COMITATO CENTRALE

La relazione del segretario,
Oliviero Diliberto


Roma, 23  ottobre 2004

 

Non sfuggirà ai compagni e alle compagne la rilevanza di questa sessione del Comitato Centrale. Siamo in una fase di grandissimo movimento, sia sul versante del governo che delle opposizioni, con novità importanti e di grande delicatezza che vi proporrò nel corso dell’introduzione, ovviamente a nome della segreteria. Ci sono decisioni da assumere, da discutere, in qualche caso confermando orientamenti già largamente assunti fin dal congresso, in qualche caso con alcune novità che non investono però la nostra linea politica. Riguardano il posizionamento del partito alla luce dei fatti nuovi intercorsi nella situazione politica e anche di qualche positiva coincidenza.

Sul manifesto di questa mattina c’è in prima pagina un articolo di Alberto Asor Rosa che apre una fase interessante e al contempo molto grave, molto seria, perché nessuno dei compagni deve sottovalutare il pericolo eversivo che sta correndo oggi l'Italia. Noi non lo sottovalutiamo e siamo convinti che occorre prendere tutte le misure possibili per affrontarlo. Basta ricordare le riforme costituzionali approvate, con elementi che scardinano le architravi stesse della Costituzione.

La cosiddetta devoluzione, cioè la distribuzione di poteri dal centro alle regioni, con potestà legislativa esclusiva, su due temi chiave come la scuola e la sanità, presuppone la fine di uno dei principi, e cioè l'universalità dei diritti su cui, per circa sessant’anni, si è fondato il nostro ordinamento repubblicano. La riforma della Costituzione non riguarda gli insegnanti di diritto pubblico, riguarda i lavoratori, la gente di questo Paese. Nostro compito è quello di far capire - ne abbiamo discusso lungamente e positivamente all'assemblea nazionale dei lavoratori e delle lavoratrici - l'intreccio perverso tra questione costituzionale e questione sociale. Da un lato c'è l'assalto, con legge ordinaria, a tutte le conquiste dei lavoratori: la riforma del mercato del lavoro, la riforma della scuola, lo smantellamento del sistema sanitario nazionale; dall'altro un attacco più perverso che viene avanti senza l'approvazione di leggi, ma con l'azione concreta del governo, al potere d'acquisto dei salari e delle pensioni. Ancora: sempre con legge ordinaria, portando a tre le aliquote, si vuole cancellare un altro principio costituzionale, e cioè la progressività del reddito. Oggi il titolo di prima pagina del Corriere della Sera dice che si diminuiscono le tasse a manager ed imprenditori. Per Berlusconi è il solo modo di riavviare il volano dell'economia. Balle, naturalmente, ma il punto è proprio questo: da un lato lo scardinamento dei principi costituzionali, dall'altra l'attacco reale, concreto, concretissimo, alle conquiste dei lavoratori e del movimento operaio. Si sta innescando un germe di autoritarismo autentico che, secondo un moderato come Leopoldo Elia, non esiste in nessun ordinamento democratico del mondo. E' la fine della divisione dei poteri, da Montesquieu in avanti. Il presidente del Consiglio viene eletto direttamente dal popolo, non ha bisogno della fiducia delle Camere, non viene votato dal Parlamento. Ed a quel presidente del Consiglio viene dato il potere di sciogliere le Camere, e dunque di tenerle in ostaggio. Il Parlamento, potere legislativo, viene subordinato all'esecutivo. Nella riforma della giustizia, che addirittura introduce il test psico attitudinale per i magistrati e che Berlusconi vuole approvare a breve, viene meno l'indipendenza della magistratura, e la magistratura rappresenta il terzo potere dello stato, quello giudiziario. In più, in un'epoca in cui la comunicazione svolge un ruolo essenziale, il governo ha cambiato il sistema informativo, anzi ha "cristallizzato" il potere informativo con la legge Gasparri. Capite bene che il rischio di trovarci in un autentico, inedito, modernissimo regime è concreto.

Noi ne parliamo, per la verità, da un paio d’anni in maniera limpida, alla luce del sole. Ci hanno anche un po' deriso. Ma di regime si tratta. Non stiamo parlando dell'uso dell'olio di ricino. Parliamo di una forma inedita ma altrettanto pericolosa. L'Italia è su una sorta di pendio insensibile, rotola millimetro dopo millimetro giù a valle senza accorgersene finché si ritroverà in un sistema completamente modificato senza che ci sia stata una reazione.

