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Care compagne e cari compagni, condivido
pienamente la proposta politica avanzata in questo nostro
Comitato centrale dal segretario Diliberto. E pienamente la
sostengo. La proposta di Diliberto indica i nostri obiettivi
politici per una fase fondamentale, quella da qui al 2006. Sarà
una fase politica di movimento che potrà subire profonde
modificazioni e comunque è destinata ad essere nodale per la
vita ed il futuro del nostro Paese. Gli obiettivi del nostro
partito sono in sintesi due: primo, contribuire a cacciare
Berlusconi e la sua maggioranza e conquistare, conseguentemente,
un governo democratico per il nostro Paese; secondo, costruire
una sinistra in Italia ampia, unitaria, plurale. Di fronte a
questi obiettivi politici di portata immensa, paiono e sono del
tutto assurdi i contrasti che si sono manifestati e si
manifestano nel partito sui problemi della sua vita interna.
Per cacciare Berlusconi e conquistare un governo
democratico al Paese abbiamo la necessita, il dovere, di
impegnarci a fondo all’interno dell’Unione di centrosinistra.
L’Unione è l’unica aggregazione di forze democratiche che è in
grado di ottenere questi risultati; in questa fase, certo, ma è
una fase che potrà essere anche molto lunga e comunque tale fino
a che non vi sarà un cambiamento radicale dell’attuale legge
elettorale in senso proporzionale. E forse anche dopo.
L’Unione è l’aggregazione delle forze
democratiche di centrosinistra, l’unica in grado di vincere e di
governare. E la indicazione e la scelta di Romano Prodi quale
leader di questa aggregazione, è la linea che io credo sia la
più giusta, la più concreta, la più praticabile. Ed è in questo
senso che io vedo la candidatura di Prodi nelle primarie come la
candidatura indispensabile, la migliore, la più idonea per
vincere e governare il Paese. Queste primarie, al di là della
valutazione fortemente negativa dello strumento, hanno come
obiettivo di costruire il massimo di consenso attorno alla
persona che è in grado di battere Berlusconi e governare
l’Italia: è questa persona è Prodi. Prodi, come ha giustamente
ricordato Tranfaglia, è uomo politico di centro che guarda a
sinistra”, è uomo in grado di tenere assieme questa Unione, oggi
per vincere e domani - e non sarà un’impresa facile - per
governare il Paese. Non possiamo nasconderci che dentro l’Unione
le differenze sono reali, sono espressione di distinzioni, in
alcuni casi di vere e proprie divergenze. Governare il Paese
tenendo conto di tutto questo richiederà saggezza, equilibrio,
fermezza. Prodi più di altri offre queste garanzie e, comunque,
la nostra partecipazione a quella maggioranza e a quel governo
democratico sarà impegnativa.
Al centro del nostro impegno nell’Unione e anche
a sostengo di Prodi occorre non oscurare, anzi far emergere le
nostre specificità, le nostre proposte, le nostre analisi. I
nostri progetti debbono riuscire ad essere concretamente
presenti nel programma elettorale del 2006. Nulla è scontato ed
automatico. Dobbiamo avanzare nei confronti del programma
elettorale del centrosinistra delle proposte che sottolineino il
carattere e la natura del nostro ruolo, del ruolo dei comunisti.
E ovviamente non solo nel programma elettorale ma anche
nell’azione politica concreta. Vedo due questioni sulle quali la
nostra azione dovrà essere incisiva anche se sarà difficile
farla avanzare all’interno dell’Unione: la politica estera e la
condizione socio-economica del Paese.
Politica estera. Le differenze sono reali e sono
serie. Mi riferisco in concreto alla questione irachena. Credo
che la nostra posizione sia oggettivamente giusta e che essa
possa determinare larghi consensi nel Paese e pesare nel momento
in cui, vinte le elezioni come mi auguro, avremo la
responsabilità di governare il Paese. Che cosa chiediamo?
