Intervento
del presidente,
Armando Cossutta,
al III Congresso del Partito dei Comunisti Italiani

Rimini, 20 – 22 febbraio 2004

 

Rimini, 21 febbraio 2004

 

Care compagne, cari compagni credo che possiamo considerarci soddisfatti di questo nostro Congresso. Ho apprezzato la bella relazione del compagno Diliberto, puntuale, lucida, che ha portato un grande contributo alla elaborazione, alla definizione della nostra linea politica e della nostra strategia generale. È un Congresso che si rivela significativo, di cui possiamo essere appunto soddisfatti, per la partecipazione di tante autorevoli delegazioni di partiti democratici, di organizzazioni popolari, di forze culturali e per la numerosa partecipazione delle delegazioni dei partiti comunisti, socialisti, della sinistra di ogni continente che hanno accolto il nostro invito. E c'è da essere soddisfatti, perché il fatto che il nostro Congresso abbia questi requisiti, queste caratteristiche positive, è dovuto alla capacità che il nostro partito ha saputo dimostrare in questi ultimi tempi di mettersi al centro dell'attenzione, dell'interesse, di strati molto vasti dell'opinione pubblica e delle forze democratiche del nostro Paese.

Siamo un partito giovane, un partito che ha ancora un esiguo numero di voti, eppure lo avete visto, lo avete sperimentato, nelle vostre province, lo abbiamo capito qui, il nostro è un partito in crescita - per certi aspetti anche impetuosa - sia per la quantità dei nuovi aderenti, dei nuovi simpatizzanti, sia per la loro qualità politica e culturale. La verità è che oggi si sente in modo più incisivo il ruolo che noi possiamo esercitare nella vita del Paese e che già in qualche modo riusciamo ad esercitare.

Si è determinato, si sta determinando un vuoto preoccupante a sinistra. Certi difetti, certi errori, certi ritardi della sinistra italiana non sono di oggi, durano da tempo e vengono da lontano e pur tuttavia oggi, in modo persino clamoroso, tutto questo si manifesta in maniera evidente. Questo vuoto è reso esplicito, chiaro per tutti, di fronte alle ultime più recenti decisioni delle forze della sinistra italiana, della tradizionale sinistra italiana. La formazione della lista unitaria Ds, Margherita, Socialisti, Repubblicani per le elezioni europee, la prospettiva del partito riformista, e le scelte moderate che in qualche modo già erano state compiute e che oggi si rendono inevitabili rispetto a queste determinazioni, hanno disorientato, amaramente disorientato, tanta e tanta parte del popolo della sinistra che sente venir meno un punto di riferimento che è sempre stato forte e tradizionale. Mi riferisco alle decisioni a proposito della situazione dell'Iraq. Decisioni incredibili e gravi.

È in corso un dibattito, non ho nessuna intenzione di interferire in esso, nelle file dei Democratici di sinistra, nei loro gruppi parlamentari. Ebbene a me non interessa di potere dire domani: "avete sbagliato e abbiamo avuto ragione noi a farvi la critica". No, io guardo da comunista, da uomo della sinistra, da democratico, alla posizione sull'Iraq assunta al Senato dalla lista unitaria, dai Ds. Cari compagni Ds mi auguro che voi sconfessiate, smentiate, questa mia valutazione negativa nei vostri confronti e che il vostro gruppo parlamentare alla Camera dica di no in modo compatto alla decisione del governo di rifinanziare la missione militare. Mi auguro che tutto il centrosinistra si schieri per il ritiro dei nostri soldati dall'Iraq, così come mi auguro che tante posizioni non comprensibili, non accettabili che sono state manifestate in queste settimane sulle questioni economiche e sociali vengano corrette. Mi interessa ottenere dei risultati che siano positivi per le condizioni del nostro Paese, per le condizioni dei lavoratori, dei cittadini italiani.

