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Svolgiamo questo Comitato Centrale in una
situazione politica di grande movimento e, aggiungerei, in una
fase oggettivamente delicatissima. L’impressione, assistendo
alle convulsioni della attuale maggioranza, è che sia molto
prossima allo sfaldamento. Le elezioni regionali, e subito dopo
le ulteriori due suppletive di Camera e Senato, hanno confermato
il dato elettorale: la destra è in caduta libera. Ma questo
esito, su cui tornerò, non è semplicemente determinato dallo
scontento delle masse popolari, dall’impoverimento, dalla scarsa
tenuta – anzi, dal disastro - di salari e pensioni, e cioè dalla
fine del “sogno” berlusconiano. C’è un dato più profondo - che
vorrei sottoporre all’attenzione delle compagne e dei compagni -
che riguarda la crisi del blocco sociale berlusconiano.
Si è progressivamente sfaldato quell’inedito
blocco sociale del 2001, che consentiva a Berlusconi di tenere
insieme le forze più squisitamente populiste e peroniste con
settori che, tradizionalmente, erano stati legati alla vecchia
Democrazia Cristiana: penso a larghe fasce del pubblico impiego,
ai settori storicamente della Cisl. E, insieme a questi, i
“poteri forti”, quelli veri: dal Vaticano a Confindustria a
Confcommercio. Quell’inedito blocco sociale non c’è più perché
Berlusconi e il suo governo sono riusciti a scontentare
praticamente tutti. Il dato più eclatante è rappresentato da
Confindustria. Al di là della propaganda, al di là del tratto
diverso, anche personale, rispetto ad Antonio D’Amato, Cordero
di Montezemolo ha virato di 180 gradi perché ha capito che la
linea del governo e del vecchio gruppo dirigente di
Confindustria, quella del conflitto, dello scontro frontale con
la Cgil tentando di isolarla, come è avvenuto per un lungo
periodo, è perdente. Lo è innanzitutto per l’industria, tanto è
che il sistema produttivo italiano è a rotoli, la crescita è
zero, i parametri europei sono stati tutti largamente superati.
Ma Confindustria non ha cambiato i propri interessi, ha
semplicemente prefigurato il dopo Berlusconi. Settori del
pubblico impiego, Cisl e Uil sono tornate all’opposizione, pur
avendo firmato dopo la vittoria di Berlusconi, senza la Cgil, lo
sciagurato “Patto per l’Italia”.
La Banca d’Italia, dopo aver sostenuto Berlusconi
(ricordate il nuovo miracolo italiano?), ha riallacciato
rapporti molto stretti con i settori moderati del
centrosinistra.
La stessa cosa è avvenuta con la Corte dei Conti,
il cui procuratore generale Apicella, un mese fa, ha presentato
una denuncia impietosa dei conti pubblici; e lo stesso con il
settore del commercio, che aveva rappresentato un pezzo
essenziale del blocco sociale della Casa delle Libertà.
Berlusconi non ha avuto il coraggio di andare all’assemblea
organizzata da Confcommercio. Ha mandato Siniscalco a prendersi
la sua dose di fischi.
Questa scomposizione del blocco sociale della
destra interroga ovviamente - e lo vedremo più avanti - anche il
centrosinistra, perché se è vero che quegli interessi si stanno
riposizionando, è anche vero che restano gli stessi.
Sul versante squisitamente politico, vi è una
evidente crisi dei partiti che compongono la destra italiana. La
Lega non ha ancora deciso, anche per via della situazione
personale del suo leader, se far parte dell’alleanza
berlusconiana alle prossime elezioni o se invece andare da sola.
E’ una variante fondamentale. La Lega sta accentuando il suo
profilo identitario: dalle taglie, alla castrazione per gli
stupratori, all’assalto all’euro e a Ciampi al Parlamento
Europeo, allo stato di guerra relativamente al pacchetto
sicurezza antiterrorismo. La Lega accentua il suo profilo
identitario perché, perso per perso, sta ragionando se le
conviene forse tornare al modello del ’96, quando si presentò da
sola e conquistò una serie di collegi nelle enclave bergamasche
e della provincia di Varese, conseguendo la maggioranza dei
parlamentari nella parte proporzionale. Lascerebbe, cioè, la
barca che affonda e andrebbe da sola. Non è ancora detto, ma ci
sta seriamente pensando.
