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Non sfuggirà ai compagni e alle compagne la
rilevanza di questa sessione del Comitato Centrale. Siamo in una
fase di grandissimo movimento, sia sul versante del governo che
delle opposizioni, con novità importanti e di grande delicatezza
che vi proporrò nel corso dell’introduzione, ovviamente a nome
della segreteria. Ci sono decisioni da assumere, da discutere,
in qualche caso confermando orientamenti già largamente assunti
fin dal congresso, in qualche caso con alcune novità che non
investono però la nostra linea politica. Riguardano il
posizionamento del partito alla luce dei fatti nuovi intercorsi
nella situazione politica e anche di qualche positiva
coincidenza.
Sul manifesto di questa mattina c’è in prima
pagina un articolo di Alberto Asor Rosa che apre una fase
interessante e al contempo molto grave, molto seria, perché
nessuno dei compagni deve sottovalutare il pericolo eversivo che
sta correndo oggi l'Italia. Noi non lo sottovalutiamo e siamo
convinti che occorre prendere tutte le misure possibili per
affrontarlo. Basta ricordare le riforme costituzionali
approvate, con elementi che scardinano le architravi stesse
della Costituzione.
La cosiddetta devoluzione, cioè la distribuzione
di poteri dal centro alle regioni, con potestà legislativa
esclusiva, su due temi chiave come la scuola e la sanità,
presuppone la fine di uno dei principi, e cioè l'universalità
dei diritti su cui, per circa sessant’anni, si è fondato il
nostro ordinamento repubblicano. La riforma della Costituzione
non riguarda gli insegnanti di diritto pubblico, riguarda i
lavoratori, la gente di questo Paese. Nostro compito è quello di
far capire - ne abbiamo discusso lungamente e positivamente
all'assemblea nazionale dei lavoratori e delle lavoratrici -
l'intreccio perverso tra questione costituzionale e questione
sociale. Da un lato c'è l'assalto, con legge ordinaria, a tutte
le conquiste dei lavoratori: la riforma del mercato del lavoro,
la riforma della scuola, lo smantellamento del sistema sanitario
nazionale; dall'altro un attacco più perverso che viene avanti
senza l'approvazione di leggi, ma con l'azione concreta del
governo, al potere d'acquisto dei salari e delle pensioni.
Ancora: sempre con legge ordinaria, portando a tre le aliquote,
si vuole cancellare un altro principio costituzionale, e cioè la
progressività del reddito. Oggi il titolo di prima pagina del
Corriere della Sera dice che si diminuiscono le tasse a manager
ed imprenditori. Per Berlusconi è il solo modo di riavviare il
volano dell'economia. Balle, naturalmente, ma il punto è proprio
questo: da un lato lo scardinamento dei principi costituzionali,
dall'altra l'attacco reale, concreto, concretissimo, alle
conquiste dei lavoratori e del movimento operaio. Si sta
innescando un germe di autoritarismo autentico che, secondo un
moderato come Leopoldo Elia, non esiste in nessun ordinamento
democratico del mondo. E' la fine della divisione dei poteri, da
Montesquieu in avanti. Il presidente del Consiglio viene eletto
direttamente dal popolo, non ha bisogno della fiducia delle
Camere, non viene votato dal Parlamento. Ed a quel presidente
del Consiglio viene dato il potere di sciogliere le Camere, e
dunque di tenerle in ostaggio. Il Parlamento, potere
legislativo, viene subordinato all'esecutivo. Nella riforma
della giustizia, che addirittura introduce il test psico
attitudinale per i magistrati e che Berlusconi vuole approvare a
breve, viene meno l'indipendenza della magistratura, e la
magistratura rappresenta il terzo potere dello stato, quello
giudiziario. In più, in un'epoca in cui la comunicazione svolge
un ruolo essenziale, il governo ha cambiato il sistema
informativo, anzi ha "cristallizzato" il potere informativo con
la legge Gasparri. Capite bene che il rischio di trovarci in un
autentico, inedito, modernissimo regime è concreto.
Noi ne parliamo, per la verità, da un paio d’anni
in maniera limpida, alla luce del sole. Ci hanno anche un po'
deriso. Ma di regime si tratta. Non stiamo parlando dell'uso
dell'olio di ricino. Parliamo di una forma inedita ma
altrettanto pericolosa. L'Italia è su una sorta di pendio
insensibile, rotola millimetro dopo millimetro giù a valle senza
accorgersene finché si ritroverà in un sistema completamente
modificato senza che ci sia stata una reazione.
