Si parla, a sproposito, dell’impossibilità per un cubano di emigrare negli Stati Uniti causa divieto delle autorità cubane: in realtà, sono le autorità statunitensi a proibire i viaggi a Cuba dei cittadini nordamericani. Essi infatti, in osservanza della legge Helms-Burton, in assenza di specifica autorizzazione da parte del governo Usa, rischiano multe pesantissime e anni di carcere se si recano a Cuba per turismo o affari. Quanto ai cubani, tranne i casi relativi a persone impiegate in alcuni settori strategici del Paese, qualunque cittadino può presentare domanda di visto presso l’ufficio d’interessi statunitense a Cuba o a qualunque altra ambasciata. Non ci sono multe o carcere per chi viaggia legalmente. Peccato che, a differenza degli oppositori che dispongono di accesso illimitato e permanente nella rappresentanza diplomatica Usa, per tutti i cubani l’ingresso è ridotto al minimo, in totale inosservanza dell’accordo migratorio sottoscritto nel 1994 tra Cuba e Stati Uniti. Gli Usa, nell’accordo, s’impegnarono a fornire 20.000 visti d’ingresso l’anno. Fino ad ora non è mai successo: negli ultimi due anni solo alcune centinaia di visti sono stati rilasciati. Lo scopo è chiaro: impedire l’emigrazione legale per favorire quella illegale. Perché mai infatti si dovrebbe sequestrare armi alla mano e minacciando i passeggeri un aereo o un traghetto quando si potrebbe ottenere il visto attraverso le vie legali, garantite per di più da un accordo vigente? Se gli Usa rispettassero l’accordo migratorio, Cuba non subirebbe le azioni violente di chi decide di lasciare comunque, contro la legge e con la forza, l’isola. Proprio per questo, però, l’accordo non é rispettato dagli Usa. L’emigrazione verso gli Usa, di carattere economico come quella che ovunque esiste tra paesi poveri e paesi ricchi confinanti, esiste anche a Cuba. Impedirla, porta a due conseguenze: o Cuba interviene con la forza per evitarla (e quindi tutti a criticarla perché repressiva) o spalanca le porte come già in passato (e allora Cuba verrebbe accusata di fomentare l’emigrazione clandestina contro gli Usa). Che cosa si vuole? L’emigrazione, lo sappiamo, è terreno delicato per chi, come gli Usa, solo da poco più di trent’anni possiede una legislazione che ha posto fine all’apartheid. Fine per modo di dire, visto il rapporto tra emigranti e nativi (leggasi anche ricchi e poveri) giustiziati nelle carceri americane e viste le condizioni di sopravvivenza nell’american dream. (E’ noto come, chi si arruola nell’esercito e va in guerra, molto spesso appartiene alle minoranze -35.000 emigranti latini in Iraq – che quindi democraticamente possono morire compiendo il loro dovere per la nazione, ma meno democraticamente non possono votare per scegliere il governo della stessa). Sull’immigrazione da Cuba, gli Stati Uniti pongono in atto una strategia criminale a fini politici articolata su un doppio binario: mentre con gli accordi migratori chiedono la collaborazione di Cuba ai flussi legali e controllati, con la Helms-Burton garantiscono l’asilo a chi lascia illegalmente l’isola. Cuba fa la sua parte, non pone ostacoli alle richieste di visto; gli Stati Uniti non fanno la propria, rifiutando le stesse. Messicani, cinesi e haitiani arrestati o uccisi alle frontiere con Texas e California e Florida, cubani ricevuti con tutti gli onori a Miami. Eccesso di federalismo? Ma perché non vedere come tutta la legislazione e l’iniziativa politica di Cuba ha un diretto, obbligato riferimento a quanto negli Stati Uniti si decide contro l’isola? Davvero si ritiene possa esserci indipendenza tra lo sviluppo di un sistema e la guerra che gli si scatena contro da 90 miglia di distanza? Non è questione di riformabilità del sistema socio-politico cubano, non è questione riguardante la sicurezza degli Stati Uniti. Il differendo tra Cuba e gli Stati Uniti non é tra democrazia e dittatura. E’ invece, da Jefferson a Bush, tra annessione e indipendenza. L’ossessione statunitense contro Cuba ha visto infatti dieci diversi presidenti Usa proclamare nei loro programmi elettorali il ritorno di Cuba in mani nordamericane. Dieci presidenti sono passati, Cuba è ancora lì. A cosa si deve? Tra vari motivi anche a quello che magari a qualcuno risulterà superfluo: il diritto all’indipendenza. I cubani rifiutano l’idea che l’isola torni ad essere il bordello degli Stati Uniti, gestita dalle famiglie mafiose statunitensi e amministrata da un dittatore sanguinario, come avvenne con Batista che uccise trentamila cubani. Certo, Batista permetteva l’esistenza di 17 partiti. Era quindi un democratico rispetto a Castro che ne prevede uno solo? Si, è proprio di Batista la nostalgia esule. Lo testimonia proprio la Helms-Burton, che dichiara in sostanza Cuba territorio espropriato degli Stati Uniti e vieta alle imprese straniere di commerciare con l’isola: in caso contrario proibisce loro affari e circolazione dei prodotti negli states, minaccia i loro dirigenti di arresto e il sequestro dei beni delle società. Prevede poi (sez.109 della legge) l’impegno finanziario per le attività contro l’isola e (sezione 115) l’impiego della Cia nelle stesse. Tanto per capire, solo nel 2002, come da relazione del 27 febbraio 2003, l’USAID, agenzia del governo Usa, ha speso 22 milioni di dollari per “favorire la democrazia a Cuba”. Nella relazione si specificava che questa è solo una piccola parte dei fondi stanziati, sugli altri vige il segreto di stato. E, come si accennava prima, la Helms-Burton prevede l’immediata cittadinanza per chi, illegalmente, entra negli Usa provenendo da Cuba. C’è o no un rapporto di causa-effetto tra questa legge e la recrudescenza dei dirottamenti?

