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Mi fa piacere iniziare la relazione informando i
compagni e le compagne del Comitato Centrale di un dato
incoraggiante, reso noto nella giornata di giovedì. Sono stati
pubblicati, come qualcuno avrà visto, tre diversi sondaggi
relativi alle prossime elezioni politiche, rispettivamente di
Abacus, di Sky e di Repubblica on line. Quello di Abacus ci dà
al 2,5-3 per cento, in un positivo trend di crescita; quello di
Sky al 2,5 per cento e quello di Repubblica on line al 3 per
cento pieno.
Di solito i sondaggi ci sottostimano. Ricordo che
alla vigilia delle elezione regionali, meno di un anno fa,
eravamo quotati tra l’1,8 e il 2 per cento, mentre abbiamo
raggiunto il 2,8 per cento.
Il Partito: Una crescita lenta ma costante.
La nota di ottimismo con cui ho iniziato la
relazione non fa velo alla consapevolezza che la battaglia
elettorale sarà durissima. Per i comunisti italiani rappresenta
l’approdo di una fase - uso volutamente un’espressione antica –
quinquennale.
Nel 2001 il risultato fu negativo, l’1,7 per
cento, tanto da indurci a tenere un congresso straordinario.
Alle provinciale del 2003 raggiungemmo il 2,2 per cento e alle
europee del 2004 il 2,4, sino ad arrivare alle regionali del
2005 (la Basilicata votò successivamente e la Calabria non era
computata perché ci presentavamo insieme all’Italia dei Valori)
che dettero un risultato finale del 2,8 per cento.
Cinque anni di crescita lenta ma costante. Merito
del lavoro di tutti voi, compagne e compagni, un lavoro che nei
territori, con alti e bassi e con differenze da regione a
regione e da provincia a provincia, ha portato ad un
consolidamento del partito.
Il tempo in cui qualcuno parlava della nostra
transitorietà è diventato solo un ricordo degli anni passati.
Vari segnali ci dicono che il partito c’è, è in campo. Lo si
comprende dal fatto che nelle urne ci sono molti meno errori,
che il nostro simbolo è diventato progressivamente
riconoscibile. Lo si comprende dal fatto che, contrariamente al
passato, abbiamo conquistato una presenza diffusa nelle
istituzioni locali. Non c’è regione dove non ci sia un nostro
consigliere, e laddove governa il centrosinistra c’è la presenza
di nostri assessori.
Possiamo dire di aver fatto è un piccolo miracolo
perché, pur con tutti i nostri limiti, ad iniziare da quelli di
chi vi parla, pochi avrebbero scommesso sull’esistenza e sul
consolidamento, non solo organizzativo ma anche elettorale, di
un partito comunista che ha raggiunto ad oggi il consenso di più
di 800.000 mila persone. La nostra è stata una grande scommessa
politica di cui essere orgogliosi, per certi versi un azzardo,
ma evidentemente l’analisi che ci aveva portato nel ‘98 a
fondare il Pdci era giusta, corretta. Oggi siamo nelle
condizioni di affrontare la campagna elettorale puntando ad una
ulteriore crescita del partito. E io sono convinto che questa
crescita ci sarà, perché continuerà a crescere, nella società
italiana, il bisogno politico di un partito comunista.
La nostra linea politica
Il partito cresce grazie al lavoro di ciascuno di
noi, ma cresce anche - ed è il primo tema che voglio sottoporre
alla vostra attenzione - per una rinnovata linea politica o, per
meglio dire, per una declinazione della linea politica in forma
più dinamica che nel passato. Questa linea politica si fonda su
due elementi qualificanti.
Il primo è il tema delle alleanze, dei rapporti
con la società e con gli altri. Abbiamo caratterizzato il nostro
partito, perlomeno dalla europee in poi, come un partito aperto,
non settario, non ideologico, un partito che parla a tutte le
donne e gli uomini della sinistra, che parla il linguaggio
dell’unità. È la linea della Confederazione della Sinistra. Una
linea ardua. Il fallimento della lista arcobaleno ne è la prova,
e tuttavia una linea che ci ha fatto conquistare simpatie e
consensi, che ci ha fatto crescere perché aggressiva, perché
incalza gli altri partiti su un elemento proprio della sinistra,
l’unità.
