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La direzione del partito aveva previsto una riunione del
comitato centrale nella prima settimana di luglio per discutere
e ragionare sulle novità intervenute: le elezioni politiche, poi
le amministrative, infine il referendum costituzionale. Ma nel
mese di giugno è accaduto un fatto nuovo, le dimissioni del
presidente del partito. Il compagno Cossutta, nonostante le
richieste, non ha voluto convocare il comitato centrale così
come previsto dallo statuto. Siamo stati costretti ad una
forzatura, facendo convocare il comitato centrale dalla
direzione. Questa la ragione del ritardo.
Abbiamo cercato di dissuadere Cossutta dalle dimissioni
anche con una votazione unanime della direzione. Abbiamo sperato
che venisse a spiegarci le sue motivazioni. Cossutta ha ritenuto
di non farlo, neanche nella lettera che mi ha inviato,
ovviamente a disposizione della segreteria. Le motivazioni lette
sui giornali, lo dico con rammarico, senza le ipocrisie della
politica, possono essere smentite dai fatti, dai comportamenti,
dalla linea politica che è l’esatto contrario del settarismo e
della chiusura che Cossutta ci addebita.
Ci attende un autunno di forti tensioni. Le elezioni
politiche ci offrono un quadro di riferimento nuovo rispetto al
passato. Il centro-sinistra ha vinto. Ma invito i compagni a
riflettere sulla circostanza che c’è stato un sostanziale
pareggio. Venticinquemila voti di scarto sono un’inezia. Alla
Camera abbiamo un margine più ampio perché c’è il premio di
maggioranza. Al Senato non è così. La maggioranza è
risicatissima e il più delle volte si conquista grazie al voto
dei senatori a vita. Le agenzie giornalistiche ci informano che
uno degli eletti dell’Idv, presidente della commissione difesa,
ha lasciato il partito ed è in procinto di traghettare in una
sorta di limbo, a metà strada tra centrodestra e centrosinistra,
portandosi dietro alcuni senatori. In sostanza, c’è il rischio
che al Senato, già da oggi, la maggioranza non ci sia più, anche
se simmetricamente sono in corso movimenti nel tentativo di
conquistare senatori della minoranza e spostarli dalla nostra
parte.
La mia riflessione sullo stato del paese è diversa da
quella fatta, in modo un po’ facilone, da alcuni alleati. Se la
campagna elettorale fosse durata una settimana di più, forse
avrebbe vinto Berlusconi, perché il centrosinistra ha fatto una
pessima campagna elettorale, rincorrendo i temi imposti da
Berlusconi, concentrando l’attenzione sulla tassa di
successione, la tassazione sulle rendite, il cuneo fiscale, sino
all’abolizione dell’Ici. Il centrosinistra è stato afasico,
senza parole, in qualche caso balbettante e, comunque, con voci
discordanti. Una pessima campagna elettorale!
Il gruppo dirigente della Confindustria si era
esplicitamente espresso a favore del centrosinistra, così come
il Corriere della Sera. Berlusconi a Vicenza, in un attacco
rivolto direttamente al gruppo dirigente di Confindustria, è
riuscito a riconquistare quel mondo dell’imprenditoria che
sembrava gli stesse sfuggendo. E la stessa cosa è riuscito a
fare con i commercianti.
Mi è tornata alla mente in quei giorni la discussione sul
fascismo tra Togliatti e Croce all’indomani della liberazione.
Croce sosteneva che il fascismo fosse stato una parentesi, lo
paragonò all’invasione degli Icsos, il popolo del mare che
arriva, conquista l’Egitto e poi se ne va. Vedeva il fascismo
come un corpo estraneo alla storia d’Italia. Togliatti rispose
che non era vero, che gli elementi di conservatorismo e di
reazione sono endemici alla realtà italiana. Ogni tanto
riemergono, portano alla devastazione del senso comune, alla
crisi dei valori di libertà ed eguaglianza. Per questo la
battaglia politica va fatta non soltanto sugli argomenti
materiali, ma anche introducendo elementi ideali e culturali.
Dopo la vittoria delle elezioni si è assistito nel
centro-sinistra a spettacoli non edificanti. Prima di tutto il
balletto sulle poltrone: presidenza della Camera, presidenza
della Repubblica e poi formazione del governo riuscendo a
battere ogni record con più di cento sottosegretari. A questo
balletto hanno partecipato, con maggiore o minore intensità,
tutti i partiti tranne il nostro.
