La relazione introduttiva
del segretario nazionale,
Oliviero Diliberto,
al III Congresso del Partito dei Comunisti Italiani

Rimini, 20 – 22 febbraio 2004

 

Rimini, 20 febbraio 2004

 

Carissime compagne e carissimi compagni,

gentili ospiti,

siamo tornati a Rimini. Nella città, cioè, ove tredici anni fa veniva sciolto il Partito Comunista Italiano. Era l'inizio di una diaspora, di quella sorta di big bang che, nel giro di pochi anni, avrebbe condotto alla nascita di tre diversi partiti della sinistra che, pur in misura differente l'uno dall'altro, provengono da radici comuni.

Se, allora, in quell'ormai lontano 1991, fosse stata accolta la proposta, avanzata da alcuni di noi, di costituire una confederazione di partiti della sinistra, l'uno non più comunista e l'altro invece ancora tale, forse avremmo evitato le lacerazioni che sono oggi di fronte agli occhi di tutti.

È un tema - per quanto ci riguarda - ancora aperto, vivo, attualissimo.

È il tema, grande e decisivo, della sinistra nel nostro Paese: perché l'Italia, come cercherò di spiegare, ha per davvero bisogno di sinistra.

1. Anche in quel gennaio del 1991, la guerra segnava di sé, pesantemente, la scena mondiale: e proprio la guerra rappresentò - come molti ricorderanno - la prima lacerazione dell'allora Pci, alla vigilia della scissione, con la clamorosa dissociazione in aula, rispetto alla decisione della maggioranza del partito, di un gruppo autorevole di parlamentari, guidato da chi è oggi presidente del nostro partito, il compagno Armando Cossutta.

Oggi, dunque, a distanza di anni, possiamo affermare che la prima Guerra del Golfo, quella di Bush padre, inaugurava - pur in un contesto e con motivazioni diverse - una stagione nella quale la guerra è intesa come attività sostitutiva della politica estera, della diplomazia. Iraq, Afghanistan, Kossovo, ancora Iraq, senza dimenticare la tragedia palestinese, elemento ahimè costante dello scenario internazionale: la guerra non è solo preventiva, è permanente. E' la risposta degli Stati Uniti e di alcuni dei suoi alleati - non tutti - allo squilibrio mondiale seguito al crollo dell'Unione Sovietica.

Nessuna delle ottimistiche previsioni seguite al quel crollo si è verificata. Nessuna età dell'oro, di pace, di prosperità. Anzi, le divisioni si sono acuite. Una guerra non convenzionale, quella del terrore internazionale, ha preso il posto dei cosiddetti conflitti locali. Le istituzioni internazionali, ad iniziare dalle Nazioni Unite, figlie dell'equilibrio costituito all'indomani della Seconda Guerra Mondiale, sono drammaticamente in crisi. Una sola grande potenza domina la scena mondiale.

Ma gli Usa, che nella storia dell'umanità non sono mai stati così forti, paradossalmente non sono mai stati anche così deboli, così esposti, così vulnerabili. L' 11 settembre si spiega così. La potenza più forte - l'unica rimasta - ha anche le più grandi responsabilità. Ma poiché la disperazione, la povertà, il sottosviluppo, le spaventose disuguaglianze, le carestie, le epidemie bibliche, sono aspetti del pianeta che tendono ad accentuarsi piuttosto che a ridursi, la risposta armata del terrore diventa elemento permanente e si rivolge contro chi, avendone le possibilità, non interviene per affrontare quei problemi.

Gli Usa vivono come in un bunker assediato. E non si pongono la domanda di fondo: perché tanto odio nei nostri confronti?

Il mondo è diventato più insicuro, più fragile, più ingiusto.

Dietro il teorema dell'esportabilità della democrazia - del modello occidentale di democrazia - si cela, in modo evidente, una volontà neocoloniale ed imperialista.

Altro che armi di distruzione di massa! La volontà di dominio del mondo è alla radice della logica della guerra permanente e preventiva. Altro che diritti umani! I diritti sono tali se valgono per tutti ed ad ogni latitudine: in Iraq, ma anche per le popolazioni palestinesi, come per i detenuti dell'orrenda base di Guantanamo. Assistiamo al trionfo della asimmetria dei diritti umani.

Anche i dittatori non sono uguali tra loro. Bin Laden, lo stesso Saddam Hussein, nemici del cosiddetto Occidente, sono creature degli stessi americani. Ma la gerarchia dei nemici è - in questo contesto - sempre modificabile, relativa, priva di una qualsivoglia coerenza. I "Paesi canaglia" sono tali sin quando non collaborano con la potenza egemone del mondo.

Chiunque sa che il terrorismo non si sconfigge con la guerra, che, viceversa, lo alimenta. Non si sconfigge con gli embarghi, né con i muri.

La Palestina sta morendo e con lei il suo popolo. Ma invece di affrontare e risolvere - come chiedono tante, inattuate risoluzioni dell'Onu - questo enorme problema, la comunità internazionale assiste senza intervenire alla costruzione di un nuovo orrendo muro: nessuno ferma Sharon. Anche il Pontefice ha chiesto di costruire ponti tra i popoli, non muri, ma non viene ascoltata neppure la sua voce.

Ecco perché, in questo quadro di desolazione, morte e terrore, la battaglia per la pace assume valore fondante per la sinistra e per tutti i democratici, in ogni parte del pianeta. La pace come valore assoluto, senza subordinate.

La pace, che era stata caratteristica di una politica estera dell'Italia, amica ed alleata degli Usa, ma non subalterna, anche con governi che pure i comunisti contrastavano, è ormai, con la politica estera dell'attuale esecutivo, un lontano ricordo.

Truppe italiane, in un'umiliante posizione di sottomissione ad altre truppe, ad ufficiali di altri Paesi, occupano oggi l'Iraq. Un orrendo massacro di nostri uomini è stato perpetrato, alcuni mesi fa, a Nassirya. Siamo esposti al rischio del terrorismo al pari degli altri Paesi che si sono piegati al volere dell'amministrazione Bush.

Anche noi, ormai, siamo assediati nel bunker. Decenni di cooperazione, di amicizia, di solidarietà con il mondo islamico sono andati in fumo. Decenni di faticosa costruzione di una rete di relazioni diplomatiche nel Mediterraneo è stata perduta per la cieca subalternità del nostro governo a quello statunitense. Si tratta di una politica, quella che guarda al Mediterraneo, nel quadro dell'unità europea, che occorrerà risolutamente recuperare quando torneremo a governare noi.

Scelte dissennate, dicevo, da parte del governo italiano. I nostri uomini sono in Iraq in territorio di guerra, in spregio all'art. 11 della Costituzione, mandati allo sbaraglio, senza alcuna copertura diplomatica o politica, con un cinismo assoluto ed altrettanta retorica ipocrita quando essi sono stati trucidati.

