Verso il III Congresso:
I lavori del Comitato Centrale per il varo dei documenti congressuali

La relazione
di Severino Galante


Roma, 6  dicembre 2003
 

 

Il testo che viene proposto alla discussione è frutto di un’ampia consultazione e del coinvolgimento di un numero molto ampio di compagni. Punto di partenza è stato l’invio a fine luglio a tutti i segretari di federazione e a tutti i segretari regionali di un questionario le cui risposte sono state la base su cui si è avviata la discussione all’interno della commissione congressuale che ha seguito questa parte del nostro lavoro. C’è stata dunque la possibilità di intervenire nella riflessione sul Partito anche di compagne e compagni che non fanno parte del Comitato centrale. L’iter è stato lungo ed è stato caratterizzato da una discussione ampia e approfondita a cui hanno partecipato tutti i membri della commissione con momenti iniziali di differenziazione su alcuni particolari temi, che siamo però riusciti a portare ad esiti ampiamente condivisibili e spero condivisi. Il fatto che nei tempi regolamentari siano pervenuti pochissimi emendamenti al testo mi fa sperare che ci sia un consenso diffuso. Sarebbe stata certamente preferibile una discussione congiunta con l’altra parte del documento trattandosi, credo che sia chiaro, di un unico documento congressuale in due parti. Abbiamo discusso della politica del partito, apriamo ora la discussione sulla stessa politica del partito considerata però dal punto di vista dello strumento, cioè dell’organizzazione che deve servire a realizzarlo: ma è sempre di politica che parliamo, ed è sempre di partito abbiamo parlato. Il Partito reale, quello che siamo effettivamente, è il punto di partenza della nostra riflessione in vista del partito che vogliamo diventare, quello che abbiamo progettato a Bellaria: sapendo quindi che c’è una forbice ampia tra l’essere e il voler essere che noi siamo chiamati con i tempi necessari a chiudere, ma che oggi quella forbice resta aperta. Sapendo inoltre che la costruzione del partito comporta tempi lunghi, di prospettiva, ma anche che dobbiamo tenere conto necessariamente dei tempi dell’azione immediata a cui siamo chiamati. Tuttavia, senza confondere mai i due livelli, i due tempi: il ciò che siamo effettivamente oggi e il ciò che vogliamo diventare, ma agendo con razionalità, con sistematicità, per avvicinare queste due estremità.

    Credo che l’assunto fondamentale da cui partire sia stato già illustrato dal Segretario nelle conclusioni del dibattito del precedente Comitato centrale che ho potuto leggere. Siamo un partito più forte di quello che è uscito da Bellaria. Intanto più forte nei numeri. Noi abbiamo un incremento di oltre il 20% dei tesserati rispetto a quelli dell’anno scorso. Abbiamo anche un aumento, meno significativo sotto il profilo percentuale ma significativo comunque, rispetto agli iscritti del 2001, che pure era un anno congressuale. Non sono tanto ingenuo da non capire che in fase congressuale c’è una spontanea tendenza a consolidare il dato organizzativo della iscrizione. È un fatto positivo, spero naturalmente  che l’anno prossimo, che non sarà anno congressuale, questi dati vengano ulteriormente consolidati e aumentati. Ma appunto i numeri sono segnali importati, dicono che stiamo crescendo. È più forte in questo partito la cultura comune, l’identità politica. Anche tra di noi cresce un senso di appartenenza, di comunione. Oggi abbiamo discusso di tanti temi, e bastavano degli spunti, degli accenni per capirsi, abbiamo usato un linguaggio  comune, dei concetti comuni che venivano richiamati per sintesi senza la necessità poi di sviluppare l’analisi: si conferma, così, che c’è ormai tra noi un sentire comune, anche culturale, anche concettuale. Il nostro è un Partito più forte come consapevolezza del proprio ruolo, riassunto in quella che sarà la parola d’ordine, che è stata richiamata, del congresso: la centralità del lavoro e la costruzione, la ricostruzione della sinistra. Questo è il nostro ruolo, questo è il nostro spazio. È più forte come progettualità programmatica. Una serie di compagni hanno dato il loro contributo, noi abbiamo oggi a disposizione un materiale consistente che va certo ricomposto, e che dovrà confluire nelle schede di cui abbiamo parlato. E lì ci sono contenuti, proposte, indicazioni che sono fondamentali per un partito che sappia radicarsi e crescere davvero. E in più abbiamo un partito che sul terreno programmatico ha cominciato a lavorare anche sui territori, nelle Regioni, nelle città. E, lasciatemelo dire con grande soddisfazione, lo ricordava poco fa Pagliarulo, nella manifestazione straordinaria di oggi abbiamo dimostrato di essere un partito più forte anche come capacità di mobilitazione, anche come capacità di organizzazione, anche come senso di noi stessi. Di orgoglio di noi stessi, di quello che stiamo diventando. Anche questo conta. Se posso dirlo in sintesi rispetto a Bellaria siamo un partito che ha sicurezza del proprio futuro. Non era così, in altri momenti. Anzi, non lo dico per polemica, in altri momenti ci siamo detti che eravamo in agonia. Non era così, erano le doglie del parto, non le sofferenze dell’agonia. E lo stiamo dimostrando. A noi prima di tutto, ai nostri compagni, ai nostri militanti e poi a tutti gli altri che lungo la strada ci applaudivano. Guarda un po’, ci sono ancora quei comunisti là, non i comunisti di Rifondazione, ma i Comunisti italiani, quelli di una volta: quelli seri. Un’agenzia diceva: “c’erano persino i Comunisti italiani, nella manifestazione di oggi, che suonavano l’Internazionale e ai lati c’era chi alzava il pugno chiuso in segno di saluto…”. Bene, cominciano a accorgersi di noi, di una realtà finora sempre occultata.