Nei giornali di ieri, come tutte le settimane, c’era l’elenco degli immobili dello Stato che vengono venduti. Un patrimonio collettivo, immobiliare, storico, architettonico, artistico, paesaggistico. Addirittura isole, pezzi di territorio italiano che vengono vendute a privati. La chiamano "cartolarizzazione". C'è la pubblicità su tutti i giornali, c'è tutte le settimane, senza una reazione, neanche minima, della sinistra, dell'intellettualità, del mondo della cultura. Qualche fuoco di paglia iniziale e basta. Il sindaco o vice sindaco, meglio: il podestà di Treviso chiude le moschee all'inizio del Ramadam. Il vescovo scende in piazza per dire che tutti hanno il diritto di pregare... È una fase oscurantista.

Ho voluto iniziare con questo grido di allarme perché non so fino a che punto vi sia la percezione, anche nelle nostre organizzazioni, anche nel nostro quadro dirigente, della gravità della situazione. Lo dico perché troppo spesso ci attardiamo - tornerò su questo punto alla fine della relazione - ad occuparci del nostro ombelico, e quasi sempre si tratta di posti da distribuire. Questo è già successo nella storia del movimento operaio. E' successo tra il '19 e il '22 del secolo passato.

Dobbiamo costruire in tutte le regioni manifestazioni, assemblee, riunioni pubbliche, non attivi di partito, pubbliche, che abbiano come oggetto la difesa della Costituzione e dello Stato repubblicano, legando questo tema di fondo alla difesa dei lavoratori, alla difesa della pace.

Eppure, malgrado la fase terrificante, dominata dalla guerra come paradigma della politica, con i disastri che sono di fronte agli occhi di tutti, il governo Berlusconi ha paradossalmente superato la fase critica. Dopo le elezioni europee è sembrato, ed anche noi l'abbiamo pensato, che fosse possibile andare rapidamente alle elezioni politiche anticipate, perché il disagio, i contrasti di linea e di azione del governo tra i cosiddetti centristi e la Lega, tra Alleanza Nazionale e Tremonti - con le dimissioni di quest’ultimo, potentissimo ministro dell'economia, che seguivano le dimissioni prima del ministro degli Esteri e poi degli Interni - sembravano portare il governo sull'orlo, non dico della crisi, ma di un progressivo disfacimento.

Oggi, fine di ottobre, si registrano ancora fibrillazione, divisioni, sicuramente punti di vista ed opinioni diverse, ad esempio di Alleanza Nazionale rispetto alle aliquote fiscali, ma l'impressone è che il peggio per il governo sia passato, che abbiano rimesso in piedi la baracca. Tanto è vero che le fibrillazioni si sono spostate dalla compagine di governo ai partiti della maggioranza. Pensate al grandissimo contrasto interno all'UDC, tra la parte più conservatrice e filoberlusconiana e la parte più laica, tra Buttiglione e Follini, per capirci. E poi la minaccia di scissione, di una crisi di governo rientrata perché Berlusconi ha fatto capire a Follini che gli avrebbe diviso il partito, perché Buttiglione e i siciliani, quindi la grande parte, sarebbero usciti. Pensate a quello che è successo dentro Alleanza Nazionale. Storace, potente presidente della regione Lazio, organizza un convegno ed irrompono militanti del suo partito che lo contestano, tanto che lui ed Alemanno devono abbandonare la sala. Dentro la Lega tutto è bloccato dalla malattia di Bossi, ma i cosiddetti colonnelli scalpitano.

 Comunque il governo in quanto tale sembra in questo momento rafforzato. Tanto che sta ricucendo rapporti con pezzi di società che aveva perduto, come la Banca d'Italia e la Confindustria. Credo che la sciocca presunzione positiva, ottimistica, di molti del centro-sinistra, vada calibrata, perché al momento non è affatto scontato che Berlusconi perda le prossime elezioni. Bisogna costruire le condizioni perché ciò accada. E questo ci porta alla nostra coalizione, al centro-sinistra.

Lunedì scorso è sorta ufficialmente quella che, con un nome infelicissimo, è stata chiamata la GAD, la Grande Alleanza Democratica. Mi sono permesso di dire a quella riunione che le dimensioni non si autoproclamano. Denominarci grande alleanza ancor prima di tastarla elettoralmente, ricorda l'invincibile armada, che poi è finita come sapete. Ma "Alleanza Democratica" non si poteva usare. Era il nome di un partito che si era presentato alle elezioni del '94, il partito della Melandri, di Bordon, di Ayala, di Adornato. E così si è deciso GAD.