Ecco perché noi chiediamo il ritiro immediato del contingente italiano. Noi non ci siamo limitati e non ci limitiamo, oggi, al cordoglio, forte e sincero, per le vittime di Nassirya e per le loro famiglie. Noi uniamo - ahimè, molto isolatamente nel mondo politico - al dolore, la rabbia.

Noi accusiamo. Accusiamo il governo. Lo accusiamo di essere responsabile moralmente e politicamente di quella strage. Ed abbiamo votato in Senato, pochi giorni fa, come faremo alla Camera, con la massima determinazione, per il ritiro delle nostre truppe, contro il rifinanziamento della missione in Iraq. E rimaniamo colpiti, certo non positivamente, per il fatto che la maggioranza delle forze del centro-sinistra, ed in particolare quelle che hanno scelto di presentarsi alle elezioni europee con il simbolo dell'Ulivo, simbolo di pace!, non abbiano fatto altrettanto.

Vi è un intero popolo che la pensa come noi, che ci chiede, come tante associazioni cattoliche e laiche, Emergency tra le prime, di non partecipare alla guerra. Non un uomo, non un supporto logistico, nessuna risorsa per la sporca guerra coloniale in Iraq.

Che sia l'Onu a gestire la transizione verso un nuovo Iraq, liberato dalle truppe occupanti. Si rechino in Iraq truppe armate dell'Onu, truppe veramente di pace, delle quali non devono far parte - ecco la nostra proposta, seria e concreta - uomini o mezzi delle nazioni che hanno partecipato alla guerra, con l'appoggio politico della Lega Araba. Così, si potrà riconquistare la fiducia delle popolazioni irakene, lavorare per la pace e per la democrazia, restituire l'Iraq, libero, al suo popolo. E' la linea dei nostri fratelli del PC Irakeno, sterminato a suo tempo proprio da Saddam, quando quest'ultimo era protetto ed armato dall'Occidente per combattere l'Iran, sterminare i Curdi con il gas ed eliminare i comunisti.

Ma, allora, Saddam era baluardo della democrazia occidentale!

Eppure, in un quadro così drammatico, vi è un mondo intero che non ha piegato la testa. Da Cuba al Brasile, dal Sud Africa alla Palestina, popoli interi combattono per la propria dignità, per il riscatto, per l'indipendenza. Siamo al loro fianco, spesso - ancora una volta - da soli. Siamo con il popolo palestinese in lotta per una pace giusta che porti alla nascita di un stato indipendente: unica, vera garanzia anche la sicurezza di Israele. Due popoli, due stati.

Così come siamo al fianco - e lo abbiamo dimostrato nei frangenti più difficili, ma gli amici veri si vedono proprio nel momento del bisogno - dell'esperienza straordinaria ed originale del socialismo di Cuba, questa piccola isola che ha mostrato a tutto il mondo, tra straordinarie difficoltà, che l'imperialismo può essere sconfitto.

Le delegazioni di questi Paesi e dei rispettivi partiti - molti dei quali al governo - sono qui con noi. Così come sono con noi le delegazioni dei partiti comunisti e progressisti di quattro continenti. Le salutiamo con l'affetto e la fraternità che contraddistinguono il nostro internazionalismo. Grazie di essere qui con noi.

Continueremo a batterci per la pace e per un mondo più giusto. E siamo fermamente convinti che l'Europa possa e debba assolvere - dopo il disastro del semestre a guida italiana - un ruolo sempre crescente negli equilibri mondiali. L'Europa può diventare motore di pace e cooperazione e, al contempo, elemento di riequilibrio dei poteri su scala planetaria, insieme alla Repubblica Popolare Cinese e ai nuovi governi democratici e di sinistra dell'America Latina, ad iniziare da quello di uno dei Paesi più grandi ed importanti del mondo, il Brasile di Lula.

Ma l'Europa potrà assolvere a tale funzione se imboccherà con maggiore decisione il cammino dell'unità politica, non solo economica e monetaria. Noi lavoriamo per l'unità dell'Europa; crediamo che vada corretta, ma non derubricata, la Carta dei diritti, ove un peso ben maggiore devono trovare il tema della pace e le questioni sociali; lavoriamo per maggiori poteri al Parlamento europeo; e siamo convinti che se l'Unione Europea vorrà assolvere ad un ruolo internazionale, autonomo anche rispetto alla Nato - anacronistica presenza di un passato ormai sepolto -, l'UE si dovrà necessariamente dotare anche di un proprio autonomo strumento di difesa.

Non a caso, contro l'unità politica dell'Europa opera la destra, ad iniziare proprio dal governo Berlusconi, che lavora in tal senso in sintonia piena con l'amministrazione Bush, nemica acerrima del processo di unificazione europea, considerato un pericolo per il proprio dominio sul mondo.

2. Altrettanto profondi e gravi sono i guasti operati da Berlusconi e dai suoi alleati nel tessuto sociale e democratico del nostro Paese.

Eppure, nutro forti dubbi che la maggioranza dei cittadini italiani abbia chiaro quale sia oggi la posta in gioco, la natura dello scontro in atto.

Non si tratta della difesa, pur fondamentale, di questo o quel diritto calpestato o cancellato dal governo in carica. La posta in gioco è invece il modello complessivo di società nella quale vivremo e soprattutto vivranno le giovani generazioni.

Sino ad oggi abbiamo vissuto in una società fondata sui diritti costituzionali e sulle libertà. Rischiamo, se continuerà lo smantellamento progressivo di diritti faticosamente e duramente conquistati nei decenni passati, di vivere in una società fondata sulla disuguaglianza e sulla sopraffazione del più forte sul più debole: una società, quindi, antitetica rispetto al principio di eguaglianza sostanziale dei cittadini di fronte alla legge, per cui la Repubblica - come recita la Costituzione - ha l'obbligo di rimuovere gli ostacoli di natura economico-sociale, cioè di classe, che impediscono il dispiegarsi, appunto, del principio di eguaglianza.

Nel documento congressuale e nelle schede allegate sui diversi argomenti, si potranno trovare nel dettaglio gli elementi per comprendere a fondo questo ragionamento. In questa sede, invece, mi limiterò a due soli esempi, ma essenziali, paradigmatici: la legge 30 e la riforma, anzi la controriforma, della scuola del ministro Moratti.

Con la legge 30, semplicemente quanto brutalmente, è stato cancellato il contratto di lavoro a tempo indeterminato. Non c'è più. Il lavoro viene parcellizzato, reso del tutto precario, interinale, intermittente, in (finta) partecipazione, a chiamata, in affitto, in leasing. Comunque, non garantito, non tutelato, gestito da altri, che firmano per conto del lavoratore il suo contratto, retrocedendolo ad oggetto e non più soggetto del contratto medesimo.

È la nuova forma del caporalato del 2000.

