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Care compagne, cari compagni credo che possiamo
considerarci soddisfatti di questo nostro Congresso. Ho
apprezzato la bella relazione del compagno Diliberto, puntuale,
lucida, che ha portato un grande contributo alla elaborazione,
alla definizione della nostra linea politica e della nostra
strategia generale. È un Congresso che si rivela significativo,
di cui possiamo essere appunto soddisfatti, per la
partecipazione di tante autorevoli delegazioni di partiti
democratici, di organizzazioni popolari, di forze culturali e
per la numerosa partecipazione delle delegazioni dei partiti
comunisti, socialisti, della sinistra di ogni continente che
hanno accolto il nostro invito. E c'è da essere soddisfatti,
perché il fatto che il nostro Congresso abbia questi requisiti,
queste caratteristiche positive, è dovuto alla capacità che il
nostro partito ha saputo dimostrare in questi ultimi tempi di
mettersi al centro dell'attenzione, dell'interesse, di strati
molto vasti dell'opinione pubblica e delle forze democratiche
del nostro Paese.
Siamo un partito giovane, un partito che ha
ancora un esiguo numero di voti, eppure lo avete visto, lo avete
sperimentato, nelle vostre province, lo abbiamo capito qui, il
nostro è un partito in crescita - per certi aspetti anche
impetuosa - sia per la quantità dei nuovi aderenti, dei nuovi
simpatizzanti, sia per la loro qualità politica e culturale. La
verità è che oggi si sente in modo più incisivo il ruolo che noi
possiamo esercitare nella vita del Paese e che già in qualche
modo riusciamo ad esercitare.
Si è determinato, si sta determinando un vuoto
preoccupante a sinistra. Certi difetti, certi errori, certi
ritardi della sinistra italiana non sono di oggi, durano da
tempo e vengono da lontano e pur tuttavia oggi, in modo persino
clamoroso, tutto questo si manifesta in maniera evidente. Questo
vuoto è reso esplicito, chiaro per tutti, di fronte alle ultime
più recenti decisioni delle forze della sinistra italiana, della
tradizionale sinistra italiana. La formazione della lista
unitaria Ds, Margherita, Socialisti, Repubblicani per le
elezioni europee, la prospettiva del partito riformista, e le
scelte moderate che in qualche modo già erano state compiute e
che oggi si rendono inevitabili rispetto a queste
determinazioni, hanno disorientato, amaramente disorientato,
tanta e tanta parte del popolo della sinistra che sente venir
meno un punto di riferimento che è sempre stato forte e
tradizionale. Mi riferisco alle decisioni a proposito della
situazione dell'Iraq. Decisioni incredibili e gravi.
È in corso un dibattito, non ho nessuna
intenzione di interferire in esso, nelle file dei Democratici di
sinistra, nei loro gruppi parlamentari. Ebbene a me non
interessa di potere dire domani: "avete sbagliato e abbiamo
avuto ragione noi a farvi la critica". No, io guardo da
comunista, da uomo della sinistra, da democratico, alla
posizione sull'Iraq assunta al Senato dalla lista unitaria, dai
Ds. Cari compagni Ds mi auguro che voi sconfessiate, smentiate,
questa mia valutazione negativa nei vostri confronti e che il
vostro gruppo parlamentare alla Camera dica di no in modo
compatto alla decisione del governo di rifinanziare la missione
militare. Mi auguro che tutto il centrosinistra si schieri per
il ritiro dei nostri soldati dall'Iraq, così come mi auguro che
tante posizioni non comprensibili, non accettabili che sono
state manifestate in queste settimane sulle questioni economiche
e sociali vengano corrette. Mi interessa ottenere dei risultati
che siano positivi per le condizioni del nostro Paese, per le
condizioni dei lavoratori, dei cittadini italiani.
Il vuoto a sinistra oggi si rende palese. Ma gli
errori, i difetti, i ritardi non sono cominciati oggi, si
manifestano da tempo. Quello che ora emerge con chiarezza è la
critica netta e diffusa a questi errori e ritardi. Quello che
ora emerge prepotentemente è che la critica alla deriva moderata
dei Democratici di sinistra si manifesta in modo clamoroso e
toccando strati sempre più vasti di militanti ed elettori che
finora avevano avuto dubbi, incertezze ed esitazioni nel
definire una loro valutazione critica. È come un fiume carsico,
procede sottoterra e poi esce in superficie, diventa
consapevolezza. Ricordate compagni quello che successe nel 1991?