Ancora: anche l’Udc sta a sua volta accentuando
il profilo identitario, prefigurando una sorta di ricomposizione
del centro. Non della Democrazia Cristiana: come è impossibile
rifare il Partito comunista italiano, è impossibile rifare la
Democrazia Cristiana. L’Udc pensa ad un contenitore di centro,
conservatore ma non reazionario, un contenitore largo che riesca
a conquistare proseliti anche dal nostro schieramento.
Considero questa un’ipotesi possibile. Non voglio
dire probabile, ma sicuramente possibile. Diventa quindi
necessario per l’Udc accentuare gli aspetti che la distinguono
dalle politiche oltranziste di Berlusconi e della Lega.
Alleanza Nazionale è in una crisi gravissima. Una
crisi, innanzitutto, di identità. Non sanno più cosa sono. Da un
lato c’è l’idea del partito conservatore americano, laico, su
cui punta Fini. Dall’altro c’è l’idea della destra sociale di
Storace e Alemanno, una destra populista e post-fascista che
mantenga la propria identità rispetto a Forza Italia. Senza
parlare di una buona metà dei gruppi parlamentari di quel
partito che sono già sul libro paga di Berlusconi. Su tutti i
giornali di oggi viene ampiamente raccontato il complotto tra la
destra sociale e il ministro Matteoli per far fuori Fini. Si
sono riuniti clandestinamente in un bar del centro di Roma - per
la prossima volta suggerirei loro un luogo più riservato… - ,
casualmente frequentato da un giornalista del Tempo che ha
pubblicato tutto. Nell’incontro sono stati espressi su Fini
giudizi di una pesantezza estrema. La crisi di AN al momento non
sembra avere possibili sbocchi, se non l’idea accarezzata da
Berlusconi del partito unico della destra: cioè un’ipotesi tutt’altro
che, al momento, realistica. Ma lo stesso Berlusconi e il suo
partito, Forza Italia, sono in grandissima difficoltà. Vorrei
segnalare che Forza Italia ha perso, dal 2001 ad oggi, più del
50%, in termini assoluti, dei suoi voti. Una debacle.
La crisi della destra comporterà una fase, da qui
alle elezioni, di grandissima fibrillazione interna. Ma,
attenzione, può determinare ulteriori disastri per il paese.
Faccio un esempio. Se Berlusconi vuole mantenere
la Lega nell’alleanza, cosa per lui vitale, deve darle la
devolution, deve cioè stravolgere la Costituzione. E questi otto
mesi che abbiamo dinanzi prima delle elezioni rischiano anche di
essere quelli del varo dell’ordinamento giudiziario che, la
prossima settimana, arriverà alla Camera per il voto definitivo.
La riforma costituzionale, la riforma
dell’ordinamento giudiziario, un disastroso Documento economico
e finanziario e una legge finanziaria che non potrà che
aggravare i guasti già profondi dell’economia italiana. Penso –
un esempio per tutti - al Tfr, il trattamento di fine rapporto
di lavoro.
Il centrosinistra, da parte sua, sta vivendo una
fase di ricollocazione. Ricordate “il motore riformista del
centrosinistra”, e cioè l’aggregazione Ds, Margherita, Sdi e
Repubblicani europei che doveva costituire il “soggetto
riformista”, trainante di tutta la coalizione? Questa cosa non
c’è più, checché ne dica il Consiglio nazionale dei Ds, il quale
afferma che il progetto va avanti, in un volontarismo che è
smentito dai fatti. Rutelli e La Margherita non hanno fatto
fallire quel disegno soltanto per ragioni identitarie, non solo
perché non vogliono sciogliersi nella socialdemocrazia, nel
socialismo europeo. Vi è invece in campo un disegno molto più
ambizioso della Margherita: diventare il garante e il
rappresentante degli interessi e dei valori che da destra si
stanno spostando verso il centrosinistra.
