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Voglio per prima cosa ringraziare le compagne ed
i compagni che hanno lavorato in campagna elettorale. Una
campagna elettorale massacrante, con un esito positivo che
analizzerò più avanti. Veramente grazie di cuore, compagne e
compagni. Nel nostro partito ci sono pochissimi funzionari,
siete quasi tutti volontari, ed avendo girato tutta l'Italia in
campagna elettorale posso testimoniare che vi siete tutti
prodigati in maniera straordinaria.
L'esito elettorale ci consegna una situazione
politica in movimento. Talmente in movimento che da un giorno
all'altro, dalla riunione della direzione nazionale di ieri ad
oggi, la situazione si è già modificata. Stamattina interviste e
dichiarazioni di esponenti politici sembrano mettere in
discussione alcune certezze maturate, che sembravano
consolidate.
Il governo esce sconfitto, ma in maniera diversa
da quella che noi immaginavamo. Perde rovinosamente Berlusconi,
e perde in quanto capo del governo e soprattutto di Forza Italia
che passa dal 29 al 21%, otto punti percentuali in meno. Una
debacle. I voti persi sono 4 milioni, di cui 500 mila solo in
Sicilia, nella Sicilia del 61 a 0. E' un segnale politico
chiarissimo. E tuttavia il governo Berlusconi recupera in larga
parte grazie al forte astensionismo, ma soprattutto grazie ai
voti degli altri partiti che sostengono il governo.
La Lega ha un buon successo, probabilmente
indotto anche dall'emozione per la condizione particolare del
suo leader. Alleanza Nazionale sostanzialmente tiene, in una
condizione nella quale era prevedibile invece un calo, mentre l'Udc
è il vero vincitore della competizione a destra, con un
riequilibrio di voti sul versante moderato e, se posso dirlo,
della presentabilità, cosa che è manca totalmente al premier.
Questo risultato, che rimescola le carte
all'interno del centrodestra, dice una cosa molto rilevante, e
cioè che l'Italia si conferma un paese moderato e conservatore.
Il Polo è sostanzialmente pari al centrosinistra allargato,
compresa Rifondazione. Mentre perde maggiormente nelle
amministrative, ad iniziare dal dato simbolico e importantissimo
rappresentato dalla vittoria di Cofferati a Bologna.
E tuttavia il problema serio, per poter tornare a
vincere le prossime elezioni, è quello di conservare, da una
parte, tutti i voti della sinistra, ma, dall'altra, di
conquistare i voti moderati, di spostarli dalla nostra parte: in
caso contrario le elezioni non si vincono. E questo ci porta a
ragionare sul nostro schieramento.
Il Listone sta vivendo una sorta di psicodramma:
non può dirsi sconfitto, ma nemmeno vittorioso. E' in una specie
di guado. Il 31,5% lo colloca come prima forza politica, tanto
più dopo la sconfitta rovinosa di Forza Italia. Ma quel 31,5%
non crea l'entusiasmo e la passione che possono consentire al
Listone di andare avanti spedito sulla strada intrapresa, e cioè
la premessa del partito riformista. Basta vedere cos'è successo
tra ieri e oggi.
A Piacenza, il capo della Margherita sceglie di
appoggiare, per il ballottaggio in provincia, il candidato della
destra e lo fa con una motivazione politica: il centrosinistra è
troppo spostato a sinistra e troppo condizionato da
Rifondazione. È la prova, una delle tante, di un laboratorio
neocentrista che può creare grandissime difficoltà al
centro-sinistra. E' del tutto evidente - e non mi stanco di
ripeterlo - che senza il consenso di una parte dei moderati la
sinistra perderà le prossime elezioni. Ma il Listone non è in
grado di fare questa operazione, non riesce a creare un rapporto
con l'elettorato moderato. Quando De Mita afferma che
l'operazione Listone è contro natura, coglie un punto vero,
denunciato anche da noi prima ancora che il Listone si
costituisse. Tenere insieme la sinistra e gli ex democristiani,
due schieramenti che non hanno una identità comune, è
un'operazione politica ibrida. Inutile nasconderlo.Quindi il
grande problema che le elezioni consegnano al centrosinistra è
come raccogliere il consenso dei moderati, e cioè di chi
rappresenta nella coalizione quel valore aggiunto che ci
consenta di aumentare i voti.