   Ma, detto questo, ciò non significa che noi abbiamo risolto tutti i nostri problemi, tutt’altro. Nei territori siete testimoni di una diffusa litigiosità, talvolta consistente. Ci sono qua e là irrisolte tensioni organizzative. Non c’è tra i nostri compagni conflitto politico, ma una competizione negativa soprattutto per le cariche interne; e talvolta questa conflittualità interna si accompagna invece a una certa quale remissività verso l’esterno, verso i nostri alleati, verso i nostri interlocutori. Ci sono, e sono motivo di forti tensioni, ricorrenti inadempienze statutarie. Penso, per fare solo un esempio di sfuggita, a quelle relative ai mancati versamenti degli eletti. C’è talvolta scarsa autostima, anche se questo fattore di difficoltà si sta rapidamente assottigliando. C’è un partito che in svariate realtà è quasi timoroso di nuovi ingressi e perciò chiuso in se stesso, con difficoltà ad accettare il confronto che necessariamente la crescita comporta, ponendo problemi di tutti i tipi: di cultura, di ruoli, di funzioni, di capacità. Un partito con un andamento differenziato sotto il profilo del tesseramento. C’è stato una crescita, ma questa crescita non è omogenea su tutto il territorio. Ci sono luoghi in cui cresciamo poco, in cui cresciamo di più e in cui cresciamo molto. Bisogna quindi riflettere sui perché di questa articolazione. Così come è differenziato sotto il profilo dei risultati elettorali: molto disomogenei, anche nelle piccole cose. Nelle recenti elezioni in Trentino Alto Adige, a distanza di quaranta chilometri, a Bolzano triplichiamo i voti (restando sempre pochi, ma triplichiamo) e a Trento invece andiamo avanti di poco: ci devono pur essere dei motivi specifici che ci riguardano direttamente, trattandosi di realtà tutto sommato omogenee, anche se c’è l’aspetto etnico che conta. Ed è disomogeneo questo partito anche nell’iniziativa politica che talvolta è molto intensa e positivamente aggressiva e in altri casi è modesta e sottotono. A me pare che il primo giudizio che dobbiamo dare su queste disomogeneità abbia a che fare con la variabile fondamentale dei gruppi dirigenti: è cioè la qualità dei gruppi dirigenti territoriali quella che fa la differenza, e talvolta è addirittura la qualità del singolo compagno, della sua capacità di trascinamento o di iniziativa. Penso per esempio ai compagni di Cosenza, dove oggi il nostro consigliere comunale si è fortemente attivato e il nostro partito in questa fase e in questo momento svolge una funzione di assoluta visibilità e leadership, essendo punto di riferimento di una grande iniziativa politica. Questo per dire dell’importanza che dobbiamo attribuire ai gruppi dirigenti, alla formazione, alla scelta dei dirigenti, dei quadri, degli eletti. Insomma, il nostro è un partito più forte, che sta crescendo e però è ancora un partito fragile. Se ci poniamo le due elementari domande, il chi siamo e il dove siamo, oggi non siamo ancora in grado di dare una risposta a questi semplicissimi quesiti. Siamo in grado di dire quanti siamo, complessivamente, e dove siamo, complessivamente. Però per un dirigente nazionale, regionale, provinciale questo non basta. Devo sapere di più, e invece le informazioni non mi sono ancora arrivate, non ho ancora gli strumenti: e, badate per limiti nostri, per la nostra dis-organizzazione, non per  altre cause. Per esempio, sono felice di sapere che a Padova abbiamo superato il 100% degli iscritti. Però non mi è sufficiente sapere questo se poi non aggiungo che gli iscritti sono concentrati nella città capoluogo e che in provincia ho molte aree ancora vuote, sicché non riesco a presidiare l’intero territorio. Posso dire di essere un partito che si avvia a diventare un partito di massa? No, se non occupo che una parte del territorio, se non sono in grado di svolgere iniziative ovunque, se non so se presenterò o no liste almeno nei principali centri, se non ho rapporti con le maggiori realtà produttive. Non mi basta quindi avere i  numeri, voglio sapere dove