Nei giornali di ieri, come tutte le settimane,
c’era l’elenco degli immobili dello Stato che vengono venduti.
Un patrimonio collettivo, immobiliare, storico, architettonico,
artistico, paesaggistico. Addirittura isole, pezzi di territorio
italiano che vengono vendute a privati. La chiamano "cartolarizzazione".
C'è la pubblicità su tutti i giornali, c'è tutte le settimane,
senza una reazione, neanche minima, della sinistra,
dell'intellettualità, del mondo della cultura. Qualche fuoco di
paglia iniziale e basta. Il sindaco o vice sindaco, meglio: il
podestà di Treviso chiude le moschee all'inizio del Ramadam. Il
vescovo scende in piazza per dire che tutti hanno il diritto di
pregare... È una fase oscurantista.
Ho voluto iniziare con questo grido di allarme
perché non so fino a che punto vi sia la percezione, anche nelle
nostre organizzazioni, anche nel nostro quadro dirigente, della
gravità della situazione. Lo dico perché troppo spesso ci
attardiamo - tornerò su questo punto alla fine della relazione -
ad occuparci del nostro ombelico, e quasi sempre si tratta di
posti da distribuire. Questo è già successo nella storia del
movimento operaio. E' successo tra il '19 e il '22 del secolo
passato.
Dobbiamo costruire in tutte le regioni
manifestazioni, assemblee, riunioni pubbliche, non attivi di
partito, pubbliche, che abbiano come oggetto la difesa della
Costituzione e dello Stato repubblicano, legando questo tema di
fondo alla difesa dei lavoratori, alla difesa della pace.
Eppure, malgrado la fase terrificante, dominata
dalla guerra come paradigma della politica, con i disastri che
sono di fronte agli occhi di tutti, il governo Berlusconi ha
paradossalmente superato la fase critica. Dopo le elezioni
europee è sembrato, ed anche noi l'abbiamo pensato, che fosse
possibile andare rapidamente alle elezioni politiche anticipate,
perché il disagio, i contrasti di linea e di azione del governo
tra i cosiddetti centristi e la Lega, tra Alleanza Nazionale e
Tremonti - con le dimissioni di quest’ultimo, potentissimo
ministro dell'economia, che seguivano le dimissioni prima del
ministro degli Esteri e poi degli Interni - sembravano portare
il governo sull'orlo, non dico della crisi, ma di un progressivo
disfacimento.
Oggi, fine di ottobre, si registrano ancora
fibrillazione, divisioni, sicuramente punti di vista ed opinioni
diverse, ad esempio di Alleanza Nazionale rispetto alle aliquote
fiscali, ma l'impressone è che il peggio per il governo sia
passato, che abbiano rimesso in piedi la baracca. Tanto è vero
che le fibrillazioni si sono spostate dalla compagine di governo
ai partiti della maggioranza. Pensate al grandissimo contrasto
interno all'UDC, tra la parte più conservatrice e
filoberlusconiana e la parte più laica, tra Buttiglione e
Follini, per capirci. E poi la minaccia di scissione, di una
crisi di governo rientrata perché Berlusconi ha fatto capire a
Follini che gli avrebbe diviso il partito, perché Buttiglione e
i siciliani, quindi la grande parte, sarebbero usciti. Pensate a
quello che è successo dentro Alleanza Nazionale. Storace,
potente presidente della regione Lazio, organizza un convegno ed
irrompono militanti del suo partito che lo contestano, tanto che
lui ed Alemanno devono abbandonare la sala. Dentro la Lega tutto
è bloccato dalla malattia di Bossi, ma i cosiddetti colonnelli
scalpitano.
Comunque il governo in quanto tale sembra in
questo momento rafforzato. Tanto che sta ricucendo rapporti con
pezzi di società che aveva perduto, come la Banca d'Italia e la
Confindustria. Credo che la sciocca presunzione positiva,
ottimistica, di molti del centro-sinistra, vada calibrata,
perché al momento non è affatto scontato che Berlusconi perda le
prossime elezioni. Bisogna costruire le condizioni perché ciò
accada. E questo ci porta alla nostra coalizione, al
centro-sinistra.
