COMITATO CENTRALE

La relazione del segretario,
Oliviero Diliberto

Roma, 9 settembre 2006

 

La direzione del partito aveva previsto una riunione del comitato centrale nella prima settimana di luglio per discutere e ragionare sulle novità intervenute: le elezioni politiche, poi le amministrative, infine il referendum costituzionale. Ma nel mese di giugno è accaduto un fatto nuovo, le dimissioni del presidente del partito. Il compagno  Cossutta, nonostante le richieste, non ha voluto convocare il comitato centrale così come previsto dallo statuto. Siamo stati costretti ad una forzatura, facendo convocare il comitato centrale dalla direzione. Questa la ragione del ritardo.

Abbiamo cercato di dissuadere Cossutta dalle dimissioni anche con una votazione unanime della direzione. Abbiamo sperato che venisse a spiegarci le sue motivazioni. Cossutta ha ritenuto di non farlo, neanche nella lettera che mi ha inviato, ovviamente a disposizione della segreteria. Le motivazioni lette sui giornali, lo dico con rammarico, senza le ipocrisie della politica, possono essere smentite dai fatti, dai comportamenti, dalla linea politica che è l’esatto contrario del settarismo e della chiusura che Cossutta ci addebita.

Ci attende un autunno di forti tensioni. Le elezioni politiche ci offrono un quadro di riferimento nuovo rispetto al passato. Il centro-sinistra ha vinto. Ma invito i compagni a riflettere sulla circostanza che c’è stato un sostanziale pareggio. Venticinquemila voti di scarto sono un’inezia. Alla Camera abbiamo un margine più ampio perché c’è il premio di maggioranza. Al Senato non è così. La maggioranza è risicatissima e il più delle volte si conquista grazie al voto dei senatori a vita. Le agenzie giornalistiche ci informano che uno degli eletti dell’Idv, presidente della commissione difesa, ha lasciato il partito ed è in procinto di traghettare in una sorta di limbo, a metà strada tra centrodestra e centrosinistra, portandosi dietro alcuni senatori. In sostanza, c’è il rischio che al Senato, già da oggi, la maggioranza non ci sia più, anche se simmetricamente sono in corso movimenti nel tentativo di conquistare senatori della minoranza e spostarli dalla nostra parte.

La mia riflessione sullo stato del paese è diversa da quella fatta, in modo un po’ facilone, da alcuni alleati. Se la campagna elettorale fosse durata una settimana di più, forse avrebbe vinto Berlusconi, perché il centrosinistra ha fatto una pessima campagna elettorale, rincorrendo i temi imposti da Berlusconi, concentrando l’attenzione sulla tassa di successione, la tassazione sulle rendite, il cuneo fiscale, sino all’abolizione dell’Ici. Il centrosinistra è stato afasico, senza parole, in qualche caso balbettante e, comunque, con voci discordanti. Una pessima campagna elettorale!

Il gruppo dirigente della Confindustria si era esplicitamente espresso a favore del centrosinistra, così come il Corriere della Sera. Berlusconi a Vicenza, in un attacco rivolto direttamente al gruppo dirigente di Confindustria, è riuscito a riconquistare quel mondo dell’imprenditoria che sembrava gli stesse sfuggendo. E la stessa cosa è riuscito a fare con i commercianti.

Mi è tornata alla mente in quei giorni la discussione sul fascismo tra Togliatti e Croce all’indomani della liberazione. Croce sosteneva che il fascismo fosse stato una parentesi, lo paragonò all’invasione degli Icsos, il popolo del mare che arriva, conquista l’Egitto e poi se ne va. Vedeva il fascismo come un corpo estraneo alla storia d’Italia. Togliatti rispose che non era vero, che gli elementi di conservatorismo e di reazione sono endemici alla realtà italiana. Ogni tanto riemergono, portano alla devastazione del senso comune, alla crisi dei valori di libertà ed eguaglianza. Per questo la battaglia politica va fatta non soltanto sugli argomenti materiali, ma anche introducendo elementi ideali e culturali.

Dopo la vittoria delle elezioni si è assistito nel centro-sinistra a spettacoli non edificanti. Prima di tutto il balletto sulle poltrone: presidenza della Camera, presidenza della Repubblica e poi formazione del governo riuscendo a battere ogni record con più di cento sottosegretari. A questo balletto hanno partecipato, con maggiore o minore intensità, tutti i partiti tranne il nostro.

