Le conclusioni
del segretario nazionale,
Oliviero Diliberto

Rimini, 20 – 22 febbraio 2004

 

Rimini, 22 febbraio 2004

 

Carissime compagne, carissimi compagni,

per prima cosa voglio ringraziare, a nome della presidenza e di tutte le delegate e i delegati, le compagne ed i compagni che hanno consentito lo svolgimento del congresso. Quei compagni e quelle compagne che hanno lavorato nelle segreterie, nell'ufficio stampa, che si sono occupati dell'allestimento materiale e degli arredi. Voglio ringraziare i traduttori per le delegazioni straniere, gli accompagnatori e, lasciatemelo dire con particolare affetto, i compagni che hanno curato la sicurezza e il servizio d'ordine, costretti a passare assieme a noi anche le notti in bianco. Ringrazio i compagni della federazione di Rimini che ci hanno ospitato e che hanno lavorato per la riuscita del congresso. È stato fatto un eccellente lavoro e - voglio sottolinearlo - un lavoro del tutto volontario. E' un tratto non secondario di quella che, nella relazione e nel dibattito, abbiamo definito la "diversità dei comunisti".

Ho partecipato e partecipo ai congressi degli altri partiti democratici. I servizi sono tutti affidati a ditte, aziende. Noi invece - non soltanto perché siamo un partito povero, ma per scelta - stiamo riscoprendo il valore della militanza. La militanza è anche questo.

I delegati, quelli che intervengono, chi vi parla, ricevono l'applauso dell'assemblea congressuale e ne hanno una gratificazione. Ma ci sono compagne e compagni, all'interno del partito, che fanno quel lavoro da "mediani" di cui parlavo nella relazione: un lavoro oscuro, eppure determinante, indispensabile. A loro, a tutti loro, va il nostro applauso, il più convinto. Grazie, compagne e compagni.

Credo di poter affermare che questo congresso sia stato eccellente, molto riuscito. Abbiamo avuto un'interlocuzione con il mondo della politica italiana ai massimi livelli e ringraziamo i segretari ed i presidenti dei diversi partiti che ci hanno onorato della loro presenza. C'è una presenza importante e prestigiosa della migliore intellettualità italiana e di delegazioni straniere venute da cinquanta paesi, da quattro continenti, guidate da segretari generali, responsabili dei settori esteri, da ministri. Abbiamo avuto - cosa insolita, come sapete - una grande attenzione delle televisioni e dei giornali. Segno, questo, della crescita e dell'influenza del nostro partito.

Nel corso del congresso intellettuali prestigiosi sono venuti alla tribuna e hanno chiesto l'iscrizione. Si tratta in larga parte di compagni che vengono dal vecchio partito comunista italiano e che da tredici anni non avevano più alcuna tessera. Compagni che, molto semplicemente, come ha detto Mario Missiroli prendendo la tessera del Pdci, si sono sentiti "tornati a casa", sono venuti con noi.

Ma il dato più importante di tutti è questa platea piena di ragazze e di ragazzi. E si tratta di delegati, quindi già dirigenti di questo partito. Io stesso non conosco molti dei volti che ho davanti. E ne sono felice perché c'è da preoccuparsi quando ci si conosce tutti. Vuol dire che si è in pochi.

Stiamo operando un profondo rinnovamento del partito. Abbiamo tenuto un dibattito di grande qualità, approfondito, serio. Da questo dibattito è venuta una larga, convinta, profonda condivisione della linea che ci ha portato al congresso e che ci ha reso capaci di parlare anche fuori dal partito: da ultimo, l'amico Nicola Tranfaglia, che ringrazio e che spero quanto prima di poter chiamare il compagno Nicola Tranfaglia.

La scelta di tenere il congresso, anticipandolo di qualche mese rispetto alla scadenza autunnale, si è quindi rivelata giusta, anche perché abbiamo di fronte tre anni di grande impegno: le elezioni europee e le elezioni amministrative di primavera, le elezioni regionali il prossimo anno e poi, se non vi saranno elezioni politiche anticipate, quelle del 2006. Tre anni da far tremare le vene nei polsi, come si suol dire. Ma credo di poter dire che dopo questo congresso siamo più forti, più consapevoli di noi stessi e anche più stimati all'esterno.