Che la confusione su quel fronte sia totale ce lo
dice il fatto che Prodi propone una cosa mentre D'Alema ne
propone altre (l'intervista di stamattina su Repubblica).
Sostanzialmente, non hanno più chiaro cosa fare: ed hanno
ripreso a litigare sulla leadership, esattamente come è successo
nei cinque anni nei quali il centrosinistra ha governato.
Lo scenario è ancora troppo in movimento per
poter determinare il da farsi, ma c'è una cosa che, se condivisa
al nostro interno, va dichiarata esplicitamente. La nostra linea
- che prevede il centro-sinistra con il trattino, e cioè
l'alleanza tra la sinistra che fa la sinistra e i moderati che
fanno i moderati - è l'unica possibile per evitare la confusione
e il disorientamento dei due elettorati, quello della sinistra e
quello del centro. Sembrerebbe cosa ovvia, ma evidentemente non
tanto se si è andati avanti sull'ipotesi ibrida del Listone. Che
sia una operazione ibrida è reso plasticamente chiaro dal fatto
che, dopo essersi uniti in un'unica lista, a livello europeo Ds
e Margherita si sono iscritti a due gruppi diversi. Cosa
francamente innaturale.
Questa confusione continuerà. Continuerà perché
continueranno i personalismi. Prodi propone l'assemblea
costituente di tutto il centro-sinistra e D'Alema risponde di
no, vuole continuare col Listone e facciamolo diventare partito.
La confusione continua e - temo - continuerà.
In questo contesto, noi possiamo e dobbiamo
essere i più lineari. Avanziamo una proposta semplice,
comprensibile ed efficace. Noi siamo la "sinistra che unisce".
Noi ci alleiamo con il centro perché il Paese abbia un governo
migliore. Ma noi siamo sinistra: nelle nostre scelte, nei
contenuti, nelle lotte.
C'è bisogno di sinistra: è questo il messaggio
che abbiamo lanciato al congresso e poi in tutta la nostra
campagna elettorale. Questo bisogno - che è reale, concreto,
evidente - va declinato in due direzioni.
La prima: il Listone è in stato confusionale e
questo ci consente di rilanciare con più forza la proposta di
confederazione della sinistra. La lanciamo a tutti i Ds, non
solo alla minoranza, la lanciamo al grosso del corpo di quel
partito che è tuttora il più grande partito della sinistra. La
lanciamo a livello centrale, ma anche nei territori. Dobbiamo
incalzarli, dobbiamo chiedere: perché volete fare un accordo
innaturale con i moderati, che senso ha, perché non aderire alla
nostra proposta che ha la capacità di parlare al grande popolo
della sinistra, di interpretarne il bisogno di unità?
Secondo: se i Ds continuano ad essere sordi, a
non comprendere l'importanza e la giustezza della nostra
proposta, noi la declineremo in tono minore, pronti ad attuarla
con coloro che ci stanno. Cosa vuol dire "coloro che ci stanno"?
Ieri l'Espresso parlava del "fattore 13%". Si
riferiva al risultato ottenuto dalle formazioni a sinistra del
Triciclo: Rifondazione col 6,1%, i Verdi col 2,5%, noi col 2,4%
ed Occhetto-Di Pietro, che pur avendo avuto un insuccesso
rilevante (solo Di Pietro aveva il 3,9%), ed avendo già rotto il
loro sodalizio, anch'esso francamente ibrido, hanno comunque
avuto il 2,2%. C'è questo spazio politico-elettorale a sinistra
del Triciclo al quale noi ci rivolgiamo: facciamo una
Confederazione, uniamo la sinistra per battere Berlusconi.