Il vuoto a sinistra oggi si rende palese. Ma gli errori, i difetti, i ritardi non sono cominciati oggi, si manifestano da tempo. Quello che ora emerge con chiarezza è la critica netta e diffusa a questi errori e ritardi. Quello che ora emerge prepotentemente è che la critica alla deriva moderata dei Democratici di sinistra si manifesta in modo clamoroso e toccando strati sempre più vasti di militanti ed elettori che finora avevano avuto dubbi, incertezze ed esitazioni nel definire una loro valutazione critica. È come un fiume carsico, procede sottoterra e poi esce in superficie, diventa consapevolezza. Ricordate compagni quello che successe nel 1991? C'è qualche cosa di analogo. Allora, quando fu deciso lo scioglimento del partito comunista italiano ci fu nel popolo della sinistra un disagio molto forte e per certi versi una ribellione. Quella decisione era il frutto di una trasformazione che durava negli anni, quella che alcuni di noi definirono una mutazione genetica. Ma i pericolo che noi denunciavamo non erano colti, non erano avvertiti, non erano capiti. Con il cambiamento del nome, con la fine del Pci, improvvisamente venne nella coscienza, nella mente, nel cuore di tanta e tanta gente, la drammatica presa d'atto che si stava determinando una profonda rottura con le proprie tradizioni, con i propri ideali, con le proprie radici teoriche, politiche, generali. Ecco oggi noi ci troviamo di fronte a qualche cosa di analogo e credo che i compagni dirigenti dei Democratici di sinistra debbano riflettere attentamente su quello che sta succedendo.

Si parla di aggressione nei confronti della situazione interna dei Democratici di sinistra. Vi sarebbe da parte del nostro partito, di altre forze della sinistra una sorta di aggressione per mettere in difficoltà il partito dei Democratici di sinistra. Non è nostra intenzione, non è nei nostri intenti. Chiediamo ai compagni dei Ds di riflettere, di cercare di interpretare, di capire quello che sta succedendo. Nel 1991 il gruppo dirigente di quello che divenne poi il Pds non aveva capito quello che stava avvenendo.

Ci trovavamo a Rimini in quel 1991, in questa stessa sala, e quando ci alzammo con Sergio Garavini, Lucio Libertini e altri per andar fuori, per dar vita ad una nuova formazione comunista, sembravamo un piccolo gruppo fanatico, fuori della realtà. Sembravamo e apparivamo una minoranza sparuta, al quale non si dava nessuna importanza. Non si era capito che c'era qualche cosa di profondo dentro la società, qualche cosa di profondo dentro il mondo, il grande mondo che aveva dato tanti e tanti consensi, tanti milioni di voti al partito dei comunisti. E infatti quel piccolo gruppo era l'espressione di un movimento più grande. Lo si vide subito; quel piccolo gruppo diede vita ad una formazione comunista che soltanto un anno dopo il congresso di Rimini ottenne alle elezioni politiche, senza avere un soldo, senza avere una sede, il 6% dei voti. E quando un anno dopo, nel 1993, si votò in alcune grandi città, a Milano e a Torino quella piccola formazione comunista ottenne più voti dello stesso Pds. Era quella la conferma che avevamo capito, che avevamo compreso i bisogni, le aspettative, di una grande parte del popolo della sinistra.

Il compagno Fassino ieri, nel suo apprezzato intervento, ha rivolto un appello all'unità. E' un appello al quale noi siamo particolarmente sensibili, ma vorrei dire a Fassino che per quanto ci riguarda l'appello all'unità non solo noi lo raccogliamo, noi stessi lo avanziamo e non da oggi.

Quella che noi chiediamo innanzitutto è la grande unità democratica per il centrosinistra, dentro al centrosinistra. Abbiamo imparato e sappiamo - per la nostra formazione politica, per la nostra analisi della realtà - che non vi è speranza in Italia, e non soltanto in Italia, di poter resistere all'aggressività, all'arroganza, alla prepotenza, alla potenza della destra e non vi è speranza di poter tenere aperte le porte ad un rinnovamento democratico e al cambiamento se non vi è un'alleanza fra forze democratiche tra di loro diverse, forze di sinistra e forze che non sono di sinistra ma sono democratiche. Su questo la nostra è una convinzione totale, piena, rigorosa, ma quello che noi oggi diciamo e che voglio dire al compagno Fassino è che questa unità delle forze democratiche non deve, non può annullare la presenza, l'incisività, la forza politica, morale e ideale della sinistra che deve riuscire a mantenere la propria caratteristica, il proprio ruolo, la propria funzione, all'interno di questo schieramento democratico. E invece si abdica a questo ruolo. Non ci si deve allora meravigliare se di fronte a quello che oggi appare e chiaro - la deriva dei Ds - vi sono tante e così vaste e così diverse reazioni da parte di settori significativi del mondo della sinistra.