Chiediamo quello che l’Unione ha sempre chiesto: porre fine alla
guerra. E per porre fine alla guerra bisogna porre fine
all’occupazione. La nostra presenza o meno in Iraq dal punto di
vista strategico e militare non ha assolutamente nessun peso. Ma
dal punto di vista politico sì, perché il ritiro delle nostre
truppe è un fatto politico prima che militare. È un segno
politico che potrebbe incidere sull’atteggiamento degli altri
paesi, a partire dagli Usa. Siamo rimasti, oltre alla Gran
Bretagna, l’unico importante Paese d’Europa che partecipa a
questa occupazione militare. Se l’Italia decide di uscire da
questa presenza in Iraq può influire a porre fine a questa
guerra infame, una guerra che non ha risolto, ma ha perfino
aggravato ed accentuato uno degli aspetti più drammatici
dell’epoca attuale che è quello del terrorismo. Non so se
l’Unione riuscirà ad essere compatta in Parlamento, ma non
dobbiamo avere incertezze sull’atteggiamento da assumere. Mi
auguro che Prodi non si faccia portatore di una mozione o di un
ordine del giorno dei moderati: mi auguro che riesca a
distinguersi dalle posizioni che sono presenti in alcuni settori
della Margherita e dei Ds. Se anche Prodi dovesse accettare le
tesi di Rutelli, ovviamente si aprirebbero motivi di polemica
che dovremmo esplicitare apertamente e non esiteremmo a
presentare una nostra mozione che chieda il ritiro immediato. La
nostra proposta è saggia, valida in se stessa ed utile per
l’unità de l’Unione: non c’è bisogno di presentare nessun
documento, l’insieme dello schieramento democratico decida di
votare no al prolungamento della missione. È una posizione non
semplice da ottenere ma sulla quale credo che dobbiamo
attestarci fermamente.
La questione irachena si collega strettamente
all’accentuarsi del pericolo terroristico. Ho espresso in
Parlamento a nome del partito una posizione molto critica a
proposito delle proposte del ministro dell’Interno Pisanu. Non
entro ora nel merito di quelle proposte alcune delle quali
ovvie, altre da respingere, alcune da correggere, ma ho posto
una questione pregiudiziale, che è squisitamente politica. Il
terrorismo dell’epoca attuale è terrorismo globale, non ha nulla
a che fare con il terrorismo politico degli anni di piombo, né
quello nero - con infiltrazioni dei servizi segreti come la
storia ha dimostrato - né con il terrorismo delle Brigaste
rosse. Il terrorismo di oggi non ha niente a che vedere anche
con quelle espressioni terroristiche che sono presenti in altre
parti del mondo, con quel terrorismo di carattere, di origine,
di ispirazione nazionale; il terrorismo dell’Eta, o quello, oggi
meno presente ma con radici antiche, dell’Ira, oppure - uso
l’espressione in modo improprio perché è cosa diversa dal
terrorismo - con l’azione, la battaglia condotta in Palestina
che è fondata anche su interventi che colpiscono la popolazione
civile. Il terrorismo di cui oggi soffriamo è un terrorismo
globale che si sviluppa in base a ragioni geopolitiche che vanno
indagate culturalmente, economicamente, politicamente.
In parlamento un deputato di Forza Italia ha
voluto leggere un elenco di attentati terroristici di massa per
dimostrare che tali attentati non hanno nulla a che fare con
l’attuale situazione dell’Iraq perché quei terribili, tragici
attentati sono tutti avvenuti prima della guerra in Iraq e
addirittura prima dell’attentato dell’11 settembre a New York.
Quel parlamentare si è dimenticato però di dire una cosa: tutti
questi attentati sono successivi alla prima guerra del Golfo, al
1990. È con quella guerra che è cambiato il quadro globale della
politica internazionale. Voglio ricordare alle compagne e ai
compagni del Comitato centrale che in quell’occasione vi fu il
primo atto di dissenso e anzi di separazione di una parte di noi
dal Pci. Nel momento in cui il Partito comunista italiano decise
di non opporsi a quella guerra alcuni compagni, 11 senatori del
gruppo parlamentare del Pci, manifestarono apertamente, e per la
prima volta nella storia di quel partito, il loro dissenso e
votarono contro quella guerra. Vedevamo giusto, era la nostra
un’analisi perfettamente corrispondente alla realtà.
La questione che viene posta dal governo è
inaccettabile, perché prescinde dal cercare le possibilità di
attenuare, circoscrivere le possibilità di sviluppo del
terrorismo. Le misure contro il terrorismo richiederebbero una
azione politica che parta da una analisi oggettiva: dalla
necessità di porre fine alla guerra in Iraq. E non solo. Occorre
poi contribuire a porre fine alla vergognosa azione politica del
governo di Israele che sta completando la costruzione del muro
della vergogna che divide Gerusalemme e, cosa ignominiosa, che
divide gli arabi dagli Ebrei e gli arabi in quanto arabi.
Servono atti politici dunque non pannicelli caldi. Sulla
politica estera e sulle nostre proposte possiamo raccogliere
vasti consensi, realizzare una convergenza con i Verdi e
Rifondazione e, comunque, ottenere possibilità di una udienza di
una intesa all’interno dello schieramento democratico.
