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Carissime compagne, carissimi compagni,
per prima cosa voglio ringraziare, a nome della
presidenza e di tutte le delegate e i delegati, le compagne ed i
compagni che hanno consentito lo svolgimento del congresso. Quei
compagni e quelle compagne che hanno lavorato nelle segreterie,
nell'ufficio stampa, che si sono occupati dell'allestimento
materiale e degli arredi. Voglio ringraziare i traduttori per le
delegazioni straniere, gli accompagnatori e, lasciatemelo dire
con particolare affetto, i compagni che hanno curato la
sicurezza e il servizio d'ordine, costretti a passare assieme a
noi anche le notti in bianco. Ringrazio i compagni della
federazione di Rimini che ci hanno ospitato e che hanno lavorato
per la riuscita del congresso. È stato fatto un eccellente
lavoro e - voglio sottolinearlo - un lavoro del tutto
volontario. E' un tratto non secondario di quella che, nella
relazione e nel dibattito, abbiamo definito la "diversità dei
comunisti".
Ho partecipato e partecipo ai congressi degli
altri partiti democratici. I servizi sono tutti affidati a
ditte, aziende. Noi invece - non soltanto perché siamo un
partito povero, ma per scelta - stiamo riscoprendo il valore
della militanza. La militanza è anche questo.
I delegati, quelli che intervengono, chi vi
parla, ricevono l'applauso dell'assemblea congressuale e ne
hanno una gratificazione. Ma ci sono compagne e compagni,
all'interno del partito, che fanno quel lavoro da "mediani" di
cui parlavo nella relazione: un lavoro oscuro, eppure
determinante, indispensabile. A loro, a tutti loro, va il nostro
applauso, il più convinto. Grazie, compagne e compagni.
Credo di poter affermare che questo congresso sia
stato eccellente, molto riuscito. Abbiamo avuto
un'interlocuzione con il mondo della politica italiana ai
massimi livelli e ringraziamo i segretari ed i presidenti dei
diversi partiti che ci hanno onorato della loro presenza. C'è
una presenza importante e prestigiosa della migliore
intellettualità italiana e di delegazioni straniere venute da
cinquanta paesi, da quattro continenti, guidate da segretari
generali, responsabili dei settori esteri, da ministri. Abbiamo
avuto - cosa insolita, come sapete - una grande attenzione delle
televisioni e dei giornali. Segno, questo, della crescita e
dell'influenza del nostro partito.
Nel corso del congresso intellettuali prestigiosi
sono venuti alla tribuna e hanno chiesto l'iscrizione. Si tratta
in larga parte di compagni che vengono dal vecchio partito
comunista italiano e che da tredici anni non avevano più alcuna
tessera. Compagni che, molto semplicemente, come ha detto Mario
Missiroli prendendo la tessera del Pdci, si sono sentiti
"tornati a casa", sono venuti con noi.
Ma il dato più importante di tutti è questa
platea piena di ragazze e di ragazzi. E si tratta di delegati,
quindi già dirigenti di questo partito. Io stesso non conosco
molti dei volti che ho davanti. E ne sono felice perché c'è da
preoccuparsi quando ci si conosce tutti. Vuol dire che si è in
pochi.
Stiamo operando un profondo rinnovamento del
partito. Abbiamo tenuto un dibattito di grande qualità,
approfondito, serio. Da questo dibattito è venuta una larga,
convinta, profonda condivisione della linea che ci ha portato al
congresso e che ci ha reso capaci di parlare anche fuori dal
partito: da ultimo, l'amico Nicola Tranfaglia, che ringrazio e
che spero quanto prima di poter chiamare il compagno Nicola
Tranfaglia.
La scelta di tenere il congresso, anticipandolo
di qualche mese rispetto alla scadenza autunnale, si è quindi
rivelata giusta, anche perché abbiamo di fronte tre anni di
grande impegno: le elezioni europee e le elezioni amministrative
di primavera, le elezioni regionali il prossimo anno e poi, se
non vi saranno elezioni politiche anticipate, quelle del 2006.
Tre anni da far tremare le vene nei polsi, come si suol dire. Ma
credo di poter dire che dopo questo congresso siamo più forti,
più consapevoli di noi stessi e anche più stimati all'esterno.
L'unità e la qualità del dibattito congressuale
mi consente di trattare pochi punti, riprendendone alcuni già
affrontati nella relazione e provando ad interloquire con gli
ospiti che si sono susseguiti, per avanzare poi alcune proposte
di lavoro politico.