li ho e con chi li ho e che cosa sto facendo. Ma se a Padova occupo il capoluogo, e in provincia ho grandi difficoltà, in tante altre realtà vale l’opposto. Torno all’esempio di Cosenza: a San Giovanni in Fiore ho quasi 200 iscritti, mentre nella città capoluogo ne ho meno di 100. E’ evidente che poi questi squilibri pesano nel meccanismo di funzionamento interno, nella formazione dei gruppi dirigenti, nelle tensioni che disegnano, nella capacità, nell’iniziativa, nel ruolo che l’insieme del partito svolge. Quindi io ho la necessità come partito di trasferire i numeri sulla carta topografica per dire: le mie truppe sono collocate qui, e partendo da qui le devo muovere per arrivare là dove non ci sono ancora, cioè devo progettare con l’iniziativa politica, non con la sola tecnica organizzativa, i luoghi che voglio occupare, perché il mio fronte sia efficiente strategicamente e mi consenta di andare avanti, di far crescere non in modo spontaneistico, ma in modo organizzato il partito che ho. Fissando quindi iniziative e piani di lavoro funzionali a questo scopo. Per questo ci servono  programmi, articolati territorio per territorio, regione per regione, a livello nazionale e in proiezione europea. Li stiamo via via costruendo, ma dobbiamo avere chiaro che finché non avremo un’organizzazione nazionale  (il che significa articolata su tutto il territorio arrivando almeno a quelli che un tempo avremmo chiamato i mandamenti: non dico una sezione per ogni campanile, che oggi è un’utopia persino per partiti assai più grandi del nostro) e finché non avremo un programma nazionale articolato per i territori non potremo dire di essere un autentico partito. Non dico che non potremo dire di essere un autentico partito comunista, questo ha a che fare con altri elementi ancora, ma almeno un autentico partito nazionale quale oggi esige la situazione in cui operiamo. Questi obiettivi, queste mete noi non le abbiamo ancora raggiunte ma abbiamo verificato nei fatti che è possibile andare avanti nella loro direzione a condizione appunto di porre al centro la politica, e l’organizzazione come strumento della politica. La politica come consapevolezza dei militanti, la politica come volontà dei gruppi dirigenti, la politica come azione di tutta l’organizzazione. Tutti questi tre elementi stanno insieme: soltanto trasformando l’elaborazione politica, il documento che abbiamo votato, in azione politica possiamo avviare a soluzione anche i nodi organizzativi e statutari. Io ho seguito con attenzione il dibattito che c’è stato nella precedente discussione. Sono state dette cose importanti, e votate scelte impegnative. Ma, per professione, nutro un certo scetticismo verso i documenti. Avendo studiato la storia dei partiti ho avuto occasione di leggere migliaia di documenti scritti attraverso discussioni approfondite e appassionate come la nostra: ma ho resgistrato poi enormi difficoltà nella loro traduzione in pratica. Allora è importante che noi mettiamo a fuoco le idee, i concetti, le proposte, le iniziative, che dibattiamo e ci confrontiamo: però, poi, o ci sono le gambe che se li portano in giro per il mondo o sono documenti che restano lì, importanti per gli storici, molto meno per i lavoratori e per i cittadini del nostro Paese. Quindi è fondamentale tenere insieme idee e strumenti, e azioni che tentino di metterle in atto. Soltanto così, ripeto, trasformando l’elaborazione in azione possiamo avviare a soluzione anche i nodi  organizzativi e statutari che abbiamo. Ma non è possibile l’opposto. Sogna, si illude il compagno o la compagna che pensa che il procedere o il regredire nella crescita, nella costruzione del partito dipenda soltanto da come è scritto l’articolo dello Statuto, perché il retropensiero di questa idea è che lo Statuto, questo o quel suo articolo, sia una clava o una lama da usare nelle battaglie interne successive. No. L’articolo disciplina l’agire politico, ma è la politica che mi risolve o non mi risolve i conflitti, le tensioni al nostro interno.