Lunedì scorso è sorta ufficialmente quella che,
con un nome infelicissimo, è stata chiamata la GAD, la Grande
Alleanza Democratica. Mi sono permesso di dire a quella riunione
che le dimensioni non si autoproclamano. Denominarci grande
alleanza ancor prima di tastarla elettoralmente, ricorda
l'invincibile armada, che poi è finita come sapete. Ma "Alleanza
Democratica" non si poteva usare. Era il nome di un partito che
si era presentato alle elezioni del '94, il partito della
Melandri, di Bordon, di Ayala, di Adornato. E così si è deciso
GAD.
Proviamo ad analizzarne le caratteristiche,
fotografando l’esistente e cercando di capire come correggere.
1. Questa alleanza è più larga dell'Ulivo e più
organica. Si è allargata sia sul versante moderato sia sul
versante della sinistra. Il partito di Di Pietro è entrato
ufficialmente, ma anche un altro pezzo, per quanto piccolo, si è
aggregato, quello di D'Antoni, che alle elezioni era andato per
conto proprio con un rovinoso risultato. Inoltre è entrata a
farne organicamente parte Rifondazione. Organicamente nel senso
più pieno della parola, persino più di quanto lo siano altre
formazioni che sono sempre state nel centro-sinistra.
Naturalmente è un'organicità del tutto tattica e politicista,
che c'è oggi e può non esserci domani, che può essere
rinegoziata o buttata a mare. Ma ad oggi Rifondazione è
assolutamente ed organicamente parte del centro-sinistra. Tanto
è vero - poi tornerò sul punto - che il suo segretario si
candida nelle cosiddette primarie ad essere il capo di tutto il
centro-sinistra. È una finzione naturalmente, ma si candida per
essere a sua volta candidato, nel 2006, come capo del governo al
posto di Prodi. E' una finzione, certo, ma intanto chiede i voti
a tutto il centro-sinistra e quindi, anche se la logica
aristotelica non è mai una caratteristica fondante dei pensieri
del segretario di Rifondazione, ad essere sillogistici e
consequenziali è, organicamente, centro-sinistra.
2. La GAD si caratterizza per una totale vaghezza
dei contenuti e della politica; vaghezza forse necessaria, forse
ineliminabile, e tuttavia grande. Il giorno precedente la
riunione, parliamo più o meno di quindici giorni fa, era
arrivato un documento importante della CGIL che chiedeva a tutti
noi di tener conto di una serie di questioni ed avanzava
proposte in particolare sulle questioni sociali, ma anche sulla
pace, sulla guerra, sulle questioni costituzionali. Un documento
organico inviato a tutti i partiti della GAD. Durante la
riunione nessuno, ad eccezione di chi vi sta parlando, ha
ricordato l'esistenza del documento, e quando mi sono permesso
di dire: bene, quando parleremo di contenuti, di cose da fare,
dovremo tener conto del contributo dell'unica organizzazione di
massa rimasta in Italia, la CGIL, ho registrato un fastidio
evidente. Vaghezza politica inevitabile, dicevo, perché se
parliamo di una cornice di fondo, di pace, lavoro, Costituzione,
ambiente, l'accordo c'è, ma se si passa a qualificare le parole,
a tradurle in provvedimenti, tutto si fa molto difficile. Voglio
fare un altro esempio sempre di quella riunione. Quando ho detto
che sarà necessaria una battaglia politica interna al
centro-sinistra per cancellare la precarizzazione del lavoro
provocata dalla legge 30, Prodi, uno che teoricamente dovrebbe
essere legato alle posizioni di Treu, le più moderate del
centro-sinistra, ha detto di essere assolutamente convinto che
si debba tornare ad una stabilità del posto di lavoro. Gli altri
tutti zitti. Ma Prodi su questi temi ha una sensibilità che
forse altri, anche tra i Democratici di Sinistra, non hanno.
