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Carissime compagne e carissimi compagni,
gentili ospiti,
siamo tornati a Rimini. Nella città, cioè, ove
tredici anni fa veniva sciolto il Partito Comunista Italiano.
Era l'inizio di una diaspora, di quella sorta di big bang che,
nel giro di pochi anni, avrebbe condotto alla nascita di tre
diversi partiti della sinistra che, pur in misura differente
l'uno dall'altro, provengono da radici comuni.
Se, allora, in quell'ormai lontano 1991, fosse
stata accolta la proposta, avanzata da alcuni di noi, di
costituire una confederazione di partiti della sinistra, l'uno
non più comunista e l'altro invece ancora tale, forse avremmo
evitato le lacerazioni che sono oggi di fronte agli occhi di
tutti.
È un tema - per quanto ci riguarda - ancora
aperto, vivo, attualissimo.
È il tema, grande e decisivo, della sinistra nel
nostro Paese: perché l'Italia, come cercherò di spiegare, ha per
davvero bisogno di sinistra.
1. Anche in quel gennaio del 1991, la guerra
segnava di sé, pesantemente, la scena mondiale: e proprio la
guerra rappresentò - come molti ricorderanno - la prima
lacerazione dell'allora Pci, alla vigilia della scissione, con
la clamorosa dissociazione in aula, rispetto alla decisione
della maggioranza del partito, di un gruppo autorevole di
parlamentari, guidato da chi è oggi presidente del nostro
partito, il compagno Armando Cossutta.
Oggi, dunque, a distanza di anni, possiamo
affermare che la prima Guerra del Golfo, quella di Bush padre,
inaugurava - pur in un contesto e con motivazioni diverse - una
stagione nella quale la guerra è intesa come attività
sostitutiva della politica estera, della diplomazia. Iraq,
Afghanistan, Kossovo, ancora Iraq, senza dimenticare la tragedia
palestinese, elemento ahimè costante dello scenario
internazionale: la guerra non è solo preventiva, è permanente.
E' la risposta degli Stati Uniti e di alcuni dei suoi alleati -
non tutti - allo squilibrio mondiale seguito al crollo
dell'Unione Sovietica.
Nessuna delle ottimistiche previsioni seguite al
quel crollo si è verificata. Nessuna età dell'oro, di pace, di
prosperità. Anzi, le divisioni si sono acuite. Una guerra non
convenzionale, quella del terrore internazionale, ha preso il
posto dei cosiddetti conflitti locali. Le istituzioni
internazionali, ad iniziare dalle Nazioni Unite, figlie
dell'equilibrio costituito all'indomani della Seconda Guerra
Mondiale, sono drammaticamente in crisi. Una sola grande potenza
domina la scena mondiale.
Ma gli Usa, che nella storia dell'umanità non
sono mai stati così forti, paradossalmente non sono mai stati
anche così deboli, così esposti, così vulnerabili. L' 11
settembre si spiega così. La potenza più forte - l'unica rimasta
- ha anche le più grandi responsabilità. Ma poiché la
disperazione, la povertà, il sottosviluppo, le spaventose
disuguaglianze, le carestie, le epidemie bibliche, sono aspetti
del pianeta che tendono ad accentuarsi piuttosto che a ridursi,
la risposta armata del terrore diventa elemento permanente e si
rivolge contro chi, avendone le possibilità, non interviene per
affrontare quei problemi.
Gli Usa vivono come in un bunker assediato. E non
si pongono la domanda di fondo: perché tanto odio nei nostri
confronti?
Il mondo è diventato più insicuro, più fragile,
più ingiusto.
Dietro il teorema dell'esportabilità della
democrazia - del modello occidentale di democrazia - si cela, in
modo evidente, una volontà neocoloniale ed imperialista.
Altro che armi di distruzione di massa! La
volontà di dominio del mondo è alla radice della logica della
guerra permanente e preventiva. Altro che diritti umani! I
diritti sono tali se valgono per tutti ed ad ogni latitudine: in
Iraq, ma anche per le popolazioni palestinesi, come per i
detenuti dell'orrenda base di Guantanamo. Assistiamo al trionfo
della asimmetria dei diritti umani.
Anche i dittatori non sono uguali tra loro. Bin
Laden, lo stesso Saddam Hussein, nemici del cosiddetto
Occidente, sono creature degli stessi americani. Ma la gerarchia
dei nemici è - in questo contesto - sempre modificabile,
relativa, priva di una qualsivoglia coerenza. I "Paesi canaglia"
sono tali sin quando non collaborano con la potenza egemone del
mondo.
Chiunque sa che il terrorismo non si sconfigge
con la guerra, che, viceversa, lo alimenta. Non si sconfigge con
gli embarghi, né con i muri.
La Palestina sta morendo e con lei il suo popolo.
Ma invece di affrontare e risolvere - come chiedono tante,
inattuate risoluzioni dell'Onu - questo enorme problema, la
comunità internazionale assiste senza intervenire alla
costruzione di un nuovo orrendo muro: nessuno ferma Sharon.
Anche il Pontefice ha chiesto di costruire ponti tra i popoli,
non muri, ma non viene ascoltata neppure la sua voce.
Ecco perché, in questo quadro di desolazione,
morte e terrore, la battaglia per la pace assume valore fondante
per la sinistra e per tutti i democratici, in ogni parte del
pianeta. La pace come valore assoluto, senza subordinate.
La pace, che era stata caratteristica di una
politica estera dell'Italia, amica ed alleata degli Usa, ma non
subalterna, anche con governi che pure i comunisti
contrastavano, è ormai, con la politica estera dell'attuale
esecutivo, un lontano ricordo.
Truppe italiane, in un'umiliante posizione di
sottomissione ad altre truppe, ad ufficiali di altri Paesi,
occupano oggi l'Iraq. Un orrendo massacro di nostri uomini è
stato perpetrato, alcuni mesi fa, a Nassirya. Siamo esposti al
rischio del terrorismo al pari degli altri Paesi che si sono
piegati al volere dell'amministrazione Bush.
Anche noi, ormai, siamo assediati nel bunker.
Decenni di cooperazione, di amicizia, di solidarietà con il
mondo islamico sono andati in fumo. Decenni di faticosa
costruzione di una rete di relazioni diplomatiche nel
Mediterraneo è stata perduta per la cieca subalternità del
nostro governo a quello statunitense. Si tratta di una politica,
quella che guarda al Mediterraneo, nel quadro dell'unità
europea, che occorrerà risolutamente recuperare quando torneremo
a governare noi.
Scelte dissennate, dicevo, da parte del governo
italiano. I nostri uomini sono in Iraq in territorio di guerra,
in spregio all'art. 11 della Costituzione, mandati allo
sbaraglio, senza alcuna copertura diplomatica o politica, con un
cinismo assoluto ed altrettanta retorica ipocrita quando essi
sono stati trucidati.