Abbiamo conseguito un risultato elettorale che pochi si
attendevano: anche dentro il partito volavano uccelli del
malaugurio, c’erano compagni che prefiguravano sciagure
elettorali perché la nostra linea politica avrebbe portato al
disastro. Invece abbiamo aumentato i voti, il massimo risultato
da quando il partito esiste: in termini percentuali il 2,3%, ma
in termini assoluti circa trecentomila voti in più. Abbiamo
preso più voti dei Verdi, più di Di Pietro, molti di più
dell’Udeur e un soffio in meno rispetto alla Rosa nel Pugno che
pure nei pronostici era molto accrfeditata. Abbiamo svolto
un’efficace campagna elettorale. Molti, anche nel
centrosinistra, ci hanno attaccato, con insulti anche alla mia
persona, come nel caso della partecipazione alla manifestazione
per la Palestina, quando alcuni delinquentelli hanno gridato
“dieci, cento, mille Nassyria”, o quando ho detto che le mani di
Bush grondavano sangue. Un’elementare verità.
Abbiamo resistito! Per una somma di circostanze
favorevoli, ho avuto l’opportunità di incontrare in tv il
presidente del Consiglio. Abbiamo avuto l’occasione di smontare
le menzogne berlusconiane e far conoscere le nostre idee. Gli
italiani hanno capito che siamo persone serie e non bizzarri
tumultuanti.
Ora abbiamo due ottimi gruppi parlamentari. Al Senato
s’è conseguito un risultato politico che sembrava impensabile:
abbiamo ottenuto il capogruppo. Qualcuno, anche in
quell’occasione, considerava la richiesta velleitaria. I
risultati parlano da soli. Poi ci sono state le elezioni
amministrative e i risultati, per quanto a macchia di leopardo,
sono stati strepitosi. A poco più di un mese e mezzo dalle
politiche, il partito è cresciuto ulteriormente, e non sono
poche le città e le province dove abbiamo più voti o siamo alla
pari col Prc.
Cosa è successo tra le politiche e le amministrative? Una
cosa che avevamo previsto: Rifondazione, accettando la carica di
presidente della Camera, entrando al governo a pieno titolo e
diventando del governo il puntello principale, ha modificato
radicalmente la propria politica e il proprio profilo. C’è una
crisi di linea in quel partito. Per anni hanno detto che
“centrodestra e centrosinistra pari sono”, e ora accettano
supinamente qualunque cosa chiedano il centrosinistra e Prodi.
Vi è una crisi di autorevolezza e di prestigio del gruppo
dirigente, e lo si vede nella stessa maggioranza bertinottiana
che ha forti fibrillazioni e, in qualche caso, si è sfaldata,
proprio rispetto alla leadership di Giordano.
Lo spazio per noi si fa più grande! Perché
simmetricamente, sul versante dei Ds, si assiste ad un ulteriore
spostamento moderato. La posizione di Fassino sulle pensioni ha
creato uno sbandamento nell’elettorato. Dovunque io vada la
gente mi ferma e mi dice: “Non toccate le pensioni!”. E’ un tema
di portata enorme su cui va dispiegata tutta la nostra capacità
di azione politica.
Fassino ha contraddetto platealmente il programma
dell’Unione, perché lì si dicono tre cose sulle pensioni:
abolizione dello scalone; separazione tra assistenza e
previdenza; e infine si dice esplicitamente che l’aumento
dell’età pensionabile non avrà alcun effetto sulle casse dello
stato. Perché allora proporre di aumentare l’età pensionabile? E
vi sembra ragionevole tagliare gli insegnanti? Dopo che, per
tutta la campagna elettorale, abbiamo detto che avremmo
investito sulla scuola, sull’intelligenza dei ragazzi. E che
senso ha parlare di ticket sui ricoveri ospedalieri, di blocco
della contrattazione del pubblico impiego, di blocco del
turn-over? Lo spostamento moderato può essere la pietra tombale
dell’esecutivo Prodi. Potrebbe crearsi uno scollamento con il
nostro popolo, quello che ci ha votato.
