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Solo una settimana fa abbiamo tenuto un altro
Comitato Centrale. Già allora ho svolto una relazione ed una
conclusione. Nella riunione di oggi abbiamo discusso il
documento sul partito e vi prego quindi di considerare quelle
svolte dal compagno Galante, che condivido pienamente, le
conclusioni di questo delicato dibattito. Io mi limiterò ad un
intervento, soffermandomi su alcuni punti che sono al contempo
questioni attinenti alla costruzione del partito ma anche punti
politici di notevole rilievo.
Noi stiamo coerentemente mantenendo l’impegno
preso quando abbiamo deciso, come Comitato Centrale, di
convocare un congresso anticipato. Ci dicemmo allora che il
congresso doveva essere, in questa fase, rivolto all’esterno,
proiettato nella dimensione esterna: sia per quanto riguarda la
linea politica che per le iniziative sui grandi temi della pace
che per le grandi questioni internazionali.
Il Dipartimento esteri nazionale, insieme al
gruppo regionale emiliano, ha deciso un’ottima iniziativa, che
si terrà sabato prossimo, sull’Africa.
L’intensa attività verso i movimenti e l’ottima
riuscita dell’assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori,
tenuta un mese fa, ha visto un dibattito ed una partecipazione
di primissimo rilievo.
Stiamo, come si dice, sul pezzo.
Oggi, in questo Comitato centrale che ha discusso
di una cosa apparentemente interna, la presenza di tanti
operatori della televisione e dell’informazione, che
ringraziamo, indica un’attenzione verso il partito sconosciuta
fino a poco tempo fa. Voglio inoltre aggiungere un fatto che
forse sarà sfuggito ai compagni perché ne hanno trattato
diffusamente solo i giornali di destra, Il Giornale e
Libero.
Pur contro la mia volontà, dato che, come sapete,
non coltivo il culto della personalità, è stato stampato e
diffuso, in occasione della manifestazione nazionale per la
Palestina, un manifesto che riportava una foto di Arafat e mia,
scattata durante il viaggio a Ramallah. Sotto la foto c’era la
scritta “con Arafat”. Quello che è successo a seguito di quel
manifesto è clamoroso.
L’ambasciata di Israele - non un esponente della
Comunità ebraica, ma l’ambasciata di Israele - ha deciso di
mandare a tutti i parlamentari della Repubblica, e quindi dello
Stato che la ospita, una cartolina. Nella cartolina c’è un
ragazzo palestinese che esulta e vicino – si tratta di un
fotomontaggio – Arafat che sorride e fa con la mano il segno
della vittoria. Sotto c’è la scritta: “anche lui sta con Arafat”.
Vicino a lui c’è un asterisco che rimanda alla spiegazione a
pie’ di pagina. Dice testualmente: “Un terrorista palestinese
subito dopo il linciaggio di tre israeliani a Ramallah, il 12
ottobre 2000”.
Quando hanno chiesto all’ambasciatore perché
avesse preso un’iniziativa così irrituale, visto che
un’ambasciata ha relazioni ufficiali con il governo italiano ed
è il rappresentante a Roma del governo israeliano,
l’ambasciatore ha rilasciato un’intervista a Il Giornale
affermando che aveva inviato quella cartolina a tutti i
parlamentari per rispondere al manifesto dei Comunisti italiani.
La nostra prima reazione è stata ovviamente di stupore ed
indignazione. Abbiano evitato ogni polemica, perché
l’opposizione al governo di Sharon non venga presa per un
attacco al popolo israeliano. La nostra posizione sul conflitto
israelo-palestinese è limpida: due popoli per due Stati. Ma
nessuno può farci tacere rispetto al muro della vergogna.
Comunque oggi, a mente più fredda, va detto che
un episodio del genere in passato non sarebbe avvenuto. Credete
forse che l’ambasciata israeliana si sarebbe presa il disturbo
di fare un fotomontaggio e di distribuirlo a tutti i senatori ed
a tutti i deputati se avesse ritenuto ininfluente il nostro
partito? Resta il rammarico per l’ostilità politica verso la
nostra posizione, che è invece l’unica in grado di riportare
pace e serenità al popolo palestinese ed a quello israeliano.
Continueremo a portare avanti questa politica.
Il partito si sta muovendo con una determinazione
ed una nettezza di scelte che ci sta rendendo sempre più
visibili, che ci sta ponendo al centro dell’attenzione. Ieri,
alla manifestazione di Cgil, Cisl e Uil contro la Finanziaria e
contro la controriforma delle pensioni, la nostra presenza
organizzata era straordinaria. E straordinaria è stata anche
l’accoglienza che i lavoratori hanno riservato ai nostri
dirigenti, alle nostre bandiere. Sono venuto alla
manifestazione, ma era talmente immensa che purtroppo non sono
riuscito a raggiungere lo spezzone del partito. Ho potuto oggi
ammirarlo, ed esserne orgoglioso, sulla prima pagina della
Repubblica.