Rutelli ha fatto due mosse intelligenti,
naturalmente dal suo punto di vista: la prima è stata quella di
organizzare, con i poteri economici forti, che esistono e non
sono una invenzione, il seminario di Frascati su “Il futuro
economico dell’Italia. Quali ricette per fare uscire l’Italia
dalla crisi?”. Erano presenti con due figure simboliche. Mario
Monti, alto tecnocrate, economista importante, uomo di valore,
ma - piccolo particolare - commissario europeo indicato dalla
destra. Era poi presente Cordero di Montezemolo, cioè
Confindustria, cosa che ci fa pensare che le ricette per far
uscire l’Italia dalla crisi verrebbero dettate da questi poteri
forti. Garanti di una operazione simile non possono essere i Ds,
come pure vorrebbero. E’ la Margherita, è Rutelli. Come
interpretare altrimenti la decisione, in piena campagna
referendaria, di astenersi al referendum sulla fecondazione
assistita? Non si è trattata di una semplice dichiarazione, “io
non andrò a votare”, ma di un’ora di motivata, articolata
discussione per spiegare perché, sul piano valoriale, non
bisognava andare a votare. Era esattamente un messaggio a
Camillo Ruini ed alla Conferenza Episcopale Italiana.
Su questo versante i temi sono piuttosto
complicati, perché il referendum, perso in quella maniera, con
quei numeri, prefigura un rilevante arretramento della cultura
laica, della laicità dello Stato. Più di quanto immaginiamo. Due
giorni fa, il giorno dell’anniversario della presa della
Bastiglia, della rivoluzione francese del 14 luglio,
anniversario fondante anche per noi comunisti, scopriamo che il
Papa si scaglia persino contro Harry Potter. Non gli basta
sindacare sul piano teologico, prende di mira persino Harry
Potter. È una battuta e può far sorridere, ma la realtà è che
respiriamo un’aria pesantissima. Ci siamo arrivati cadendo lungo
un pendio insensibile, quasi senza rendercene conto; ma,
attenti, il rischio è che anche nel centrosinistra si possa
respirare un’aria pesante.
Insomma, la Margherita ha deciso di far fallire
il disegno della lista riformista e di andare sola, nella parte
proporzionale, alle elezioni politiche, scontrandosi con il capo
dell’Unione, Romano Prodi, che però non è andato oltre il 25%
nelle votazioni interne del suo partito.
Che la Margherita non accetti la costruzione di
un soggetto unitario riformista è comprensibile, ma vorrei che
questa riunione riflettesse sui possibili scenari. Ho fatto
avant’ieri un eccellente dibattito con D’Alema alla festa
regionale del Lazio del nostro partito. D’Alema ha detto
chiaramente che l’approdo del soggetto riformista non potrà che
essere nel socialismo europeo, nella socialdemocrazia. Ma allora
per quale motivo la Margherita, che non è socialista, ma
popolare, che viene dalla cultura cattolica moderata, dovrebbe
seguirlo in quell’approdo? È la presunzione politica di di
pensare di poter inglobare coloro che non vogliono e non si
fanno inglobare.
L’esito della vicenda ci consegna un problema in
più, e cioè il riposizionamento della Margherita su un fronte
dichiaratamente moderato, quando non conservatore. Questo
rischia di sfociare in una competizione alle prossime elezioni
politiche tra Margherita e Ds. E questa competizione tra
moderati conservatori e progressisti può diventare un problema
anche per le forze minori della sinistra. Questo interroga noi
sul che fare da qui alle elezioni politiche del 2006.
Da almeno due congressi il nostro partito ha
aggiornato, ha modificato la propria pratica politica sulla base
di una cosa che ci siamo detti più volte: il punto non è se
stare nel centrosinistra - noi stiamo e staremo nel
centrosinistra - ma come starci.
Sono convinto che abbiamo fatto bene a scegliere
una linea dinamica, di attacco, che su tante questioni, ne cito
solo una perché è la più emblematica, le questioni
internazionali, ci ha reso, pur con la infinita modestia dei
nostri numeri, protagonisti della scena politica. Siamo avanzati
in termini numerici, sia percentuali che assoluti. In quasi
tutte le regioni. Abbiamo oggi consiglieri regionali ovunque.
Sommando i risultati della Basilicata, arrivati dopo, e delle
provinciali sarde, sfioriamo nazionalmente il 3%. La proiezione
del nostro ufficio elettorale, che funziona molto bene, ci dà
tra il 2,9 e il 3%. Per la prima volta da quando esistiamo,
prendiamo voti a Rifondazione comunista.
La nostra crescita degli anni passati era
conseguenza di un progressivo smottamento di pezzi Ds:
elettorato e gruppi dirigenti nei territori che ci votavano
perché delusi dalla deriva moderata di quel partito. Per la
prima volta, invece, oggi noi prendiamo voti direttamente da
Rifondazione comunista; mentre Rifondazione, dal canto suo,
perde in maniera massiccia, ed è la seconda volta consecutiva
che avviene. E’ avvenuto sia nel 2004 che nel 2005, ma mentre
nel 2004 quei voti non sono arrivati a noi, adesso è stato così.