Per prima cosa noi ribadiamo con la massima
determinazione, all'inizio di una settimana nella quale saremo
chiamati a votare anche alla Camera sul rifinanziamento della
missione in Iraq, che non un uomo, non un mezzo, non una risorsa
devono andare alla sporca guerra coloniale all'Iraq. Noi
voteremo per il ritiro immediato delle truppe italiane perché la
pace è per noi la battaglia determinante, decisiva, fondante
della nuova fase politica. E voglio associarmi all'invito che
ieri, in torinese, il compagno Rizzo ha rivolto a Fassino, in
quanto segretario del più grande partito della sinistra:
fermatevi, perché è il nostro popolo che ci chiede di votare no
a questa guerra, il popolo della pace, molto più largo della
stessa sinistra. E, usando una battuta, dico al compagno Piero
Fassino: non fatevi scavalcare a sinistra da Francesco Cossiga,
che ha dichiarato che se fosse stato al Senato avrebbe votato
contro la missione italiana in Iraq. Cossiga l' "amerikano",
l'uomo dei missili Usa negli anni ottanta, ha dichiarato che non
ha senso, nel momento in cui non c'è più l'Unione Sovietica,
stare acriticamente dalla parte degli americani.
Abbiamo inoltre ascoltato, pochi minuti fa, un
uomo che dubito possa essere considerato … la quinta colonna del
bolscevismo internazionale, il direttore de "Il giornale dei
carabinieri". Ernesto Pallotta ha criticato nettamente le
modalità della presenza italiana in Iraq e va detto che lo ha
fatto sin dal primo istante. Altro che missione di pace! E' una
missione di guerra a tutti gli effetti! Nel suo intervento il
direttore de "Il giornale dei carabinieri" ci ha esortato a
superare il muro che spesso divide i partiti democratici e della
sinistra dalle forze militari. Caro Pallotta, da parte nostra
non c'è alcun muro. Anzi. Noi non vi consideriamo, come lei ha
detto, cittadini con le stellette. Noi vi consideriamo
lavoratori in divisa e, come lavoratori di qualunque settore,
vogliamo difendere i vostri diritti, la vostra dignità di
lavoratori e la democrazia all'interno delle forze armate.
Sempre sulla pace e sulla guerra, ho registrato
con piacere la presa di posizione del capogruppo alla Camera dei
Democratici di Sinistra. L'avrete letto sui giornali. Luciano
Violante ha dichiarato quello che noi, isolati e vituperati,
abbiamo affermato durante il dibattito parlamentare sui morti di
Nassiriya. Dissi allora alla Camera - e fece scandalo affermare
la verità - che il governo era responsabile politicamente e
moralmente di quei morti. Siamo lieti che Luciano Violante
condivida oggi la nostra opinione.
Battaglia per la pace, dunque. Che in Italia
significa anche battaglia in difesa della democrazia e della
Costituzione.
Non tornerò ovviamente sugli elementi che nella
relazione introduttiva mi hanno portato a parlare di rischio di
un regime inedito, modernissimo per le sue caratteristiche, ma
pur sempre regime, che opera un progressivo restringimento degli
spazi di libertà e dei diritti sostanziali. È una battaglia
nella quale siamo al fianco di una fascia larghissima di
italiani, di forze politiche. Una fascia molto più larga della
sinistra, perché in alcuni strati moderati, persino
conservatori, si fa strada l'idea che questo governo è un
pericolo per la democrazia. Pensate al tema della legalità. Non
mi riferisco alle vergognose leggi ad personam fatte dal
governo. Mi riferisco a leggi che fanno dell'illegalità una
regola di condotta, accompagnate da atteggiamenti del governo
che addirittura incoraggiano esplicitamente l'illegalità.
Berlusconi ha affermato qualche giorno fa che
bisogna evadere le tasse perché sono troppo alte.
Berlusconi è il presidente del Consiglio, colui
che dovrebbe essere il garante delle leggi! E invece non
soltanto non ne è il garante, ma addirittura incoraggia a
violarle!
È una vergogna mondiale avere Berlusconi come
presidente del consiglio di questo paese.