Il secondo tema - che credo rappresenti bene
l’evoluzione della nostra linea politica - è stata ed è la
competizione a sinistra. Competizione mai politicista, sempre
sui contenuti che interessano tutto il popolo della sinistra e
non solo. Penso alla politica estera, alla decisione con cui
abbiamo sostenuto e sosteniamo le ragioni della pace. Sono
queste ragioni che ci hanno spunto ad abbandonare, tra novembre
e dicembre, il tavolo programmatico dell’Unione. Troppo pesante
era l’arretramento moderato del programma relativamente al tema
del ritiro delle truppe dall’Iraq. Abbiamo tenuto duro su temi
che per la sinistra sono fortemente identitari: Cuba, la grande
questione della Palestina, il Medio Oriente. I due capisaldi
della nostra linea - unità e apertura del partito e competizione
e rigore sui contenuti - ci caratterizzano fortemente a
sinistra, sia rispetto a Rifondazione che ai Ds. La prima
balbetta sui contenuti, in un eclettismo politico-culturale di
cui più volte abbiamo parlato; i secondi hanno imboccato la
strada fortemente moderata del partito democratico.
Recentemente il compagno Bertinotti è andato in
Cina, credo con l’obiettivo politico di polemizzare con i cinesi
per imprimere un altro colpo alla tradizione comunista in senso
nuovista, libertario, non violento. Quel viaggio si è
trasformato in un balbettio. Rifondazione è in mezzo al guado.
Non può tirare la corda perché troppo vivo è ancora il ricordo
della sua responsabilità per la caduta del governo Prodi nel
’98. Su molte questioni deve essere più che realista, ma
contemporaneamente deve rispondere ad un elettorato abituato
all’estremismo verbale. Sono convinto che il faccia a faccia di
Bertinotti con Berlusconi a Porta a Porta si sia rivelato un
boomerang: quella sorta di “gentiluomismo” salottiero,
l’avversario Berlusconi che lo ricopriva di lodi, che gli
regalava l’orologio… una cosa un po’ patetica, un po’ patetica.
Noi abbiamo inaugurato da qualche tempo una fase,
se posso esprimermi così, di “scorrettezza politica”, il
contrario del politically correct. Noi comunisti diciamo le cose
come stanno, senza la copertura ipocrita del politichese,
mantenendo con coerenza una linea politica basata sull’unità,
sull’autonomia e sulla competizione. I risultati stanno
arrivando.
Liste aperte, che parlino a tutta la società
Questa linea, se il Comitato Centrale sarà
d’accordo, deve essere la cifra della nostra campagna
elettorale, nei due aspetti fondamentali dell’apertura e della
competizione. Tutti i nostri comportamenti e tutte le nostre
decisioni politiche dovranno uniformarsi ad essa. Il nostro
partito non ha firmato il programma dell’Unione per il forte
dissenso sui contenuti, ma questo non deve significare chiusura
ideologica, al contrario dovremo impegnarci per presentare liste
elettorali che diano il segno di un partito non settario,
aperto, che parla a tutta la società, non solo ad un piccolo
segmento. Alle passate elezioni regionali, là dove le liste
avevano questa caratteristica, c’è stato un avanzamento del
partito. La presenza di Margherita Hack a Milano ha
indubbiamente rappresentato un valore aggiunto. E proprio
rispetto a Margherita Hack desidero comunicarvi la sua
disponibilità ad essere nelle nostre liste per le elezioni
politiche come candidatura di servizio. Di questo dobbiamo
ringraziare il compagno Cuffaro.
Quindi liste aperte, con forti personalità che ci
aiutino ad avere il consenso dell’elettorato, ma anche a
qualificare domani il gruppo parlamentare.