L'unità e la qualità del dibattito congressuale mi consente di trattare pochi punti, riprendendone alcuni già affrontati nella relazione e provando ad interloquire con gli ospiti che si sono susseguiti, per avanzare poi alcune proposte di lavoro politico.

Per prima cosa noi ribadiamo con la massima determinazione, all'inizio di una settimana nella quale saremo chiamati a votare anche alla Camera sul rifinanziamento della missione in Iraq, che non un uomo, non un mezzo, non una risorsa devono andare alla sporca guerra coloniale all'Iraq. Noi voteremo per il ritiro immediato delle truppe italiane perché la pace è per noi la battaglia determinante, decisiva, fondante della nuova fase politica. E voglio associarmi all'invito che ieri, in torinese, il compagno Rizzo ha rivolto a Fassino, in quanto segretario del più grande partito della sinistra: fermatevi, perché è il nostro popolo che ci chiede di votare no a questa guerra, il popolo della pace, molto più largo della stessa sinistra. E, usando una battuta, dico al compagno Piero Fassino: non fatevi scavalcare a sinistra da Francesco Cossiga, che ha dichiarato che se fosse stato al Senato avrebbe votato contro la missione italiana in Iraq. Cossiga l' "amerikano", l'uomo dei missili Usa negli anni ottanta, ha dichiarato che non ha senso, nel momento in cui non c'è più l'Unione Sovietica, stare acriticamente dalla parte degli americani.

Abbiamo inoltre ascoltato, pochi minuti fa, un uomo che dubito possa essere considerato … la quinta colonna del bolscevismo internazionale, il direttore de "Il giornale dei carabinieri". Ernesto Pallotta ha criticato nettamente le modalità della presenza italiana in Iraq e va detto che lo ha fatto sin dal primo istante. Altro che missione di pace! E' una missione di guerra a tutti gli effetti! Nel suo intervento il direttore de "Il giornale dei carabinieri" ci ha esortato a superare il muro che spesso divide i partiti democratici e della sinistra dalle forze militari. Caro Pallotta, da parte nostra non c'è alcun muro. Anzi. Noi non vi consideriamo, come lei ha detto, cittadini con le stellette. Noi vi consideriamo lavoratori in divisa e, come lavoratori di qualunque settore, vogliamo difendere i vostri diritti, la vostra dignità di lavoratori e la democrazia all'interno delle forze armate.

Sempre sulla pace e sulla guerra, ho registrato con piacere la presa di posizione del capogruppo alla Camera dei Democratici di Sinistra. L'avrete letto sui giornali. Luciano Violante ha dichiarato quello che noi, isolati e vituperati, abbiamo affermato durante il dibattito parlamentare sui morti di Nassiriya. Dissi allora alla Camera - e fece scandalo affermare la verità - che il governo era responsabile politicamente e moralmente di quei morti. Siamo lieti che Luciano Violante condivida oggi la nostra opinione.

Battaglia per la pace, dunque. Che in Italia significa anche battaglia in difesa della democrazia e della Costituzione.

Non tornerò ovviamente sugli elementi che nella relazione introduttiva mi hanno portato a parlare di rischio di un regime inedito, modernissimo per le sue caratteristiche, ma pur sempre regime, che opera un progressivo restringimento degli spazi di libertà e dei diritti sostanziali. È una battaglia nella quale siamo al fianco di una fascia larghissima di italiani, di forze politiche. Una fascia molto più larga della sinistra, perché in alcuni strati moderati, persino conservatori, si fa strada l'idea che questo governo è un pericolo per la democrazia. Pensate al tema della legalità. Non mi riferisco alle vergognose leggi ad personam fatte dal governo. Mi riferisco a leggi che fanno dell'illegalità una regola di condotta, accompagnate da atteggiamenti del governo che addirittura incoraggiano esplicitamente l'illegalità.

Berlusconi ha affermato qualche giorno fa che bisogna evadere le tasse perché sono troppo alte.

Berlusconi è il presidente del Consiglio, colui che dovrebbe essere il garante delle leggi! E invece non soltanto non ne è il garante, ma addirittura incoraggia a violarle!

È una vergogna mondiale avere Berlusconi come presidente del consiglio di questo paese.

