COMITATO CENTRALE

La relazione del segretario,
Oliviero Diliberto


Roma, 16 luglio 2005

 

Svolgiamo questo Comitato Centrale in una situazione politica di grande movimento e, aggiungerei, in una fase oggettivamente delicatissima. L’impressione, assistendo alle convulsioni della attuale maggioranza, è che sia molto prossima allo sfaldamento. Le elezioni regionali, e subito dopo le ulteriori due suppletive di Camera e Senato, hanno confermato il dato elettorale: la destra è in caduta libera. Ma questo esito, su cui tornerò, non è semplicemente determinato dallo scontento delle masse popolari, dall’impoverimento, dalla scarsa tenuta – anzi, dal disastro - di salari e pensioni, e cioè dalla fine del “sogno” berlusconiano. C’è un dato più profondo - che vorrei sottoporre all’attenzione delle compagne e dei compagni - che riguarda la crisi del blocco sociale berlusconiano.

Si è progressivamente sfaldato quell’inedito blocco sociale del 2001, che consentiva a Berlusconi di tenere insieme le forze più squisitamente populiste e peroniste con settori che, tradizionalmente, erano stati legati alla vecchia Democrazia Cristiana: penso a larghe fasce del pubblico impiego, ai settori storicamente della Cisl. E, insieme a questi, i “poteri forti”, quelli veri: dal Vaticano a Confindustria a Confcommercio. Quell’inedito blocco sociale non c’è più perché Berlusconi e il suo governo sono riusciti a scontentare praticamente tutti. Il dato più eclatante è rappresentato da Confindustria. Al di là della propaganda, al di là del tratto diverso, anche personale, rispetto ad Antonio D’Amato, Cordero di Montezemolo ha virato di 180 gradi perché ha capito che la linea del governo e del vecchio gruppo dirigente di Confindustria, quella del conflitto, dello scontro frontale con la Cgil tentando di isolarla, come è avvenuto per un lungo periodo, è perdente. Lo è innanzitutto per l’industria, tanto è che il sistema produttivo italiano è a rotoli, la crescita è zero, i parametri europei sono stati tutti largamente superati. Ma Confindustria non ha cambiato i propri interessi, ha semplicemente prefigurato il dopo Berlusconi. Settori del pubblico impiego, Cisl e Uil sono tornate all’opposizione, pur avendo firmato dopo la vittoria di Berlusconi, senza la Cgil, lo sciagurato “Patto per l’Italia”.

La Banca d’Italia, dopo aver sostenuto Berlusconi (ricordate il nuovo miracolo italiano?), ha riallacciato rapporti molto stretti con i settori moderati del centrosinistra.

La stessa cosa è avvenuta con la Corte dei Conti, il cui procuratore generale Apicella, un mese fa, ha presentato una denuncia impietosa dei conti pubblici; e lo stesso con il settore del commercio, che aveva rappresentato un  pezzo essenziale del blocco sociale della Casa delle Libertà. Berlusconi non ha avuto il coraggio di andare all’assemblea organizzata da Confcommercio. Ha mandato Siniscalco a prendersi la sua dose di fischi.

Questa scomposizione del blocco sociale della destra interroga ovviamente - e lo vedremo più avanti - anche il centrosinistra, perché se è vero che quegli interessi si stanno riposizionando, è anche vero che restano gli stessi.

Sul versante squisitamente politico, vi è una evidente crisi dei partiti che compongono la destra italiana. La Lega non ha ancora deciso, anche per via della situazione personale del suo leader, se far parte dell’alleanza berlusconiana alle prossime elezioni o se invece andare da sola. E’ una variante fondamentale. La Lega sta accentuando il suo profilo identitario: dalle taglie, alla castrazione per gli stupratori, all’assalto all’euro e a Ciampi al Parlamento Europeo, allo stato di guerra relativamente al pacchetto sicurezza antiterrorismo. La Lega accentua il suo profilo identitario perché, perso per perso, sta ragionando se le conviene forse tornare al modello del ’96, quando si presentò da sola e conquistò una serie di collegi nelle enclave bergamasche e della provincia di Varese, conseguendo la maggioranza dei parlamentari nella parte proporzionale. Lascerebbe, cioè, la barca che affonda e andrebbe da sola. Non è ancora detto, ma ci sta seriamente pensando.