Ecco perché noi chiediamo il ritiro immediato del
contingente italiano. Noi non ci siamo limitati e non ci
limitiamo, oggi, al cordoglio, forte e sincero, per le vittime
di Nassirya e per le loro famiglie. Noi uniamo - ahimè, molto
isolatamente nel mondo politico - al dolore, la rabbia.
Noi accusiamo. Accusiamo il governo. Lo accusiamo
di essere responsabile moralmente e politicamente di quella
strage. Ed abbiamo votato in Senato, pochi giorni fa, come
faremo alla Camera, con la massima determinazione, per il ritiro
delle nostre truppe, contro il rifinanziamento della missione in
Iraq. E rimaniamo colpiti, certo non positivamente, per il fatto
che la maggioranza delle forze del centro-sinistra, ed in
particolare quelle che hanno scelto di presentarsi alle elezioni
europee con il simbolo dell'Ulivo, simbolo di pace!, non abbiano
fatto altrettanto.
Vi è un intero popolo che la pensa come noi, che
ci chiede, come tante associazioni cattoliche e laiche,
Emergency tra le prime, di non partecipare alla guerra. Non un
uomo, non un supporto logistico, nessuna risorsa per la sporca
guerra coloniale in Iraq.
Che sia l'Onu a gestire la transizione verso un
nuovo Iraq, liberato dalle truppe occupanti. Si rechino in Iraq
truppe armate dell'Onu, truppe veramente di pace, delle quali
non devono far parte - ecco la nostra proposta, seria e concreta
- uomini o mezzi delle nazioni che hanno partecipato alla
guerra, con l'appoggio politico della Lega Araba. Così, si potrà
riconquistare la fiducia delle popolazioni irakene, lavorare per
la pace e per la democrazia, restituire l'Iraq, libero, al suo
popolo. E' la linea dei nostri fratelli del PC Irakeno,
sterminato a suo tempo proprio da Saddam, quando quest'ultimo
era protetto ed armato dall'Occidente per combattere l'Iran,
sterminare i Curdi con il gas ed eliminare i comunisti.
Ma, allora, Saddam era baluardo della democrazia
occidentale!
Eppure, in un quadro così drammatico, vi è un
mondo intero che non ha piegato la testa. Da Cuba al Brasile,
dal Sud Africa alla Palestina, popoli interi combattono per la
propria dignità, per il riscatto, per l'indipendenza. Siamo al
loro fianco, spesso - ancora una volta - da soli. Siamo con il
popolo palestinese in lotta per una pace giusta che porti alla
nascita di un stato indipendente: unica, vera garanzia anche la
sicurezza di Israele. Due popoli, due stati.
Così come siamo al fianco - e lo abbiamo
dimostrato nei frangenti più difficili, ma gli amici veri si
vedono proprio nel momento del bisogno - dell'esperienza
straordinaria ed originale del socialismo di Cuba, questa
piccola isola che ha mostrato a tutto il mondo, tra
straordinarie difficoltà, che l'imperialismo può essere
sconfitto.
Le delegazioni di questi Paesi e dei rispettivi
partiti - molti dei quali al governo - sono qui con noi. Così
come sono con noi le delegazioni dei partiti comunisti e
progressisti di quattro continenti. Le salutiamo con l'affetto e
la fraternità che contraddistinguono il nostro
internazionalismo. Grazie di essere qui con noi.
Continueremo a batterci per la pace e per un
mondo più giusto. E siamo fermamente convinti che l'Europa possa
e debba assolvere - dopo il disastro del semestre a guida
italiana - un ruolo sempre crescente negli equilibri mondiali.
L'Europa può diventare motore di pace e cooperazione e, al
contempo, elemento di riequilibrio dei poteri su scala
planetaria, insieme alla Repubblica Popolare Cinese e ai nuovi
governi democratici e di sinistra dell'America Latina, ad
iniziare da quello di uno dei Paesi più grandi ed importanti del
mondo, il Brasile di Lula.
Ma l'Europa potrà assolvere a tale funzione se
imboccherà con maggiore decisione il cammino dell'unità
politica, non solo economica e monetaria. Noi lavoriamo per
l'unità dell'Europa; crediamo che vada corretta, ma non
derubricata, la Carta dei diritti, ove un peso ben maggiore
devono trovare il tema della pace e le questioni sociali;
lavoriamo per maggiori poteri al Parlamento europeo; e siamo
convinti che se l'Unione Europea vorrà assolvere ad un ruolo
internazionale, autonomo anche rispetto alla Nato -
anacronistica presenza di un passato ormai sepolto -, l'UE si
dovrà necessariamente dotare anche di un proprio autonomo
strumento di difesa.
Non a caso, contro l'unità politica dell'Europa
opera la destra, ad iniziare proprio dal governo Berlusconi, che
lavora in tal senso in sintonia piena con l'amministrazione Bush,
nemica acerrima del processo di unificazione europea,
considerato un pericolo per il proprio dominio sul mondo.
2. Altrettanto profondi e gravi sono i guasti
operati da Berlusconi e dai suoi alleati nel tessuto sociale e
democratico del nostro Paese.
Eppure, nutro forti dubbi che la maggioranza dei
cittadini italiani abbia chiaro quale sia oggi la posta in
gioco, la natura dello scontro in atto.
Non si tratta della difesa, pur fondamentale, di
questo o quel diritto calpestato o cancellato dal governo in
carica. La posta in gioco è invece il modello complessivo di
società nella quale vivremo e soprattutto vivranno le giovani
generazioni.
Sino ad oggi abbiamo vissuto in una società
fondata sui diritti costituzionali e sulle libertà. Rischiamo,
se continuerà lo smantellamento progressivo di diritti
faticosamente e duramente conquistati nei decenni passati, di
vivere in una società fondata sulla disuguaglianza e sulla
sopraffazione del più forte sul più debole: una società, quindi,
antitetica rispetto al principio di eguaglianza sostanziale dei
cittadini di fronte alla legge, per cui la Repubblica - come
recita la Costituzione - ha l'obbligo di rimuovere gli ostacoli
di natura economico-sociale, cioè di classe, che impediscono il
dispiegarsi, appunto, del principio di eguaglianza.
Nel documento congressuale e nelle schede
allegate sui diversi argomenti, si potranno trovare nel
dettaglio gli elementi per comprendere a fondo questo
ragionamento. In questa sede, invece, mi limiterò a due soli
esempi, ma essenziali, paradigmatici: la legge 30 e la riforma,
anzi la controriforma, della scuola del ministro Moratti.
Con la legge 30, semplicemente quanto
brutalmente, è stato cancellato il contratto di lavoro a tempo
indeterminato. Non c'è più. Il lavoro viene parcellizzato, reso
del tutto precario, interinale, intermittente, in (finta)
partecipazione, a chiamata, in affitto, in leasing. Comunque,
non garantito, non tutelato, gestito da altri, che firmano per
conto del lavoratore il suo contratto, retrocedendolo ad oggetto
e non più soggetto del contratto medesimo.
È
la nuova forma del caporalato del 2000.