E per giunta si tratta di forme di lavoro con forti decontribuzioni, che già oggi - anche se non dovesse passare l'orrenda riforma delle pensioni voluta dal governo, contro la quale chiamiamo insieme ai sindacati alla mobilitazione ed allo sciopero generale -, comunque già da oggi, ripeto, con la sola riforma Dini del '95, ridurrà in assoluta miseria i pensionati di domani. Si dice - anche in settori del centro-sinistra - che sarebbe necessario potenziare le pensioni integrative, cioè quelle private. Ma io chiedo, e chiedo con rabbia: ma come fanno questi lavoratori che a fine mese, nella migliore delle ipotesi, guadagnano cifre che non arrivano ai 1000 euro, come fanno a tirare fuori anche i soldi per le pensioni integrative? E', semplicemente, una vergogna.

Ma la legge 30 è l'esempio più evidente di una delle più odiose mistificazioni della fase che stiamo vivendo. Si afferma che avremmo avuto, grazie a questa legge, la "modernizzazione" del mercato del lavoro. Bene, è tempo di incominciare senza infingimenti a ribaltare tale falsa ideologia della modernità.

Una riforma che scardina ogni garanzia per i giovani nel mondo del lavoro non è moderna. E' arcaica. Cosa c'è di più antico, di più arretrato che privare i lavoratori dei diritti fondamentali? Era così una volta. I lavoratori potevano essere licenziati a piacimento e venivano scelti a giornata, senza diritti, dai caporali. E' la falsa modernità dell'antico riportato in vita. La legge della giungla.

L'altro esempio di questa concezione del mondo è la riforma della scuola della Moratti. Non penso tanto al bonus assegnato alle famiglie che mandano i figli nelle scuole private, così clamorosamente incostituzionale.

Mi riferisco invece proprio alla riforma complessiva della scuola pubblica, che ci riporta indietro di più di 40 anni. Ancora una volta, viene definita "moderna", ma è un clamoroso ritorno all'antico, al periodo precedente la riforma della scuola media unificata, dell'inizio degli anni '60. E' l'idea che le ragazze e i ragazzi non siano tutti uguali e che il futuro dei giovani sia determinato non dal loro intrinseco valore, ma dalla classe di appartenenza. Come era una volta, appunto. Con la scelta precoce tra due canali formativi, distinti e separati, quello liceale e quello che volto ad imparare un mestiere, si è riesumato un istituto scolastico abolito 40 anni fa, l'avviamento al lavoro: che era una cosa semplice, per quanto odiosa.

Era l'idea che i figli dei professionisti vanno al liceo, poi vanno all'università, si laureano e diventano professionisti come i loro padri; mentre i figli dei lavoratori vanno ad imparare un mestiere, perché non devono andare a scuola, non devono diventare migliori, istruirsi, acquisire cultura, senso critico, perché non devono diventare classe dirigente.

L'accoppiata della legge 30 e della riforma Moratti della scuola rappresenta un fatto terribile. Le ragazze e i ragazzi di oggi vengono privati della cosa più importante: sono privati del proprio futuro. Coloro che vengono dalle classi lavoratrici non andranno a scuola e saranno costretti a lavori manuali e subalterni; ma con il mercato del lavoro del tutto precario vengono anche privati della possibilità più elementare, quella di progettare la propria vita: una casa, una famiglia, dei figli.

Berlusconi, dunque, le sue promesse, quelle peggiori, le sta mantenendo tutte. Sta cambiando il Paese, in peggio, rovinosamente.

E questo vale per qualunque settore.

Il servizio sanitario nazionale viene smantellato progressivamente. Tutti i servizi sociali essenziali stanno diventando a pagamento, anche per via dei drastici tagli agli EE.LL: trasporti, ticket sanitari, scuola materna, asili nido. Le leggi finanziarie degli ultimi anni hanno drasticamente tagliato le forme di sostegno - in questo caso assolutamente indispensabili - per i portatori di handicap, i disabili: misura odiosissima, perché colpisce davvero i più indifesi e deboli della società e le loro famiglie.

Gli affitti per le case, soprattutto nelle grandi città, stanno diventando - per i giovani come per gli anziani - del tutto proibitivi. Un'autentica piaga sociale.

Il carovita, con un'inflazione ben più alta di quanto l'Istat, colpevolmente, cerchi di far credere, colpisce le famiglie e rende del tutto precaria non soltanto la condizione dei ceti subalterni ma anche di molti settori del ceto medio. Vedete, si discute molto sulle forme estreme di protesta di alcuni settori, penso agli scioperi dei servizi pubblici. Bene, io vi chiedo: come si fa a vivere con 650 o 800 euro al mese? La protesta, anche estrema, nasce dalla disperazione. E i sindacati confederali, e segnatamente la Cgil, dovrebbero essere alla testa di queste lotte, non subirle.

Insomma, il grande tema della condizione materiale di vita di milioni di persone, deve tornare ad essere tema fondante per la politica e in particolare per la politica della sinistra e del centrosinistra. Noi, dunque, nell'ambito della difesa strenua del contratto nazionale di lavoro, proponiamo anche che venga reintrodotta in Italia una forma di adeguamento automatico dei salari e delle pensioni all'inflazione reale, non certamente all'inflazione programmata.

Ma la crisi economica del Paese è una crisi economica strutturale. Si sono perduti, dal 2001 ad oggi, trecentomila posti di lavoro nella grande industria. E la crisi industriale è generalizzata: penso ai settori meccanici (ove non c'è solo la gravissima crisi Fiat, con un indebitamento bancario spaventoso), chimici, siderurgici, agro-alimentari (oggi particolarmente gravi, Cirio, Parmalat, che pongono in modo molto serio la questione della vigilanza sul sistema bancario, anche per via di responsabilità, che a noi paiono non eliminabili, dell'attuale governatore della Banca d'Italia). Ma la crisi si sente anche in un settore che si pensava in Italia non potesse essere colpito, quello tessile.

Il governo non ha una politica industriale. Anzi. Tutti sappiamo che vi è un unico modo per essere competitivi nell'economia globale, quello di investire nella formazione, nella ricerca scientifica e nell'innovazione tecnologica. Il governo fa esattamente il contrario, tagliando drasticamente i finanziamenti alla ricerca: investiamo in ricerca il 5% di quanto spendano in proporzione gli Usa e il 30% rispetto alla Germania. Addirittura, è stato commissariato il Consiglio nazionale delle ricerche e un disegno di legge del governo prevede un sostanziale smantellamento della formazione e della ricerca universitaria. Senza ricerca, senza innovazione, senza mano d'opera altamente specializzata e quindi formata adeguatamente, l'industria italiana non reggerà alla concorrenza nell'economia globalizzata. Non a caso, il Pil italiano, come si sa, è del tutto fermo.