      Evito di esaminare in modo analitico la bozza che avete in mano e che avete potuto leggere e meditare. Mi limito ad accennare ai punti su cui maggiormente si è concentrata la discussione nella fase preparatoria, affidando alla discussione che qui si svolgerà il compito di approfondire eventualmente altri temi che non richiamo ora in introduzione. Non richiamo neppure lo schema di Bellaria. Noi stiamo sviluppando quella elaborazione, e a quello si rinvia come punto di partenza. Oggi però facciamo i conti con quello che siamo riusciti a maturare e con le difficoltà che abbiamo incontrate lungo il percorso lì iniziato. C’è una scelta di fondo, sotto il profilo organizzativo, che abbiamo fatto: quella della regionalizzazione. Non è stata una scelta indolore, ma una scelta che ha prodotto difficoltà e tensioni, ed è un obiettivo in larghissima misura ancora non raggiunto. Prima di far crescere nella nostra comune cultura politica l’idea  che il livello a cui fondamentalmente si fa politica è quello regionale (perché le regioni contano sempre di più, sia in se stesse sia per l’interlocuzione con lo Stato e con l’Unione Europea, cioè per tutta la dimensione istituzionale per un verso; e per l’altro verso per una questione legata alle nostre modeste dimensioni, per cui dobbiamo concentrare energie e risorse e razionalizzarle e farle fruttare al massimo), prima che questa idea entri nel sentire diffuso del nostro partito ci vorrà tempo. Essa fa fatica ad entrare in tutti i partiti, badate: non c’è un partito in Italia, neppure quello che più si dice radicato nel territorio, la Lega, che abbia ancora conquistato una cultura di tipo regionale di questo genere. Quindi è fisiologico che la discussione, e la pratica soprattutto, incontrino difficoltà. Il documento le elenca in positivo, parlando di fraintendimenti. Però, se voi fate attenzione all’insieme di questi fraintendimenti capite che c’è parecchio di frainteso, a cui bisogna porre rimedio perché in varie parti, i vari soggetti coinvolti hanno spinto in direzioni diverse, attribuendo alla regionalizzazione significati diversi, a seconda dell’utilità di questo o di quel soggetto. Bisogna riportare la regionalizzazione al suo preciso significato politico, che il documento richiama con nettezza. Soltanto negli ultimi tempi, però, alcuni organismi regionali hanno cominciato a ragionare dell’essenza della regionalizzazione che è quella politica. Dobbiamo arrivare a formulare in ogni Regione un programma del partito che ci caratterizzi e ci qualifichi, definendo la nostra specificità politica (non ideologica, non culturale: politica) nel centro sinistra. Quale è il nostro specifico, in Veneto, in Toscana, in Calabria, in  Val d’Aosta…?. Dobbiamo riuscire a cogliere lo specifico regionale e su quello collocare una riflessione progettuale. Abbiamo già deliberato il percorso congressuale e quindi, se ben ricordo le date, entro la metà di questo mese, cioè tra nove giorni, i Comitati regionali dovrebbero avere elaborato in tutte le regioni dei documenti sulla realtà regionale, linee di indirizzo e direzione politica e programmi su cui far discutere il partito in quella regione in vista dei congressi regionali che si svolgeranno in parallelo con quello nazionale. Lì si misurano i gruppi dirigenti, nella capacità di analisi, nella capacità di proposta, nella capacità di produrre un salto in avanti rispetto a due anni fa e a Bellaria, tracciando una piattaforma per l’azione anche in vista della scadenza del 2005, da un punto di vista politico è vicinissima, e che sarà un momento fondamentale per il partito. Ogni passaggio elettorale, infatti, è per noi importante, ma se per la crescita e per l’immagine complessiva quello delle europee sarà, spero, un passaggio di grande slancio e visibilità, per il radicamento territoriale (e lo sanno bene i compagni che non hanno consiglieri regionali) avere o non avere un eletto alle elezioni regionali sarà questioni di straordinario rilievo. Quindi fin da ora dobbiamo prepararci rispetto a quella scadenza, delimitando il nostro spazio politico, ciò che ci qualifica e ciò che ci differenzia, ciò che ci unisce e ciò che ci divide in quanto ritaglia la nostra identità anche in rapporto alle nostre alleanze. Quindi è necessario un grande sforzo su questo terreno, e vi invito a recuperare i tempi perduti là dove siano stati perduti o a profittare ancora di più delle ricerche e delle analisi che abbiamo compiuto là dove le abbiamo compiute per fare di questo partito un partito vero, un partito che si sa dotare di tutti gli strumenti politici che servono per far politica e poi (e non è un poi cronologico, ma un poi logico) mettendo a punto la nostra organizzazione a livello regionale, risolvendo i problemi che qua  e là abbiamo avuto e abbiamo su questo terreno. Il principale di questi nodi problematici riguarda il rapporto tra il Comitato regionale e quelle che abbiamo convenuto di chiamare, senza alcun riferimento alla dimensione istituzionale, le federazioni metropolitane, cioè le federazioni delle grandi città: Torino, Milano, Roma e Napoli insomma. Queste federazioni, per le loro dimensioni, a volte sono la metà dell’organizzazione regionale e quindi hanno un peso numerico che è oggettivo e che si traduce in peso politico anche perché sono la città capoluogo di quelle regioni (e, nel caso di Roma, la capitale) e lì si svolgono le principali dinamiche politiche e istituzionali. Esse hanno dunque un peso oggettivo, che trascende le nostre scelte organizzative: un peso economico, sociale, istituzionale di grande rilievo, il quale ha implicazioni sul versante della politica generale, ma anche all’interno del partito: implicazioni psicologiche, di collocazione, di rapporto, di funzione, che producono tensioni nelle relazioni interne e voi capite che non possiamo permetterci di avere tensioni che bloccano la crescita, cioè l’iniziativa politica del partito, in regioni decisive come il Piemonte, la Lombardia, come il Lazio, come la Campania. Forse possiamo permettercelo altrove, pur se con difficoltà, ma non in regioni come queste non ce lo possiamo permettere assolutamente. Vi è quindi la necessità di uno sforzo grande dei gruppi dirigenti per superare le difficoltà. Per questo abbiamo anche inventato dei marchingegni statutari, ma appunto marchingegni statutari sono. Poi, dentro a quei marchingegni si può ricercare l’accordo oppure alimentare il conflitto. Ci sono tutte e due le possibilità ma la scelta dipende dall’intelligenza dei gruppi dirigenti e a volte dei singoli dirigenti, perché a volte il conflitto è a due. Quindi bisogna andare oltre a queste tensioni, e io credo che il partito nel suo insieme dovrà valutare la crescita, il consolidamento, il peso dei dirigenti anche sulla base della capacità che dimostreranno di saper temperare le naturali tensioni che ci sono in ogni comunità umana, anche nella nostra, mettendole a frutto a vantaggio del rafforzamento del partito, non a suo danno. Insomma, invece di scontrarsi per bloccare tutto si competa per crescere dall’una e dall’altra parte. Si competa per fare meglio non per fare peggio.