Proviamo ad analizzarne le caratteristiche, fotografando l’esistente e cercando di capire come correggere.

1. Questa alleanza è più larga dell'Ulivo e più organica. Si è allargata sia sul versante moderato sia sul versante della sinistra. Il partito di Di Pietro è entrato ufficialmente, ma anche un altro pezzo, per quanto piccolo, si è aggregato, quello di D'Antoni, che alle elezioni era andato per conto proprio con un rovinoso risultato. Inoltre è entrata a farne organicamente parte Rifondazione. Organicamente nel senso più pieno della parola, persino più di quanto lo siano altre formazioni che sono sempre state nel centro-sinistra. Naturalmente è un'organicità del tutto tattica e politicista, che c'è oggi e può non esserci domani, che può essere rinegoziata o buttata a mare. Ma ad oggi Rifondazione è assolutamente ed organicamente parte del centro-sinistra. Tanto è vero - poi tornerò sul punto - che il suo segretario si candida nelle cosiddette primarie ad essere il capo di tutto il centro-sinistra. È una finzione naturalmente, ma si candida per essere a sua volta candidato, nel 2006, come capo del governo al posto di Prodi. E' una finzione, certo, ma intanto chiede i voti a tutto il centro-sinistra e quindi, anche se la logica aristotelica non è mai una caratteristica fondante dei pensieri del segretario di Rifondazione, ad essere sillogistici e consequenziali è, organicamente, centro-sinistra.

2. La GAD si caratterizza per una totale vaghezza dei contenuti e della politica; vaghezza forse necessaria, forse ineliminabile, e tuttavia grande. Il giorno precedente la riunione, parliamo più o meno di quindici giorni fa, era arrivato un documento importante della CGIL che chiedeva a tutti noi di tener conto di una serie di questioni ed avanzava proposte in particolare sulle questioni sociali, ma anche sulla pace, sulla guerra, sulle questioni costituzionali. Un documento organico inviato a tutti i partiti della GAD. Durante la riunione nessuno, ad eccezione di chi vi sta parlando, ha ricordato l'esistenza del documento, e quando mi sono permesso di dire: bene, quando parleremo di contenuti, di cose da fare, dovremo tener conto del contributo dell'unica organizzazione di massa rimasta in Italia, la CGIL, ho registrato un fastidio evidente. Vaghezza politica inevitabile, dicevo, perché se parliamo di una cornice di fondo, di pace, lavoro, Costituzione, ambiente, l'accordo c'è, ma se si passa a qualificare le parole, a tradurle in provvedimenti, tutto si fa molto difficile. Voglio fare un altro esempio sempre di quella riunione. Quando ho detto che sarà necessaria una battaglia politica interna al centro-sinistra per cancellare la precarizzazione del lavoro provocata dalla legge 30, Prodi, uno che teoricamente dovrebbe essere legato alle posizioni di Treu, le più moderate del centro-sinistra, ha detto di essere assolutamente convinto che si debba tornare ad una stabilità del posto di lavoro. Gli altri tutti zitti. Ma Prodi su questi temi ha una sensibilità che forse altri, anche tra i Democratici di Sinistra, non hanno.