Il Sud, dal canto suo, è letteralmente sparito, derubricato dall'agenda politica del governo. In vaste aree del Mezzogiorno, si sono ricreati vecchi (e mai del tutto sopiti) intrecci tra potentati economici, potere politico e malavita organizzata. Le cosiddette grandi opere, peraltro mai partite, sono l'esempio di come non si debba operare per il riscatto del Sud d'Italia: il Ponte sullo Stretto ne è paradigma. Nel Mezzogiorno - ormai differenziato al suo interno in aree spesso diversissime le une dalle altre - vi sono zone ove è essenziale investire in strutture ed infrastrutture essenziali: acquedotti, strade, ferrovie, aeroporti, porti industriali, ponti, aree industriali attrezzate. Ma anche politiche creditizie nuove, snellimento della burocrazia, politiche di sostegno allo sviluppo dei sistemi produttivi meridionali, investimenti nell'ambiente, inteso come risorsa economica straordinaria e non adeguatamente sfruttata, turismo, valorizzazione del patrimonio storico e artistico.

Il contrario, appunto, di quanto faccia il governo.

3. In definitiva, dopo circa tre anni di governo Berlusconi, l'Italia è più povera, più fragile, più insicura.

Scendono in piazza i lavoratori salariati, gli operai e gli impiegati, ma anche i medici, gli insegnanti, gli studenti, le famiglie. Dai trasporti alla sanità, alla scuola, all'università, alla magistratura. Tutta l'Italia si sente più fragile ed indifesa. E si batte per i propri diritti.

Un dato per tutti? 144.000 bambini, tra i 7 e i 14 anni, - sono i recenti dati Istat - lavorano in condizioni di sfruttamento: non è il Bangladesh, è l'Italia. In spregio alle severi leggi contro il lavoro minorile, alle più elementari regole della civiltà umana.

Ma non tutti sono più poveri e più insicuri. Perché questo governo è forte con i deboli, ma debole con i forti.

Sei un immigrato? Nessun diritto. L'orrenda legge Bossi-Fini offende la civiltà giuridica di questo Paese. D'altro canto, la figura dell'immigrato è esempio paradigmatico dello sfruttamento del nuovo millennio. Somma in sé, infatti, allo sfruttamento, per così dire, tradizionale del lavoro subalterno, quello inedito della crescente contraddizione tra Paesi ricchi e poveri, diventando così cartina di tornasole delle ingiustizie globali. Ma un problema di queste proporzioni potrà essere affrontato solo sulla base di una politica di integrazione, non certo di repressione: ad un fenomeno oggettivamente non arginabile, si può rispondere solo con intelligenza e serietà, non agitando nuove orrende forme di razzismo e xenofobia, che alimentano proprio l'insicurezza dei nostri concittadini. Più gli immigrati saranno posti ai margini della società, più saranno automaticamente sospinti verso la marginalità e la devianza. E' proprio l'integrazione, viceversa, che porta alla sicurezza.

Ancora. Sei un tossicodipendente o, più banalmente, un giovane che fuma uno spinello? Il progetto di legge governativo a firma di Fini sposa una linea repressiva e carceraria che non è solo iniqua, semplicemente non funziona. Acuirà ancor più il problema.

Questi signori che stanno al governo si riempiono la bocca del garantismo e dei diritti. E dunque, in tema di giustizia, approvano provvedimenti che definiscono, appunto, "garantisti": legge Cirami, lodo Schifani, depenalizzazione sostanziale del falso in bilancio, e così via. Rendono il processo penale una specie di corsa ad ostacoli.

Ma i diritti, le garanzie, si chiamano così se sono di tutti: dal presidente del consiglio all'ultimo extracomunitario clandestino. Altrimenti, non si chiamano diritti, ma privilegi: di classe e di casta.

Se sei un lavoratore, vieni privato di ogni diritto e tutela; se invece appartieni alla classe dirigente, ecco l'abolizione della tassa di successione sui grandi patrimoni, il provvedimento che consente il rientro anonimo dei capitali esportati illegalmente all'estero, i condoni continui - fiscali, edilizi, ambientali - e, in misura massiccia, le misure che agevolano l'evasione fiscale, sino all'esplicito invito a non pagare le tasse formulato dal presidente del consiglio. E infatti l'evasione e l'elusione sono ripartite alla grande, con pesantissimi guasti ai bilanci dello Stato.

È una precisa concezione del mondo. Il diritto è un impaccio, le regole non devono esistere, o valgono solo per alcuni. L'illegalità è la nuova norma di comportamento, incoraggiata, assecondata, blandita. Non a caso, si vogliono intimidire i magistrati.

La riforma dell'ordinamento giudiziario, oggi in esame al Parlamento, è questo: l'obiettivo è colpire l'indipendenza della magistratura, che è principio non a tutela dei magistrati, ma del principio di eguaglianza dei cittadini davanti alla legge.

Ancora. Sei ricco? Oggi puoi anche comprarti un pezzo d'Italia, di patrimonio collettivo. Un clamoroso provvedimento legislativo consente infatti la svendita del patrimonio più importante del nostro Paese, il proprio patrimonio storico, archeologico, artistico, paesaggistico. E una volta venduto, non sarà più di tutti, ma di alcuni, pochissimi, che potranno permetterselo. È la privatizzazione dell'Italia.

4. L'obiettivo, come detto, è trasformare il modello complessivo della nostra società.

Ma per fare ciò, occorre colpire a morte la Costituzione, che del modello odierno di società è baluardo. Si colpisce la Costituzione modificandola, ma anche svuotandone i principi fondanti.

Si colpisce la Costituzione, innanzi tutto, aggredendone il fondamento, il patto esplicito che sta alla base di essa: il principio dell'antifascismo. L'antifascismo come pilastro, come cemento di quel patto costituzionale tra le forze politiche e ideali che la scrissero all'indomani della Liberazione, è oggi messo seriamente in discussione.

Berlusconi rivaluta Mussolini, non celebra il 25 aprile, definisce la Costituzione "sovietica", ritiene il confino per gli antifascisti una villeggiatura.

Ancora. La Resistenza è definita assassina, si riabilitano i ragazzi di Salò, si mettono sullo stesso piano - orribilmente - le foibe con il male assoluto, la Shoa. Assistiamo all'intitolazione di vie e di piazze a gerarchi fascisti, ad assalti squadristi a teatri ove si svolgono rappresentazioni che trattano della Resistenza e ad incursioni a librerie per distruggere volumi di autori di sinistra. Vengono istituite commissioni di censura per i libri di testo di storia nelle scuole. Tutto ciò, non ad opera di estremisti fanatici, ma ad opera di esponenti del partito del vice-presidente del consiglio!

Il revisionismo storico impera. Ce ne ha parlato mirabilmente Luciano Canfora: non a caso abbiamo voluto aprire così, innovando un'antica liturgia, il nostro Congresso.

