L’Ottobre dopo la sconfitta

Le ragioni della Rivoluzione sovietica agli inizi del XXI secolo

 

di Mario Vegetti

Da "La Rinascita della Sinistra"
del 9 novembre 2001

 

Ci si potrà chiedere se abbia ancora senso parlare del 7 novembre dopo 1'11 settembre, in un momento in cui siamo assordati da chi grida "siamo tutti americani" e "nulla sarà più come prima". Ha certamente senso se c'è ancora qualcuno capace di non confondere la condanna del terrorismo come mezzo di lotta politica con l'isteria bellicista e xenofoba; se c'è ancora qualcuno capace di leggere il fenomeno stesso del terrorismo sullo sfondo della realtà del dominio globalizzato del capitalismo, dell'oppressione imperialistica su gran parte dei popoli del mondo, e delle vecchie e nuove servitù, delle vecchie e nuove povertà che essi producono. Ha senso parlare del 7 novembre, insomma, se ci sono ancora comuni­sti e marxisti che affermano, ora più che mai, la validità dei loro strumenti teorici di comprensione della storia, l'attualità, o meglio ancora la necessità, del loro progetto di liberazione delle classi e dei popoli oppressi, di fronte alla tragica alternativa fra la rassegnazione al dominio del capitale e la barbarie minacciosa di una "guerra civile mondiale".

Il 7 novembre, allora: una data dopo la quale, si può dire davvero, "nulla è stato più come prima". E' difficile per chiunque negare che la Rivoluzione d'ottobre abbia rovesciato, o almeno mostrato come storicamente transitori, rapporti di dominio sociale che fino ad allora si presentavano come immutabili al pari di un "fatto di natura". Per la prima volta, il proletariato industriale diventava protagonista della storia; il principio della divisione ineguale della proprietà e del comando perdeva il suo carattere di "necessità"' inviolabile, al pari del diritto al dominio imperialistico del mondo da parte delle potenze coloniali dell'Occidente capitalista. Fu soltanto a partire dalla Rivoluzione d'ottobre, e poi grazie all'esistenza statuale dell'Unione sovietica, che poté venir posta all'ordine del giorno nel mondo intero la rivendicazione di una equa soddisfazione dei bisogni sociali, materiali e intellettuali, di grandi masse di uomini e di donne, come la rivoluzione francese aveva fatto per i diritti di cittadinanza. E fu soltanto in questo quadro che i popoli e le nazioni oppresse concepirono la concreta possibilità della propria liberazione, e iniziarono a lottare per essa. Senza la Rivoluzione d'ottobre e la sua eredità la storia del Novecento sarebbe stata soltanto una storia di conflitti intercapitalistici e interimperialistici, dove le classi subalterne avrebbero ancora una volta assunto il ruolo di "carne da cannone", i paesi coloniali quello di posta in palio della spartizione del mondo.

Cominciava così a trovare il suo compimento quel progetto della modernità, che aveva avuto il suo atto inaugurale nella distruzione della società feudale ad opera della rivoluzione francese, o meglio la versione "di sinistra", giacobina e socialista, di quel progetto: uno straordinario programma di trasformazione a guide politica della società e dello stato in funzione di un orizzonte di valori morali (l'eguaglianza dei diritti, l'emancipazione degli sfruttati, la liberazione degli oppressi).

Tutto questo può apparire ovvio, e lo sarebbe se non ci trovassimo in tempi di revisionismo, di "pentitismo" intellettuale, di disorientamento e delusione da sconfitta.

Perché   una sconfitta  c'è stata, e negarla o sottovalutarla sarebbe un errore imperdonabile per chi cerca ancora di pensare da marxista.  Un errore altrettan­to grande, va subito detto, sarebbe quello di pensare che una sconfitta costituisca in se stessa la prova della infondatezza o della impossibilità di idee, di progetti e di conquiste. Accade spesso nella storia che perda anche chi ha perfettamente ragione, per il solo e buon motivo che l'avversario è più forte: una verità "materialistica", questa, che viene spesso dimenticata anche dalle migliori intelligenze della sinistra. Nel caso dell'esperienza storica delle società del campo socialista, prodotti ed eredi della rivoluzione d'ottobre, la sconfitta è stata tuttavia preparata, accompagnata e seguita dai segni di un fallimento, nelle cose e nelle coscienze, che non dipendeva soltan­to dalla forza dell'avversario. Un fallimento determinato da un processo in cui le finalità progettate sono risultate stravolte e in parte negate da un intreccio complesso di necessità imposte dall'esterno ma anche di limiti politici e culturali e di deformazioni connesse all'esercizio del potere statale.