E per giunta si tratta di forme di lavoro con
forti decontribuzioni, che già oggi - anche se non dovesse
passare l'orrenda riforma delle pensioni voluta dal governo,
contro la quale chiamiamo insieme ai sindacati alla
mobilitazione ed allo sciopero generale -, comunque già da oggi,
ripeto, con la sola riforma Dini del '95, ridurrà in assoluta
miseria i pensionati di domani. Si dice - anche in settori del
centro-sinistra - che sarebbe necessario potenziare le pensioni
integrative, cioè quelle private. Ma io chiedo, e chiedo con
rabbia: ma come fanno questi lavoratori che a fine mese, nella
migliore delle ipotesi, guadagnano cifre che non arrivano ai
1000 euro, come fanno a tirare fuori anche i soldi per le
pensioni integrative? E', semplicemente, una vergogna.
Ma la legge 30 è l'esempio più evidente di una
delle più odiose mistificazioni della fase che stiamo vivendo.
Si afferma che avremmo avuto, grazie a questa legge, la
"modernizzazione" del mercato del lavoro. Bene, è tempo di
incominciare senza infingimenti a ribaltare tale falsa ideologia
della modernità.
Una riforma che scardina ogni garanzia per i
giovani nel mondo del lavoro non è moderna. E' arcaica. Cosa c'è
di più antico, di più arretrato che privare i lavoratori dei
diritti fondamentali? Era così una volta. I lavoratori potevano
essere licenziati a piacimento e venivano scelti a giornata,
senza diritti, dai caporali. E' la falsa modernità dell'antico
riportato in vita. La legge della giungla.
L'altro esempio di questa concezione del mondo è
la riforma della scuola della Moratti. Non penso tanto al bonus
assegnato alle famiglie che mandano i figli nelle scuole
private, così clamorosamente incostituzionale.
Mi riferisco invece proprio alla riforma
complessiva della scuola pubblica, che ci riporta indietro di
più di 40 anni. Ancora una volta, viene definita "moderna", ma è
un clamoroso ritorno all'antico, al periodo precedente la
riforma della scuola media unificata, dell'inizio degli anni
'60. E' l'idea che le ragazze e i ragazzi non siano tutti uguali
e che il futuro dei giovani sia determinato non dal loro
intrinseco valore, ma dalla classe di appartenenza. Come era una
volta, appunto. Con la scelta precoce tra due canali formativi,
distinti e separati, quello liceale e quello che volto ad
imparare un mestiere, si è riesumato un istituto scolastico
abolito 40 anni fa, l'avviamento al lavoro: che era una cosa
semplice, per quanto odiosa.
Era l'idea che i figli dei professionisti vanno
al liceo, poi vanno all'università, si laureano e diventano
professionisti come i loro padri; mentre i figli dei lavoratori
vanno ad imparare un mestiere, perché non devono andare a
scuola, non devono diventare migliori, istruirsi, acquisire
cultura, senso critico, perché non devono diventare classe
dirigente.
L'accoppiata della legge 30 e della riforma
Moratti della scuola rappresenta un fatto terribile. Le ragazze
e i ragazzi di oggi vengono privati della cosa più importante:
sono privati del proprio futuro. Coloro che vengono dalle classi
lavoratrici non andranno a scuola e saranno costretti a lavori
manuali e subalterni; ma con il mercato del lavoro del tutto
precario vengono anche privati della possibilità più elementare,
quella di progettare la propria vita: una casa, una famiglia,
dei figli.
Berlusconi, dunque, le sue promesse, quelle
peggiori, le sta mantenendo tutte. Sta cambiando il Paese, in
peggio, rovinosamente.
E questo vale per qualunque settore.
Il servizio sanitario nazionale viene smantellato
progressivamente. Tutti i servizi sociali essenziali stanno
diventando a pagamento, anche per via dei drastici tagli agli
EE.LL: trasporti, ticket sanitari, scuola materna, asili nido.
Le leggi finanziarie degli ultimi anni hanno drasticamente
tagliato le forme di sostegno - in questo caso assolutamente
indispensabili - per i portatori di handicap, i disabili: misura
odiosissima, perché colpisce davvero i più indifesi e deboli
della società e le loro famiglie.
Gli affitti per le case, soprattutto nelle grandi
città, stanno diventando - per i giovani come per gli anziani -
del tutto proibitivi. Un'autentica piaga sociale.
Il carovita, con un'inflazione ben più alta di
quanto l'Istat, colpevolmente, cerchi di far credere, colpisce
le famiglie e rende del tutto precaria non soltanto la
condizione dei ceti subalterni ma anche di molti settori del
ceto medio. Vedete, si discute molto sulle forme estreme di
protesta di alcuni settori, penso agli scioperi dei servizi
pubblici. Bene, io vi chiedo: come si fa a vivere con 650 o 800
euro al mese? La protesta, anche estrema, nasce dalla
disperazione. E i sindacati confederali, e segnatamente la Cgil,
dovrebbero essere alla testa di queste lotte, non subirle.
Insomma, il grande tema della condizione
materiale di vita di milioni di persone, deve tornare ad essere
tema fondante per la politica e in particolare per la politica
della sinistra e del centrosinistra. Noi, dunque, nell'ambito
della difesa strenua del contratto nazionale di lavoro,
proponiamo anche che venga reintrodotta in Italia una forma di
adeguamento automatico dei salari e delle pensioni
all'inflazione reale, non certamente all'inflazione programmata.
Ma la crisi economica del Paese è una crisi
economica strutturale. Si sono perduti, dal 2001 ad oggi,
trecentomila posti di lavoro nella grande industria. E la crisi
industriale è generalizzata: penso ai settori meccanici (ove non
c'è solo la gravissima crisi Fiat, con un indebitamento bancario
spaventoso), chimici, siderurgici, agro-alimentari (oggi
particolarmente gravi, Cirio, Parmalat, che pongono in modo
molto serio la questione della vigilanza sul sistema bancario,
anche per via di responsabilità, che a noi paiono non
eliminabili, dell'attuale governatore della Banca d'Italia). Ma
la crisi si sente anche in un settore che si pensava in Italia
non potesse essere colpito, quello tessile.
Il governo non ha una politica industriale. Anzi.
Tutti sappiamo che vi è un unico modo per essere competitivi
nell'economia globale, quello di investire nella formazione,
nella ricerca scientifica e nell'innovazione tecnologica. Il
governo fa esattamente il contrario, tagliando drasticamente i
finanziamenti alla ricerca: investiamo in ricerca il 5% di
quanto spendano in proporzione gli Usa e il 30% rispetto alla
Germania. Addirittura, è stato commissariato il Consiglio
nazionale delle ricerche e un disegno di legge del governo
prevede un sostanziale smantellamento della formazione e della
ricerca universitaria. Senza ricerca, senza innovazione, senza
mano d'opera altamente specializzata e quindi formata
adeguatamente, l'industria italiana non reggerà alla concorrenza
nell'economia globalizzata. Non a caso, il Pil italiano, come si
sa, è del tutto fermo.