Grandi, purtroppo, sono le responsabilità su questo terreno anche della sinistra. Non aver contrastato questo fenomeno e, da qualche tempo, averne accettato le ragioni.

E allora io voglio dire qui, con grande chiarezza, che per noi il valore dell'antifascismo resta un valore fondante per la sinistra e per tutti i democratici, senza il quale, inevitabilmente, cadrà anche tutta l'impalcatura costituzionale.

Con chiarezza. Non è vero che i morti sono tutti uguali.

Ma a partire dall'antifascismo sono sotto attacco pressoché tutti i diritti fondamentali di uno Stato democratico, sarei tentato di dire di uno Stato liberale.

L'informazione è quasi completamente in mano al governo e al presidente del consiglio. E su questo occorre fare, tutti insieme, autocritica. Manca una legge sul conflitto degli interessi. Certo, ma è illusorio pensare che la faccia Berlusconi. Non la farà. Ma è necessario dire che quella legge l'avremmo dovuta fare noi, quando nei cinque anni passati era al governo il centro-sinistra. Dico ciò non per gettare la croce su qualcuno, ma assumere un impegno per il domani. Affinché non si perseveri diabolicamente nell'errore: nella prossima legislatura, nei primi cento giorni, occorrerà approvare una rigorosa legge sul conflitto degli interessi, che impedisca lo scandalo di chi detiene insieme potere economico, potere politico e assoluto controllo dei media.

Ancora. E' in discussione la laicità dello Stato, dalla procreazione assistita ai diritti conquistati dalle donne. Siamo tornati indietro di decenni negli orientamenti legislativi sulle coppie di fatto, sui temi della famiglia, delle adozioni, delle differenze di orientamento sessuale. Troppi, anche nel centro-sinistra, sembra affrontino temi che riguardano, certamente, anche la propria coscienza, pensando tuttavia che le opinioni della gerarchia ecclesiastica debbano essere seguite da tutto il Paese e non dai soli credenti.

Un quadro siffatto ci porta a credere che il rischio di ritrovarci a vivere in un regime sia un rischio reale.

Ovviamente non ci riferiamo a un regime totalitario nel senso tradizionale del termine, ma a un inedito regime, modernissimo, nel quale, progressivamente, vengono ristretti gli spazi di libertà, quella sostanziale.

Laddove l'informazione è negata, è ristretta la libertà. Laddove i diritti sociali sono negati si ritorna a forme di vassallaggio per cui i diritti non sono più tali, perché i diritti sono quelli che sono tuoi e non li devi chiedere: perché se li devi chiedere, si chiamano elemosine: ed esse, soprattutto nel Mezzogiorno, ma non solo, riproducono un sistema di subalternità e vassallaggio.

Laddove si torna alle schedature dei sindacalisti, dei delegati e dei lavoratori che scioperano, la libertà di esercitare un diritto costituzionalmente garantito è in pericolo.

Vengono sistematicamente svuotati o aggirati i principi costituzionali: dalla pace all'eguaglianza, dal lavoro alla scuola, dalla sanità alla casa.

Ma l'attacco alla Costituzione è anche diretto, esplicito. Le riforme costituzionali in esame al Senato vanno in questa direzione.

Se verranno approvati i nuovi poteri del premier, così come sono stati disegnati, il Presidente del Consiglio - eletto, di fatto, con investitura popolare - avrà un potere smisurato rispetto al Parlamento, che arriverà sino alla possibilità di sciogliere direttamente le Camere. E il Presidente della Repubblica, oggi bilanciamento dei poteri tra parlamento e governo, avrà un compito solo notarile.

Se a questo aggiungiamo che, nella proposta di devoluzione, la scuola, la sanità e la polizia locale vengono assegnati in potestà legislativa esclusiva alle regioni, ciò rappresenta un attentato non già alla seconda parte della Costituzione, come ipocritamente si dice, e cioè alla parte che riguarda la struttura dello Stato, ma un diretto attacco alla prima parte della Costituzione, quella che tratta dei diritti e dei principi fondamentali della Repubblica: perché quando avremo una sanità e una scuola di serie A, di serie B e di serie C, a seconda delle regioni, quei diritti saranno differentemente esercitati ed avremo anche cittadini di serie A, B e C.

È l'idea di una Italia egoista, di una Italia che non redistribuisce la ricchezza, ma si struttura legislativamente a due o tre diverse velocità.

Su questi temi, carissimi compagni ed amici del centro-sinistra, non si può, non si deve trattare con il governo. L'opposizione deve essere intransigente, rigorosa, severa. Nessun accorto bipartisan, nessun cedimento, nessun compromesso. La Costituzione fu scritta da forze politiche che si combattevano, ma avevano un comune sistema di valori, fondato sull'antifascismo e la democrazia. Con chi, viceversa, la democrazia conculca, non può esservi nessun nuovo patto per riscrivere le regole comuni.

5. Insomma, la posta in gioco è molto alta. Ripeto, è in gioco un modello complessivo di società.

Ecco, dunque, il tema che abbiamo di fronte, come opposizione.

La mia, la nostra opinione, è che la battaglia politica e sociale contro il governo debba avere l'obiettivo di farlo cadere - possibilmente anche attraverso una nuova sconfitta elettorale alle prossime europee - prima della scadenza naturale e si vada ad elezioni politiche anticipate.

Il governo è in crisi. Sono due anni che accumula sconfitte nelle elezioni amministrative. Il suo blocco sociale si sta sfaldando. Pezzi anche dell'imprenditoria e del commercio che lo avevano sostenuto se ne stanno allontanando. Rilevanti settori delle stesse gerarchie ecclesiastiche hanno protestato per le misure più scopertamente lesive dei diritti dei più deboli. Fasce di ceto medio in crisi lo hanno abbandonato.

Ma il governo è tutt'altro che già battuto. Occorre dunque agire per metter in campo la strategia migliore per sconfiggerlo.

Noi ben sappiamo che per battere Berlusconi è indispensabile un'alleanza strategica tra sinistra e pezzi di schieramento moderato, il più largo schieramento moderato, e questa linea ha contraddistinto il nostro Partito sino dalla sua nascita, nel 1998. E' una linea senza la quale la destra governerà l'Italia per anni e anni ancora. Siamo persuasi che non vi sia alcuna possibilità politica di tornare a governare il Paese se non vi sarà la più larga alleanza di centro-sinistra.

Non è in discussione, dunque, se stare nel centro-sinistra, ciò è per noi dato acquisito e strategico. Il punto è come stare nel centro-sinistra.

Su grandi e decisive questioni siamo già largamente in sintonia con le altre forze del centro-sinistra. Penso alla difesa della democrazia, della Costituzione, alla giustizia, all'informazione.