Abbiamo conseguito un risultato elettorale che pochi si attendevano: anche dentro il partito volavano uccelli del malaugurio, c’erano compagni che prefiguravano sciagure elettorali perché la nostra linea politica avrebbe portato al disastro. Invece abbiamo aumentato i voti, il massimo risultato da quando il partito esiste: in termini percentuali il 2,3%, ma in termini assoluti circa trecentomila voti in più. Abbiamo preso più voti dei Verdi, più di Di Pietro, molti di più dell’Udeur e un soffio in meno rispetto alla Rosa nel Pugno che pure nei pronostici era molto accrfeditata. Abbiamo svolto un’efficace campagna elettorale. Molti, anche nel centrosinistra, ci hanno attaccato, con  insulti anche alla mia persona, come nel caso della partecipazione alla manifestazione per la Palestina, quando alcuni delinquentelli hanno gridato “dieci, cento, mille Nassyria”, o quando ho detto che le mani di Bush grondavano sangue. Un’elementare verità.

Abbiamo resistito! Per una somma di circostanze favorevoli, ho avuto l’opportunità di incontrare in tv il presidente del Consiglio. Abbiamo avuto l’occasione di smontare le menzogne berlusconiane e far conoscere le nostre idee. Gli italiani hanno capito che siamo persone serie e non bizzarri tumultuanti.

Ora abbiamo due ottimi gruppi parlamentari.  Al Senato s’è conseguito un risultato politico che sembrava impensabile: abbiamo ottenuto il capogruppo. Qualcuno, anche in quell’occasione, considerava la richiesta velleitaria. I risultati parlano da soli. Poi ci sono state le elezioni amministrative e i risultati, per quanto a macchia di leopardo, sono stati strepitosi. A poco più di un mese e mezzo dalle politiche, il partito è cresciuto ulteriormente, e non sono poche le città e le province dove abbiamo più voti o siamo alla pari col Prc.

Cosa è successo tra le politiche e le amministrative? Una cosa che avevamo previsto: Rifondazione, accettando la carica di presidente della Camera, entrando al governo a pieno titolo e diventando del governo il puntello principale, ha modificato radicalmente la propria politica e il proprio profilo. C’è una crisi di linea in quel partito. Per anni hanno detto che “centrodestra e centrosinistra pari sono”, e ora accettano supinamente qualunque cosa chiedano il centrosinistra e Prodi. Vi è una crisi di autorevolezza e di prestigio del gruppo dirigente, e lo si vede nella stessa maggioranza bertinottiana che ha forti fibrillazioni e, in qualche caso, si è sfaldata, proprio rispetto alla leadership di Giordano.

Lo spazio per noi si fa più grande! Perché simmetricamente, sul versante dei Ds, si assiste ad un ulteriore spostamento moderato. La posizione di Fassino sulle pensioni ha creato uno sbandamento nell’elettorato. Dovunque io vada la gente mi ferma e mi dice: “Non toccate le pensioni!”. E’ un tema di portata enorme su cui va dispiegata tutta la nostra capacità di azione politica.

Fassino ha contraddetto platealmente il programma dell’Unione, perché lì si dicono tre cose sulle pensioni: abolizione dello scalone; separazione tra assistenza e previdenza; e infine si dice esplicitamente che l’aumento dell’età pensionabile non avrà alcun effetto sulle casse dello stato. Perché allora proporre di aumentare l’età pensionabile? E vi sembra ragionevole tagliare gli insegnanti? Dopo che, per tutta la campagna elettorale, abbiamo detto che avremmo investito sulla scuola, sull’intelligenza dei ragazzi. E che senso ha parlare di ticket sui ricoveri ospedalieri, di blocco della contrattazione del pubblico impiego, di  blocco del turn-over? Lo spostamento moderato può essere la pietra tombale dell’esecutivo Prodi. Potrebbe crearsi uno scollamento con il nostro popolo, quello che ci ha votato.

Lo spazio per noi è grande. Lo sarà se sapremo declinare con equilibrio e senza forzature la linea che ci siamo dati e che propongo al partito di rilanciare. La sintetizzammo sul binomio unità-autonomia.  Oggi propongo di cambiare autonomia con il termine diversità! E’ una differenza non solo semantica: nella diversità sono comprese sia l’autonomia che la competizione, ma con qualcosa in più. In che senso siamo unitari e diversi? Siamo unitari perché - almeno sino a che sarò il segretario del partito - non metteremo mai in difficoltà, fino a farlo cadere, un governo di centrosinistra. Saremmo degli irresponsabili. Noi teniamo la barra dritta e siamo unitari davvero, nella sostanza. A questo governo, che rappresenta l’equilibrio più avanzato con i rapporti di forza attuali, non c’è alternativa. Se Prodi cade, o si va alle elezioni o ad un governo di larghe intese. La sinistra sarebbe destinata alla marginalità per il resto dei suoi giorni.