Se ne stanno accorgendo, lo ripeto, settori moderati, non di sinistra ma democratici, che sui temi della difesa della democrazia e della legalità si stanno schierando dalla nostra parte. Ben vengano. Guai se assumessimo la logica dei pochi, ma buoni. Guai. Le prossime elezioni, care compagne e compagni, vanno vinte e per vincerle occorre uno schieramento, il più largo possibile, che vada dai moderati alla sinistra. È il nostro asse strategico. I moderati insieme alla sinistra.

Il presidente Cossutta lo ha detto in maniera esemplare nel suo intervento. Non aggiungo altro. È la storia della repubblica che ce lo insegna. La sinistra da sola in Italia non vince le elezioni. Non le ha vinte nemmeno a metà degli anni settanta, quando era in piena avanzata, quando il partito comunista italiano aveva il 34,4% dei voti. Figuriamoci adesso. Per questo, la nostra adesione al centro-sinistra è strategica. Non è una scelta di oggi, magari da mettere in discussione domani. Non è un passaggio tattico. E' la scelta strategica di un'alleanza la più larga possibile. E infatti la nostra preoccupazione sulla lista unitaria, quella che comprende Ds, Margherita, Sdi e Repubblicani europei, non è un vezzo politicista. È la preoccupazione che questa lista non possa svolgere il ruolo che è essenziale per vincere, e cioè contendere a Berlusconi, a Follini, a Casini i voti dei moderati.

È un problema che riguarda anche noi, riguarda la sinistra, perché le elezioni si vincono se si riesce, da una parte, a tenere tutto il proprio elettorato e, dall'altra, a conquistare pezzi di schieramento moderato. Nella lista unitaria avverto invece il rischio di una grave semplificazione che può portare ad un'emorragia di consensi sul versante sinistro senza, peraltro, convincere i moderati. È un rischio reale?

Non me lo auguro, ma penso che lo sia.

Ancora. In Italia il problema della rappresentanza della sinistra sta diventando drammatico. Lo dico senza enfasi, ma sono convinto che sia la realtà. Più volte ho fatto ricorso ad una banalizzazione, se volete, ma che esemplifica il problema. Qui, a Rimini, tredici anni fa, si è sciolto un partito che si chiamava Pci. Il Pci è diventato prima Pds poi Ds. Nel caso facciano il partito riformista con gli ex democristiani cadrà ovviamente anche la "s" che sta per sinistra. Rimarrà la "d", partito democratico ma non più di sinistra, perché su tutte le grandi questioni sarà inevitabilmente ad egemonia moderata. Questa operazione politica rischia di creare un danno sia sul versante moderato che della sinistra. E quando dico "sinistra" non mi riferisco a formule o a sigle, ma a cose, a contenuti. Sulla pace, pur con alcune divergenze, lo schieramento è molto più largo della sinistra. Pensate all'associazionismo cattolico, impegnato in prima fila, allo stesso Papa. Sulla democrazia e la Costituzione, sinistra e settori moderati, addirittura conservatori, possono trovarsi insieme.

Ma allora che cosa è che caratterizza la sinistra? Che cosa è che distingue la sinistra da uno schieramento genericamente democratico?

La sinistra si contraddistingue, da un secolo e mezzo a questa parte, perché sta dalla parte dei lavoratori, del lavoro salariato, dei disoccupati, dei pensionati, dei giovani in cerca di prima occupazione. Dalla parte dei ceti più deboli della popolazione. Se non è questo, non è sinistra, è un'altra cosa.

Abbiamo voluto tenere il congresso proprio per rimettere il mondo del lavoro al centro dell'azione politica della sinistra, ad iniziare dal nostro partito. Vogliamo rendere visibili gli invisibili. E' uno slogan? Forse, ma nasconde lacrime e sangue di gente in cane ed ossa. Vogliamo rendere visibili gli invisibili perché viviamo in un paese in cui tutti sanno chi è l'ultimo fidanzato delle veline, ma non sanno che nel lavoro la media degli incidenti mortali è di quattro al giorno. Non lo sanno perché non glielo dice nessuno, perché i lavoratori sono invisibili per la politica.