Se ne stanno accorgendo, lo ripeto, settori
moderati, non di sinistra ma democratici, che sui temi della
difesa della democrazia e della legalità si stanno schierando
dalla nostra parte. Ben vengano. Guai se assumessimo la logica
dei pochi, ma buoni. Guai. Le prossime elezioni, care compagne e
compagni, vanno vinte e per vincerle occorre uno schieramento,
il più largo possibile, che vada dai moderati alla sinistra. È
il nostro asse strategico. I moderati insieme alla sinistra.
Il presidente Cossutta lo ha detto in maniera
esemplare nel suo intervento. Non aggiungo altro. È la storia
della repubblica che ce lo insegna. La sinistra da sola in
Italia non vince le elezioni. Non le ha vinte nemmeno a metà
degli anni settanta, quando era in piena avanzata, quando il
partito comunista italiano aveva il 34,4% dei voti. Figuriamoci
adesso. Per questo, la nostra adesione al centro-sinistra è
strategica. Non è una scelta di oggi, magari da mettere in
discussione domani. Non è un passaggio tattico. E' la scelta
strategica di un'alleanza la più larga possibile. E infatti la
nostra preoccupazione sulla lista unitaria, quella che comprende
Ds, Margherita, Sdi e Repubblicani europei, non è un vezzo
politicista. È la preoccupazione che questa lista non possa
svolgere il ruolo che è essenziale per vincere, e cioè
contendere a Berlusconi, a Follini, a Casini i voti dei
moderati.
È un problema che riguarda anche noi, riguarda la
sinistra, perché le elezioni si vincono se si riesce, da una
parte, a tenere tutto il proprio elettorato e, dall'altra, a
conquistare pezzi di schieramento moderato. Nella lista unitaria
avverto invece il rischio di una grave semplificazione che può
portare ad un'emorragia di consensi sul versante sinistro senza,
peraltro, convincere i moderati. È un rischio reale?
Non me lo auguro, ma penso che lo sia.
Ancora. In Italia il problema della
rappresentanza della sinistra sta diventando drammatico. Lo dico
senza enfasi, ma sono convinto che sia la realtà. Più volte ho
fatto ricorso ad una banalizzazione, se volete, ma che
esemplifica il problema. Qui, a Rimini, tredici anni fa, si è
sciolto un partito che si chiamava Pci. Il Pci è diventato prima
Pds poi Ds. Nel caso facciano il partito riformista con gli ex
democristiani cadrà ovviamente anche la "s" che sta per
sinistra. Rimarrà la "d", partito democratico ma non più di
sinistra, perché su tutte le grandi questioni sarà
inevitabilmente ad egemonia moderata. Questa operazione politica
rischia di creare un danno sia sul versante moderato che della
sinistra. E quando dico "sinistra" non mi riferisco a formule o
a sigle, ma a cose, a contenuti. Sulla pace, pur con alcune
divergenze, lo schieramento è molto più largo della sinistra.
Pensate all'associazionismo cattolico, impegnato in prima fila,
allo stesso Papa. Sulla democrazia e la Costituzione, sinistra e
settori moderati, addirittura conservatori, possono trovarsi
insieme.
Ma allora che cosa è che caratterizza la
sinistra? Che cosa è che distingue la sinistra da uno
schieramento genericamente democratico?
La sinistra si contraddistingue, da un secolo e
mezzo a questa parte, perché sta dalla parte dei lavoratori, del
lavoro salariato, dei disoccupati, dei pensionati, dei giovani
in cerca di prima occupazione. Dalla parte dei ceti più deboli
della popolazione. Se non è questo, non è sinistra, è un'altra
cosa.
Abbiamo voluto tenere il congresso proprio per
rimettere il mondo del lavoro al centro dell'azione politica
della sinistra, ad iniziare dal nostro partito. Vogliamo rendere
visibili gli invisibili. E' uno slogan? Forse, ma nasconde
lacrime e sangue di gente in cane ed ossa. Vogliamo rendere
visibili gli invisibili perché viviamo in un paese in cui tutti
sanno chi è l'ultimo fidanzato delle veline, ma non sanno che
nel lavoro la media degli incidenti mortali è di quattro al
giorno. Non lo sanno perché non glielo dice nessuno, perché i
lavoratori sono invisibili per la politica.
