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Il quotidiano “La Repubblica” stampa oggi in
seconda pagina, con grande evidenza, la foto del nostro pezzo di
corteo di ieri. E’ un segnale importante. Significa attenzione
nei nostri confronti. Significa che siamo riusciti a farci
identificare, a farci riconoscere, a essere visibili, per tutto
ciò che abbiamo messo in campo: anche per il ‘folclore’ dei
simboli, delle bandiere, dei canti e delle parole d’ordine. Ci
sono tanti fattori che confluiscono in quella foto. Che si
possono riassumere però – già lo dicevo ieri, e mi pare per
altro un’opinione ampiamente condivisa dalla discussione – in un
giudizio sintetico: siamo cresciuti. E credo che nessuno di noi
possa farsi, e farci, del male svilendo in qualsiasi modo questa
constatazione. Siamo cresciuti. E se lo abbiamo fatto, ciò è
merito dell’insieme del Partito che ha saputo consolidare tanto
la sua capacità unitaria di elaborazione (lo ha dimostrato la
discussione sul documento politico) quanto la sua capacità
unitaria di azione (lo ha confermato anche la manifestazione di
ieri). Siamo cresciuti, cioè, perché abbiamo scelto una buona
politica e siamo cresciuti perché abbiamo fatto una buona
organizzazione. Non per l’uno o per l’altro o per nessuno di
questi due elementi, ma per il loro nesso, per il nesso tra
politica e organizzazione che è inscindibile, come dovrebbe ben
sapere chiunque viene da una cultura comunista. Le idee, anche
se sono buone, hanno comunque bisogno di gambe per andare
avanti, altrimenti restano sterili; e le gambe, da sole, se non
hanno buone idee che le guidano, non vanno da nessuna parte.
Soltanto insieme – testa e gambe – fanno una politica: se è
positiva, è merito di entrambe; se è negativa, è responsabilità
di entrambe. Insieme.
In quella fotografia c’è un’identità, vi si
legge un nucleo omogeneo e compatto, capace di pensare e di
agire insieme. Viene in mente un grande della letteratura russa,
Maiakovski: “milioni di spalle unite che innalzano al cielo la
costruzione del comunismo”. Noi siamo un po’ meno di milioni,
qualche migliaio di spalle unite, che non si illudono di
innalzare al cielo la costruzione del comunismo, ma che cercano
oggi sulla terra di darsi strumenti – appunto: politica, azione,
organizzazione – per difendere in qualche modo la nostra gente,
il nostro popolo, i nostri lavoratori, i nostri figli,
nell’attuale situazione segnata dall’offensiva delle forze
capitalistiche più reazionarie che intreccia l’unilateralismo
aggressivo degli Stati Uniti, la distruzione dello stato
sociale, e la compressione autoritaria e oligarchica della
democrazia. Questo stiamo tentando di fare: con grande fatica,
con grande difficoltà, sbagliando, imparando, andando comunque
avanti: e stiamo tentando di andare avanti anche qui, con questa
nostra discussione.
Ma quell’insieme lì, quello che nella
fotografia appare compatto e omogeneo, poi bisogna scomporlo,
bisogna saperlo scomporre. Lì dentro ci sono maschi e femmine,
giovani e anziani, lavoratori dipendenti e autonomi, pensionati
e disoccupati. E ci sono individui, pulsioni, esigenze, amori,
odii, tante cose diverse. E noi, nel momento stesso in cui ci
vediamo unitariamente, dobbiamo saper fare questa scomposizione
e essere consapevoli, massimamente consapevoli, che stiamo
insieme, che riusciamo a tenere insieme le nostre diversità e
quindi le nostre inevitabili tensioni, se e perché sappiamo
essere equilibrati. Se sappiamo costruire equilibro nelle nostre
relazioni. Se sappiamo affermare le nostre ragioni riconoscendo
nello stesso tempo le regioni degli altri, perché se salta
l’equilibrio, se si afferma o si impone soltanto un pezzo del
ragionamento si rischia la catastrofe, è comunque la crisi, si
aggravano le difficoltà soggettive che vanno a aggiungersi a
quelle oggettive, vi è l’incapacità di andare avanti.