Bertinotti ovviamente non ne ha alcuna
intenzione. Ogni volta che gli si propone qualcosa lui rilancia
- nebulosamente - la "costituente dell'alternativa
programmatica". Cosa che stento a comprendere, mi riferisco in
questo caso alla lingua italiana. Ma così come non la comprendo
io, non la comprendono neanche gli elettori. Bertinotti replica
così alla nostra proposta: non voglio un'alleanza tra ceti
politici, e la vostra lo è, è un'operazione politicista. L'ha
ribattezzata "il Listino". Noi siamo pronti a qualunque forma
aggregante a sinistra, comunque essa venga chiamata, non siamo
affezionati al nome ma alla sostanza. L'esperienza del "Forum
programmatico per l'alternativa di governo", di cui siamo parte
integrante e propulsiva - mi riferisco al forum lanciato da
Giampaolo Patta, segretario della Cgil e rappresentante della
sinistra -, vede come elemento frenante proprio Rifondazione.
Noi ne siamo l'elemento propulsivo, pur non essendo stati noi a
lanciarlo, e quindi nessuno può accusarci di essere strumentali.
La nostra volontà di aggregare le forze della sinistra per
battere Berlusconi è ormai evidente a tutti. Bertinotti punta ad
escluderci da un processo aggregativo. Lo ha affermato
esplicitamente in due interviste. Ha detto: auspico che ci siano
delle auto esclusioni, aggiungendo che si riferiva agli
stalinisti, e cioè (secondo lui) a noi. Nella sua ottica,
naturalmente. Gli ultimi stalinisti, come tutti sanno, stanno
proprio dentro Rifondazione, ma la verità è che Bertinotti
vorrebbe escluderci da un processo aggregativo a sinistra.
Vorrei ricordare una sua intervista al Corriere della Sera di
circa un anno, un anno e mezzo fa, nel quale disse: aggreghiamo
tutto quello che c'è a sinistra dei Ds. Il giorno dopo io
risposi: noi ci siamo, siamo pronti. Da quel momento Bertinotti
non ne ha più parlato. Perché la verità è che vorrebbe mettersi
a capo, essere la guida di un processo aggregativo che in
pratica è l'obiettivo della grande Rifondazione. Non c'è, nelle
sue intenzioni, il progetto di mettere assieme le forze delle
sinistra. Il suo obiettivo è allargare Rifondazione e fagocitare
tutto quello che c'è a sinistra dei Ds. Obiettivo - notate bene
- aiutato e sostenuto dagli stessi Ds perché, spostandosi su una
posizione moderata, hanno tutto l'interesse a non avere alcuna
forza politica competitiva tra loro e Rifondazione.
I Ds sanno perfettamente che si è aperta una
sorta di terra di nessuno che si chiama "sinistra". Ed è loro
interesse che in quella terra di nessuno ci sia solo un gruppo
estremistico che, in quanto tale, non è in grado di fargli
alcuna concorrenza. Noi siamo dei concorrenti, Rifondazione no.
Siamo stati oggetto di una campagna di aggressione da parte dei
Ds che continua ancora oggi con il fondo di Padellaro su
l'Unità. Una campagna di aggressione iniziata quando Fassino ha
sostenuto che le contestazioni nei suoi confronti durante la
manifestazione per la pace le avevamo organizzate io e Rizzo. La
campagna è poi proseguita con un editoriale durissimo del
giornale Europa, l'organo de La Margherita, nel quale si
sosteneva, in estrema sintesi, che Bertinotti era meglio di
Diliberto perché più ragionevole, più serio, più pacato. Infine
c'è stato un articolo su l'Espresso in cui D'Alema ha dichiarato
che era disgustoso vedere Cossutta che faceva il pacifista.
Per due mesi, ininterrottamente, Repubblica, il
giornale legato alla sinistra riformista, ha fatto campagna
elettorale a favore di Bertinotti. Una cosa imbarazzante ed un
po' vergognosa. Ed è ancora Repubblica che consegna a Bertinotti
la titolarità del garante della pace, pubblicizzando la sua
posizione e ignorando la nostra. Eppure il segretario di
Rifondazione era stato molto incerto e meno netto di noi, ad
iniziare dalla vicenda dei morti di Nassiryia.
Vedete, compagne e compagni, le mie non sono
lamentale. E' un ragionamento politico. Metto semplicemente nel
conto che gli estremisti da un lato e i moderati dall'altro
vogliano annientare i comunisti. E' sempre stato così. Non ci
sono riusciti e non ci riusciranno e l'esito del voto europeo
dice proprio questo. Il nostro partito va avanti, forse meno di
quanto qualche compagno si aspettasse, ma abbiamo raggiunto il
2,4%, lo 0,7% in più rispetto al dato delle politiche. Un
risultato tutt'altro che scontato. Negli ultimi sette giorni c'è
stata una stretta micidiale.