Il secondo punto su cui dovremo concentrare la
nostra azione è la gravità della condizione economica e sociale
del Paese. Si accentuano le differenze tra le classi sociali,
tra chi in questi anni si è arricchito enormemente e chi fatica
ad arrivare alla fine del mese. Queste questioni vanno
affrontate con concretezza, nel rapporto con le altre forze del
centrosinistra, ma anche qui non possiamo esimerci
dall’affrontare con forza una questione preliminare: per
costruire una diversa politica economica e sociale bisogna fare
tabula rasa della legislazione del governo Berlusconi: la legge
30, la legge Moratti, la Bossi-Fini e così via. E poi c’è un
tema cruciale: cosa intendiamo fare nei confronti della
controriforma costituzionale? Camera e Senato hanno votato il
testo di riforma in prima lettura. C’è da compiere la seconda
lettura, che non prevede possibilità di emendamenti. Una volta
concluso l’iter è possibile andare – entro tre mesi - ad un
referendum confermativo, che non ha bisogno di alcun quorum.
Ebbene credo che il centrodestra farà di tutto per evitarlo.
Mentre nei mesi passati la Cdl accelerava i tempi, oggi ho la
sensazione che vogliono prolungare e dilatare i tempi. Perché?
Non vogliono che il referendum, che per loro potrebbe essere una
sconfitta clamorosa, si svolga prima delle elezioni politiche.
Temi di questa natura noi dobbiamo portarli al confronto con gli
alleati di centrosinistra. Non sarà cosa semplice far avanzare
le nostre tesi, le nostre proposte, ma su questa linea noi ci
dobbiamo muovere con grande determinazione.
La seconda questione che ci ha indicato
Diliberto, che considero di grandissima importanza, è quella
della costruzione della sinistra, una sinistra unita, ampia,
plurale. Anche le iniziative personali che il segretario del
partito ha assunto – e su cui vi sono state e vi sono
interpretazioni e valutazioni diverse - hanno contribuito a
rendere più evidente il tema e le possibilità di perseguire
questo obiettivo della costruzione della sinistra. Vi sono delle
ragioni oggettive che spingono per una convergenza, perlomeno
sul piano elettorale. Non sarebbe ancora la costruzione di
quella che chiamiamo confederazione della sinistra, ma circa una
comune lista elettorale vi è una spinta reale per cercare una
intesa determinata dalla costrizione della legge elettorale, una
legge che con lo sbarramento rischia di penalizzare brutalmente
il nostro partito e quello dei Verdi. Vi sono delle difficoltà
relative alla questione del simbolo. Dobbiamo lavorare con
intelligenza per poter garantire la presenza del nostro simbolo
sulla scheda assieme a quello dei Verdi e sotto l’insegna
dell’arcobaleno. Vi sono state e vi sono delle obiezioni, delle
preoccupazioni sulla questione della presentazione della lista
arcobaleno. Ci sono dei compagni che pensano che se dovessimo
avere un simbolo che non si vede, o che si vede poco, o che
dovesse addirittura sparire dalla lista, questo potrebbe
rappresentare la scomparsa del nostro partito nella competizione
politica. Preoccupazione legittima, comprensibile, ma vorrei
dire a questi compagni che il partito lo difendiamo, ne
garantiamo la presenza e la possibilità di sviluppo se noi non
abbiamo rovesci elettorali che si potrebbero verificare non per
critiche alla nostra politica che è - al contrario - sempre più
apprezzata. Il nodo che non si può eludere è quello della legge
elettorale, che fissa il quorum al 4 per cento. Ebbene nel caso
noi non riuscissimo a dar vita ad una alleanza e ci dovessimo
presentare da soli sarà facile per i nostri “avversari” dire che
il voto al nostro partito è inutile, anzi dannoso perché se non
raggiungiamo il quorum sottraiamo voti al centrosinistra e se
sottraiamo voti al centrosinistra favoriamo, di fatto, il
centrodestra. È una obiezione tremenda, è un ricatto, ma noi
dobbiamo aver ben chiaro che se, dopo i forti successi nelle
elezioni europee e in quelle regionali, dovessimo uscire
sconfitti pesantemente dalla competizione elettorale 2006, e non
per ragioni politiche ma per una questione di tecnica
elettorale, questo sarebbe un rischio grave che potrebbe
rimettere in discussione, non certo per noi, ma per molti, la
validità o meno della presenza del nostro partito, il suo
sviluppo, il suo futuro.