3. Terza caratteristica è l'atteggiamento che in
questa fase sta tenendo la sinistra della GAD, e dunque i
Democratici di Sinistra da una parte e Rifondazione Comunista
dall'altra. Quello di cui abbiamo tanto parlato, e cioè la
famosa tenaglia, l'operazione tesa a strangolarci, sta assumendo
contorni inediti, perché Rifondazione si sta connotando per due
aspetti: un'enorme moderazione sui contenuti e
contemporaneamente un grande attivismo sul piano politicista,
della tattica, della manovra. Due aspetti che si tengono insieme
e che sono una caratteristica propria del bertinottismo. Lo dico
senza alcun giudizio di valore. Se ci pensate nel '98 su una
roba inesistente, parlo delle 35 ore che oggi nessuno ricorda
più, fu fatto cadere il governo Prodi. Era tutto politicismo,
tutto tattica, tutto lotta di potere interna a Rifondazione. Ma,
contemporaneamente, era anche un'azione rispetto al
posizionamento generale. Oggi siamo di nuovo in una fase
analoga, anche se ha caratteristiche diverse. Non c'è tema cui
Bertinotti non risponda "non ci dobbiamo impiccare". Alla
patrimoniale, per esempio, che secondo Bertinotti doveva essere
nel programma del centro-sinistra (poi gli è stato detto, da
Prodi per primo, che non se ne parla nemmeno, e quindi
Bertinotti alla patrimoniale non s'impicca). Al ritiro delle
truppe dall'Iraq, che va richiesto prima della conferenza
internazionale, perché è fondamentale per la pace. L'ha fatto la
Spagna. E' un punto che isola gli Stati Uniti e dunque impone di
andare rapidamente ad una soluzione pacifica. Ma Bertinotti non
s'impicca neanche al ritiro immediato delle truppe. A essere
fermi sui contenuti di sinistra siamo rimasti noi e in parte i
Verdi. I Verdi che pure, apro e chiudo rapidamente la parentesi,
si sono astenuti sull'articolo 1 della riforma costituzionale
esattamente come i DS e la Margherita. Nei fatti all'interno
dell'alleanza le posizioni più coerenti di sinistra le stiamo
tenendo noi. Ma assieme alla caduta sui contenuti, Rifondazione
Comunista sta conducendo un grande attivismo tattico, con grande
spregiudicatezza. E' riuscita a ricostruire il rapporto con
Prodi che era molto deteriorato dopo la crisi del '98.
4. Il rapporto tra Rifodnazione e Prodi, per
paradosso, ha portato alla candidatura di Bertinotti alle
primarie. Noi abbiamo affermato più volte quanto fosse
stravagante fare le primarie in un Paese dove non c'è
bipartitismo, ma bipolarismo multipartitico, dove non c'è la
tradizione delle primarie, dove non c'è la cultura politica
delle primarie. Prodi ha insistito per un motivo ovvio. Vuole
un'investitura popolare che un domani, se eletto presidente del
consiglio, gli permetta di non essere schiacciato dai partiti,
di non rischiara la manovra di palazzo che secondo lui lo
avrebbe fatto cadere nel '98. Bertinotti si candida d'accordo
con Prodi, perché non è a Prodi non porta via voti, ma
all'elettorato dei DS. Nelle suo disegno, sarebbe l'unico
rappresentante della sinistra. E i DS, che si sono accorti con
ritardo del guaio che hanno combinato, si troverebbero
strangolati: il candidato leader è di un altro partito ed il
candidato della sinistra è di un altro partito. I DS
continuerebbero così a fare l'AVIS del centro sinistra, con
donazioni di sangue da una parte e dall'altra. Aggiungo, su
questo punto, che la FED, la cosiddetta Federazione Riformista (DS,
Margherita, SDI), che va avanti per vie carsiche, ha stabilito
che alle elezioni generali si presenterà con un simbolo unico a
geometria variabile: in alcune regioni sì, in altre no. Mi
sbaglierò (a pensar male, come noto, si fa peccato ma ci si
azzecca), ma sono convinto che il simbolo unico verrà presentato
soltanto nelle regioni rosse, dove i DS sono forti, mentre non
verrà presentato al sud, dove forte è la Margherita.
Recentemente sono stato in Emilia ed ho avvertito pesanti
malumori nel popolo DS, perché il gruppo dirigente sta svilendo
l'autonomia e l'identità del partito sia rispetto alla
leadership che alle primarie che alle regionali. Mi verrebbe da
dire al gruppo dirigente dei DS che "chi è causa del suo mal,
pianga se stesso". C'è un corteggiamento, in qualche caso
vergognoso, dei DS, in particolare di D'Alema, a Bertinotti:
lusinghe, complimenti, proposte di accordo, voi sì che siete
bravi, moderni, post comunisti. D'Alema lo ha detto recentemente
durante la presentazione del libro di Cossutta. Si evocano e si
alimentano forze che poi non si riescono a controllare. Ed è
esattamente quello che è successo. Infatti dopo tanti
complimenti i DS sono ora in difficoltà. Caldarola, portavoce
ufficiale di D'Alema, ieri ha scritto che Bertinotti è il killer
della sinistra, ma fino a tre giorni era l'uomo della
provvidenza.