Ma vi sono alcune questioni che giudichiamo di prima grandezza, sulle quali invece occorrerà, all'interno della nostra coalizione, un confronto molto serio. Mi riferisco ai temi del lavoro e in generale alle questioni sociali.

Lavoro, salario, pensioni, condizioni materiali di vita di milioni di donne e uomini.

In fondo, a questo serve una sinistra all'interno dell'alleanza di centro-sinistra. La sinistra politica è nata, più di un secolo e mezzo or sono, proprio per questo: dare rappresentanza politica al mondo dei ceti subalterni.

Ed oggi, più che mai, in Italia ed in Europa, c'è bisogno di sinistra.

Viceversa, lo voglio dire con molta nettezza, noi rischiamo di ritrovarci all'indomani delle elezioni europee senza che in Italia vi sia una larga ed autonoma rappresentanza della sinistra nel panorama politico.

Se la lista unitaria, composta da uomini e donne della sinistra, i compagni Ds e dello Sdi., ma anche dalla Margherita e dai Repubblicani, se questa lista, dunque, si trasformerà in un partito o in un soggetto politico all'indomani delle europee, bene, ciò porrà in Italia il tema della presenza di una autonoma formazione politica di sinistra.

Non è un problema di sigle o di contenitori. E' un problema di sostanza e di contenuti. Chi rappresenterebbe il mondo del lavoro?

L'Italia è il paese nel quale tutti i giorni muoiono quattro persone nei cantieri, nei luoghi di lavoro, quattro persone che sono tuttavia invisibili, non fanno notizia, non sono oggetto della battaglia politica.

Bene, noi vogliamo rendere visibili questi invisibili e questo Congresso lo abbiamo concepito proprio mettendo al centro della nostra discussione e della nostra azione politica i temi del lavoro: di chi lo ha, di chi non lo ha ancora o non lo ha più, di chi ha terminato di lavorare, i pensionati.

Centralità del lavoro per una moderna formazione politica per il lavoro e per i lavoratori.

E vedete, su questi temi noi cercheremo tenacemente, pazientemente un accordo all'interno del centro-sinistra. E' sforzo indispensabile. Ma sulle gabbie salariali, sulle pensioni integrative, sull'innalzamento di due anni dell'età pensionabile noi non siamo d'accordo con molte delle opinioni espresse, anche autorevolmente, all'interno della nostra coalizione: e lo diciamo a gran voce. Sulla legge 30 e sulla riforma della Moratti, ci batteremo con ogni nostra forza perché appena tornati al governo si vada alla abrogazione di queste leggi, che non sono emendabili, sono da cancellare.

Ed ancora, quando torneremo a governare, sarà necessario approvare rapidamente una legge sulla rappresentanza sindacale.

Così come chiediamo che cessi l'ubriacatura, del tutto ideologica, sulle privatizzazioni e lanciamo la parola d'ordine, da questo Congresso, che vogliamo più pubblico e meno privato, ad iniziare dagli enti pubblici locali; che vogliamo più Stato e meno mercato: non è vero infatti che il privato funzioni meglio del pubblico, come dimostrano gli esiti - in qualche caso disastrosi - delle privatizzazioni già effettuate nei settori strategici dell'economia.

Si parla tanto di riformismo. E il soggetto politico che potrebbe nascere dopo le elezioni europee tra i partiti che hanno dato vita alla lista unitaria, sembra voglia definirsi, appunto, riformista.

Bene, accettiamo la sfida politica delle riforme. Perché la parola riformista è parola vuota se non la si riempie di contenuti. Vogliamo sapere quali riforme farà il centro- sinistra, di che segno, a vantaggio di quali classi sociali.

Noi intendiamo svolgere una battaglia politica, leale e unitaria, dentro al centro- sinistra, affinché i temi del lavoro ritornino ad essere, stabilmente e coerentemente, al centro dell'azione del prossimo nostro governo.

E si tratta di cose, di contenuti, non di formule. Voglio fare un esempio: quando si tratterà di redigere la prima legge finanziaria del nuovo governo di centro-sinistra, noi proporremo che si realizzi uno spostamento significativo di risorse sui temi della sicurezza sul lavoro. Bisogna assumere nuovi ispettori del lavoro e servono soldi, per fare i controlli nei cantieri, per far finire o ridurre la mattanza di questi assassini bianchi, la piaga dei morti e delle centinaia di migliaia di infortuni sul lavoro. Bisogna eseguire i controlli e inasprire e rendere reali le sanzioni nei confronti di coloro che non rispettano le norme sulla sicurezza.

6. C'è dunque bisogno di sinistra e questo bisogno di sinistra, che noi cerchiamo di interpretare, sappiamo perfettamente che non potremo colmarlo da soli.

Avevamo avanzato la proposta a tutta la sinistra italiana, anni addietro, di confederarsi: l'avevamo avanzata ai Ds, a Rifondazione, ai Verdi e ai vari soggetti sociali che sono nati negli anni che abbiamo alle spalle: penso ai movimenti, ai girotondi, alle associazioni.

Si poteva fare, si poteva costruire, e tuttora si potrebbe, una grande confederazione della sinistra, dentro la quale ciascuno manterrebbe la propria identità, il proprio nome, la propria storia, le proprie liturgie, ma ciononostante operando uno scarto in avanti, varando cioè esattamente quella operazione politica che avevamo immaginato nel 1991, dalla quale sono partito in questa relazione.

Viceversa, i compagni Democratici di sinistra hanno preferito fare un'operazione analoga, ma sul versante moderato, ed i compagni di Rifondazione non ritengono di dover operare in questa direzione, rimanendo ancorati esclusivamente alla propria (consentitemi di dirlo: incerta) identità.

Noi mettiamo tuttavia il nostro Partito al servizio di questa operazione politica, continuando ad essere persuasi che vi sia la possibilità - tanto più se nascerà il partito riformista - di costruire un soggetto politico confederato a sinistra.

L'idea di questo nostro partito messo a disposizione di un progetto di tale ambizione, sta facendo crescere il partito medesimo. Personalità prestigiose che non sono comuniste (un nome per tutti, Gianni Vattimo) hanno scelto di venire con noi, mantenendo il proprio profilo ideale, culturale, politico, ma mettendosi a disposizione di questo partito.

Numerosi nuovi quadri - dalla Campania alla Lombardia, dalla Sardegna all'Emilia, dall'Abruzzo al Piemonte, ma un po' in tutta Italia - stanno aderendo al nostro Partito. Sono militanti, sindacalisti, amministratori, sindaci e consiglieri ad ogni livello: comunali, provinciali e regionali. Provengono dalle fila dei Ds e di Rc o, più semplicemente, si tratta di compagni che dopo anni di inattività seguita allo scioglimento del Pci, stanno ritrovando in noi le ragioni per riprendere la lotta.

