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Mi sembra che la linea del partito, quale vi è
stata esposta da me a nome della Direzione, sia largamente
condivisa. Proverò molto rapidamente, per punti, a mettere in
ordine una serie di questioni politiche e organizzative. Anche
perché, come è stato giustamente osservato, le elezioni
regionali sono vicine e bisogna iniziare a lavorare da subito.
Primo. L'ottimismo, per molti versi incauto, del
centro-sinistra sull'esito elettorale si è rivelato sbagliato. È
vero che Forza Italia perde rovinosamente, tanto più nelle sue
roccaforti, la Sicilia ad esempio, ma è altrettanto vero che
complessivamente il governo tiene. E tiene pur avendo, in questi
tre anni, combinato molti disastri a livello interno e
internazionale, tanto che si poteva immaginare una perdita più
consistente. Questo conferma un dato: in Italia vi è da sempre
una maggioranza, moderata, quando non apertamente conservatrice.
È possibile che nel governo continuino le
fibrillazioni, è prevedibile che i due partiti che meglio sono
usciti dalla competizione, la Lega e l'Udc, premano per far
prevalere tesi di segno opposto. È possibile che la malattia di
Bossi si prolunghi e la Lega accentui l'opposizione interna al
governo. Ma, stando ai dati, la spallata che si pensava non c'è
stata.
Questa larga maggioranza italiana, moderata e
conservatrice, accentua il bisogno di consolidare e, se
possibile, di allargare la nostra coalizione, il
centro-sinistra. E lo accentua sul versante dei contenuti,
rendendo evidente che alla destra non bisogna concedere nulla.
Lo accentua, come diceva Pagliarulo, anche sul lato delle
alleanze, basta pensare ai 300.000 voti in più presi dal Nuovo
Psi di De Michelis, anche per via del fatto che mancava nelle
schede il simbolo dello Sdi. Bisogna avere la capacità di
allargare il più possibile le alleanze, per togliere alla destra
l'elettorato moderato. Forza Italia perde e i voti moderati
vanno all'Udc: è evidente che il Listone non è in grado di
esercitare appeal nei confronti dell'elettorato moderato.
D'altro canto è anche ragionevole. Tanto è vero che, rispetto
alle prossime regionali, un dirigente della Margherita, un ex
democristiano ed ex popolare come Marini, si pone esplicitamente
questo problema e dice agli alleati del Listone: dobbiamo
presentarci separatamente per prendere più voti.
Il Listone è oggi al centro di un dilemma.
Macaluso afferma che si è trattato unicamente di un'operazione
elettorale. I Ds invece tendono ad accentuare l'operazione
politica legata al Listone. D'Alema ed i suoi uomini dicono:
andiamo avanti su questa strada. Dal loro punto di vista è
comprensibile. Una volta inglobati i vecchi popolari, un Ds può
diventare il capo dello schieramento. Presi da questo disegno,
già pensano a mettere in discussione Prodi, o comunque ad
indebolirlo: e ciò anche per fare una cortesia a Rifondazione,
per evitare - ancora una volta lo ha detto Pagliarulo e lo
condivido - che debba tornare sul luogo del delitto con il capo
cosparso di cenere. Bertinotti non lo farà mai. Non l'ho mai
sentito fare autocritica, anche quando era palese che stava
sbagliando. L'ha fatto persino quando ha fatto cadere Prodi
consegnando il Paese alla destra. Ma Bertinotti dovrà tornare
sul luogo del delitto. Dovrà accettare Prodi, proprio lui che
l'ha fatto cadere. E questo gli italiani non lo hanno
dimenticato. L'ottobre del '98 è un evento topico della storia
politica di questo Paese, tanto più per la sinistra.
La caduta di Prodi è stata vissuta, essa sì, come
un vulnus storico. Il primo governo di centro-sinistra cade per
mano di una forza comunista. Noi siamo nati allora, dal rifiuto
di quell'atto incosciente per il Paese. Oggi sosteniamo
nuovamente Prodi. E non solo perché egli nel '96 ha già
sconfitto Berlusconi, ma perché rappresenta una garanzia per
tutti, anche per noi.