C'è qualche cosa di analogo. Allora, quando fu deciso lo
scioglimento del partito comunista italiano ci fu nel popolo
della sinistra un disagio molto forte e per certi versi una
ribellione. Quella decisione era il frutto di una trasformazione
che durava negli anni, quella che alcuni di noi definirono una
mutazione genetica. Ma i pericolo che noi denunciavamo non erano
colti, non erano avvertiti, non erano capiti. Con il cambiamento
del nome, con la fine del Pci, improvvisamente venne nella
coscienza, nella mente, nel cuore di tanta e tanta gente, la
drammatica presa d'atto che si stava determinando una profonda
rottura con le proprie tradizioni, con i propri ideali, con le
proprie radici teoriche, politiche, generali. Ecco oggi noi ci
troviamo di fronte a qualche cosa di analogo e credo che i
compagni dirigenti dei Democratici di sinistra debbano
riflettere attentamente su quello che sta succedendo.
Si parla di aggressione nei confronti della
situazione interna dei Democratici di sinistra. Vi sarebbe da
parte del nostro partito, di altre forze della sinistra una
sorta di aggressione per mettere in difficoltà il partito dei
Democratici di sinistra. Non è nostra intenzione, non è nei
nostri intenti. Chiediamo ai compagni dei Ds di riflettere, di
cercare di interpretare, di capire quello che sta succedendo.
Nel 1991 il gruppo dirigente di quello che divenne poi il Pds
non aveva capito quello che stava avvenendo.
Ci trovavamo a Rimini in quel 1991, in questa
stessa sala, e quando ci alzammo con Sergio Garavini, Lucio
Libertini e altri per andar fuori, per dar vita ad una nuova
formazione comunista, sembravamo un piccolo gruppo fanatico,
fuori della realtà. Sembravamo e apparivamo una minoranza
sparuta, al quale non si dava nessuna importanza. Non si era
capito che c'era qualche cosa di profondo dentro la società,
qualche cosa di profondo dentro il mondo, il grande mondo che
aveva dato tanti e tanti consensi, tanti milioni di voti al
partito dei comunisti. E infatti quel piccolo gruppo era
l'espressione di un movimento più grande. Lo si vide subito;
quel piccolo gruppo diede vita ad una formazione comunista che
soltanto un anno dopo il congresso di Rimini ottenne alle
elezioni politiche, senza avere un soldo, senza avere una sede,
il 6% dei voti. E quando un anno dopo, nel 1993, si votò in
alcune grandi città, a Milano e a Torino quella piccola
formazione comunista ottenne più voti dello stesso Pds. Era
quella la conferma che avevamo capito, che avevamo compreso i
bisogni, le aspettative, di una grande parte del popolo della
sinistra.
Il compagno Fassino ieri, nel suo apprezzato
intervento, ha rivolto un appello all'unità. E' un appello al
quale noi siamo particolarmente sensibili, ma vorrei dire a
Fassino che per quanto ci riguarda l'appello all'unità non solo
noi lo raccogliamo, noi stessi lo avanziamo e non da oggi.
Quella che noi chiediamo innanzitutto è la grande
unità democratica per il centrosinistra, dentro al
centrosinistra. Abbiamo imparato e sappiamo - per la nostra
formazione politica, per la nostra analisi della realtà - che
non vi è speranza in Italia, e non soltanto in Italia, di poter
resistere all'aggressività, all'arroganza, alla prepotenza, alla
potenza della destra e non vi è speranza di poter tenere aperte
le porte ad un rinnovamento democratico e al cambiamento se non
vi è un'alleanza fra forze democratiche tra di loro diverse,
forze di sinistra e forze che non sono di sinistra ma sono
democratiche. Su questo la nostra è una convinzione totale,
piena, rigorosa, ma quello che noi oggi diciamo e che voglio
dire al compagno Fassino è che questa unità delle forze
democratiche non deve, non può annullare la presenza,
l'incisività, la forza politica, morale e ideale della sinistra
che deve riuscire a mantenere la propria caratteristica, il
proprio ruolo, la propria funzione, all'interno di questo
schieramento democratico. E invece si abdica a questo ruolo. Non
ci si deve allora meravigliare se di fronte a quello che oggi
appare e chiaro - la deriva dei Ds - vi sono tante e così vaste
e così diverse reazioni da parte di settori significativi del
mondo della sinistra.