Noi rimettiamo al centro della discussione e dell'azione politica del partito, non soltanto dell'analisi che pure è indispensabile, il tema del lavoro salariato nelle forme antiche e nelle forme nuove: quelle precarie, parcellizzate, quel mare infinito, fintamente considerato di lavoro autonomo solo perché costretto ad avere la partita Iva. Il primo impegno da assumere è quello di ritrovarci tra tre anni, quando terremo il prossimo congresso, con un partito che abbia costruito cellule e sezioni nel luoghi di lavoro, nelle fabbriche, negli ospedali, negli uffici, nei ministeri, in tutti i luoghi di lavoro. Questo anche per irrobustire ulteriormente la presenza di lavoratori in produzione nei nostri organismi dirigenti. Abbiamo fatto uno sforzo, la proposta di nuovo Comitato Centrale che discuteremo nella successiva seduta pomeridiana tiene conto di questa esigenza, ma siamo ancora lontani dall'obiettivo di avere quanti più possibile lavoratori in produzione - operai, tecnici ed intellettuali - nei nostri organismi dirigenti.

Allora la sfida è proprio qui, dentro al centro-sinistra.

Nel contrastare Berlusconi siamo tutti d'accordo. Chi non dice che Berlusconi deve essere mandato a casa quanto prima? Così come siamo tutti d'accordo nel denunciare i guasti profondi che sta producendo questo governo nel tessuto morale oltre che sociale del Paese. Ma ci sono nodi non risolti nel centro-sinistra che si riproporranno quando torneremo a governare. Dovremo con grande pazienza ricercare compromessi, perché la politica si fa così, trovando una sintesi la più alta possibile tra opinioni anche assai distanti. E' il tema che ci ha ricordato Paolo Guerrini. Il temine "riformisti" di per sé non vuol dire niente. E' un termine astratto, vuoto. Pare che il nuovo partito che dovrebbe nascere dalla lista unitaria si chiamerà "riformista". Che vuol dire? Io accetto la sfida. Non quella lessicale. Accetto la sfida dei contenuti. Voglio sapere quali sono le riforme che il centro-sinistra farà quando tornerà a governare.

Francesco Rutelli, in un intervento che ho apprezzato per la pacatezza e che la platea ha salutato con grande rispetto, ci ha detto una cosa. Ha detto: l'idea che voi avanzate di confederare la sinistra è una buona idea, facciamo un Ulivo a due gambe, una riformista e una radicale. Rispondo a Rutelli: io non mi sento affatto sinistra "radicale", io mi sento di sinistra, e non condivido affatto l'idea delle due sinistre, una che sta al governo e che quindi deve essere moderata, e un'altra fatta di "pazzarielli" che gridano al vento e stilano proclami. Non esiste una sinistra di governo e una di opposizione, perché se una sinistra si candida… all'opposizione non è sinistra, è altra cosa. Non saprei nemmeno come definirla. Ogni partito si pone il problema del governo e, se è un partito comunista - io mi sento comunista ed ho qualche lettura di classici alle spalle - si pone il problema del potere, com'è suo dovere fare. Non il governo come fine, ma il governo come potente mezzo per cambiare le cose. L'ordine delle cose esistenti.

Io ricordo con stima e riconoscenza gli sforzi fatti dai primi due anni di governo del centro-sinistra, quelli presieduti da Romano Prodi. Si compì allora una gigantesca opera di risanamento dei conti pubblici. L'euro è stato possibile perché furono allora sanati i bilanci dopo cinquant'anni di saccheggi, di ruberie, di sprechi. Ma quel risanamento fu fatto con grande equità sociale. Fu fatto tenendo insieme da un lato gli interessi generali del Paese e dall'altro stando attenti a non creare un massacro sociale, cosa che fecero invece i governi di destra di Germania e Francia, tanto che ci fu subito dopo la vittoria dei governi di centro-sinistra.

Quei due anni hanno dimostrato che si può essere rigorosi e giusti. Si può essere attenti ai conti ed al contempo in grado di fare una riforma sanitaria come quella dell'allora ministra Rosy Bindi: una grande riforma di sinistra.

Bene, la sfida è questa, e siccome il nostro futuro presidente del Consiglio sarà ancora Romano Prodi, io guardo con fiducia alla discussione interna al centro-sinistra. Ma molte scelte sono ancora tutte da fare. Vorrei quindi avere da i nostri interlocutori del centro-sinistra alcune risposte.