Ancora: anche l’Udc sta a sua volta accentuando il profilo identitario, prefigurando una sorta di ricomposizione del centro. Non della Democrazia Cristiana: come è impossibile rifare il Partito comunista italiano, è impossibile rifare la Democrazia Cristiana. L’Udc pensa ad un contenitore di centro, conservatore ma non reazionario, un contenitore largo che riesca a conquistare proseliti anche dal nostro schieramento.

Considero questa un’ipotesi possibile. Non voglio dire probabile, ma sicuramente possibile. Diventa quindi necessario per l’Udc accentuare gli aspetti che la distinguono dalle politiche oltranziste di Berlusconi e della Lega.

Alleanza Nazionale è in una crisi gravissima. Una crisi, innanzitutto, di identità. Non sanno più cosa sono. Da un lato c’è l’idea del partito conservatore americano, laico, su cui punta Fini. Dall’altro c’è l’idea della destra sociale di Storace e Alemanno, una destra populista e post-fascista che mantenga la propria identità rispetto a Forza Italia. Senza parlare di una buona metà dei gruppi parlamentari di quel partito che sono già sul libro paga di Berlusconi. Su tutti i giornali di oggi viene ampiamente raccontato il complotto tra la destra sociale e il ministro Matteoli per far fuori Fini. Si sono riuniti clandestinamente in un bar del centro di Roma - per la prossima volta suggerirei loro un luogo più riservato… - , casualmente frequentato da un giornalista del Tempo che ha pubblicato tutto. Nell’incontro sono stati espressi su Fini giudizi di una pesantezza estrema. La crisi di AN al momento non sembra avere possibili sbocchi, se non l’idea accarezzata da Berlusconi del partito unico della destra: cioè un’ipotesi tutt’altro che, al momento, realistica. Ma lo stesso Berlusconi e  il suo partito, Forza Italia, sono in grandissima difficoltà. Vorrei segnalare che Forza Italia ha perso, dal 2001 ad oggi, più del 50%, in termini assoluti, dei suoi voti. Una debacle.

La crisi della destra comporterà una fase, da qui alle elezioni, di grandissima fibrillazione interna. Ma, attenzione, può determinare ulteriori disastri per il paese.

Faccio un esempio. Se Berlusconi vuole mantenere la Lega nell’alleanza, cosa per lui vitale, deve darle la devolution, deve cioè stravolgere la Costituzione. E questi otto mesi che abbiamo dinanzi prima delle elezioni rischiano anche di essere quelli del varo dell’ordinamento giudiziario che, la prossima settimana, arriverà alla Camera per il voto definitivo.

La riforma costituzionale, la riforma dell’ordinamento giudiziario, un disastroso Documento economico e finanziario e una legge finanziaria che non potrà che aggravare i guasti già profondi dell’economia italiana. Penso – un esempio per tutti - al Tfr, il trattamento di fine rapporto di lavoro.

Il centrosinistra, da parte sua, sta vivendo una fase di ricollocazione. Ricordate “il motore riformista del centrosinistra”, e cioè l’aggregazione Ds, Margherita, Sdi e Repubblicani europei che doveva costituire il “soggetto riformista”, trainante di tutta la coalizione? Questa cosa non c’è più, checché ne dica il Consiglio nazionale dei Ds, il quale afferma che il progetto va avanti, in un volontarismo che è smentito dai fatti. Rutelli e La Margherita non hanno fatto fallire quel disegno soltanto per ragioni identitarie, non solo perché non vogliono sciogliersi nella socialdemocrazia, nel socialismo europeo. Vi è invece in campo un disegno molto più ambizioso della Margherita: diventare il garante e il rappresentante degli interessi e dei valori che da destra si stanno spostando verso il centrosinistra.

Rutelli ha fatto due mosse intelligenti, naturalmente dal suo punto di vista: la prima è stata quella di organizzare, con i poteri economici forti, che esistono e non sono una invenzione, il seminario di Frascati su “Il futuro economico dell’Italia. Quali ricette per fare uscire l’Italia dalla crisi?”. Erano presenti con due figure simboliche. Mario Monti, alto tecnocrate, economista importante, uomo di valore, ma - piccolo particolare - commissario europeo indicato dalla destra. Era poi presente Cordero di Montezemolo, cioè Confindustria, cosa che ci fa pensare che le ricette per far uscire l’Italia dalla crisi verrebbero dettate da questi poteri forti. Garanti di una operazione simile non possono essere i Ds, come pure vorrebbero. E’ la Margherita, è Rutelli. Come interpretare altrimenti la decisione, in piena campagna referendaria, di astenersi al referendum sulla fecondazione assistita? Non si è trattata di una semplice dichiarazione, “io non andrò a votare”, ma di un’ora di motivata, articolata discussione per spiegare perché, sul piano valoriale, non bisognava andare a votare. Era esattamente un messaggio a Camillo Ruini ed alla Conferenza Episcopale Italiana.