Ho parlato di equilibrio. Nella mia cultura,
e in quella di tanti di noi, c’è una diversa idea, quella di
sintesi. Non ho usato la parola sintesi, ma ho parlato di
equilibrio, perché bisogna che noi ammettiamo che per un
periodo, probabilmente lungo, della storia del nostro Partito il
dato della contraddizione, che è un dato che fa parte della
realtà marxianamente interpretata, sarà perdurante, resterà
dentro anche alla nostra organizzazione politica. Il momento
della sintesi arriverà più avanti, con grande fatica, con grandi
mediazioni, soprattutto con grandi esperienze comuni cioè con
grandi azioni politiche in cui riusciremo a praticare la
dimensione della sintesi. Ma intanto occorre equilibrio.
Evitiamo forzature traumatiche in qualsiasi direzione: perché
siamo fragili. Non le sopporteremmo. Ho già sottolineato i
nostri risultati, i nostri successi, il nostro rafforzamento.
Tutte cose molto importanti: ma restiamo fragili, siamo in
crescita ma ancora in un equilibrio precario, il quale va quindi
tutelato con grande prudenza, con grande intelligenza, con
grande sensibilità. Con grande sensibilità, sì, anche: perché io
credo che nella politica siano fondamentali, insieme con la
razionalità e il calcolo, le sensibilità, le emozioni, le
passioni, le speranze e le paure. Se non avessimo questi
stimoli, se non avessimo queste passioni che ci spingono, perché
saremmo qui oggi, in un lungo week end? perché? Per l’ambizione,
per il potere, per l’interesse, per le cariche, per i dieci
deputati? Per questo saremmo qui? No: se fossero queste le
motivazioni, tutti noi saremmo altrove con le nostre famiglie,
con i nostri figli, a divertirci. Invece no, siamo qui. Tutti
con nobili motivazioni, tutti con ottime ragioni. Perciò
dobbiamo reciprocamente rispettare la validità soggettiva delle
ragioni e delle motivazioni di ciascuno, salvo poi decidere
insieme quali sono le motivazioni e le ragioni ‘oggettive’ che
il Partito assume come proprie: perché non c’è nessuno che,
soggettivamente, abbia il monopolio delle buone motivazioni e
delle buone ragioni. Ognuno di noi, torno a dire, rispetti
quelle degli altri e quindi esiga, anzi: chieda sommessamente,
che siano rispettate le proprie. Appunto, equilibrio: nelle
discussioni e nella pratica.
La compagna Corso poneva un problema che
credo sia preliminare nel ragionamento: come andiamo? Credevo
che fosse chiaro, ma se non fosse chiaro, preciso. Lo abbiamo
già fatto, non è una novità. Noi nella fase di elaborazione
abbiamo distinti due commissioni, in un certo senso si
potrebbero chiamare sottocommissioni di un unico ragionamento
che va verso il congresso. Una parte che ragiona sulla politica
dal punto di vista della politica e una parte che ragiona, lo
dicevo ieri, sulla politica dal punto di vista dello strumento
che serve per realizzare quella politica. Forse sarebbe stato
anche opportuno qualche colloquio tra chi ha seguito il primo e
il secondo. Ma vedete proprio il fatto che esiste una serie di
duplicazioni ognuno è andato ragionando per la propria testa i
vari gruppi, ci dice che abbiamo già fatto un bel salto in
avanti perché ragioniamo tutti dentro gli stessi binari. Le idee
di fondo le abbiamo e ci sono comuni. È un fatto importante, un
successo, non lo avremmo mica detto in altri momenti. Ma quando
noi andremo al voto al congresso il voto sarà unico. È un unico
documento e ci dice della politica e dei mezzi con i quali
vogliamo realizzare quella politica e quindi insieme lo dovremo
votare. Questo attiene alla tecnica. Ci sono delle duplicazioni
