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molti dei presenti sanno, nella passata
legislatura - a parti invertite -, non mi sono
mai sottratto ad un confronto serio, nel merito
dei provvedimenti che di volta in volta si
discutevano, con l'allora opposizione. Ed ho
sempre rifuggito - per così dire - dalle
esibizioni muscolari e dai proclami.
Così, anche in questo caso, voglio provare a
svolgere in questa sede alcune considerazioni di
natura squisitamente politica, pacatamente, per
quanto ben fermo nelle mie convinzioni e nella
critica al provvedimento in discussione e
all'impianto delle politiche del governo.
Vorrei partire da un dato, ovvio, ma che sembra
come rimosso da questo dibattito. Lo stato
dell'amministrazione della giustizia è, come
tutti sanno, drammatico: sia di quella civile che
di quella penale. Soprattutto, ben lo sanno i
cittadini italiani.
Ora, è evidente che tale stato non può essere
ascritto al governo in carica, risalendo a
decenni passati. Ma è altrettanto vero che il
governo in carica ha la responsabilità, il
dovere - istituzionale e politico - di attivarsi
per affrontare tale stato di cose, cercare di
porvi rimedio.
Nella passata legislatura, il centro-sinistra
approntò un piano complessivo ed organico di
misure sulla giustizia che fu elaborato dal mio
predecessore, il prof. Flick e che io ho avuto
l'onore, da ministro della giustizia, di portare
a compimento. Rammento, al solo scopo di ordinare
meglio il ragionamento, le misure che furono
approvate: giudice unico e conseguente riforma
del rito monocratico (c.d. legge Carotti);
depenalizzazione dei reati minori; sezioni
stralcio e istituzione dei GOA; competenza penale
dei giudici di pace; tribunali metropolitani;
competenze civili dei notai; e così via. A tali
misure legislative, vanno aggiunti gli interventi
sulle strutture, con un massiccio investimento di
risorse (circa 900 mld delle vecchie lire) per
l'edilizia giudiziaria e migliaia di nuove
assunzioni nel comparto giustizia.
Ancora poco, si dirà, per risolvere gli annosi
problemi della giustizia in Italia, ma
sicuramente molto rispetto alla situazione di
partenza. Tanto è vero che per la prima volta da
mezzo secolo, nelle ultime due cerimonie per
l'inaugurazione dell'anno giudiziario, i
procuratori generali presso la suprema Corte di
Cassazione hanno riconosciuto (e non si tratta,
evidentemente, di due pericolosi bolscevichi!)
che la situazione negli ultimi anni è migliorata
sia sotto il profilo dello smaltimento
dell'arretrato, sia sotto quello della
diminuzione dei tempi della giustizia. Siamo di
fronte, quindi, a timidi quanto incoraggianti
segnali di ripresa, frutto di cinque anni di
riforme, di attività seria rivolta alla
giustizia dei cittadini, delle famiglie, degli
operatori economici.
Abbiamo insomma, come governi di centro-sinistra,
fatto il nostro dovere.
Il che non ci ha impedito di affrontare, come era
altrettanto nostro dovere, i grandi ed importanti
temi delle garanzie e dei diritti. Penso a
provvedimenti quali l'istituzione delle indagini
difensive, ma soprattutto, ovviamente, alla
riforma dell'art. 111 della Costituzione, con
l'introduzione, nella nostra Carta fondamentale,
dei principi del cosiddetto "giusto processo".
Abbiamo, cioè, tenuto insieme i temi concernenti
l'amministrazione concreta della giustizia con
quelli riguardanti le garanzie: che non stanno,
evidentemente, a cuore solo ad una parte politica.
Ho voluto ricordare tutto ciò perché il
processo riformatore si è oggi bruscamente
interrotto. Non lo dico io. Lo afferma
l'organizzazione degli avvocati, l'OUA (organizzazione
unitaria dell'avvocatura), certo non sospettabile
di simpatie per la mia parte politica, che
critica aspramente questa interruzione del
percorso riformatore.
Cosa avete fatto, voi, da un anno a questa parte?
Voglio, anche in questo caso, rammentare i
provvedimenti approvati e quelli, ahimè, in
discussione.
Falso in bilancio, rogatorie internazionali,
rientro anonimo dei capitali illecitamente
esportati all'estero, riforma del Csm, ed oggi la
legge Cirami. Cui vanno aggiunti non pochi
interventi concreti di governo, nonché numerose
- ed altrettanto gravi - ulteriori ipotesi di
riforma sulla giustizia, che vanno tutte nella
medesima direzione: quella cioè di una
concezione censitaria della giustizia medesima.
Si tratta, infatti, ed uso un eufemismo, di
agevolazioni rilevanti per i soli imputati ricchi
e potenti.
