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Yasser Arafat, stanco, sfinito da una prigionia
di oltre tre anni e gravemente malato, ancora una volta è
riuscito a sorprendere tutti e a tornare sulla scena
sparigliando con un perfetto timing - a poche ore dal voto alla
Knesset sul ridispiegamento a Gaza e sull'annessione di oltre il
50 per cento della West Bank - le carte di Sharon e di Bush e
dimostrando quanto falsa fosse la tesi della sua presunta
"irrilevanza".
I fatti di queste ore dimostrano al contrario
quanto Yasser Arafat sia "rilevante" per il popolo palestinese
che in lui vede il simbolo delle sue aspirazioni nazionali e per
tutti coloro che si rendono conto della necessità di una
soluzione negoziata del conflitto basata sul rispetto delle
risoluzioni dell'Onu e dei diritti inalienabili del popolo
palestinese quale principale, forse unico, mezzo per porre fine
alla violenza che dilaga in medioriente.
Yasser Arafat, dopo aver dedicato la sua vita a
porre sull'agenda internazionale la "questione palestinese",
sembra ora deciso a trasformare in una vittoria per il suo
popolo la sua personale sconfitta della malattia e forse della
morte. La grandezza di Yasser (spensierato) Arafat, al di là dei
suoi molti limiti, è stata sempre proprio questa: la capacità di
trasformare in forza la debolezza di un piccolo popolo cacciato
dalla propria terra o confinato in patria in veri e propri
ghetti su appena il 40% del 23% (i territori occupati) della
Palestina.
All'indomani della Nakba, la cacciata dalla
Palestina, nei primi anni cinquanta, con il popolo palestinese
disperso e distrutto, Arafat riuscì a mettere insieme un piccolo
gruppo di studenti ed espatriati palestinesi in Egitto e al
Cairo puntando tutto su due carte scoperte e una coperta: la
determinazione del popolo palestinese a riprendere in mano il
suo destino senza più affidarlo ad nessun altro, stati arabi in
primis, un uso sofisticato dei media in grado di bilanciare il
loro controllo da parte degli Usa e di Israele e infine
l'inconfessabile decisione - che avrebbe fatto scuola nella
regione - di non permettere più ad Israele e al mondo di dormire
in pace finché anche i palestinesi non potranno farlo nelle loro
case e nella loro terra.
Il tutto con una creatività sorprendente: dalla
scelta di presentare pubblicamente il 12 gennaio del 1953 al
governo egiziano una petizione "perché non dimenticasse la
Palestina" scritta con suo sangue, a quella di farsi chiamare "Abu
Ammar" in ricordo del leggendario guerriero musulmano compagno
di Maometto, sino alla "invenzione", avvenuta sul ponte di un
cargo diretto in Italia in un afoso agosto del 1956, della
Kefiah - copricapo dei contadini e dei partecipanti alla rivolta
del '36-'39 contro gli occupanti inglesi e i loro alleati
sionisti - indossata in modo che uno dei lembi scendendo sul
petto raffigurasse la mappa della Palestina. Lo stesso fu per la
lotta armata contro l'occupazione, lanciata da al Fatah il primo
maggio del 1965, con alcune pistole e un mitra arruginito, non
certo per vincere sul terreno delle armi ma su quello della
politica e impedire che sulla tragedia palestinese calasse il
silenzio del mondo.
La storia della resistenza palestinese è una
serie di eroiche sconfitte senza fine, e non poteva essere
altrimenti sul piano militare, che grazie al coraggio e al
sacrificio di tanti combattenti si sono trasformate in
altrettante vittorie sul piano politico. Il "settembre nero" ad
Amman nel 1970 sfociò così nello storico discorso di Arafat
all'ONU dell'ottobre del 1974, quando Abu Ammar arrivò al
palazzo di vetro "portando in una mano il fucile e nell'altra il
ramoscello di ulivo della pace".
L’assedio di Beirut e le stragi di Sabra e
Chatila del 1982, lungi dall'eliminare i palestinesi e Arafat
dalla scena, pochi anni dopo si sarebbero trasformati nella
sollevazione dei territori occupati e nella prima intifada del
1987.
Il disastro della prima guerra del Golfo del
1990, la repressione brutale dell'Intifada e la cacciata dal
Golfo di tutti i lavoratori palestinesi, si sarebbero tradotte
nella Conferenza di Madrid e poi nello storico accordo di Oslo.
In quel momento fu chiaro a tutti che Arafat, proprio per il suo
passato e la sua realtà di combattente, era l'unico in grado di
fare una pace e soprattutto di farla rispettare.
Ed è per questo che tutti coloro che non vogliono
la pace, ma solo una resa dei palestinesi, si sono inventati la
favola della "irrilevanza" di Arafat senza calcolare che il
vecchio Abu Ammar avrebbe "visto", forse per l'ultima volta, le
loro carte, chiedendo al mondo: siete sicuri che sarete più
sicuri senza di me e senza uno stato palestinese? |