Su questo versante i temi sono piuttosto complicati, perché il referendum, perso in quella maniera, con quei numeri, prefigura un rilevante arretramento della cultura laica, della laicità dello Stato. Più di quanto immaginiamo. Due giorni fa, il giorno dell’anniversario della presa della Bastiglia, della rivoluzione francese del 14 luglio, anniversario fondante anche per noi comunisti, scopriamo che il Papa si scaglia persino contro Harry Potter. Non gli basta sindacare sul piano teologico, prende di mira persino Harry Potter. È una battuta e può far sorridere, ma la realtà è che respiriamo un’aria pesantissima. Ci siamo arrivati cadendo lungo un pendio insensibile, quasi senza rendercene conto; ma, attenti, il rischio è che anche nel centrosinistra si possa respirare un’aria pesante.

Insomma, la Margherita ha deciso di far fallire il disegno della lista riformista e di andare sola, nella parte proporzionale, alle elezioni politiche, scontrandosi con il capo dell’Unione, Romano Prodi, che però non è andato oltre il 25% nelle votazioni interne del suo partito.

Che la Margherita non accetti la costruzione di un soggetto unitario riformista è comprensibile, ma vorrei che questa riunione riflettesse sui possibili scenari. Ho fatto avant’ieri un eccellente dibattito con D’Alema alla festa regionale del Lazio del nostro partito. D’Alema ha detto chiaramente che l’approdo del soggetto riformista non potrà che essere nel socialismo europeo, nella socialdemocrazia. Ma allora per quale motivo la Margherita, che non è socialista, ma popolare, che viene dalla cultura cattolica moderata, dovrebbe seguirlo in quell’approdo? È la presunzione politica di di pensare di poter inglobare coloro che non vogliono e non si fanno inglobare.

L’esito della vicenda ci consegna un problema in più, e cioè il riposizionamento della Margherita su un fronte dichiaratamente moderato, quando non conservatore. Questo rischia di sfociare in una competizione alle prossime elezioni politiche tra Margherita e Ds. E questa competizione tra moderati conservatori e progressisti può diventare un problema anche per le forze minori della sinistra. Questo interroga noi sul che fare da qui alle elezioni politiche del 2006.

Da almeno due congressi il nostro partito ha aggiornato, ha modificato la propria pratica politica sulla base di una cosa che ci siamo detti più volte: il punto non è se stare nel centrosinistra - noi stiamo e staremo nel centrosinistra - ma come starci.

Sono convinto che abbiamo fatto bene a scegliere una linea dinamica, di attacco, che su tante questioni, ne cito solo una perché è la più emblematica, le questioni internazionali, ci ha reso, pur con la infinita modestia dei nostri numeri, protagonisti della scena politica. Siamo avanzati in termini numerici, sia percentuali che assoluti. In quasi tutte le regioni. Abbiamo oggi consiglieri regionali ovunque. Sommando i risultati della Basilicata, arrivati dopo, e delle provinciali sarde, sfioriamo nazionalmente il 3%. La proiezione del nostro ufficio elettorale, che funziona molto bene, ci dà tra il 2,9 e il 3%. Per la prima volta da quando esistiamo, prendiamo voti a Rifondazione comunista.

La nostra crescita degli anni passati era conseguenza di un progressivo smottamento di pezzi Ds: elettorato e gruppi dirigenti nei territori che ci votavano perché delusi dalla deriva moderata di quel partito. Per la prima volta, invece, oggi noi prendiamo voti direttamente da Rifondazione comunista; mentre Rifondazione, dal canto suo, perde in maniera massiccia, ed è la seconda volta consecutiva che avviene. E’ avvenuto sia nel 2004 che nel 2005, ma mentre nel 2004 quei voti non sono arrivati a noi, adesso è stato così.

