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Ho apprezzato e condivido interamente la
relazione del compagno Diliberto. Credo che si tratti di una
chiara ed efficace esposizione e nello stesso tempo di una
analisi precisa ed acuta della fase in cui ci troviamo. È una
nuova fase, che potrei definire di movimento. Non mi riferisco
soltanto ai mutamenti profondi che si stanno determinando nel
quadro politico, economico ed istituzionale. Ci troviamo di
fronte ad una situazione molto grave che rappresenta un vero e
proprio salto qualitativo ulteriore rispetto agli anni
precedenti: segnali precisi ci dicono che il sistema politico
assume sempre più la connotazione di un regime, un regime
autoritario che rappresenta una vera e proprio sfida dal punto
di vista dei contenuti di classe al movimento operaio, alle
forze democratiche del Paese. Esemplare, da questo punto di
vista, la vicenda delle riforme istituzionali che scardinano le
fondamenta della Repubblica costituzionale.
Ma quando parlo di fase di movimento mi riferisco
anche ad altro, alla nuova e complessa realtà all'interno dello
schieramento di centrosinistra. C'è una contesa seria
all'interno di questo nostro schieramento anche per quello che
riguarda il cosiddetto triciclo, il listone riformista che vede
assieme Ds, Margherita, Sdi e repubblicani. Molti esponenti del
centrosinistra sostengono, supportati e in parte ispirati dal
Corriere della Sera, che se si vuole vincere bisogna conquistare
i voti dei moderati e che si stanno perdendo quei voti a causa
di una politica troppo spostata a sinistra. Non credo affatto
che sia così. Sono convinto, certamente, che le elezioni si
vincono conquistando i voti dei ceti moderati poiché la sinistra
da sola non ha la maggioranza, ma quello che conta è che nello
schieramento di centrosinistra la parte di sinistra deve
continuare responsabilmente e coerentemente a fare il suo
"lavoro" di sinistra. È anche logico che Rutelli ed altri
vogliano lavorare ed agire per rincorrere i consensi moderati. È
cosa normale, corrispondente al loro modo di pensare e di
essere. Non è logico e tantomeno fisiologico che forze della
sinistra o che dovrebbero essere di sinistra seguano questo
indirizzo. Mi riferisco ai Democratici di sinistra e al loro
gruppo dirigente che sta avviandosi verso un congresso, nel
quale prevedo che queste tendenze a cessare di essere una forza
di sinistra saranno ulteriormente precisate ed aggravate.
Il centrosinistra è riuscito in questo ultimo
anno a recuperare molti di quei consensi che aveva perso per
strada. Avevamo perso seguito non perché i lavoratori, i giovani
simpatizzino per Berlusconi ma perché diversi strati del nostro
popolo non si sentivano rappresentati, vedevano un
centrosinistra che non riusciva a cogliere e a valorizzare le
loro domande politiche. Il rischio che oggi si corre - se
prevale questa corsa al centro, se il centrosinistra dovesse
apparire come una formazione che rincorre le posizioni moderate
e trascura o addirittura contrasta le posizioni di sinistra - è
che quegli uomini e quelle donne si rifugino nell'astensione. Il
pericolo è serio e Diliberto ha fatto bene a sottolineare come
la prospettiva di una vittoria elettorale, se va avanti questo
andazzo, è tutt’altro che certa.
Credo che i dirigenti dei Democratici di sinistra
non riescano a comprendere - per la loro cultura, per una loro
intrinseca maniera di concepire i problemi politici del momento
- il rischio che la loro deriva moderata comporta per la
sinistra e per tutto lo schieramento democratico. Ritengono
viceversa che sia di grande efficacia la tesi che si devono
conquistare i voti moderati per vincere le elezioni.
Questo significa che i Ds non riescono, non
possono coprire l'elettorato che si richiama ad una politica di
sinistra e vedo anche - ed è in un certo modo il rovescio della
stessa medaglia - che la politica di Rifondazione non
corrisponde alle esigenze più profonde delle grandi masse
popolari. Man mano che ci avviciniamo alle scadenze elettorali
emerge la natura di Rifondazione, un miscuglio molto strumentale
di massimalismo e di opportunismo. Questo impasto di posizioni
massimaliste e cedimenti opportunisti non è una novità,
corrisponde ad una antica cultura minoritaria che era propria
del vecchio partito socialista. D'altra parte credo che emerga
nel modo di pensare della gente, dei lavoratori la
consapevolezza che la politica di Bertinotti è rivolta non tanto
a far avanzare le istanze della sinistra e cioè le aspirazioni
del mondo del lavoro, le questioni della pace, dell'ambiente,
dei diritti, ma il cercare per se stesso e per il proprio
partito la maggiore visibilità e attraverso questa il maggior
consenso elettorale. Prendiamo la vicenda delle primarie. La
posizione di Bertinotti è da scostumati. D'Alema nelle
chiacchierate che abbiamo fatto a latere della presentazione del
mio libro ha sostenuto che Bertinotti "è il killer della
sinistra". Gli ha giustamente risposto Oliviero: "già, ma tu sei
l'apprendista stregone che ha evocato questo killer". Si
potrebbe aggiungere che chi semina vento raccoglie tempesta.