Voi le chiamate garanzie. Ma le garanzie ed i
diritti (anche quelli degli imputati) sono una
cosa seria, serissima. E sono tali, i diritti, se
sono di tutti. Altrimenti si chiamano in un altro
modo: privilegi. Privilegi di classe.
Questo è dimostrato anche su un altro versante.
Infatti, dal punto di vista dei soggetti più
deboli della società, della devianza, della
marginalità sociale, avete scelto la linea della
"tolleranza zero". Ne sono eloquenti
esempi la legge sull'immigrazione, che offende la
civiltà giuridica del nostro Paese; il d.l. - già
approvato dal consiglio dei ministri - sulla
tossicodipendenza, che sposa un modello
repressivo di intervento; le ipotesi di riforma (controriforma)
del penale minorile; la scelta della repressione
delle manifestazioni di piazza (Genova insegna) e
della criminalizzazione del conflitto sociale;
sino all'attacco ai diritti delle donne,
nell'ambito di un generale affievolimento
dell'essenziale principio della laicità dello
Stato.
Le carceri - voi che parlate tanto di garantismo
e di diritti - conoscono oggi, dopo decenni tutto
sommato tranquilli, manifestazioni generalizzate
di protesta: scoppiano per il sovraffollamento e
le condizioni concrete di vita (per chi ci lavora
e per chi è recluso) sono insostenibili. State
scaricando sugli istituti di pena le
contraddizioni principali della società.
Assistiamo, dunque, a quella che non esito a
definire una asimmetria dei diritti, che mi fa
asserire, appunto, che voi siete interessati
unicamente ai privilegi di chi appartiene alla
classe dirigente e non ai diritti in quanto tali,
alla loro universalità.
Lo dimostra la fretta con la quale volete
approvare proprio questa legge, la legge Cirami.
Una fretta, questa sì, che induce al legittimo
sospetto che essa sia stata concepita ad
personam, per un singolo processo. Bloccate da
mesi il lavoro del Parlamento per una legge che
non rientra tra le priorità, in tema di
giustizia, per nessun osservatore sereno ed
oggettivo della cose di giustizia.
Alla luce di tutto ciò, appare chiaro che sono
oggi in discussione principi fondanti
dell'ordinamento.
Si tratta, certo, anche di principi che
riguardano la giustizia, ma non esito a dire che
oggi discutiamo di concezioni e di valori che
attengono più profondamente ad un principio
cardine, ad una delle architravi del nostro
ordinamento costituzionale: mi riferisco all'art.
3 della Costituzione, quello che solennemente
sancisce l'eguaglianza di tutti i cittadini di
fronte alla legge. Noi difendiamo, infatti,
l'indipendenza della magistratura e il principio
del giudice naturale proprio perché tali valori
rappresentano la migliore difesa, non già della
magistratura o dei singoli magistrati in quanto
tali, ma proprio dell'eguaglianza: quella
sostanziale, intesa dalla nostra Costituzione nel
senso che la repubblica italiana ha il dovere di
rimuovere gli ostacoli di classe che ne
impediscono il concreto dispiegarsi.
L'intera politica del governo conferma proprio il
rischio che corriamo, quale sia, in definitiva la
vera posta in gioco, ad iniziare dalle politiche
sociali: dall'attacco all'art. 18 dello statuto
dei lavoratori, a quello contro scuola e sanità
pubblica, sino alle misure di privatizzazione del
collocamento e di altri essenziali servizi
sociali.
La nostra opposizione, dunque, sarà dura e
rigorosa. Non gridata. Non c'è bisogno di
gridare in casi come questi: bastano i fatti.
Quelli compiuti da noi quando eravamo al governo
(e dei quali siamo orgogliosi) e quelli che state
compiendo oggi voi, disattendendo i più
elementari doveri cui siete chiamati.
E' in gioco un intero modello di società: da una
parte quello fondato sui diritti, dall'altra
quello, invece, che voi propugnate, fondato sui
privilegi di classe.
Credo che la maggioranza dei cittadini se ne stia
accorgendo. Anche molti di coloro che hanno
votato per voi alle ultime elezioni. Credo
insomma che pagherete un prezzo assai elevato per
queste scelte. Avete svolto un'ossessiva campagna
elettorale sul tema della sicurezza e state
governando in modo diametralmente opposto:
confermando, in ciò, il ben noto (tristemente
noto, anzi celebre) precedente del primo governo
Berlusconi. Quando, cioè, avete inaugurato la
vostra politica sulla giustizia con un decreto
legge passato poi alla storia del nostro Paese
con un nome inglorioso: decreto salva-ladri.
Tornati al governo, non vi state comportando
diversamente: anzi, dimostrate che al peggio non
c'è mai fine.
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