nell’esposizione delle idee di fondo però non c’è alcuna
duplicazione nel ragionamento complessivo sullo strumento,
sull’organizzazione, su come riusciamo a passare dalle idee, che
abbiamo qui enunciato e su cui siamo tutti d’accordo, al
metterle in pratica: dalla elaborazione alla azione. Passando
poi, sì, certamente, anche alle regole che presiedono al nostro
stare e agire insieme. Questo pezzo di documento ha una
traduzione tecnica, chiamiamola così, in quelle regole
statutarie. Ma è quel documento che mi dà la chiave
interpretativa delle regole, che me ne dà la ratio. E
esso mi dice, appunto – rispondo così a un’altra osservazione –
che nessuno è legittimato ad usarle né come una clava né come un
coltello. Le dobbiamo usare invece come strumenti di democrazia
e di rispetto reciproco nel nostro stare insieme. Lo Statuto,
letto nella continuità di documento politico-documento
organizzativo-statuto, mi parla infatti della comunità di donne
e di uomini che è questo Partito e mi dice come, se siamo tutti
d’accordo, deve funzionare, e per fare che cosa. La proposta che
viene formulata va quindi letta organicamente, nel suo
complesso.
Ci sono poi alcuni punti particolari che sono
stati toccati nella discussione, i quali però hanno a che fare
con l’impianto complessivo, con l’idea di partito che abbiamo
scelta e elaborata a Bellaria, e che ora dobbiamo cercare di
mettere meglio a punto. Qualche volta ho il dubbio che le nostre
letture dei testi siano non sempre adeguatamente approfondite. A
un certo punto nel documento sul Partito si dice una cosa che è
impegnativa, anche se nessun compagno l’ha sottolineato. Si dice
che la regionalizzazione non è soltanto una sfida politica,
programmatica e organizzativa posta al Partito, ma anche il
terreno di una costruttiva lotta politica sulla
concezione del Partito. Cioè si dice che la concezione del
Partito non è da tutti interpretata e, soprattutto, praticata
nella stessa maniera e che quindi su questo ci è una lotta.
Lotta: è parola impegnativa. Questo richiamo ha a che fare
con tutta la discussione svoltasi nella commissione sul Partito,
che su questo come su qualche altro punto è stata aspra. Alla
fine siamo arrivati a un documento che abbiamo votato
unanimemente non per formalità, ma per convinzione. Però, prima
di arrivare a quella unanimità, i passaggi sono stati complessi
e, appunto, aspri. Se siamo arrivati a una conclusione unanime,
è stato perché appunto abbiamo cercato di mantenere
l’equilibrio, e a volte l’equilibrio sta anche nel non dire
alcune cose o nel dirle in una certa maniera, perché tutti
possano riconoscersi in una formulazione, ma sapendo che questa
è il punto di partenza e che non è con le mediazioni lessicali
che poi i problemi si risolvono effettivamente. Perciò dalla
mediazione lessicale bisogna partire sapendo che in seguito,
dato che la contraddizione si è attenuata nelle relazioni ma non
è scomparsa nei fatti, si svilupperà una battaglia, una lotta,
una dialettica, auspicabilmente meno aspra, per tradurre in un
modo o nell’altro quella mediazione. In sostanza, si rinvia
perché non siamo in grado in questo momento di fare sintesi, di
trovare effettivamente la sintesi. È chiaro? Anche questo fa
parte della prudenza necessaria per gestire la politica, per
governare il Partito. Perché quando nel Partito si manifestano
concezioni diverse, e per certi versi contrapposte,
dell’organizzazione (meglio: dei ruoli di questo o quel livello
dell’organizzazione) e la sintesi non è manifestamente
possibile, allora cosa si deve fare? Si sceglie l’una posizione?
