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Nei giorni che hanno seguito il Ferragosto
abbiamo potuto assistere a quella che sicuramente sarà essere
ricordata come una formidabile operazione di immagine. Infatti
Sharon, complici i media di molti Paesi, è riuscito a
trasformare il ritiro dei coloni da Gaza in una sua personale
vittoria mediatica.
E così nel giro di qualche giorno insediamenti
considerati illegali dal diritto internazionale diventano
simulacri di una identità che si vuole cancellare, coloni
solitamente armati fino ai denti assumono le sembianze di
messianici pacifisti, un esercito che in questi anni si è
macchiato del crimine di aver ucciso bambini, donne e anziani,
di aver distrutto case e sradicato alberi, diventa "l'esercito
buono", difensore della legalità e del senso dello Stato. Ma non
paghi di questo maquillage anche Ariel Sharon, da
corresponsabile del massacro di Sabra e Chatila e di altri
terribili delitti diventa "uomo di pace" e qualcuno arriva anche
a proporlo per il massimo riconoscimento: il Nobel. Normale,
quindi, che in questa ubriacatura collettiva chi, come i
Comunisti italiani, continua a chiedere il rispetto della
legalità e dei diritti del popolo palestinese diventa
automaticamente "amico dei terroristi", come ha dichiarato fra
gli altri l'esponente diessino Giuseppe Caldarola. Una vergogna!
Proviamo invece ad analizzare cosa è successo a
Gaza e cosa questo ritiro rappresenta. Partiamo da Sharon che è
riuscito, scontrandosi anche con parte del suo partito, ad
imporre la sua visione, pragmatica, ma per questo non meno
pericolosa, alla Knesset. Sharon da fautore della Grande Israele
e da propulsore del movimento delle colonie ha abbracciato la
teoria dell'impossibilità di costruire e di preservare nel tempo
una grande Israele, ebrea e democratica. Tre elementi che
secondo molti analisti sono impossibili da conciliare. A questo
punto da militare, quale è, si è fatto due conti e ha deciso che
per il suo Paese era diventato insostenibile mantenere a Gaza
oltre 50 mila soldati in difesa di appena 8mila coloni. Coloni,
è bene ricordarlo, che godevano inoltre di ben più vaste
facilitazioni. Una situazione difficile da giustificare di
fronte ad un Paese sempre di più stretto da una crisi economica
durissima. Il ritiro da Gaza diventava così una logica
conseguenza e i piani per la sua evacuazione assorbono l'impegno
degli apparati militari e di intelligence di Israele. Una
operazione quindi preparata in ogni suo dettaglio, non ultimo
quello mediatico. Si arriva alla data del "ritiro" con
insediamenti svuotati e con una resistenza colorita del fattore
religioso che viene amplificata. Tanto più infatti si riesce a
convincere l’opinione pubblica mondiale della forza di chi si
oppone a Sharon, tanto più la decisione del leader israeliano
assume peso e coraggio. Ecco così preparato il melodramma del
"grande sacrificio" ebraico.
Il tutto si consuma con la complicità del
giornalismo, si evidenzia in questo contesto quello nostrano,
che omette di ricordare agli spettatori impegnati nelle vacanze
estive che quelle case erano illegali e che quegli insediamenti
costringevano quasi un milione e mezzo di palestinesi ad una
vita da cani: si negava la possibilità di spostamento e di
fruire delle terre coltivabili, di studiare, di curarsi... In
pratica di vivere. Proprio il popolo palestinese spariva così
dai resoconti e con esso i propri diritti e le proprie
sofferenze. Finita la sbornia resta però la realtà, durissima e
drammatica. Una realtà che oggi ci parla di nuovi insediamenti
in Cisgiordania e della non volontà da parte di Israele di
concedere alla Palestina il giusto diritto ad esistere. |