Il Sud, dal canto suo, è letteralmente sparito,
derubricato dall'agenda politica del governo. In vaste aree del
Mezzogiorno, si sono ricreati vecchi (e mai del tutto sopiti)
intrecci tra potentati economici, potere politico e malavita
organizzata. Le cosiddette grandi opere, peraltro mai partite,
sono l'esempio di come non si debba operare per il riscatto del
Sud d'Italia: il Ponte sullo Stretto ne è paradigma. Nel
Mezzogiorno - ormai differenziato al suo interno in aree spesso
diversissime le une dalle altre - vi sono zone ove è essenziale
investire in strutture ed infrastrutture essenziali: acquedotti,
strade, ferrovie, aeroporti, porti industriali, ponti, aree
industriali attrezzate. Ma anche politiche creditizie nuove,
snellimento della burocrazia, politiche di sostegno allo
sviluppo dei sistemi produttivi meridionali, investimenti
nell'ambiente, inteso come risorsa economica straordinaria e non
adeguatamente sfruttata, turismo, valorizzazione del patrimonio
storico e artistico.
Il contrario, appunto, di quanto faccia il
governo.
3. In definitiva, dopo circa tre anni di governo
Berlusconi, l'Italia è più povera, più fragile, più insicura.
Scendono in piazza i lavoratori salariati, gli
operai e gli impiegati, ma anche i medici, gli insegnanti, gli
studenti, le famiglie. Dai trasporti alla sanità, alla scuola,
all'università, alla magistratura. Tutta l'Italia si sente più
fragile ed indifesa. E si batte per i propri diritti.
Un dato per tutti? 144.000 bambini, tra i 7 e i
14 anni, - sono i recenti dati Istat - lavorano in condizioni di
sfruttamento: non è il Bangladesh, è l'Italia. In spregio alle
severi leggi contro il lavoro minorile, alle più elementari
regole della civiltà umana.
Ma non tutti sono più poveri e più insicuri.
Perché questo governo è forte con i deboli, ma debole con i
forti.
Sei un immigrato? Nessun diritto. L'orrenda legge
Bossi-Fini offende la civiltà giuridica di questo Paese. D'altro
canto, la figura dell'immigrato è esempio paradigmatico dello
sfruttamento del nuovo millennio. Somma in sé, infatti, allo
sfruttamento, per così dire, tradizionale del lavoro subalterno,
quello inedito della crescente contraddizione tra Paesi ricchi e
poveri, diventando così cartina di tornasole delle ingiustizie
globali. Ma un problema di queste proporzioni potrà essere
affrontato solo sulla base di una politica di integrazione, non
certo di repressione: ad un fenomeno oggettivamente non
arginabile, si può rispondere solo con intelligenza e serietà,
non agitando nuove orrende forme di razzismo e xenofobia, che
alimentano proprio l'insicurezza dei nostri concittadini. Più
gli immigrati saranno posti ai margini della società, più
saranno automaticamente sospinti verso la marginalità e la
devianza. E' proprio l'integrazione, viceversa, che porta alla
sicurezza.
Ancora. Sei un tossicodipendente o, più
banalmente, un giovane che fuma uno spinello? Il progetto di
legge governativo a firma di Fini sposa una linea repressiva e
carceraria che non è solo iniqua, semplicemente non funziona.
Acuirà ancor più il problema.
Questi signori che stanno al governo si riempiono
la bocca del garantismo e dei diritti. E dunque, in tema di
giustizia, approvano provvedimenti che definiscono, appunto,
"garantisti": legge Cirami, lodo Schifani, depenalizzazione
sostanziale del falso in bilancio, e così via. Rendono il
processo penale una specie di corsa ad ostacoli.
Ma i diritti, le garanzie, si chiamano così se
sono di tutti: dal presidente del consiglio all'ultimo
extracomunitario clandestino. Altrimenti, non si chiamano
diritti, ma privilegi: di classe e di casta.
Se sei un lavoratore, vieni privato di ogni
diritto e tutela; se invece appartieni alla classe dirigente,
ecco l'abolizione della tassa di successione sui grandi
patrimoni, il provvedimento che consente il rientro anonimo dei
capitali esportati illegalmente all'estero, i condoni continui -
fiscali, edilizi, ambientali - e, in misura massiccia, le misure
che agevolano l'evasione fiscale, sino all'esplicito invito a
non pagare le tasse formulato dal presidente del consiglio. E
infatti l'evasione e l'elusione sono ripartite alla grande, con
pesantissimi guasti ai bilanci dello Stato.
È una precisa concezione del mondo. Il diritto è
un impaccio, le regole non devono esistere, o valgono solo per
alcuni. L'illegalità è la nuova norma di comportamento,
incoraggiata, assecondata, blandita. Non a caso, si vogliono
intimidire i magistrati.
La riforma dell'ordinamento giudiziario, oggi in
esame al Parlamento, è questo: l'obiettivo è colpire
l'indipendenza della magistratura, che è principio non a tutela
dei magistrati, ma del principio di eguaglianza dei cittadini
davanti alla legge.
Ancora. Sei ricco? Oggi puoi anche comprarti un
pezzo d'Italia, di patrimonio collettivo. Un clamoroso
provvedimento legislativo consente infatti la svendita del
patrimonio più importante del nostro Paese, il proprio
patrimonio storico, archeologico, artistico, paesaggistico. E
una volta venduto, non sarà più di tutti, ma di alcuni,
pochissimi, che potranno permetterselo. È la privatizzazione
dell'Italia.
4. L'obiettivo, come detto, è trasformare il
modello complessivo della nostra società.
Ma per fare ciò, occorre colpire a morte la
Costituzione, che del modello odierno di società è baluardo. Si
colpisce la Costituzione modificandola, ma anche svuotandone i
principi fondanti.
Si colpisce la Costituzione, innanzi tutto,
aggredendone il fondamento, il patto esplicito che sta alla base
di essa: il principio dell'antifascismo. L'antifascismo come
pilastro, come cemento di quel patto costituzionale tra le forze
politiche e ideali che la scrissero all'indomani della
Liberazione, è oggi messo seriamente in discussione.
Berlusconi rivaluta Mussolini, non celebra il 25
aprile, definisce la Costituzione "sovietica", ritiene il
confino per gli antifascisti una villeggiatura.
Ancora. La Resistenza è definita assassina, si
riabilitano i ragazzi di Salò, si mettono sullo stesso piano -
orribilmente - le foibe con il male assoluto, la Shoa.
Assistiamo all'intitolazione di vie e di piazze a gerarchi
fascisti, ad assalti squadristi a teatri ove si svolgono
rappresentazioni che trattano della Resistenza e ad incursioni a
librerie per distruggere volumi di autori di sinistra. Vengono
istituite commissioni di censura per i libri di testo di storia
nelle scuole. Tutto ciò, non ad opera di estremisti fanatici, ma
ad opera di esponenti del partito del vice-presidente del
consiglio!