Nella relazione ho affermato cose precise sia sulla legge 30 che sulla riforma della scuola della Moratti. Siamo tutti d'accordo, all'interno del centro-sinistra, che una volta tornati al governo devono essere cancellate dall'ordinamento italiano? Sulla sicurezza del lavoro ho avanzato una proposta concreta: nuove assunzioni di ispettori del lavoro, controlli, inasprimento delle sanzioni. Siamo tutti d'accordo? Spero di sì. Queste sono le riforme. E voglio dire una cosa apparentemente blasfema. Imposizione fiscale, tasse: Berlusconi ha fatto tutta la campagna elettorale - che sia vero o no poco importa perché per Berlusconi il confine tra la verità e la bugia è assai labile - all'insegna dello slogan "meno tasse per tutti". Questo è il più gigantesco inganno e al contempo il più gigantesco danno che si possa fare ad un Paese. I servizi pubblici chi li paga? Li pagano le tasse degli italiani. L'idea di ridurre le aliquote per tutti e istituirne una o al massimo due, sarà dichiarato incostituzionale dalla Corte costituzionale, perché nella Costituzione c'è scritto che l'imposizione fiscale deve essere progressiva, e cioè più sei ricco più tasse paghi, più l'aliquota sale. Noi ci batteremo nel governo di centro-sinistra non soltanto per far pagare le tasse agli evasori, che grazie a Berlusconi sono notevolmente aumentati, ma per innalzare le aliquote per i più ricchi perché i servizi pubblici siano di qualità migliore.

È una battaglia politica che contrasta l'idea di Tony Blair che se la sinistra vuole governare deve assumere politiche di centro, soprattutto sul versante sociale. Questa idea va contrastata. Noi siamo una forza di sinistra che vuole governare e contemporaneamente vuole continuare ad essere sinistra. Lo dico qui in Emilia-Romagna, dove per cinquant'anni hanno governato giunte di sinistra che hanno creato i migliori servizi sociali del mondo. Gli asili nido di Reggio Emilia sono stati imitati dagli Stati Uniti d'America. Abbiamo dimostrato di sapere governare meglio degli altri, e da sinistra.

 Questo ci porta al tema dei rapporti di forza. Occorre costruire un'alleanza, una rete di rapporti tra tutti coloro che sui contenuti hanno le nostre posizioni allo scopo di essere più forti nella battaglia politica per spostare a sinistra l'asse del centro-sinistra. Viviamo un paradosso. Le forze politiche che hanno dato vita alla lista unitaria sono unite su tante cose, ma su tante altre sono robustamente divise. Sull'innalzamento dell'età pensionabile la pensano in modo diverso, sul tema della pace della guerra ci sono oscillazioni, tant'è che scelgono di non votare per evitare che le divisioni vengano a galla. Sulla laicità dello stato - dalla fecondazione assistita alla scuola privata - sono divisi. Ciò nonostante fanno una lista comune. A sinistra c'è invece una sostanziale unità di contenuti. Sulla pace, sulla guerra, sulle politiche sociali, sulla democrazia, sulla laicità dello stato. Ciò nonostante, andiamo alle elezioni europee con quattro liste diverse. È un paradosso? Sì, è un paradosso.

Noi abbiamo provato per tempo, non da oggi, di cercare di impedire questa diaspora, in modo da evitare che a sinistra della lista unitaria ci fossero quattro liste: noi, i Verdi, Rifondazione e Di Pietro-Occhetto. La proposta della Confederazione della Sinistra, che preserva l'autonomia, l'identità, il diverso profilo dei partiti che la compongono, tende proprio a questo. Ma se, al di là del profilo identitario, valutiamo i contenuti dell'agire politico, troviamo sintonie molto forti. Proponemmo la Confederazione tre anni fa a Bellaria a tutte le forze della sinistra, anche ai Ds. Io continuo testardamente a credere che lo spazio per una Confederazione di tutte le forze della sinistra, compresi i Ds, ci sia ancora. Ma i Ds hanno scelto il versante opposto. E' una scelta loro, non nostra. Hanno scelto di aderire ad una aggregazione di profilo moderato.