Un conto è stabilire l'alleanza con le forze
moderate - è indispensabile ricercare questa alleanza - ma un
altro conto è appiattirsi su posizioni moderate, rincorrerle,
farle proprie. Il compagno Massimo D'Alema nei giorni scorsi in
una sua dichiarazione, ha detto: "abbiamo sbagliato negli anni
passati a rincorrere le posizioni iperliberiste, è stato un
errore e lo abbiamo anche pagato caro". E' una riflessione seria
che riguarda il passato. Ma oggi caro D'Alema, caro Fassino non
vi rendete conto che con queste posizioni, con queste decisioni,
con queste scelte, finite di rincorrere delle posizioni, non so
se posso definirle iperliberiste, ma certamente delle posizioni
moderate? Con il cosiddetto buonsenso, col buonismo si
accontenta una parte dell'opinione pubblica, ma si determina un
distacco profondo con il modo di pensare, con la coscienza di
tanta parte del popolo della sinistra.
Nei giorni scorsi ho parlato di una sorta di
abbandono, di una abdicazione nei confronti del proprio ruolo da
parte dei Ds. Mi riferivo alla vicenda delle foibe. Le foibe
sono una storia tragica ed esecranda, non ho dubbi e nessuno di
noi può avere dubbi al riguardo. Ma il punto è un altro. E'
grave che i compagni dei Ds non abbiano compreso che attorno a
quella vicenda era in atto, è in atto, una vergognosa
strumentalizzazione politica. E' giusto esprimere un giudizio di
condanna per la vicenda delle foibe, ma perché non
differenziarsi dalle posizioni di Forza Italia, dalle posizioni
del Ccd, della Lega, di Alleanza Nazionale? Perché accettare di
fare una risoluzione insieme a loro, perché questa rincorsa
bipartisan? Perché non mettere in evidenza come il dramma delle
foibe va inquadrato storicamente? Perché non ricordare le
efferatezze del fascismo di frontiera, la italianizzazione
forzata di quelle zone, il carico di rancore accumulato dalle
popolazioni slave? Niente di tutto questo. Io ero lì alla Camera
quando si è discusso e si è votato ed ho sentito i discorsi dei
fascisti, li chiamo fascisti perché tali sono quei deputati di
Alleanza Nazionale. Ebbene hanno osato equiparare le foibe alla
Shoa, una tragedia immensa, la più grave tragedia del secolo
scorso. Compagni dei Ds non avete sentito dei brividi dentro di
voi? Non avete sentito il dovere morale e politico di ribellarvi
a questa lettura della storia, di differenziarvi da queste forze
apertamente revansciste e reazionarie?
Ho sentito con le mie orecchie parlare di terre
irredente, che abbiamo cedute allo straniero, sono parole
testuali, senza combattere: Zara, Pola, Fiume, Istria. Come
senza combattere? Tra i banchi di An vi sono coloro che hanno
sostenuto e continuano a sostenere le scelte del regime
fascista. Un regime che ha voluto fare la guerra, che ha portato
la guerra in quelle terre, che si è alleato coi nazisti, che ha
aggredito quel popolo, quel Paese. C'è del revanscismo e in
effetti qualcuno di loro, lealmente, coraggiosamente, ma
vergognosamente si è alzato per dire, "non ce l'abbiamo tanto
con Palmiro Togliatti, sono parole loro, ce l'abbiamo con i
governi che si sono succeduti dopo il 1946. Ce l'abbiamo con le
scelte di Alcide De Gasperi e ce l'abbiamo persino con le scelte
successive, con il trattato di Osimo che metteva fine al
contrasto fra l'Italia e la Jugoslavia, ce l'abbiamo con i
governi di Moro e Andreotti".
Il fatto è serio, è grave e l'ho voluto citare
ampiamente perché mi porta a fare quelle considerazioni che
facevo prima e cioè che vi è una rincorsa a ricercare una
propria collocazione sulle posizioni più moderate e in questo
caso anche le più inaccettabili.
C’è un vuoto, c'è un vuoto che si determina a
sinistra e che dobbiamo colmare, che va colmato. In Italia sono
milioni le donne, gli uomini, i giovani, i lavoratori che si
sentono di sinistra, che vogliono sostenere una politica di
sinistra nell'ambito di una grande alleanza democratica, per
vincere, per andare avanti, per costruire una nuova direzione
politica, economica e sociale del nostro Paese e certo non
possiamo pensare, né pretendere che noi da soli, ne abbiamo
piena coscienza, possiamo riempire questo vuoto, perché è un
vuoto grande e grave.