5. In questo attivismo nasce la sortita dei
giorni scorsi, quando rivolto alla sinistra DS, ovviamente non a
noi, Bertinotti ha proposto un nuovo contenitore della sinistra,
diverso da Rifondazione e ovviamente dal correntone. Un
contenitore per una sinistra più larga, a sinistra della
federazione moderata, nella quale ciascuno manterrebbe la
propria identità, il proprio nome, ma ad un livello più alto di
unità. È la nostra proposta, è la Confederazione. La mia
sensazione è che Bertinotti voglia un'altra cosa, e dal suo
punto di vista ha ragione: voglia la grande Rifondazione, non un
contenitore nuovo, inglobando pezzi dei DS. Vi invito invece a
leggere l'articolo di Asor Rosa sul manifesto di oggi, un
articolo per noi importante perché avanza in modo limpido e
netto una proposta unitaria per la sinistra. Propone nei fatti
la Confederazione della sinistra, cioè la nostra linea, e chiede
la convocazione di un'assemblea nazionale aperta ai partiti che
ci stanno, a pezzi di partiti, a pezzi di sindacato, alle
associazioni, ai movimenti, ai pacifisti, a Emergency, a tutto
quello che è a sinistra della federazione moderata. Questa
proposta rappresenta per noi una grande opportunità.
Che fare in questa fase di movimento, di grande
potenzialità per noi ? Dobbiamo innanzitutto continuare con
grandissima determinazione a promuovere ed a sostenere in tutte
le sedi, in Parlamento e nella società, il nostro punto di vista
sui contenuti, senza spostarci di una virgola.
Faccio un esempio. La prossima settimana si
discuterà e si voterà in Parlamento la mozione sull'Iraq.
Rifondazione ha già accettato il testo preparato da Luciano
Violante che ha due punti buoni: il primo è la promozione di una
conferenza internazionale di pace con tutti i soggetti
interessati, quindi anche con quelli che stanno all'opposizione
del governo iracheno; il secondo la sostituzione delle truppe di
occupazione con truppe ONU formate da paesi che non abbiano
partecipato alla guerra. Benissimo. Il terzo punto, quello
dolente, è che il ritiro delle truppe italiane va previsto "in
questo quadro". E cioè nel quadro della conferenza
internazionale ed della sostituzione delle truppe. Alle calende
greche. Io chiedo al Comitato Centrale, perché si tratta di una
scelta impegnativa, di non accettare un testo in cui il ritiro è
indefinito. Ne abbiamo discusso in segreteria. Noi non possiamo
firmare e votare un testo del genere. Perché abbia il nostro
sostegno va tolta la dizione "in questo quadro". Nel caso
rimanga, presentemo una mozione diversa, alternativa. L'altro
punto su cui aspetto l'orientamento del Comitato Centrale è che
alle primarie Bertinotti non sia l'unico rappresentante della
sinistra. La mia opinione è che sarebbe meglio se noi
avanzassimo un candidato non di partito che rappresenti un'area
vasta. Quando arriverà il momento, si riunirà la Direzione e
decideremo. Ma un dato va qui assunto: Bertinotti non può essere
il rappresentante della sinistra contro Prodi, tanto più alla
vigilia delle elezioni regionali.
Le elezioni regionale sono molto importanti ed il
partito dovrà impegnarsi per la costruzione di liste che
ricevano il consenso degli elettori. Tutti in lista dunque: i
deputati, i consiglieri regionali uscenti, i consiglieri
provinciali, gli assessori, i sindacalisti. E tanti esterni,
come è avvenuto alle europee. Io mi sono presentato alle
provinciali di Roma proprio perché il partito ricevesse quanti
più voti possibile. Questo è il criterio con il quale vanno
fatte le liste. Succede a volte che i criteri siano altri, che
la lista venga costruita perché sia eletto Tizio e che vengono
immessi trenta sconosciuti in modo che chi prende 120 preferenze
viene eletto al consiglio regionale. Primo: quello non viene
eletto perché così, com'è ovvio, non si raggiugne il quorum.
Secondo: il partito non ha un buon risultato. Controllerò
personalmente le liste di ogni regione che dovranno essere fatte
con l'unico criterio del consenso elettorale.