La lista arcobaleno è, per molti aspetti, una
opportunità da cogliere e sviluppare. Oggi possiamo guardare con
maggiore fiducia alla possibilità che questa aggregazione
elettorale, che non è ancora ovviamente quella confederazione
per una sinistra ampia che è il nostro obiettivo, vada in porto.
Il nostro obiettivo è di essere parte viva di questa sinistra
italiana e dobbiamo agire perché dalla possibilità di questa
alleanza elettorale si creino le condizioni anche per lo
sviluppo di quella confederazione che è nel nostro intento. Le
condizioni ci sono. E le esigenze sono sempre più oggettivamente
valide a fronte di un crescente affermarsi delle posizioni
moderate dentro l’Unione. C’è bisogno che la sinistra si faccia
valere di più. Anche lo stesso esito delle primarie potrebbe
portare qualche correzione all’atteggiamento di Rifondazione. Se
Bertinotti nelle primarie non raggiungesse la percentuale che
auspica, se fosse sotto quella percentuale probabilmente si
riproporrebbero dentro la stessa Rifondazione ripensamenti,
riflessioni sulla questione che oggi viene respinta e rifiutata.
La lista arcobaleno va pensata e realizzata con
intelligenza e grande apertura. Mettiamo in questa lista
personalità che possono dare un consenso alla nostra battaglia.
Se noi ci presentassimo da soli nella parte proporzionale
nessuno dei nostri compagni riuscirebbe eletto. Non abbiamo
nulla da perdere, dunque, ma tutto da guadagnare nel costruire
liste in cui trovino spazio i nomi di personalità eminenti della
cultura e della politica italiana. Le persone alle quali
chiederemo di partecipare alle nostre liste, inoltre, vi
parteciperanno più tranquillamente per le loro sorti perché
nella elezioni politiche non c’è la preferenza e i capilista
nelle grandi circoscrizioni sarebbero sicuri di essere eletti
una volta raggiunto il quorum. Dobbiamo avere duttilità nel
ricercare la possibilità di un largo consenso elettorale, dal
quale può derivare un’ulteriore spinta per la confederazione
della sinistra. Una confederazione che in molti non vogliono, a
partire dai Ds che guardano con preoccupazione alla possibilità
che nasca una forza a sinistra in cui noi siamo culturalmente
egemoni. D’altro canto anche il Prc – ad oggi – lavora contro la
confederazione, perché vuole essere la sola forza a
rappresentare la sinistra in Italia. Che tutto questo avvenga,
che la confederazione si realizzi, richiede un grande impegno,
lo sviluppo di una grande capacità di iniziativa del partito.
Ecco perché io sento che la vicenda interna alla vita del
Partito che ci tormenta è cosa assurda. Dobbiamo uscirne e credo
che da questo Comitato centrale possiamo uscire, non
definitivamente ma certamente in modo migliore, rispetto ai
nostri problemi interni.
L’impegno che abbiamo dinanzi è enorme e io sento
e condivido il vostro disagio. Giro per l’Italia e sento il
parere dei compagni, dei militanti, gente che non sa nulla dei
nostri tormenti, che non ne vuole neanche sentire parlare perché
sa – forse meglio di tanti di noi - quale sia la posta in gioco.
Il disagio, il tormento dei compagni è anche il mio disagio, il
mio tormento. Anche io mi voglio richiamare al Poeta: “Nati non
fummo …”. Sì, cari compagni, non siamo nati per dividerci su
queste cose, ma per portare avanti la nostra politica, per
vincere le elezioni, governare il Paese e ricostruire la
sinistra. Pensate a quella che era l’origine della nostra
iniziativa, quando dopo Rimini demmo vita ad una formazione
comunista. Poco tempo dopo raggiungemmo l’8,7 per cento. Non
dimenticherò mai quello che ci diceva uno dei fondatori della
nostra impresa, Lucio Libertini; a quanti tra di noi guardavano
con soddisfazione i primi risultati elettorali sosteneva: “non
ne voglio neanche parlare, non conteremo nulla fino a che non
avremo percentuali a due cifre”. Ed eravamo proiettati verso
quella meta, saremmo diventati una vera, ampia sinistra
italiana. forse una componente fondamentale della sinistra
europea. È il nostro sogno che è stato travolto da Bertinotti. È
questa grande intuizione che è stata ferita. Dobbiamo
ricostruirla. Siamo nati per questo, per dare al nostro Paese
questa realtà.