Perché allora non rispondere a questo nostro
appello appassionato, di chi come noi dedica tutta la propria
esistenza alla grande e nobile battaglia della sinistra, di una
sinistra italiana che possa finalmente costruire un avvenire
diverso? Perché allora non accogliere, non riflettere, non
discutere, non confrontarsi su quella proposta che avanziamo da
tempo e che ancora oggi, come lo era nel 1991, ma oggi ancora
più chiaramente, è l'unica via per potere ridare alla sinistra -
pure nelle diversità culturali, nelle diversità politiche, nelle
diversità di temperamento - un suo ruolo forte nella vicenda
italiana? Noi vogliamo e lavoriamo per una grande confederazione
della sinistra, una confederazione fra tutte le forze della
sinistra. All'appello all'unità che ci viene rivolto noi
rispondiamo che per quanto riguarda il centrosinistra è chiaro
che ci sentiamo, siamo, se si può dire, più unitari di tutti,
perché per l'unità del centrosinistra, per la vita del
centrosinistra nel 1998 non abbiamo esitato a compiere quello
che tutti sappiamo. Eravamo quasi al 10% dei voti, ma non
abbiamo fatto calcoli di partito, non abbiamo pensato a quel che
avremmo potuto guadagnare o perdere. Abbiamo sentito imperiosa
l'esigenza democratica, l'esigenza nazionale, l'esigenza del
Paese, l'esigenza della sinistra.
Ho sentito l'appello di Romano Prodi; abbiamo
parlato con lui e non soltanto nei giorni scorsi e conosciamo il
suo punto di vista e credo, Prodi me lo consentirà, di non
rivelare nessun particolare segreto se vi dico quello che Prodi
ci ha detto: "Io - ci ha spiegato Prodi - non chiedo a
Diliberto, a Cossutta, ai Comunisti italiani di entrare nella
lista unitaria per le elezioni europee. Anzi vi dico che voi
potete, dentro al centrosinistra, ma con la vostra autonomia,
con il vostro simbolo, con la vostra specificità, dare un grande
contributo generale al centrosinistra". Prodi, che non è uomo di
sinistra, ha aggiunto: "Io sento che ci può essere un disagio
nel popolo della sinistra, un disagio che si può manifestare nel
non voto, che può alimentare delusione e distacco. Voi avete il
grande compito di potere intercettare questi sentimenti, queste
ansie e queste preoccupazioni". Ecco noi cerchiamo di fare
questo e sosteniamo la necessità appunto di riuscire all'interno
dello schieramento democratico di fare rivivere, di fare sentire
la forza della sinistra. Non è una questione meramente
elettorale, certo le elezioni quando ci sono bisogna vincerle.
Abbiamo le condizioni per vincerle, per battere Berlusconi.
Vi sono oggi le premesse per ottenere finalmente
una vittoria nei confronti di questa destra così vergognosa e
pericolosa. Ma non è solo una questione elettorale. Attenti,
attenti tutti. Non è lontano il giorno in cui sarà riproposto di
nuovo all'ordine del giorno per l'Italia e per l'Europa il tema
del socialismo. Non mancherà molto al giorno in cui apparirà
chiaro quello che per noi comunisti è chiaro da sempre: che il
capitalismo non è in grado, non può, non sa e non può risolvere
le contraddizioni che determinano queste lacerazioni nella
società, sulla pace e sulla guerra, sulla condizione di vita,
sull'esistenza, sul salario, sulle pensioni, sulla sanità, sulla
scuola. Non può risolvere queste contraddizioni il capitalismo,
perché sono le sue contraddizioni e sempre più emerge la
necessità di una diversa direzione economica, un'economia
fondata su delle scelte che non siano affidate semplicemente e
soltanto al libero mercato, ma che richiedono un intervento, una
valutazione, una programmazione pubblica. Altro che meno stato e
più mercato! Oggi in tutti i campi si sente con forza la
necessità di privilegiare l'intervento pubblico, l'interesse
generale. Essere portatori di questa esigenza vuol dire
corrispondere fino in fondo al dettato della Costituzione, a
quelle norme che sono sancite con tanta chiarezza nella
Costituzione della Repubblica circa la necessità dell'intervento
pubblico nell'economia. Essere portatori di questa esigenza vuol
dire tornare a dare centralità ai grandi temi del lavoro, dei
lavoratori, delle loro condizioni, del loro ruolo, della loro
funzione. Questo vuol dire oggi dare alla sinistra il suo ruolo
e il suo significato. Essere comunisti oggi vuol dire appunto
essere fino in fondo e coerentemente di sinistra, di una
sinistra che è un'esigenza del presente, concreta, attuale.