È un fatto di grande rilievo, compagne e compagni. In Puglia, dove Vendola era il candidato presidente, dove Rifondazione aveva dunque la massima visibilità, Rifondazione ha perso voti e noi siamo cresciuti. Ma potrei citare molti altri luoghi, dalla Basilicata al Trentino Alto Adige, alle comunali di Catania. Un po’ ovunque. Un dato di crescita che i compagni dovrebbero confrontare con il 2001, quando avevamo l’1,7% dei voti e un partito piegato, tutt’altro che tranquillo sulle proprie sorti. Ricordate la discussione sul partito transitorio, sul partito precario? Ci saremo domani o non ci saremo? Dov’è lo spazio politico? Quando Rifondazione è tornata nel centrosinistra, diversi compagni hanno detto: “non c’è più spazio, saremo stritolati dalla tenaglia”.

Noi non ci siamo fatti stritolare, perché con una linea dinamica e intelligente ci siamo riposizionati esattamente sul versante della sinistra del centrosinistra. Prima delle regionali, quanti avrebbero scommesso su questo esito? Prima delle regionali, ho sentito diversi compagni, molto pessimisti, parlare di partito allo sbando. Abbiamo guadagnato parecchi di voti. Lo vorrei sempre un partito allo sbando che guadagna voti! Non ci siamo fatti stritolare in quella morsa perché abbiamo tenuto le nostre posizioni. Bertinotti ha avuto una visibilità spaziale prima delle regionali, era tutti i giorni nelle televisioni, grandi interviste sui giornali. Ma non sempre alla visibilità corrispondono voti. Dipende da cosa dici.

Guardando indietro, al quinquennio che abbiamo alle spalle e che si concluderà con le elezioni politiche del 2006, credo di poter dire che il bilancio è largamente positivo. La nostra linea di unità, autonomia, competizione ha pagato. Noi siamo dentro al centrosinistra strategicamente, ma con un profilo autonomo e competitivo rispetto alle altre forze della sinistra. Da questo punto, di vista propongo che il Comitato Centrale discuta e alla fine delibi su un punto molto delicato. Nella giornata di ieri, mentre ero con i nostri compagni di Gela per la candidatura del compagno Rosario Crocetta quale presidente della regione Sicilia (si vota l’anno prossimo), Romano Prodi ha spedito una bozza di documento sull’Iraq. Avrete visto sui giornali sia la bozza che la mia prima reazione. Questa mozione, o ordine del giorno prevede di chiedere al governo di predisporre i tempi e i modi di uscita dall’Iraq. Si tratta di un cambiamento di rotta rispetto alla linea che tutta L’Unione ha tenuto nei mesi e negli anni passati. Vorrei ricordare che abbiamo votato tutti insieme per il ritiro delle truppe, compresa la Margherita. Gli unici che si differenziarono furono gli amici dell’Udeur, che avevano ed hanno un profilo più moderato. Ma oggi la cosiddetta exit strategy – chissà perché quando vogliono prendere in giro la gente usano parole inglesi - viene dilatata non dal governo, cosa che capisco essendo servi degli americani, ma dall’Unione, dalla nostra alleanza, sino ad arrivare alla fine del 2006.

Ho fatto una dichiarazione nettamente contraria. Chiedo al Comitato Centrale di confermare una linea che la prossima settimana dovremo discutere alla Camera e al Senato: noi respingiamo l’ordine del giorno di Prodi. Noi restiamo fermi sull’idea che le truppe italiane vadano ritirate immediatamente dall’Iraq. E non vedo quale motivo debba indurci a modificare la nostra posizione. Semplicemente perché il governo ha annunciato che i primi 300 se ne andranno via a settembre? Questa idea di dialogare con il governo è esiziale. Con un altro governo, con un altro clima, penso al tema del terrorismo, il dialogo sarebbe possibile. Negli anni ‘70 il Partito Comunista lo fece per combattere il terrorismo. Ma, attenti: si dialogava sulla base di un comune sistema di valori, con governi che erano formati da forze politiche dell’arco costituzionale; vi era il comune sentire dell’antifascismo come cemento di quella battaglia, la battaglia della difesa della democrazia. Ma oggi, perché dialogare con Bossi, con Berlusconi, con Fini, con Gasparri? E’ un’idea largamente assunta dai Ds, non soltanto dalla Margherita, ma va contrastata. Prodi, che aveva tutt’altra opinione sul ritiro delle truppe, è stato indotto a presentare quest’ordine del giorno perché altrimenti larga parte del centrosinistra non lo avrebbe seguito: non solo la Margherita, ma pezzi rilevanti dei Ds.