Secondo: a sinistra del Listone crescono tutti, a
parte Occhetto e Di Pietro, un'operazione ibrida di cui ho già
parlato nella relazione. Crescono i Verdi, cresciamo noi, cresce
Rifondazione. Probabilmente molti elettori Ds non hanno votato
il Listone perché vedevano svanire la forza della sinistra. La
mia campagna elettorale si è soffermata molto su questo. Ma
intanto il dato di tre forze, a sinistra del Listone, che
crescono, che non si mangiano voti tra loro, ci consegna una
possibilità. Galante lo diceva da ultimo con una battuta: la
potenzialità oggi presente è molto importante, molto
significativa: è l'ipotesi di Confederazione che lanciamo a
tutta la sinistra. Gli elettori di sinistra sono in larga parte
d'accordo. Sono i ceti politici, sono i gruppi dirigenti che la
rifiutano. Non escludo che qualche resistenza potrebbe
manifestarsi anche tra noi. Ma, prima che politica, l'operazione
di ricomposizione è innanzitutto di classe. Una nuova
soggettività politica come la confederazione è per noi lo
strumento di una politica, non è fine a se stessa. Quando
Leonesio dice che la Cgil raccoglie 5 milioni di firme per
alcune leggi che poi nessuno, in Parlamento, porterà avanti,
pone esattamente questo tema. Il nostro partito può farcela da
solo? No. Possiamo, da soli, avere una forza contrattuale
all'interno del centro-sinistra per chiedere l'abrogazione della
legge 30? No. Faremo la nostra battaglia, certo. Ma una cosa è
una battaglia condotta da una singola forza che vale il 2,4%,
altra cosa è se quella forza si unisce ad altre ed arriva a
valere il 15%. E' questa l'idea del progetto politico messo in
campo da Giampaolo Patta con il Forum programmatico per
l'alternativa di governo e noi l'abbiamo sposata in pieno. Il
termine "governo", che Patta ha fortissimamente voluto, indicava
questo: trovare un accordo tra un certo numero di forze
politiche, forze sindacali, associazioni, movimenti su
determinati contenuti e, partendo da questi, spingere più a
sinistra la linea della coalizione. Dobbiamo continuare su
questa strada.
Quindi: confederazione della sinistra, premendo
sui Ds perché rinuncino al Listone, per bilanciare le forze che
fanno parte della coalizione: la sinistra da una parte e il
centro dall'altro, alleati, ma distinti. Se i Ds insisteranno
nella loro strada, la proposta di confederazione resta in piedi
e si rivolge a quelli che ci potrebbero stare, compreso un pezzo
dei Ds, grande o piccolo che sia. L'idea di Bertinotti di una
"costituente programmatica dal basso" non significa nulla. È
fumo. Bertinotti ha avuto un buon risultato e vuole tenerselo.
Gioca al ribasso, coltiva il suo orticello. Noi dobbiamo
incalzarlo, non avendo remore, timori, subalternità nei
confronti di nessuno.
Il nostro risultato, come ho detto nella
relazione, viene percepito differentemente dai compagni a
seconda delle zone di provenienza. I compagni di Pescara lo
valutano con tristezza, e noi cercheremo, io personalmente e
tutto il gruppo dirigente, di aiutarli anche con un
rafforzamento del partito. I compagni dell'Umbria sono
giustamente entusiasti. E' normale. Il compito del segretario è
invece quello di valutare il risultato complessivamente, ed il
risultato è buono.
Vi dico una cosa in assoluta sincerità. È un
autentico miracolo essere riusciti a costruire un partito, il
secondo partito comunista in Italia. Da una parte ce n'è uno,
che non si chiama più comunista, che è una corazzata, i Ds.
Dall'altra parte c'è un altro che è comunque più grande di noi.
Ed entrambi questi partiti vorrebbero eliminarci. Su di noi c'è
stata una pressione che poteva portarci all'annientamento. Ce lo
siamo detto tre anni fa, al congresso di Bellaria, quando
avevamo l'1,7% delle politiche. Lì non c'era la diversa
percezione a seconda delle zone. Lì eravamo tutti depressi e se
sei depresso non costruisci.
Come siamo riusciti in questi tre anni ad evitare
l'annientamento? Ci siamo riusciti, l'ho detto tante volte,
perché abbiamo politicamente valutato che tra noi e Rifondazione
non c'era uno spazio "geometrico". Era uno spazio politico tutto
da riempire. Noi siamo stati oggettivamente i più unitari e i
più leali col centro-sinistra, ma al contempo abbiamo praticato
una politica che si poneva, non di rado, sui contenuti, alla
sinistra di Rifondazione: sulle questioni internazionali,
sull'identità comunista, sulle questioni sociali.
D’altro canto, se Bertinotti vuol fare l'accordo
con il centro-sinistra non può più parlare dei contenuti. Per
questo dobbiamo continuare mantenendo nettamente il dibattito
sui contenuti, continuando la nostra opera di pressione.
