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Parliamo di Cuba.
Né costretti, né di malavoglia, ma per fornire una lettura
alternativa al volume indecente di strumentalizzazioni e
disinformazioni che caratterizzano la nuova campagna
anticubana. Il tema, alla fine, è se a Cuba vige o no un regime
repressivo e autoritario. Si può discutere seriamente di questo
prescindendo dal contesto dove Cuba si colloca? Una definizione
di sistema che prescinda dal contesto nel quale si è costruito è
priva di fondamento politico. Cominciamo dunque da qui. Premessa
la strumentalità per la quale il partito unico a Cuba configura
un regime, mentre le monarchie saudite o giordane sono paesi
affidabili e il Guatemala di Rioss Mont risulta democratico,
servirebbe ragionare. Mai nella storia è accaduto che un paese
attaccato e isolato abbia sviluppato la capacità di difendersi
coniugandola contemporaneamente con lo sviluppo del processo
democratico. Ma forse l’ipocrisia con la quale si affronta il
tema Cuba risiede nella sua reiterata sfida e opposizione al
gigante Usa; nella sua ripetuta volontà di frustrarne le
ambizioni annessioniste; nella sua riconfermata capacità di
sviluppare un sistema di protezione sociale ed un livello di
eguaglianza che forniscono l’esempio vivente di come il
liberismo capitalista non sia né l’unica né l’ultima pagina
della storia. E, per colmo di picardìa, lo ricordano - da
44 anni e a 90 miglia dalla Florida - a 10 presidenti
statunitensi e 20 direttori della Cia. Per comprendere il
pericolo del “contagio cubano” si dovrebbero leggere i dati del
continente (concentrato delle più grandi ingiustizie) e quelli
del sistema sociale dell’isola che, in termini di diritti, é
considerato dalle istituzioni internazionali all’avanguardia
(parliamo di diritto al lavoro, all’assistenza, all’istruzione e
alla previdenza, alla casa ed ai servizi sociali tutti, sanità
in testa). Nostalgie comuniste fuori tempo massimo? Non
crediamo, visto che la stessa Hillary Clinton, nel suo progetto
di riforma sanitaria poi bocciato dal Congresso, citava a
modello la concezione universalistica ed il modello cubano.
Comunista italiana anche la signora Clinton? Sembra quindi che
anche un regime non liberale - nel senso politicamente in voga
in tempi di pensiero unico - può affrontare in chiave di
sostanza democratica le condizioni di penuria e sottosviluppo.
Ora, se questo non assegna in automatico ad un sistema la
patente di democrazia, si dica allora, se di dittatura si
tratta (come alcuni, anche a sinistra, sostengono), quale
dittatura possa vantare uguaglianza e sviluppo. Perché se
l’accesso ai diritti collettivi non rappresenta la cifra unica
della democrazia, è anche vero che ovunque la democrazia è stata
sconfitta dalle dittature (autoctone o importate, di destra o
sinistra che siano state), proprio quei diritti sono stati
azzerati. Sono molti, in fondo che si battono per i diritti
civili individuali con la stessa passione con la quale
combattono contro quelli collettivi. Una lettura che poi, in
politica estera, li porta a schierarsi coerentemente contro la
pena di morte se è comminata a singoli individui, ma con
disinvoltura a favore della guerra che, la pena di morte, la
commina a tanti. Protestano veementemente contro la condanna di
giornalisti a Cuba, ma educatamente quando altri giornalisti
sono cannoneggiati da un “eccesso di libertà” sparato su un
albergo. A Cuba è un crimine, a Baghdad un errore. Da Cuba si
pretende la resa, da Washington le scuse. Del resto si tace
risolutamente su 5 cubani detenuti da 4 anni in cella di rigore
a Miami, che hanno smascherato- e quindi evitato - 44 attentati
contro Cuba. Grazie al loro lavoro, Cuba ha consegnato alle
autorità statunitensi dossier contenenti informazioni
dettagliate su operazioni terroristiche in programmazione a
Miami. Gli Usa si sono subito dati da fare: i terroristi sono
liberi, i cinque cubani sono stati condannati oltre le massime
pene previste. Le imputazioni sono simili a quelle riservate
agli arrestati dalle autorità cubane: cospirazione. Ma se i 28
anni di carcere comminati a Cuba sono spaventosi (chiaro che lo
sono) cosa sono un doppio ergastolo più 15 anni ulteriori, pena
riservata a due dei cubani in carcere a Miami? Le associazioni
dei diritti umani hanno aperto dossier durissimi contro le
autorità statunitensi che vengono ignorati. Privilegi
dell’Occidente? Diteci ad esempio dove avete letto questa
notizia di alcuni giorni addietro, apparsa sulle agenzie di
stampa: il ramo norvegese di
Amnesty international ha chiesto alle autorità di Oslo di
indagare sulle accuse agli Usa di praticare la tortura su
prigionieri a Guantanamo. Petter Eide, segretario di Amnesty in
Norvegia, ha detto: ''Abbiamo indicazioni che prigionieri sono
effettivamente morti in seguito alle torture''. Oltre a
sollecitare un'inchiesta, Amnesty chiede agli Usa una
dichiarazione pubblica in cui si affermi il rispetto per la
messa al bando internazionale della tortura. Ci sono sfuggite,
certo per disattenzione, proteste e interrogazioni di tutti i
difensori dei diritti umani. Cuba è l’unico paese
dell’America Latina dove tortura, desaparecidos,
squadroni della morte e genocidio quale risposta all’opposizione
interna non hanno mai trovato applicazione. Appare davvero un
insopportabile difetto, quello cubano, di non volersi uniformare
al modello liberista. Ironia della storia, un tempo li si
accusava di copiare i russi; oggi li si accusa invece di non
copiare i russi.