La proposta che sento di avanzare è che si lavori affinché nella prossima settimana ci sia un ordine del giorno per il ritiro immediato delle truppe che noi proporremo di firmare a tutti i parlamentari che la pensano così. La nostra linea parla a tutta la sinistra. E infatti quando sono invitato alle feste de L’Unità, e incalzo sul terreno unitario i dirigenti Ds che tengono i dibattiti insieme a me, la platea, il popolo de l’Unità, che è anche il vecchio popolo comunista, è d’accordo con me. Dico loro: “ma voi non siete più simili a noi che a Francesco Rutelli?”. Vanno incalzati, perché la spinta unitaria è il più forte terreno di attacco. E la stessa cosa dobbiamo fare con Rifondazione. Rifondazione è in difficoltà e con gravi contraddizioni al suo interno: a livello centrale, ma soprattutto a livello periferico, nei territori. Noi dobbiamo incalzare simmetricamente Ds e Rifondazione con la nostra proposta della Confederazione della sinistra, che si chiami così o come si potrà chiamare, perché è una proposta che ci fa parlare al più grande partito della sinistra, che non sono né i Ds né Rifondazione, ma coloro che non hanno partito e che credono profondamente nell’unità della sinistra. Sono quelli che dopo il big bang del Partito Comunista Italiano non sono andati con alcuno dei partiti esistenti, e ce ne sono ben tre nati, chi più chi meno, da quel solco, da quella tradizione. Sono coloro che chiedono unità, che sono stanchi e delusi dalle scissioni, dalle lacerazioni, dai litigi, dai rancori.

Propongo al Comitato Centrale di continuare ad incalzare sul terreno unitario. È una linea di attacco, perché in una situazione di movimento il peggiore pericolo è stare fermi. Ed è proprio per questo motivo che in vista delle primarie dell’8 e 9 di ottobre, io mi sono sentito di proseguire su questa linea di attacco rivolgendomi in una intervista a Bertinotti e affermando: “guida tu il processo unitario!”. Soltanto un ingenuo o uno in mala fede poteva pensare che Bertinotti avrebbe accettato. Era ovvio che non avrebbe accettato. Noi lo abbiamo incalzato e ora non ha più alibi: il re è nudo. Gli ho detto: “fai tu il capo”. Se avesse accettato, sarebbe venuto sulla nostra linea e sarebbe stato un grande successo del partito. Non avendo accettato, come d’altronde era purtroppo prevedibile, lui è solo il candidato del suo partito e non della sinistra. Ha rifiutato di guidare un processo  unitario e dunque noi siamo legittimati a votare e dare indicazione di votare alle primarie per Romano Prodi.

È questo un cambiamento di linea? Sono due congressi, compagni, che proponiamo la Confederazione a Rifondazione. Due congressi unanimi, salvo qualche compagno qui e là che, da sinistra, due congressi fa, era contro la Confederazione. Ma sono passati due congressi. Non ho apportato alcuna modificazione. La mia è semplicemente un’interpretazione d’attacco, dinamica, di una linea che ci consente di guadagnare consenso e di creare contraddizioni a Rifondazione Comunista. È l’abc della politica.

In vista delle primarie, dobbiamo attrezzarci con attenzione. Cercherò di spiegare perché. A nome delle Direzione del partito, propongo al Comitato Centrale che il nostro candidato sia Romano Prodi, e sia Romano Prodi per una ragione di fondo: perché è l’unico che può sfidare e battere Berlusconi. Noi dobbiamo demistificare il tema delle primarie. Sulla base di alcuni argomenti che considero forti.