Dico ai carissimi compagni che hanno parlato del
tema della sobrietà: si può essere sobri e contemporaneamente
aggressivi. Le due cose non sono in contraddizione. E' così,
d'altro canto, che siamo cresciuti. In un intervento alla Camera
ho detto che consideravo il governo direttamente responsabile
della morte dei nostri soldati in Iraq. Sapevo di fare
un'affermazione molto forte. Sono per continuare su questa
strada. Questo non significa diventare come i "disobbedienti"!
E' lungi da me, dalla mia formazione culturale e politica,
persino dal mio carattere. Ma avverto la necessità di continuare
con la nostra pressione per impedire che ci riducano esattamente
in quell'ambito geometrico che abbiamo rifiutato: che è piccolo,
residuale, nostalgico. E se un domani si dovesse tornare a
governare, se sarò ancora il segretario del partito, intendo
continuare così, anche rispetto al governo di centro-sinistra.
La grande lealtà che abbiamo manifestato prima ai
due governi D'Alema e poi al governo Amato - possiamo dircelo? -
non ci ha pagato. Non ci attaccavano, allora, ci trattavano
bene, erano gentili. Ma ci hanno dato la miseria di otto collegi
alla Camera. La linea che ci siamo dati prima a Bellaria e poi a
Rimini va praticata - a mio modo di vedere - senza esitazioni.
L'occasione più importante sono le elezioni regionali che si
terranno tra un anno e che rappresenteranno l'anticamera del
dato politico.
Siamo cresciuti. Ora si tratta di consolidare ed
aumentare questo dato anche alle regionali. Il risultato della
mia regione, proprio in proiezione regionale, onestamente mi
preoccupa un po'. Nello stesso giorno prendiamo un'ottima
percentuale alle europee ed una modestissima alle regionali. Che
fare? Avvieremo da subito i lavori per la Conferenza
programmatica del Mezzogiorno, utilizzando gli eccellenti
materiali prodotti nelle conferenze regionali ed in tanti
convegni e studi. Occorre formare, ad iniziare da Crocetta, un
gruppo di compagni delle varie regioni che lavorino alla
preparazione della conferenza, coinvolgendo anche studiosi,
intellettuali. Sono d'accordo con quel che ha detto Giansanti:
occorre elaborare alcune idee forza e la Basilicata può
rappresentare un laboratorio, anche perché è una delle regioni
in cui il centro-sinistra è andato avanti, governa bene ed ha un
Pil regionale moto più alto delle altre regioni meridionali.
Mi convince anche la proposta di Chieppa.
Considero più che opportuna un'iniziativa nazionale sul declino
dell'industria. Penso che dovremmo tenerla a Milano. Lì le
elezioni sono andate bene, ma non è successo altrettanto in
altre province della Lombardia. Tenere il convegno a Milano può
essere un modo per rendere più visibile il nostro lavoro e la
nostra presenza in quella strategica regione. Anche in questo
caso disponiamo di materiale di eccellente qualità. Penso - un
caso per tutti - alla Fiat, dove si è lavorato molto e bene.
Ci sarà inoltre la Conferenza nazionale dei
giovani. La prima assemblea nazionale, tenuta a Reggio Emilia, è
stata molto bella. Abbiamo gruppi di giovani straordinari in
tutta Italia, sono la più grande risorsa di questo partito. E'
venuto il momento di dare gambe a ciò che abbiamo chiamato, con
un nome glorioso, Federazione giovanile comunista.
Sono inoltre per assumere la proposta avanzata da
Torelli: un convegno sulla storia (sul suo insegnamento e sulla
ricerca srocia, in una terribile fase di revisionismo), dandogli
una valenza nazionale. In questa campagna elettorale si è
avvicinato a noi un pezzo di vecchio Pci, tanti intellettuali
che guardano con favore, lo dico con un pizzico di presunzione,
a questo nostro partito. Occorre poi pensare, già da adesso, ad
utilizzare le feste del partito durante l'estate per lanciare la
raccolta di firme per l'abrogazione della legge 30 e della
riforma Moratti, proiettando questa nostra azione sul futuro
governo. Scuola e lavoro che, insieme alla pace, sono gli assi
portanti dell'iniziativa del partito.
