Verso il III Congresso:
I lavori del Comitato Centrale per il varo dei documenti congressuali

Le conclusioni di Severino Galante


Roma, 7 dicembre 2003
 

 

   Il quotidiano “La Repubblica” stampa oggi in seconda pagina, con grande evidenza, la foto del nostro pezzo di corteo di ieri. E’ un segnale importante. Significa attenzione nei nostri confronti. Significa che siamo riusciti a farci identificare, a farci riconoscere, a essere visibili, per tutto ciò che abbiamo messo in campo: anche per il ‘folclore’ dei simboli, delle bandiere, dei canti e delle parole d’ordine. Ci sono tanti fattori che confluiscono in quella foto. Che si possono riassumere però – già lo dicevo ieri, e mi pare per altro un’opinione ampiamente condivisa dalla discussione – in un giudizio sintetico: siamo cresciuti. E credo che nessuno di noi possa farsi, e farci, del male svilendo in qualsiasi modo questa constatazione. Siamo cresciuti. E se lo abbiamo fatto, ciò è merito dell’insieme del Partito che ha saputo consolidare tanto la sua capacità unitaria di elaborazione (lo ha dimostrato la discussione sul documento politico) quanto la sua capacità unitaria di azione (lo ha confermato anche la manifestazione di ieri). Siamo cresciuti, cioè, perché abbiamo scelto una buona politica e siamo cresciuti perché abbiamo fatto una buona organizzazione. Non per l’uno o per l’altro o per nessuno di questi due elementi, ma per il loro nesso, per il nesso tra politica e organizzazione che è inscindibile, come dovrebbe ben sapere chiunque viene da una cultura comunista. Le idee, anche se sono buone, hanno comunque bisogno di gambe per andare avanti, altrimenti restano sterili; e le gambe, da sole, se non hanno buone idee che le guidano, non vanno da nessuna parte. Soltanto insieme – testa e gambe – fanno una politica: se è positiva, è merito di entrambe; se è negativa, è responsabilità di entrambe. Insieme.

     In quella fotografia c’è un’identità, vi si legge un nucleo omogeneo e compatto, capace di pensare e di agire insieme. Viene in mente un grande della letteratura russa, Maiakovski: “milioni di spalle unite che innalzano al cielo la costruzione del comunismo”. Noi siamo un po’ meno di milioni, qualche migliaio di spalle unite, che non si illudono di innalzare al cielo la costruzione del comunismo, ma che cercano oggi sulla terra di darsi strumenti – appunto: politica, azione, organizzazione – per difendere in qualche modo la nostra gente, il nostro popolo, i nostri lavoratori, i nostri figli, nell’attuale situazione segnata dall’offensiva delle forze capitalistiche più reazionarie che intreccia l’unilateralismo aggressivo degli Stati Uniti, la distruzione dello stato sociale, e la compressione autoritaria e oligarchica della democrazia. Questo stiamo tentando di fare: con grande fatica, con grande difficoltà, sbagliando, imparando, andando comunque avanti: e stiamo tentando di andare avanti anche qui, con questa nostra discussione.

   Ma quell’insieme lì, quello che nella fotografia appare compatto e omogeneo, poi bisogna scomporlo, bisogna saperlo scomporre. Lì dentro ci sono maschi e femmine, giovani e anziani, lavoratori dipendenti e autonomi, pensionati e disoccupati. E ci sono individui, pulsioni, esigenze, amori, odii, tante cose diverse. E noi, nel momento stesso in cui ci vediamo unitariamente, dobbiamo saper fare questa scomposizione e essere consapevoli, massimamente consapevoli, che stiamo insieme, che riusciamo a tenere insieme le nostre diversità e quindi le nostre inevitabili tensioni, se e perché sappiamo essere equilibrati. Se sappiamo costruire equilibro nelle nostre relazioni. Se sappiamo affermare le nostre ragioni riconoscendo nello stesso tempo le regioni degli altri, perché se salta l’equilibrio, se si afferma o si impone soltanto un pezzo del ragionamento si rischia la catastrofe, è comunque la crisi, si aggravano le difficoltà soggettive che vanno a aggiungersi a quelle oggettive, vi è l’incapacità di andare avanti.

