COMITATO CENTRALE

La relazione del segretario,
Oliviero Diliberto

Roma, 14 gennaio 2006

 

Mi fa piacere iniziare la relazione informando i compagni e le compagne del Comitato Centrale di un dato incoraggiante, reso noto nella giornata di giovedì. Sono stati pubblicati, come qualcuno avrà visto, tre diversi sondaggi relativi alle prossime elezioni politiche, rispettivamente di Abacus, di Sky e di Repubblica on line. Quello di Abacus ci dà al 2,5-3 per cento, in un positivo trend di crescita; quello di Sky al 2,5 per cento e quello di Repubblica on line al 3 per cento pieno.

Di solito i sondaggi ci sottostimano. Ricordo che alla vigilia delle elezione regionali, meno di un anno fa, eravamo quotati tra l’1,8 e il 2 per cento, mentre abbiamo raggiunto il 2,8 per cento. 

Il Partito: Una crescita lenta ma costante.

La nota di ottimismo con cui ho iniziato la relazione non fa velo alla consapevolezza che la battaglia elettorale sarà durissima. Per i comunisti italiani rappresenta l’approdo di una fase - uso volutamente un’espressione antica – quinquennale.

Nel 2001 il risultato fu negativo, l’1,7 per cento, tanto da indurci a tenere un congresso straordinario. Alle provinciale del 2003 raggiungemmo il 2,2 per cento e alle europee del 2004 il 2,4, sino ad arrivare alle regionali del 2005 (la Basilicata votò successivamente e la Calabria non era computata perché ci presentavamo insieme all’Italia dei Valori) che dettero un risultato finale del 2,8 per cento.

Cinque anni di crescita lenta ma costante. Merito del lavoro di tutti voi, compagne e compagni, un lavoro che nei territori, con alti e bassi e con differenze da regione a regione e da provincia a provincia, ha portato ad un consolidamento del partito.

Il tempo in cui qualcuno parlava della nostra transitorietà è diventato solo un ricordo degli anni passati. Vari segnali ci dicono che il partito c’è, è in campo. Lo si comprende dal fatto che nelle urne ci sono molti meno errori, che il nostro simbolo è diventato progressivamente riconoscibile. Lo si comprende dal fatto che, contrariamente al passato, abbiamo conquistato una presenza diffusa nelle istituzioni locali. Non c’è regione dove non ci sia un nostro consigliere, e laddove governa il centrosinistra c’è la presenza di nostri assessori.

Possiamo dire di aver fatto è un piccolo miracolo perché, pur con tutti i nostri limiti, ad iniziare da quelli di chi vi parla, pochi avrebbero scommesso sull’esistenza e sul consolidamento, non solo organizzativo ma anche elettorale, di un partito comunista che ha raggiunto ad oggi il consenso di più di 800.000 mila persone. La nostra è stata una grande scommessa politica di cui essere orgogliosi, per certi versi un azzardo, ma evidentemente l’analisi che ci aveva portato nel ‘98 a fondare il Pdci era giusta, corretta. Oggi siamo nelle condizioni di affrontare la campagna elettorale puntando ad una ulteriore crescita del partito. E io sono convinto che questa crescita ci sarà, perché continuerà a crescere, nella società italiana, il bisogno politico di un partito comunista.

 

La nostra linea politica

Il partito cresce grazie al lavoro di ciascuno di noi, ma cresce anche - ed è il primo tema che voglio sottoporre alla vostra attenzione - per una rinnovata linea politica o, per meglio dire, per una declinazione della linea politica in forma più dinamica che nel passato. Questa linea politica si fonda su due elementi qualificanti.

Il primo è il tema delle alleanze, dei rapporti con la società e con gli altri. Abbiamo caratterizzato il nostro partito, perlomeno dalla europee in poi, come un partito aperto, non settario, non ideologico, un partito che parla a tutte le donne e gli uomini della sinistra, che parla il linguaggio dell’unità. È la linea della Confederazione della Sinistra. Una linea ardua. Il fallimento della lista arcobaleno ne è la prova, e tuttavia una linea che ci ha fatto conquistare simpatie e consensi, che ci ha fatto crescere perché aggressiva, perché incalza gli altri partiti su un elemento proprio della sinistra, l’unità.