È un fatto di grande rilievo, compagne e
compagni. In Puglia, dove Vendola era il candidato presidente,
dove Rifondazione aveva dunque la massima visibilità,
Rifondazione ha perso voti e noi siamo cresciuti. Ma potrei
citare molti altri luoghi, dalla Basilicata al Trentino Alto
Adige, alle comunali di Catania. Un po’ ovunque. Un dato di
crescita che i compagni dovrebbero confrontare con il 2001,
quando avevamo l’1,7% dei voti e un partito piegato, tutt’altro
che tranquillo sulle proprie sorti. Ricordate la discussione sul
partito transitorio, sul partito precario? Ci saremo domani o
non ci saremo? Dov’è lo spazio politico? Quando Rifondazione è
tornata nel centrosinistra, diversi compagni hanno detto: “non
c’è più spazio, saremo stritolati dalla tenaglia”.
Noi non ci siamo fatti stritolare, perché con una
linea dinamica e intelligente ci siamo riposizionati esattamente
sul versante della sinistra del centrosinistra. Prima delle
regionali, quanti avrebbero scommesso su questo esito? Prima
delle regionali, ho sentito diversi compagni, molto pessimisti,
parlare di partito allo sbando. Abbiamo guadagnato parecchi di
voti. Lo vorrei sempre un partito allo sbando che guadagna voti!
Non ci siamo fatti stritolare in quella morsa perché abbiamo
tenuto le nostre posizioni. Bertinotti ha avuto una visibilità
spaziale prima delle regionali, era tutti i giorni nelle
televisioni, grandi interviste sui giornali. Ma non sempre alla
visibilità corrispondono voti. Dipende da cosa dici.
Guardando indietro, al quinquennio che abbiamo
alle spalle e che si concluderà con le elezioni politiche del
2006, credo di poter dire che il bilancio è largamente positivo.
La nostra linea di unità, autonomia, competizione ha pagato. Noi
siamo dentro al centrosinistra strategicamente, ma con un
profilo autonomo e competitivo rispetto alle altre forze della
sinistra. Da questo punto, di vista propongo che il Comitato
Centrale discuta e alla fine delibi su un punto molto delicato.
Nella giornata di ieri, mentre ero con i nostri compagni di Gela
per la candidatura del compagno Rosario Crocetta quale
presidente della regione Sicilia (si vota l’anno prossimo),
Romano Prodi ha spedito una bozza di documento sull’Iraq. Avrete
visto sui giornali sia la bozza che la mia prima reazione.
Questa mozione, o ordine del giorno prevede di chiedere al
governo di predisporre i tempi e i modi di uscita dall’Iraq. Si
tratta di un cambiamento di rotta rispetto alla linea che tutta
L’Unione ha tenuto nei mesi e negli anni passati. Vorrei
ricordare che abbiamo votato tutti insieme per il ritiro delle
truppe, compresa la Margherita. Gli unici che si differenziarono
furono gli amici dell’Udeur, che avevano ed hanno un profilo più
moderato. Ma oggi la cosiddetta exit strategy – chissà perché
quando vogliono prendere in giro la gente usano parole inglesi -
viene dilatata non dal governo, cosa che capisco essendo servi
degli americani, ma dall’Unione, dalla nostra alleanza, sino ad
arrivare alla fine del 2006.
Ho fatto una dichiarazione nettamente contraria.
Chiedo al Comitato Centrale di confermare una linea che la
prossima settimana dovremo discutere alla Camera e al Senato:
noi respingiamo l’ordine del giorno di Prodi. Noi restiamo fermi
sull’idea che le truppe italiane vadano ritirate immediatamente
dall’Iraq. E non vedo quale motivo debba indurci a modificare la
nostra posizione. Semplicemente perché il governo ha annunciato
che i primi 300 se ne andranno via a settembre? Questa idea di
dialogare con il governo è esiziale. Con un altro governo, con
un altro clima, penso al tema del terrorismo, il dialogo sarebbe
possibile. Negli anni ‘70 il Partito Comunista lo fece per
combattere il terrorismo. Ma, attenti: si dialogava sulla base
di un comune sistema di valori, con governi che erano formati da
forze politiche dell’arco costituzionale; vi era il comune
sentire dell’antifascismo come cemento di quella battaglia, la
battaglia della difesa della democrazia. Ma oggi, perché
dialogare con Bossi, con Berlusconi, con Fini, con Gasparri? E’
un’idea largamente assunta dai Ds, non soltanto dalla
Margherita, ma va contrastata. Prodi, che aveva tutt’altra
opinione sul ritiro delle truppe, è stato indotto a presentare
quest’ordine del giorno perché altrimenti larga parte del
centrosinistra non lo avrebbe seguito: non solo la Margherita,
ma pezzi rilevanti dei Ds.