In una necessaria fase di resistenza, siamo
rimasti in una sorta di bunker per qualche anno. Ora è il tempo
di uscire. È il tempo di guardare la realtà non attraverso la
feritoia del bunker ma a 360 gradi. È l’approdo del percorso
quinquennale di lavoro. Il partito chiede a tutti i consiglieri,
gli assessori, i sindaci, a tutti quelli che hanno un ruolo che
permette loro di parlare alla società, di essere in lista, anche
sapendo che non verranno eletti. Ed oltre alle personalità e ai
dirigenti del partito, dobbiamo garantire la presenza in
parlamento delle donne, delle compagne, di rappresentanti del
mondo del lavoro, proseguendo la scelta politica del nostro
ultimo congresso. Cercheremo di trovare un giusto equilibrio tra
personalità, dirigenti di partito, centrali e locali, donne,
mondo del lavoro. Con la nuova legge dovremmo essere in grado di
eleggere circa il doppio dei parlamentari che abbiamo
attualmente ed il numero ci aiuterà in questa operazione
politica. Sarà la direzione del partito, convocata per la
prossima settimana, a definire le liste, ma l’indicazione
politica alla quale la direzione dovrà attenersi deve venire da
questo Comitato Centrale.
Quando si devono scegliere dei nomi ed escluderne
altri, si decide inevitabilmente anche dei destini personali dei
compagni, si fanno scelte che possono essere felici per alcuni e
dolorose per altri. Nel passato, nel 2001, alcuni abbandonarono
il partito perché non candidati o non ricandidati. Posso
comprendere l’ambizione personale, rientra nel novero umano
delle cose, ma chi abbandona per queste ragioni non è degno di
stare in questo partito
Bancopoli e l’assetto di potere in Italia
Credo sia necessario dare ai compagni qualche
elemento di valutazione sulla recente vicenda definita dai media
“bancopoli”. Qualche elemento di valutazione, un inizio di
analisi di ciò che è realmente successo in Italia, che è
direttamente connesso all’assetto dei poteri e che ha che fare
con i temi di campagna elettorale.
Cos’è successo in questi ultimi mesi?
È successo che il blocco di potere - il blocco di
capitalismo reale, per chiamarlo con il suo nome - che si
riunisce attorno al patto di sindacato del Corriere della sera,
a Confindustria e a Mediobanca, che da circa cinquant’anni a
questa parte ha sempre detenuto il potere economico e
condizionato il potere politico, si è sentito minacciato,
schematizzo molto, da destra e da sinistra. Da destra con
l’assalto di Fiorani, e cioè la Popolare di Lodi, banca lombarda
in grande espansione. Fiorani è l’uomo che ha coperto la Lega,
che ha distribuito soldi a molte persone. Ma mi interessa
esaminare gli assetti dei potere più che i reati, che sono di
competenza della magistratura.
Fiorani assalta Antonveneta. Contemporaneamente
Ricucci, cioè gli immobiliaristi, quelli che stanno riciclando
le immense ricchezze tornate in Italia dopo il provvedimento di
Berlusconi sul rientro dei capitali illecitamente esportati,
assalta il Corriere della sera, Rcs, cioè il cuore di questo
sistema di potere. Dall’altro verso Consorte, Unipol, tenta la
scalata di Bnl, rappresentata da Abete, un pezzo di quel gruppo
di potere reale di cui ho parlato all’inizio. A fare da trait
d’union fra questi due gruppi c’è Gnutti, presente fin
dall’inizio in tutte le operazioni. La copertura viene data dal
governatore di Bamkitalia, che per la prima volta nella storia
d’Italia rompe con i vecchi assetti di potere, e cioè con
Mediobanca.
La conseguenza è un susseguirsi clamoroso di
eventi: le dimissioni del governatore di Bamkitalia, cosa mai
successa; le dimissioni di Fiorani che finisce anche in galera;
le dimissioni di Consorte; le dimissioni di Gnutti da tutte le
cariche. Un terremoto. Ma un terremoto che cementa nuovamente
proprio quel patto di potere che si è cercato, senza riuscirci,
di scalfire.
L’assalto era consistente, non è un caso che i
giornali di Confindustria o di Rcs, la vecchia Rizzoli, cioè il
Corriere della sera, la Stampa e Il Sole 24 ore, da almeno un
mese attacchino ininterrottamente, tutti i giorni, i vertici Ds.
