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Vorrei esordire ricordando una verità elementare:
che cioè la storia la scrivono i vincitori. E poiché la lunga
guerra europea e poi mondiale incominciata nel 1914 e
sviluppatasi in più fasi e finita, dopo vari rivolgimenti, paci
apparenti, cambi di fronte, con la sconfitta dell'Unione
sovietica nel 1991, è evidente che per ora, e per lungo tempo
ancora, la storia che prevarrà sarà quella scritta dai nemici
dell'Unione Sovietica e quindi dell'antifascismo.
Non stupisca quel "quindi": l'antifascismo, anche
non comunista, ebbe sempre una considerazione rispettosa della
storia e del ruolo dell'URSS.
Non è casuale che un capofila del revisionismo
storiografico come François Furet, nel suo troppo vezzeggiato
pamphlet Il passato di un'illusione, abbia presentato
reiteratamente l'antifascismo europeo come "l'utile idiota" di
Stalin. E la sua opera non è rimasta senza seguito, ora che
saldamente la grande stampa e salvo rare eccezioni la grande
editoria stanno passando nelle mani di coloro che riscrivono la
storia appunto nell'ottica degli ultimi vincitori.
Per l'Europa borghese, corresponsabile
dell'agosto '14 e levatrice perciò della rivoluzione, fu
appunto, sin da allora, il comunismo il principale problema. La
nascita del fascismo, e poi dei fascismi, fu la risposta estrema
e pienamente avallata dalle classi dominanti nei confronti di
tale "grande pericolo".
Due scene tornano alla mente, emblematiche in
questo senso:
-
la sfilata delle camicie nere a
Napoli pochi giorni prima della marcia su Roma e tra loro, in
camicia bianca, Enrico De Nicola con il braccio levato nel
saluto romano;
-
e circa due anni dopo, Benedetto
Croce, che vota la fiducia al governo Mussolini, pur dopo il
delitto Matteotti.
Questo non è moralismo storiografico. Nei due
casi che ho ricordato non c'era costrizione, quella costrizione
o necessità che si invoca per giustificare la debolezza di tanti
lapsi per salvare magari una cattedra universitaria. Era
invece il segno chiaro dell'iniziale consenso della borghesia
anche colta, anche illuminata, verso il fascismo visto come
argine contro l'unico pericolo: la rivoluzione comunista.
Ecco perché è cruciale continuare a studiare
l'esperienza del fascismo nella sua interezza e non limitandosi
- come sarebbe più comodo - al suo infame crepuscolo. Perché
solo studiandolo per intero sin dai suoi esordi si comprende che
esso fu figlio legittimo delle classi dominanti. Le quali hanno
fatto buon viso a tale mezzo estremo pur di mantenere l'ordine
sociale costituito. Certo, col tempo, una parte si è tirata
indietro, ma era ormai troppo tardi ed il fascismo, forte di un
largo consenso, stava già portando il mondo intero alla guerra e
alla rovina.
La domanda da porsi è dunque: Quali erano le
fattezze del nemico contro cui si faceva ricorso ad un rimedio
così estremo? Cos'era quel "comunismo" contro cui tutti, dal
giovane De Gaulle al ministro di Sua Maestà britannica Winston
Churchill, dalle armate polacche ad Ovest ai generali giapponesi
ad est si scatenarono sin dal primo momento, in un attacco
concentrico che rischiò di essere mortale?
Oggi che l'URSS è finita da un pezzo, lo sforzo
dei vincitori è di dimostrare che quello fu il regno del male,
della soprafazione, della smisurata e ininterrotta ecatombe. Il
cosiddetto "Libro nero" è la Bibbia di questo sforzo senza
soste. L'implicazione che va di pari passo con tali diagnosi è
molto chiara: recuperare in larga parte un giudizio positivo sul
fascismo che - si dice ormai apertamente - poneva rimedio
(ipocritamente alcuni dicono doloroso rimedio) ad un male di
gran lunga peggiore.
Questo è oggi il terreno di scontro in quell’ambito
necessariamente, strutturalmente, "impuro" che è la
storiografia. Dati i nuovi rapporti di forza, la partita è già
largamente vinta dai grandi strumenti di informazione (grande
stampa, tv, saggistica): ogni giorno viene ripetuto in modo
martellante e ossessivo che quello, il comunismo, era il grande
male, mentre si suggerisce talora scopertamente che il fascismo
fu comunque un male minore o, a piacer vostro, una dolorosa
necessità. Restano fuori dell'opera di salvataggio le leggi
razziali, ma si tenta poi di far credere - ed è menzogna - che
esse fossero effettivamente operative e micidiali solo con Salò.