    Ho parlato di equilibrio. Nella mia cultura, e in quella di tanti di noi, c’è una diversa idea, quella di sintesi. Non ho usato la parola sintesi, ma ho parlato di equilibrio, perché bisogna che noi ammettiamo che per un periodo, probabilmente lungo, della storia del nostro Partito il dato della contraddizione, che è un dato che fa parte della realtà marxianamente interpretata, sarà perdurante, resterà dentro anche alla nostra organizzazione politica. Il momento della sintesi arriverà più avanti, con grande fatica, con grandi mediazioni, soprattutto con grandi esperienze comuni cioè con grandi azioni politiche in cui riusciremo a praticare la dimensione della sintesi. Ma intanto occorre equilibrio. Evitiamo forzature traumatiche in qualsiasi direzione: perché siamo fragili. Non le sopporteremmo. Ho già sottolineato i nostri risultati, i nostri successi, il nostro rafforzamento. Tutte cose molto importanti: ma restiamo fragili, siamo in crescita ma ancora in un equilibrio precario, il quale va quindi tutelato con grande prudenza, con grande intelligenza, con grande sensibilità. Con grande sensibilità, sì, anche: perché io credo che nella politica siano fondamentali, insieme con la razionalità e il calcolo, le sensibilità, le emozioni, le passioni, le speranze e le paure. Se non avessimo questi stimoli, se non avessimo queste passioni che ci spingono, perché saremmo qui oggi, in un lungo week end? perché? Per l’ambizione, per il potere, per l’interesse, per le cariche, per i dieci deputati? Per questo saremmo qui? No: se fossero queste le motivazioni, tutti noi saremmo altrove con le nostre famiglie, con i nostri figli, a divertirci. Invece no, siamo qui. Tutti con nobili motivazioni, tutti con ottime ragioni. Perciò dobbiamo reciprocamente rispettare la validità soggettiva delle ragioni e delle motivazioni di ciascuno, salvo poi decidere insieme quali sono le motivazioni e le ragioni ‘oggettive’ che il Partito assume come proprie: perché non c’è nessuno che, soggettivamente, abbia il monopolio delle buone motivazioni e delle buone ragioni. Ognuno di noi, torno a dire, rispetti quelle degli altri e quindi esiga, anzi: chieda sommessamente, che siano rispettate le proprie. Appunto, equilibrio: nelle discussioni e nella pratica.

    La compagna Corso poneva un problema che credo sia preliminare nel ragionamento: come andiamo? Credevo che fosse chiaro, ma se non fosse chiaro, preciso. Lo abbiamo già fatto, non è una novità. Noi nella fase di elaborazione abbiamo distinti due commissioni, in un certo senso si potrebbero chiamare sottocommissioni di un unico ragionamento che va verso il congresso. Una parte che ragiona sulla politica dal punto di vista della politica e una parte che ragiona, lo dicevo ieri, sulla politica dal punto di vista dello strumento che serve per realizzare quella politica. Forse sarebbe stato anche opportuno qualche colloquio tra chi ha seguito il primo e il secondo. Ma vedete proprio il fatto che esiste una serie di duplicazioni ognuno è andato ragionando per la propria testa i vari gruppi, ci dice che abbiamo già fatto un bel salto in avanti perché ragioniamo tutti dentro gli stessi binari. Le idee di fondo le abbiamo e ci sono comuni. È un fatto importante, un successo, non lo avremmo mica detto in altri momenti. Ma quando noi andremo al voto al congresso il voto sarà unico. È un unico documento e ci dice della politica e dei mezzi con i quali vogliamo realizzare quella politica e quindi insieme lo dovremo votare. Questo attiene alla tecnica. Ci sono delle duplicazioni nell’esposizione delle idee di fondo però non c’è alcuna duplicazione nel ragionamento complessivo sullo strumento, sull’organizzazione, su come riusciamo a passare dalle idee, che abbiamo qui enunciato e su cui siamo tutti d’accordo, al metterle in pratica: dalla elaborazione alla azione. Passando poi, sì, certamente, anche alle regole che presiedono al nostro stare e agire insieme. Questo pezzo di documento ha una traduzione tecnica, chiamiamola così, in quelle regole statutarie. Ma è quel documento che mi dà la chiave interpretativa delle regole, che me ne dà la ratio. E esso mi dice, appunto – rispondo così a un’altra osservazione – che nessuno è legittimato ad usarle né come una clava né come un coltello. Le dobbiamo usare invece come strumenti di democrazia e di rispetto reciproco nel nostro stare insieme. Lo Statuto, letto nella continuità di documento politico-documento organizzativo-statuto, mi parla infatti della comunità di donne e di uomini che è questo Partito e mi dice come, se siamo tutti d’accordo, deve funzionare, e per fare che cosa. La proposta che viene formulata va quindi letta organicamente, nel suo complesso.