Noi rimettiamo al centro della discussione e
dell'azione politica del partito, non soltanto dell'analisi che
pure è indispensabile, il tema del lavoro salariato nelle forme
antiche e nelle forme nuove: quelle precarie, parcellizzate,
quel mare infinito, fintamente considerato di lavoro autonomo
solo perché costretto ad avere la partita Iva. Il primo impegno
da assumere è quello di ritrovarci tra tre anni, quando terremo
il prossimo congresso, con un partito che abbia costruito
cellule e sezioni nel luoghi di lavoro, nelle fabbriche, negli
ospedali, negli uffici, nei ministeri, in tutti i luoghi di
lavoro. Questo anche per irrobustire ulteriormente la presenza
di lavoratori in produzione nei nostri organismi dirigenti.
Abbiamo fatto uno sforzo, la proposta di nuovo Comitato Centrale
che discuteremo nella successiva seduta pomeridiana tiene conto
di questa esigenza, ma siamo ancora lontani dall'obiettivo di
avere quanti più possibile lavoratori in produzione - operai,
tecnici ed intellettuali - nei nostri organismi dirigenti.
Allora la sfida è proprio qui, dentro al
centro-sinistra.
Nel contrastare Berlusconi siamo tutti d'accordo.
Chi non dice che Berlusconi deve essere mandato a casa quanto
prima? Così come siamo tutti d'accordo nel denunciare i guasti
profondi che sta producendo questo governo nel tessuto morale
oltre che sociale del Paese. Ma ci sono nodi non risolti nel
centro-sinistra che si riproporranno quando torneremo a
governare. Dovremo con grande pazienza ricercare compromessi,
perché la politica si fa così, trovando una sintesi la più alta
possibile tra opinioni anche assai distanti. E' il tema che ci
ha ricordato Paolo Guerrini. Il temine "riformisti" di per sé
non vuol dire niente. E' un termine astratto, vuoto. Pare che il
nuovo partito che dovrebbe nascere dalla lista unitaria si
chiamerà "riformista". Che vuol dire? Io accetto la sfida. Non
quella lessicale. Accetto la sfida dei contenuti. Voglio sapere
quali sono le riforme che il centro-sinistra farà quando tornerà
a governare.
Francesco Rutelli, in un intervento che ho
apprezzato per la pacatezza e che la platea ha salutato con
grande rispetto, ci ha detto una cosa. Ha detto: l'idea che voi
avanzate di confederare la sinistra è una buona idea, facciamo
un Ulivo a due gambe, una riformista e una radicale. Rispondo a
Rutelli: io non mi sento affatto sinistra "radicale", io mi
sento di sinistra, e non condivido affatto l'idea delle due
sinistre, una che sta al governo e che quindi deve essere
moderata, e un'altra fatta di "pazzarielli" che gridano al vento
e stilano proclami. Non esiste una sinistra di governo e una di
opposizione, perché se una sinistra si candida… all'opposizione
non è sinistra, è altra cosa. Non saprei nemmeno come definirla.
Ogni partito si pone il problema del governo e, se è un partito
comunista - io mi sento comunista ed ho qualche lettura di
classici alle spalle - si pone il problema del potere, com'è suo
dovere fare. Non il governo come fine, ma il governo come
potente mezzo per cambiare le cose. L'ordine delle cose
esistenti.
Io ricordo con stima e riconoscenza gli sforzi
fatti dai primi due anni di governo del centro-sinistra, quelli
presieduti da Romano Prodi. Si compì allora una gigantesca opera
di risanamento dei conti pubblici. L'euro è stato possibile
perché furono allora sanati i bilanci dopo cinquant'anni di
saccheggi, di ruberie, di sprechi. Ma quel risanamento fu fatto
con grande equità sociale. Fu fatto tenendo insieme da un lato
gli interessi generali del Paese e dall'altro stando attenti a
non creare un massacro sociale, cosa che fecero invece i governi
di destra di Germania e Francia, tanto che ci fu subito dopo la
vittoria dei governi di centro-sinistra.
Quei due anni hanno dimostrato che si può essere
rigorosi e giusti. Si può essere attenti ai conti ed al contempo
in grado di fare una riforma sanitaria come quella dell'allora
ministra Rosy Bindi: una grande riforma di sinistra.
Bene, la sfida è questa, e siccome il nostro
futuro presidente del Consiglio sarà ancora Romano Prodi, io
guardo con fiducia alla discussione interna al centro-sinistra.
Ma molte scelte sono ancora tutte da fare. Vorrei quindi avere
da i nostri interlocutori del centro-sinistra alcune risposte.
Nella relazione ho affermato cose precise sia
sulla legge 30 che sulla riforma della scuola della Moratti.