Non é un nesso arbitrario. Due settimane fa, i dirottatori armati di un DC3 cubano con 40 passeggeri, giunti in Florida, si sono visti dopo pochi giorni liberare sulla parola e circolano ora fieri della loro impresa per le strade di Miami. Per colmo, l’aereo cubano non è stato restituito alla compagnia. Dopo l’11 settembre, quindi, dirottare qualunque aereo merita pene severissime, ma se l’aereo è cubano e i dirottatori armati, la pena prevista è la cittadinanza statunitense. Niente da dire?

Chiedere di chiudere i rapporti con Cuba significa nel concreto tre cose: aiutare la legge Helms-Burton che questo prevede; risolvere servilmente il contenzioso che contro questo concentrato di pirateria internazionale l’Ue tiene sospeso presso il Wto; seppellire definitivamente le speranze di cambiamento di rotta degli Stati Uniti verso Cuba e giustificare i loro, mai celati, sogni d’invasione. Un’operazione che consigliamo vivamente di evitare. A sostenere l’Amministrazione Bush e i suoi Stranamore, bastano e avanzano i suoi dipendenti.

Noi, più di chiunque altro, soprattutto di quelli strumentalmente impegnati a denigrare Cuba, vorremmo che l’Avana conoscesse una stagione nuova. Ma due sono le condizioni per le quali chi è attaccato smetta di reagire: la propria resa o la cessazione dell’attacco. Quale opzione si preferisce? Noi vogliamo la seconda. Siamo certi che la fine dell’aggressione, oltre a determinare un futuro libero per l’isola, comporterebbe il venir meno della sindrome dell’aggredito. Battiamoci insieme, coloro che s’interessano a Cuba, contro l’aggressione statunitense, il blocco economico, le sue leggi extraterritoriali, il terrorismo contro l’isola finanziato e organizzato da Washington. Se cessa l’ossessione Cuba, verranno meno anche le leggi che nell’isola, comunque le si vogliano giudicare, contro quell'ossessione trovano vigenza. Solo in condizioni di pace un processo di cambiamento potrebbe, se determinato dai cubani e non dagli Stati Uniti o loro subalterni - di destra o sinistra che siano - trovare un suo spazio e una sua ragion d’essere.

Noi ci batteremo perché a Cuba vinca la pace. E lo faremo senza sosta, da soli o in compagnia.



CUBA
Manifestazione nazionale del 28 giugno a Roma
Una piazza tutta per Cuba
di Andrea Genovali
Da "La Rinascita della Sinistra"

Venier: senza imbarazzi e reticenze, il PdCI a fianco dell'isola
Ufficio Stampa

ACCORDO PdCI-PC cubano
Solidarietà internazionalista, una bella parola .
Che produce fatti

di Oliviero Diliberto
Da "La Rinascita della Sinistra"