    Ci sono poi alcuni punti particolari che sono stati toccati nella discussione, i quali però hanno a che fare con l’impianto complessivo, con l’idea di partito che abbiamo scelta e elaborata a Bellaria, e che ora dobbiamo cercare di mettere meglio a punto. Qualche volta ho il dubbio che le nostre letture dei testi siano non sempre adeguatamente approfondite. A un certo punto nel documento sul Partito si dice una cosa che è impegnativa, anche se nessun compagno l’ha sottolineato. Si dice che la regionalizzazione non è soltanto una sfida politica, programmatica e organizzativa posta al Partito, ma anche il terreno di una costruttiva lotta politica sulla concezione del Partito. Cioè si dice che la concezione del Partito non è da tutti interpretata e, soprattutto, praticata nella stessa maniera e che quindi su questo ci è una lotta. Lotta: è parola impegnativa. Questo richiamo ha a che fare con tutta la discussione svoltasi nella commissione sul Partito, che su questo come su qualche altro punto è stata aspra. Alla fine siamo arrivati a un documento che abbiamo votato unanimemente non per formalità, ma per convinzione. Però, prima di arrivare a quella unanimità, i passaggi sono stati complessi e, appunto, aspri. Se siamo arrivati a una conclusione unanime, è stato perché appunto abbiamo cercato di mantenere l’equilibrio, e  a volte l’equilibrio sta anche nel non dire alcune cose o nel dirle in una certa maniera, perché tutti possano riconoscersi in una formulazione, ma sapendo che questa è il punto di partenza e che non è con le mediazioni lessicali che poi i problemi si risolvono effettivamente. Perciò dalla mediazione lessicale bisogna partire sapendo che in seguito, dato che la contraddizione si è attenuata nelle relazioni ma non è scomparsa nei fatti, si svilupperà una battaglia, una lotta, una dialettica, auspicabilmente meno aspra, per tradurre in un modo o nell’altro quella mediazione. In sostanza, si rinvia perché non siamo in grado in questo momento di fare sintesi, di trovare effettivamente la sintesi. È chiaro? Anche questo fa parte della prudenza necessaria per gestire la politica, per governare il Partito. Perché quando nel Partito si manifestano concezioni diverse, e per certi versi contrapposte, dell’organizzazione (meglio: dei ruoli di questo o quel livello dell’organizzazione) e la sintesi non è manifestamente possibile, allora cosa si deve fare? Si sceglie l’una posizione? Si sceglie l’altra? Se ne impone una terza? Non scherziamo. Una scelta si può fare soltanto quando si sia creato nel partito un ampio consenso, fondato sulla esperienza e sulla persuasione, per cui una delle due posizioni si è talmente attenuata e l’altra talmente smussata da avvicinarsi. Soltanto a quel punto, cioè alla fine di un percorso, è possibile ‘tagliare’ il nodo: ma io non mi posso permettere di tagliare pezzi di Partito. Lo dico a tutti i compagni che sono intervenuti. Non ho questa idea del partito, l’idea appunto del controllo o del taglio autoritario o della soluzione gordiana. Mediazione fino al penultimo momento, nel tentativo di trovare sempre una soluzione che non sia traumatica e che consenta al Partito di rafforzarsi. E allora il tema della regionalizzazione va affrontato in questa ottica. Io non mi