Le primarie le vuole Prodi? Si faranno. È lui il leader, accettiamo questa che giudichiamo tuttavia una pantomima, ma dobbiamo sapere e dire che è una pantomima, una pagliacciata, una carnevalata e aggiungo che bisogna stare molto attenti, moltissimo, perché le primarie vengono percepite da un pezzo di popolazione  come un fatto democratico. D’Alema, che in realtà vede le primarie come fumo negli occhi, due giorni fa le ha giustificato dicendo: “in fondo facciamo parlare il nostro popolo”. Secondo me è esattamente il contrario: è l’accentuazione di una deriva plebiscitaria e presidenzialista. È l’accentuazione del personalismo nella politica, è contro i partiti, e quando si diminuisce il peso dei partiti si diminuisce la democrazia, sempre. Nella nostra Costituzione non c’è nulla di tutto ciò, nemmeno implicitamente. Parisi, nella prima bozza di regolamento delle primarie, aveva scritto che il centrosinistra si sarebbe impegnato, qualora avesse vinto le elezioni, a governare per tutta la legislatura con il presidente del consiglio eletto nelle primarie. Mi sono permesso di dire - e infatti questa parte è stata modificata - che quella formulazione era simile alla riforma costituzionale della destra, un cambiamento in senso presidenzialista della nostra Costituzione. In questo caso c’è anche il paradosso che chi diventa presidente del consiglio non è neanche eletto dal popolo, è eletto nelle primarie: un’aberrazione. Quindi, primo punto, le primarie sono uno snaturamento delle regole democratiche costituzionali e, secondo, sono finte: se fossero vere, ci sarebbe Rutelli a sfidare Prodi su un’altra linea. Allo stato, abbiamo invece dei competitori che non corrono per diventare presidenti del consiglio, ma solo per contare di più, per pesare di più all’interno della coalizione. Terzo: il vero rischio è che si esca dalle primarie con il candidato indebolito. Non sono affatto sicuro che Prodi prenderà un mucchio di voti, perché non sono sicuro che il popolo della Margherita, il vecchio popolo democristiano del sud, lo sosterrà in massa. E non è neanche detto che a sinistra ci sia tutto questo movimento a favore i Prodi. E’ più probabile che a sinistra lo votino proprio perché si è scontrato con il versante moderato e conservatore di Rutelli, ma il rischio sono due mesi di campagna elettorale dentro il centrosinistra e non contro la destra, malgrado tutto quello che sta succedendo nel mondo.

Tuttavia, c’è una novità che giudico molto positiva e che si intreccia in qualche misura anche con il tema delle primarie. Credo che sia da salutare con enorme favore il fatto che per la prima volta si sia fatto un passo concreto, in avanti, nella linea della confederazione. Il 2 luglio si è tenuta la “Camera di consultazione permanente della sinistra” coordinata da Alberto Asor Rosa. In quella sede Alfonso Pecoraro Scanio, il leader dei Verdi, ha lanciato l’idea della lista arcobaleno. Lista arcobaleno che per la parte proporzionale delle elezioni politiche dovrebbe vedere noi comunisti, i verdi, un pezzo dei movimenti, un pezzo del sindacato, la Cgil, i professori di Firenze, i girotondini, i pacifisti, insomma una cosa nuova che appunto Pecoraro ha chiamato Arcobaleno, e che noi abbiamo chiamato la Confederazione con chi ci sta. Quella che Atalmi spesso chiama la Confederazione a geometrie variabili, ed ha ragione, è così. È il primo passo in avanti della nostra linea politica per la quale ci stiamo dannando l’anima da quattro anni. E’ un alinea che parla anche a Rifondazione.

Abbiamo tenuto numerosi incontri con Pecoraro, con Cento, con il gruppo dirigente dei Verdi, e abbiamo messo in chiaro - lo dico perché altrimenti so già che la discussione si appassionerebbe quasi esclusivamente su questo punto - che in questo arcobaleno è necessario che siano visibili i simboli dei partiti. Noi teniamo molto al nostro simbolo, rappresenta la nostra storia e il nostro futuro, e tutti lo sanno. Ma abbiamo insistito con la presenza dei simboli anche perché è necessario che i nostri elettori ci riconoscano. Quindi è la nostra linea, che sta andando avanti: è la linea che avevamo già proposto alle forze della sinistra per le europee, dove pure non c’era la soglia di sbarramento. Ce lo siamo dimenticati? Era rivolta anche a Rifondazione, vorrei ricordarlo. O crediamo a questa linea e operiamo perché vada avanti, o altrimenti la nostra azione si riduce a pura tattica. La Confederazione è una scelta congressuale ed è quindi strategica. Alle elezioni politiche, a differenze delle europee, c’è la soglia di sbarramento e l’accordo con i Verdi e con pezzi di movimenti è una grossa opportunità: c’è qualcosa di più della possibilità concreta di andare oltre la soglia di sbarramento.

Propongo al Comitato Centrale di cementare il rapporto con i Verdi, che so essere difficile in alcune realtà. Dobbiamo cementarlo e dobbiamo fare in modo che abbia una grande visibilità esterna, ed a tal fine vanno organizzate iniziative, momenti congiunti. In autunno terremo insieme ai Verdi e ai movimenti una assise programmatica in vista di quella finale della Unione, prevista per dicembre, per concordare insieme i contenuti della lista Arcobaleno. Pace, ambiente, lavoro, diritti, Costituzione.