La proposta che sento di avanzare è che si lavori
affinché nella prossima settimana ci sia un ordine del giorno
per il ritiro immediato delle truppe che noi proporremo di
firmare a tutti i parlamentari che la pensano così. La nostra
linea parla a tutta la sinistra. E infatti quando sono invitato
alle feste de L’Unità, e incalzo sul terreno unitario i
dirigenti Ds che tengono i dibattiti insieme a me, la platea, il
popolo de l’Unità, che è anche il vecchio popolo comunista, è
d’accordo con me. Dico loro: “ma voi non siete più simili a noi
che a Francesco Rutelli?”. Vanno incalzati, perché la spinta
unitaria è il più forte terreno di attacco. E la stessa cosa
dobbiamo fare con Rifondazione. Rifondazione è in difficoltà e
con gravi contraddizioni al suo interno: a livello centrale, ma
soprattutto a livello periferico, nei territori. Noi dobbiamo
incalzare simmetricamente Ds e Rifondazione con la nostra
proposta della Confederazione della sinistra, che si chiami così
o come si potrà chiamare, perché è una proposta che ci fa
parlare al più grande partito della sinistra, che non sono né i
Ds né Rifondazione, ma coloro che non hanno partito e che
credono profondamente nell’unità della sinistra. Sono quelli che
dopo il big bang del Partito Comunista Italiano non sono andati
con alcuno dei partiti esistenti, e ce ne sono ben tre nati, chi
più chi meno, da quel solco, da quella tradizione. Sono coloro
che chiedono unità, che sono stanchi e delusi dalle scissioni,
dalle lacerazioni, dai litigi, dai rancori.
Propongo al Comitato Centrale di continuare ad
incalzare sul terreno unitario. È una linea di attacco, perché
in una situazione di movimento il peggiore pericolo è stare
fermi. Ed è proprio per questo motivo che in vista delle
primarie dell’8 e 9 di ottobre, io mi sono sentito di proseguire
su questa linea di attacco rivolgendomi in una intervista a
Bertinotti e affermando: “guida tu il processo unitario!”.
Soltanto un ingenuo o uno in mala fede poteva pensare che
Bertinotti avrebbe accettato. Era ovvio che non avrebbe
accettato. Noi lo abbiamo incalzato e ora non ha più alibi: il
re è nudo. Gli ho detto: “fai tu il capo”. Se avesse accettato,
sarebbe venuto sulla nostra linea e sarebbe stato un grande
successo del partito. Non avendo accettato, come d’altronde era
purtroppo prevedibile, lui è solo il candidato del suo partito e
non della sinistra. Ha rifiutato di guidare un processo
unitario e dunque noi siamo legittimati a votare e dare
indicazione di votare alle primarie per Romano Prodi.
È questo un cambiamento di linea? Sono due
congressi, compagni, che proponiamo la Confederazione a
Rifondazione. Due congressi unanimi, salvo qualche compagno qui
e là che, da sinistra, due congressi fa, era contro la
Confederazione. Ma sono passati due congressi. Non ho apportato
alcuna modificazione. La mia è semplicemente un’interpretazione
d’attacco, dinamica, di una linea che ci consente di guadagnare
consenso e di creare contraddizioni a Rifondazione Comunista. È
l’abc della politica.
In vista delle primarie, dobbiamo attrezzarci con
attenzione. Cercherò di spiegare perché. A nome delle Direzione
del partito, propongo al Comitato Centrale che il nostro
candidato sia Romano Prodi, e sia Romano Prodi per una ragione
di fondo: perché è l’unico che può sfidare e battere Berlusconi.
Noi dobbiamo demistificare il tema delle primarie. Sulla base di
alcuni argomenti che considero forti.