La partita è dunque ardua. Si tratta di
RECUPERARE LA MEMORIA di una fase storica - l'URSS e il
socialismo: una memoria che resta positiva soprattutto nella
mente di chi ne trasse vantaggio, per esempio i ceti ormai
ridotti alla fame nella nuova Russia mafio-capitalistica. I
quali però non hanno voce, men che meno voce storiografica. La
loro voce è coperta dal fragore di una pubblicistica
storiografica che dà con ogni disinvolta lettura l'immagine più
fosca dell'impero del male.
Né vale opporre le testimonianze d'epoca, anche
le più diverse, anche quelle che quantunque ostili, davano
tuttavia ampio riconoscimento a quel mondo nuovo che
faticosamente nell'entusiasmo di intere generazioni si cercò
allora di costruire.
Certo, noi sappiamo di essere di fronte a una
mistificazione, né ignoriamo che già con la rivoluzione francese
si assistette alla medesima parabola storiografica. Dopo la sua
fine, con la vittoria della Restaurazione, la sua immagine
dominante fu solo quella di un cumulo insensato di crimini. Solo
molto dopo la lettura di quel grande avvenimento cambiò: ma
passò molto tempo e l'orientamento della storiografia mutò
quando un nuovo movimento democratico risospinse indietro la
lettura demonizzante divenuta dominante. Né manca ancora oggi
chi della Rivoluzione francese parla con il tono e l'orrore del
conte De Maistre. Pochi faziosi si ostinano oggi a credere che
la Rivoluzione francese fosse soltanto Vandea e repressione,
tribunale rivoluzionario e "ghigliottina a vapore", per dirla
con un ironico poeta. Certo, la rivoluzione fu anche questo, ma
fu soprattutto altro e durevole. Analogamente ci vorrà tempo
perché sia dissipata la attuale forma mentis da libro nero. Io
credo che lo storico del futuro, se onesto, non potrà non
prendere atto del fatto che comunismo e rivoluzione coloniale su
scala planetaria sono un unico gigantesco e positivo fenomeno
che ha man mano messo in crisi nel corso del secolo ventesimo "
il mondo di ieri". E già questo basterebbe, per ribaltare gli
schemi oggi dominanti.
Per il momento la questione che ci sta di fronte
può essere così espressa: pensiamo noi che un nuovo andamento
della vicenda politica e sociale possa avviare - come già
avvenne per la rivoluzione francese - quel riassestamento
storiografico che permetta di leggere l'esperienza del
socialismo nelle sue giuste dimensioni e in un'ottica non più
demonizzante? Non è facile dare una risposta certa, anche se
molti segnali fanno intendere che l'ondata di piena della
mistificazione è ben lunge dall'essere passata.
L'importante è che sia chiara la posta in gioco.
Il recupero storiografico di una parte più o meno grande
dell'esperienza fascista e la contestuale demonizzazione
martellante dell'esperienza comunista non sono un'operazione
erudita: sono un'operazione politica con voluti effetti
politici. Si tratta di travolgere la nozione positiva di
antifascismo (concetto che assume il fascismo come male
principale) e di fondare un ordine costituzionale conforme alle
aspirazioni di quei ceti che a suo tempo non esitarono ad
avvallare appunto il fascismo come rimedio.
Non ci lasceremo abbagliare dalla varietà degli
argomenti e dei tentativi. Uno è il punto di partenza, uno
l'obiettivo: ribaltare il giudizio che era consolidato nella
coscienza degli italiani intorno all'esperienza fascista.
Qualche professore in cerca di gloria o qualche supergiornalista
dirà che non è vero: che c'è un ambito vastissimo in cui il
revisionismo storiografico si è da sempre esercitato e continua
ad esercitarsi. Ma questa ovvietà, che nessuno contesta, serve a
mascherare il problema specifico. Esso riguarda il fascismo
italiano e la sua sdramatizzazione in funzione della politica
italiana.
Il ragionamento parte dalla cosiddetta scoperta
del CONSENSO. Apparente scoperta. Apparente per un duplice
motivo: perché l'intuizione di come il fascismo si fosse via via
radicato, ferme restando le sue origini violente e soprafattorie
in un consenso di massa, era il cardine delle fondamentali
"lezioni sul fascismo" di Palmiro Togliatti, incentrate appunto
sulla nozione del fascismo come "regime reazionario di massa"; e
inoltre perché quel consenso - che non fu né costante né
indiscusso - è stato per lo più documentato con il dubbio
strumento delle ingannevoli perché corrive carte di polizia. E
andrebbe dunque studiato in modo ben altrimenti critico.