La parte proporzionale della lista che costruiremo insieme ai Verdi ed ai movimenti dovrà essere di massima apertura all’esterno. Massima apertura! I capilista dovranno essere personaggi che parlano a tutta la sinistra e non solo ai comunisti, perché la nostra ambizione è raccogliere più consensi possibile. Personaggi come Margherita Hack, come Asor Rosa, come Pardi, persone che con i loro nomi, con le loro facce, diano il segno di che cosa vuole essere la lista arcobaleno. Questa operazione è stata costruita da anni di lavoro: prima il forum programmatico di Patta, successivamente la Camera di consultazione di Asor Rosa. Abbiamo molti materiali di lavoro, proposte per qualificare l’azione politica: rilancio del tema della scala mobile, un meccanismo di adeguamento automatico dei salari e delle pensioni; proposte sulla scuola che hanno ricevuto molto consenso tra gli operatori del settore; stiamo lavorando con il compagno Crocetta ad un convegno da tenersi in autunno sul Mezzogiorno. Insomma, rapporto unitario, contenuti e una linea di grande apertura. Lo dico in particolare ai giovani, alla Federazione Giovanile Comunista: apritevi il più possibile ai movimenti, cercate di essere egemoni! Apritevi a quei movimenti che non sono di partito, ma possono diventare l’acqua nella quale muoversi, penso in particolare al movimento degli studenti, al movimento per la pace, interpretando nel concreto la linea della confederazione della sinistra.

Chiedo che il Comitato centrale, alla fine di questo nostri lavori, si pronunci con un voto sulla linea che io vi ho proposto. Molto serenamente, lo dico con la massima franchezza, perché dissentire non soltanto è lecito, ma a me non dispiace, non mi offendo, purché tutto avvenga alla luce del sole, nella discussione politica.

Ed arrivo all’ultimo punto.

C’è un paradosso. Noi abbiamo un partito che vince, che acquista autorevolezza, che conta, che è diventato protagonista, nel suo piccolo, della scena politica italiana. Ma, paradossalmente, all’interno ci sono conflitti, fibrillazioni, un clima pesante. Un clima nel quale accade anche che i compagni non si salutino. Non è così ovunque, naturalmente. In molte regioni, e sono la maggioranza, il partito è sereno. Ma ci sono situazioni dove il tempo, che andrebbe investito tutto nella politica, viene utilizzato per tutt’altre cose: per i litigi, per le beghe, per le trame. E’ tempo sottratto alla iniziativa politica ed è l’alibi spesso per non fare iniziativa politica.

Arrivano al centro una valanga di carte, di denunce, di lamentele. Io credo, compagni, che questo clima sia il peggiore per arrivare alle elezioni politiche. Ci trasciniamo ancora scorie di elezioni passate. Vogliamo definire chi saranno i compagni e le compagne candidati alle prossime elezioni con questo clima? Io credo che non giovi, che non giovi a nessuno. In un attivo recente con i compagni della Puglia, che è stato poi ripreso su Rinascita, ho voluto parlare apertamente di un problema che ho posto in Direzione e che ora pongo qui, al Comitato Centrale. È ripartita una campagna di delegittimazione, e in qualche caso di diffamazione, del gruppo dirigente e in particolare del segretario del Partito. In alcuni organismi di partito - sono pochi, certo, molto pochi, ma segnalano un problema – sono state fatte dichiarazioni volgari. Qualcuno è arrivato a dire che avrei il preciso disegno di distruggere questo partito. Singolare, sarei anche uno sciocco, essendone il segretario. Dovrei ricorrere alla Commissione dei Garanzia? Ma io non ricorro mai alla Garanzia, mai. Credo che certe questioni vadano affrontate politicamente. Solo la politica può risolverle.

Se c’è qualcuno che vuole cambiare il segretario, lo dica. Lo dica, perché questa è la sede, essendo io stato eletto da questo organismo. Ci si alza, si chiede la parola e si pone il problema. Se prevarrà l’orientamento di cambiare il segretario, io continuerò a fare il militante comunista. Credo però di essere utile. Credo che il partito abbia avuto una visibilità, una autorevolezza crescente, sia con il vostro che con il mio contributo. Ma vorrei che questi problemi si affrontassero laicamente, senza anatemi ma anche senza diffamazioni. Qualcuno vuole porli? Una cosa è certa. Io non ho alcuna intenzione di lasciar continuare questa linea di logoramento dei gruppi dirigenti. Sono convinto che ci siano le condizioni per superare i problemi che abbiamo avuto. Sapete tutti che è un anno che lavoro a tale scopo, mettendoci tutta la mia pazienza: che è infinita. Però di questi temi o se ne parla qui, adesso, o si smette di parlarne fuori.