Un conto è stabilire l'alleanza con le forze moderate - è indispensabile ricercare questa alleanza - ma un altro conto è appiattirsi su posizioni moderate, rincorrerle, farle proprie. Il compagno Massimo D'Alema nei giorni scorsi in una sua dichiarazione, ha detto: "abbiamo sbagliato negli anni passati a rincorrere le posizioni iperliberiste, è stato un errore e lo abbiamo anche pagato caro". E' una riflessione seria che riguarda il passato. Ma oggi caro D'Alema, caro Fassino non vi rendete conto che con queste posizioni, con queste decisioni, con queste scelte, finite di rincorrere delle posizioni, non so se posso definirle iperliberiste, ma certamente delle posizioni moderate? Con il cosiddetto buonsenso, col buonismo si accontenta una parte dell'opinione pubblica, ma si determina un distacco profondo con il modo di pensare, con la coscienza di tanta parte del popolo della sinistra.

Nei giorni scorsi ho parlato di una sorta di abbandono, di una abdicazione nei confronti del proprio ruolo da parte dei Ds. Mi riferivo alla vicenda delle foibe. Le foibe sono una storia tragica ed esecranda, non ho dubbi e nessuno di noi può avere dubbi al riguardo. Ma il punto è un altro. E' grave che i compagni dei Ds non abbiano compreso che attorno a quella vicenda era in atto, è in atto, una vergognosa strumentalizzazione politica. E' giusto esprimere un giudizio di condanna per la vicenda delle foibe, ma perché non differenziarsi dalle posizioni di Forza Italia, dalle posizioni del Ccd, della Lega, di Alleanza Nazionale? Perché accettare di fare una risoluzione insieme a loro, perché questa rincorsa bipartisan? Perché non mettere in evidenza come il dramma delle foibe va inquadrato storicamente? Perché non ricordare le efferatezze del fascismo di frontiera, la italianizzazione forzata di quelle zone, il carico di rancore accumulato dalle popolazioni slave? Niente di tutto questo. Io ero lì alla Camera quando si è discusso e si è votato ed ho sentito i discorsi dei fascisti, li chiamo fascisti perché tali sono quei deputati di Alleanza Nazionale. Ebbene hanno osato equiparare le foibe alla Shoa, una tragedia immensa, la più grave tragedia del secolo scorso. Compagni dei Ds non avete sentito dei brividi dentro di voi? Non avete sentito il dovere morale e politico di ribellarvi a questa lettura della storia, di differenziarvi da queste forze apertamente revansciste e reazionarie?

Ho sentito con le mie orecchie parlare di terre irredente, che abbiamo cedute allo straniero, sono parole testuali, senza combattere: Zara, Pola, Fiume, Istria. Come senza combattere? Tra i banchi di An vi sono coloro che hanno sostenuto e continuano a sostenere le scelte del regime fascista. Un regime che ha voluto fare la guerra, che ha portato la guerra in quelle terre, che si è alleato coi nazisti, che ha aggredito quel popolo, quel Paese. C'è del revanscismo e in effetti qualcuno di loro, lealmente, coraggiosamente, ma vergognosamente si è alzato per dire, "non ce l'abbiamo tanto con Palmiro Togliatti, sono parole loro, ce l'abbiamo con i governi che si sono succeduti dopo il 1946. Ce l'abbiamo con le scelte di Alcide De Gasperi e ce l'abbiamo persino con le scelte successive, con il trattato di Osimo che metteva fine al contrasto fra l'Italia e la Jugoslavia, ce l'abbiamo con i governi di Moro e Andreotti".

Il fatto è serio, è grave e l'ho voluto citare ampiamente perché mi porta a fare quelle considerazioni che facevo prima e cioè che vi è una rincorsa a ricercare una propria collocazione sulle posizioni più moderate e in questo caso anche le più inaccettabili.

C’è un vuoto, c'è un vuoto che si determina a sinistra e che dobbiamo colmare, che va colmato. In Italia sono milioni le donne, gli uomini, i giovani, i lavoratori che si sentono di sinistra, che vogliono sostenere una politica di sinistra nell'ambito di una grande alleanza democratica, per vincere, per andare avanti, per costruire una nuova direzione politica, economica e sociale del nostro Paese e certo non possiamo pensare, né pretendere che noi da soli, ne abbiamo piena coscienza, possiamo riempire questo vuoto, perché è un vuoto grande e grave.