Da questo congresso voglio lanciare una proposta. Credo che oggi ci siano le condizioni politiche perché tra due mesi, per le prossime elezioni europee, si faccia un'aggregazione di tutti coloro che voteranno concordemente e convintamente per il no al rifinanziamento della missione militare in Iraq. Una lista di pace. Noi siamo pronti, il nostro partito è pronto. Il nostro partito avanza la proposta di una lista per la pace, una grande aggregazione che può aspirare a superare il 15% dei voti alle prossime elezioni europee. Ci sono tutte le condizioni, politiche ed elettorali. È una sfida? Certo. Proviamo ad aggregare invece che a disperdere. Proviamo ad unire anziché a dividere. Proviamo a costruire - ciascuno con la propria storia, la propria identità, la propria liturgia - un processo unitario. E' tempo di invertire la rotta. Questo partito si mette al servizio di un progetto ambizioso di unità delle forze della sinistra in nome della pace. Lo chiediamo anche al compagno Bertinotti: perché non proviamo per una volta a invertire la tendenza per cui i comunisti si sparano tra loro? Lo chiediamo ad Alfonso Pecoraro Scanio, lo chiediamo ad Achille Occhetto e ad Antonio Di Pietro. C'è un margine larghissimo su tanti temi, a partire dalla pace, per varare questa operazione politica, politica ed elettorale. Lo spazio c'è ed è rilevante. Pensate ai milioni di donne e di uomini che si sono schierati per la pace.

Le prime risposte non sono purtroppo incoraggianti. Proprio oggi, in una intervista, il compagno Bertinotti dice che la nostra proposta sarebbe simmetrica alla lista unitaria: la chiama "operazione politicista". Noi non vogliamo fare polemiche. Continueremo a incalzarli su una linea di autonomia e di unità, come sempre abbiamo fatto nella nostra storia. E lo faremo anche nei confronti di tutti coloro che sono fuori dai partiti e non si riconoscono nella lista unitaria moderata: le associazioni, i movimenti, i girotondi, la Cgil, la Fiom, tutti quelli vogliono ritrovare una sinistra autonoma politicamente. Testardamente continueremo ad essere unitari perché questa è la nostra politica.

E proprio sulla politica voglio spendere qualche parola, oltre a quelle dette dal presidente del partito nell'intervento di ieri. Voglio farlo perché il presidente del Consiglio pochi giorni fa ha sostanzialmente detto che i politici sono dei ladri. Che Berlusconi possa accusare qualcun altro di essere ladro è una stravaganza che soltanto in Italia può capitare. Ma non è per fare facile polemica o facilissima ironia su barche o ville che affronto questo problema, ma perché c'è un punto vero, preoccupante, che va da noi attentamente analizzato.

Berlusconi - è inutile nasconderselo - intercetta un senso comune presente nel Paese: quello che i partiti, i politici sono tutti uguali. Mi è capitato di sentirlo dire, e penso che sia capitato anche a voi, da parte di amici, parenti, colleghi di lavoro: cosa vogliono questi politici, tanto sono tutti uguali. Questo è un tema enorme per un partito e tanto più per un partito comunista. O noi riscopriremo la diversità come valore in sé, o saremo travolti dall'antipolitica. Io rabbrividisco quando a sinistra si parla della differenza tra i partiti e la società civile. Rabbrividisco quando sento dire "bisogna mettere in lista esponenti della società civile". Ma siamo incivili noi?

È venuto il tempo di contrastare con forza questo senso comune. Questa platea non è fatta da professionisti della politica, ma da persone in carne ed ossa che sbarcano il lunario lavorando e dedicando il proprio tempo libero alla politica, sacrificando alla politica le famiglie, gli affetti. Non è retorica, è realtà. La distinzione tra società civile e partiti deve finire. Ma per farla finire dobbiamo prima di tutto migliorare noi stessi, cambiare il nostro modo di essere.

Noi siamo già diversi, ma dobbiamo anche essere percepiti come diversi. Il Pci riusciva a tenere insieme, nei suoi anni migliori, masse di lavoratori e la migliore e più prestigiosa intellettualità italiana. Mario Torelli ci ha ricordato Ranucci Bianchi Bandinelli, il più grande archeologo italiano, comunista. Ma erano migliaia, e i migliori, in tutte le discipline della cultura umanistica e della scienza. Il Pci teneva insieme operai, impiegati e professionisti della politica, quelli che una volta si chiamavano, nel nostro lessico, i "rivoluzionari professionali". Nessuno, tra questi segmenti diversi, percepiva la separatezza.