Abbiamo vinto le elezioni ed è ripartita la campagna: “siamo allo sbando, se ne vanno i compagni…”. Gli abbandoni, compagne e compagni, ci sono stati dal primo giorno in cui il partito è stato fondato, sin da quando la compagna Ersilia Salvato se n’è andata: il partito era nato due giorni prima! Si va via, si torna, si rientra. Quello che conta, alla fine di tutto, è la nostra tenuta. Se teniamo noi, tiene anche il Partito. Ed io vorrei capire, da questo Comitato Centrale, che dunque è molto impegnativo, se noi teniamo. Io lo faccio. E io non sono come Gianfranco Fini che entra nel Comitato Centrale in un certo modo e se ne esce con la coda tra le gambe, rimangiandosi tutto. Io voglio aprire questa discussione in maniera serena, franca e anche leale. A seconda dell’esito, si deciderà se io rimanga o meno. Ma lo dico a tutti voi: il partito è vostro, compagni, non è mio e non è di nessuno: difendetelo. È vostro, io sono transitorio, ma il partito no, continuerà ad esserci.

Da questo punto di vista mi sembra a volte che le nostre discussioni, il modo in cui si affrontano, siano un po’ sulla luna rispetto alla realtà. C’è un famoso esempio: nel 1453, i turchi assediavano Costantinopoli. Era la capitale dell’Impero romano d’Oriente, millenario impero. I turchi sfondarono finalmente le porte di Costantinopoli, entrarono e cominciarono a far crollare quell’antichissima civiltà. L’imperatore, che avrebbe dovuto stare a difendere la città, era chiuso nel concistoro con i cardinali a discutere di un tema che poi passerà alla storia: discutevano su quale fosse il sesso degli angeli. La metafora è poi passata efficacissima, appunto, alla storia. Discutere del sesso degli angeli. Cioè, inutilmente. In modo cieco e vano

Vogliamo rischiare di perderci in discussioni inutili quando fuori da qui c’è da sconfiggere Berlusconi, c’è da riassestare l’asse del centrosinistra su un versante non conservatore e c’è da continuare a costruire e far aumentare i consensi al nostro partito? Credo che ci siano le condizioni per uscire da questa riunione del Comitato Centrale più forti e più uniti. Per quanto mi riguarda continuerò ad esercitare la direzione del partito in maniera unitaria, l’unica che mi abbia animato anche nei momenti più tempestosi delle nostra vita interna. Spero, confido, che tutti vogliano adoperarsi con eguale spirito unitario



COMITATO CENTRALE
del 16 e 17 luglio 2005

- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

COMITATO CENTRALE

del 23 e 24 ottobre 2004

- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto
- L'intervento del segretario regionale del Trentino Alto Adige

COMITATO CENTRALE
del 19 e 20 giugno 2004

- La relazione del segretario
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

COMITATO CENTRALE
del 29 e 30 novembre 2003

- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto
- L'ordine del giorno
D
IREZIONE NAZIONALE

del 18 settembre 2003

No alla lista unica

COMITATO CENTRALE
del 12 e 13 luglio 2003

- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

COMITATO CENTRALE
del 10 maggio 2003
- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

COMITATO CENTRALE
dell'11 e 12  gennaio 2003
- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto
- L'ordine del giorno conclusivo

COMITATO CENTRALE
del 29 e 30 giugno 2002

- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

DIREZIONE NAZIONALE
del 18 aprile 2002

Fortissime perplessità sullo "statuto dei lavori"
Ufficio stampa

A UN ANNO DA BELLARIA
La confederazione della Sinistra per il lavoro, la pace e i diritti
di Oliviero Diliberto
Da "La Rinascita della Sinistra"

COMITATO CENTRALE
 del 26 gennaio 2002

La relazione del Segretario, O. Diliberto
"Due campagne nazionali su giustizia e lavoro"

Le conclusioni di Diliberto
"Il partito cresce ovunque, continuiamo così"

Dopo Bellaria
I compiti di chi guarda avanti per costruire
di Carlo Benedetti
Da "La Rinascita della Sinistra"