Ciò nonostante, noi andiamo avanti e veniamo
giustamente individuati dai giornali e dalle televisioni tra i
principali vincitori di questa tornata elettorale.
Siamo dunque in crescita in termini percentuali
ma, cosa più rilevante, siamo in crescita in termini assoluti.
Nel '99 c'è stata la prima tornata elettorale. Da
allora, e sino al 2001, abbiamo avuto una media di circa 600
mila voti. Oggi guadagniamo 180 mila voti in più. Non
rappresentano uno sfondamento, ma sono il segnale che è iniziata
un'erosione dell'elettorato dei Ds, perché è lì -
fondamentalmente - che abbiamo presi i voti.
Abbiamo avuto un buon risultato. Analizzerò nel
merito le singole zone, ma intanto voglio dire che questo buon
risultato è tanto più importante perché riusciamo ad ottenere
risultati significativi nelle cosiddette regioni rosse.
Raddoppiamo i voti in Emilia Romagna, in Toscana, nelle Marche
ed in Umbria. Raddoppiamo: un segnale importantissimo perché
quello è il bacino del vecchio Pci. È un dato che ci incoraggia
perché abbiamo ormai alle spalle, definitivamente, il tema della
provvisorietà del partito: il 2,4% è un dato analogo a quello
che avevano, nella cosiddetta prima Repubblica, parecchi partiti
che sono vissuti per decenni e che sono stati cancellati non
dalla volontà dell'elettorato, ma dalla bufera di Tangentopoli:
repubblicani, socialdemocratici, liberali.
Noi vogliamo ancora crescere, ma il dato delle
europee ci dice che ci siamo. Se pensiamo alla nostra situazione
nel 2001, solo tre anni fa, possiamo dire che in questi anni
abbiamo fatto passi in avanti rilevanti e li abbiamo fatti su
una linea politica che ha corretto alcuni nostri comportamenti.
Per usare due slogan, dalla linea "unità e autonomia" siamo
passati alla "unità e competizione". I Comunisti italiani sono
entrati in leale competizione con le altre forze della sinistra
sul tema della pace e sui temi del lavoro.
Per poter fare l'accordo con il Listone,
Bertinotti non parla più di contenuti. E' costretto a non
parlare più di niente. Ma noi, pur tenacemente attaccati alla
linea unitaria, sui contenuti non ci spostiamo di un millimetro:
abrogazione della legge 30, abrogazione della riforma Moratti,
approvazione della legge sulla rappresentanza sindacale.
Nell'ambito di un buon risultato, pur senza
enfatizzare, mi rendo conto che la percezione dei compagni sul
risultato è diversa a seconda della provenienza geografica. Chi
a casa propria ha avuto un risultato deludente, percepisce il
nostro 2,4% come una sconfitta. E' del tutto normale. Ma io, che
come segretario del partito devo avere una valutazione generale,
sono convinto che si tratti di un buon risultato. Con luci ed
ombre.
Nella circoscrizione del Nord-Ovest confermiamo
le europee del '99: avevamo il 2,2 e abbiamo il 2,2. C'è però
un'avanzata positiva, non grande, dello 0,5%, rispetto alle
politiche, e differenziazioni piuttosto significative tra
regione e regione.
Andiamo molto bene in Piemonte e, in particolare,
a Torino. In Piemonte, alle politiche, avevamo raggiunto l'1,8%
con 52.000 voti. Oggi siamo al 2,9 con 71.800, l'1,1% in più con
una crescita reale di quasi 20.000 voti. Un ottimo risultato. In
Lombardia passiamo dall'1,5 all'1,9%, ma in termini assoluti
perdiamo circa 1000 voti rispetto alle europee del '99. In
Lombardia, complessivamente, il risultato non è buono, tranne
che a Milano, a dimostrazione che il lavoro di adesione di altri
quadri, massiccio nell'ultimo anno e mezzo, ha pagato anche
elettoralmente.