Veniamo alla Confederazione. Verrebbe da dire,
come Galileo Galilei appena uscito dalla sala dell'Inquisizione,
"eppur di muove". Si sta aprendo una fase positiva. E io vi
propongo una linea di attacco, di grande spregiudicatezza, non
difensiva o di cautela. Asor Rosa propone un'assemblea nazionale
e scrivendo parla esplicitamente di "una forma nuova magari
confederale". È la nostra linea. Domani sapremo se il manifesto
sposerà questa linea. Bertinotti ha affermato che è d'accordo.
Bene. Oggi, non domani, sediamoci attorno a un tavolo e
definiamo regole e contenuti, uomini e donne e come
rappresentare l'alternativa alla federazione dei riformisti.
Inizialmente avanzammo la proposta di
Confederazione della Sinistra a tutto il partito dei DS. La
sinistra da una parte e i moderati dall'altra, dicemmo,
all'interno della stessa coalizione. I Ds hanno deciso di andare
da un'altra parte. Perché vogliamo la Confederazione? Non è un
vezzo, non ha nulla di politicista. Abbiamo di fronte il grande
tema della rappresentanza politica del lavoro salariato che,
Asor Rosa lo dice bene, oggi è espunto dall'agenda politica e
non ha una rappresentanza nelle istituzioni.
La Cgil ha raccolto 5.000.000 di firme la scorsa
estate su tre proposte di legge. Chi le fa andare avanti, quelle
proposte di legge? Noi? Ma noi siamo ancora piccola cosa. Da qui
l'esigenza di riunificare i pezzi della sinistra, da qui la
confederazione, il contenitore politico per portare avanti le
questioni sociali: il sud disastrato, le condizioni dei
lavoratori, il salario, i pensionati. Questo è il tema politico,
una rappresentanza larga, più larga possibile. Non soltanto noi
o Rifondazione, come membra sparse, ma una vasta rappresentanza
del mondo del lavoro. Se si farà, questa assemblea nazionale può
essere l'avvio di una fase nuova ed anche la possibilità di
parlare ad un popolo che non è solo il nostro, quel popolo che
si aspetta il linguaggio dell'unità. Gli esiti sono ancora
imprevedibili. Ad oggi non siamo in grado di predeterminare che
cosa succederà, ma sappiamo quale è il cammino da fare. Sappiamo
quale è la direzione che stiamo intraprendendo: tenere
gelosamente la nostra identità di comunisti in un percorso più
largo, di apertura. E' un crinale complicato Per farlo abbiamo
bisogno di un partito che regga, un partito che non si chiuda né
si faccia inglobare, un partito solido, più solido di quello
odierno.
Oggi il nostro partito è pronto ad affrontare
questa sfida? Attrezzato per questa sfida? La risposta non può
che essere articolata e cercherò di affrontare questo tema,
com'è mia abitudine, con grande sincerità.
Primo. All'indomani delle elezioni europee
abbiamo avuto un momento di difficoltà i cui echi sono arrivati
allo scorso Comitato centrale. Quella fase ha comportato un mese
di stasi, il partito si interrogava su se stesso più che sulla
politica. Oggi credo di poter dire che siamo usciti non solo
dalla malattia ma anche dalla convalescenza. I dati, i segnali
ed anche la politica sono positivi e dimostrano che nel
complesso il partito è in salute. Abbiamo ottenuto la
riconferma, alle elezioni suppletive, del collegio del Mugello.
Non è stato facile, i compagni della Direzione ben sanno tutte
le traversie che abbiamo passato. Ma alla fine siamo riusciti ad
avere il collegio ed a candidare il nostro responsabile
nazionale dell'organizzazione, il compagno Galante. Secondo.
Grazie alla federazione di Roma che ha trasformato la sua festa
in festa nazionale, abbiamo avuto una grande visibilità. Prodi
ha deciso, autonomamente, di fare il ritorno ufficiale sulla
scena politica italiana proprio alla nostra festa, con frasi
impegnative sulle riforme costituzionali. A settembre abbiamo
tenuto il corso nazionale della formazione per i giovani,
sessanta ragazze e ragazzi, che ha rappresentato il preludio per
l'assemblea nazionale della Fgci che si terrà il 12 dicembre. In
quel fine settimana costituiremo, anche formalmente, la
federazione giovanile. Abbiamo tenuto l'assemblea nazionale
degli enti locali, introdotta dal compagno Soffritti,
responsabile degli Enti Locali, ed arricchita da un particolare
contributo del compagno Pagliarini, della segreteria nazionale
della Funzione Pubblica Cgil, su due temi: le politiche degli
Enti Locali e il tema del lavoro. Poi c'è stata l'assemblea
nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori e due giorni fa,
giovedì, abbiamo avuto un grande risultato politico presentando
il libro del presidente che ha avuto una notevole audience,
superiore a quanto noi stessi immaginassimo.