Ma unità è anche diversità. È la parola cara ad Enrico Berlinguer e tiene insieme l’autonomia, la competizione a sinistra, ma anche una cosa in più. Nella diversità c’è un aspetto di natura etica che dobbiamo affrontare nel prossimo congresso. Siamo i più leali con l’Unione, non dobbiamo avere paura della diversità. Ma proprio perché siamo i più leali, dobbiamo essere i più coerenti. Pensate alle grandi questioni aperte, a partire dal conflitto di interessi. Dovremo incalzare il governo. E incalzare il governo significa chiedere, come stiamo facendo, non di fare ciò che vogliono i comunisti, ma di attuare il programma. Questa deve essere la costante della nostra azione politica.

Tutti i partiti dell’Unione hanno sottoscritto un programma: sulle pensioni, sul fisco, sull’economia, sulla scuola, sulla sanità, sul conflitto degli interessi, sulla giustizia, sulle regole antimafia. Bene, quel programma va attuato! E’ un compromesso molto avanzato. Non chiediamo cose bizzarre, non chiediamo la luna, non siamo velleitari; chiediamo il rispetto degli impegni presi, la coerenza della coalizione al programma. Quando dicono “dobbiamo cambiare le pensioni”, bisogna rispondere “dovevate dirlo prima agli elettori, così si tradiscono gli italiani che ci hanno votato”.

Abbiamo tenuto una linea di unità dall’inizio della legislatura ad oggi. E’ una linea che ha pagato. Lo si coglie bene sulla politica estera, dove il governo ha avuto elementi di discontinuità più che in qualunque altro settore. La vicenda arabo-israeliana, l’atteggiamento sull’Iran, i rapporti con la Siria e, più in generale, le dichiarazioni del ministro degli Esteri sulla questione palestinese ci dicono che la politica estera del governo è radicalmente cambiata. Resta il punto dolente dell’Afghanistan, su cui abbiamo avuto un atteggiamento di grande linearità. Eravamo e siamo radicalmente contrari, ci siamo battuti, ma poiché non vogliamo fare cadere il governo abbiamo votato a favore. È una linea decisa da due direzioni del partito e da due riunioni congiunte dei gruppi di Camera e Senato. Lo ripeto, eravamo contrari alla missione. Non come Rifondazione che aveva già dato il suo assenso. Ma noi siamo persone serie, abbiamo la testa sulle spalle e non vogliamo che il governo cada.

All’interno di Rifondazione e dei Verdi c’erano dei dissidenti perché i loro partiti si erano pronunciati a favore. Dico con franchezza al comitato centrale che la nostra posizione è stata danneggiata dalla circostanza che un compagno senatore ha assunto una posizione individuale. Danneggiata perché è sembrato che, essendoci un dissidente, anche noi fossimo a favore della missione. Abbiamo assunto il nostro orientamento negli organismi dirigenti, gli unici che contano. Non siamo un club! Siamo un partito ed un partito che si chiama comunista. Il compagno Rossi ha dichiarato alla segreteria del partito dell’Emilia Romagna che io sarei stato d’accordo con lui nelle prese di posizione che ha assunto nella vicenda, che mi sarei congratulato con lui. Sono stato e sono radicalmente contrario al comportamento tenuto dal compagno Rossi. L’ho persino chiamato per cercare di dissuaderlo.

I parlamentari a chi rispondono? Alla loro coscienza? Con questa legge elettorale si viene eletti o nominati? Si viene nominati! Il compagno Rossi è stato eletto nelle Marche con una forzatura. Chiedo scusa ai compagni delle Marche per quella forzatura. E’ il partito che ci elegge e noi rispondiamo al partito. Ecco allora che torna il tema della diversità. E nella diversità comunista c’è anche la lotta all’opportunismo.