3. Terza caratteristica è l'atteggiamento che in questa fase sta tenendo la sinistra della GAD, e dunque i Democratici di Sinistra da una parte e Rifondazione Comunista dall'altra. Quello di cui abbiamo tanto parlato, e cioè la famosa tenaglia, l'operazione tesa a strangolarci, sta assumendo contorni inediti, perché Rifondazione si sta connotando per due aspetti: un'enorme moderazione sui contenuti e contemporaneamente un grande attivismo sul piano politicista, della tattica, della manovra. Due aspetti che si tengono insieme e che sono una caratteristica propria del bertinottismo. Lo dico senza alcun giudizio di valore. Se ci pensate nel '98 su una roba inesistente, parlo delle 35 ore che oggi nessuno ricorda più, fu fatto cadere il governo Prodi. Era tutto politicismo, tutto tattica, tutto lotta di potere interna a Rifondazione. Ma, contemporaneamente, era anche un'azione rispetto al posizionamento generale. Oggi siamo di nuovo in una fase analoga, anche se ha caratteristiche diverse. Non c'è tema cui Bertinotti non risponda "non ci dobbiamo impiccare". Alla patrimoniale, per esempio, che secondo Bertinotti doveva essere nel programma del centro-sinistra (poi gli è stato detto, da Prodi per primo, che non se ne parla nemmeno, e quindi Bertinotti alla patrimoniale non s'impicca). Al ritiro delle truppe dall'Iraq, che va richiesto prima della conferenza internazionale, perché è fondamentale per la pace. L'ha fatto la Spagna. E' un punto che isola gli Stati Uniti e dunque impone di andare rapidamente ad una soluzione pacifica. Ma Bertinotti non s'impicca neanche al ritiro immediato delle truppe. A essere fermi sui contenuti di sinistra siamo rimasti noi e in parte i Verdi. I Verdi che pure, apro e chiudo rapidamente la parentesi, si sono astenuti sull'articolo 1 della riforma costituzionale esattamente come i DS e la Margherita. Nei fatti all'interno dell'alleanza le posizioni più coerenti di sinistra le stiamo tenendo noi. Ma assieme alla caduta sui contenuti, Rifondazione Comunista sta conducendo un grande attivismo tattico, con grande spregiudicatezza. E' riuscita a ricostruire il rapporto con Prodi che era molto deteriorato dopo la crisi del '98.

4. Il rapporto tra Rifodnazione e Prodi, per paradosso, ha portato alla candidatura di Bertinotti alle primarie. Noi abbiamo affermato più volte quanto fosse stravagante fare le primarie in un Paese dove non c'è bipartitismo, ma bipolarismo multipartitico, dove non c'è la tradizione delle primarie, dove non c'è la cultura politica delle primarie. Prodi ha insistito per un motivo ovvio. Vuole un'investitura popolare che un domani, se eletto presidente del consiglio, gli permetta di non essere schiacciato dai partiti, di non rischiara la manovra di palazzo che secondo lui lo avrebbe fatto cadere nel '98. Bertinotti si candida d'accordo con Prodi, perché non è a Prodi non porta via voti, ma all'elettorato dei DS. Nelle suo disegno, sarebbe l'unico rappresentante della sinistra. E i DS, che si sono accorti con ritardo del guaio che hanno combinato, si troverebbero strangolati: il candidato leader è di un altro partito ed il candidato della sinistra è di un altro partito. I DS continuerebbero così a fare l'AVIS del centro sinistra, con donazioni di sangue da una parte e dall'altra. Aggiungo, su questo punto, che la FED, la cosiddetta Federazione Riformista (DS, Margherita, SDI), che va avanti per vie carsiche, ha stabilito che alle elezioni generali si presenterà con un simbolo unico a geometria variabile: in alcune regioni sì, in altre no. Mi sbaglierò (a pensar male, come noto, si fa peccato ma ci si azzecca), ma sono convinto che il simbolo unico verrà presentato soltanto nelle regioni rosse, dove i DS sono forti, mentre non verrà presentato al sud, dove forte è la Margherita. Recentemente sono stato in Emilia ed ho avvertito pesanti malumori nel popolo DS, perché il gruppo dirigente sta svilendo l'autonomia e l'identità del partito sia rispetto alla leadership che alle primarie che alle regionali. Mi verrebbe da dire al gruppo dirigente dei DS che "chi è causa del suo mal, pianga se stesso". C'è un corteggiamento, in qualche caso vergognoso, dei DS, in particolare di D'Alema, a Bertinotti: lusinghe, complimenti, proposte di accordo, voi sì che siete bravi, moderni, post comunisti. D'Alema lo ha detto recentemente durante la presentazione del libro di Cossutta. Si evocano e si alimentano forze che poi non si riescono a controllare. Ed è esattamente quello che è successo. Infatti dopo tanti complimenti i DS sono ora in difficoltà. Caldarola, portavoce ufficiale di D'Alema, ieri ha scritto che Bertinotti è il killer della sinistra, ma fino a tre giorni era l'uomo della provvidenza.