Si sceglie l’altra? Se ne impone una terza? Non scherziamo. Una
scelta si può fare soltanto quando si sia creato nel partito un
ampio consenso, fondato sulla esperienza e sulla persuasione,
per cui una delle due posizioni si è talmente attenuata e
l’altra talmente smussata da avvicinarsi. Soltanto a quel punto,
cioè alla fine di un percorso, è possibile ‘tagliare’ il nodo:
ma io non mi posso permettere di tagliare pezzi di Partito. Lo
dico a tutti i compagni che sono intervenuti. Non ho questa idea
del partito, l’idea appunto del controllo o del taglio
autoritario o della soluzione gordiana. Mediazione fino al
penultimo momento, nel tentativo di trovare sempre una soluzione
che non sia traumatica e che consenta al Partito di rafforzarsi.
E allora il tema della regionalizzazione va affrontato in questa
ottica. Io non mi posso nascondere la realtà. A Bellaria abbiamo
compiuto una scelta organizzativa di fondo di cui sono noti i
motivi sia politici, sia istituzionali, sia tecnici. La
centralità sotto tutti i profili della dimensione regionale non
è in discussione. Ma una volta che ho stabilito questo, non mi
posso nascondere il dato della realtà che mi dice, per esempio:
bada che Venezia, Padova, Vicenza, Treviso, Verona hanno grosso
modo lo stesso numero di abitanti, lo stesso peso economico
sociale, lo stesso numero di tesserati al Partito, sicché nel
Veneto c’è un sostanziale equilibrio fra le diverse federazioni
per cui nessuna di queste è in grado, né oggettivamente né
soggettivamente, di contrapporsi alle altre messe insieme. E ciò
vale anche in tante altre Regioni. Ma non ovunque, perché il
nostro Paese, e il nostro Partito, sono realtà articolate e
complesse. Posso dimenticare questa complessità? A me parrebbe
suicida farlo. Devo invece tenerne conto; e infatti la
commissione ne ha tenuto conto con la formula della “pari
dignità” con le “federazioni metropolitane”, perché questa
relazione tra pari nel contesto di una netta opzione
regionalista sta nei fatti; e il riconoscimento dei fatti è la
condizione necessaria di qualsiasi politica che quei fatti si
proponga di cambiarli, senza accontentarsi di limitarsi a
deprecarne la contradditorietà. Perciò nel documento sono state
usate espressioni che vanno lette attentamente, e che servono
poi a interpretare lo statuto. Si dice: “dopo due anni di
esperienza si possono ora ipotizzare percorsi in vista di una
soluzione statutaria fondati sui principi”, etc. Insomma,
tentiamo di risolvere un problema ma ribadendo – a proposito di
alcune osservazioni sulla centralità della politica – che
l’ingegneria statutaria può soltanto intrecciare una rete a
maglie larghe, fissare norme per stimolare la cooperazione, per
esempio stabilendo che il capogruppo regionale è invitato di
diritto alla segreteria regionale e ciò vale ovviamente dove vi
è una un capogruppo che non viene neppure invitato, per
discriminazione o per auto discriminazione. E’ un’assurdità
politica, questa? Certo che lo è. Ma non mi basta denunciarlo.
Devo stare alla concretezza. E dove la politica non mi aiuta,
dove la volontà non c’è, che devo fare se non cercare con le
regole e con la tecnica di favorire la soluzione di questo
problema, mentre continuo lo sforzo di ragionare, di persuadere?
So bene anche io che sarebbe meglio che ci fosse subito la
soluzione politica. Ma, diceva il vecchio Manzoni, “il coraggio
uno non se lo può dare se non ce l’ha”. Neanche il buon senso.
Delle volte, per fortuna sempre meno, le conflittualità sono
tali che determinano situazioni di questa natura; e allora
tentiamo di fronteggiarle in questo modo. Non è mica detto che
così si risolva il problema. Ci sono soluzioni migliori? Siamo
qui tutti a cercale perché stiamo lavorando insieme per questo
scopo comune. Si propongano altre soluzioni, altre regole, altre
norme statutarie. In caso contrario, se nessuno ne ha di
migliori da suggerire, sperimentiamo quelle proposte dalla
Commissione. Condividendo tutti la convinzione che il problema
centrale non è quello delle norme, ma quello della politica,
compresa la politica dell’organizzazione.