La polemica contro i partiti, che vi è spesso anche a sinistra e nel centro-sinistra, va contrastata, perché il rischio è scivolare progressivamente, e non solo nel centro-destra, verso un'Italia notabilare, dove fa politica soltanto chi già appartiene alla classe dirigente. I grandi partiti di massa, non solo i comunisti, erano il volano della democrazia, della partecipazione popolare. La storia democratico-cristiana ci ricorda che proprio la Dc consentiva ai movimenti contadini del Veneto di avere propri rappresentanti in Parlamento e di contare nelle scelte. Tutto questo non c'è più. La nostra ambizione è quella di ricostruirlo, anche sul piano della battaglia delle idee.

Questo partito può farlo, ne sono assolutamente convinto. Noi non abbiamo avuto paura di assumere, negli ultimi due anni e mezzo, tre anni, nell'ambito di una cornice sempre unitaria, posizioni isolate e difficili: su Nassiriya, su Cuba, sulla Palestina.

Un mese fa è successo un fatto clamoroso che pure non ci ha intimidito. Abbiamo affisso un manifesto che riprendeva una mia foto insieme ad Arafat con su scritto "con Arafat". L'ambasciata d'Israele - non un singolo esponente o un cittadino qualsiasi di Israele, ma l'ambasciata - ha spedito a tutti i parlamentari italiani una cartolina truccata che ritraeva un terrorista islamico insieme ad Arafat. Sotto c'era la scritta: "anche lui sta con Arafat". Una cosa enorme, gravissima.

Noi, isolatamente, abbiamo avuto il coraggio di assumere quella posizione ed oggi, in questo congresso, io ribadisco: noi continuiamo ad essere con Arafat.

Così come ribadisco alla delegazione di un partito nostro fratello, presente ai nostri lavori, che noi siamo e saremo a fianco del compagno Fidel Castro nella difesa di Cuba.

Noi possiamo permetterci queste posizioni perché non abbiamo rinnegato la nostra storia, perché nessuno ci può accusare di non essere unitari, perché non abbiamo esitato a fare la scissione del partito che Armando Cossutta aveva costruito, pur di salvare il centro-sinistra e il governo di Prodi. Noi abbiamo l'orgoglio delle nostre idee, della nostra autonomia, della nostra identità comunista.

Abbiamo saputo correggere i nostri errori, abbiamo avuto ed abbiamo il coraggio dell'autocritica. E' il modo di essere gli eredi di una grande storia: non avere mai paura delle proprie idee, difenderle, rilanciarle e contemporaneamente avere sempre la capacità di mettersi in discussione. Mai dovremo avere pigrizia intellettuale. Dobbiamo innovare, oltre che continuare, in quanto eredi di una grande storia, ma proiettati verso il futuro. E' così che potremo costruire un partito comunista più grande.

È anche un fatto di costume, di stile: lo stile comunista, ad iniziare dalla buona educazione con la quale ascoltiamo gli interventi di nostri interlocutori, anche di quelli dei quali non condividiamo le idee. La sobrietà è la cifra che ci sta facendo crescere. La sobrietà alla quale siamo stati educati noi che veniamo dal Pci. È la sobrietà di vita e di costume che contraddistingueva il popolo e i dirigenti comunisti. È la sobrietà e lo stile che caratterizzava i comportamenti, ancor prima che la linea politica, di un grande dirigente comunista al quale abbiamo voluto dedicare la nostra tessera, Enrico Berlinguer, di cui ricorre il ventennale della morte. Tra qualche mese terremo su Berlinguer un convegno nazionale. Ricordarlo non è un'operazione di nostalgia. Il suo pensiero è oggi più attuale che mai, ad iniziare proprio dalla questione morale.

Mentre ero alla presidenza, prendendo note per questa replica, si è avvicinato un ragazzo, un delegato del nostro partito, che ha 15 anni. Non potendo intervenire, non c'era più il tempo, mi ha lasciato l'intervento scritto. Era, spero non si offenderà, un po' intimidito. Voglio leggervi come termina. Dice: "E' da giovani come noi che si deve partire, per recuperare la capacità culturale di opporsi a tutto ciò. Noi lo faremo se ce ne darete gli strumenti".

Voglio rassicurare quel giovane e i tanti giovani qui presenti. Noi cercheremo con ogni nostra energia di darvi tutti gli strumenti di cui siamo capaci, ad iniziare dal potenziamento della formazione dei quadri, delle scuole di partito, perché siete la nostra più grande risorsa e siamo noi ad avere bisogno di voi e non viceversa. Alla fine del congresso di Bellaria, è stato ricordato anche nel video che abbiamo trasmesso il primo giorno, chiudevo la replica affermando: siate orgogliosi di questo partito! Io sono orgoglioso di essere il segretario di questo partito.