5. In questo attivismo nasce la sortita dei giorni scorsi, quando rivolto alla sinistra DS, ovviamente non a noi, Bertinotti ha proposto un nuovo contenitore della sinistra, diverso da Rifondazione e ovviamente dal correntone. Un contenitore per una sinistra più larga, a sinistra della federazione moderata, nella quale ciascuno manterrebbe la propria identità, il proprio nome, ma ad un livello più alto di unità. È la nostra proposta, è la Confederazione. La mia sensazione è che Bertinotti voglia un'altra cosa, e dal suo punto di vista ha ragione: voglia la grande Rifondazione, non un contenitore nuovo, inglobando pezzi dei DS. Vi invito invece a leggere l'articolo di Asor Rosa sul manifesto di oggi, un articolo per noi importante perché avanza in modo limpido e netto una proposta unitaria per la sinistra. Propone nei fatti la Confederazione della sinistra, cioè la nostra linea, e chiede la convocazione di un'assemblea nazionale aperta ai partiti che ci stanno, a pezzi di partiti, a pezzi di sindacato, alle associazioni, ai movimenti, ai pacifisti, a Emergency, a tutto quello che è a sinistra della federazione moderata. Questa proposta rappresenta per noi una grande opportunità.

Che fare in questa fase di movimento, di grande potenzialità per noi ? Dobbiamo innanzitutto continuare con grandissima determinazione a promuovere ed a sostenere in tutte le sedi, in Parlamento e nella società, il nostro punto di vista sui contenuti, senza spostarci di una virgola.

 Faccio un esempio. La prossima settimana si discuterà e si voterà in Parlamento la mozione sull'Iraq. Rifondazione ha già accettato il testo preparato da Luciano Violante che ha due punti buoni: il primo è la promozione di una conferenza internazionale di pace con tutti i soggetti interessati, quindi anche con quelli che stanno all'opposizione del governo iracheno; il secondo la sostituzione delle truppe di occupazione con truppe ONU formate da paesi che non abbiano partecipato alla guerra. Benissimo. Il terzo punto, quello dolente, è che il ritiro delle truppe italiane va previsto "in questo quadro". E cioè nel quadro della conferenza internazionale ed della sostituzione delle truppe. Alle calende greche. Io chiedo al Comitato Centrale, perché si tratta di una scelta impegnativa, di non accettare un testo in cui il ritiro è indefinito. Ne abbiamo discusso in segreteria. Noi non possiamo firmare e votare un testo del genere. Perché abbia il nostro sostegno va tolta la dizione "in questo quadro". Nel caso rimanga, presentemo una mozione diversa, alternativa. L'altro punto su cui aspetto l'orientamento del Comitato Centrale è che alle primarie Bertinotti non sia l'unico rappresentante della sinistra. La mia opinione è che sarebbe meglio se noi avanzassimo un candidato non di partito che rappresenti un'area vasta. Quando arriverà il momento, si riunirà la Direzione e decideremo. Ma un dato va qui assunto: Bertinotti non può essere il rappresentante della sinistra contro Prodi, tanto più alla vigilia delle elezioni regionali.

Le elezioni regionale sono molto importanti ed il partito dovrà impegnarsi per la costruzione di liste che ricevano il consenso degli elettori. Tutti in lista dunque: i deputati, i consiglieri regionali uscenti, i consiglieri provinciali, gli assessori, i sindacalisti. E tanti esterni, come è avvenuto alle europee. Io mi sono presentato alle provinciali di Roma proprio perché il partito ricevesse quanti più voti possibile. Questo è il criterio con il quale vanno fatte le liste. Succede a volte che i criteri siano altri, che la lista venga costruita perché sia eletto Tizio e che vengono immessi trenta sconosciuti in modo che chi prende 120 preferenze viene eletto al consiglio regionale. Primo: quello non viene eletto perché così, com'è ovvio, non si raggiugne il quorum. Secondo: il partito non ha un buon risultato. Controllerò personalmente le liste di ogni regione che dovranno essere fatte con l'unico criterio del consenso elettorale.

Veniamo alla Confederazione. Verrebbe da dire, come Galileo Galilei appena uscito dalla sala dell'Inquisizione, "eppur di muove". Si sta aprendo una fase positiva. E io vi propongo una linea di attacco, di grande spregiudicatezza, non difensiva o di cautela. Asor Rosa propone un'assemblea nazionale e scrivendo parla esplicitamente di "una forma nuova magari confederale". È la nostra linea. Domani sapremo se il manifesto sposerà questa linea. Bertinotti ha affermato che è d'accordo. Bene. Oggi, non domani, sediamoci attorno a un tavolo e definiamo regole e contenuti, uomini e donne e come rappresentare l'alternativa alla federazione dei riformisti.