Il revisionismo storico impera. Ce ne ha parlato
mirabilmente Luciano Canfora: non a caso abbiamo voluto aprire
così, innovando un'antica liturgia, il nostro Congresso.
Grandi, purtroppo, sono le responsabilità su
questo terreno anche della sinistra. Non aver contrastato questo
fenomeno e, da qualche tempo, averne accettato le ragioni.
E allora io voglio dire qui, con grande
chiarezza, che per noi il valore dell'antifascismo resta un
valore fondante per la sinistra e per tutti i democratici, senza
il quale, inevitabilmente, cadrà anche tutta l'impalcatura
costituzionale.
Con chiarezza. Non è vero che i morti sono tutti
uguali.
Ma a partire dall'antifascismo sono sotto attacco
pressoché tutti i diritti fondamentali di uno Stato democratico,
sarei tentato di dire di uno Stato liberale.
L'informazione è quasi completamente in mano al
governo e al presidente del consiglio. E su questo occorre fare,
tutti insieme, autocritica. Manca una legge sul conflitto degli
interessi. Certo, ma è illusorio pensare che la faccia
Berlusconi. Non la farà. Ma è necessario dire che quella legge
l'avremmo dovuta fare noi, quando nei cinque anni passati era al
governo il centro-sinistra. Dico ciò non per gettare la croce su
qualcuno, ma assumere un impegno per il domani. Affinché non si
perseveri diabolicamente nell'errore: nella prossima
legislatura, nei primi cento giorni, occorrerà approvare una
rigorosa legge sul conflitto degli interessi, che impedisca lo
scandalo di chi detiene insieme potere economico, potere
politico e assoluto controllo dei media.
Ancora. E' in discussione la laicità dello Stato,
dalla procreazione assistita ai diritti conquistati dalle donne.
Siamo tornati indietro di decenni negli orientamenti legislativi
sulle coppie di fatto, sui temi della famiglia, delle adozioni,
delle differenze di orientamento sessuale. Troppi, anche nel
centro-sinistra, sembra affrontino temi che riguardano,
certamente, anche la propria coscienza, pensando tuttavia che le
opinioni della gerarchia ecclesiastica debbano essere seguite da
tutto il Paese e non dai soli credenti.
Un quadro siffatto ci porta a credere che il
rischio di ritrovarci a vivere in un regime sia un rischio
reale.
Ovviamente non ci riferiamo a un regime
totalitario nel senso tradizionale del termine, ma a un inedito
regime, modernissimo, nel quale, progressivamente, vengono
ristretti gli spazi di libertà, quella sostanziale.
Laddove l'informazione è negata, è ristretta la
libertà. Laddove i diritti sociali sono negati si ritorna a
forme di vassallaggio per cui i diritti non sono più tali,
perché i diritti sono quelli che sono tuoi e non li devi
chiedere: perché se li devi chiedere, si chiamano elemosine: ed
esse, soprattutto nel Mezzogiorno, ma non solo, riproducono un
sistema di subalternità e vassallaggio.
Laddove si torna alle schedature dei
sindacalisti, dei delegati e dei lavoratori che scioperano, la
libertà di esercitare un diritto costituzionalmente garantito è
in pericolo.
Vengono sistematicamente svuotati o aggirati i
principi costituzionali: dalla pace all'eguaglianza, dal lavoro
alla scuola, dalla sanità alla casa.
Ma l'attacco alla Costituzione è anche diretto,
esplicito. Le riforme costituzionali in esame al Senato vanno in
questa direzione.
Se verranno approvati i nuovi poteri del premier,
così come sono stati disegnati, il Presidente del Consiglio -
eletto, di fatto, con investitura popolare - avrà un potere
smisurato rispetto al Parlamento, che arriverà sino alla
possibilità di sciogliere direttamente le Camere. E il
Presidente della Repubblica, oggi bilanciamento dei poteri tra
parlamento e governo, avrà un compito solo notarile.
Se a questo aggiungiamo che, nella proposta di
devoluzione, la scuola, la sanità e la polizia locale vengono
assegnati in potestà legislativa esclusiva alle regioni, ciò
rappresenta un attentato non già alla seconda parte della
Costituzione, come ipocritamente si dice, e cioè alla parte che
riguarda la struttura dello Stato, ma un diretto attacco alla
prima parte della Costituzione, quella che tratta dei diritti e
dei principi fondamentali della Repubblica: perché quando avremo
una sanità e una scuola di serie A, di serie B e di serie C, a
seconda delle regioni, quei diritti saranno differentemente
esercitati ed avremo anche cittadini di serie A, B e C.
È l'idea di una Italia egoista, di una Italia che
non redistribuisce la ricchezza, ma si struttura
legislativamente a due o tre diverse velocità.
Su questi temi, carissimi compagni ed amici del
centro-sinistra, non si può, non si deve trattare con il
governo. L'opposizione deve essere intransigente, rigorosa,
severa. Nessun accorto bipartisan, nessun cedimento, nessun
compromesso. La Costituzione fu scritta da forze politiche che
si combattevano, ma avevano un comune sistema di valori, fondato
sull'antifascismo e la democrazia. Con chi, viceversa, la
democrazia conculca, non può esservi nessun nuovo patto per
riscrivere le regole comuni.
5. Insomma, la posta in gioco è molto alta.
Ripeto, è in gioco un modello complessivo di società.
Ecco, dunque, il tema che abbiamo di fronte, come
opposizione.
La mia, la nostra opinione, è che la battaglia
politica e sociale contro il governo debba avere l'obiettivo di
farlo cadere - possibilmente anche attraverso una nuova
sconfitta elettorale alle prossime europee - prima della
scadenza naturale e si vada ad elezioni politiche anticipate.
Il governo è in crisi. Sono due anni che accumula
sconfitte nelle elezioni amministrative. Il suo blocco sociale
si sta sfaldando. Pezzi anche dell'imprenditoria e del commercio
che lo avevano sostenuto se ne stanno allontanando. Rilevanti
settori delle stesse gerarchie ecclesiastiche hanno protestato
per le misure più scopertamente lesive dei diritti dei più
deboli. Fasce di ceto medio in crisi lo hanno abbandonato.
Ma il governo è tutt'altro che già battuto.
Occorre dunque agire per metter in campo la strategia migliore
per sconfiggerlo.
Noi ben sappiamo che per battere Berlusconi è
indispensabile un'alleanza strategica tra sinistra e pezzi di
schieramento moderato, il più largo schieramento moderato, e
questa linea ha contraddistinto il nostro Partito sino dalla sua
nascita, nel 1998. E' una linea senza la quale la destra
governerà l'Italia per anni e anni ancora. Siamo persuasi che
non vi sia alcuna possibilità politica di tornare a governare il
Paese se non vi sarà la più larga alleanza di centro-sinistra.
Non è in discussione, dunque, se stare nel
centro-sinistra, ciò è per noi dato acquisito e strategico. Il
punto è come stare nel centro-sinistra.