Lo spazio per noi è grande. Lo sarà se sapremo declinare
con equilibrio e senza forzature la linea che ci siamo dati e
che propongo al partito di rilanciare. La sintetizzammo sul
binomio unità-autonomia. Oggi propongo di cambiare autonomia
con il termine diversità! E’ una differenza non solo semantica:
nella diversità sono comprese sia l’autonomia che la
competizione, ma con qualcosa in più. In che senso siamo unitari
e diversi? Siamo unitari perché - almeno sino a che sarò il
segretario del partito - non metteremo mai in difficoltà, fino a
farlo cadere, un governo di centrosinistra. Saremmo degli
irresponsabili. Noi teniamo la barra dritta e siamo unitari
davvero, nella sostanza. A questo governo, che rappresenta
l’equilibrio più avanzato con i rapporti di forza attuali, non
c’è alternativa. Se Prodi cade, o si va alle elezioni o ad un
governo di larghe intese. La sinistra sarebbe destinata alla
marginalità per il resto dei suoi giorni.
Ma unità è anche diversità. È la parola cara ad Enrico
Berlinguer e tiene insieme l’autonomia, la competizione a
sinistra, ma anche una cosa in più. Nella diversità c’è un
aspetto di natura etica che dobbiamo affrontare nel prossimo
congresso. Siamo i più leali con l’Unione, non dobbiamo avere
paura della diversità. Ma proprio perché siamo i più leali,
dobbiamo essere i più coerenti. Pensate alle grandi questioni
aperte, a partire dal conflitto di interessi. Dovremo incalzare
il governo. E incalzare il governo significa chiedere, come
stiamo facendo, non di fare ciò che vogliono i comunisti, ma di
attuare il programma. Questa deve essere la costante della
nostra azione politica.
Tutti i partiti dell’Unione hanno sottoscritto un
programma: sulle pensioni, sul fisco, sull’economia, sulla
scuola, sulla sanità, sul conflitto degli interessi, sulla
giustizia, sulle regole antimafia. Bene, quel programma va
attuato! E’ un compromesso molto avanzato. Non chiediamo cose
bizzarre, non chiediamo la luna, non siamo velleitari; chiediamo
il rispetto degli impegni presi, la coerenza della coalizione al
programma. Quando dicono “dobbiamo cambiare le pensioni”,
bisogna rispondere “dovevate dirlo prima agli elettori, così si
tradiscono gli italiani che ci hanno votato”.
Abbiamo tenuto una linea di unità dall’inizio della
legislatura ad oggi. E’ una linea che ha pagato. Lo si coglie
bene sulla politica estera, dove il governo ha avuto elementi di
discontinuità più che in qualunque altro settore. La vicenda
arabo-israeliana, l’atteggiamento sull’Iran, i rapporti con la
Siria e, più in generale, le dichiarazioni del ministro degli
Esteri sulla questione palestinese ci dicono che la politica
estera del governo è radicalmente cambiata. Resta il punto
dolente dell’Afghanistan, su cui abbiamo avuto un atteggiamento
di grande linearità. Eravamo e siamo radicalmente contrari, ci
siamo battuti, ma poiché non vogliamo fare cadere il governo
abbiamo votato a favore. È una linea decisa da due direzioni del
partito e da due riunioni congiunte dei gruppi di Camera e
Senato. Lo ripeto, eravamo contrari alla missione. Non come
Rifondazione che aveva già dato il suo assenso. Ma noi siamo
persone serie, abbiamo la testa sulle spalle e non vogliamo che
il governo cada.
All’interno di Rifondazione e dei Verdi c’erano dei
dissidenti perché i loro partiti si erano pronunciati a favore.
Dico con franchezza al comitato centrale che la nostra posizione
è stata danneggiata dalla circostanza che un compagno senatore
ha assunto una posizione individuale. Danneggiata perché è
sembrato che, essendoci un dissidente, anche noi fossimo a
favore della missione. Abbiamo assunto il nostro orientamento
negli organismi dirigenti, gli unici che contano. Non siamo un
club! Siamo un partito ed un partito che si chiama comunista. Il
compagno Rossi ha dichiarato alla segreteria del partito
dell’Emilia Romagna che io sarei stato d’accordo con lui nelle
prese di posizione che ha assunto nella vicenda, che mi sarei
congratulato con lui. Sono stato e sono radicalmente contrario
al comportamento tenuto dal compagno Rossi. L’ho persino
chiamato per cercare di dissuaderlo.