Un risultato assai deludente lo abbiamo in
Liguria: circa mille voti in meno. Un trend negativo che non ci
deve non solo preoccupare, ma indurci ad intervenire. Siamo
partiti dal 2,7 delle europee del '99 - un buon risultato - per
poi passare al 2.5 delle precedenti politiche ed infine al
risultato attuale. Un trend discendente sia in termini
percentuali che in termini assoluti. La segreteria e la
direzione del partito dovranno attentamente valutare come
aiutare il gruppo dirigente. Non si tratta di colpevolizzare.
L'attuale gruppo dirigente si è insediato al congresso, quindi
pochissimo tempo fa, e non ha certamente alcuna colpa. E
tuttavia occorre aiutarlo, supportarlo, perché la Liguria è una
regione importantissima: è assai probabile che l'anno prossimo
il centro-sinistra vinca le regionali. Il nostro risultato dovrà
essere adeguato. Dobbiamo puntare a crescere ed a conquistare
almeno un consigliere.
Nel Nord-Est andiamo bene praticamente dovunque.
Aumentiamo positivamente nel Trentino Alto Adige, seguendo un
trend che dallo 0,5 ci ha portato allo 0,7%.
Eccellente risultato nel Veneto: da 34.000
passiamo a 43.000 voti. Bene il Friuli Venezia Giulia, dall'1,7
all'1,9.
Straordinario il risultato dell'Emilia Romagna
che passa dall'1,6% al 3,1. Nei fatti il raddoppio dei voti: da
46.000 a 81.000. Faccio alcuni esempi: Rimini è al 4%, Ferrara
al 3,8%, Forlì e Cesena al 3,5%, Modena al 3,4%. Dati che si
ripetono, in alcuni casi migliorando, nelle amministrative. Ne
cito solo uno, il 7% che abbiamo raggiunto alle comunali di
Reggio Emilia. Un risultato straordinario che ha un fondamento
politico perché a Reggio Emilia siamo stati protagonisti,
facendo parte della giunta (la compagna Dolci, autorevole
dirigente del partito, era assessore al bilancio), di una
battaglia politica contro le privatizzazioni. Condotta con
spirito fortemente unitario, ma anche con grande determinazione.
Molto positivo, in alcuni casi straordinario, è
il risultato del centro. La Toscana passa dal 2,3 al 3,8%, con
un aumento dei voti che va da 57.000 a 83.000. Ed alle comunali
di Firenze siamo andati oltre il 5%, confermando anche qui una
tendenza all'aumento. In Toscana ci sono stati molti altri
risultati straordinari, così come in tutte le regioni del
centro. In Umbria abbiamo avuto momenti molto complicati in
passato che il gruppo dirigente ha affrontato coraggiosamente.
Bene, oggi arrivano i risultati, eccellenti. L'Umbria, con il
4,7% (avevamo il 2,4), diventa la prima regione per il nostro
partito e passa da 13.000 a 24.500 voti. E gli stessi dati
positivi si ripetono alle provinciale, in una situazione nella
quale i Ds hanno oltre il 40%. Un dato, quindi, particolarmente
significativo. Le Marche avevano l'1.9%. Ora sono al 3.5, con un
guadagno di 12.800 voti in termini assoluti. Il Lazio va
dall'1.3 al 2.7%, passando da 48.000 a 83.000 voti. Un risultato
strepitoso. Ottimo anche il risultato di Roma che conferma, tra
l'altro, il trend positivo delle provinciali dell'anno scorso.
Complessivamente, nella circoscrizione del centro passiamo da
138.000 a 223.000 voti, quindi quasi 100.000 voti in più.
Non è positivo, invece, il risultato del
mezzogiorno, pur diverso da regione a regione. In Abruzzo
passiamo dall'1,9 al 2,4%, ma nel Molise si va indietro,
dall'1,7 all'1,6, ed in Campania dal 2 si passa all'1,9%, con
una perdita, in termini assoluti, di 11.000 voti. Buono il
risultato della Puglia, dove si passa dall'1,4 all'1,8% con
quasi 5.000 voti in più. In Basilicata c'è un leggero aumento in
termini percentuali ed una leggera diminuzione in termini
assoluti. Il risultato della Calabria registra invece un piccolo
aumento, dal 2,5 al 2,6%.