Il Corriere della Sera non è berlusconiano, il Corriere delle
Sera tifa esplicitamente, come Carlo De Benedetti, cioè
Repubblica, per il Partito Democratico, nel quale la guida e
l’orientamento siano fortemente moderati, con la conseguente
cancellazione della sinistra in questo paese.
Sono finiti nell’occhio del ciclone i Ds. Mentre
la Lega, e cioè Fiorani, e i vari esponenti di Forza Italia e
Alleanza Nazionale inquisiti per fatti gravissimi, sono spariti,
non se ne parla. E intanto Berlusconi fa operazioni come quella
di andare in procura.
I Ds hanno reagito a questa offensiva nella
maniera peggiore. Una volta si sarebbe detto che l’errore è
peggio del crimine. Hanno affermato che politica ed economia
devono essere separati. Una macroscopica sciocchezza, perché
delle due l’una: o comanda l’economia o comanda la politica, e
se la politica non si occupa di economia di cosa si occupa
allora? Se fossi stato il segretario di un partito che
parteggiava per Unipol, sarei andato in televisione a dire la
verità. Che cos’è meglio, che Bnl, una delle più grandi banche
italiane, sia di proprietà del Banco di Bilbao, e quindi degli
spagnoli, o di Unipol? Ma è ovvio che è meglio Unipol! Bisognava
avere il coraggio di dirlo invece di trincerarsi dietro
scomposti silenzi. Addirittura Fassino non va a fare il
dibattito televisivo con Berlusconi perché ha paura! Ma di cosa?
La politica non ha il diritto, la politica ha il
dovere di occuparsi dell’economia, ha il dovere di scegliere, e
non sarà meglio che una banca sia di proprietà di una
cooperativa che viene dalla nostra storia? Se poi Consorte ha
compiuto reati, ne risponderà alla magistratura.
Sono in sintonia con ciò che ha scritto Rossana
Rossanda sul manifesto: hanno sbagliato nel gestire una
situazione che era lineare, perché è lineare che un grande
partito delle sinistra appoggi una grande cooperativa nella
scalata ad una banca che, in caso contrario, va nelle mani del
Banco di Bilbao, e cioè della massoneria internazionale. Ha
vinto la sindrome di chi è stato scoperto con le mani nella
marmellata. Non si ha avuto il coraggio di dire una cosa
elementare: che se la politica non determina l’economia, è
l’economia che comanda sulla politica, come infatti succede in
Italia.
Noi abbiamo usato, e ci è stato riconosciuto, una
grande cautela nel giudicare queste vicende; non abbiamo fatto,
a differenza di altri, nessuna operazione di sciacallaggio verso
il gruppo dirigente dei Ds. Abbiamo tenuto un profilo di
serietà.
Noi siamo per il primato della politica, e dunque
è compito di una formazione politica, e un domani del governo
del paese, cercare di dirigere l’economia, non solo dare le
regole. Questo per un marxista dovrebbe essere l’abc. A suo modo
anche la Democrazia Cristiana era per il primato della politica
sull’economia, tanto è vero che si fecero la partecipazioni
statali e le grandi banche non erano private ma pubbliche. Le
cooperative vanno criticate, anche aspramente, ma non per il
fatto che facciano una scalata, cosa perfettamente legittima, ma
perché hanno snaturato la loro missione, perché in molti casi i
lavoratori dipendenti delle cooperative sono trattati peggio dei
lavoratori delle imprese private. Questo è il nodo.
Su questa vicenda Rifondazione ha riesumato
Berlinguer. Ma Berlinguer non pensava che l’economia dovesse
essere distinta dalla politica, mai si sarebbe sognato
un’aberrazione del genere.
La crisi dei Ds, dobbiamo saperlo, si riverbera
sulla lista Uniti per l’Ulivo. La Margherita ha già alzato il
prezzo e i Ds, che sino a dicembre erano in crescita, scontano
oggi secondo i sondaggi una perdita di consensi del 2%. È un
paradosso che la Margherita faccia lezioni di morale ai Ds. Noi
sosteniamo Prodi con lealtà, ma è francamente strano che egli
postuli la separazione tra economia e politica quando è stato a
capo dell’Iri nei momenti delle grandi privatizzazioni e della
vendita di Alfa Romeo e di Cirio.