posso nascondere la realtà. A Bellaria abbiamo compiuto una scelta organizzativa di fondo di cui sono noti i motivi sia politici, sia istituzionali, sia tecnici. La centralità sotto tutti i profili della dimensione regionale non è in discussione. Ma una volta che ho stabilito questo, non mi posso nascondere il dato della realtà che mi dice, per esempio: bada che Venezia, Padova, Vicenza, Treviso, Verona hanno grosso modo lo stesso numero di abitanti, lo stesso peso economico sociale, lo stesso numero di tesserati al Partito, sicché nel Veneto c’è un sostanziale equilibrio fra le diverse federazioni per cui nessuna di queste è in grado, né oggettivamente né soggettivamente, di contrapporsi alle altre messe insieme. E ciò vale anche in tante altre Regioni. Ma non ovunque, perché il nostro Paese, e il nostro Partito, sono realtà articolate e complesse. Posso dimenticare questa complessità? A me parrebbe suicida farlo. Devo invece tenerne conto; e infatti la commissione ne ha tenuto conto con la formula della “pari dignità” con le “federazioni metropolitane”, perché questa relazione tra pari nel contesto di una netta opzione regionalista sta nei fatti; e il riconoscimento dei fatti è la condizione necessaria di qualsiasi politica che quei fatti si proponga di cambiarli, senza accontentarsi di limitarsi a deprecarne la contradditorietà. Perciò nel documento sono state usate espressioni che vanno lette attentamente, e che servono poi a interpretare lo statuto. Si dice: “dopo due anni di esperienza si possono ora ipotizzare percorsi in vista di una soluzione statutaria fondati sui principi”, etc. Insomma, tentiamo di risolvere un problema ma ribadendo –  a proposito di alcune osservazioni sulla centralità della politica –  che l’ingegneria statutaria può soltanto intrecciare una rete a maglie larghe, fissare norme per stimolare la cooperazione, per esempio stabilendo che il capogruppo regionale è invitato di diritto alla segreteria regionale e ciò vale ovviamente dove vi è una un capogruppo che non viene neppure invitato, per discriminazione o per auto discriminazione. E’ un’assurdità politica, questa? Certo che lo è. Ma non mi basta denunciarlo. Devo stare alla concretezza. E dove la politica non mi aiuta, dove la volontà non c’è, che devo fare se non cercare con le regole e con la tecnica di favorire la soluzione di questo problema, mentre continuo lo sforzo di ragionare, di persuadere? So bene anche io che sarebbe meglio che ci fosse subito la soluzione politica. Ma, diceva il vecchio Manzoni, “il coraggio uno non se lo può dare se non ce l’ha”. Neanche il buon senso. Delle volte, per fortuna sempre meno, le conflittualità sono tali che determinano situazioni di questa natura; e allora tentiamo di fronteggiarle in questo modo. Non è mica detto che così si risolva il problema. Ci sono soluzioni migliori? Siamo qui tutti a cercale perché stiamo lavorando insieme per questo scopo comune. Si propongano altre soluzioni, altre regole, altre norme statutarie. In caso contrario, se nessuno ne ha di migliori da suggerire, sperimentiamo quelle proposte dalla Commissione. Condividendo tutti la convinzione che il problema centrale non è quello delle norme, ma quello della politica, compresa la politica dell’organizzazione.