Allora basta con queste storie inaccettabili e
deprecabili. Io condanno là dove possono essersi manifestate
campagne che possono in qualche modo indebolire l’immagine del
segretario del nostro partito. Il segretario del nostro partito
è Diliberto. Sei tu il segretario, Diliberto, e dovrai restare a
lungo il segretario del nostro partito, e dovrai contribuire con
la tua capacità, la tua intelligenza, la tua dedizione a far
progredire e avanzare questo nostro partito. Respingo fermamente
ogni possibilità di incrinare questo suo ruolo. Voglio dire
anche che in questo nostro partito non c’è e non ci sarà un
“dejà vu”. L’ho proposto io il compagno Diliberto e sono lieto
di averlo fatto. È il segretario che volevamo e ce lo vogliamo
tenere stretto. E voglio anche dire, compagni, che, semmai, si
può fare a meno del presidente, di questo presidente. Io lo so,
perché non sono ne sordo ne cieco, so che viene detto, e viene
detto dall’interno del partito, che all’esterno questa figura
sarebbe ingombrante per la sua storia comunista, per le sue idee
di comunista. E so che al nostro interno c’è chi ne soffre, di
avere un presidente che - al di là delle norme statutarie che
sono scarne e scarse sui suoi poteri - vuole sapere, vuole
conoscere, vuole essere coinvolto, vuole compartecipare alla
direzione e alla gestione del nostro partito.
Se questa presenza e per ragioni interne e per
ragioni esterne fosse di impedimento a realizzare lo slancio del
partito, basta un minuto perché Armando Cossutta lasci ad altri
il suo posto. Si può trovare facilmente un presidente del
partito, ma fin tanto che io sono presidente voglio poter
esercitare, come meio diritto e come mio dovere, quello che
comunque farei anche se non fossi presidente, e cioè poter
parlare, dire la mia, sostenere le mie convinzioni, quelle
antiche, quelle recenti e quelle che verranno, e a battermi per
quello che io considero mio compito essenziale: la difesa forte
della moralità politica del nostro partito. Battermi con lealtà
e con trasparenza per il rispetto delle regole, senza le quali è
difficile – è impossibile - garantire la vita democratica, la
trasparenza e la lealtà. Rispettare le regole, anche questo,
caro Galante, è parte integrante del centralismo democratico.
Può darsi che le decisioni della commissione di garanzia siano
criticabili. Sono state criticate, non da me, possono essere
criticate. Ma il centralismo democratico esige che quelle
decisioni siano applicate. Senza l’applicazione di quelle
decisioni c’è l’anarchia della vita di partito, la guerra per
bande. Nessuno può sentirsi e mettersi al di sopra, al di fuori
delle regole, a partire da chi ha compiti di direzione
nazionale. E nessuno può avallare atti in contrasto con le
regole. Nessuno.
Io sento la necessità di battermi perché il
centralismo democratico sia fino in fondo rispettato. Il
centralismo democratico non è fondato soltanto sul voto a
maggioranza, ma presume l’impossibilità delle correnti e delle
frazioni. Quindi il partito deve lavorare in modo non solo di
predicare l’esclusione delle correnti ma in modo di evitarne
concretamente la formazione. Quando si manifestano differenze, e
tanto più su questioni organizzative e di persone, queste
differenze vanno superate con il confronto, con il rispetto
reciproco, con il dialogo e con la sintesi. Eventuali differenze
non vanno mai considerate come permanenti. È cosa grave, segno
di una pericolosa deriva, quando in una riunione di qualunque
organismo politico si sa già chi vota a favore e chi vota
contro. Questo cristalizza le posizioni e possiamo fare tutte le
prediche del mondo – ed io non sono un predicatore, io sono un
combattente - ma quelle prediche non serviranno a niente, perché
in quel caso le frazioni nasceranno inevitabilmente e sarà un
disastro per il nostro partito. Allora tutto questo richiede ed
esige dibattito vero, libertà di critica, rispetto del dissenso,
democrazia profonda, esige soprattutto collegialità,
compartecipazione, corresponsabilità. E dialogo. Anche nella
polemica più aspra. Ho vissuto personalmente - nel vecchio Pci -
il dramma di cosa vuol dire il dissenso e la situazione che
comporta, lo scontro anche aspro. Ma vorrei che per questo
nostro Partito, in ogni polemica, in ogni contrasto, si mettano
da parte, ad ogni livello, prevaricazioni, arroganze, omertà,
intrighi, personalismi, consorterie. E che alla fine di ogni
disputa cessino i rancori, che alla fine, come si usa tra
comunisti, ci si saluta, ci si stringe la mano, si combatte
insieme. |