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Il testo che viene proposto alla discussione è
frutto di un’ampia consultazione e del coinvolgimento di un
numero molto ampio di compagni. Punto di partenza è stato
l’invio a fine luglio a tutti i segretari di federazione e a
tutti i segretari regionali di un questionario le cui risposte
sono state la base su cui si è avviata la discussione
all’interno della commissione congressuale che ha seguito questa
parte del nostro lavoro. C’è stata dunque la possibilità di
intervenire nella riflessione sul Partito anche di compagne e
compagni che non fanno parte del Comitato centrale. L’iter è
stato lungo ed è stato caratterizzato da una discussione ampia e
approfondita a cui hanno partecipato tutti i membri della
commissione con momenti iniziali di differenziazione su alcuni
particolari temi, che siamo però riusciti a portare ad esiti
ampiamente condivisibili e spero condivisi. Il fatto che nei
tempi regolamentari siano pervenuti pochissimi emendamenti al
testo mi fa sperare che ci sia un consenso diffuso. Sarebbe
stata certamente preferibile una discussione congiunta con
l’altra parte del documento trattandosi, credo che sia chiaro,
di un unico documento congressuale in due parti. Abbiamo
discusso della politica del partito, apriamo ora la discussione
sulla stessa politica del partito considerata però dal punto di
vista dello strumento, cioè dell’organizzazione che deve servire
a realizzarlo: ma è sempre di politica che parliamo, ed è sempre
di partito abbiamo parlato. Il Partito reale, quello che siamo
effettivamente, è il punto di partenza della nostra riflessione
in vista del partito che vogliamo diventare, quello che abbiamo
progettato a Bellaria: sapendo quindi che c’è una forbice ampia
tra l’essere e il voler essere che noi siamo chiamati con i
tempi necessari a chiudere, ma che oggi quella forbice resta
aperta. Sapendo inoltre che la costruzione del partito comporta
tempi lunghi, di prospettiva, ma anche che dobbiamo tenere conto
necessariamente dei tempi dell’azione immediata a cui siamo
chiamati. Tuttavia, senza confondere mai i due livelli, i due
tempi: il ciò che siamo effettivamente oggi e il ciò che
vogliamo diventare, ma agendo con razionalità, con
sistematicità, per avvicinare queste due estremità.
Credo che l’assunto fondamentale da cui
partire sia stato già illustrato dal Segretario nelle
conclusioni del dibattito del precedente Comitato centrale che
ho potuto leggere. Siamo un partito più forte di quello che è
uscito da Bellaria. Intanto più forte nei numeri. Noi abbiamo un
incremento di oltre il 20% dei tesserati rispetto a quelli
dell’anno scorso. Abbiamo anche un aumento, meno significativo
sotto il profilo percentuale ma significativo comunque, rispetto
agli iscritti del 2001, che pure era un anno congressuale. Non
sono tanto ingenuo da non capire che in fase congressuale c’è
una spontanea tendenza a consolidare il dato organizzativo della
iscrizione. È un fatto positivo, spero naturalmente che l’anno
prossimo, che non sarà anno congressuale, questi dati vengano
ulteriormente consolidati e aumentati. Ma appunto i numeri sono
segnali importati, dicono che stiamo crescendo. È più forte in
questo partito la cultura comune, l’identità politica. Anche tra
di noi cresce un senso di appartenenza, di comunione. Oggi
abbiamo discusso di tanti temi, e bastavano degli spunti, degli
accenni per capirsi, abbiamo usato un linguaggio comune, dei
concetti comuni che venivano richiamati per sintesi senza la
necessità poi di sviluppare l’analisi: si conferma, così, che
c’è ormai tra noi un sentire comune, anche culturale, anche
concettuale. Il nostro è un Partito più forte come
consapevolezza del proprio ruolo, riassunto in quella che sarà
la parola d’ordine, che è stata richiamata, del congresso: la
centralità del lavoro e la costruzione, la ricostruzione della
sinistra. Questo è il nostro ruolo, questo è il nostro spazio. È
più forte come progettualità programmatica. Una serie di
compagni hanno dato il loro contributo, noi abbiamo oggi a
disposizione un materiale consistente che va certo ricomposto, e
che dovrà confluire nelle schede di cui abbiamo parlato. E lì ci
sono contenuti, proposte, indicazioni che sono fondamentali per
un partito che sappia radicarsi e crescere davvero. E in più
abbiamo un partito che sul terreno programmatico ha cominciato a
lavorare anche sui territori, nelle Regioni, nelle città. E,
lasciatemelo dire con grande soddisfazione, lo ricordava poco fa
Pagliarulo, nella manifestazione straordinaria di oggi abbiamo
dimostrato di essere un partito più forte anche come capacità di
mobilitazione, anche come capacità di organizzazione, anche come
senso di noi stessi. Di orgoglio di noi stessi, di quello che
stiamo diventando. Anche questo conta. Se posso dirlo in sintesi
rispetto a Bellaria siamo un partito che ha sicurezza del
proprio futuro. Non era così, in altri momenti. Anzi, non lo
dico per polemica, in altri momenti ci siamo detti che eravamo
in agonia. Non era così, erano le doglie del parto, non le
sofferenze dell’agonia. E lo stiamo dimostrando. A noi prima di
tutto, ai nostri compagni, ai nostri militanti e poi a tutti gli
altri che lungo la strada ci applaudivano. Guarda un po’, ci
sono ancora quei comunisti là, non i comunisti di Rifondazione,
ma i Comunisti italiani, quelli di una volta: quelli seri.