I parlamentari a chi rispondono? Alla loro coscienza? Con
questa legge elettorale si viene eletti o nominati? Si viene
nominati! Il compagno Rossi è stato eletto nelle Marche con una
forzatura. Chiedo scusa ai compagni delle Marche per quella
forzatura. E’ il partito che ci elegge e noi rispondiamo al
partito. Ecco allora che torna il tema della diversità. E nella
diversità comunista c’è anche la lotta all’opportunismo.
Dopo l’Afghanistan c’è stato l’indulto. Ci siamo
astenuti, com’è noto. Alcuni deputati erano a favore, altri
contro. Quando abbiamo deciso di astenerci? Quando Rifondazione
ha fatto un inciucio con Forza Italia e i Ds inserendo
nell’indulto alcuni reati finanziari in cambio della presidenza
della Commissione Antimafia per Francesco Forgione. C’è stata
sofferenza nel gruppo, ma abbiamo votato tutti nello stesso
modo. Stessa cosa è accaduta al Senato (con un distinguo del
compagno Cossutta).
Sulla finanziaria chiedo di avere la stessa compattezza.
Avremo passaggi delicatissimi. Bisognerà essere determinati ed
equilibrati. Chiedo al Comitato centrale di sostenere la
proposta di dare battaglia sulle grandi questioni sociali
attravedrso una serie di emendamenti. Dobbiamo tirare la corda,
senza mai spezzarla.
Mi batterò al congresso affinché il partito accentui
l’aspetto “laburista”. Dobbiamo ancora di più caratterizzarci
come il partito che ha la falce e il martello non solo in
omaggio ad un glorioso passato, ma perché sono i simboli del
lavoro, perché la contraddizione capitale-lavoro resta quella
fondativa. La campagna dei nostri capigruppo sulla scala mobile
è eccellente. Finora la cifra del partito è stata più sulla pace
e sulla cultura. Va sviluppata una campagna forte sui temi del
lavoro, perché un partito comunista non può che essere il
partito dei lavoratori.
Unità e diversità, dunque, anche nel costume. Dobbiamo
aprire nel partito una campagna contro l’opportunismo, chiamando
le cose con il loro nome. Le ambizioni individuali sono giuste,
lecite, sino a quando sono subordinate a quelle collettive.
Ci riusciremo? Io ci proverò e chiedo al Comitato
centrale di aiutarmi, perché può dipenderne uno straordinario
sviluppo del partito.
Le ambizioni, gli opportunismi sono un virus potente
tanto al centro quanto nella periferia. Dov’è che ci sono i
maggiori contrasti? Sulla linea politica? Rarissimamente. Sono
sulle candidature. E gli abbandoni del partito non sono avvenuti
su questioni ideali, ma se si veniva o no ricandidati. È
accaduto nel 2001 e quest’anno. E’ un malcostume che va
combattuto.
I giovani di questo partito sono una risorsa
inestimabile. Hanno passione e ragione, voglia di fare e di
cambiare il mondo. La stragrande maggioranza non insegue
l’ambizione personale. Ne approfitto per fare un plauso ai
compagni della Fgci che sono bravissimi e vanno aiutati. Il
partito potrà crescere se saprà dimostrare con i comportamenti
che si può fare politica senza chiedere. Il 90% dell’attività
del segretario del partito è quella di occuparsi dei contrasti
interni per le collocazioni. Non sono più disponibile e intendo
dare battaglia anche nella formazione dei gruppi dirigenti.
Il risultato elettorale positivo ci ha creato un
problema, e cioè lo spostamento dell’asse di direzione dal
partito ai gruppi parlamentari. Si deve porre rimedio perché un
partito che si appiattisce sui gruppi istituzionali diventa
asfittico. Occorre mettere mano allo svuotamento del gruppo
dirigente centrale e di alcuni dipartimenti chiave.
E vengo specificatamente al congresso. Nell’ambito della
nostra linea politica, una delle idee-forza che ha fatto
crescere il partito è l’unità della sinistra. Un tema che ho
lasciato fuori dal rapporto con il governo, perché è cosa
diversa. Ma l’unità della sinistra è il tema attraverso cui
abbiamo parlato agli elettori. La nostra idea di riunificare la
sinistra è forte, ci consente di parlare a tutto il nostro
popolo. Non vagheggiamo fratture, scomposizioni, ricomposizioni
di altri partiti: noi chiediamo la costruzione in Italia di una
grande sinistra unita in forma federata, dove ciascuno mantenga
la propria identità. Questa proposta si rivolge a tutti i Ds, a
tutta Rifondazione, a tutti i Verdi. La nascita del partito
democratico – che mi sembra improbabile - sarebbe una sciagura
per tutta la sinistra. No, dunque, a ragionamenti opportunistici
del tipo “se si scindono quel pezzo viene da me e non va da
Rifondazione”. Ad oggi il partito democratico non c’è, e noi
dobbiamo continuare la battaglia perché non si faccia. Noi
vogliamo fare con tutta la sinistra una grande operazione
unitaria.