Inizialmente avanzammo la proposta di Confederazione della Sinistra a tutto il partito dei DS. La sinistra da una parte e i moderati dall'altra, dicemmo, all'interno della stessa coalizione. I Ds hanno deciso di andare da un'altra parte. Perché vogliamo la Confederazione? Non è un vezzo, non ha nulla di politicista. Abbiamo di fronte il grande tema della rappresentanza politica del lavoro salariato che, Asor Rosa lo dice bene, oggi è espunto dall'agenda politica e non ha una rappresentanza nelle istituzioni.

 La Cgil ha raccolto 5.000.000 di firme la scorsa estate su tre proposte di legge. Chi le fa andare avanti, quelle proposte di legge? Noi? Ma noi siamo ancora piccola cosa. Da qui l'esigenza di riunificare i pezzi della sinistra, da qui la confederazione, il contenitore politico per portare avanti le questioni sociali: il sud disastrato, le condizioni dei lavoratori, il salario, i pensionati. Questo è il tema politico, una rappresentanza larga, più larga possibile. Non soltanto noi o Rifondazione, come membra sparse, ma una vasta rappresentanza del mondo del lavoro. Se si farà, questa assemblea nazionale può essere l'avvio di una fase nuova ed anche la possibilità di parlare ad un popolo che non è solo il nostro, quel popolo che si aspetta il linguaggio dell'unità. Gli esiti sono ancora imprevedibili. Ad oggi non siamo in grado di predeterminare che cosa succederà, ma sappiamo quale è il cammino da fare. Sappiamo quale è la direzione che stiamo intraprendendo: tenere gelosamente la nostra identità di comunisti in un percorso più largo, di apertura. E' un crinale complicato Per farlo abbiamo bisogno di un partito che regga, un partito che non si chiuda né si faccia inglobare, un partito solido, più solido di quello odierno.

Oggi il nostro partito è pronto ad affrontare questa sfida? Attrezzato per questa sfida? La risposta non può che essere articolata e cercherò di affrontare questo tema, com'è mia abitudine, con grande sincerità.

Primo. All'indomani delle elezioni europee abbiamo avuto un momento di difficoltà i cui echi sono arrivati allo scorso Comitato centrale. Quella fase ha comportato un mese di stasi, il partito si interrogava su se stesso più che sulla politica. Oggi credo di poter dire che siamo usciti non solo dalla malattia ma anche dalla convalescenza. I dati, i segnali ed anche la politica sono positivi e dimostrano che nel complesso il partito è in salute. Abbiamo ottenuto la riconferma, alle elezioni suppletive, del collegio del Mugello. Non è stato facile, i compagni della Direzione ben sanno tutte le traversie che abbiamo passato. Ma alla fine siamo riusciti ad avere il collegio ed a candidare il nostro responsabile nazionale dell'organizzazione, il compagno Galante. Secondo. Grazie alla federazione di Roma che ha trasformato la sua festa in festa nazionale, abbiamo avuto una grande visibilità. Prodi ha deciso, autonomamente, di fare il ritorno ufficiale sulla scena politica italiana proprio alla nostra festa, con frasi impegnative sulle riforme costituzionali. A settembre abbiamo tenuto il corso nazionale della formazione per i giovani, sessanta ragazze e ragazzi, che ha rappresentato il preludio per l'assemblea nazionale della Fgci che si terrà il 12 dicembre. In quel fine settimana costituiremo, anche formalmente, la federazione giovanile. Abbiamo tenuto l'assemblea nazionale degli enti locali, introdotta dal compagno Soffritti, responsabile degli Enti Locali, ed arricchita da un particolare contributo del compagno Pagliarini, della segreteria nazionale della Funzione Pubblica Cgil, su due temi: le politiche degli Enti Locali e il tema del lavoro. Poi c'è stata l'assemblea nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori e due giorni fa, giovedì, abbiamo avuto un grande risultato politico presentando il libro del presidente che ha avuto una notevole audience, superiore a quanto noi stessi immaginassimo.