      Sul ruolo degli eletti: io ho già usato in altre occasioni questa espressione, che non è spregiativa, ma che ne ho io: il nostro non è il partito dell’Anci, cioè non è il partito degli eletti. Gli eletti sono una funzione centrale, fondamentale, decisiva e qualificante del partito, ma una funzione. Senza di essi il Partito farebbe poca strada: ma è il Partito che li candida, ed è grazie al Partito che vengono – anzi, che veniamo: essendo anch’io un eletto – eletti. Ma non sono il Partito, non è attorno a essi che si costruisce il resto dell’organizzazione. Hanno una montagna di diritti, non mi pare proprio che il problema sia quello di riconoscerglieli. Li hanno per legge, e il Partito non ha alcun interesse o alcun motivo per ipotizzare di limitarli. Né, comunque, potrebbe farlo. Dunque, la questione è un’altra: essa riguarda il rapporto tra l’eletto in questa o quella istituzione, e il corrispondente livello organizzativo del Partito. L’eletto ha o no una corretta e regolare relazione politica, di discussione e di orientamento, con l’istanza di Partito? Dà o no risposta alle aspettative anche materiali, ci intendiamo, anche materiali della organizzazione? Le dà o no? Chiediamocelo, a ogni livello. Perché, secondo me, se non le dà quell’eletto non è funzionale al Partito che vogliamo costruire. Non è che questo vincola in ogni momento il suo cervello, le idee, il modo di stare nelle istituzioni: ma le linee di fondo sulla politica e le linee di fondo sulla materialità ha il diritto e il dovere di fissarle il Partito (delle cui decisioni, per altro, l’eletto è parte, e spesso parte assai rilevante), e l’eletto vi si deve attenere. Il mio modo di intendere il rapporto tra eletto e Partito è questo. Ovviamente, posso sbagliarmi. Decidiamo insieme qual è il modo giusto d’intenderlo, ma poi applichiamolo. Un compagno ha giustamente osservato: e se l’eletto non rispetta le regole, sono possibili sanzioni? E’ un problema vero, che però mi devo cominciare a porre sin dal momento in cui io scelgo le candidature, perché prevenire è meglio che reprimere. Se l’eletto va per i fatti suoi il Partito (cioè questo o quel gruppo dirigente) ha sbagliato a scegliere quando lo ha candidato. Comunque, è un problema. Ora introduciamo nello Statuto una sanzione. Si dice che non sono ricandidabili e rinominabili quelli che non abbiano adempiuto agli obblighi statutari anche in merito ai versamenti. Naturalmente, bisogna tentare di evitare di giungere a questo punto, con un’adeguata opera di prevenzione e di vigilanza. E questo compito di controllo va esercitato non soltanto dalle Commissioni di garanzia, ma dall’intero gruppo dirigente del Partito. È quel gruppo dirigente che deve affrontare questi problemi, cioè chi ha la responsabilità della selezione delle candidature, che certo dovranno essere le più larghe possibili ma, nello stesso tempo, le più affidabili possibili per il Partito, legate a una storia, a una biografia, a una dimostrata capacità di quei compagni di essere dirigenti del Partito, non dirigenti sul Partito. Dirigenti del partito a pieno titolo. Le scottature che, in questo campo, abbiamo subito devono esserci di ammaestramento. Questo è l’impianto che la commissione unanime ha cercato di dare all’argomento.