Complessivamente il sud rimane stabile, dall'1,9
al 2%, ma con 5.300 voti in meno in termini assoluti. È evidente
che la nostra attenzione ai temi del Mezzogiorno non è stata
adeguata e quindi occorre fare un'autocritica. La Direzione del
partito che si è tenuta ieri ha stabilito che in autunno si
convochi la Conferenza Meridionale del partito riprendendo il
materiale congressuale ed i materiali programmatici elaborati
nel corso di questo ultimo anno in alcune conferenze regionali
che si sono tenute nel Sud. Materiali pregevolissimi, un vero
lavoro di ricognizione. Dobbiamo passare dall'elaborazione ad
alcune proposte programmatiche concrete ed investire
politicamente sul Mezzogiorno per invertire l'attuale tendenza.
Infine le isole. Le isole ci danno un dato un po'
contraddittorio. Cercherò di spiegare perché. Alle europee il
dato è straordinario: passiamo complessivamente dall'1,6 al 2,4%
e da 60.000 a 75.000 voti. La Sicilia guadagna 5.500 voti in più
e passa dall'1,1 all'1,7%. Da tutte le province vengono segnali
positivi, per alcuni versi anche al di là del dato elettorale.
Il nostro è un partito che si sta radicando, sta diventando un
vero partito. Ho fatto parecchi giorni di campagna elettorale in
Sicilia: iniziative, incontri, comizi in piazza. Sembrava di
essere nel vecchio Pci, una sensazione davvero bella. La stessa
cosa è successa in Sardegna, anche se con luci ed ombre che
vanno affrontate. Passiamo dal 2,8 delle politiche al 4,2 con un
aumento in termini assoluti di 10.000 voti. Segnalo che già il
2,8% delle politiche rappresentava per la Sardegna un risultato
importante ed era il nostro primo dato nazionale. Oggi siamo al
4,2%. Dove sono dunque le ombre? I miei concittadini non hanno
votato solo per le europee, ma anche per le regionali. Nello
stesso momento hanno scritto la loro preferenza su due schede.
Nello stesso momento nel quale ci davano il 4,2% per le europee,
ci davano l'1,9 per le regionali, che è il dato più basso nella
storia del nostro partito in Sardegna. Cinque anni fa, quando
eravamo appena nati, prendemmo il 2,1% ed alle politiche il 2,8.
Non so francamente valutare quanto abbia pesato
la circostanza che il capolista per le europee fossi io. Questo
può aver portato un po' di voti in più. Ma non spiega, non può
spiegare il dislivello tra europee e regionali. C'è
evidentemente un problema che, assieme ai compagni della
Sardegna, dovremo affrontare con molta serietà. Valuteremo, con
l'organizzazione nazionale e con il comitato regionale sardo, il
modo più opportuno per affrontarlo.
Mi avvio a chiudere. Alle europee abbiamo
presentato liste forti, con indipendenti di prestigio, tranne
forse al Sud, dove la lista era sostanzialmente di partito. Il
conto approssimativo, per difetto, dei voti portati dagli
indipendenti (voti non di partito), è superiore ai 20.000. E' un
dato molto alto che dobbiamo a personalità come Vattimo,
Guidoni, Cancrini, Barsella, Marcialis e tanti altri. Anche
Vauro, che pure non è un indipendente, ha spostato verso il
partito voti nuovi e non pochi.
C'è un altro dato che vorrei sottolineare, perché
esso dà il segno che il nostro partito, seppure ancora a macchia
di leopardo, si sta radicando nei territori. Ne fa testimonianza
un fatto. Nella direzione nazionale si decise di portare al
parlamento europeo, presentandolo nella circoscrizione centro,
il compagno Venier, responsabile esteri del partito. Venier è un
compagno di Trieste che si è fatto valere dentro al partito
svolgendo uno straordinario lavoro al dipartimento esteri,
grazie al quale abbiamo aumentato il nostro prestigio nazionale
ed internazionale. Ma il compagno Venier non va in televisione,
non è certamente tra i compagni più conosciuti all'esterno. La
sua candidatura nel centro Italia poteva avere un risultato solo
se le organizzazioni del partito si fossero mosse adeguatamente.