Su grandi e decisive questioni siamo già
largamente in sintonia con le altre forze del centro-sinistra.
Penso alla difesa della democrazia, della Costituzione, alla
giustizia, all'informazione.
Ma vi sono alcune questioni che giudichiamo di
prima grandezza, sulle quali invece occorrerà, all'interno della
nostra coalizione, un confronto molto serio. Mi riferisco ai
temi del lavoro e in generale alle questioni sociali.
Lavoro, salario, pensioni, condizioni materiali
di vita di milioni di donne e uomini.
In fondo, a questo serve una sinistra all'interno
dell'alleanza di centro-sinistra. La sinistra politica è nata,
più di un secolo e mezzo or sono, proprio per questo: dare
rappresentanza politica al mondo dei ceti subalterni.
Ed oggi, più che mai, in Italia ed in Europa, c'è
bisogno di sinistra.
Viceversa, lo voglio dire con molta nettezza, noi
rischiamo di ritrovarci all'indomani delle elezioni europee
senza che in Italia vi sia una larga ed autonoma rappresentanza
della sinistra nel panorama politico.
Se la lista unitaria, composta da uomini e donne
della sinistra, i compagni Ds e dello Sdi., ma anche dalla
Margherita e dai Repubblicani, se questa lista, dunque, si
trasformerà in un partito o in un soggetto politico all'indomani
delle europee, bene, ciò porrà in Italia il tema della presenza
di una autonoma formazione politica di sinistra.
Non è un problema di sigle o di contenitori. E'
un problema di sostanza e di contenuti. Chi rappresenterebbe il
mondo del lavoro?
L'Italia è il paese nel quale tutti i giorni
muoiono quattro persone nei cantieri, nei luoghi di lavoro,
quattro persone che sono tuttavia invisibili, non fanno notizia,
non sono oggetto della battaglia politica.
Bene, noi vogliamo rendere visibili questi
invisibili e questo Congresso lo abbiamo concepito proprio
mettendo al centro della nostra discussione e della nostra
azione politica i temi del lavoro: di chi lo ha, di chi non lo
ha ancora o non lo ha più, di chi ha terminato di lavorare, i
pensionati.
Centralità del lavoro per una moderna formazione
politica per il lavoro e per i lavoratori.
E vedete, su questi temi noi cercheremo
tenacemente, pazientemente un accordo all'interno del
centro-sinistra. E' sforzo indispensabile. Ma sulle gabbie
salariali, sulle pensioni integrative, sull'innalzamento di due
anni dell'età pensionabile noi non siamo d'accordo con molte
delle opinioni espresse, anche autorevolmente, all'interno della
nostra coalizione: e lo diciamo a gran voce. Sulla legge 30 e
sulla riforma della Moratti, ci batteremo con ogni nostra forza
perché appena tornati al governo si vada alla abrogazione di
queste leggi, che non sono emendabili, sono da cancellare.
Ed ancora, quando torneremo a governare, sarà
necessario approvare rapidamente una legge sulla rappresentanza
sindacale.
Così come chiediamo che cessi l'ubriacatura, del
tutto ideologica, sulle privatizzazioni e lanciamo la parola
d'ordine, da questo Congresso, che vogliamo più pubblico e meno
privato, ad iniziare dagli enti pubblici locali; che vogliamo
più Stato e meno mercato: non è vero infatti che il privato
funzioni meglio del pubblico, come dimostrano gli esiti - in
qualche caso disastrosi - delle privatizzazioni già effettuate
nei settori strategici dell'economia.
Si parla tanto di riformismo. E il soggetto
politico che potrebbe nascere dopo le elezioni europee tra i
partiti che hanno dato vita alla lista unitaria, sembra voglia
definirsi, appunto, riformista.
Bene, accettiamo la sfida politica delle riforme.
Perché la parola riformista è parola vuota se non la si riempie
di contenuti. Vogliamo sapere quali riforme farà il centro-
sinistra, di che segno, a vantaggio di quali classi sociali.
Noi intendiamo svolgere una battaglia politica,
leale e unitaria, dentro al centro- sinistra, affinché i temi
del lavoro ritornino ad essere, stabilmente e coerentemente, al
centro dell'azione del prossimo nostro governo.
E si tratta di cose, di contenuti, non di
formule. Voglio fare un esempio: quando si tratterà di redigere
la prima legge finanziaria del nuovo governo di centro-sinistra,
noi proporremo che si realizzi uno spostamento significativo di
risorse sui temi della sicurezza sul lavoro. Bisogna assumere
nuovi ispettori del lavoro e servono soldi, per fare i controlli
nei cantieri, per far finire o ridurre la mattanza di questi
assassini bianchi, la piaga dei morti e delle centinaia di
migliaia di infortuni sul lavoro. Bisogna eseguire i controlli e
inasprire e rendere reali le sanzioni nei confronti di coloro
che non rispettano le norme sulla sicurezza.
6. C'è dunque bisogno di sinistra e questo
bisogno di sinistra, che noi cerchiamo di interpretare, sappiamo
perfettamente che non potremo colmarlo da soli.
Avevamo avanzato la proposta a tutta la sinistra
italiana, anni addietro, di confederarsi: l'avevamo avanzata ai
Ds, a Rifondazione, ai Verdi e ai vari soggetti sociali che sono
nati negli anni che abbiamo alle spalle: penso ai movimenti, ai
girotondi, alle associazioni.
Si poteva fare, si poteva costruire, e tuttora si
potrebbe, una grande confederazione della sinistra, dentro la
quale ciascuno manterrebbe la propria identità, il proprio nome,
la propria storia, le proprie liturgie, ma ciononostante
operando uno scarto in avanti, varando cioè esattamente quella
operazione politica che avevamo immaginato nel 1991, dalla quale
sono partito in questa relazione.
Viceversa, i compagni Democratici di sinistra
hanno preferito fare un'operazione analoga, ma sul versante
moderato, ed i compagni di Rifondazione non ritengono di dover
operare in questa direzione, rimanendo ancorati esclusivamente
alla propria (consentitemi di dirlo: incerta) identità.
Noi mettiamo tuttavia il nostro Partito al
servizio di questa operazione politica, continuando ad essere
persuasi che vi sia la possibilità - tanto più se nascerà il
partito riformista - di costruire un soggetto politico
confederato a sinistra.
L'idea di questo nostro partito messo a
disposizione di un progetto di tale ambizione, sta facendo
crescere il partito medesimo. Personalità prestigiose che non
sono comuniste (un nome per tutti, Gianni Vattimo) hanno scelto
di venire con noi, mantenendo il proprio profilo ideale,
culturale, politico, ma mettendosi a disposizione di questo
partito.
Numerosi nuovi quadri - dalla Campania alla
Lombardia, dalla Sardegna all'Emilia, dall'Abruzzo al Piemonte,
ma un po' in tutta Italia - stanno aderendo al nostro Partito.
Sono militanti, sindacalisti, amministratori, sindaci e
consiglieri ad ogni livello: comunali, provinciali e regionali.