     Mi pare condivisibile la proposta di prevedere la presenza di diritto dei capigruppo parlamentari nella Direzione nazionale del Partito. Possiamo così sanare un’omissione del precedente Congresso, che per altro praticamente è stata senza effetti dato che i capigruppo hanno finora fatto sempre parte della Segreteria nazionale. Ma è meglio formalizzare la scelta. Viceversa, la commissione ha discusso la questione della presenza di diritto, nelle Segreterie regionali, dei capigruppo regionali, ritenendo, in conclusione, che la formula dell’invitato di diritto fosse preferibile a quella del membro di diritto. Come si può intuire, si tratta di una scelta di opportunità, non di principio. Se si ritiene di cambiarla, non vi è alcuna obbiezione.

  . Vengo infine a un’altra serie di argomenti che sono stati affrontati nella discussione. Su alcuni di valenza politica generale immagino che parlerà il Segretario, e rinvio dunque alle sue conclusioni. Su altri che hanno più diretta e specifica attinenza con la nostra discussione ancora qualche riflessione. Sul tema della organizzazione di massa sono assolutamente d’accordo coi rilievi avanzati. Ho esperienza diretta della loro fondatezza. Per esempio, una delle associazioni degli esercenti di Padova è diretta da un soggetto molto vicino a Alleanza Nazionale. Un soggetto che in passato – non vi meravigli – era stato iscritto al Pci. Dobbiamo dunque avere la percezione esatta di quello che questo mondo è diventato, soprattutto in alcune parti del Paese. Dove, sempre per fare un esempio, può capitare che un ex iscritto a Rifondazione si tramuti in un leader locale di Forza Nuova. Si tratta dunque di dinamiche profonde di questo Paese, alle quali, quando parliamo di politica, dovremmo prestare la debita attenzione, e conseguenti analisi e iniziative. Però vedete, compagne e compagni, questa è pur sempre la realtà attuale, e con essa dobbiamo misurarci: non basta denunciarla e criticarla. Palmiro Togliatti durante il fascismo invitò, con rischi e conseguenze evidenti, i comunisti a entrare nelle associazioni di massa del fascismo per compiere al loro interno il proprio lavoro rivoluzionario, perché lì era organizzato il popolo. Non siamo certamente in una situazione neppure lontanamente analoga, e il richiamo mi serve soltanto come una suggestione politica. Con tutte le critiche che possiamo fare a quelle associazioni, è o non è vero che in esse vi è potenzialmente popolo nostro? È o non è vero che alcuni dei dirigenti della Cna, della Confesercenti, delle cooperative, ecc. sono nostri o sono vicini a noi? Li dobbiamo contattare? Li dobbiamo valorizzare? Dobbiamo o no considerare quelle associazioni luoghi di contatto con determinati mondi, luoghi di confronto e di iniziativa? Io credo di sì, e quindi credo che dobbiamo lavorare con forte determinazione in questa direzione sapendo – ne siamo tutti convinti – che non siamo in grado di mettere in piedi né un sindacato né un’associazione di categoria, né un’associazione ricreativa. Forse qualche associazione culturale qua e là siamo in grado di farla, ma non ancora su scala nazionale. Perciò dobbiamo indirizzarci verso le organizzazioni già esistenti per un intervento culturale, per un confronto politico, per una battaglia di merito si contenuti degli interessi che lì si organizzano.

   Un’ultima annotazione sull’altro tema che ha animato questa nostra riunione ed è il tema della questione di genere. Ne abbiamo già accennato ieri, ma lo ripeto. C’è nel documento una formulazione infelice, che va cambiata accogliendo nella sostanza gli emendamenti che sono stati proposti, ma il problema è più generale. Io pongo un quesito, soltanto apparentemente di metodo. Abbiamo già detto che qui parliamo della politica dal punto di vista dello strumento che serve per realizzarla. È quindi un po’ singolare, care compagni e cari compagni, che non ne abbiate discusso nella riunione del Comitato centrale dedicato alla politica, cioè nella sede propria e più idonea, e invece l’argomento venga sollevato ora, e qui. perché questo è lo strumento per realizzare quella politica, ma la discussione lì verteva, sull’impianto della politica. Qui dove avremmo dovuto invece ragionare su come, fatta una certa scelta politica – nel documento organizzativo ci si limita a confermare la scelta del Congresso di Bellaria –  si possa oggi passare ad attuarla concretamente meglio di quanto non siamo riusciti a fare finora. Su questo tema concreto sono venuti due utili suggerimenti che io credo vadano accolti: quello delle assemblee regionali, così come è stato proposto, e quello del 5% che io però accoglierei dentro a un quadro più generale di riflessione in merito a come raccogliamo l’insieme delle risorse che servono a far vivere l’insieme di questo Partito e delle sue molteplici attività. Ricordo a tutti, maschi e femmine, che abbiamo lanciato due sottoscrizioni da cui è venuto al Partito assai meno di quanto preventivato con l’accordo di tutto il gruppo dirigente. E questo ci riguarda, appunto, tutti e tutte perché il finanziamento pubblico non ci basta, e perché dentro alla crescita dell’autofinanziamento sarà possibile anche aumentare la percentuale da destinare specificamente alle esigenze poste dalle compagne.