Si dovrebbe
quindi inserire il caso Cuba nel contesto dove si colloca,
evitando atteggiamenti che questo contesto fingono d’ignorare.
Lo ripetiamo: non accettiamo la pena di morte in nessun luogo,
per nessun motivo e a nessun titolo. Per ragioni etiche,
giuridiche e politiche; ideali quindi. Il fatto che siano state
comminate a tre delinquenti che armi alla mano hanno dirottato
una lancia passeggeri, non cambia il nostro giudizio. Siamo
contrari, categoricamente. Da anni Cuba non emetteva sentenze di
questo tipo: da anni lo spazio politico e religioso vedeva
aperture significative. Ora di nuovo una stretta. Perché? La
responsabilità principale è degli Stati Uniti, dei suoi piani
rinnovati di sostegno ai gruppi illegali nell’isola, con
l’intento (reiterato invece che smentito) di provocare una
destabilizzazione interna propedeutica ad iniziative aggressive
contro Cuba. Attività delegata in parte alla locale
rappresentanza diplomatica a stelle e strisce, come ampiamente
documentato e testimoniato davanti al tribunale anche dagli
oppositori arrestati. Ferma restando la curiosità di vedere cosa
accadrebbe se un diplomatico europeo facesse in Italia quello
che James Cason fa a Cuba (fonda partiti, istruisce gli
oppositori, distribuisce cariche, fonda agenzie di stampa,
consegna decine di migliaia di dollari e manuali di guerra
psicologica, film già visto nella guerra al Nicaragua di Reagan
e Bush padre), ci pare trovi conferma a Cuba l’adagio latino
americano che sostiene che solo gli Usa non devono temere un
colpo di stato, giacché sono l’unico paese dove non esiste
l’ambasciata degli Stati Uniti. Che funziona invece come
direzione politica dell’opposizione interna, la quale si allea
organicamente con il nemico dichiarato, non con progetti di
riforma. La relazione tra oppositori e ufficio d’interessi Usa a
Cuba è molto concreta. Si ritiene forse che in caso di guerra i
cittadini del paese aggredito da una potenza straniera possano
associarsi con l’aggressore dal quale ricevono stipendi,
strutture, ordini e mansioni e che tutto questo possa
configurarsi solo come un reato d’opinione? Si citi un solo
esempio nella storia dove questo è stato così definito. Delle
due l’una: o gli Usa sono filantropi, o i “dissidenti” sono
qualcos’altro. La storia non prevede letture univoche, ma in
alcuni casi, tra questi Cuba, parla chiaro. Da 44 anni una
superpotenza aggredisce una piccolissima isola. Un blocco
economico, commerciale, politico e diplomatico. Al blocco si
aggiunge l’iniziativa di tipo militare. Il governo più potente
al mondo realizza la politica nell’emisfero sotto la dettatura
di organizzazioni terroristiche cubano-americane. Queste, con
l’aiuto, il denaro e la copertura delle agenzie statunitensi,
non solo si addestrano indisturbate ad azioni armate nella
Florida, ma organizzano attentati nell’isola e fuori.
Esagerazioni? Dal 1959 al 2001 Cuba ha subito un’invasione
(fallita), 3478 morti, 2099 feriti, 294 tentativi di
dirottamenti marittimi ed aerei, 697 atti terroristici, 600
tentativi di assassinio del suo leader, 1821 miliardi di dollari
di danni diretti e dimostrati procurati all’economia dell’isola.