Sul ruolo degli eletti: io ho già usato in
altre occasioni questa espressione, che non è spregiativa, ma
che ne ho io: il nostro non è il partito dell’Anci, cioè non è
il partito degli eletti. Gli eletti sono una funzione centrale,
fondamentale, decisiva e qualificante del partito, ma una
funzione. Senza di essi il Partito farebbe poca strada: ma è il
Partito che li candida, ed è grazie al Partito che vengono –
anzi, che veniamo: essendo anch’io un eletto – eletti. Ma non
sono il Partito, non è attorno a essi che si costruisce il resto
dell’organizzazione. Hanno una montagna di diritti, non mi pare
proprio che il problema sia quello di riconoscerglieli. Li hanno
per legge, e il Partito non ha alcun interesse o alcun motivo
per ipotizzare di limitarli. Né, comunque, potrebbe farlo.
Dunque, la questione è un’altra: essa riguarda il rapporto tra
l’eletto in questa o quella istituzione, e il corrispondente
livello organizzativo del Partito. L’eletto ha o no una corretta
e regolare relazione politica, di discussione e di orientamento,
con l’istanza di Partito? Dà o no risposta alle aspettative
anche materiali, ci intendiamo, anche materiali della
organizzazione? Le dà o no? Chiediamocelo, a ogni livello.
Perché, secondo me, se non le dà quell’eletto non è funzionale
al Partito che vogliamo costruire. Non è che questo vincola in
ogni momento il suo cervello, le idee, il modo di stare nelle
istituzioni: ma le linee di fondo sulla politica e le linee di
fondo sulla materialità ha il diritto e il dovere di fissarle il
Partito (delle cui decisioni, per altro, l’eletto è parte, e
spesso parte assai rilevante), e l’eletto vi si deve attenere.
Il mio modo di intendere il rapporto tra eletto e Partito è
questo. Ovviamente, posso sbagliarmi. Decidiamo insieme qual è
il modo giusto d’intenderlo, ma poi applichiamolo. Un compagno
ha giustamente osservato: e se l’eletto non rispetta le regole,
sono possibili sanzioni? E’ un problema vero, che però mi devo
cominciare a porre sin dal momento in cui io scelgo le
candidature, perché prevenire è meglio che reprimere. Se
l’eletto va per i fatti suoi il Partito (cioè questo o quel
gruppo dirigente) ha sbagliato a scegliere quando lo ha
candidato. Comunque, è un problema. Ora introduciamo nello
Statuto una sanzione. Si dice che non sono ricandidabili e
rinominabili quelli che non abbiano adempiuto agli obblighi
statutari anche in merito ai versamenti. Naturalmente, bisogna
tentare di evitare di giungere a questo punto, con un’adeguata
opera di prevenzione e di vigilanza. E questo compito di
controllo va esercitato non soltanto dalle Commissioni di
garanzia, ma dall’intero gruppo dirigente del Partito. È quel
gruppo dirigente che deve affrontare questi problemi, cioè chi
ha la responsabilità della selezione delle candidature, che
certo dovranno essere le più larghe possibili ma, nello stesso
tempo, le più affidabili possibili per il Partito, legate a una
storia, a una biografia, a una dimostrata capacità di quei
compagni di essere dirigenti del Partito, non dirigenti sul
Partito. Dirigenti del partito a pieno titolo. Le scottature
che, in questo campo, abbiamo subito devono esserci di
ammaestramento. Questo è l’impianto che la commissione unanime
ha cercato di dare all’argomento.