     Un altro tema discusso in commissione è stato proprio quello dei  gruppi dirigenti, in particolare regionali. Noi abbiamo avuto gruppi dirigenti regionali mediamente stabili, in questi due anni. Stabili non significa esenti da tensioni, ma soprattutto non significa efficienti. Talvolta la stabilità ha coinciso con l’inesistenza della funzione dirigente. Non è così che si affronta il tema della regionalizzazione. I gruppi dirigenti devono dirigere, devono assumersi la responsabilità di dirigere, di agire, scegliere, non di galleggiare; se necessario a volte devono anche sapere scontrarsi con orientamenti opposti, con situazioni di immobilismo che questo partito, per gli immani compiti che ha di fronte e per la limitata forza organizzativa che ha, non può permettersi. Noi non possiamo permetterci gruppi dirigenti apatici, passivi, che non intervengono creativamente nelle situazioni in cui sono, che si piegano al vento, che si fanno dirigere dagli altri e dalle priorità degli altri anziché dalle proprie priorità. Non ce li possiamo permettere perché abbiamo parlato di un partito di qualità visto che non possiamo essere, allo stato dell’arte, un partito di quantità, un partito di massa: e comunque il partito di massa che tanti di noi hanno conosciuto era un partito che la qualità ce l’aveva dentro proprio perché aveva la quantità entro cui selezionava la qualità. Noi quella situazione non ce l’abbiamo, e in questa situazione, senza nostalgie, dobbiamo costruire un partito  che agisce, che interagisce con il mondo che lo circonda, mentre talvolta la tendenza è a interagire dentro a noi stessi, cioè dentro a un contenitore che è luogo di conflitti intestini anziché base di partenza per una proiezione verso l’esterno. Quindi va bene la stabilità dei gruppi dirigenti, ma a condizione che si tratti di gruppi dirigenti capaci di iniziativa politica sistematica. Credo che il congresso debba essere anche momento di verifica del lavoro compiuto o non compiuto: e, badate bene, non in una logica censoria, non è questo il  compito nostro, ma nell’altro senso, positivo della valorizzazione dei risultati che i diversi gruppi dirigenti hanno ottenuto o meno nei territori e nell’ottica del trovare il modo di superare i limiti che noi registriamo. Venerdì scorso, io non ho potuto essere presente, ma c’è stata una riunione dei segretari di federazioni sul tema del nuovo tesseramento. Non so se il tema sia stato trattato anche in questo senso, ma noi dobbiamo tentare di liberarci, sotto il profilo dell’organizzazione, dall’abitudine deteriore di considerare il tesseramento uno strumento di routine. Se questo anno siamo riusciti a superare il 100 % abbondantemente entro il 31 di ottobre non si capisce perché l’anno prossimo non dobbiamo riuscire ad ottenere lo stesso risultato. Non si capisce. Lo si capisce invece se questo serve appunto soltanto in termini di peso congressuale, senza attribuire al tesseramento e al reclutamento l’autentico significato ideale, politico e organizzativo che essi hanno, riassunto un tempo nella formula del “proselitismo”. Noi dobbiamo incidere su questo modo di pensare del partito. Perdere tempo, in questa realtà politica e sociale, è un danno che arrechiamo all’insieme del partito, perché facciamo correre altri, facciamo pesare sull’insieme dell’organizzazione le deficienze che qua e là si registrano che poi pesano sull’insieme del nostro lavoro. Vi è quindi la necessità di lavorare intensamente su questo terreno come gruppi dirigenti, soprattutto facendo sul serio