Un’agenzia diceva: “c’erano persino i Comunisti italiani, nella
manifestazione di oggi, che suonavano l’Internazionale e ai lati
c’era chi alzava il pugno chiuso in segno di saluto…”. Bene,
cominciano a accorgersi di noi, di una realtà finora sempre
occultata.
Ma, detto questo, ciò non significa che noi
abbiamo risolto tutti i nostri problemi, tutt’altro. Nei
territori siete testimoni di una diffusa litigiosità, talvolta
consistente. Ci sono qua e là irrisolte tensioni organizzative.
Non c’è tra i nostri compagni conflitto politico, ma una
competizione negativa soprattutto per le cariche interne; e
talvolta questa conflittualità interna si accompagna invece a
una certa quale remissività verso l’esterno, verso i nostri
alleati, verso i nostri interlocutori. Ci sono, e sono motivo di
forti tensioni, ricorrenti inadempienze statutarie. Penso, per
fare solo un esempio di sfuggita, a quelle relative ai mancati
versamenti degli eletti. C’è talvolta scarsa autostima, anche se
questo fattore di difficoltà si sta rapidamente assottigliando.
C’è un partito che in svariate realtà è quasi timoroso di nuovi
ingressi e perciò chiuso in se stesso, con difficoltà ad
accettare il confronto che necessariamente la crescita comporta,
ponendo problemi di tutti i tipi: di cultura, di ruoli, di
funzioni, di capacità. Un partito con un andamento differenziato
sotto il profilo del tesseramento. C’è stato una crescita, ma
questa crescita non è omogenea su tutto il territorio. Ci sono
luoghi in cui cresciamo poco, in cui cresciamo di più e in cui
cresciamo molto. Bisogna quindi riflettere sui perché di questa
articolazione. Così come è differenziato sotto il profilo dei
risultati elettorali: molto disomogenei, anche nelle piccole
cose. Nelle recenti elezioni in Trentino Alto Adige, a distanza
di quaranta chilometri, a Bolzano triplichiamo i voti (restando
sempre pochi, ma triplichiamo) e a Trento invece andiamo avanti
di poco: ci devono pur essere dei motivi specifici che ci
riguardano direttamente, trattandosi di realtà tutto sommato
omogenee, anche se c’è l’aspetto etnico che conta. Ed è
disomogeneo questo partito anche nell’iniziativa politica che
talvolta è molto intensa e positivamente aggressiva e in altri
casi è modesta e sottotono. A me pare che il primo giudizio che
dobbiamo dare su queste disomogeneità abbia a che fare con la
variabile fondamentale dei gruppi dirigenti: è cioè la qualità
dei gruppi dirigenti territoriali quella che fa la differenza, e
talvolta è addirittura la qualità del singolo compagno, della
sua capacità di trascinamento o di iniziativa. Penso per esempio
ai compagni di Cosenza, dove oggi il nostro consigliere comunale
si è fortemente attivato e il nostro partito in questa fase e in
questo momento svolge una funzione di assoluta visibilità e
leadership, essendo punto di riferimento di una grande
iniziativa politica. Questo per dire dell’importanza che
dobbiamo attribuire ai gruppi dirigenti, alla formazione, alla
scelta dei dirigenti, dei quadri, degli eletti. Insomma, il
nostro è un partito più forte, che sta crescendo e però è ancora
un partito fragile. Se ci poniamo le due elementari domande, il
chi siamo e il dove siamo, oggi non siamo ancora in grado di
dare una risposta a questi semplicissimi quesiti. Siamo in grado
di dire quanti siamo, complessivamente, e dove siamo,
complessivamente. Però per un dirigente nazionale, regionale,
provinciale questo non basta. Devo sapere di più, e invece le
informazioni non mi sono ancora arrivate, non ho ancora gli
strumenti: e, badate per limiti nostri, per la nostra
dis-organizzazione, non per altre cause. Per esempio, sono
felice di sapere che a Padova abbiamo superato il 100% degli
iscritti. Però non mi è sufficiente sapere questo se poi non
aggiungo che gli iscritti sono concentrati nella città capoluogo
e che in provincia ho molte aree ancora vuote, sicché non riesco
a presidiare l’intero territorio. Posso dire di essere un
partito che si avvia a diventare un partito di massa? No, se non
occupo che una parte del territorio, se non sono in grado di
svolgere iniziative ovunque, se non so se presenterò o no liste