Perché diciamola tutta, i Ds hanno pensato di utilizzare
Bertinotti per colpire noi e adesso si ritrovano in questa
situazione assurda, in un vero e proprio cul de sac. Rischiano
di donare il sangue, da una parte a Prodi e alla Margherita e
dall'altra a Bertinotti che mira a presentarsi come il candidato
di sinistra alle primarie. La spregiudicatezza di Bertinotti è
clamorosa: sostiene che il candidato è Prodi e poi si candida.
Ma allora vuol dire che non condivide la posizione e quindi il
ruolo di presidente di Romano Prodi! La verità è che per
Bertinotti le primarie rappresentano una mossa tutta politicista,
direi un trucco contabile, per fare del suo partito e della sua
persona il nucleo attorno a cui costruire - in maniera forzosa -
una nuova geografia della sinistra italiana. È, insomma, una
situazione assurda e anomala e credo che dobbiamo agire per
evitare che queste primarie si svolgano. Non credo agli
escamotage, alle formule escludenti, che peraltro mostrerebbero
il fianco a forti critiche. E d'altronde non posso non notare
che le norme che Prodi ha messo in campo per le primarie sono
costruite apposta per consentire la candidatura di Bertinotti.
Si riuscirà ad evitare le primarie? Questa è la questione.
Ritengo che si debba arrivare ad un chiarimento, ad un confronto
ravvicinato e duro se occorre con gli esponenti del
centrosinistra, in modo particolare con D'Alema, Fassino e con
lo stesso Prodi per far capire tutta la nostra avversità
rispetto a questa questione. Certo è che se non riusciamo ad
evitarle non possiamo lasciare il campo libero a Bertinotti.
Dobbiamo scendere in campo. Sono d'accordo con chi chiede che
dovremmo cercare in quella assemblea che stiamo cercando di
costruire attorno alla lettera-appello di Asor Rosa a il
manifesto la figura che possa considerarsi espressione della
sinistra in senso lato. Una sinistra non soltanto estremista e
tantomeno radicale. Anzi, vorrei la si smettesse una volta per
tutte di metterci tra quelli che fanno parte della sinistra
radicale. Noi siamo la sinistra unitaria, la sinistra
responsabile, la sinistra propositiva, la sinistra che unisce.
Noi siamo la sinistra, punto e basta.
Trovare una persona che rappresenta questa
sinistra non è impresa facile. Se non riusciremo a trovarla,
questa personalità, che possa scendere in campo, sono del parere
che vada valutata la candidatura del segretario del partito, che
è persona che riscuote apprezzamenti e consensi ben al di là dei
confini del nostro partito. Ritengo che nelle regioni rosse, in
Emilia, in Toscana, in Umbria, molti elettori che vorranno
sottolineare la loro vocazione di sinistra saranno portati a
preferire Diliberto a Bertinotti.
Perché, se usciamo dal circo mediatico in cui
Fausto è maestro, se facciamo la tara al chiacchiericcio
assordante del segretario del Prc, le contraddizioni di
Rifondazione sono forti e gravi. Ne è una prova evidente la
contraddizione che c’è sulla vicenda europea. Bertinotti con la
sua posizione di netta contrarietà alla Costituzione europea
dimostra di essere un killer dell'Europa. Questa Costituzione
non mi piace, questo trattato non corrisponde alle esigenze e
alle aspettative dei popoli europei e dei lavoratori d'Europa.
Non vi è dubbio alcuno al riguardo. È un segno dei tempi, dei
rapporti di forza che ci sono in Europa. Se volete la mia
opinione, questa Costituzione è ancora più avanti di quanto non
siano realmente i rapporti di forza nel Vecchio continente. A
color che fanno i paragoni con la Costituzione della Repubblica
italiana basta ricordare che a presiedere la Costituente che ha
fatto la Costituzione c'era un comunista, Umberto Terracini; a
presiedere la commissione che ha scritto il trattato c'era
Giscard d'Estaing che è un grande moderato.
