COMITATO CENTRALE

Le conclusioni di Oliviero Diliberto


Roma, 24  ottobre 2004
 

 

Mentre noi svolgiamo questa importante discussione, gli elettori del Mugello, proprio in queste ore, stanno manifestando il loro consenso elettorale. Vorrei a nome di tutti augurare un grande "in bocca al lupo" al nostro organizzatore nazionale, Severino Galante.

Abbiamo affrontato temi oggettivamente molto difficili. Li abbiamo affrontati con maturità, testimoniando una crescita costante del gruppo dirigente collettivo. E' motivo di grande soddisfazione vedere tantissime compagne del Comitato centrale che intervengono e contribuiscono all'elaborazione collettiva. In conclusione di questa impegnativa sessione, credo di poter dire che il momento di difficoltà, evidente nella riunione del Comitato centrale di fine giugno, è alle nostre spalle. Una difficoltà peraltro paradossale perché venivamo da un risultato elettorale positivo, di crescita e consolidamento.

La fase attuale è complessa. Hanno fatto bene i compagni a ricordarlo, perché il tema della democrazia ed il rischio di eversione non è soltanto responsabilità della destra. Siamo in presenza del più classico dei sovversivismi della classe dirigente, per usare una vecchia espressione gramsciana, ma non c'è dubbio che i germi della sindrome "dell'uomo solo al comando" e delle assemblee elettive intese come un impaccio per la governabilità sono stati introdotti sin dai primi anni novanta dallo stesso centrosinistra. L'ubriacatura per l'elezione diretta dei sindaci, dei presidenti dei consigli provinciali e regionali; l'idea che una volta eletti con investitura popolare costoro non dovessero avere consigli con poteri forti; l'idea che i partiti fossero un impaccio; lo spostamento dal proporzionale al maggioritario, nascono non a caso nel momento dello scioglimento del PCI. Le cose si tengono: la fine del sistema dei partiti, lo scioglimento del partito comunista e la deriva occhettiana che cavalca la spinta referendaria di Mario Segni, la legge 142 sui comuni sino ad arrivare al tema degli statuti regionali, trattato ieri da Valente, il segretario delle Puglie, e poi da De Angelis e da Maranta.

Abbiamo tenuto, qui a Roma, un importante convegno proprio su questo - i materiali saranno pronti a breve - con autorevolissimi interventi. Giovanni Ferrara, Giuliano Vassalli. Il tema è connesso allo scardinamento dello Stato-nazione, all'idea del titolo V approvato a maggioranza risicata dal centro-sinistra nella scorsa legislatura. È un problema di democrazia, di concezione della democrazia, su cui oggi timidamente il centro-sinistra comincia a fare autocritica.

Il centro-destra si è inserito in questo solco. L’idea della governabilità nasce negli anni 80 con un signore che si chiamava Bettino Craxi. La governabilità come valore che va al di là della rappresentatività, al di là del ruolo dei consigli che a tutti i livelli, sino al parlamento nazionale, sono espressione della democrazia. Ed è connessa con l'altro disegno pericolosissimo degli sbarramenti nelle leggi elettorali. In Sicilia è già stato approvato lo sbarramento del 5% per l'Assemblea regionale, per la provincia e per i comuni. La battaglia referendaria è in corso, ma saremo obbligati, se il referendum non passerà, ad allearci con altri partiti, a fare la confederazione. In Sicilia, ad un certo momento, per fare una cortesia a Rifondazione hanno provato a scendere dal 5% al 3, che avrebbe penalizzato noi, i Verdi, la lista di Leoluca Orlando, i socialisti. Siamo intervenuti pesantemente e la soglia è rimasta al 5%. Saremo costretti, ci piaccia o no, a varare liste con altri per non restare fuori dalle istituzioni. Lo stesso pericolo si sta correndo in altre regioni. In alcune sono state varate leggi positive, rispettose, penso alla Toscana, dove la legge elettorale è buona. In altre, con protervia, per esempio in Calabria e in Puglia, si insiste sugli sbarramenti. Non sono proposte, sono vere e proprie esclusioni. Ed io non escludo che laddove dovessero passare misure simili, o almeno in un caso, in una regione simbolicamente scelta, noi si faccia uno strappo a una regola che ci siamo dati, e cioè il centro-sinistra inteso come asse strategico. Una prova di forza. Spero naturalmente che lo sbarramento non si faccia e che il problema non si ponga. Ma se accadesse, non escludo un segnale, a un anno dalle elezioni politiche, di determinazione, scegliendo un'aggregazione diversa dal centro-sinistra.