Mi pare condivisibile la proposta di
prevedere la presenza di diritto dei capigruppo parlamentari
nella Direzione nazionale del Partito. Possiamo così sanare
un’omissione del precedente Congresso, che per altro
praticamente è stata senza effetti dato che i capigruppo hanno
finora fatto sempre parte della Segreteria nazionale. Ma è
meglio formalizzare la scelta. Viceversa, la commissione ha
discusso la questione della presenza di diritto, nelle
Segreterie regionali, dei capigruppo regionali, ritenendo, in
conclusione, che la formula dell’invitato di diritto fosse
preferibile a quella del membro di diritto. Come si può intuire,
si tratta di una scelta di opportunità, non di principio. Se si
ritiene di cambiarla, non vi è alcuna obbiezione.
. Vengo infine a un’altra serie di argomenti
che sono stati affrontati nella discussione. Su alcuni di
valenza politica generale immagino che parlerà il Segretario, e
rinvio dunque alle sue conclusioni. Su altri che hanno più
diretta e specifica attinenza con la nostra discussione ancora
qualche riflessione. Sul tema della organizzazione di massa sono
assolutamente d’accordo coi rilievi avanzati. Ho esperienza
diretta della loro fondatezza. Per esempio, una delle
associazioni degli esercenti di Padova è diretta da un soggetto
molto vicino a Alleanza Nazionale. Un soggetto che in passato –
non vi meravigli – era stato iscritto al Pci. Dobbiamo dunque
avere la percezione esatta di quello che questo mondo è
diventato, soprattutto in alcune parti del Paese. Dove, sempre
per fare un esempio, può capitare che un ex iscritto a
Rifondazione si tramuti in un leader locale di Forza Nuova. Si
tratta dunque di dinamiche profonde di questo Paese, alle quali,
quando parliamo di politica, dovremmo prestare la debita
attenzione, e conseguenti analisi e iniziative. Però vedete,
compagne e compagni, questa è pur sempre la realtà attuale, e
con essa dobbiamo misurarci: non basta denunciarla e criticarla.
Palmiro Togliatti durante il fascismo invitò, con rischi e
conseguenze evidenti, i comunisti a entrare nelle associazioni
di massa del fascismo per compiere al loro interno il proprio
lavoro rivoluzionario, perché lì era organizzato il popolo. Non
siamo certamente in una situazione neppure lontanamente analoga,
e il richiamo mi serve soltanto come una suggestione politica.
Con tutte le critiche che possiamo fare a quelle associazioni, è
o non è vero che in esse vi è potenzialmente popolo nostro? È o
non è vero che alcuni dei dirigenti della Cna, della
Confesercenti, delle cooperative, ecc. sono nostri o sono vicini
a noi? Li dobbiamo contattare? Li dobbiamo valorizzare? Dobbiamo
o no considerare quelle associazioni luoghi di contatto con
determinati mondi, luoghi di confronto e di iniziativa? Io credo
di sì, e quindi credo che dobbiamo lavorare con forte
determinazione in questa direzione sapendo – ne siamo tutti
convinti – che non siamo in grado di mettere in piedi né un
sindacato né un’associazione di categoria, né un’associazione
ricreativa. Forse qualche associazione culturale qua e là siamo
in grado di farla, ma non ancora su scala nazionale. Perciò
dobbiamo indirizzarci verso le organizzazioni già esistenti per
un intervento culturale, per un confronto politico, per una
battaglia di merito si contenuti degli interessi che lì si
organizzano.