Perché allora non rispondere a questo nostro appello appassionato, di chi come noi dedica tutta la propria esistenza alla grande e nobile battaglia della sinistra, di una sinistra italiana che possa finalmente costruire un avvenire diverso? Perché allora non accogliere, non riflettere, non discutere, non confrontarsi su quella proposta che avanziamo da tempo e che ancora oggi, come lo era nel 1991, ma oggi ancora più chiaramente, è l'unica via per potere ridare alla sinistra - pure nelle diversità culturali, nelle diversità politiche, nelle diversità di temperamento - un suo ruolo forte nella vicenda italiana? Noi vogliamo e lavoriamo per una grande confederazione della sinistra, una confederazione fra tutte le forze della sinistra. All'appello all'unità che ci viene rivolto noi rispondiamo che per quanto riguarda il centrosinistra è chiaro che ci sentiamo, siamo, se si può dire, più unitari di tutti, perché per l'unità del centrosinistra, per la vita del centrosinistra nel 1998 non abbiamo esitato a compiere quello che tutti sappiamo. Eravamo quasi al 10% dei voti, ma non abbiamo fatto calcoli di partito, non abbiamo pensato a quel che avremmo potuto guadagnare o perdere. Abbiamo sentito imperiosa l'esigenza democratica, l'esigenza nazionale, l'esigenza del Paese, l'esigenza della sinistra.

Ho sentito l'appello di Romano Prodi; abbiamo parlato con lui e non soltanto nei giorni scorsi e conosciamo il suo punto di vista e credo, Prodi me lo consentirà, di non rivelare nessun particolare segreto se vi dico quello che Prodi ci ha detto: "Io - ci ha spiegato Prodi - non chiedo a Diliberto, a Cossutta, ai Comunisti italiani di entrare nella lista unitaria per le elezioni europee. Anzi vi dico che voi potete, dentro al centrosinistra, ma con la vostra autonomia, con il vostro simbolo, con la vostra specificità, dare un grande contributo generale al centrosinistra". Prodi, che non è uomo di sinistra, ha aggiunto: "Io sento che ci può essere un disagio nel popolo della sinistra, un disagio che si può manifestare nel non voto, che può alimentare delusione e distacco. Voi avete il grande compito di potere intercettare questi sentimenti, queste ansie e queste preoccupazioni". Ecco noi cerchiamo di fare questo e sosteniamo la necessità appunto di riuscire all'interno dello schieramento democratico di fare rivivere, di fare sentire la forza della sinistra. Non è una questione meramente elettorale, certo le elezioni quando ci sono bisogna vincerle. Abbiamo le condizioni per vincerle, per battere Berlusconi.

Vi sono oggi le premesse per ottenere finalmente una vittoria nei confronti di questa destra così vergognosa e pericolosa. Ma non è solo una questione elettorale. Attenti, attenti tutti. Non è lontano il giorno in cui sarà riproposto di nuovo all'ordine del giorno per l'Italia e per l'Europa il tema del socialismo. Non mancherà molto al giorno in cui apparirà chiaro quello che per noi comunisti è chiaro da sempre: che il capitalismo non è in grado, non può, non sa e non può risolvere le contraddizioni che determinano queste lacerazioni nella società, sulla pace e sulla guerra, sulla condizione di vita, sull'esistenza, sul salario, sulle pensioni, sulla sanità, sulla scuola. Non può risolvere queste contraddizioni il capitalismo, perché sono le sue contraddizioni e sempre più emerge la necessità di una diversa direzione economica, un'economia fondata su delle scelte che non siano affidate semplicemente e soltanto al libero mercato, ma che richiedono un intervento, una valutazione, una programmazione pubblica. Altro che meno stato e più mercato! Oggi in tutti i campi si sente con forza la necessità di privilegiare l'intervento pubblico, l'interesse generale. Essere portatori di questa esigenza vuol dire corrispondere fino in fondo al dettato della Costituzione, a quelle norme che sono sancite con tanta chiarezza nella Costituzione della Repubblica circa la necessità dell'intervento pubblico nell'economia. Essere portatori di questa esigenza vuol dire tornare a dare centralità ai grandi temi del lavoro, dei lavoratori, delle loro condizioni, del loro ruolo, della loro funzione. Questo vuol dire oggi dare alla sinistra il suo ruolo e il suo significato. Essere comunisti oggi vuol dire appunto essere fino in fondo e coerentemente di sinistra, di una sinistra che è un'esigenza del presente, concreta, attuale.

Il governo Berlusconi è il campione della visione privatistica, esclusivistica, dell'economia e della società. Berlusconi può fare tutto quello che vuole, potrà ingannare tanta parte dell'opinione pubblica con le sue menzogne, con la sua propaganda, con le sue televisioni, con le sue barzellette, ma non potrà risolvere le contraddizioni che sono presenti nella sua politica, perché queste contraddizioni si possono risolvere soltanto con una politica diversa, cacciando questa destra e portando alla direzione del Paese una nuova direzione politica.