Le primarie le vuole Prodi? Si faranno. È lui il
leader, accettiamo questa che giudichiamo tuttavia una
pantomima, ma dobbiamo sapere e dire che è una pantomima, una
pagliacciata, una carnevalata e aggiungo che bisogna stare molto
attenti, moltissimo, perché le primarie vengono percepite da un
pezzo di popolazione come un fatto democratico. D’Alema, che in
realtà vede le primarie come fumo negli occhi, due giorni fa le
ha giustificato dicendo: “in fondo facciamo parlare il nostro
popolo”. Secondo me è esattamente il contrario: è
l’accentuazione di una deriva plebiscitaria e presidenzialista.
È l’accentuazione del personalismo nella politica, è contro i
partiti, e quando si diminuisce il peso dei partiti si
diminuisce la democrazia, sempre. Nella nostra Costituzione non
c’è nulla di tutto ciò, nemmeno implicitamente. Parisi, nella
prima bozza di regolamento delle primarie, aveva scritto che il
centrosinistra si sarebbe impegnato, qualora avesse vinto le
elezioni, a governare per tutta la legislatura con il presidente
del consiglio eletto nelle primarie. Mi sono permesso di dire -
e infatti questa parte è stata modificata - che quella
formulazione era simile alla riforma costituzionale della
destra, un cambiamento in senso presidenzialista della nostra
Costituzione. In questo caso c’è anche il paradosso che chi
diventa presidente del consiglio non è neanche eletto dal
popolo, è eletto nelle primarie: un’aberrazione. Quindi, primo
punto, le primarie sono uno snaturamento delle regole
democratiche costituzionali e, secondo, sono finte: se fossero
vere, ci sarebbe Rutelli a sfidare Prodi su un’altra linea. Allo
stato, abbiamo invece dei competitori che non corrono per
diventare presidenti del consiglio, ma solo per contare di più,
per pesare di più all’interno della coalizione. Terzo: il vero
rischio è che si esca dalle primarie con il candidato
indebolito. Non sono affatto sicuro che Prodi prenderà un
mucchio di voti, perché non sono sicuro che il popolo della
Margherita, il vecchio popolo democristiano del sud, lo sosterrà
in massa. E non è neanche detto che a sinistra ci sia tutto
questo movimento a favore i Prodi. E’ più probabile che a
sinistra lo votino proprio perché si è scontrato con il versante
moderato e conservatore di Rutelli, ma il rischio sono due mesi
di campagna elettorale dentro il centrosinistra e non contro la
destra, malgrado tutto quello che sta succedendo nel mondo.
Tuttavia, c’è una novità che giudico molto
positiva e che si intreccia in qualche misura anche con il tema
delle primarie. Credo che sia da salutare con enorme favore il
fatto che per la prima volta si sia fatto un passo concreto, in
avanti, nella linea della confederazione. Il 2 luglio si è
tenuta la “Camera di consultazione permanente della sinistra”
coordinata da Alberto Asor Rosa. In quella sede Alfonso Pecoraro
Scanio, il leader dei Verdi, ha lanciato l’idea della lista
arcobaleno. Lista arcobaleno che per la parte proporzionale
delle elezioni politiche dovrebbe vedere noi comunisti, i verdi,
un pezzo dei movimenti, un pezzo del sindacato, la Cgil, i
professori di Firenze, i girotondini, i pacifisti, insomma una
cosa nuova che appunto Pecoraro ha chiamato Arcobaleno, e che
noi abbiamo chiamato la Confederazione con chi ci sta. Quella
che Atalmi spesso chiama la Confederazione a geometrie
variabili, ed ha ragione, è così. È il primo passo in avanti
della nostra linea politica per la quale ci stiamo dannando
l’anima da quattro anni. E’ un alinea che parla anche a
Rifondazione.