Siamo tutti d'accordo, all'interno del centro-sinistra, che una
volta tornati al governo devono essere cancellate
dall'ordinamento italiano? Sulla sicurezza del lavoro ho
avanzato una proposta concreta: nuove assunzioni di ispettori
del lavoro, controlli, inasprimento delle sanzioni. Siamo tutti
d'accordo? Spero di sì. Queste sono le riforme. E voglio dire
una cosa apparentemente blasfema. Imposizione fiscale, tasse:
Berlusconi ha fatto tutta la campagna elettorale - che sia vero
o no poco importa perché per Berlusconi il confine tra la verità
e la bugia è assai labile - all'insegna dello slogan "meno tasse
per tutti". Questo è il più gigantesco inganno e al contempo il
più gigantesco danno che si possa fare ad un Paese. I servizi
pubblici chi li paga? Li pagano le tasse degli italiani. L'idea
di ridurre le aliquote per tutti e istituirne una o al massimo
due, sarà dichiarato incostituzionale dalla Corte
costituzionale, perché nella Costituzione c'è scritto che
l'imposizione fiscale deve essere progressiva, e cioè più sei
ricco più tasse paghi, più l'aliquota sale. Noi ci batteremo nel
governo di centro-sinistra non soltanto per far pagare le tasse
agli evasori, che grazie a Berlusconi sono notevolmente
aumentati, ma per innalzare le aliquote per i più ricchi perché
i servizi pubblici siano di qualità migliore.
È una battaglia politica che contrasta l'idea di
Tony Blair che se la sinistra vuole governare deve assumere
politiche di centro, soprattutto sul versante sociale. Questa
idea va contrastata. Noi siamo una forza di sinistra che vuole
governare e contemporaneamente vuole continuare ad essere
sinistra. Lo dico qui in Emilia-Romagna, dove per cinquant'anni
hanno governato giunte di sinistra che hanno creato i migliori
servizi sociali del mondo. Gli asili nido di Reggio Emilia sono
stati imitati dagli Stati Uniti d'America. Abbiamo dimostrato di
sapere governare meglio degli altri, e da sinistra.
Questo ci porta al tema dei rapporti di forza.
Occorre costruire un'alleanza, una rete di rapporti tra tutti
coloro che sui contenuti hanno le nostre posizioni allo scopo di
essere più forti nella battaglia politica per spostare a
sinistra l'asse del centro-sinistra. Viviamo un paradosso. Le
forze politiche che hanno dato vita alla lista unitaria sono
unite su tante cose, ma su tante altre sono robustamente divise.
Sull'innalzamento dell'età pensionabile la pensano in modo
diverso, sul tema della pace della guerra ci sono oscillazioni,
tant'è che scelgono di non votare per evitare che le divisioni
vengano a galla. Sulla laicità dello stato - dalla fecondazione
assistita alla scuola privata - sono divisi. Ciò nonostante
fanno una lista comune. A sinistra c'è invece una sostanziale
unità di contenuti. Sulla pace, sulla guerra, sulle politiche
sociali, sulla democrazia, sulla laicità dello stato. Ciò
nonostante, andiamo alle elezioni europee con quattro liste
diverse. È un paradosso? Sì, è un paradosso.
Noi abbiamo provato per tempo, non da oggi, di
cercare di impedire questa diaspora, in modo da evitare che a
sinistra della lista unitaria ci fossero quattro liste: noi, i
Verdi, Rifondazione e Di Pietro-Occhetto. La proposta della
Confederazione della Sinistra, che preserva l'autonomia,
l'identità, il diverso profilo dei partiti che la compongono,
tende proprio a questo. Ma se, al di là del profilo identitario,
valutiamo i contenuti dell'agire politico, troviamo sintonie
molto forti. Proponemmo la Confederazione tre anni fa a Bellaria
a tutte le forze della sinistra, anche ai Ds. Io continuo
testardamente a credere che lo spazio per una Confederazione di
tutte le forze della sinistra, compresi i Ds, ci sia ancora. Ma
i Ds hanno scelto il versante opposto. E' una scelta loro, non
nostra. Hanno scelto di aderire ad una aggregazione di profilo
moderato.
Da questo congresso voglio lanciare una proposta.