   . L’altro elemento che mi pare opportuno sottolineare è la necessità che queste utili riflessioni e rivendicazioni si traducano in una pratica, diciamo così, costante e non intermittente. Io ho la sensazione, ma spero di sbagliarmi, che ci accendiamo tutti attorno a questi temi soprattutto in coincidenza con i momenti congressuali. Sono passati due anni dalla precedente discussione generale senza che mai sia stato sollevato qui, in questo Comitato centrale, pur con la composizione paritaria che ci siamo insieme data al Congresso, il problema di una riflessione generale su come andare oltre, su come investire l’intero partito di questa tematica, su come attuare concretamente ovunque le scelte di principio e politiche che abbiamo fatte.  Il compagno Giansanti ha notato giustamente che, su mia richiesta, avevamo deciso di affrontare una discussione generale sul Partito, ma che poi non vi abbiamo dato seguito. Non ricordo, invece, ma posso ricordare male, che sia stata neppure posta l’esigenza di una discussione, specifica e tematica, sulle questioni di genere in quanto fondamentale questione politica, come qui è stato ricordato. Credo che avremmo dovuto porlo, questo problema. E badate che questa autocritica non ha a che fare con la polemica; ha a che fare invece con un’idea davvero alta della questione di genere, tanto alta che chiederei che essa fosse effettivamente assunta e praticata nei comportamenti quotidiani, nel fare politica nella società, nei quartieri, nelle fabbriche, nelle scuole, nelle istituzioni. E nel nostro stesso Partito. Per esempio non vedo, forse per i limiti della mia mentalità, in che cosa sia cambiato “al femminile”, e dunque in meglio, concretamente il modo di funzionare, di riunirci, di discutere, di decidere, di fare politica del nostro Comitato centrale, nonostante la sua composizione di metà maschi e metà femmine. Evidentemente, senza arretrare neppure di un centimetro sulla strada che abbiamo imboccata, c’è ancora molto da fare per migliorare in comune il nostro lavoro. E per farlo occorrono suggerimenti precisi, da tradurre in scelte operative, altrimenti tutto resta come prima. Per esempio, cosa vuol dire nei fatti organizzare in maniera diversa il lavoro del partito tenendo conto delle necessità delle donne? Se riusciamo insieme a stabilirlo, fissando orari, modalità, forme, contenuti, sarà un successo per tutti e per tutte, altrimenti sarà per tutte e per tutti un impegno da perseguire, così come è un obiettivo comune batterci per superare la diffusa cultura maschilista di questo Paese e del mondo intero.



COMITATO CENTRALE
del 6 e 7 dicembre 2003
- La relazione di Pagliarulo
- La relazione di Galante
- Il documento politico
- Il documento sul partito
- Le conclusioni di Galante
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto
- L'ordine del giorno sulla centralità del tema di genere

COMITATO CENTRALE
del 29 e 30 novembre 2003

- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

D
IREZIONE NAZIONALE

del 18 settembre 2003

No alla lista unica

COMITATO CENTRALE
del 12 e 13 luglio 2003

- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

COMITATO CENTRALE
del 10 maggio 2003
- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

COMITATO CENTRALE
dell'11 e 12  gennaio 2003
- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto
- L'ordine del giorno conclusivo

COMITATO CENTRALE
del 29 e 30 giugno 2002

- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

DIREZIONE NAZIONALE
del 18 aprile 2002

Fortissime perplessità sullo "statuto dei lavori"
Ufficio stampa

A UN ANNO DA BELLARIA
La confederazione della Sinistra per il lavoro, la pace e i diritti
di Oliviero Diliberto
Da "La Rinascita della Sinistra"

COMITATO CENTRALE
 del 26 gennaio 2002

La relazione del Segretario, O. Diliberto
"Due campagne nazionali su giustizia e lavoro"

Le conclusioni di Diliberto
"Il partito cresce ovunque, continuiamo così"

Dopo Bellaria
I compiti di chi guarda avanti per costruire
di Carlo Benedetti
Da "La Rinascita della Sinistra"