L'implicazione di questa apparente scoperta è ben
nota: trasformare il fascismo in regime normale, magari un po'
paternalistico ma non repressivo. L'ulteriore corollario è la
denuncia dell'età staliniana come unica vera esperienza
totalitaria. Essendosi peraltro il fascismo proposto come
antitesi frontale del bolscevismo, il corollario ulteriore è che
qualcosa di molto buono vi doveva essere in tale "primo della
classe" dell'anticomunismo. Coronamento del ragionamento è
l'attacco alla nostra costituzione repubblicana ed ai suoi
principi fondanti, per essere essa stata scritta anche dai
comunisti e comunque da uomini che comunisti non erano ma che
alcune delle istanze fondamentali del comunismo accoglievano e
apprezzavano: a cominciare dall'esordiale indicazione (articolo
1) del lavoro come fondamento della Repubblica e dalla implicita
identificazione tra cittadino e lavoratore, a seguitare con
l'articolo 3, ed il suo impegno a "rimuovere gli ostacoli" di
ordine sociale che impedivano e tuttora impediscono l'effettiva
uguaglianza tra i cittadini.
Orbene qui non si intende sottrarsi alla sfida.
Il "velen dell'argomento" ci è ben chiaro. Noi sappiamo che la
principale battaglia che tutti i democratici hanno da affrontare
è proprio la difesa della costituzione e in primo luogo dei suoi
principi esemplarmente delineati nel capitolo primo. E sappiamo
anche che il vulnus più profondo finora inferto alla
costituzione è stata la modifica della legge elettorale,
l'abbandono del principio proporzionale, unico istituto che
rispetti davvero l'istanza del suffragio universale.
Tutto questo ci è chiaro, e la battaglia è ardua.
Ma il punto di partenza non ci sfugge , né
intenderemo sfuggirvi, anzi lo dobbiamo affrontare di petto. È
la questione del consenso. L'Italia sta scivolando verso un
REGIME REAZIONARIO FONDATO SUL CONSENSO. Ed è sui modi in cui
oggi, diversamente che nel 1922-1926, il consenso si consegue
che le idee non sono sempre chiare.
Ma il processo è ormai molto avanzato. Le forme
di creazione del consenso sono molto più capillari e sofisticate
e irresistibilmente pervasive che non in passato: concomitanti
con la radicale trasformazione del reclutamento stesso del
personale politico-parlamentare - ormai prevalentemente abbiente
e centrista -, dovuto appunto al meccanismo elettorale
maggioritario.
Orbene lo studio del modo in cui davvero il
fascismo pervenne - in capo a cinque lunghissimi anni dal 1921
(sua prima apparizione in parlamento) al 1926 (leggi eccezionali
e messa fuori legge del PCI)- a dar vita ad un REGIME è forse
oggi il più istruttivo dei compiti intellettuali.
Forse la sinistra (il centro-sinistra) si fa
qualche illusione sulle prossime elezioni del 2006. A mio
avviso, invece, la destra oggi al potere non cederà facilmente
il timone, non attenderà passivamente il responso delle urne.
Farà di tutto, ma proprio di tutto, per conservare il potere.
Essi pensano di avere ormai in pugno l'Italia per un lungo
tempo. Pensano di averla riplasmata sotto ogni riguardo. Noi non
possiamo chiudere gli occhi su questa evidente verità.
Dal 1922 al 1926 il fascismo creò le premesse per
restare al timone. Per prima cosa abrogò il sistema elettorale
proporzionale poi creò un blocco, un listone unico nel quale
imbarcò pezzi di tutte le formazioni politiche liberali e
cattoliche delle più varie sfumature. Quindi ricorse alla
provocazione. E mi riferisco non solo al rapimento di Matteotti.
Ma alla provocazione imbastita contro il partito comunista
(l'arresto dei "corrieri" sorpresi alla stazione di Pisa con
volantini "eversivi" come prova della imminente "eversione
comunista"): donde l'arresto di Gramsci e degli altri dirigenti;
donde la creazione del tribunale speciale, donde il mostruoso "processone";
e alla fine l'attentato oscuro di Bologna e la sospensione degli
altri partiti.
Questo crescendo è uno scenario che sembra
arcaico ma è un modello ancora utilizzabile.
Ben venga l'invito a studiare come davvero il
fascismo giunse al potere e si affermò. Non ne caveremo, come si
vorrebbe, la tranquillizzante immagine di un regime tutto
sommato "normale" (tenendo conto anche dei tempi perigliosi in
cui nacque), ma l'allarmante scenario ancora ripetibile, mutati
lo stile e gli strumenti, di come si demolisce una democrazia.

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