PALESTINA

La grandezza
di Yasser

di Stefano Chiarini

Da "Il Manifesto"
del 4 novembre 2004

 

Yasser Arafat, stanco, sfinito da una prigionia di oltre tre anni e gravemente malato, ancora una volta è riuscito a sorprendere tutti e a tornare sulla scena sparigliando con un perfetto timing - a poche ore dal voto alla Knesset sul ridispiegamento a Gaza e sull'annessione di oltre il 50 per cento della West Bank - le carte di Sharon e di Bush e dimostrando quanto falsa fosse la tesi della sua presunta "irrilevanza".

I fatti di queste ore dimostrano al contrario quanto Yasser Arafat sia "rilevante" per il popolo palestinese che in lui vede il simbolo delle sue aspirazioni nazionali e per tutti coloro che si rendono conto della necessità di una soluzione negoziata del conflitto basata sul rispetto delle risoluzioni dell'Onu e dei diritti inalienabili del popolo palestinese quale principale, forse unico, mezzo per porre fine alla violenza che dilaga in medioriente.

Yasser Arafat, dopo aver dedicato la sua vita a porre sull'agenda internazionale la "questione palestinese", sembra ora deciso a trasformare in una vittoria per il suo popolo la sua personale sconfitta della malattia e forse della morte. La grandezza di Yasser (spensierato) Arafat, al di là dei suoi molti limiti, è stata sempre proprio questa: la capacità di trasformare in forza la debolezza di un piccolo popolo cacciato dalla propria terra o confinato in patria in veri e propri ghetti su appena il 40% del 23% (i territori occupati) della Palestina.

All'indomani della Nakba, la cacciata dalla Palestina, nei primi anni cinquanta, con il popolo palestinese disperso e distrutto, Arafat riuscì a mettere insieme un piccolo gruppo di studenti ed espatriati palestinesi in Egitto e al Cairo puntando tutto su due carte scoperte e una coperta: la determinazione del popolo palestinese a riprendere in mano il suo destino senza più affidarlo ad nessun altro, stati arabi in primis, un uso sofisticato dei media in grado di bilanciare il loro controllo da parte degli Usa e di Israele e infine l'inconfessabile decisione - che avrebbe fatto scuola nella regione - di non permettere più ad Israele e al mondo di dormire in pace finché anche i palestinesi non potranno farlo nelle loro case e nella loro terra.

Il tutto con una creatività sorprendente: dalla scelta di presentare pubblicamente il 12 gennaio del 1953 al governo egiziano una petizione "perché non dimenticasse la Palestina" scritta con suo sangue, a quella di farsi chiamare "Abu Ammar" in ricordo del leggendario guerriero musulmano compagno di Maometto, sino alla "invenzione", avvenuta sul ponte di un cargo diretto in Italia in un afoso agosto del 1956, della Kefiah - copricapo dei contadini e dei partecipanti alla rivolta del '36-'39 contro gli occupanti inglesi e i loro alleati sionisti - indossata in modo che uno dei lembi scendendo sul petto raffigurasse la mappa della Palestina. Lo stesso fu per la lotta armata contro l'occupazione, lanciata da al Fatah il primo maggio del 1965, con alcune pistole e un mitra arruginito, non certo per vincere sul terreno delle armi ma su quello della politica e impedire che sulla tragedia palestinese calasse il silenzio del mondo.

La storia della resistenza palestinese è una serie di eroiche sconfitte senza fine, e non poteva essere altrimenti sul piano militare, che grazie al coraggio e al sacrificio di tanti combattenti si sono trasformate in altrettante vittorie sul piano politico. Il "settembre nero" ad Amman nel 1970 sfociò così nello storico discorso di Arafat all'ONU dell'ottobre del 1974, quando Abu Ammar arrivò al palazzo di vetro "portando in una mano il fucile e nell'altra il ramoscello di ulivo della pace".

L’assedio di Beirut e le stragi di Sabra e Chatila del 1982, lungi dall'eliminare i palestinesi e Arafat dalla scena, pochi anni dopo si sarebbero trasformati nella sollevazione dei territori occupati e nella prima intifada del 1987.

Il disastro della prima guerra del Golfo del 1990, la repressione brutale dell'Intifada e la cacciata dal Golfo di tutti i lavoratori palestinesi, si sarebbero tradotte nella Conferenza di Madrid e poi nello storico accordo di Oslo. In quel momento fu chiaro a tutti che Arafat, proprio per il suo passato e la sua realtà di combattente, era l'unico in grado di fare una pace e soprattutto di farla rispettare.

Ed è per questo che tutti coloro che non vogliono la pace, ma solo una resa dei palestinesi, si sono inventati la favola della "irrilevanza" di Arafat senza calcolare che il vecchio Abu Ammar avrebbe "visto", forse per l'ultima volta, le loro carte, chiedendo al mondo: siete sicuri che sarete più sicuri senza di me e senza uno stato palestinese?



Che cosa accadrebbe se il nostro Paese....
di Gideon Levy
da "La Rinascita della Sinistra"


Israele si chiude dentro un muro ... di terrore
di Ali Rashid
Da "La Rinascita della Sinistra"

Sabra e Chatila vent'anni dopo
Ufficio stampa
Roma. 10 Settembre 2002




Antisemitismo, un macigno sul dialogo per la pace
di Gianni Montesano

Diliberto in Palestina

In Palestina da Yasser Arafat
di Maurizio Musolino
Da "La Rinascita della Sinistra"