Ho voluto introdurre esplicitamente questo tema perché l'obiettivo è esattamente quello che tanti hanno detto: far venire meno l'anomalia comunista. Ma cosa ci stanno a fare questi che pensano di essere comunisti, che si battono per il nome comunista? D'Alema, in occasione della presentazione del libro di Cossutta, è stato garbato. Conosco D'Alema da trent'anni e so che quando vuole sa essere infinitamente sgarbato. In quel caso è stato garbato, dialogante, però il vestito che ha ritagliato addosso al nostro partito è stato quello di un partito ortodosso e sostanzialmente residuale. Ha detto che Bertinotti è post comunista e quindi ha ragione Bertinotti. Bisogna cancellare l'anomalia comunista. E' un punto molto serio. Bisogna reagire, e noi reagiremo, perché l'aggressione da una parte o dall'altra potrebbe essere difficilissima da reggere.

Cossutta ha detto giustamente che siamo in una fase di grandi movimenti. La mia metafora sulla nave da corsa intendeva esattamente questo: non possiamo stare fermi. Di volta in volta, a seconda delle condizioni date, reagiremo sulla base della situazione, dei rapporti di forza ed a volte illuministicamente, passatemi l'espressione, anche con qualche forzatura.

Il compagno Maranta da ultimo mi ha chiesto un giudizio su quello che è successo in Campania. Il giudizio è nelle cose dato che io stesso ho concluso la riunione nella quale si è assunto l'orientamento di uscire dalla maggioranza di Bassolino. Non dalla giunta, perché Bassolino non ci ha voluto, ma dalla maggioranza in tutte le istanze della Campania. Lo ribadisco: non potevamo fare diversamente, abbiamo fatto bene. È stata una scelta obbligata, ma giusta. Questo non significa affatto che quella scelta metta in discussione la nostra linea del congresso, e cioè la politica delle alleanze. È esattamente il contrario. Lo ha detto uno come De Mita: le alleanze vanno rinegoziate su basi diverse di contenuti e di pari dignità. In Campania esiste un problema concreto di democrazia. Con la nostra scelta abbiamo messo in difficoltà Rifondazione tanto che alla fine, dopo la vicenda di Acerra, è dovuta uscire dalla giunta, che pure aveva sempre acriticamente appoggiato. Che il candidato alle regionali sia ancora Bassolino o un altro, non sarà ininfluente. Il mio auspicio è che sia un altro. Ma se sarà ancora Bassolino cercheremo di rinegoziare l'alleanza su basi diverse.

Questa linea di attacco è l'unica che può consentirci non di sopravvivere, perché sopravviveremo comunque, ma di affrontare i problemi che i nostri ceti di riferimento ci chiedono. Per questo abbiamo bisogno di un intenso lavoro culturale dentro al partito e di una battaglia delle idee fuori dal partito. Certe cose possono essere molto complicate da spiegare. Quando se ne parla, anche nelle sezioni, scattano meccanismi semplicistici, che sono poi le reazioni normali della gente normale: hanno rotto l'alleanza… Nel Mugello, dove sono stato venerdì, mi dicevano: "Mi raccomando, dì a Roma che non rompano, state uniti, non litigate". E' una cosa da non sottovalutare, rappresenta un problema reale, concreto. E' necessaria una grande maturità ed un grande equilibrio nel coniugare la tensione unitaria, che resta l'asse fondamentale del partito, con quella che all'ultimo congresso abbiamo definito la competizione. Ogni volta che muoviamo una critica al centro-sinistra, dobbiamo immediatamente aggiungere o premettere l'ispirazione unitaria. Questo vale oggi che siamo all'opposizione, ma varrà soprattutto domani se e quando ci sarà un governo di centro-sinistra.



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D
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del 12 e 13 luglio 2003

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