Ora abbiamo di fronte a noi altre scadenze già fissate: un convegno nazionale sulla scuola, un altro sul Mezzogiorno, un altro ancora sull'industrializzazione al Nord. A tutto questo si affianca il lavoro programmatico di un gruppo di intellettuali, anche esterni al partito, guidati da Nicola Tranfaglia, su una serie di "punti guida" per le elezioni regionali. Ci saranno inoltre a breve altre scadenze di massa. La prima è una manifestazione nazionale, il 30 di ottobre, sui temi internazionali. È promossa da diversi soggetti, c'è l'Arci, c'è la Cgil, ci sono i partiti della sinistra. Noi non abbiamo avuto mai occasione di discutere in maniera seria e approfondita della cosiddetta Costituzione europea. La mia opinione è che non possiamo assumere un atteggiamento entusiastico ma neanche l'atteggiamento di chi dice che la Costituzione europea è il male assoluto. Questo è il classico tema su cui occorrerà prendere una posizione dialettica. La Costituzione europea in realtà non è una Costituzione, ma è un normale Trattato internazionale. Tanto è vero che deve essere ratificato da tutti gli Stati dell'Unione Europea come una legge ordinaria. Per quanto riguarda l'Italia non ci può essere il referendum. C'è una discussione assai stravagante su questo. La Costituzione vieta il referendum sui trattati internazionali. E' previsto invece il voto di ratifica in Parlamento.

Pur non essendo una Costituzione, il Trattato viene percepito come fondante di una nuova comunità. La Costituzione italiana è nata da un compromesso tra forze diverse che, pur essendo collocate in maniera opposta in parlamento, divennero l'arco costituzionale: e cioè comunisti, socialisti, laici, cattolici democratici e liberali. Fuori rimasero i missini ed ovviamente i monarchici, contrari per definizione alla Repubblica. Per cinquant'anni quel compromesso che ha dato vita alla Costituzione ha definito l'arco di forze che si riconoscevano in essa. Ogni costituzione ha quella che i costituzionalisti chiamano la "norma fondamentale", cioè una norma non scritta, ma presupposta, che tiene assieme l'arco costituzionale. Nella nostra Costituzione repubblicana, la norma fondamentale è stato l'antifascismo. Ed infatti essa fu scritta dalle forze della Resistenza uscite vittoriose. Per quanto riguarda la Costituzione europea attuale, invece, non esiste una vera e propria norma fondamentale. Qualcuno dice che è il mercato. Io non vorrei che banalizzassimo questa discussione. La Costituzione, europea o meno, è un tema che richiede impegno e studio, senza posizioni di natura tattica. Siamo di fronte a una situazione strategica, politica e costituzionale, quale il processo di unificazione europea, che non richiede scorciatoie. Quando sarà assumeremo un orientamento serio. E il 30 saremo in piazza non per manifestare contro la Costituzione, ma per la pace, per il ritiro delle truppe. Naturalmente il Trattato così com'è non ci piace, perché è figlio di equilibri che sono inevitabilmente poco avanzati. Al Parlamento europeo, nella scorsa legislatura, il compagno Cossutta presentò un emendamento sui temi della pace che riproduceva esattamente l'articolo della Costituzione italiana: "l'Italia ripudia la guerra".

In quel caso, "l'Europa ripudia la guerra". Si ottenne un discreto successo, fu votato da più parlamentari di quelli del GUE, ma fu bocciato. I rapporti di forza erano e sono quelli. Dovremo prendere un orientamento che tenga assieme la critica alla Costituzione e la necessità di operare modifiche successive. Ma, contrariamente a quello che successe nel '48, non voglio che a livello europeo l'arco costituzionale veda l'esclusione dei comunisti. Questa è la partita di oggi. Ritengo fondamentale che, con le perplessità ed i distinguo del caso, far parte dell'arco costituzionale. E quando si arriverà alla discussione parlamentare in Italia di ratifica il Trattato, ci riuniremo e ne discuteremo.

Il 6 novembre c'è poi la manifestazione di massa della GAD a piazza del Popolo e li dovremo essere ben visibili con le nostre bandiere ed i nostri compagni. Infine, alla luce di tutta questa attività preparatoria, propongo al Comitato Centrale di indire, per una data da stabilirsi, tra la fine di gennaio ed i primi di febbraio, una assemblea nazionale programmatica che faccia convenire a Roma, alla vigilia della campagna elettorale per le regionali, compagni e compagne da tutte le regioni d'Italia. Una giornata da cui scaturiranno i contenuti fondamentali della nostra azione politica: le grandi questioni del lavoro, la scuola, la pace.

Detto questo non voglio nascondere a me stesso né tanto meno a voi che a livello territorale, sia di federazione che regionale, in qualche caso addirittura di sezione, si sta verificando un'accentuazione della conflittualità interna. In alcuni casi, fortunatamente pochi, ci sono probnlemi di carrierismo esagerato. L'ambizione è del tutto legittima, ma gli esempi sono di notevole asprezza, legati a cariche di partito e istituzionali. In qualche caso si maschera con la politica l'ambizione per l'incarico istituzionale.