Chiunque, alla festa di Rinascita, abbia partecipato al
dibattito tra me e Prodi, ha visto una quantità enorme di gente.
C’è attenzione, c’è simpatia. Possiamo affrontare la stagione
congressuale facendo del congresso un evento politico che faccia
parlare di noi e ci faccia conoscere meglio. Ma perché sia un
evento, c’è un ultimo passaggio. Chi, come me e come la
maggioranza di noi, viene dalla storia di Rifondazione, sa che è
dal 1991 che, di crisi in crisi, di scissione in scissione, i
gruppi dirigenti hanno passato più tempo a combattersi che a
costruire. Dopo la scissione, abbiamo vissuto qualche anno di
relativa calma. Relativa perché non sono mancati abbandoni e
fibrillazioni. L’ultima vicenda è stata la più dolorosa, almeno
per me. Non ho mai fatto nulla contro il compagno Cossutta, ho
cercato di mediare sino all’ultimo giorno. Gli ho anche scritto
una lettera estiva, senza ricevere risposta. Me ne dispiace. Ora
leggo che ci sarebbe una nuova guerra, in questo caso tra me e
Rizzo. Non ne posso più, compagni! Non c’è nessuna guerra tra me
e Rizzo! Non c’è il motivo del contendere! Tra noi c’è una
normale dialettica, abbiamo un rapporto non competitivo, anche
perché siamo diversissimi e quindi complementari. Vorrei che
tutti lo capissero e se ne convincessero.
La mia proposta è che si lavori ad un documento
congressuale di una ventina di cartelle, snello, semplice, per
coinvolgere nella lettura e nella discussione il maggior numero
possibile di compagni. Un documento tutto politico per un
congresso di impianto, di linea: politica estera, rapporti con
il governo, unità a sinistra, svolta laburista. La mia opinione
è che il documento arrivi al congresso senza emendamenti, ma con
la possibilità di documenti alternativi, com’è nella tradizione.
Senza emendamenti per evitare che si possono costruire, come
dire?, aggregazioni di altra natura. Il documento sarà quello
che il comitato centrale approverà. Se un compagno vorrà
presentare un documento alternativo, lo potrà fare. Ritengo che
il documento debba essere una responsabilità politica del
segretario del partito che ovviamente lo scriverà con l’ausilio
della segreteria. Vorrei evitare un nuovo organismo, una
commissione politica di settanta persone. Ne abbiamo già uno, la
direzione del partito, largamente rappresentativa, eventualmente
integrata da specifiche competenze.
Per riassumere: proporrei al comitato centrale una bozza
di documento redatto da me con l’ausilio della segreteria;
questo documento sarà discusso dalla direzione come se essa
fosse la commissione politica. Successivamente si arriverà ad
una nuova riunione del comitato centrale per discutere il
documento approvato dalla direzione e licenziarlo poi per i
congressi, quelli federali, quelli regionali e quant’altro. Una
commissione però è obbligatoria, quella sullo Statuto e sulle
regole, che verrà nominata dalla direzione del partito. Dovremo
intervenire sullo statuto per aggiustare e modificare alcune
cose un po’ anacronistiche e di funzionamento. Insieme allo
statuto, la commissione si occuperà anche delle regole. Quindi
nella riunione di ottobre del comitato centrale si discuteranno
ed approveranno il documento politico e le regole con cui si
andrà al congresso.
Possiamo vincere le scommesse del futuro se saremo tutti
insieme, se la stagione che si apre sarà la stagione della
collegialità nella direzione del partito. Io sono per una
moltiplicazione di ruoli, di incarichi, perché tutti si sentano
partecipi nel processo di costruzione del partito. Un partito
aperto, spregiudicato, all’attacco, che parla a tutta la
sinistra, non soltanto ai militanti ma al popolo della sinistra.
Un partito che cresca, che diventi grande. Assieme possiamo
riuscirci. |