Noi vogliamo che anche nelle prossime tornate elettorali, europee ed amministrative, il nostro partito si contraddistingua - e stiamo già lavorando in questo senso - per avere liste aperte, apertissime, alla sinistra, ai lavoratori, alle associazioni, al mondo della pace, al mondo ambientalista. Siamo cioè la forza che unisce, che aggrega, una forza mai chiusa in se stessa.

Una forza politica che fa della proposta e non solo della denuncia la sua caratteristica fondante; che sa bene quanto la politica delle alleanze sia essenziale se si vuole governare: e il governo è un mezzo, non già un fine. E' lo strumento per cambiare le cose. Ce lo ha insegnato, più di cinquant'anni fa, sin dal 1944, un grande dirigente comunista che si chiamava Palmiro Togliatti. E' la differenza tra chi fa politica e chi si limita a stilare sterili proclami.

7. Posso dire con soddisfazione che questa linea ci sta facendo crescere.

Arriviamo a questo congresso, a distanza di quasi tre anni dal congresso precedente di Bellaria: ma sembrano passati tre anni-luce.

Siamo un partito in crescita elettorale, come dimostrano tutte le ultime tornate elettorali amministrative del 2002-2003, le comunali, le provinciali, le regionali.

Senza voler evidentemente fare dello sciocco trionfalismo, abbiamo tuttavia alle spalle dei risultati importanti, che ci hanno visto crescere in termini percentuali e, sempre, anche in termini assoluti.

Affrontiamo questo Congresso con un partito saldamente unito nella linea politica, come dimostrano le approvazioni pressoché unanimi in tutti i congressi provinciali e regionali dei documenti politici.

Un partito in salute, unito e fortemente connotato dalla presenza giovanile e dalla presenza delle donne. Due dati, per tutti: il 25% dei nostri iscritti, anch'essi in sensibile, complessivo aumento, ha un età inferiore ai 29 anni. Il 43% dei nostri esponenti nelle istituzioni, dai consigli comunali sino al parlamento nazionale (sono i dati di Arci Donna, non i nostri) sono compagne: è un dato straordinario. Un dato che mi fa dire, con semplicità, che quando si parla di presenza delle donne in politica e nelle istituzioni è inutile fare convegni, occorrono non parole, ma scelte politiche precise. Bisogna farlo.

Bisogna decidere di portare le compagne, le donne, nelle istituzioni e poi conseguentemente attuare questa decisione. Noi continueremo su questa strada, ad iniziare dalla decisione di mantenere il 50% esatto dei due sessi nel Comitato centrale.

Questi dati ci incoraggiano. Ma noi abbiamo ben chiaro il senso delle proporzioni e sappiamo perfettamente di essere un partito ancora piccolo.

Tuttavia, siamo un partito piccolo, che ha una grande ambizione: essere degno della tradizione migliore del Partito comunista italiano. Ci riusciremo solo se sapremo coniugare sempre la tradizione con l'innovazione. Un grande poeta diceva che la tradizione si conquista non la si riceve: ed è vero, la tradizione non è un dato acquisito, proclamato, ricevuto, per così dire, in eredità.

La tradizione si conquista, operando il recupero della parte migliore della storia comunista italiana, ma portandola nel nuovo millennio: dunque senza alcuna pigrizia intellettuale, essendo sempre capaci di metterci in discussione. E quando ci riferiamo alla parte migliore della storia comunista io mi riferisco innanzi tutto al grande ed ineludibile tema del rapporto della politica con i giovani.

Uno dei fenomeni più rilevanti degli anni recenti è stata l'esplosione di uno straordinario e generosissimo movimento soprattutto giovanile contro la globalizzazione capitalistica. Abbiamo capito con qualche ritardo questo movimento e abbiamo svolto su tale nostro colpevole ritardo un'autocritica molto severa, ad iniziare da chi vi parla, proprio al congresso di Bellaria, tre anni fa. Oggi, siamo a pieno titolo dentro i movimenti, con la nostra identità di comunisti, ma riconosciuti e riconoscibili come parte essenziale di essi: nel movimento contro la globalizzazione capitalistica, nel movimento per la pace, in prima fila nelle lotte sociali. Questi movimenti rappresentano la novità più feconda della nostra epoca e hanno rappresentato anche una spinta importantissima nei confronti del centro-sinistra, perché esso ritrovasse energia e spirito combattivo.

Ma il protagonismo dei giovani pone ai partiti una questione, una grande ed irrisolta questione. Questi giovani esprimono infatti un bisogno di politica.

Forse confusamente, forse velleitariamente - come tutti noi quando eravamo ragazzi - questi giovani chiedono di cambiare il mondo. Un altro mondo è possibile.

Hanno ragione.

Ma essi non sono diventati avversi alla globalizzazione perché hanno letto il Capitale di Karl Marx, essi contrastano questa globalizzazione perché il loro cuore è offeso dalle ingiustizie clamorose del mondo.

Esprimono il bisogno di esserci, di fare politica, ma questi stessi giovani, come purtroppo larga parte della società, ci dicono che i partiti così come sono non gli piacciono. Ed allora il grande tema è quello - per ciascuno di noi - di restituire dignità alla politica e ai partiti politici.

Per dirlo con una parola semplice, noi dobbiamo dimostrare con i comportamenti che non è vero che siamo tutti uguali, perché nel momento in cui i partiti sono percepiti da larghe fette dell'opinione pubblica, e soprattutto dai giovani, come comitati d'affari, come consorterie dove si spartiscono i posti e le poltrone, e dunque sono tutti uguali, allora ha già vinto Berlusconi, ha vinto la sua visione del mondo.

Occorre, dunque, rinnovare profondamente il modo in cui i partiti operano. Ma le prediche agli altri non servono a niente, bisogna partire da sé e bisogna partire da sé con grande rigore, con grande severità verso se stessi. Bisogna contrastare e sconfiggere, dentro ai propri partiti, ogni forma di opportunismo, di carrierismo, di litigiosità sulla spartizione dei posti: è difficile, e lo dico da segretario di un partito dove tutto ciò è molto, molto ridotto. E ciò nonostante, so che è difficile, ma so anche che è indispensabile.

Dunque, proprio dalla tradizione comunista italiana noi dobbiamo recuperare quella che veniva chiamata la diversità comunista, che era intesa come una diversità etica, morale, prima ancora che politica e programmatica. Occorre recuperare - e quanto bisogno c'è n'è oggi in Italia! - il tema della questione morale come grande questione politica nazionale.

Questo tema noi possiamo proclamarlo e praticarlo a testa alta, perché la questione morale come questione politica non è stata posta da Mani Pulite, da Antonio Di Pietro, dal pool di Milano, la questione morale è stata posta per la prima volta in Italia, con straordinaria lungimiranza, da un grande dirigente comunista, da un grande uomo.

Si chiamava Enrico Berlinguer.