Un’ultima annotazione sull’altro tema che ha
animato questa nostra riunione ed è il tema della questione di
genere. Ne abbiamo già accennato ieri, ma lo ripeto. C’è nel
documento una formulazione infelice, che va cambiata accogliendo
nella sostanza gli emendamenti che sono stati proposti, ma il
problema è più generale. Io pongo un quesito, soltanto
apparentemente di metodo. Abbiamo già detto che qui parliamo
della politica dal punto di vista dello strumento che serve per
realizzarla. È quindi un po’ singolare, care compagni e cari
compagni, che non ne abbiate discusso nella riunione del
Comitato centrale dedicato alla politica, cioè nella sede
propria e più idonea, e invece l’argomento venga sollevato ora,
e qui. perché questo è lo strumento per realizzare quella
politica, ma la discussione lì verteva, sull’impianto della
politica. Qui dove avremmo dovuto invece ragionare su come,
fatta una certa scelta politica – nel documento organizzativo ci
si limita a confermare la scelta del Congresso di Bellaria – si
possa oggi passare ad attuarla concretamente meglio di quanto
non siamo riusciti a fare finora. Su questo tema concreto sono
venuti due utili suggerimenti che io credo vadano accolti:
quello delle assemblee regionali, così come è stato proposto, e
quello del 5% che io però accoglierei dentro a un quadro più
generale di riflessione in merito a come raccogliamo l’insieme
delle risorse che servono a far vivere l’insieme di questo
Partito e delle sue molteplici attività. Ricordo a tutti, maschi
e femmine, che abbiamo lanciato due sottoscrizioni da cui è
venuto al Partito assai meno di quanto preventivato con
l’accordo di tutto il gruppo dirigente. E questo ci riguarda,
appunto, tutti e tutte perché il finanziamento pubblico non ci
basta, e perché dentro alla crescita dell’autofinanziamento sarà
possibile anche aumentare la percentuale da destinare
specificamente alle esigenze poste dalle compagne.
. L’altro elemento che mi pare opportuno
sottolineare è la necessità che queste utili riflessioni e
rivendicazioni si traducano in una pratica, diciamo così,
costante e non intermittente. Io ho la sensazione, ma spero di
sbagliarmi, che ci accendiamo tutti attorno a questi temi
soprattutto in coincidenza con i momenti congressuali. Sono
passati due anni dalla precedente discussione generale senza che
mai sia stato sollevato qui, in questo Comitato centrale, pur
con la composizione paritaria che ci siamo insieme data al
Congresso, il problema di una riflessione generale su come
andare oltre, su come investire l’intero partito di questa
tematica, su come attuare concretamente ovunque le scelte di
principio e politiche che abbiamo fatte. Il compagno Giansanti
ha notato giustamente che, su mia richiesta, avevamo deciso di
affrontare una discussione generale sul Partito, ma che poi non
vi abbiamo dato seguito. Non ricordo, invece, ma posso ricordare
male, che sia stata neppure posta l’esigenza di una discussione,
specifica e tematica, sulle questioni di genere in quanto
fondamentale questione politica, come qui è stato ricordato.
Credo che avremmo dovuto porlo, questo problema. E badate che
questa autocritica non ha a che fare con la polemica; ha a che
fare invece con un’idea davvero alta della questione di genere,
tanto alta che chiederei che essa fosse effettivamente assunta e
praticata nei comportamenti quotidiani, nel fare politica nella
società, nei quartieri, nelle fabbriche, nelle scuole, nelle
istituzioni. E nel nostro stesso Partito. Per esempio non vedo,
forse per i limiti della mia mentalità, in che cosa sia cambiato
“al femminile”, e dunque in meglio, concretamente il modo di
funzionare, di riunirci, di discutere, di decidere, di fare
politica del nostro Comitato centrale, nonostante la sua
composizione di metà maschi e metà femmine. Evidentemente, senza
arretrare neppure di un centimetro sulla strada che abbiamo
imboccata, c’è ancora molto da fare per migliorare in comune il
nostro lavoro. E per farlo occorrono suggerimenti precisi, da
tradurre in scelte operative, altrimenti tutto resta come prima.
Per esempio, cosa vuol dire nei fatti organizzare in maniera
diversa il lavoro del partito tenendo conto delle necessità
delle donne? Se riusciamo insieme a stabilirlo, fissando orari,
modalità, forme, contenuti, sarà un successo per tutti e per
tutte, altrimenti sarà per tutte e per tutti un impegno da
perseguire, così come è un obiettivo comune batterci per
superare la diffusa cultura maschilista di questo Paese e del
mondo intero. |