Il secondo tema - che credo rappresenti bene l’evoluzione della nostra linea politica - è stata ed è la competizione a sinistra. Competizione mai politicista, sempre sui contenuti che interessano tutto il popolo della sinistra e non solo. Penso alla politica estera, alla decisione con cui abbiamo sostenuto e sosteniamo le ragioni della pace. Sono queste ragioni che ci hanno spunto ad abbandonare, tra novembre e dicembre, il tavolo programmatico dell’Unione. Troppo pesante era l’arretramento moderato del programma relativamente al tema del ritiro delle truppe dall’Iraq. Abbiamo tenuto duro su temi che per la sinistra sono fortemente identitari: Cuba, la grande questione della Palestina, il Medio Oriente. I due capisaldi della nostra linea - unità e apertura del partito e competizione e rigore sui contenuti - ci caratterizzano fortemente a sinistra, sia rispetto a Rifondazione che ai Ds. La prima balbetta sui contenuti, in un eclettismo politico-culturale di cui più volte abbiamo parlato; i secondi hanno imboccato la strada fortemente moderata del partito democratico.

Recentemente il compagno Bertinotti è andato in Cina, credo con l’obiettivo politico di polemizzare con i cinesi per imprimere un altro colpo alla tradizione comunista in senso nuovista, libertario, non violento. Quel viaggio si è trasformato in un balbettio. Rifondazione è in mezzo al guado. Non può tirare la corda perché troppo vivo è ancora il ricordo della sua responsabilità per la caduta del governo Prodi nel ’98. Su molte questioni deve essere più che realista, ma contemporaneamente deve rispondere ad un elettorato abituato all’estremismo verbale. Sono convinto che il faccia a faccia di Bertinotti con Berlusconi a Porta a Porta si sia rivelato un boomerang: quella sorta di “gentiluomismo” salottiero, l’avversario Berlusconi che lo ricopriva di lodi, che gli regalava l’orologio… una cosa un po’ patetica, un po’  patetica.

Noi abbiamo inaugurato da qualche tempo una fase, se posso esprimermi così, di “scorrettezza politica”, il contrario del politically correct. Noi comunisti diciamo le cose come stanno, senza la copertura ipocrita del politichese, mantenendo con coerenza una linea politica basata sull’unità, sull’autonomia e sulla competizione. I risultati stanno arrivando.

 

Liste aperte, che parlino a tutta la società

Questa linea, se il Comitato Centrale sarà d’accordo, deve essere la cifra della nostra campagna elettorale, nei due aspetti fondamentali dell’apertura e della competizione. Tutti i nostri comportamenti e tutte le nostre decisioni politiche dovranno uniformarsi ad essa. Il nostro partito non ha firmato il programma dell’Unione per il forte dissenso sui contenuti, ma questo non deve significare chiusura ideologica, al contrario dovremo impegnarci per presentare liste elettorali che diano il segno di un partito non settario, aperto, che parla a tutta la società, non solo ad un piccolo segmento. Alle passate elezioni regionali, là dove le liste avevano questa caratteristica, c’è stato un avanzamento del partito. La presenza di Margherita Hack a Milano ha indubbiamente rappresentato un valore aggiunto. E proprio rispetto a Margherita Hack desidero comunicarvi la sua disponibilità ad essere nelle nostre liste per le elezioni politiche come candidatura di servizio. Di questo dobbiamo ringraziare il compagno Cuffaro.

Quindi liste aperte, con forti personalità che ci aiutino ad avere il consenso dell’elettorato, ma anche a qualificare domani il gruppo parlamentare.

In una necessaria fase di resistenza, siamo rimasti in una sorta di bunker per qualche anno. Ora è il tempo di uscire. È il tempo di guardare la realtà non attraverso la feritoia del bunker ma a 360 gradi. È l’approdo del percorso quinquennale di lavoro. Il partito chiede a tutti i consiglieri, gli assessori, i sindaci, a tutti quelli che hanno un ruolo che permette loro di parlare alla società, di essere in lista, anche sapendo che non verranno eletti. Ed oltre alle personalità e ai dirigenti del partito, dobbiamo garantire la presenza in parlamento delle donne, delle compagne, di rappresentanti del mondo del lavoro, proseguendo la scelta politica del nostro ultimo congresso. Cercheremo di trovare un giusto equilibrio tra personalità, dirigenti di partito, centrali e locali, donne, mondo del lavoro. Con la nuova legge dovremmo essere in grado di eleggere circa il doppio dei parlamentari che abbiamo attualmente ed il numero ci aiuterà in questa operazione politica. Sarà la direzione del partito, convocata per la prossima settimana, a definire le liste, ma l’indicazione politica alla quale la direzione dovrà attenersi deve venire da questo Comitato Centrale.