È il segno dei tempi. È chiaro che bisogna
contrastarla questa Costituzione, ma in modo articolato. Occorre
dire che ci vuole una Costituzione diversa. Certo, essendo un
trattato internazionale non si può emendare, ma nessuno ci
impedisce di avanzare l'esigenza politica di portare avanti, con
una nuova convenzione, la possibilità di una diversa
sistemazione del trattato.
Il punto di partenza è di carattere strategico.
Nel mondo non c'è contrappeso agli Stati Uniti e fintanto che
non ci sarà un contrappeso essi faranno quello che vogliono. Noi
faremo i cortei, le manifestazioni, gli scioperi, ma loro
faranno quello che vogliono. C'era il contrappeso, l'Unione
Sovietica, è finita come tutti sappiamo. Forse l'Europa può
diventare un contrappeso, ed è anche per questo che in quel
trattato è presente la possibilità di una politica di difesa
autonoma dell'Europa. Per questo occorre che l'Europa sia una
entità politica, ma senza una Costituzione essa non sarà mai una
entità politica autonoma ma sarà, come è oggi, una entità
economica e finanziaria. Queste sono le vere scelte, se non si
hanno presenti questi scenari si fa solo vuota propaganda.
Le posizioni che ha assunto Bertinotti sulle
questioni dell'Iraq sono un altro esempio plateale delle
contraddizioni di quel partito. Non possiamo dimenticare che nel
momento in cui le due Simone erano nelle mani dei sequestratori,
il segretario del Prc ha detto: "mettiamo da parte la questione
del ritiro". Adesso cerca di dar a vedere che sostiene con forza
il ritiro del contingente italiano. Egli, che si professa uomo
della sinistra radicale, non ha avuto il coraggio e la coerenza
di sostenere quello che noi abbiamo sostenuto in ogni occasione,
anche quando sostenerlo costava fatica ed accuse pesanti. Per
non parlare poi, ed è la cosa che più scandalizza,
dell'atteggiamento assunto sulle questioni economiche e sociali
e del lavoro. Nell'incontro con i segretari del centrosinistra
ha sostenuto la posizione più piatta ed arretrata e questo
avviene anche in parlamento. Sono pugnalate alla sinistra, al
movimento pacifista e al movimento operaio!
Questo nostro piccolo partito ha saputo mostrare
in questi mesi e in questi anni una coerenza ed una lucidità
invidiabili e credo che, pur con tutte le difficoltà che ci sono
e ci saranno, cominciamo a raccogliere i frutti di una linea
politica giusta che abbiamo sostenuto con tenacia. Ricordate,
eravamo derisi quando parlavamo di confederazione della
sinistra. Ebbene a parlare della necessità di una aggregazione
confederale della sinistra è stato, sulle colonne de il
manifesto, un intellettuale prestigioso come Asor Rosa.
Bertinotti è stato messo al corrente di questa iniziativa e ha
tentato di correre ai ripari: lui che aveva sempre liquidato le
nostre proposte come politiciste oggi propone - anche
brutalmente - un nuovo "contenitore". In molti, ed anche io tra
questi, ci aspettavamo che il manifesto raccogliesse con più
forza l'invito di Asor Rosa e lanciasse una assemblea pubblica
per far partire il progetto. Così per ora non è stato, anche
perché il manifesto è diviso e lacerato e c'è una maggioranza
che intende sostenere le posizioni di Bertinotti. Ma questa
"prudenza", che è di fatto ostilità nei confronti del nostro
partito, non ci deve bloccare. È in qualche modo il segno della
forza attrattiva della nostra idea.
Ci troviamo di fronte ad una posizione che è in
formazione e il cui sbocco dipende da quello che riusciremo a
fare. Noi siamo oggi in un una fase diversa che è quella di
movimento e che intreccia i due momenti permanenti dell'azione
politica: i contenuti e gli schieramenti. Oggi viene avanti la
possibilità di far avanzare questa ipotesi come una esigenza
oggettiva.
Vi sono grandi opportunità e grandi pericoli. Ho
sentito gli interventi di chi ha esposto con preoccupazione i
pericoli dello sbarramento al 5 per cento nelle elezioni
regionali. Quella soglia così alta rischia di strangolarci e non
solo noi, ma i Verdi, Mastella, la stessa Rifondazione. Di
fronte a queste posizioni e anche rispetto alle politiche, dove,
con la legge attuale, c'è lo sbarramento del 4 per cento,
occorre reagire rilanciando. Come? Costruendo aggregazioni della
sinistra non chiuse, non effimere. Se non lo faremo prepariamoci
ad una orchestrata campagna che mirerà a presentare il voto al
nostro partito, che oggi è al di sotto del 4 per cento, come un
voto inutile e dannoso al centrosinistra.