Ora abbiamo di fronte a noi altre scadenze già
fissate: un convegno nazionale sulla scuola, un altro sul
Mezzogiorno, un altro ancora sull'industrializzazione al Nord. A
tutto questo si affianca il lavoro programmatico di un gruppo di
intellettuali, anche esterni al partito, guidati da Nicola
Tranfaglia, su una serie di "punti guida" per le elezioni
regionali. Ci saranno inoltre a breve altre scadenze di massa.
La prima è una manifestazione nazionale, il 30 di ottobre, sui
temi internazionali. È promossa da diversi soggetti, c'è l'Arci,
c'è la Cgil, ci sono i partiti della sinistra. Noi non abbiamo
avuto mai occasione di discutere in maniera seria e approfondita
della cosiddetta Costituzione europea. La mia opinione è che non
possiamo assumere un atteggiamento entusiastico ma neanche
l'atteggiamento di chi dice che la Costituzione europea è il
male assoluto. Questo è il classico tema su cui occorrerà
prendere una posizione dialettica. La Costituzione europea in
realtà non è una Costituzione, ma è un normale Trattato
internazionale. Tanto è vero che deve essere ratificato da tutti
gli Stati dell'Unione Europea come una legge ordinaria. Per
quanto riguarda l'Italia non ci può essere il referendum. C'è
una discussione assai stravagante su questo. La Costituzione
vieta il referendum sui trattati internazionali. E' previsto
invece il voto di ratifica in Parlamento.
Pur non essendo una Costituzione, il Trattato
viene percepito come fondante di una nuova comunità. La
Costituzione italiana è nata da un compromesso tra forze diverse
che, pur essendo collocate in maniera opposta in parlamento,
divennero l'arco costituzionale: e cioè comunisti, socialisti,
laici, cattolici democratici e liberali. Fuori rimasero i
missini ed ovviamente i monarchici, contrari per definizione
alla Repubblica. Per cinquant'anni quel compromesso che ha dato
vita alla Costituzione ha definito l'arco di forze che si
riconoscevano in essa. Ogni costituzione ha quella che i
costituzionalisti chiamano la "norma fondamentale", cioè una
norma non scritta, ma presupposta, che tiene assieme l'arco
costituzionale. Nella nostra Costituzione repubblicana, la norma
fondamentale è stato l'antifascismo. Ed infatti essa fu scritta
dalle forze della Resistenza uscite vittoriose. Per quanto
riguarda la Costituzione europea attuale, invece, non esiste una
vera e propria norma fondamentale. Qualcuno dice che è il
mercato. Io non vorrei che banalizzassimo questa discussione. La
Costituzione, europea o meno, è un tema che richiede impegno e
studio, senza posizioni di natura tattica. Siamo di fronte a una
situazione strategica, politica e costituzionale, quale il
processo di unificazione europea, che non richiede scorciatoie.
Quando sarà assumeremo un orientamento serio. E il 30 saremo in
piazza non per manifestare contro la Costituzione, ma per la
pace, per il ritiro delle truppe. Naturalmente il Trattato così
com'è non ci piace, perché è figlio di equilibri che sono
inevitabilmente poco avanzati. Al Parlamento europeo, nella
scorsa legislatura, il compagno Cossutta presentò un emendamento
sui temi della pace che riproduceva esattamente l'articolo della
Costituzione italiana: "l'Italia ripudia la guerra".
In quel caso, "l'Europa ripudia la guerra". Si
ottenne un discreto successo, fu votato da più parlamentari di
quelli del GUE, ma fu bocciato. I rapporti di forza erano e sono
quelli. Dovremo prendere un orientamento che tenga assieme la
critica alla Costituzione e la necessità di operare modifiche
successive. Ma, contrariamente a quello che successe nel '48,
non voglio che a livello europeo l'arco costituzionale veda
l'esclusione dei comunisti. Questa è la partita di oggi. Ritengo
fondamentale che, con le perplessità ed i distinguo del caso,
far parte dell'arco costituzionale. E quando si arriverà alla
discussione parlamentare in Italia di ratifica il Trattato, ci
riuniremo e ne discuteremo.