Oltre alla destabilizzazione interna e alla direzione politica
degli oppositori, l’ufficio d’interessi Usa a Cuba svolge
un’altra funzione: quella, non meno importante, anzi strategica,
della politica migratoria. Si parla, a sproposito,
dell’impossibilità per un cubano di emigrare negli Stati Uniti
causa divieto delle autorità cubane: in realtà, sono le autorità
statunitensi a proibire i viaggi a Cuba dei cittadini
nordamericani. Essi infatti, in osservanza della legge
Helms-Burton, in assenza di specifica autorizzazione da parte
del governo Usa, rischiano multe pesantissime e anni di carcere
se si recano a Cuba per turismo o affari. Quanto ai cubani,
tranne i casi relativi a persone impiegate in alcuni settori
strategici del Paese, qualunque cittadino può presentare domanda
di visto presso l’ufficio d’interessi statunitense a Cuba o a
qualunque altra ambasciata. Non ci sono multe o carcere per chi
viaggia legalmente. Peccato che, a differenza degli oppositori
che dispongono di accesso illimitato e permanente nella
rappresentanza diplomatica Usa, per tutti i cubani l’ingresso è
ridotto al minimo, in totale inosservanza dell’accordo
migratorio sottoscritto nel 1994 tra Cuba e Stati Uniti. Gli
Usa, nell’accordo, s’impegnarono a fornire 20.000 visti
d’ingresso l’anno. Fino ad ora non è mai successo: negli ultimi
due anni solo alcune centinaia di visti sono stati rilasciati.
Lo scopo è chiaro: impedire l’emigrazione legale per favorire
quella illegale. Perché mai infatti si dovrebbe sequestrare armi
alla mano e minacciando i passeggeri un aereo o un traghetto
quando si potrebbe ottenere il visto attraverso le vie legali,
garantite per di più da un accordo vigente? Se gli Usa
rispettassero l’accordo migratorio, Cuba non subirebbe le azioni
violente di chi decide di lasciare comunque, contro la legge e
con la forza, l’isola. Proprio per questo, però, l’accordo non é
rispettato dagli Usa. L’emigrazione verso gli Usa, di carattere
economico come quella che ovunque esiste tra paesi poveri e
paesi ricchi confinanti, esiste anche a Cuba. Impedirla, porta a
due conseguenze: o Cuba interviene con la forza per evitarla (e
quindi tutti a criticarla perché repressiva) o spalanca le porte
come già in passato (e allora Cuba verrebbe accusata di
fomentare l’emigrazione clandestina contro gli Usa). Che cosa si
vuole? L’emigrazione, lo sappiamo, è terreno delicato per chi,
come gli Usa, solo da poco più di trent’anni possiede una
legislazione che ha posto fine all’apartheid. Fine per modo di
dire, visto il rapporto tra emigranti e nativi (leggasi anche
ricchi e poveri) giustiziati nelle carceri americane e viste le
condizioni di sopravvivenza nell’american dream. (E’ noto
come, chi si arruola nell’esercito e va in guerra, molto spesso
appartiene alle minoranze -35.000 emigranti latini in Iraq – che
quindi democraticamente possono morire compiendo il loro dovere
per la nazione, ma meno democraticamente non possono votare per
scegliere il governo della stessa). Sull’immigrazione da Cuba,
gli Stati Uniti pongono in atto una strategia criminale a fini
politici articolata su un doppio binario: mentre con gli accordi
migratori chiedono la collaborazione di Cuba ai flussi legali e
controllati, con la Helms-Burton garantiscono l’asilo a chi
lascia illegalmente l’isola. Cuba fa la sua parte, non pone
ostacoli alle richieste di visto; gli Stati Uniti non fanno la
propria, rifiutando le stesse. Messicani, cinesi e haitiani
arrestati o uccisi alle frontiere con Texas e California e
Florida, cubani ricevuti con tutti gli onori a Miami. Eccesso di
federalismo? Ma perché non vedere come tutta la legislazione e
l’iniziativa politica di Cuba ha un diretto, obbligato
riferimento a quanto negli Stati Uniti si decide contro l’isola?