Bene, il compagno Venier ha avuto uno straordinario risultato,
5.100 preferenze, superato da un indipendente famoso come
Guidoni. Per avere 5.100 persone che scrivono Venier sulla
scheda, in larga parte non conoscendolo deve essere aiutato da
un voto di organizzazione di partito. Il risultato di Venier, di
cui sono personalmente felice, dice che il partito sta iniziando
a radicarsi se è in grado, pur con forze ancora limitate, di far
votare 5.100 elettori, più dei nostri iscritti. Ed è un
riconoscimento proprio al lavoro svolto da Venier, del quale
voglio dare collettivo riconoscimento in questo organismo.
Quindi ci stiamo radicando, e questo deve spingerci ad essere
ancora più spregiudicati nella fase che si apre, perché il
nostro è un risultato che ci consente di giocare d'attacco.
L'anno prossimo ci saranno le regionali. Per noi
si tratta di un voto più difficile di quello europeo. Dobbiamo
utilizzare quest'anno con grande spregiudicatezza politica,
incalzando a tutto campo la sinistra italiana. Suggerisco un
tema che è in sintonia con tutta la nostra linea, e cioè il
"bisogno di sinistra". Il tema è questo: Berlusconi sta perdendo
pezzi rilevantissimi del suo blocco sociale. Proprio ieri il
nuovo presidente di Confindustria, Montezemolo, ha criticato
esplicitamente il governo. Confindustria si è spostata, la Banca
d'Italia si è spostata, Fazio, governatore della Banca d'Italia,
verso il quale noi non nutriamo alcuna fiducia, sembra essersi
svegliato dal letargo nel quale è vissuto per tre anni, ed ha
anche lui attaccato il governo.
I poteri forti si stanno spostando verso il
centro-sinistra. Per un verso questo ci fa piacere, perché
significa che Berlusconi ha fallito e che il centro-sinistra ha
maggiori possibilità di vincere. Ma il tema che noi dobbiamo
utilizzare - ed è un tema vero, non è propaganda - è questo:
benissimo che Montezemolo modifichi le posizioni di
Confindustria, ma la linea del centro-sinistra non la può
determinare lui, non può determinarla il capo degli industriali.
E dunque c'è bisogno di più sinistra per bilanciare i rapporti
di forza con i poteri forti. Più sinistra non solo rispetto ai
moderati, più sinistra rispetto agli interessi dominanti.
Confindustria può anche modificare la sua linea, ma non arriverà
mai a condividere la legge sulla rappresentanza sindacale o
l'abrogazione della legge 30 e della controriforma della scuola.
Questo è il tema politico che abbiamo di fronte. Non sarà
Bertinotti a sollevarlo, saremo noi. E su questo segneremo tutta
la nostra campagna elettorale per le regionali. C'è necessità di
bilanciare a sinistra la linea complessiva del centro-sinistra.
Dobbiamo farlo noi, e farlo con grande spregiudicatezza.
Finisco. Dobbiamo capitalizzare il risultato
elettorale raggiunto. Dobbiamo prendere atto che la crescita del
nostro partito passa da una erosione continua e tenace, non da
uno sfondamento. E comunque dobbiamo evitare che qualche
delusione condizioni o, peggio ancora, deprima l'attività del
partito.
Sulle questioni delle opzioni per le elezioni
europee, è la Direzione del partito che statutariamente si
occupa del tema e lo abbiamo già affrontato e deciso ieri
all'unanimità. E ciò è di enorme importanza. Mi hanno insegnato
da ragazzo, in quel grande partito che era il Pci, che il bene
più prezioso è l'unità del gruppo dirigente. Dunque, finché
ricoprirò la carica di segretario, mi batterò con ogni energia
contro qualunque tentativo di divisione del partito. Ed oggi la
sua unità è rappresentata da questo gruppo dirigente che vedete
schierato qui, alla presidenza. Le soluzioni, che su mandato
unanime della Direzione del partito saranno concretizzate nei
prossimi giorni, sono equilibrate e ci consentono di guardare al
futuro con l'ottimismo della ragione e non soltanto della
volontà. |