almeno nei principali centri, se non ho rapporti con le maggiori
realtà produttive. Non mi basta quindi avere i numeri, voglio
sapere dove li ho e con chi li ho e che cosa sto facendo. Ma se
a Padova occupo il capoluogo, e in provincia ho grandi
difficoltà, in tante altre realtà vale l’opposto. Torno
all’esempio di Cosenza: a San Giovanni in Fiore ho quasi 200
iscritti, mentre nella città capoluogo ne ho meno di 100. E’
evidente che poi questi squilibri pesano nel meccanismo di
funzionamento interno, nella formazione dei gruppi dirigenti,
nelle tensioni che disegnano, nella capacità, nell’iniziativa,
nel ruolo che l’insieme del partito svolge. Quindi io ho la
necessità come partito di trasferire i numeri sulla carta
topografica per dire: le mie truppe sono collocate qui, e
partendo da qui le devo muovere per arrivare là dove non ci sono
ancora, cioè devo progettare con l’iniziativa politica, non con
la sola tecnica organizzativa, i luoghi che voglio occupare,
perché il mio fronte sia efficiente strategicamente e mi
consenta di andare avanti, di far crescere non in modo
spontaneistico, ma in modo organizzato il partito che ho.
Fissando quindi iniziative e piani di lavoro funzionali a questo
scopo. Per questo ci servono programmi, articolati territorio
per territorio, regione per regione, a livello nazionale e in
proiezione europea. Li stiamo via via costruendo, ma dobbiamo
avere chiaro che finché non avremo un’organizzazione nazionale
(il che significa articolata su tutto il territorio arrivando
almeno a quelli che un tempo avremmo chiamato i mandamenti: non
dico una sezione per ogni campanile, che oggi è un’utopia
persino per partiti assai più grandi del nostro) e finché non
avremo un programma nazionale articolato per i territori non
potremo dire di essere un autentico partito. Non dico che non
potremo dire di essere un autentico partito comunista, questo ha
a che fare con altri elementi ancora, ma almeno un autentico
partito nazionale quale oggi esige la situazione in cui
operiamo. Questi obiettivi, queste mete noi non le abbiamo
ancora raggiunte ma abbiamo verificato nei fatti che è possibile
andare avanti nella loro direzione a condizione appunto di porre
al centro la politica, e l’organizzazione come strumento della
politica. La politica come consapevolezza dei militanti, la
politica come volontà dei gruppi dirigenti, la politica come
azione di tutta l’organizzazione. Tutti questi tre elementi
stanno insieme: soltanto trasformando l’elaborazione politica,
il documento che abbiamo votato, in azione politica possiamo
avviare a soluzione anche i nodi organizzativi e statutari. Io
ho seguito con attenzione il dibattito che c’è stato nella
precedente discussione. Sono state dette cose importanti, e
votate scelte impegnative. Ma, per professione, nutro un certo
scetticismo verso i documenti. Avendo studiato la storia dei
partiti ho avuto occasione di leggere migliaia di documenti
scritti attraverso discussioni approfondite e appassionate come
la nostra: ma ho resgistrato poi enormi difficoltà nella loro
traduzione in pratica. Allora è importante che noi mettiamo a
fuoco le idee, i concetti, le proposte, le iniziative, che
dibattiamo e ci confrontiamo: però, poi, o ci sono le gambe che
se li portano in giro per il mondo o sono documenti che restano
lì, importanti per gli storici, molto meno per i lavoratori e
per i cittadini del nostro Paese. Quindi è fondamentale tenere
insieme idee e strumenti, e azioni che tentino di metterle in
atto. Soltanto così, ripeto, trasformando l’elaborazione in
azione possiamo avviare a soluzione anche i nodi organizzativi
e statutari che abbiamo. Ma non è possibile l’opposto. Sogna, si
illude il compagno o la compagna che pensa che il procedere o il
regredire nella crescita, nella costruzione del partito dipenda
soltanto da come è scritto l’articolo dello Statuto, perché il
retropensiero di questa idea è che lo Statuto, questo o quel suo
articolo, sia una clava o una lama da usare nelle battaglie
interne successive. No. L’articolo disciplina l’agire politico,
ma è la politica che mi risolve o non mi risolve i conflitti, le
tensioni al nostro interno.