In tanti luoghi, in tante federazioni, si sta andando a congressi straordinari, anche laddove il congresso s'è tenuto pochi mesi fa, perché i compagni si scontrano per sostituire i gruppi dirigenti e siccome siamo alla vigilia, come dicevo prima, delle elezioni regionali, credo che le due cose si tengano insieme. Il dipartimento di organizzazione da un lato e il dipartimento degli enti locali dall'altro dovranno prendere in mano con urgenza e razionalità le situazioni in modo tale che siano stroncati con la massima severità questi fenomeni che io giudico inaccettabili e dannosi per il partito.

In qualche caso questi scontri sono legati a forme di settarismo, cioè alla paura di allargare il partito, perché questo metterebbe in discussione il piccolo nucleo di padri fondatori. Non c'è dubbio che l'apertura all'esterno possa cambiare gli assetti originari, ma è salutare. Le logiche settarie sono da sconfiggere, perché oggi siamo ancora un piccolo partito, ma possiamo e vogliamo diventare grande. E si può fare solo se si pensa e si agisce come un grande partito. Se prevale l'idea della piccola consorteria, sarà un grave danno. Il settarismo va sconfitto sempre, anche quando è in buona fede, come nel caso di compagne e compagni che fanno l'analisi del sangue a chi si avvicina a noi, perché magari vieneo dai DS. C'è poi chi ha paura di aprire per mantenere il suo mediocre controllo sul nulla. Queste liti, in alcuni casi, vengono spesso "nobilitate" richiamandosi, ciascuno dei contendenti, a compagni del nazionale: io sto con Diliberto, io sto con Cossutta. A scanso di equivoci, lo dico per la centunesima volta e spero non ce ne sia più bisogno: l'intesa politica e gestionale tra me e il presidente del partito è totale, e se qualcuno dei territori si azzarda ancora a dire "sto con Diliberto, sto con Cossutta", non sarò più tollerante. I gruppi dirigenti locali devono stroncare questi fenomeni. L'unità del gruppo dirigente del partito è saldissima, ad iniziare appunto dall'unità di intenti nella politica e nella gestione tra il presidente ed il segretario del partito. Io sarò sempre garante della libera agibilità politica di tutti i compagni purché questi non mettano in discussone l'unità del gruppo dirigente. Noi abbiamo un corpo sano, abbiamo superato tante difficoltà. Siamo, passatemi la metafore marinare, una nave da corsa, una piccola nave da corsa, che deve abituarsi ad avere grande spregiudicatezza, grande capacità di manovra, con i suoi ufficiali ed il suo equipaggio in sintonia, tutti concordi sulla direzione da prendere. Perché se qualcuno sbaglia direzione, rischiamo di andare a fondo. Ma io spero e sono convinto che tutti insieme marceremo nella stessa direzione.



COMITATO CENTRALE
del 23 e 24 ottobre 2004

- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto
- L'intervento del segretario regionale del Trentino Alto Adige


COMITATO CENTRALE
del 19 e 20 giugno 2004

- La relazione del segretario
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

COMITATO CENTRALE
del 29 e 30 novembre 2003

- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto
- L'ordine del giorno
D
IREZIONE NAZIONALE

del 18 settembre 2003

No alla lista unica

COMITATO CENTRALE
del 12 e 13 luglio 2003

- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

COMITATO CENTRALE
del 10 maggio 2003
- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

COMITATO CENTRALE
dell'11 e 12  gennaio 2003
- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto
- L'ordine del giorno conclusivo

COMITATO CENTRALE
del 29 e 30 giugno 2002

- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

DIREZIONE NAZIONALE
del 18 aprile 2002

Fortissime perplessità sullo "statuto dei lavori"
Ufficio stampa

A UN ANNO DA BELLARIA
La confederazione della Sinistra per il lavoro, la pace e i diritti
di Oliviero Diliberto
Da "La Rinascita della Sinistra"

COMITATO CENTRALE
 del 26 gennaio 2002

La relazione del Segretario, O. Diliberto
"Due campagne nazionali su giustizia e lavoro"

Le conclusioni di Diliberto
"Il partito cresce ovunque, continuiamo così"

Dopo Bellaria
I compiti di chi guarda avanti per costruire
di Carlo Benedetti
Da "La Rinascita della Sinistra"