Credo che oggi ci siano le condizioni politiche perché tra due
mesi, per le prossime elezioni europee, si faccia
un'aggregazione di tutti coloro che voteranno concordemente e
convintamente per il no al rifinanziamento della missione
militare in Iraq. Una lista di pace. Noi siamo pronti, il nostro
partito è pronto. Il nostro partito avanza la proposta di una
lista per la pace, una grande aggregazione che può aspirare a
superare il 15% dei voti alle prossime elezioni europee. Ci sono
tutte le condizioni, politiche ed elettorali. È una sfida?
Certo. Proviamo ad aggregare invece che a disperdere. Proviamo
ad unire anziché a dividere. Proviamo a costruire - ciascuno con
la propria storia, la propria identità, la propria liturgia - un
processo unitario. E' tempo di invertire la rotta. Questo
partito si mette al servizio di un progetto ambizioso di unità
delle forze della sinistra in nome della pace. Lo chiediamo
anche al compagno Bertinotti: perché non proviamo per una volta
a invertire la tendenza per cui i comunisti si sparano tra loro?
Lo chiediamo ad Alfonso Pecoraro Scanio, lo chiediamo ad Achille
Occhetto e ad Antonio Di Pietro. C'è un margine larghissimo su
tanti temi, a partire dalla pace, per varare questa operazione
politica, politica ed elettorale. Lo spazio c'è ed è rilevante.
Pensate ai milioni di donne e di uomini che si sono schierati
per la pace.
Le prime risposte non sono purtroppo
incoraggianti. Proprio oggi, in una intervista, il compagno
Bertinotti dice che la nostra proposta sarebbe simmetrica alla
lista unitaria: la chiama "operazione politicista". Noi non
vogliamo fare polemiche. Continueremo a incalzarli su una linea
di autonomia e di unità, come sempre abbiamo fatto nella nostra
storia. E lo faremo anche nei confronti di tutti coloro che sono
fuori dai partiti e non si riconoscono nella lista unitaria
moderata: le associazioni, i movimenti, i girotondi, la Cgil, la
Fiom, tutti quelli vogliono ritrovare una sinistra autonoma
politicamente. Testardamente continueremo ad essere unitari
perché questa è la nostra politica.
E proprio sulla politica voglio spendere qualche
parola, oltre a quelle dette dal presidente del partito
nell'intervento di ieri. Voglio farlo perché il presidente del
Consiglio pochi giorni fa ha sostanzialmente detto che i
politici sono dei ladri. Che Berlusconi possa accusare qualcun
altro di essere ladro è una stravaganza che soltanto in Italia
può capitare. Ma non è per fare facile polemica o facilissima
ironia su barche o ville che affronto questo problema, ma perché
c'è un punto vero, preoccupante, che va da noi attentamente
analizzato.
Berlusconi - è inutile nasconderselo - intercetta
un senso comune presente nel Paese: quello che i partiti, i
politici sono tutti uguali. Mi è capitato di sentirlo dire, e
penso che sia capitato anche a voi, da parte di amici, parenti,
colleghi di lavoro: cosa vogliono questi politici, tanto sono
tutti uguali. Questo è un tema enorme per un partito e tanto più
per un partito comunista. O noi riscopriremo la diversità come
valore in sé, o saremo travolti dall'antipolitica. Io
rabbrividisco quando a sinistra si parla della differenza tra i
partiti e la società civile. Rabbrividisco quando sento dire
"bisogna mettere in lista esponenti della società civile". Ma
siamo incivili noi?
È venuto il tempo di contrastare con forza questo
senso comune. Questa platea non è fatta da professionisti della
politica, ma da persone in carne ed ossa che sbarcano il lunario
lavorando e dedicando il proprio tempo libero alla politica,
sacrificando alla politica le famiglie, gli affetti. Non è
retorica, è realtà. La distinzione tra società civile e partiti
deve finire. Ma per farla finire dobbiamo prima di tutto
migliorare noi stessi, cambiare il nostro modo di essere.
Noi siamo già diversi, ma dobbiamo anche essere
percepiti come diversi. Il Pci riusciva a tenere insieme, nei
suoi anni migliori, masse di lavoratori e la migliore e più
prestigiosa intellettualità italiana. Mario Torelli ci ha
ricordato Ranucci Bianchi Bandinelli, il più grande archeologo
italiano, comunista. Ma erano migliaia, e i migliori, in tutte
le discipline della cultura umanistica e della scienza. Il Pci
teneva insieme operai, impiegati e professionisti della
politica, quelli che una volta si chiamavano, nel nostro
lessico, i "rivoluzionari professionali". Nessuno, tra questi
segmenti diversi, percepiva la separatezza.