Evito di esaminare in modo analitico la
bozza che avete in mano e che avete potuto leggere e meditare.
Mi limito ad accennare ai punti su cui maggiormente si è
concentrata la discussione nella fase preparatoria, affidando
alla discussione che qui si svolgerà il compito di approfondire
eventualmente altri temi che non richiamo ora in introduzione.
Non richiamo neppure lo schema di Bellaria. Noi stiamo
sviluppando quella elaborazione, e a quello si rinvia come punto
di partenza. Oggi però facciamo i conti con quello che siamo
riusciti a maturare e con le difficoltà che abbiamo incontrate
lungo il percorso lì iniziato. C’è una scelta di fondo, sotto il
profilo organizzativo, che abbiamo fatto: quella della
regionalizzazione. Non è stata una scelta indolore, ma una
scelta che ha prodotto difficoltà e tensioni, ed è un obiettivo
in larghissima misura ancora non raggiunto. Prima di far
crescere nella nostra comune cultura politica l’idea che il
livello a cui fondamentalmente si fa politica è quello regionale
(perché le regioni contano sempre di più, sia in se stesse sia
per l’interlocuzione con lo Stato e con l’Unione Europea, cioè
per tutta la dimensione istituzionale per un verso; e per
l’altro verso per una questione legata alle nostre modeste
dimensioni, per cui dobbiamo concentrare energie e risorse e
razionalizzarle e farle fruttare al massimo), prima che questa
idea entri nel sentire diffuso del nostro partito ci vorrà
tempo. Essa fa fatica ad entrare in tutti i partiti, badate: non
c’è un partito in Italia, neppure quello che più si dice
radicato nel territorio, la Lega, che abbia ancora conquistato
una cultura di tipo regionale di questo genere. Quindi è
fisiologico che la discussione, e la pratica soprattutto,
incontrino difficoltà. Il documento le elenca in positivo,
parlando di fraintendimenti. Però, se voi fate attenzione
all’insieme di questi fraintendimenti capite che c’è parecchio
di frainteso, a cui bisogna porre rimedio perché in varie parti,
i vari soggetti coinvolti hanno spinto in direzioni diverse,
attribuendo alla regionalizzazione significati diversi, a
seconda dell’utilità di questo o di quel soggetto. Bisogna
riportare la regionalizzazione al suo preciso significato
politico, che il documento richiama con nettezza. Soltanto negli
ultimi tempi, però, alcuni organismi regionali hanno cominciato
a ragionare dell’essenza della regionalizzazione che è quella
politica. Dobbiamo arrivare a formulare in ogni Regione un
programma del partito che ci caratterizzi e ci qualifichi,
definendo la nostra specificità politica (non ideologica, non
culturale: politica) nel centro sinistra. Quale è il nostro
specifico, in Veneto, in Toscana, in Calabria, in Val
d’Aosta…?. Dobbiamo riuscire a cogliere lo specifico regionale e
su quello collocare una riflessione progettuale. Abbiamo già
deliberato il percorso congressuale e quindi, se ben ricordo le
date, entro la metà di questo mese, cioè tra nove giorni, i
Comitati regionali dovrebbero avere elaborato in tutte le
regioni dei documenti sulla realtà regionale, linee di indirizzo
e direzione politica e programmi su cui far discutere il partito
in quella regione in vista dei congressi regionali che si
svolgeranno in parallelo con quello nazionale. Lì si misurano i
gruppi dirigenti, nella capacità di analisi, nella capacità di
proposta, nella capacità di produrre un salto in avanti rispetto
a due anni fa e a Bellaria, tracciando una piattaforma per
l’azione anche in vista della scadenza del 2005, da un punto di
vista politico è vicinissima, e che sarà un momento fondamentale
per il partito. Ogni passaggio elettorale, infatti, è per noi
importante, ma se per la crescita e per l’immagine complessiva