il lavoro di radicamento di cui parliamo spesso senza però precisare, spesso, in concreto in che cosa consiste. Che intendiamo quando parliamo di radicamento del partito? Una cosa l’ho già detta. Se sul territorio siamo presenti soltanto nel capoluogo e non nei principali mandamenti, radicarsi vuol dire riuscire a creare una struttura, un minimo di organizzazione i queste aree. Ma l’altro terreno fondamentale del radicamento, visto che abbiamo scelto tutti insieme di essere il partito dei lavoratori, è quello sociale: quante sezioni di fabbrica abbiamo in questo partito? Quante sezioni di posto di lavoro abbiamo? Perché ce la possiamo raccontare come vogliamo, ma se non abbiamo radicamento nel mondo che intendiamo rappresentare, e radicamento vuol dire avere un rapporto effettivo diffuso e costante con questo tipo di realtà, noi predichiamo, ma non pratichiamo. E radicamento vuol dire inoltre presenza nelle organizzazioni di massa esistenti, visto che non possiamo averne direttamente di nostre. Allora, i dati che venivano ricordati prima o che venivano citati nella relazione del Segretario nel precedente Comitato centrale, stanno a dirci che in alcune realtà stiamo lavorando bene in termini di radicamento e in altro non stiamo lavorando o stiamo lavorando male, perché ciò che è successo a Rho, ciò che è successo a Napoli, ciò che è successo a Catanzaro, ciò che sta succedendo forse a Verona (e sono esempi che potrei moltiplicare dal Sud al Nord del Paese) cioè il fatto che pezzi di realtà organizzata e del sindacato e delle associazioni i massa cominciano a guardare a noi, si iscrivono a noi, si prestano a sostenerci nella raccolta delle firme nelle campagne elettorali, etc. ci dice che c’è ovunque la possibilità di conquistare nuove adesioni a condizione che si lavori efficacemente per questo scopo. Là dove questo non si fa, è chiaro che il risultato non c’è. Anche su questo noi misuriamo la capacità autentica dei gruppi dirigenti di radicare questo nostro partito e di dargli gli strumenti per crescere. Viceversa, talvolta mancano persino gli strumenti elementari come quelli dell’informazione interna. Allo stato dell’arte, oggi 6 dicembre del 2003 noi non sappiamo quanti e quali siano i nostri consiglieri e assessori nei comuni e nelle varie istituzioni. Non ne abbiamo l’elenco, ma non è che è da qua, da Roma che lo possiamo creare quell’elenco. Ci deve venire dai territori, e ci deve venire attraverso le tessere che devono essere compilate correttamente. Non è burocrazia, questa: se su quella tessera c’è il nome e il cognome, il sesso e il lavoro che fa l’iscritto, allora io posso mettere insieme quelli che fanno i consiglieri comunali o riunire quelli che sono insegnanti o convocare e fare un’iniziativa con i contadini o con gli artigiani... Se non ho le informazioni di base, e sono le mie organizzazioni federali e regionali che me la devono dare, io non ho gli strumenti  per lavorare e per crescere come partito. Quando si telefona ai gruppi dirigenti, ai segretari regionali, non lo si fa per follia burocratica anche se qualcuno pensa che possa essere questo il motivo: lo si fa per necessità se vogliamo costruire insieme questo partito. Andando allo stato brado, spontaneisticamente, noi non cresceremo ulteriormente, rischiando anzi di mettere in discussione i risultati già ottenuti. E’ quindi indispensabile costruire un partito che sul territorio faccia le cose che il documento indica: dei banali censimenti, in fondo: banali ma fondamentali per il lavoro che deve seguire.