Quando si devono scegliere dei nomi ed escluderne altri, si decide inevitabilmente anche dei destini personali dei compagni, si fanno scelte che possono essere felici per alcuni e dolorose per altri. Nel passato, nel 2001, alcuni abbandonarono il partito perché non candidati o non ricandidati. Posso comprendere l’ambizione personale, rientra nel novero umano delle cose, ma chi abbandona per queste ragioni non è degno di stare in questo partito

 

Bancopoli e l’assetto di potere in Italia

Credo sia necessario dare ai compagni qualche elemento di valutazione sulla recente vicenda definita dai media “bancopoli”. Qualche elemento di valutazione, un inizio di analisi di ciò che è realmente successo in Italia, che è direttamente connesso all’assetto dei poteri e che ha che fare con i temi di campagna elettorale.

Cos’è successo in questi ultimi mesi?

È successo che il blocco di potere - il blocco di capitalismo reale, per chiamarlo con il suo nome - che si riunisce attorno al patto di sindacato del Corriere della sera, a Confindustria e a Mediobanca, che da circa cinquant’anni a questa parte ha sempre detenuto il potere economico e condizionato il potere politico, si è sentito minacciato, schematizzo molto, da destra e da sinistra. Da destra con l’assalto di Fiorani, e cioè la Popolare di Lodi, banca lombarda in grande espansione. Fiorani è l’uomo che ha coperto la Lega, che ha distribuito soldi a molte persone. Ma mi interessa esaminare gli assetti dei potere più che i reati, che sono di competenza della magistratura.

Fiorani assalta Antonveneta. Contemporaneamente Ricucci, cioè gli immobiliaristi, quelli che stanno riciclando le immense ricchezze tornate in Italia dopo il provvedimento di Berlusconi sul rientro dei capitali illecitamente esportati, assalta il Corriere della sera, Rcs, cioè il cuore di questo sistema di potere. Dall’altro verso Consorte, Unipol, tenta la scalata di Bnl, rappresentata da Abete, un pezzo di quel gruppo di potere reale di cui ho parlato all’inizio. A fare da trait d’union fra questi due gruppi c’è Gnutti, presente fin dall’inizio in tutte le operazioni. La copertura viene data dal governatore di Bamkitalia, che per la prima volta nella storia d’Italia rompe con i vecchi assetti di potere, e cioè con Mediobanca.

La conseguenza è un susseguirsi clamoroso di eventi: le dimissioni del governatore di Bamkitalia, cosa mai successa; le dimissioni di Fiorani che finisce anche in galera; le dimissioni di Consorte; le dimissioni di Gnutti da tutte le cariche. Un terremoto. Ma un terremoto che cementa nuovamente proprio quel patto di potere che si è cercato, senza riuscirci, di scalfire.

L’assalto era consistente, non è un caso che i giornali di Confindustria o di Rcs, la vecchia Rizzoli, cioè il Corriere della sera, la Stampa e Il Sole 24 ore, da almeno un mese attacchino ininterrottamente, tutti i giorni, i vertici Ds. Il Corriere della Sera non è berlusconiano, il Corriere delle Sera tifa esplicitamente, come Carlo De Benedetti, cioè Repubblica, per il Partito Democratico, nel quale la guida e l’orientamento siano fortemente moderati, con la conseguente cancellazione della sinistra in questo paese.

Sono finiti nell’occhio del ciclone i Ds. Mentre la Lega, e cioè Fiorani, e i vari esponenti di Forza Italia e Alleanza Nazionale inquisiti per fatti gravissimi, sono spariti, non se ne parla. E intanto Berlusconi fa operazioni come quella di andare in procura.