Il 6 novembre c'è poi la manifestazione di massa
della GAD a piazza del Popolo e li dovremo essere ben visibili
con le nostre bandiere ed i nostri compagni. Infine, alla luce
di tutta questa attività preparatoria, propongo al Comitato
Centrale di indire, per una data da stabilirsi, tra la fine di
gennaio ed i primi di febbraio, una assemblea nazionale
programmatica che faccia convenire a Roma, alla vigilia della
campagna elettorale per le regionali, compagni e compagne da
tutte le regioni d'Italia. Una giornata da cui scaturiranno i
contenuti fondamentali della nostra azione politica: le grandi
questioni del lavoro, la scuola, la pace.
Detto questo non voglio nascondere a me stesso né
tanto meno a voi che a livello territorale, sia di federazione
che regionale, in qualche caso addirittura di sezione, si sta
verificando un'accentuazione della conflittualità interna. In
alcuni casi, fortunatamente pochi, ci sono probnlemi di
carrierismo esagerato. L'ambizione è del tutto legittima, ma gli
esempi sono di notevole asprezza, legati a cariche di partito e
istituzionali. In qualche caso si maschera con la politica
l'ambizione per l'incarico istituzionale.
In tanti luoghi, in tante federazioni, si sta
andando a congressi straordinari, anche laddove il congresso s'è
tenuto pochi mesi fa, perché i compagni si scontrano per
sostituire i gruppi dirigenti e siccome siamo alla vigilia, come
dicevo prima, delle elezioni regionali, credo che le due cose si
tengano insieme. Il dipartimento di organizzazione da un lato e
il dipartimento degli enti locali dall'altro dovranno prendere
in mano con urgenza e razionalità le situazioni in modo tale che
siano stroncati con la massima severità questi fenomeni che io
giudico inaccettabili e dannosi per il partito.
In qualche caso questi scontri sono legati a
forme di settarismo, cioè alla paura di allargare il partito,
perché questo metterebbe in discussione il piccolo nucleo di
padri fondatori. Non c'è dubbio che l'apertura all'esterno possa
cambiare gli assetti originari, ma è salutare. Le logiche
settarie sono da sconfiggere, perché oggi siamo ancora un
piccolo partito, ma possiamo e vogliamo diventare grande. E si
può fare solo se si pensa e si agisce come un grande partito. Se
prevale l'idea della piccola consorteria, sarà un grave danno.
Il settarismo va sconfitto sempre, anche quando è in buona fede,
come nel caso di compagne e compagni che fanno l'analisi del
sangue a chi si avvicina a noi, perché magari vieneo dai DS. C'è
poi chi ha paura di aprire per mantenere il suo mediocre
controllo sul nulla. Queste liti, in alcuni casi, vengono spesso
"nobilitate" richiamandosi, ciascuno dei contendenti, a compagni
del nazionale: io sto con Diliberto, io sto con Cossutta. A
scanso di equivoci, lo dico per la centunesima volta e spero non
ce ne sia più bisogno: l'intesa politica e gestionale tra me e
il presidente del partito è totale, e se qualcuno dei territori
si azzarda ancora a dire "sto con Diliberto, sto con Cossutta",
non sarò più tollerante. I gruppi dirigenti locali devono
stroncare questi fenomeni. L'unità del gruppo dirigente del
partito è saldissima, ad iniziare appunto dall'unità di intenti
nella politica e nella gestione tra il presidente ed il
segretario del partito. Io sarò sempre garante della libera
agibilità politica di tutti i compagni purché questi non mettano
in discussone l'unità del gruppo dirigente. Noi abbiamo un corpo
sano, abbiamo superato tante difficoltà. Siamo, passatemi la
metafore marinare, una nave da corsa, una piccola nave da corsa,
che deve abituarsi ad avere grande spregiudicatezza, grande
capacità di manovra, con i suoi ufficiali ed il suo equipaggio
in sintonia, tutti concordi sulla direzione da prendere. Perché
se qualcuno sbaglia direzione, rischiamo di andare a fondo. Ma
io spero e sono convinto che tutti insieme marceremo nella
stessa direzione. |