Provengono dalle fila dei Ds e di Rc o, più semplicemente, si
tratta di compagni che dopo anni di inattività seguita allo
scioglimento del Pci, stanno ritrovando in noi le ragioni per
riprendere la lotta.
Noi vogliamo che anche nelle prossime tornate
elettorali, europee ed amministrative, il nostro partito si
contraddistingua - e stiamo già lavorando in questo senso - per
avere liste aperte, apertissime, alla sinistra, ai lavoratori,
alle associazioni, al mondo della pace, al mondo ambientalista.
Siamo cioè la forza che unisce, che aggrega, una forza mai
chiusa in se stessa.
Una forza politica che fa della proposta e non
solo della denuncia la sua caratteristica fondante; che sa bene
quanto la politica delle alleanze sia essenziale se si vuole
governare: e il governo è un mezzo, non già un fine. E' lo
strumento per cambiare le cose. Ce lo ha insegnato, più di
cinquant'anni fa, sin dal 1944, un grande dirigente comunista
che si chiamava Palmiro Togliatti. E' la differenza tra chi fa
politica e chi si limita a stilare sterili proclami.
7. Posso dire con soddisfazione che questa linea
ci sta facendo crescere.
Arriviamo a questo congresso, a distanza di quasi
tre anni dal congresso precedente di Bellaria: ma sembrano
passati tre anni-luce.
Siamo un partito in crescita elettorale, come
dimostrano tutte le ultime tornate elettorali amministrative del
2002-2003, le comunali, le provinciali, le regionali.
Senza voler evidentemente fare dello sciocco
trionfalismo, abbiamo tuttavia alle spalle dei risultati
importanti, che ci hanno visto crescere in termini percentuali
e, sempre, anche in termini assoluti.
Affrontiamo questo Congresso con un partito
saldamente unito nella linea politica, come dimostrano le
approvazioni pressoché unanimi in tutti i congressi provinciali
e regionali dei documenti politici.
Un partito in salute, unito e fortemente
connotato dalla presenza giovanile e dalla presenza delle donne.
Due dati, per tutti: il 25% dei nostri iscritti, anch'essi in
sensibile, complessivo aumento, ha un età inferiore ai 29 anni.
Il 43% dei nostri esponenti nelle istituzioni, dai consigli
comunali sino al parlamento nazionale (sono i dati di Arci
Donna, non i nostri) sono compagne: è un dato straordinario. Un
dato che mi fa dire, con semplicità, che quando si parla di
presenza delle donne in politica e nelle istituzioni è inutile
fare convegni, occorrono non parole, ma scelte politiche
precise. Bisogna farlo.
Bisogna decidere di portare le compagne, le
donne, nelle istituzioni e poi conseguentemente attuare questa
decisione. Noi continueremo su questa strada, ad iniziare dalla
decisione di mantenere il 50% esatto dei due sessi nel Comitato
centrale.
Questi dati ci incoraggiano. Ma noi abbiamo ben
chiaro il senso delle proporzioni e sappiamo perfettamente di
essere un partito ancora piccolo.
Tuttavia, siamo un partito piccolo, che ha una
grande ambizione: essere degno della tradizione migliore del
Partito comunista italiano. Ci riusciremo solo se sapremo
coniugare sempre la tradizione con l'innovazione. Un grande
poeta diceva che la tradizione si conquista non la si riceve: ed
è vero, la tradizione non è un dato acquisito, proclamato,
ricevuto, per così dire, in eredità.
La tradizione si conquista, operando il recupero
della parte migliore della storia comunista italiana, ma
portandola nel nuovo millennio: dunque senza alcuna pigrizia
intellettuale, essendo sempre capaci di metterci in discussione.
E quando ci riferiamo alla parte migliore della storia comunista
io mi riferisco innanzi tutto al grande ed ineludibile tema del
rapporto della politica con i giovani.
Uno dei fenomeni più rilevanti degli anni recenti
è stata l'esplosione di uno straordinario e generosissimo
movimento soprattutto giovanile contro la globalizzazione
capitalistica. Abbiamo capito con qualche ritardo questo
movimento e abbiamo svolto su tale nostro colpevole ritardo
un'autocritica molto severa, ad iniziare da chi vi parla,
proprio al congresso di Bellaria, tre anni fa. Oggi, siamo a
pieno titolo dentro i movimenti, con la nostra identità di
comunisti, ma riconosciuti e riconoscibili come parte essenziale
di essi: nel movimento contro la globalizzazione capitalistica,
nel movimento per la pace, in prima fila nelle lotte sociali.
Questi movimenti rappresentano la novità più feconda della
nostra epoca e hanno rappresentato anche una spinta
importantissima nei confronti del centro-sinistra, perché esso
ritrovasse energia e spirito combattivo.
Ma il protagonismo dei giovani pone ai partiti
una questione, una grande ed irrisolta questione. Questi giovani
esprimono infatti un bisogno di politica.
Forse confusamente, forse velleitariamente - come
tutti noi quando eravamo ragazzi - questi giovani chiedono di
cambiare il mondo. Un altro mondo è possibile.
Hanno ragione.
Ma essi non sono diventati avversi alla
globalizzazione perché hanno letto il Capitale di Karl Marx,
essi contrastano questa globalizzazione perché il loro cuore è
offeso dalle ingiustizie clamorose del mondo.
Esprimono il bisogno di esserci, di fare
politica, ma questi stessi giovani, come purtroppo larga parte
della società, ci dicono che i partiti così come sono non gli
piacciono. Ed allora il grande tema è quello - per ciascuno di
noi - di restituire dignità alla politica e ai partiti politici.
Per dirlo con una parola semplice, noi dobbiamo
dimostrare con i comportamenti che non è vero che siamo tutti
uguali, perché nel momento in cui i partiti sono percepiti da
larghe fette dell'opinione pubblica, e soprattutto dai giovani,
come comitati d'affari, come consorterie dove si spartiscono i
posti e le poltrone, e dunque sono tutti uguali, allora ha già
vinto Berlusconi, ha vinto la sua visione del mondo.
Occorre, dunque, rinnovare profondamente il modo
in cui i partiti operano. Ma le prediche agli altri non servono
a niente, bisogna partire da sé e bisogna partire da sé con
grande rigore, con grande severità verso se stessi. Bisogna
contrastare e sconfiggere, dentro ai propri partiti, ogni forma
di opportunismo, di carrierismo, di litigiosità sulla
spartizione dei posti: è difficile, e lo dico da segretario di
un partito dove tutto ciò è molto, molto ridotto. E ciò
nonostante, so che è difficile, ma so anche che è
indispensabile.
Dunque, proprio dalla tradizione comunista
italiana noi dobbiamo recuperare quella che veniva chiamata la
diversità comunista, che era intesa come una diversità etica,
morale, prima ancora che politica e programmatica. Occorre
recuperare - e quanto bisogno c'è n'è oggi in Italia! - il tema
della questione morale come grande questione politica nazionale.