I Ds hanno reagito a questa offensiva nella maniera peggiore. Una volta si sarebbe detto che l’errore è peggio del crimine. Hanno affermato che politica ed economia devono essere separati. Una macroscopica sciocchezza, perché delle due l’una: o comanda l’economia o comanda la politica, e se la politica non si occupa di economia di cosa si occupa allora? Se fossi stato il segretario di un partito che parteggiava per Unipol, sarei andato in televisione a dire la verità. Che cos’è meglio, che Bnl, una delle più grandi banche italiane, sia di proprietà del Banco di Bilbao, e quindi degli spagnoli, o di Unipol? Ma è ovvio che è meglio Unipol! Bisognava avere il coraggio di dirlo invece di trincerarsi dietro scomposti silenzi. Addirittura Fassino non va a fare il dibattito televisivo con Berlusconi perché ha paura! Ma di cosa?

La politica non ha il diritto, la politica ha il dovere di occuparsi dell’economia, ha il dovere di scegliere, e non sarà meglio che una banca sia di proprietà di una cooperativa che viene dalla nostra storia? Se poi Consorte ha compiuto reati, ne risponderà alla magistratura.

Sono in sintonia con ciò che ha scritto Rossana Rossanda sul manifesto: hanno sbagliato nel gestire una situazione che era lineare, perché è lineare che un grande partito delle sinistra appoggi una grande cooperativa nella scalata ad una banca che, in caso contrario, va nelle mani del Banco di Bilbao, e cioè della massoneria internazionale. Ha vinto la sindrome di chi è stato scoperto con le mani nella marmellata. Non si ha avuto il coraggio di dire una cosa elementare: che se la politica non determina l’economia, è l’economia che comanda sulla politica, come infatti succede in Italia.

Noi abbiamo usato, e ci è stato riconosciuto, una grande cautela nel giudicare queste vicende; non abbiamo fatto, a differenza di altri, nessuna operazione di sciacallaggio verso il gruppo dirigente dei Ds. Abbiamo tenuto un profilo di serietà.

Noi siamo per il primato della politica, e dunque è compito di una formazione politica, e un domani del governo del paese, cercare di dirigere l’economia, non solo dare le regole. Questo per un marxista dovrebbe essere l’abc. A suo modo anche la Democrazia Cristiana era per il primato della politica sull’economia, tanto è vero che si fecero la partecipazioni statali e le grandi banche non erano private ma pubbliche. Le cooperative vanno criticate, anche aspramente, ma non per il fatto che facciano una scalata, cosa perfettamente legittima, ma perché hanno snaturato la loro missione, perché in molti casi i lavoratori dipendenti delle cooperative sono trattati peggio dei lavoratori delle imprese private. Questo è il nodo.  

Su questa vicenda Rifondazione ha riesumato Berlinguer. Ma Berlinguer non pensava che l’economia dovesse essere distinta dalla politica, mai si sarebbe sognato un’aberrazione del genere.

La crisi dei Ds, dobbiamo saperlo, si riverbera sulla lista Uniti per l’Ulivo. La Margherita ha già alzato il prezzo e i Ds, che sino a dicembre erano in crescita, scontano oggi secondo i sondaggi una perdita di consensi del 2%. È un paradosso che la Margherita faccia lezioni di morale ai Ds. Noi sosteniamo Prodi con lealtà, ma è francamente strano che egli postuli la separazione tra economia e politica quando è stato a capo dell’Iri nei momenti delle grandi privatizzazioni e della vendita di Alfa Romeo e di Cirio.

Dobbiamo incalzare, dunque, con i nostri contenuti. Ci distinguono dagli altri e ne siamo orgogliosi. Voglio citarne uno di cui non parla più nessuno, il contenuto valoriale dell’antifascismo. Ho letto recentemente che esso non è il mito fondante della Costituzione. E’ vero, l’antifascismo non è un mito, è un valore politico oltre che costituzionale che sembra diventato indifferente a tutti. Non a noi.

 

Le novità del proporzionale

Occorre entrare nella mentalità della nuova legge elettorale proporzionale. Sulla scheda non ci sarà più il simbolo della coalizione, ma i simboli dei vari partiti.