quello delle europee sarà, spero, un passaggio di grande slancio
e visibilità, per il radicamento territoriale (e lo sanno bene i
compagni che non hanno consiglieri regionali) avere o non avere
un eletto alle elezioni regionali sarà questioni di
straordinario rilievo. Quindi fin da ora dobbiamo prepararci
rispetto a quella scadenza, delimitando il nostro spazio
politico, ciò che ci qualifica e ciò che ci differenzia, ciò che
ci unisce e ciò che ci divide in quanto ritaglia la nostra
identità anche in rapporto alle nostre alleanze. Quindi è
necessario un grande sforzo su questo terreno, e vi invito a
recuperare i tempi perduti là dove siano stati perduti o a
profittare ancora di più delle ricerche e delle analisi che
abbiamo compiuto là dove le abbiamo compiute per fare di questo
partito un partito vero, un partito che si sa dotare di tutti
gli strumenti politici che servono per far politica e poi (e non
è un poi cronologico, ma un poi logico) mettendo a punto la
nostra organizzazione a livello regionale, risolvendo i problemi
che qua e là abbiamo avuto e abbiamo su questo terreno. Il
principale di questi nodi problematici riguarda il rapporto tra
il Comitato regionale e quelle che abbiamo convenuto di
chiamare, senza alcun riferimento alla dimensione istituzionale,
le federazioni metropolitane, cioè le federazioni delle grandi
città: Torino, Milano, Roma e Napoli insomma. Queste
federazioni, per le loro dimensioni, a volte sono la metà
dell’organizzazione regionale e quindi hanno un peso numerico
che è oggettivo e che si traduce in peso politico anche perché
sono la città capoluogo di quelle regioni (e, nel caso di Roma,
la capitale) e lì si svolgono le principali dinamiche politiche
e istituzionali. Esse hanno dunque un peso oggettivo, che
trascende le nostre scelte organizzative: un peso economico,
sociale, istituzionale di grande rilievo, il quale ha
implicazioni sul versante della politica generale, ma anche
all’interno del partito: implicazioni psicologiche, di
collocazione, di rapporto, di funzione, che producono tensioni
nelle relazioni interne e voi capite che non possiamo
permetterci di avere tensioni che bloccano la crescita, cioè
l’iniziativa politica del partito, in regioni decisive come il
Piemonte, la Lombardia, come il Lazio, come la Campania. Forse
possiamo permettercelo altrove, pur se con difficoltà, ma non in
regioni come queste non ce lo possiamo permettere assolutamente.
Vi è quindi la necessità di uno sforzo grande dei gruppi
dirigenti per superare le difficoltà. Per questo abbiamo anche
inventato dei marchingegni statutari, ma appunto marchingegni
statutari sono. Poi, dentro a quei marchingegni si può ricercare
l’accordo oppure alimentare il conflitto. Ci sono tutte e due le
possibilità ma la scelta dipende dall’intelligenza dei gruppi
dirigenti e a volte dei singoli dirigenti, perché a volte il
conflitto è a due. Quindi bisogna andare oltre a queste
tensioni, e io credo che il partito nel suo insieme dovrà
valutare la crescita, il consolidamento, il peso dei dirigenti
anche sulla base della capacità che dimostreranno di saper
temperare le naturali tensioni che ci sono in ogni comunità
umana, anche nella nostra, mettendole a frutto a vantaggio del
rafforzamento del partito, non a suo danno. Insomma, invece di
scontrarsi per bloccare tutto si competa per crescere dall’una e
dall’altra parte. Si competa per fare meglio non per fare
peggio.
Un altro tema discusso in commissione è
stato proprio quello dei gruppi dirigenti, in particolare
regionali. Noi abbiamo avuto gruppi dirigenti regionali
mediamente stabili, in questi due anni. Stabili non significa
esenti da tensioni, ma soprattutto non significa efficienti.