Questo tema noi possiamo proclamarlo e praticarlo
a testa alta, perché la questione morale come questione politica
non è stata posta da Mani Pulite, da Antonio Di Pietro, dal pool
di Milano, la questione morale è stata posta per la prima volta
in Italia, con straordinaria lungimiranza, da un grande
dirigente comunista, da un grande uomo.
Si chiamava Enrico Berlinguer.
È nel suo nome che proseguiamo la nostra lotta,
guardando al futuro con fiducia. Al congresso di Bellaria, tre
anni fa, si respirava un'idea di transitorietà di questo
partito, un'idea di precarietà, gli osservatori si chiedevano
dove saremmo confluiti e anche alcuni nostri compagni si
ponevano il medesimo problema.
Oggi, nessuno più avverte questo pericolo,
nessuno pensa ad annessioni o a confluenze. Noi ci siamo, siamo
un partito sano, in crescita, un partito che vuole svolgere la
propria parte.
Siamo un partito erede di una grande storia.
Anche altri provengono da quella storia. Noi ben lo sappiamo e
dunque abbiamo piena consapevolezza di non esserne gli unici
eredi.
Ma siamo gli unici che quella storia,
orgogliosamente, ancor oggi rivendicano. Questo non vale
soltanto per i compagni dei Democratici di sinistra, che hanno
deciso di recidere le radici della loro storia comunista, in
larga parte comune alla nostra. Riguarda anche i compagni di
Rifondazione, che a maggioranza hanno deciso di espungere quella
storia dal proprio profilo identitario.
Noi riteniamo, viceversa, che non ci sia futuro
senza radici.
E mi chiedo anche - e vi chiedo -, ma di che cosa
dovremmo vergognarci noi comunisti italiani?
I comunisti italiani sono stati la parte
fondamentale, basta guardare il numero di condanne del tribunale
speciale del fascismo, la parte fondamentale della battaglia
antifascista, in anni terribili, quando nessuno osava opporsi, e
poi successivamente, dal '43 in avanti, siamo stati alla testa
della grande stagione della Resistenza, che noi continuiamo a
chiamare Guerra di Liberazione Nazionale.
Siamo stati parte determinante nell'elaborazione
della Costituzione repubblicana, firmata da un comunista,
Umberto Terracini, nella sua qualità di presidente
dell'Assemblea Costituente. Abbiamo poi lottato per cinquant'anni
di Repubblica, sempre per l'emancipazione del popolo, per l'alfabetizzazione
e il riscatto sociale e civile di larghi strati di popolazione,
per i diritti e le libertà. Abbiamo lottato coerentemente, più
di chiunque altro, contro la malavita organizzata al Sud: da
Portella della Ginestra fino all'assassinio di Pio La Torre.
Siamo stati protagonisti delle lotte operaie e studentesche
degli anni '60 e '70. Abbiamo dato il nostro tributo di sangue
nella lotta contro il terrorismo: perché il compagno Guido
Rossa, operaio comunista di Genova trucidato dalle brigate rosse
è stato assassinato perché aveva scelto da che parte stare: noi
non abbiamo mai detto né con lo Stato, né con le BR, ma
viceversa con lo Stato, con lo Stato democratico, ieri ed oggi
contro il terrorismo, che è nemico mortale della classe operaia.
Dalla parte della democrazia. Sempre.
Noi comunisti italiani abbiamo contribuito
insieme a tanti altri a migliorare l'Italia, a renderla più
libera e più giusta.
L'enorme responsabilità, per noi, oggi, è proprio
quella di essere degni di questa grande storia.
8. Carissime compagne e compagni, ho concluso. Ma
voglio terminare con un'annotazione che spero non apparirà
incongrua.
Ho assistito, come tanti di voi, alla nascita a
Roma della lista unitaria dei quattro partiti del
centro-sinistra. Ed ho assistito, con immutata stima ed
amicizia, al discorso di Romano Prodi, che è, e sarà, il nostro
candidato alla presidenza del consiglio alle prossime elezioni
politiche. Lo abbiamo sostenuto - in momenti di grandissima
difficoltà, sino alla scissione di quello che era il partito di
molti di noi - e lo sosterremo. Ma una semplice cosa, magari
marginale, vorrei suggerirgliela. Cambiare canzone, quando sale
sul palco. Forse l'avrete sentito. Quando Prodi ha parlato, si
sono levate le note di una canzone di Ligabue, intitolata Una
vita da mediano.
Ora, tutti sappiamo che il ruolo del mediano, nel
calcio, è quello oscuro ma determinante, di sobbarcarsi anche la
fatica degli altri, dei campioni, di chi va in rete. Un mediano
non vince il pallone d'oro, non ha schiere di ammiratori, non fa
goal. Lavora per gli altri.
Bene, a Romano Prodi vorrei dire, con l'affetto
che tutti voi sapete quanto è sincero, che lui è Presidente
della Commissione Europea, è stato il nostro presidente del
consiglio, lo diventerà nuovamente. Il mediano non è lui.
I mediani siamo noi. Siamo noi che lavoriamo il
più delle volte oscuramente, come matti, spesso anche
considerati da alcuni come matti autentici, perché ancora,
testardamente, comunisti. Siamo noi, che quando si tratta di
scegliere, nei territori, chi fa il sindaco, il presidente di
provincia o di regione, o altri incarichi di prima fila, veniamo
praticamente sempre dopo gli altri.
I mediani siamo noi. Che continueremo a lavorare
perché vinca il centro-sinistra e si possa tornare al governo
del Paese, per cambiarlo, per migliorarlo.
Ma i mediani siamo noi, anche per un altro,
ultimo motivo. Stiamo ricostruendo un partito comunista. Ed
abbiamo alle spalle un'enorme cumulo di macerie. E chi vi parla
sa perfettamente di appartenere ad una generazione sulla quale
grava una sconfitta storica, che non possiamo, né vogliamo
eludere. Siamo figli dell'89.
Il compito, dunque, che la storia ha affidato a
questa nostra generazione di comunisti - non mi stancherò di
ripeterlo - è quello di resistere, crescere e dare al partito
solide radici, al fine di poter consegnare a chi oggi ha
diciotto anni, e non ha conosciuto il Pci, uno straordinario
patrimonio di idee e idealità, di cultura e di moralità, questo
sì, non sconfitto, che è il patrimonio collettivo della storia
dei comunisti italiani.
Ci stiamo riuscendo. Sembrava impossibile.
Sembrava impossibile portare nel terzo millennio, dopo tutto
quello che è successo nel mondo, questo nostro simbolo glorioso.
Sembrava impossibile, ed invece è quello che
stiamo facendo.
È un compito tremendamente complicato,
difficilissimo, ma anche entusiasmante. È il compito di una
vita.
Giorgio Amendola titolò uno dei suoi libri più
belli "Una scelta di vita". E' anche la nostra scelta.
Siate fieri di questo nostro partito. A tale
impresa val la pena dedicare l’intera nostra esistenza.

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