È nel suo nome che proseguiamo la nostra lotta, guardando al futuro con fiducia. Al congresso di Bellaria, tre anni fa, si respirava un'idea di transitorietà di questo partito, un'idea di precarietà, gli osservatori si chiedevano dove saremmo confluiti e anche alcuni nostri compagni si ponevano il medesimo problema.

Oggi, nessuno più avverte questo pericolo, nessuno pensa ad annessioni o a confluenze. Noi ci siamo, siamo un partito sano, in crescita, un partito che vuole svolgere la propria parte.

Siamo un partito erede di una grande storia. Anche altri provengono da quella storia. Noi ben lo sappiamo e dunque abbiamo piena consapevolezza di non esserne gli unici eredi.

Ma siamo gli unici che quella storia, orgogliosamente, ancor oggi rivendicano. Questo non vale soltanto per i compagni dei Democratici di sinistra, che hanno deciso di recidere le radici della loro storia comunista, in larga parte comune alla nostra. Riguarda anche i compagni di Rifondazione, che a maggioranza hanno deciso di espungere quella storia dal proprio profilo identitario.

Noi riteniamo, viceversa, che non ci sia futuro senza radici.

E mi chiedo anche - e vi chiedo -, ma di che cosa dovremmo vergognarci noi comunisti italiani?

I comunisti italiani sono stati la parte fondamentale, basta guardare il numero di condanne del tribunale speciale del fascismo, la parte fondamentale della battaglia antifascista, in anni terribili, quando nessuno osava opporsi, e poi successivamente, dal '43 in avanti, siamo stati alla testa della grande stagione della Resistenza, che noi continuiamo a chiamare Guerra di Liberazione Nazionale.

Siamo stati parte determinante nell'elaborazione della Costituzione repubblicana, firmata da un comunista, Umberto Terracini, nella sua qualità di presidente dell'Assemblea Costituente. Abbiamo poi lottato per cinquant'anni di Repubblica, sempre per l'emancipazione del popolo, per l'alfabetizzazione e il riscatto sociale e civile di larghi strati di popolazione, per i diritti e le libertà. Abbiamo lottato coerentemente, più di chiunque altro, contro la malavita organizzata al Sud: da Portella della Ginestra fino all'assassinio di Pio La Torre. Siamo stati protagonisti delle lotte operaie e studentesche degli anni '60 e '70. Abbiamo dato il nostro tributo di sangue nella lotta contro il terrorismo: perché il compagno Guido Rossa, operaio comunista di Genova trucidato dalle brigate rosse è stato assassinato perché aveva scelto da che parte stare: noi non abbiamo mai detto né con lo Stato, né con le BR, ma viceversa con lo Stato, con lo Stato democratico, ieri ed oggi contro il terrorismo, che è nemico mortale della classe operaia.

Dalla parte della democrazia. Sempre.

Noi comunisti italiani abbiamo contribuito insieme a tanti altri a migliorare l'Italia, a renderla più libera e più giusta.

L'enorme responsabilità, per noi, oggi, è proprio quella di essere degni di questa grande storia.

8. Carissime compagne e compagni, ho concluso. Ma voglio terminare con un'annotazione che spero non apparirà incongrua.

Ho assistito, come tanti di voi, alla nascita a Roma della lista unitaria dei quattro partiti del centro-sinistra. Ed ho assistito, con immutata stima ed amicizia, al discorso di Romano Prodi, che è, e sarà, il nostro candidato alla presidenza del consiglio alle prossime elezioni politiche. Lo abbiamo sostenuto - in momenti di grandissima difficoltà, sino alla scissione di quello che era il partito di molti di noi - e lo sosterremo. Ma una semplice cosa, magari marginale, vorrei suggerirgliela. Cambiare canzone, quando sale sul palco. Forse l'avrete sentito. Quando Prodi ha parlato, si sono levate le note di una canzone di Ligabue, intitolata Una vita da mediano.

Ora, tutti sappiamo che il ruolo del mediano, nel calcio, è quello oscuro ma determinante, di sobbarcarsi anche la fatica degli altri, dei campioni, di chi va in rete. Un mediano non vince il pallone d'oro, non ha schiere di ammiratori, non fa goal. Lavora per gli altri.

Bene, a Romano Prodi vorrei dire, con l'affetto che tutti voi sapete quanto è sincero, che lui è Presidente della Commissione Europea, è stato il nostro presidente del consiglio, lo diventerà nuovamente. Il mediano non è lui.

I mediani siamo noi. Siamo noi che lavoriamo il più delle volte oscuramente, come matti, spesso anche considerati da alcuni come matti autentici, perché ancora, testardamente, comunisti. Siamo noi, che quando si tratta di scegliere, nei territori, chi fa il sindaco, il presidente di provincia o di regione, o altri incarichi di prima fila, veniamo praticamente sempre dopo gli altri.

I mediani siamo noi. Che continueremo a lavorare perché vinca il centro-sinistra e si possa tornare al governo del Paese, per cambiarlo, per migliorarlo.

Ma i mediani siamo noi, anche per un altro, ultimo motivo. Stiamo ricostruendo un partito comunista. Ed abbiamo alle spalle un'enorme cumulo di macerie. E chi vi parla sa perfettamente di appartenere ad una generazione sulla quale grava una sconfitta storica, che non possiamo, né vogliamo eludere. Siamo figli dell'89.

Il compito, dunque, che la storia ha affidato a questa nostra generazione di comunisti - non mi stancherò di ripeterlo - è quello di resistere, crescere e dare al partito solide radici, al fine di poter consegnare a chi oggi ha diciotto anni, e non ha conosciuto il Pci, uno straordinario patrimonio di idee e idealità, di cultura e di moralità, questo sì, non sconfitto, che è il patrimonio collettivo della storia dei comunisti italiani.

Ci stiamo riuscendo. Sembrava impossibile. Sembrava impossibile portare nel terzo millennio, dopo tutto quello che è successo nel mondo, questo nostro simbolo glorioso.

Sembrava impossibile, ed invece è quello che stiamo facendo.

È  un compito tremendamente complicato, difficilissimo, ma anche entusiasmante. È il compito di una vita.

Giorgio Amendola titolò uno dei suoi libri più belli "Una scelta di vita". E' anche la nostra scelta.

Siate fieri di questo nostro partito. A tale impresa val la pena dedicare l’intera nostra esistenza.


 





- La prolusione sul revisionismo storico di Luciano Canfora
- La relazione del Segretario: O. Diliberto

- Intervento del Presidente: A. Cossutta
- Le conclusioni del Segretario Diliberto
- Il saluto di Romano Prodi
- Gli ordini del giorno
- I nuovi organismi dirigenti
- Segreteria e Direzione Nazionale
-
I lavori al congresso: le Commissioni
- Il documento politico
(senza gli emendamenti approvati)
-
Il documento sul partito
- Il regolamento congressuale