Il governo Berlusconi è il campione della visione
privatistica, esclusivistica, dell'economia e della società.
Berlusconi può fare tutto quello che vuole, potrà ingannare
tanta parte dell'opinione pubblica con le sue menzogne, con la
sua propaganda, con le sue televisioni, con le sue barzellette,
ma non potrà risolvere le contraddizioni che sono presenti nella
sua politica, perché queste contraddizioni si possono risolvere
soltanto con una politica diversa, cacciando questa destra e
portando alla direzione del Paese una nuova direzione politica.
Berlusconi in questi giorni ha detto che i
politici sono tutti ladri. Queste sue parole non mi hanno
meravigliato; non sono delle gaffe, sono meditate, sono
l'espressione del suo pensiero, della sua concezione, della sua
visione del mondo. Qualche settimana, a proposito della
verifica, ha detto che si fanno troppe discussioni e che quando
dirigeva la sua azienda (come se adesso non lo facesse!) la sera
prendeva le decisioni e la mattina dopo la decisione veniva
attuata. Cosa voleva dire quel messaggio?
"Datemi più potere. Liberatemi da queste
discussioni, da queste esigenze della democrazia, da questi
confronti". Non viene mai in parlamento l'onorevole Berlusconi.
Credo che non ci sia capo di governo in nessuna parte del mondo
che è così assente dal proprio Parlamento, perché tutto quello
che li è discussione, confronto, dibattito è per lui una perdita
di tempo. Oggi l'attacco lo fa direttamente alla politica e ai
politici in una forma di qualunquismo, che non ha precedenti,
becero peggio di Bossi. Un qualunquismo vergognoso. Se la prende
con i corrotti e fa bene, ma i corrotti sono soprattutto quelli
della sua parte, quelli che sono con lui, quelli che erano con
lui nel passato. Ma egli se la prende anche con la politica. Ha
detto, "questi politici non hanno mai lavorato". Io ho lavorato
tutta la mia vita e sono al culmine della mia vita e la mia vita
è stata dedicata interamente alla politica e chi sceglie questa
strada e chi si impegna nella politica sa che con la propria
attività non deve risolvere i propri problemi personali, quelli
della propria famiglia, ma deve preoccuparsi degli interessi
generali, degli interessi della collettività e dell'intera
società.
Uno dei più grandi filosofi del secolo scorso,
Benedetto Croce, eravamo ancora con un pezzo dell'Italia
occupata dai nazifascismi, ebbe a scrivere di Togliatti - che
egli non conosceva se non per qualche cosa che aveva letto o che
gli avevano detto - quello che per lui era il più grande elogio:
totus politicus, è interamente un uomo politico che fa della sua
attività politica tutta quanta la propria vita. Ed è stata
questa scelta che ha portato uomini politici di grande
responsabilità, che dovevano prendere decisioni che andavano
bene al di là dell'orizzonte ristretto - sia pure importante dei
propri interessi personali o familiari - a dedicare fino in
fondo la propria esistenza alla politica. Penso a tre uomini che
sono stati i più popolari, i più famosi, i più capaci dirigenti
comunisti degli ultimi sessant'anni: Giuseppe Di Vittorio che
muore inaugurando una Camera del lavoro, colpito dallo stress;
Palmiro Togliatti che muore a Yalta colpito dallo stress ed
Enrico Berlinguer che muore a Padova, colpito anch'egli dallo
stress. uomini che hanno dedicato interamente la loro vita alla
lotta politica, a grandi ideali della politica.
A questa visione della politica, a questa nobiltà
della politica dobbiamo educare i nostri figli, i nostri nipoti,
i giovani italiani. Desidero chiudere questo mio intervento
leggendovi un brano di un saggio di Palmiro Togliatti su Antonio
Gramsci. Scriveva Togliatti: "La politica è al vertice delle
attività umane e così acquista carattere di scienza. Non è più
un momento passionale e non è più meschina mostra di abilità. È
il risultato di approfondita ricerca delle condizioni in cui si
muovono le società umane, i gruppi che le compongono e i
singoli". E soggiunge: "Nella politica è contenuta tutta la
filosofia reale di ognuno. Nella politica sta la sostanza della
storia. Fare della politica per noi comunisti significa agire
per trasformare il mondo".
Non ho altro da aggiungere. E' quello che io
penso, è quello che noi pensiamo. Veniamo da lì ed è per questo
che diciamo - pensate al valore di questa frase stupenda - si
veniamo da lì, veniamo da lontano e andremo lontano.

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