Berlusconi in questi giorni ha detto che i politici sono tutti ladri. Queste sue parole non mi hanno meravigliato; non sono delle gaffe, sono meditate, sono l'espressione del suo pensiero, della sua concezione, della sua visione del mondo. Qualche settimana, a proposito della verifica, ha detto che si fanno troppe discussioni e che quando dirigeva la sua azienda (come se adesso non lo facesse!) la sera prendeva le decisioni e la mattina dopo la decisione veniva attuata. Cosa voleva dire quel messaggio?

"Datemi più potere. Liberatemi da queste discussioni, da queste esigenze della democrazia, da questi confronti". Non viene mai in parlamento l'onorevole Berlusconi. Credo che non ci sia capo di governo in nessuna parte del mondo che è così assente dal proprio Parlamento, perché tutto quello che li è discussione, confronto, dibattito è per lui una perdita di tempo. Oggi l'attacco lo fa direttamente alla politica e ai politici in una forma di qualunquismo, che non ha precedenti, becero peggio di Bossi. Un qualunquismo vergognoso. Se la prende con i corrotti e fa bene, ma i corrotti sono soprattutto quelli della sua parte, quelli che sono con lui, quelli che erano con lui nel passato. Ma egli se la prende anche con la politica. Ha detto, "questi politici non hanno mai lavorato". Io ho lavorato tutta la mia vita e sono al culmine della mia vita e la mia vita è stata dedicata interamente alla politica e chi sceglie questa strada e chi si impegna nella politica sa che con la propria attività non deve risolvere i propri problemi personali, quelli della propria famiglia, ma deve preoccuparsi degli interessi generali, degli interessi della collettività e dell'intera società.

Uno dei più grandi filosofi del secolo scorso, Benedetto Croce, eravamo ancora con un pezzo dell'Italia occupata dai nazifascismi, ebbe a scrivere di Togliatti - che egli non conosceva se non per qualche cosa che aveva letto o che gli avevano detto - quello che per lui era il più grande elogio: totus politicus, è interamente un uomo politico che fa della sua attività politica tutta quanta la propria vita. Ed è stata questa scelta che ha portato uomini politici di grande responsabilità, che dovevano prendere decisioni che andavano bene al di là dell'orizzonte ristretto - sia pure importante dei propri interessi personali o familiari - a dedicare fino in fondo la propria esistenza alla politica. Penso a tre uomini che sono stati i più popolari, i più famosi, i più capaci dirigenti comunisti degli ultimi sessant'anni: Giuseppe Di Vittorio che muore inaugurando una Camera del lavoro, colpito dallo stress; Palmiro Togliatti che muore a Yalta colpito dallo stress ed Enrico Berlinguer che muore a Padova, colpito anch'egli dallo stress. uomini che hanno dedicato interamente la loro vita alla lotta politica, a grandi ideali della politica.

A questa visione della politica, a questa nobiltà della politica dobbiamo educare i nostri figli, i nostri nipoti, i giovani italiani. Desidero chiudere questo mio intervento leggendovi un brano di un saggio di Palmiro Togliatti su Antonio Gramsci. Scriveva Togliatti: "La politica è al vertice delle attività umane e così acquista carattere di scienza. Non è più un momento passionale e non è più meschina mostra di abilità. È il risultato di approfondita ricerca delle condizioni in cui si muovono le società umane, i gruppi che le compongono e i singoli". E soggiunge: "Nella politica è contenuta tutta la filosofia reale di ognuno. Nella politica sta la sostanza della storia. Fare della politica per noi comunisti significa agire per trasformare il mondo".

Non ho altro da aggiungere. E' quello che io penso, è quello che noi pensiamo. Veniamo da lì ed è per questo che diciamo - pensate al valore di questa frase stupenda - si veniamo da lì, veniamo da lontano e andremo lontano.


 





- La prolusione sul revisionismo storico di Luciano Canfora
- La relazione del Segretario: O. Diliberto

- Intervento del Presidente: A. Cossutta
- Le conclusioni del Segretario Diliberto
- Il saluto di Romano Prodi
- Gli ordini del giorno
- I nuovi organismi dirigenti
- Segreteria e Direzione Nazionale
-
I lavori al congresso: le Commissioni
- Il documento politico
(senza gli emendamenti approvati)
-
Il documento sul partito
- Il regolamento congressuale