La polemica contro i partiti, che vi è spesso
anche a sinistra e nel centro-sinistra, va contrastata, perché
il rischio è scivolare progressivamente, e non solo nel
centro-destra, verso un'Italia notabilare, dove fa politica
soltanto chi già appartiene alla classe dirigente. I grandi
partiti di massa, non solo i comunisti, erano il volano della
democrazia, della partecipazione popolare. La storia
democratico-cristiana ci ricorda che proprio la Dc consentiva ai
movimenti contadini del Veneto di avere propri rappresentanti in
Parlamento e di contare nelle scelte. Tutto questo non c'è più.
La nostra ambizione è quella di ricostruirlo, anche sul piano
della battaglia delle idee.
Questo partito può farlo, ne sono assolutamente
convinto. Noi non abbiamo avuto paura di assumere, negli ultimi
due anni e mezzo, tre anni, nell'ambito di una cornice sempre
unitaria, posizioni isolate e difficili: su Nassiriya, su Cuba,
sulla Palestina.
Un mese fa è successo un fatto clamoroso che pure
non ci ha intimidito. Abbiamo affisso un manifesto che
riprendeva una mia foto insieme ad Arafat con su scritto "con
Arafat". L'ambasciata d'Israele - non un singolo esponente o un
cittadino qualsiasi di Israele, ma l'ambasciata - ha spedito a
tutti i parlamentari italiani una cartolina truccata che
ritraeva un terrorista islamico insieme ad Arafat. Sotto c'era
la scritta: "anche lui sta con Arafat". Una cosa enorme,
gravissima.
Noi, isolatamente, abbiamo avuto il coraggio di
assumere quella posizione ed oggi, in questo congresso, io
ribadisco: noi continuiamo ad essere con Arafat.
Così come ribadisco alla delegazione di un
partito nostro fratello, presente ai nostri lavori, che noi
siamo e saremo a fianco del compagno Fidel Castro nella difesa
di Cuba.
Noi possiamo permetterci queste posizioni perché
non abbiamo rinnegato la nostra storia, perché nessuno ci può
accusare di non essere unitari, perché non abbiamo esitato a
fare la scissione del partito che Armando Cossutta aveva
costruito, pur di salvare il centro-sinistra e il governo di
Prodi. Noi abbiamo l'orgoglio delle nostre idee, della nostra
autonomia, della nostra identità comunista.
Abbiamo saputo correggere i nostri errori,
abbiamo avuto ed abbiamo il coraggio dell'autocritica. E' il
modo di essere gli eredi di una grande storia: non avere mai
paura delle proprie idee, difenderle, rilanciarle e
contemporaneamente avere sempre la capacità di mettersi in
discussione. Mai dovremo avere pigrizia intellettuale. Dobbiamo
innovare, oltre che continuare, in quanto eredi di una grande
storia, ma proiettati verso il futuro. E' così che potremo
costruire un partito comunista più grande.
È anche un fatto di costume, di stile: lo stile
comunista, ad iniziare dalla buona educazione con la quale
ascoltiamo gli interventi di nostri interlocutori, anche di
quelli dei quali non condividiamo le idee. La sobrietà è la
cifra che ci sta facendo crescere. La sobrietà alla quale siamo
stati educati noi che veniamo dal Pci. È la sobrietà di vita e
di costume che contraddistingueva il popolo e i dirigenti
comunisti. È la sobrietà e lo stile che caratterizzava i
comportamenti, ancor prima che la linea politica, di un grande
dirigente comunista al quale abbiamo voluto dedicare la nostra
tessera, Enrico Berlinguer, di cui ricorre il ventennale della
morte. Tra qualche mese terremo su Berlinguer un convegno
nazionale. Ricordarlo non è un'operazione di nostalgia. Il suo
pensiero è oggi più attuale che mai, ad iniziare proprio dalla
questione morale.
Mentre ero alla presidenza, prendendo note per
questa replica, si è avvicinato un ragazzo, un delegato del
nostro partito, che ha 15 anni. Non potendo intervenire, non
c'era più il tempo, mi ha lasciato l'intervento scritto. Era,
spero non si offenderà, un po' intimidito. Voglio leggervi come
termina. Dice: "E' da giovani come noi che si deve partire, per
recuperare la capacità culturale di opporsi a tutto ciò. Noi lo
faremo se ce ne darete gli strumenti".