Talvolta la stabilità ha coinciso con l’inesistenza della
funzione dirigente. Non è così che si affronta il tema della
regionalizzazione. I gruppi dirigenti devono dirigere, devono
assumersi la responsabilità di dirigere, di agire, scegliere,
non di galleggiare; se necessario a volte devono anche sapere
scontrarsi con orientamenti opposti, con situazioni di
immobilismo che questo partito, per gli immani compiti che ha di
fronte e per la limitata forza organizzativa che ha, non può
permettersi. Noi non possiamo permetterci gruppi dirigenti
apatici, passivi, che non intervengono creativamente nelle
situazioni in cui sono, che si piegano al vento, che si fanno
dirigere dagli altri e dalle priorità degli altri anziché dalle
proprie priorità. Non ce li possiamo permettere perché abbiamo
parlato di un partito di qualità visto che non possiamo essere,
allo stato dell’arte, un partito di quantità, un partito di
massa: e comunque il partito di massa che tanti di noi hanno
conosciuto era un partito che la qualità ce l’aveva dentro
proprio perché aveva la quantità entro cui selezionava la
qualità. Noi quella situazione non ce l’abbiamo, e in questa
situazione, senza nostalgie, dobbiamo costruire un partito che
agisce, che interagisce con il mondo che lo circonda, mentre
talvolta la tendenza è a interagire dentro a noi stessi, cioè
dentro a un contenitore che è luogo di conflitti intestini
anziché base di partenza per una proiezione verso l’esterno.
Quindi va bene la stabilità dei gruppi dirigenti, ma a
condizione che si tratti di gruppi dirigenti capaci di
iniziativa politica sistematica. Credo che il congresso debba
essere anche momento di verifica del lavoro compiuto o non
compiuto: e, badate bene, non in una logica censoria, non è
questo il compito nostro, ma nell’altro senso, positivo della
valorizzazione dei risultati che i diversi gruppi dirigenti
hanno ottenuto o meno nei territori e nell’ottica del trovare il
modo di superare i limiti che noi registriamo. Venerdì scorso,
io non ho potuto essere presente, ma c’è stata una riunione dei
segretari di federazioni sul tema del nuovo tesseramento. Non so
se il tema sia stato trattato anche in questo senso, ma noi
dobbiamo tentare di liberarci, sotto il profilo
dell’organizzazione, dall’abitudine deteriore di considerare il
tesseramento uno strumento di routine. Se questo anno siamo
riusciti a superare il 100 % abbondantemente entro il 31 di
ottobre non si capisce perché l’anno prossimo non dobbiamo
riuscire ad ottenere lo stesso risultato. Non si capisce. Lo si
capisce invece se questo serve appunto soltanto in termini di
peso congressuale, senza attribuire al tesseramento e al
reclutamento l’autentico significato ideale, politico e
organizzativo che essi hanno, riassunto un tempo nella formula
del “proselitismo”. Noi dobbiamo incidere su questo modo di
pensare del partito. Perdere tempo, in questa realtà politica e
sociale, è un danno che arrechiamo all’insieme del partito,
perché facciamo correre altri, facciamo pesare sull’insieme
dell’organizzazione le deficienze che qua e là si registrano che
poi pesano sull’insieme del nostro lavoro. Vi è quindi la
necessità di lavorare intensamente su questo terreno come gruppi
dirigenti, soprattutto facendo sul serio il lavoro di
radicamento di cui parliamo spesso senza però precisare, spesso,
in concreto in che cosa consiste. Che intendiamo quando parliamo
di radicamento del partito? Una cosa l’ho già detta. Se sul
territorio siamo presenti soltanto nel capoluogo e non nei
principali mandamenti, radicarsi vuol dire riuscire a creare una
struttura, un minimo di organizzazione i queste aree. Ma l’altro
terreno fondamentale del radicamento, visto che abbiamo scelto
tutti insieme di essere il partito dei lavoratori, è quello
sociale: quante sezioni di fabbrica abbiamo in questo partito?
Quante sezioni di posto di lavoro abbiamo? Perché ce la possiamo
raccontare come vogliamo, ma se non abbiamo radicamento nel
mondo che intendiamo rappresentare, e radicamento vuol dire
avere un rapporto effettivo diffuso e costante con questo tipo
di realtà, noi predichiamo, ma non pratichiamo. E radicamento
vuol dire inoltre presenza nelle organizzazioni di massa
esistenti, visto che non possiamo averne direttamente di nostre.