A Bellaria, eravamo all'inizio di quella traversata nel deserto, come l'ha definita Venier nel suo intervento che ho molto apprezzato. In effetti quella traversata non l'abbiamo cominciata nel 1998, con la nascita di questo partito, ma nell'89, con il crollo di tutto quello che nel mondo si poteva ricollegare al socialismo. Oggi siamo in mare aperto e nessuno, in Italia e nel mondo, che si dichiari ancora comunista, ha più certezze. Navighiamo in mare aperto. Ogni partito, compresi quelli che stanno al governo, sta sperimentando nei rispettivi Paesi una via propria, diversa, autonoma, con successi, con sconfitte, con alti e bassi: da Cuba, al Vietnam, alla Cina, al Sudafrica. Nessuno ha più certezze e ciò nonostante siamo rimasti comunisti.

Ma perché ancora comunisti malgrado tutto quello che è successo nel mondo? Dobbiamo rispondere con semplicità a questa domanda fondamentale. Noi siamo ancora comunisti perché non sono venute meno le ingiustizie che hanno portato, nel 1921, a creare un partito comunista. Sino a quando nel mondo esisteranno ingiustizie, ci saranno i comunisti a combatterle.

Abbiamo fatto parecchia strada nella traversata nel deserto, ma non ne siamo ancora fuori, non siamo approdati all'oasi. Dovremo ancora molto combattere, molto lottare, molto costruire, molto faticare. E' la metafora del mediano.

E tuttavia, oggi più che mai, compagne e compagni, sono sicuro che ce la faremo, che riusciremo a ricostruire un grande partito: comunista, autonomo e unitario. Un partito comunista nuovo ed antico al contempo. Moderno, aperto all'esterno, all'ascolto, all'innovazione, al confronto con altre culture proprio perché ha un'identità ed una autonomia salde.

Il nostro simbolo è il vecchio simbolo del Pci. Non è stato un atto di egoismo avere tenuto in vita e rilanciato questo partito. Non sono i comunisti che hanno bisogno di un partito comunista. Sono i lavoratori che hanno bisogno di un partito comunista che dia loro voce, capacità di lotta, che porti nei consigli comunali, provinciali, regionali e in Parlamento le loro istanze.

Questo congresso dedicato ai temi del lavoro, nel quale abbiamo rievocato le grandi figure dei dirigenti comunisti del passato, da Togliatti a Berlinguer a Longo, possiamo terminarlo ricordando la figura di un grandissimo dirigente comunista e del sindacato, un uomo che spese tutta la propria vita per l'unità dei lavoratori, quelli cattolici, quelli socialisti, quelli comunisti, e per il riscatto delle masse meridionali: si chiamava Giuseppe Di Vittorio. Al termine della sua vita, una vita operosissima tutta dedicata alle battaglie sociali e per l'unità, Di Vittorio amava ripetere una frase che sentii per la prima volta da ragazzino e che continua, ancora oggi, a darmi una grande emozione. Di Vittorio amava ripetere di avere un'unica, grande soddisfazione: aver insegnato ai braccianti del Mezzogiorno d'Italia a non levarsi il cappello quando passava il padrone della terra. Aveva restituito a quei braccianti la loro dignità di donne e di uomini.

Sono questi insegnamenti che ci faranno diventare un grande partito. Siete voi, compagne e compagni. Sono i tanti giovani.

Ha ragione Armando Cossutta: oggi possiamo ripetere, ancora una volta, che veniamo da lontano e andremo molto, molto lontano, perché l'Italia, come si diceva una volta, ha bisogno dei comunisti.

Al lavoro e alla lotta, care compagne e cari compagni!
 





- La prolusione sul revisionismo storico di Luciano Canfora
- La relazione del Segretario: O. Diliberto

- Intervento del Presidente: A. Cossutta
- Le conclusioni del Segretario Diliberto
- Il saluto di Romano Prodi
- Gli ordini del giorno
- I nuovi organismi dirigenti
- Segreteria e Direzione Nazionale
-
I lavori al congresso: le Commissioni
- Il documento politico
(senza gli emendamenti approvati)
-
Il documento sul partito
- Il regolamento congressuale