Dobbiamo incalzare, dunque, con i nostri
contenuti. Ci distinguono dagli altri e ne siamo orgogliosi.
Voglio citarne uno di cui non parla più nessuno, il contenuto
valoriale dell’antifascismo. Ho letto recentemente che esso non
è il mito fondante della Costituzione. E’ vero, l’antifascismo
non è un mito, è un valore politico oltre che costituzionale che
sembra diventato indifferente a tutti. Non a noi.
Le novità del proporzionale
Occorre entrare nella mentalità della nuova legge
elettorale proporzionale. Sulla scheda non ci sarà più il
simbolo della coalizione, ma i simboli dei vari partiti.
I consensi si acquisiscono certamente con la
serietà e con l’unità, ma la gente deve conoscerci per quel che
siamo, per le cose che sosteniamo. E questo vale per la scuola,
per il lavoro, per le questioni internazionali, ed anche per il
sistema di valori. Noi difendiamo la Costituzione perché è un
patto antifascista, perché rappresenta un patto ad escludendum
proprio nei confronti di chi oggi governa.
La nostra linea vuole riunificate la sinistra, e
l’accordo tra noi ed i Verdi al Senato, pur parziale, è da
valorizzare. Allo stato noi e i Verdi ci dovremmo presentare
insieme in quasi tutte le regioni ad eccezione di tre. Ma è
probabile che alla fine questa riserva si sciolga e ci si
presenti in tutte le regioni d’Italia con un simbolo comune.
Dovrebbe essere molto simile al simbolo dell’Unione. Una sorta
di emiciclo con i colori dell’arcobaleno e sotto i due simboli,
quello dei Comunisti Italiani e quello dei Verdi. L’accordo con
i Verdi al senato non è indispensabile, ma saremmo dei pazzi a
non percorrere l’unità delle forze della sinistra almeno in uno
dei due rami del parlamento.
Se andassimo da soli, avremmo un eletto sicuro in
Toscana e forse uno in Emilia. Niente di più. Perché la soglia
di sbarramento del 3% a livello regionale non è vera, è un
imbroglio. In Umbria, dove siamo al 5,5%, la percentuale più
alta d’Italia, la soglia di sbarramento reale, visto che i
senatori sono pochi, è l’11% reale. Questo vale per quelle
regioni dove abbiamo notevoli consensi, come l’Umbria, la
Basilicata la Sardegna, perché si tratta di regioni piccole e la
soglia reale di sbarramento è molto alta. Nell’ipotesi d’accordo
con i Verdi, stimando che saremmo in grado di superare in tutte
le regioni il 3%, si dovrebbero avere complessivamente tra i
dieci e i dodici senatori da divedere tra i due partiti. Chiedo
al Comitato Centrale un mandato per continuare la trattativa con
i Verdi e chiuderla.
La campagna elettorale
La campagna elettorale per noi è già iniziata e
il partito sta investendo un bel po’ di denari. Nei fatti tutto
ciò che abbiamo. Una volta definite le candidature, inizierà una
fase importante, e cioè la raccolta delle firme. Io sono
convinto che sia molto più produttivo passare due ore in una via
affollata, in una piazza, a contatto con la gente, piuttosto che
fare una riunione in un locale chiuso con chi sappiamo già che
voterà per noi. La raccolta delle firme deve dunque diventare
per noi un’occasione per farci conoscere sempre di più, per
discutere con la gente, per costruire relazioni.
Subito dopo le elezioni politiche, ci sarà una
fase di grande fibrillazione politica. Il nuovo parlamento dovrà
eleggere il presidente della Repubblica prima ancora della
formazione del governo. Inoltre si voterà in tutte le principali
città d’Italia.
Siamo alla vigilia di scadenze davvero
importanti, care compagne e compagni. Ma, lo dico senza enfasi,
se supereremo positivamente queste elezioni, per noi, per il
partito dei comunisti italiani, si apre una grande prateria. |