Allora, i dati che venivano ricordati prima o che venivano
citati nella relazione del Segretario nel precedente Comitato
centrale, stanno a dirci che in alcune realtà stiamo lavorando
bene in termini di radicamento e in altro non stiamo lavorando o
stiamo lavorando male, perché ciò che è successo a Rho, ciò che
è successo a Napoli, ciò che è successo a Catanzaro, ciò che sta
succedendo forse a Verona (e sono esempi che potrei moltiplicare
dal Sud al Nord del Paese) cioè il fatto che pezzi di realtà
organizzata e del sindacato e delle associazioni i massa
cominciano a guardare a noi, si iscrivono a noi, si prestano a
sostenerci nella raccolta delle firme nelle campagne elettorali,
etc. ci dice che c’è ovunque la possibilità di conquistare nuove
adesioni a condizione che si lavori efficacemente per questo
scopo. Là dove questo non si fa, è chiaro che il risultato non
c’è. Anche su questo noi misuriamo la capacità autentica dei
gruppi dirigenti di radicare questo nostro partito e di dargli
gli strumenti per crescere. Viceversa, talvolta mancano persino
gli strumenti elementari come quelli dell’informazione interna.
Allo stato dell’arte, oggi 6 dicembre del 2003 noi non sappiamo
quanti e quali siano i nostri consiglieri e assessori nei comuni
e nelle varie istituzioni. Non ne abbiamo l’elenco, ma non è che
è da qua, da Roma che lo possiamo creare quell’elenco. Ci deve
venire dai territori, e ci deve venire attraverso le tessere che
devono essere compilate correttamente. Non è burocrazia, questa:
se su quella tessera c’è il nome e il cognome, il sesso e il
lavoro che fa l’iscritto, allora io posso mettere insieme quelli
che fanno i consiglieri comunali o riunire quelli che sono
insegnanti o convocare e fare un’iniziativa con i contadini o
con gli artigiani... Se non ho le informazioni di base, e sono
le mie organizzazioni federali e regionali che me la devono
dare, io non ho gli strumenti per lavorare e per crescere come
partito. Quando si telefona ai gruppi dirigenti, ai segretari
regionali, non lo si fa per follia burocratica anche se qualcuno
pensa che possa essere questo il motivo: lo si fa per necessità
se vogliamo costruire insieme questo partito. Andando allo stato
brado, spontaneisticamente, noi non cresceremo ulteriormente,
rischiando anzi di mettere in discussione i risultati già
ottenuti. E’ quindi indispensabile costruire un partito che sul
territorio faccia le cose che il documento indica: dei banali
censimenti, in fondo: banali ma fondamentali per il lavoro che
deve seguire.
Un ulteriore tema di discussione, vedrete
che è ampiamente trattato nel testo, è stato quello del rapporto
tra partito e movimenti. Non sviluppo il ragionamento, sto alla
sintesi molto sommaria. Se permangono dubbi, si legga il testo
scritto. La proposta che viene fatta è quella del rapporto
classico: il partito è il partito e i movimenti sono i
movimenti. Il partito è una struttura organizzata che funziona a
360 gradi, i movimenti hanno invece la loro specificità: la
scuola, la pace, il lavoro, ecc. Con i movimenti il partito
interagisce, interloquisce essendo se stesso. Non va a rimorchio
dei movimenti. Va nei movimenti con i propri militanti, avendo
le proprie idee e le proprie proposte. Se le ha, naturalmente.
Oppure se le comincia a formare, dopo di che cerca di convincere
gli altri delle proprie idee, e interloquendo con gli altri a
sua volta modifica le proprie. Noi siamo però un partito, non
siamo come altri a rimorchio, a volte apparente, di scelte
altrui. Siamo un soggetto con una nostra identità e con una
propria specificità.
Sul tema della parità tra i sessi sono
arrivati due emendamenti, aventi lo stesso oggetto. È evidente
che il testo è stato scritto male, e che va modificato nel senso
richiesto. Noi ribadiamo in questo documento la scelta che
abbiamo fatto al precedente congresso, che in quella sede aveva
anche una dimensione propagandistica, ma che via via ha in
seguito acquisito un ulteriore spessore sostanziale. Dobbiamo
registrare un fatto positivo che in questi due anni nel nostro
partito anche grazie a quella scelta sono maturate delle
dirigenti di sesso femminile di grande rilievo, importanti. Nel
suo complesso, grazie a questa scelta, questo partito si è
quindi arricchito, si è consolidato. Ora si tratta di sviluppare
questi risultati, approfittando del percorso congressuale per
affermare una nuova leva di dirigenti femminili. Ci si deve
pensare fin dai congressi di federazione, selezionando
adeguatamente, accuratamente i maschi e le femmine, insieme.