Davvero si ritiene possa esserci indipendenza tra lo sviluppo di
un sistema e la guerra che gli si scatena contro da 90 miglia di
distanza? Non è questione di riformabilità del sistema
socio-politico cubano, non è questione riguardante la sicurezza
degli Stati Uniti. Il differendo tra Cuba e gli Stati Uniti non
é tra democrazia e dittatura. E’ invece, da Jefferson a Bush,
tra annessione e indipendenza. L’ossessione statunitense contro
Cuba ha visto infatti dieci diversi presidenti Usa proclamare
nei loro programmi elettorali il ritorno di Cuba in mani
nordamericane. Dieci presidenti sono passati, Cuba è ancora lì.
A cosa si deve? Tra vari motivi anche a quello che magari a
qualcuno risulterà superfluo: il diritto all’indipendenza. I
cubani rifiutano l’idea che l’isola torni ad essere il bordello
degli Stati Uniti, gestita dalle famiglie mafiose statunitensi e
amministrata da un dittatore sanguinario, come avvenne con
Batista che uccise trentamila cubani. Certo, Batista permetteva
l’esistenza di 17 partiti. Era quindi un democratico rispetto a
Castro che ne prevede uno solo? Si, è proprio di Batista la
nostalgia esule. Lo testimonia proprio la Helms-Burton, che
dichiara in sostanza Cuba territorio espropriato degli Stati
Uniti e vieta alle imprese straniere di commerciare con l’isola:
in caso contrario proibisce loro affari e circolazione dei
prodotti negli states, minaccia i loro dirigenti di
arresto e il sequestro dei beni delle società. Prevede poi (sez.109
della legge) l’impegno finanziario per le attività contro
l’isola e (sezione 115) l’impiego della Cia nelle stesse. Tanto
per capire, solo nel 2002, come da relazione del 27 febbraio
2003, l’USAID, agenzia del governo Usa, ha speso 22 milioni di
dollari per “favorire la democrazia a Cuba”. Nella relazione si
specificava che questa è solo una piccola parte dei fondi
stanziati, sugli altri vige il segreto di stato. E, come si
accennava prima, la Helms-Burton prevede l’immediata
cittadinanza per chi, illegalmente, entra negli Usa provenendo
da Cuba. C’è o no un rapporto di causa-effetto tra questa legge
e la recrudescenza dei dirottamenti?
Non é un nesso
arbitrario. Due settimane fa, i dirottatori armati di un DC3
cubano con 40 passeggeri, giunti in Florida, si sono visti dopo
pochi giorni liberare sulla parola e circolano ora fieri della
loro impresa per le strade di Miami. Per colmo, l’aereo cubano
non è stato restituito alla compagnia. Dopo l’11 settembre,
quindi, dirottare qualunque aereo merita pene severissime, ma se
l’aereo è cubano e i dirottatori armati, la pena prevista è la
cittadinanza statunitense. Niente da dire?
Chiedere di
chiudere i rapporti con Cuba significa nel concreto tre cose:
aiutare la legge Helms-Burton che questo prevede; risolvere
servilmente il contenzioso che contro questo concentrato di
pirateria internazionale l’Ue tiene sospeso presso il Wto;
seppellire definitivamente le speranze di cambiamento di rotta
degli Stati Uniti verso Cuba e giustificare i loro, mai celati,
sogni d’invasione. Un’operazione che consigliamo vivamente di
evitare. A sostenere l’Amministrazione Bush e i suoi Stranamore,
bastano e avanzano i suoi dipendenti.
Noi, più di
chiunque altro, soprattutto di quelli strumentalmente impegnati
a denigrare Cuba, vorremmo che l’Avana conoscesse una stagione
nuova. Ma due sono le condizioni per le quali chi è attaccato
smetta di reagire: la propria resa o la cessazione dell’attacco.
Quale opzione si preferisce? Noi vogliamo la seconda. Siamo
certi che la fine dell’aggressione, oltre a determinare un
futuro libero per l’isola, comporterebbe il venir meno della
sindrome dell’aggredito. Battiamoci insieme, coloro che
s’interessano a Cuba, contro l’aggressione statunitense, il
blocco economico, le sue leggi extraterritoriali, il terrorismo
contro l’isola finanziato e organizzato da Washington. Se cessa
l’ossessione Cuba, verranno meno anche le leggi che nell’isola,
comunque le si vogliano giudicare, contro quell'ossessione
trovano vigenza. Solo in condizioni di pace un processo di
cambiamento potrebbe, se determinato dai cubani e non dagli
Stati Uniti o loro subalterni - di destra o sinistra che siano -
trovare un suo spazio e una sua ragion d’essere.
Noi ci batteremo
perché a Cuba vinca la pace. E lo faremo senza sosta, da soli o
in compagnia. |