     Un ulteriore tema di discussione, vedrete che è ampiamente trattato nel testo, è stato quello del rapporto tra partito e movimenti. Non sviluppo il ragionamento, sto alla sintesi molto sommaria. Se permangono dubbi, si legga il testo scritto. La proposta che viene fatta è quella del rapporto classico: il partito è il partito e i movimenti sono i movimenti. Il partito è una struttura organizzata che funziona a 360 gradi, i movimenti hanno invece la loro specificità: la scuola, la pace, il lavoro, ecc. Con i movimenti il partito interagisce, interloquisce essendo se stesso. Non va a rimorchio dei movimenti. Va nei movimenti con i propri militanti, avendo le proprie idee e le proprie proposte. Se le ha, naturalmente. Oppure se le comincia a formare, dopo di che cerca di convincere gli altri delle proprie idee, e interloquendo con gli altri a sua volta modifica le proprie. Noi siamo però un partito, non siamo come altri a rimorchio, a volte apparente, di scelte altrui. Siamo un soggetto con una nostra identità e con una propria specificità.

    Sul tema della parità tra i sessi sono arrivati due emendamenti, aventi lo stesso oggetto. È evidente che il testo è stato scritto male, e che va modificato nel senso richiesto. Noi ribadiamo in questo documento la scelta che abbiamo fatto al precedente congresso, che in quella sede aveva anche una dimensione propagandistica, ma che via via ha in seguito acquisito un ulteriore spessore sostanziale. Dobbiamo registrare un fatto positivo che in questi due anni nel nostro partito anche grazie a quella scelta sono maturate delle dirigenti di sesso femminile di grande rilievo, importanti. Nel suo complesso, grazie a questa scelta, questo partito si è quindi arricchito, si è consolidato. Ora si tratta di sviluppare questi risultati, approfittando del percorso congressuale per affermare una nuova leva di dirigenti femminili. Ci si deve pensare fin dai congressi di federazione, selezionando adeguatamente, accuratamente i maschi e le femmine, insieme. Inoltre, in questa circostanza i congressi regionali vengono fatti prima di quello nazionale, e anche questa è una occasione per definire gruppi dirigenti, anche nei comitati regionali, oltre che nelle federazioni, tendenzialmente paritari. Questo è un principio che abbiamo già messo nello Statuto. Esso afferma che i gruppi dirigenti vanno formati tendenzialmente in modo paritario nelle diverse realtà. Si tratta ora di metterlo in pratica, più e meglio di quanto sia avvenuto in precedenza.