Inoltre, in questa circostanza i congressi regionali vengono
fatti prima di quello nazionale, e anche questa è una occasione
per definire gruppi dirigenti, anche nei comitati regionali,
oltre che nelle federazioni, tendenzialmente paritari. Questo è
un principio che abbiamo già messo nello Statuto. Esso afferma
che i gruppi dirigenti vanno formati tendenzialmente in modo
paritario nelle diverse realtà. Si tratta ora di metterlo in
pratica, più e meglio di quanto sia avvenuto in precedenza.
Ma ci sono delle altre novità, accanto a
questa, che io credo siano altrettanti rilevanti e che i
compagni devono cogliere per i loro forte significato. Noi ci
proponiamo di estendere la “scommessa” che abbiamo fatto con le
donne ai giovani, agli immigrati, al mondo della omosessualità e
dei diritti civili. Cioè proponiamo di fare delle ulteriori
“forzature” organizzative per dare un peso crescente (il
problema, qui, non è quello della parità) dentro al partito, in
funzione delle politiche organizzative che abbiamo selezionato
come prioritarie, a queste diverse realtà. Ci è ben chiaro che
la scelta di fondo da noi compiuta è quella del mondo del
lavoro. Questa è però una scelta trasversale che deve segnare
tutto l’insieme di queste spinte organizzative nuove che noi
vogliamo introdurre, sicché donne, giovani, immigrati, diritti,
nel loro insieme rappresentano ambiti in cui la scelta di fondo
del mondo del lavoro deve trovare le sue manifestazioni
organizzative concrete in sede congressuale.
Infine, la discussione in commissione ha
affrontato il tema, delicatissimo, degli organismi di garanzia.
Questo argomento in un partito come il nostro è fondamentale, è
di straordinario rilievo. Lo abbiamo verificato in tante realtà,
dove appunto si sono avuti conflitti o tensioni. Avevamo
immaginato l’eliminazione degli organismi di garanzia a livello
provinciale con l’intenzione di eliminare una parte del
contenzioso che esisteva, perché spesso le commissioni di
garanzia a livello provinciale erano risultate parte del
conflitto stesso anziché strumento per risolverlo. L’istituzione
delle commissioni regionali di garanzia ha migliorato questa
situazione e tuttavia non l’ha risolta ovunque. A volte ci sono
state situazioni in cui questo o quel soggetto componente delle
commissioni di garanzia regionali era a sua volta coinvolto in
una sorta di conflitto di interessi, risultando insieme
controllore e controllato. Bisogna dunque, ed è questa una delle
sottolineature che viene fatta nel documento, che la scelta dei
componenti degli organismi di garanzia costituisca un’autentica
priorità politica, e non si proceda – come talvolta è successo
in passato – secondo il criterio opposto per cui prima si fanno
gli organismi dirigenti e poi chi è rimasto fuori, i compagni
che in qualche modo non sono stati accontentati, vengono
destinati agli organismi di garanzia. Vedete, questa non è una
pratica nuova. Giuseppe Gaddi, forse i compagni di Trieste
ricordano questo dirigente comunista nativo della loro città,
diceva, e si era all’inizio degli anni Sessanta, che la
Commissione nazionale di controllo del Partito comunista
italiano era il “cimitero degli elefanti”. Non è una logica che
ci possiamo permettere. Per noi gli organismi di garanzia sono
fondamentali, e la scelta dei loro componenti dev’essere
prioritaria rispetto agli organismi dirigenti in senso stretto.
Dobbiamo perciò sollecitare tutte le nostre organizzazioni
regionali a affidare questo compito a compagni di grande qualità
e di grande capacità politica, morale e umana, oltre che di
rapporto con l’insieme del partito, perché sono compagni
decisivi.
A conclusione del ragionamento che vi ho
appena esposto mi pare che si possa dire che noi siamo una
piccola, ma non una piccolissima, organizzazione; che abbiamo
una grande cultura politica passata e abbiamo una grande
ambizione per il futuro. Dipende da ciascuno di noi come
singoli, e dipende dal nostro insieme come collettivo, dalla
nostra capacità di stare e di lavorare insieme, la possibilità
di far rivivere quella grande cultura oggi e di realizzare
domani questa ambizione, che è appunto l’ambizione di noi tutti. |