Aggregazione dunque, ma non intesa meramente in
funzione elettorale. Aggregazione come impegno e come terreno
concreto di azione della confederazione della sinistra. Come e
con chi la costruiamo questa aggregazione? Con chi ci sta.
Bertinotti non ci starà? È probabile, ma noi andiamo avanti lo
stesso. È evidente a tutti che se noi ci presentiamo non come il
partito che ha il 2,4 per cento, ma come parte di uno
schieramento che è di gran lunga sopra lo sbarramento del 4 per
cento si innescherà naturalmente un circuito virtuoso che
catalizzerà nuovi consensi.
È una battaglia dura e difficile quella che ci
attende e la possiamo vincere con la caratteristica che ci ha
sempre animato: l'impegno unitario e la competizione. Guardate
solo agli ultimi mesi: abbiamo detto di no alla richiesta di
mettere da parte la questione del ritiro delle truppe, abbiamo
detto no alla devolution e all'inciucio che altri cercavano,
abbiamo detto no alle posizioni di Rutelli a proposito della
possibilità di "correggere" le leggi di Berlusconi. Ebbene su
questa strada dobbiamo continuare.
Il partito infine. Diliberto ha fatto bene a
porre le questioni relative allo stato del partito. È una fase
di movimento, guai a chiusure! Ci sono federazioni dove si
tengono le tessere chiuse nel cassetto e non si cercano nuovi
tesserati. È uno scandalo! È autolesionismo! Ci sono province
dove il partito ha poche decine di iscritti. Qui esso si chiude,
non vuole dialogare con tutto ciò che si muove all’esterno. E
fuori dalle nostre sedi c'è un mondo vasto da conquistare alle
nostre idee e alle nostre battaglie: ci sono i giovani dell'Arci,
i lavoratori dei sindacati, le famiglie nelle cooperative,
l'associazionismo.
Aspettiamo che vengano a bussare per incanto alle
nostre porte o non pensiamo, invece, di andarli a cercare per
mettere in piedi iniziative comuni ? È l’abc della politica,
cari compagni.
Certo il partito deve dimostrare la propria
compattezza e la compattezza la si dimostra non con le prediche
ma nella attuazione della linea politica, superando le
difficoltà che ci sono state. Credo che si sia finalmente messa
una pietra sui contrasti che erano emersi nel recente passato.
Ma del veleno continua a circolare. Sono state avanzate ipotesi
di contrapposizione inesistenti tra me e il segretario del
partito. Noi lavoriamo all’unisono, ogni giorno insieme e
insieme discutiamo della linea politica, della sua realizzazione
concreta, della gestione operativa della vita del partito. Il
segretario del partito è il dirigente del partito e il
presidente del partito non è soltanto lì a rappresentare una
testimonianza e una storia, ma con lui contribuisce alla
direzione del nostro partito sulla base di una comune, identica
visione politica e di gestione del partito. Chi insinua
divisioni opera contro il partito. Rispondetegli per le rime!
Così come è assurdo pensare che ci possono essere
contrapposizioni tra chi vuole o non vuole un’opera di
rinnovamento del partito. Il rinnovamento è necessario e
salutare. È un problema di età ovviamente ma non è, non può
essere, solo questo. Il rinnovamento è una battaglia comune
contro quelle posizioni che ricordava il segretario,
l'arrivismo, il carrierismo, le ambizioni non motivate.
L’ambizione, una dose di ambizione, fa parte
della natura di un organismo vivo come è appunto il nostro
partito. L'ambizione è necessaria per avere sempre maggiori
responsabilità, per ottenere successi per sé e per il partito in
cui si milita. Ma l'ambizione non può mai essere disgiunta dalla
politica e dalla morale, dalla trasparenza, dalla lealtà. Il
compagno Pestalozza mi ha fatto leggere dei versi bellissimi di
un poeta africano. Diceva questo poeta: "I comunisti sono i soli
uomini che nel nostro secolo hanno pensato agli altri". Ecco,
cari compagni, l'ambizione è legittima, ma quello che
soprattutto anima i comunisti è altro. È la dedizione: pensare
agli altri e non solo a se stessi. |