I consensi si acquisiscono certamente con la serietà e con l’unità, ma la gente deve conoscerci per quel che siamo, per le cose che sosteniamo. E questo vale per la scuola, per il lavoro, per le questioni internazionali, ed anche per il sistema di valori. Noi difendiamo la Costituzione perché è un patto antifascista, perché rappresenta un patto ad escludendum proprio nei confronti di chi oggi governa.

La nostra linea vuole riunificate la sinistra, e l’accordo tra noi ed i Verdi al Senato, pur parziale, è da valorizzare. Allo stato noi e i Verdi ci dovremmo presentare insieme in quasi tutte le regioni ad eccezione di tre. Ma è probabile che alla fine questa riserva si sciolga e ci si presenti in tutte le regioni d’Italia con un simbolo comune. Dovrebbe essere molto simile al simbolo dell’Unione. Una sorta di emiciclo con i colori dell’arcobaleno e sotto i due simboli, quello dei Comunisti Italiani e quello dei Verdi. L’accordo con i Verdi al senato non è indispensabile, ma saremmo dei pazzi a non percorrere l’unità delle forze della sinistra almeno in uno dei due rami del parlamento.

Se andassimo da soli, avremmo un eletto sicuro in Toscana e forse uno in Emilia. Niente di più. Perché la soglia di sbarramento del 3% a livello regionale non è vera, è un imbroglio. In Umbria, dove siamo al 5,5%, la percentuale più alta d’Italia, la soglia di sbarramento reale, visto che i senatori sono pochi, è l’11% reale. Questo vale per quelle regioni dove abbiamo notevoli consensi, come l’Umbria, la Basilicata la Sardegna, perché si tratta di regioni piccole e la soglia reale di sbarramento è molto alta. Nell’ipotesi d’accordo con i Verdi, stimando che saremmo in grado di superare in tutte le regioni  il 3%, si dovrebbero avere complessivamente tra i dieci e i dodici senatori da divedere tra i due partiti. Chiedo al Comitato Centrale un mandato per continuare la trattativa con i Verdi e chiuderla.

 

La campagna elettorale

La campagna elettorale per noi è già iniziata e il partito sta investendo un bel po’ di denari. Nei fatti tutto ciò che abbiamo. Una volta definite le candidature, inizierà una fase importante, e cioè la raccolta delle firme. Io sono convinto che sia molto più produttivo passare due ore in una via affollata, in una piazza, a contatto con la gente, piuttosto che fare una riunione in un locale chiuso con chi sappiamo già che voterà per noi. La raccolta delle firme deve dunque diventare per noi un’occasione per farci conoscere sempre di più, per discutere con la gente, per costruire relazioni.

Subito dopo le elezioni politiche, ci sarà una fase di grande fibrillazione politica. Il nuovo parlamento dovrà eleggere il presidente della Repubblica prima ancora della formazione del governo. Inoltre si voterà in tutte le principali città d’Italia. 

Siamo alla vigilia di scadenze davvero importanti, care compagne e compagni. Ma, lo dico senza enfasi, se supereremo positivamente queste elezioni, per noi, per il partito dei comunisti italiani, si apre una grande prateria.



COMITATO CENTRALE
del 16 e 17 luglio 2005

- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

COMITATO CENTRALE

del 23 e 24 ottobre 2004

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COMITATO CENTRALE
del 19 e 20 giugno 2004

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D
IREZIONE NAZIONALE

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- L'intervento di Armando Cossutta
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- L'ordine del giorno conclusivo

COMITATO CENTRALE
del 29 e 30 giugno 2002

- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

DIREZIONE NAZIONALE
del 18 aprile 2002

Fortissime perplessità sullo "statuto dei lavori"
Ufficio stampa

A UN ANNO DA BELLARIA
La confederazione della Sinistra per il lavoro, la pace e i diritti
di Oliviero Diliberto
Da "La Rinascita della Sinistra"

COMITATO CENTRALE
 del 26 gennaio 2002

La relazione del Segretario, O. Diliberto
"Due campagne nazionali su giustizia e lavoro"

Le conclusioni di Diliberto
"Il partito cresce ovunque, continuiamo così"

Dopo Bellaria
I compiti di chi guarda avanti per costruire
di Carlo Benedetti
Da "La Rinascita della Sinistra"