Non è qui possibile naturalmente tentarne neppure un'analisi sommaria. Basterà richiamarne soltanto - come promemoria per la riflessio­ne - alcuni elementi centrali. Il ruolo di guida del Partito - l'avanguardia politica consapevole, la "co­scienza" delle masse -, tipico della tradizione giacobina e poi comunista, ha finito per dare luogo all'identificazione del Partito stesso con lo Stato: il partito ha così smarrito la sua capacità di orientamento e di critica per trasformarsi in una  struttura burocratica di gestione e di difesa del potere. D'altro  lato, l'esigenza di difesa dello Stato sovietico e poi di quelli del campo socialista dai loro formidabili nemici interni ed esterni ha prodotto lo sviluppo ipertrofico di un apparato militare e poliziesco che ha finito per assumere, in modo inerziale, un'autonomia decisio­nale estranea alle finalità per cui era stato costruito. Si è così prodotto un diaframma impermeabile fra partito e stato da un lato e popolo dall'al­tro; da questo è derivata una sfidu­cia crescente nelle capacità di au­togoverno delle masse popolari, con la conseguente, catastrofica, sostituzione del consenso democrati­co con il controllo burocratico e di polizia.

Su un altro piano, il privilegio indiscriminato dello sviluppo industriale come fattore determinante della rivoluzione - dettato dalla cultura economico-sociale fra Otto e Novecento -, riproducendo la forma materiale del modo di produzione capitalistico finiva, inerzialmente, per riprodurne i rapporti sociali, con nuove forme di assoggettamento dei lavoratori ai gruppi di comando della produzione. La soddisfazione dei bisogni materiali e intellettuali delle masse veniva perciò continuamente rinviata a un sempre più re­moto futuro di "realizzazione" compiuta dello sviluppo produttivo. La resistenza opposta dalla classe operaia al ritorno del modello capitalistico ha continuato ad imporre le invarianti della piena occupazione, di un basso tasso di sfruttamento, della sicurezza sociale. Tutto ciò ha comportato la conseguenza inevitabile di un sistema economico a bassa produttività e a bassi livelli di consumi. Nonostante questo, e proprio a causa della sfiducia nelle masse popolari, si è voluta impostare la competizione con il capitalismo sul terreno, inevitabilmente perdente, del confronto dei consumi privati invece che della qualità della vita e dei valori collettivi.

Errori, dunque, distorsioni che stanno - insieme, ripeto, alla forza storica dell'avversario - alla radice di un fallimento e di una sconfitta, il cui peso grava oggi sulle nostre spalle; sulle spalle di tutti coloro che continuano a richiamarsi alla tradizione comunista. Essi si trovano di fronte a una doppia eredità. Da un parte, non possono che considerare la Rivoluzione d'ottobre come l'atto fondatore del proprio senso politico, come nella teoria lo è stato il pensiero di Marx. Dall'altro, essi devono comprendere in modo critico le ragioni della sconfitta che sono radicate nel processo storico seguito al 7 novembre. La tesi revisionistica dei due "totalitarismi" (che equipara l'esperienza rivoluzionaria ai fascismi europei) va respinta con fermezza, richiamandosi agli opposti contenuti di classe dei due sistemi. Ma questo non può significare l'identificazione del senso storico della Rivoluzione d'ottobre con la vicenda contraddittoria degli Stati socialisti. E' oggi un compito vitale riflettere a fondo sugli errori e le deviazioni del "socialismo realizzato", perché essi non sono stati né casuali né soggettivi, e perché oltre ad essi - ma nella traccia segnata dalla Rivoluzione d'ottobre - il progetto comunista possa trovare il suo nuovo inizio, dopo il compimento tragico e grandioso della modernità cui ha assistito il XX secolo.

Se la rivoluzione francese ha trovato il suo interprete critico in Hegel, e quelle dell'Ottocento lo hanno avuto in Marx, il grande settantennio che va del 7 novembre alla dissoluzione dell'Unione sovietica ha formato soprattutto l'oggetto di polemiche che raramente si sottraggono all'alternativa fra la stanca, e sempre più rara, ripetizione dell'apologia e la dilagante denigrazione degli avversari di sempre e ancor più dei freschi "pentiti". Così il compito di una comprensione critica (che non può prescindere dagli strumenti intellettuali del marxismo) viene sempre più dilazionato. Eppure esso non è dilazionabile, per chi si inscrive ancora nella tradizione e nella speranza del comunismo, per chi non vuol cedere né alla rassegnazione a un dominio del capitale nuovamente "naturalizzato" né alla disperazione del ribellismo senza storia e senza futuro.

L'autore è docente di Storia della filosofia all’Università di Pavia


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