Abbiamo tenuto numerosi incontri con Pecoraro,
con Cento, con il gruppo dirigente dei Verdi, e abbiamo messo in
chiaro - lo dico perché altrimenti so già che la discussione si
appassionerebbe quasi esclusivamente su questo punto - che in
questo arcobaleno è necessario che siano visibili i simboli dei
partiti. Noi teniamo molto al nostro simbolo, rappresenta la
nostra storia e il nostro futuro, e tutti lo sanno. Ma abbiamo
insistito con la presenza dei simboli anche perché è necessario
che i nostri elettori ci riconoscano. Quindi è la nostra linea,
che sta andando avanti: è la linea che avevamo già proposto alle
forze della sinistra per le europee, dove pure non c’era la
soglia di sbarramento. Ce lo siamo dimenticati? Era rivolta
anche a Rifondazione, vorrei ricordarlo. O crediamo a questa
linea e operiamo perché vada avanti, o altrimenti la nostra
azione si riduce a pura tattica. La Confederazione è una scelta
congressuale ed è quindi strategica. Alle elezioni politiche, a
differenze delle europee, c’è la soglia di sbarramento e
l’accordo con i Verdi e con pezzi di movimenti è una grossa
opportunità: c’è qualcosa di più della possibilità concreta di
andare oltre la soglia di sbarramento.
Propongo al Comitato Centrale di cementare il
rapporto con i Verdi, che so essere difficile in alcune realtà.
Dobbiamo cementarlo e dobbiamo fare in modo che abbia una grande
visibilità esterna, ed a tal fine vanno organizzate iniziative,
momenti congiunti. In autunno terremo insieme ai Verdi e ai
movimenti una assise programmatica in vista di quella finale
della Unione, prevista per dicembre, per concordare insieme i
contenuti della lista Arcobaleno. Pace, ambiente, lavoro,
diritti, Costituzione.
La parte proporzionale della lista che
costruiremo insieme ai Verdi ed ai movimenti dovrà essere di
massima apertura all’esterno. Massima apertura! I capilista
dovranno essere personaggi che parlano a tutta la sinistra e non
solo ai comunisti, perché la nostra ambizione è raccogliere più
consensi possibile. Personaggi come Margherita Hack, come Asor
Rosa, come Pardi, persone che con i loro nomi, con le loro
facce, diano il segno di che cosa vuole essere la lista
arcobaleno. Questa operazione è stata costruita da anni di
lavoro: prima il forum programmatico di Patta, successivamente
la Camera di consultazione di Asor Rosa. Abbiamo molti materiali
di lavoro, proposte per qualificare l’azione politica: rilancio
del tema della scala mobile, un meccanismo di adeguamento
automatico dei salari e delle pensioni; proposte sulla scuola
che hanno ricevuto molto consenso tra gli operatori del settore;
stiamo lavorando con il compagno Crocetta ad un convegno da
tenersi in autunno sul Mezzogiorno. Insomma, rapporto unitario,
contenuti e una linea di grande apertura. Lo dico in particolare
ai giovani, alla Federazione Giovanile Comunista: apritevi il
più possibile ai movimenti, cercate di essere egemoni! Apritevi
a quei movimenti che non sono di partito, ma possono diventare
l’acqua nella quale muoversi, penso in particolare al movimento
degli studenti, al movimento per la pace, interpretando nel
concreto la linea della confederazione della sinistra.
Chiedo che il Comitato centrale, alla fine di
questo nostri lavori, si pronunci con un voto sulla linea che io
vi ho proposto. Molto serenamente, lo dico con la massima
franchezza, perché dissentire non soltanto è lecito, ma a me non
dispiace, non mi offendo, purché tutto avvenga alla luce del
sole, nella discussione politica.
Ed arrivo all’ultimo punto.
C’è un paradosso. Noi abbiamo un partito che
vince, che acquista autorevolezza, che conta, che è diventato
protagonista, nel suo piccolo, della scena politica italiana.
Ma, paradossalmente, all’interno ci sono conflitti,
fibrillazioni, un clima pesante. Un clima nel quale accade anche
che i compagni non si salutino. Non è così ovunque,
naturalmente. In molte regioni, e sono la maggioranza, il
partito è sereno. Ma ci sono situazioni dove il tempo, che
andrebbe investito tutto nella politica, viene utilizzato per
tutt’altre cose: per i litigi, per le beghe, per le trame. E’
tempo sottratto alla iniziativa politica ed è l’alibi spesso per
non fare iniziativa politica.
Arrivano al centro una valanga di carte, di
denunce, di lamentele. Io credo, compagni, che questo clima sia
il peggiore per arrivare alle elezioni politiche. Ci trasciniamo
ancora scorie di elezioni passate. Vogliamo definire chi saranno
i compagni e le compagne candidati alle prossime elezioni con
questo clima? Io credo che non giovi, che non giovi a nessuno.