Dopo l’Afghanistan c’è stato l’indulto. Ci siamo astenuti, com’è noto. Alcuni deputati erano a favore, altri contro. Quando abbiamo deciso di astenerci? Quando Rifondazione ha fatto un inciucio con Forza Italia e i Ds inserendo nell’indulto alcuni reati finanziari in cambio della presidenza della Commissione Antimafia per Francesco Forgione. C’è stata sofferenza nel gruppo, ma abbiamo votato tutti nello stesso modo. Stessa cosa è accaduta al Senato (con un distinguo del compagno Cossutta).

Sulla finanziaria chiedo di avere la stessa compattezza. Avremo passaggi delicatissimi. Bisognerà essere determinati ed equilibrati. Chiedo al Comitato centrale di sostenere la proposta di dare battaglia sulle grandi questioni sociali attravedrso una serie di emendamenti. Dobbiamo tirare la corda, senza mai spezzarla.

Mi batterò al congresso affinché il partito accentui l’aspetto “laburista”. Dobbiamo ancora di più caratterizzarci come il partito che ha la falce e il martello non solo in omaggio ad un glorioso passato, ma perché sono i simboli del lavoro, perché la contraddizione capitale-lavoro resta quella fondativa. La campagna dei nostri capigruppo sulla scala mobile è eccellente. Finora la cifra del partito è stata più sulla pace e sulla cultura. Va sviluppata una campagna forte sui temi del lavoro, perché un partito comunista non può che essere il partito dei lavoratori.

Unità e diversità, dunque, anche nel costume. Dobbiamo aprire nel partito una campagna contro l’opportunismo, chiamando le cose con il loro nome. Le ambizioni individuali sono giuste, lecite, sino a quando sono subordinate a quelle collettive.

Ci riusciremo? Io ci proverò e chiedo al Comitato centrale di aiutarmi, perché può dipenderne uno straordinario sviluppo del partito.

Le ambizioni, gli opportunismi sono un virus potente tanto al centro quanto nella periferia. Dov’è che ci sono i maggiori contrasti? Sulla linea politica? Rarissimamente. Sono sulle candidature. E gli abbandoni del partito non sono avvenuti su questioni ideali, ma se si veniva o no ricandidati. È accaduto nel 2001 e quest’anno. E’ un malcostume che va combattuto.

I giovani di questo partito sono una risorsa inestimabile. Hanno passione e ragione, voglia di fare e di cambiare il mondo. La stragrande maggioranza non insegue l’ambizione personale. Ne approfitto per fare un plauso ai compagni della Fgci che sono bravissimi e vanno aiutati. Il partito potrà crescere se saprà dimostrare con i comportamenti che si può fare politica senza chiedere. Il 90% dell’attività del segretario del partito è quella di occuparsi dei contrasti interni per le collocazioni. Non sono più disponibile e intendo dare battaglia anche nella formazione dei gruppi dirigenti.

Il risultato elettorale positivo ci ha creato un problema, e cioè lo spostamento dell’asse di direzione dal partito ai gruppi parlamentari. Si deve porre rimedio perché un partito che si appiattisce sui gruppi istituzionali diventa asfittico. Occorre mettere mano allo svuotamento del gruppo dirigente centrale e di alcuni dipartimenti chiave.

E vengo specificatamente al congresso. Nell’ambito della nostra linea politica, una delle idee-forza che ha fatto crescere il partito è l’unità della sinistra. Un tema che ho lasciato fuori dal rapporto con il governo, perché è cosa diversa. Ma l’unità della sinistra è il tema attraverso cui abbiamo parlato agli elettori. La nostra idea di riunificare la sinistra è forte, ci consente di parlare a tutto il nostro popolo. Non vagheggiamo fratture, scomposizioni, ricomposizioni di altri partiti: noi chiediamo la costruzione in Italia di una grande sinistra unita in forma federata, dove ciascuno mantenga la propria identità. Questa proposta si rivolge a tutti i Ds, a tutta Rifondazione, a tutti i Verdi. La nascita del partito democratico – che mi sembra improbabile - sarebbe una sciagura per tutta la sinistra. No, dunque, a ragionamenti opportunistici del tipo “se si scindono quel pezzo viene da me e non va da Rifondazione”. Ad oggi il partito democratico non c’è, e noi dobbiamo continuare la battaglia perché non si faccia. Noi vogliamo fare con tutta la sinistra una grande operazione unitaria.