Voglio rassicurare quel giovane e i tanti giovani
qui presenti. Noi cercheremo con ogni nostra energia di darvi
tutti gli strumenti di cui siamo capaci, ad iniziare dal
potenziamento della formazione dei quadri, delle scuole di
partito, perché siete la nostra più grande risorsa e siamo noi
ad avere bisogno di voi e non viceversa. Alla fine del congresso
di Bellaria, è stato ricordato anche nel video che abbiamo
trasmesso il primo giorno, chiudevo la replica affermando: siate
orgogliosi di questo partito! Io sono orgoglioso di essere il
segretario di questo partito.
A Bellaria, eravamo all'inizio di quella
traversata nel deserto, come l'ha definita Venier nel suo
intervento che ho molto apprezzato. In effetti quella traversata
non l'abbiamo cominciata nel 1998, con la nascita di questo
partito, ma nell'89, con il crollo di tutto quello che nel mondo
si poteva ricollegare al socialismo. Oggi siamo in mare aperto e
nessuno, in Italia e nel mondo, che si dichiari ancora
comunista, ha più certezze. Navighiamo in mare aperto. Ogni
partito, compresi quelli che stanno al governo, sta
sperimentando nei rispettivi Paesi una via propria, diversa,
autonoma, con successi, con sconfitte, con alti e bassi: da
Cuba, al Vietnam, alla Cina, al Sudafrica. Nessuno ha più
certezze e ciò nonostante siamo rimasti comunisti.
Ma perché ancora comunisti malgrado tutto quello
che è successo nel mondo? Dobbiamo rispondere con semplicità a
questa domanda fondamentale. Noi siamo ancora comunisti perché
non sono venute meno le ingiustizie che hanno portato, nel 1921,
a creare un partito comunista. Sino a quando nel mondo
esisteranno ingiustizie, ci saranno i comunisti a combatterle.
Abbiamo fatto parecchia strada nella traversata
nel deserto, ma non ne siamo ancora fuori, non siamo approdati
all'oasi. Dovremo ancora molto combattere, molto lottare, molto
costruire, molto faticare. E' la metafora del mediano.
E tuttavia, oggi più che mai, compagne e
compagni, sono sicuro che ce la faremo, che riusciremo a
ricostruire un grande partito: comunista, autonomo e unitario.
Un partito comunista nuovo ed antico al contempo. Moderno,
aperto all'esterno, all'ascolto, all'innovazione, al confronto
con altre culture proprio perché ha un'identità ed una autonomia
salde.
Il nostro simbolo è il vecchio simbolo del Pci.
Non è stato un atto di egoismo avere tenuto in vita e rilanciato
questo partito. Non sono i comunisti che hanno bisogno di un
partito comunista. Sono i lavoratori che hanno bisogno di un
partito comunista che dia loro voce, capacità di lotta, che
porti nei consigli comunali, provinciali, regionali e in
Parlamento le loro istanze.
Questo congresso dedicato ai temi del lavoro, nel
quale abbiamo rievocato le grandi figure dei dirigenti comunisti
del passato, da Togliatti a Berlinguer a Longo, possiamo
terminarlo ricordando la figura di un grandissimo dirigente
comunista e del sindacato, un uomo che spese tutta la propria
vita per l'unità dei lavoratori, quelli cattolici, quelli
socialisti, quelli comunisti, e per il riscatto delle masse
meridionali: si chiamava Giuseppe Di Vittorio. Al termine della
sua vita, una vita operosissima tutta dedicata alle battaglie
sociali e per l'unità, Di Vittorio amava ripetere una frase che
sentii per la prima volta da ragazzino e che continua, ancora
oggi, a darmi una grande emozione. Di Vittorio amava ripetere di
avere un'unica, grande soddisfazione: aver insegnato ai
braccianti del Mezzogiorno d'Italia a non levarsi il cappello
quando passava il padrone della terra. Aveva restituito a quei
braccianti la loro dignità di donne e di uomini.
Sono questi insegnamenti che ci faranno diventare
un grande partito. Siete voi, compagne e compagni. Sono i tanti
giovani.
Ha ragione Armando Cossutta: oggi possiamo
ripetere, ancora una volta, che veniamo da lontano e andremo
molto, molto lontano, perché l'Italia, come si diceva una volta,
ha bisogno dei comunisti.
Al lavoro e alla lotta, care compagne e cari
compagni!

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