In un attivo recente con i compagni della Puglia, che è stato
poi ripreso su Rinascita, ho voluto parlare apertamente di un
problema che ho posto in Direzione e che ora pongo qui, al
Comitato Centrale. È ripartita una campagna di delegittimazione,
e in qualche caso di diffamazione, del gruppo dirigente e in
particolare del segretario del Partito. In alcuni organismi di
partito - sono pochi, certo, molto pochi, ma segnalano un
problema – sono state fatte dichiarazioni volgari. Qualcuno è
arrivato a dire che avrei il preciso disegno di distruggere
questo partito. Singolare, sarei anche uno sciocco, essendone il
segretario. Dovrei ricorrere alla Commissione dei Garanzia? Ma
io non ricorro mai alla Garanzia, mai. Credo che certe questioni
vadano affrontate politicamente. Solo la politica può
risolverle.
Se c’è qualcuno che vuole cambiare il segretario,
lo dica. Lo dica, perché questa è la sede, essendo io stato
eletto da questo organismo. Ci si alza, si chiede la parola e si
pone il problema. Se prevarrà l’orientamento di cambiare il
segretario, io continuerò a fare il militante comunista. Credo
però di essere utile. Credo che il partito abbia avuto una
visibilità, una autorevolezza crescente, sia con il vostro che
con il mio contributo. Ma vorrei che questi problemi si
affrontassero laicamente, senza anatemi ma anche senza
diffamazioni. Qualcuno vuole porli? Una cosa è certa. Io non ho
alcuna intenzione di lasciar continuare questa linea di
logoramento dei gruppi dirigenti. Sono convinto che ci siano le
condizioni per superare i problemi che abbiamo avuto. Sapete
tutti che è un anno che lavoro a tale scopo, mettendoci tutta la
mia pazienza: che è infinita. Però di questi temi o se ne parla
qui, adesso, o si smette di parlarne fuori.
Abbiamo vinto le elezioni ed è ripartita la
campagna: “siamo allo sbando, se ne vanno i compagni…”. Gli
abbandoni, compagne e compagni, ci sono stati dal primo giorno
in cui il partito è stato fondato, sin da quando la compagna
Ersilia Salvato se n’è andata: il partito era nato due giorni
prima! Si va via, si torna, si rientra. Quello che conta, alla
fine di tutto, è la nostra tenuta. Se teniamo noi, tiene anche
il Partito. Ed io vorrei capire, da questo Comitato Centrale,
che dunque è molto impegnativo, se noi teniamo. Io lo faccio. E
io non sono come Gianfranco Fini che entra nel Comitato Centrale
in un certo modo e se ne esce con la coda tra le gambe,
rimangiandosi tutto. Io voglio aprire questa discussione in
maniera serena, franca e anche leale. A seconda dell’esito, si
deciderà se io rimanga o meno. Ma lo dico a tutti voi: il
partito è vostro, compagni, non è mio e non è di nessuno:
difendetelo. È vostro, io sono transitorio, ma il partito no,
continuerà ad esserci.
Da questo punto di vista mi sembra a volte che le
nostre discussioni, il modo in cui si affrontano, siano un po’
sulla luna rispetto alla realtà. C’è un famoso esempio: nel
1453, i turchi assediavano Costantinopoli. Era la capitale
dell’Impero romano d’Oriente, millenario impero. I turchi
sfondarono finalmente le porte di Costantinopoli, entrarono e
cominciarono a far crollare quell’antichissima civiltà.
L’imperatore, che avrebbe dovuto stare a difendere la città, era
chiuso nel concistoro con i cardinali a discutere di un tema che
poi passerà alla storia: discutevano su quale fosse il sesso
degli angeli. La metafora è poi passata efficacissima, appunto,
alla storia. Discutere del sesso degli angeli. Cioè,
inutilmente. In modo cieco e vano
Vogliamo rischiare di perderci in discussioni
inutili quando fuori da qui c’è da sconfiggere Berlusconi, c’è
da riassestare l’asse del centrosinistra su un versante non
conservatore e c’è da continuare a costruire e far aumentare i
consensi al nostro partito? Credo che ci siano le condizioni per
uscire da questa riunione del Comitato Centrale più forti e più
uniti. Per quanto mi riguarda continuerò ad esercitare la
direzione del partito in maniera unitaria, l’unica che mi abbia
animato anche nei momenti più tempestosi delle nostra vita
interna. Spero, confido, che tutti vogliano adoperarsi con
eguale spirito unitario |