Chiunque, alla festa di Rinascita, abbia partecipato al dibattito tra me e Prodi, ha visto una quantità enorme di gente. C’è attenzione, c’è simpatia. Possiamo affrontare la stagione congressuale facendo del congresso un evento politico che faccia parlare di noi e ci faccia conoscere meglio. Ma perché sia un evento, c’è un ultimo passaggio. Chi, come me e come la maggioranza di noi, viene dalla storia di Rifondazione, sa che è dal 1991 che, di crisi in crisi, di scissione in scissione, i gruppi dirigenti hanno passato più tempo a combattersi che a costruire. Dopo la scissione, abbiamo vissuto qualche anno di relativa calma. Relativa perché non sono mancati abbandoni e fibrillazioni. L’ultima vicenda è stata la più dolorosa, almeno per me. Non ho mai fatto nulla contro il compagno Cossutta, ho cercato di mediare sino all’ultimo giorno. Gli ho anche scritto una lettera estiva, senza ricevere risposta. Me ne dispiace. Ora leggo che ci sarebbe una nuova guerra, in questo caso tra me e Rizzo. Non ne posso più, compagni! Non c’è nessuna guerra tra me e Rizzo! Non c’è il motivo del contendere! Tra noi c’è una normale dialettica, abbiamo un rapporto non competitivo, anche perché siamo diversissimi e quindi complementari. Vorrei che tutti lo capissero e se ne convincessero.

La mia proposta è che si lavori ad  un documento congressuale di una ventina di cartelle, snello, semplice, per coinvolgere nella lettura e nella discussione il maggior numero possibile di compagni. Un documento tutto politico per un congresso di impianto, di linea: politica estera, rapporti con il governo, unità a sinistra, svolta laburista. La mia opinione è che il documento arrivi al congresso senza emendamenti, ma con la possibilità di documenti alternativi, com’è nella tradizione. Senza emendamenti per evitare che si possono costruire, come dire?, aggregazioni di altra natura. Il documento sarà quello che il comitato centrale approverà. Se un compagno vorrà presentare un documento alternativo, lo potrà fare. Ritengo che il documento debba essere una responsabilità politica del segretario del partito che ovviamente lo scriverà con l’ausilio della segreteria. Vorrei evitare un nuovo organismo, una commissione politica di settanta persone. Ne abbiamo già uno, la direzione del partito, largamente rappresentativa, eventualmente integrata da specifiche competenze.

Per riassumere: proporrei al comitato centrale una bozza di documento redatto da me con l’ausilio della segreteria; questo documento sarà discusso dalla direzione come se essa fosse la commissione politica. Successivamente si arriverà ad una nuova riunione del comitato centrale per discutere il documento approvato dalla direzione e licenziarlo poi per i congressi, quelli federali, quelli regionali e quant’altro. Una commissione però è obbligatoria, quella sullo Statuto e sulle regole, che verrà nominata dalla direzione del partito. Dovremo intervenire sullo statuto per aggiustare e modificare alcune cose un po’ anacronistiche e di funzionamento. Insieme allo statuto, la commissione si occuperà anche delle regole. Quindi nella riunione di ottobre del comitato centrale si discuteranno ed approveranno il documento politico e le regole con cui si andrà al congresso.

Possiamo vincere le scommesse del futuro se saremo tutti insieme, se la stagione che si apre sarà la stagione della collegialità nella direzione del partito. Io sono per una moltiplicazione di ruoli, di incarichi, perché tutti si sentano partecipi nel processo di costruzione del partito. Un partito aperto, spregiudicato, all’attacco, che parla a tutta la sinistra, non soltanto ai militanti ma al popolo della sinistra. Un partito che cresca, che diventi grande. Assieme possiamo riuscirci.



COMITATO CENTRALE
del 14 e 15 gennaio 2006
- La relazione del segretario

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Comunicato

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D
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COMITATO CENTRALE
del 29 e 30 giugno 2002

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- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

DIREZIONE NAZIONALE
del 18 aprile 2002

Fortissime perplessità sullo "statuto dei lavori"
Ufficio stampa

A UN ANNO DA BELLARIA
La confederazione della Sinistra per il lavoro, la pace e i diritti
di Oliviero Diliberto
Da "La Rinascita della Sinistra"

COMITATO CENTRALE
 del 26 gennaio 2002

La relazione del Segretario, O. Diliberto
"Due campagne nazionali su giustizia e lavoro"

Le conclusioni di Diliberto
"Il partito cresce ovunque, continuiamo così"

Dopo Bellaria
I compiti di chi guarda avanti per costruire
di Carlo Benedetti
Da "La Rinascita della Sinistra"