Noi sosteniamo il centro-sinistra affinché torni
a governare, ma quando tornerà a governare, dovrà abrogare
queste due leggi. La raccolta delle firme dovrà dispiegarsi in
tutta Italia, dovremo andare alle feste dell'Unità, non solo a
quelle di Rinascita, nelle piazze, nei quartieri. Ancora. I
compagni hanno detto che occorre rendere più riconoscibile il
simbolo. Sono d'accordo. Non ho ancora idee chiarissime su come
fare, ma vedremo, studieremo ogni possibile ipotesi. Ci sono
stati tantissimi errori sulle schede che, se evitati, avrebbero
aumentato la nostra percentuale. In Sardegna, dove credo di
essere più conosciuto che altrove, ho avuto 13.000 preferenze
per le europee, ma 2.500 cittadini hanno scritto il mio nome sul
simbolo di Rifondazione. E questo è successo un po' ovunque. A
Bisceglie, dove anche le pietre conoscono Giovanni Valente, ci
sono stati moltissimi analoghi errori. Totò Crocetta, anch'egli
conosciutissimo a Gela, ha avuto 1.400 preferenze perse sempre
per la stessa ragione. Stiamo parlando di numeri impressionanti.
Infine. Dobbiamo investire sul partito
continuando in un'opera positiva già avviata: la costruzione del
partito nei luoghi di lavoro. Ho personalmente fatto due
esperienze a Roma che giudico molto positive. Una è la
costituzione di una grande cellula, 50 compagni, che lavorano
nella vigilanza privata. Erano iscritti ai Ds, sono della Cgil,
e oggi sono venuti da noi. Sono poi stato all'Alitalia, dove un
ancor piccolo gruppo di compagni sta costituendo la cellula del
partito. Un fenomeno che sta accadendo un po' ovunque. Una cosa
importante, un supporto indispensabile alla nostra linea
politica. Dovremo inoltre avviare una sorta di "registrazione" -
uso volutamente questa espressione neutra - dei gruppi dirigenti
locali nelle regioni dove la difficoltà alle elezioni si è
dimostrata più evidente. Vi sono realtà in cui alcuni compagni
fungono - spero comprenderete in senso anche della durezza
dell'espressione che impiego - da "tappo", impediscono
l'ingresso di altri compagni. Faremo una mappa a livello
nazionale, coinvolgendo i gruppi dirigenti regionali
interessati, per una registrazione di queste situazioni.
Altrimenti il partito non cresce, non si sviluppa. Prendere
tutte le iniziative opportune è nostro preciso dovere.
L'altro punto che considero fondamentale è il
tesseramento. Mi è capitato di sentire: abbiamo preso molti
voti, chi se ne importa delle tessere. No, il tesseramento è di
primaria importanza, tanto più dove siamo cresciuti. Se in una
città abbiamo avuto consenso elettorale, occorre lavorare perché
i voti si traducano in tessere, e quindi in consolidamento
organizzativo del partito.
Ultima questione. C'è una unanime condivisione
sulla proposta che ho avanzato nella riunione della direzione di
ieri, a nome della segreteria, rispetto alle opzioni per gli
eletti al parlamento europeo. Galante ha voluto definire la
proposta equilibrata, ed io credo che lo sia. Ma perché non
rimangano equivoci, cose non dette, dietrologie, voglio fare una
puntualizzazione esplicita. Molto esplicita. Nei giorni scorsi,
dopo lo straordinario successo elettorale del nostro partito a
Roma, è stato affisso un manifesto. Il manifesto dice:
ringraziamo la cittadinanza di Roma per il grande risultato ecc.
E' stato giusto farlo. Nel manifesto è scritto "Il partito dei
Comunisti italiani di Armando Cossutta e di Oliviero Diliberto".
Lo dico con chiarezza: questo non è il partito di Cossutta e di
Diliberto. Questo è il partito di Cossutta. E io non vorrò mai
che si dica che è il partito di Diliberto, perché ho il senso
della misura e delle proporzioni. Perché io, nel 1944, non ero
in un carcere nazista. Perché io non ho costruito il partito a
Sesto San Giovanni nel dopoguerra. Non sono stato il segretario
della federazione di Milano del Pci. Non ho fatto la battaglia,
checché ne dica Bertinotti, per la destalinizzazione del partito
dopo il '56. Non sono stato il numero due del Partito comunista
italiano ai tempi di Luigi Longo. Non ho fondato partiti. Perché
una cosa è avere fatto la storia del nostro Paese, altra cosa è
attraversarla, quella storia.
La soluzione che abbiamo adottato è unitaria ed
in un quadro di allargamento e consolidamento del gruppo
dirigente. Nel partito non devono esserci i tifosi, non si sta
dalla parte di Tizio o di Caio, si sta dalla parte del partito.
Personalmente, come sapete da tempo, non sto neanche dalla parte
di Diliberto, che so essere transitorio: e per fortuna, perché
vorrei recuperare quanto prima una dimensione di vita un po'
meno pazzesca di quello di oggi. Certe cose vanno affrontate da
comunisti. Proseguiamo così, compagni. |