     Ma ci sono delle altre novità, accanto a questa, che io credo siano altrettanti rilevanti e che i compagni devono cogliere per i loro forte significato. Noi ci proponiamo di estendere la “scommessa” che abbiamo fatto con le donne ai giovani, agli immigrati, al mondo della omosessualità e dei diritti civili. Cioè proponiamo di fare delle ulteriori “forzature” organizzative per dare un peso crescente (il problema, qui, non è quello della parità) dentro al partito, in funzione delle politiche organizzative che abbiamo selezionato come prioritarie, a queste diverse realtà. Ci è ben chiaro che la scelta di fondo da noi compiuta è quella del mondo del lavoro. Questa è però una scelta trasversale che deve segnare tutto l’insieme di queste spinte organizzative nuove che noi vogliamo introdurre, sicché donne, giovani, immigrati, diritti, nel loro insieme rappresentano ambiti in cui la scelta di fondo del mondo del lavoro deve trovare le sue manifestazioni organizzative concrete in sede congressuale.

     Infine, la discussione in commissione ha affrontato il tema, delicatissimo, degli organismi di garanzia. Questo argomento in un partito come il nostro è fondamentale, è di straordinario rilievo. Lo abbiamo verificato in tante realtà, dove appunto si sono avuti conflitti o tensioni. Avevamo immaginato l’eliminazione degli organismi di garanzia a livello provinciale con l’intenzione di eliminare una parte del contenzioso che esisteva, perché spesso le commissioni di garanzia a livello provinciale erano risultate parte del conflitto stesso anziché strumento per risolverlo. L’istituzione delle commissioni regionali di garanzia ha migliorato questa situazione e tuttavia non l’ha risolta ovunque. A volte ci sono state situazioni in cui questo o quel soggetto componente delle commissioni di garanzia regionali era a sua volta coinvolto in una sorta di conflitto di interessi, risultando insieme controllore e controllato. Bisogna dunque, ed è questa una delle sottolineature che viene fatta nel documento, che la scelta dei componenti degli organismi di garanzia costituisca un’autentica priorità politica, e non si proceda – come talvolta è successo in passato – secondo il criterio opposto per cui prima si fanno gli organismi dirigenti e poi chi è rimasto fuori, i compagni che in qualche modo non sono stati accontentati, vengono destinati agli organismi di garanzia. Vedete, questa non è una pratica nuova. Giuseppe Gaddi, forse i compagni di Trieste ricordano questo dirigente comunista nativo della loro città, diceva, e si era all’inizio degli anni Sessanta, che la Commissione nazionale di controllo del Partito comunista italiano era il “cimitero degli elefanti”. Non è una logica che ci possiamo permettere. Per noi gli organismi di garanzia sono fondamentali, e la scelta dei loro componenti dev’essere prioritaria rispetto agli organismi dirigenti in senso stretto. Dobbiamo perciò sollecitare tutte le nostre organizzazioni regionali a affidare questo compito a compagni di grande qualità e di grande capacità politica, morale e umana, oltre che di rapporto con l’insieme del partito, perché sono compagni decisivi.

       A conclusione del ragionamento che vi ho appena esposto mi pare che si possa dire che noi siamo una piccola, ma non una piccolissima, organizzazione; che abbiamo una grande cultura politica passata e abbiamo una grande ambizione per il futuro. Dipende da ciascuno di noi come singoli, e dipende dal nostro insieme come collettivo, dalla nostra capacità di stare e di lavorare insieme, la possibilità di far rivivere quella grande cultura oggi e di realizzare domani questa ambizione, che è appunto l’ambizione di noi tutti.



COMITATO CENTRALE
del 6 e 7 dicembre 2003
- La relazione di Pagliarulo
- La relazione di Galante
- Il documento politico
- Il documento sul partito
- Le conclusioni di Galante
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto
- L'ordine del giorno sulla centralità del tema di genere

COMITATO CENTRALE
del 29 e 30 novembre 2003

- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto
- L'ordine del giorno
D
IREZIONE NAZIONALE

del 18 settembre 2003

No alla lista unica

COMITATO CENTRALE
del 12 e 13 luglio 2003

- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

COMITATO CENTRALE
del 10 maggio 2003
- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

COMITATO CENTRALE
dell'11 e 12  gennaio 2003
- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto
- L'ordine del giorno conclusivo

COMITATO CENTRALE
del 29 e 30 giugno 2002

- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

DIREZIONE NAZIONALE
del 18 aprile 2002

Fortissime perplessità sullo "statuto dei lavori"
Ufficio stampa

A UN ANNO DA BELLARIA
La confederazione della Sinistra per il lavoro, la pace e i diritti
di Oliviero Diliberto
Da "La Rinascita della Sinistra"

COMITATO CENTRALE
 del 26 gennaio 2002

La relazione del Segretario, O. Diliberto
"Due campagne nazionali su giustizia e lavoro"

Le conclusioni di Diliberto
"Il partito cresce ovunque, continuiamo così"

Dopo Bellaria
I compiti di chi guarda avanti per costruire
di Carlo Benedetti
Da "La Rinascita della Sinistra"