Abbiamo fatto molti passi avanti. Possiamo
riconoscerci la capacità di mettere in atto quello che diciamo.
Dopo il prossimo congresso di Rimini, ci saranno
tre tornate elettorali fondamentali. Le elezioni europee insieme
a quelle amministrative, poi le regionali, poi le politiche: un
impegno davvero molto gravoso. Tutti noi lavoreremo, ci
spenderemo a fondo per un buon risultato
Ma intanto, al congresso di Rimini, ho intenzione
di lanciare il tema che deve impegnarci prioritariamente, e cioè
la costruzione del partito nei luoghi di lavoro. Cosa essenziale
perché, diversi compagni lo hanno ricordato, ovunque il partito
si è impegnato sui temi del lavoro abbiamo avuto ottimi
risultati. Abbiamo avuto, come diceva Caron, nostri delegati
alle elezioni delle Rsu, ma abbiamo anche avuto un ottimo
consenso elettorale. Ho ricordato mille volte i risultati della
cintura torinese, grazie al lavoro fatto alla Fiat dal nostro
partito; come ho ricordato mille volte Termini Imprese e
Monfalcone, per citate realtà che si trovano in differenti zone
d’Italia. Abbiamo raggiunto una credibilità importante e
crescente - anche per demeriti altrui, com’è evidente – nel
mondo del lavoro.
Quindi uno degli impegni che prenderemo sarà
quello di organizzare, all’interno del Dipartimento lavoro, una
struttura apposita che si occuperà della costruzione del partito
nei luoghi di lavoro: una cosa diversa dall’impegno dei compagni
del sindacato. E voteremo inoltre un ordine del giorno, che
condivido, della compagna Maura Cossutta sul tema delle donne.
Su questo punto parlerò senza alcun diplomatismo,
come d’altro canto è mia abitudine. Galante ha ragione: noi
abbiamo fatto una forzatura allo scorso congresso e voglio
aggiungere esplicitamente che se non mi fossi assunto l’impegno
in prima persona, se non l’avessi sostenuto, difeso, motivato,
argomentato, probabilmente la scelta della presenza paritaria
dei sessi nel Comitato Centrale non sarebbe passata. Perché il
partito non era pronto. Oggi non solo sono persuaso che la
scelta sia stata giusta e vada confermata, ma che bisogna andare
ancora più avanti.
Il 52 per cento degli italiani è donna. Il fatto
che nel parlamento, nelle istituzioni ci sia il 4 per cento di
donne è incredibile. E se una colpa io faccio al partito, è di
non avere sufficientemente pubblicizzato questa nostra capacità
di innovazione. Poco se ne sa all’esterno. Gli italiani
conoscono la nostra posizione sulla guerra all’Iraq, ma sul tema
della presenza delle donne non sanno nulla. Dobbiamo farlo
conoscere, perché si tratta di un tema di grande significato
politico.
L’ho già detto nello scorso Comitato Centrale, ma
la circostanza che il 42 per cento dei nostri esponenti nelle
amministrazioni (consigli comunali, provinciali, regionali,
parlamento) sia composto di donne, è un dato enorme per
l’Italia, gigantesco.
Ripeto: sono convinto che dobbiamo fare ancora di
più. Non penso ad ulteriori forzature, ma alla costruzione di un
partito duale, di donne e di uomini comunisti, e non mi
riferisco solo alla presenza, ma anche al linguaggio, al modo di
organizzare le riunioni.
Ha ragione ancora una volta Galante. I tempi
della politica sono un grande problema. Anch’essi hanno bisogno
di cambiamenti e di innovazioni per rendere la politica
accessibile a tutti, donne, uomini e giovani. E questa nostra
battaglia interna, fondata sulla parità tra i sessi, non solo è
giusta e dà una fisionomia diversa al nostro partito, ma ci
porterà, ne sono convinto, molti consensi. Già oggi abbiamo
organizzazioni importanti dirette, e bene, da compagne. Abbiamo
segretarie di federazione, segretarie regionali, moltissimi
assessori donne: ed è davvero merito del partito, perché gli
assessori non sono eletti con le preferenze, ma scelti dal
partito. Questa presenza va spesa pubblicamente, sui giornali e
nella televisione, che sono i mezzi, la televisione in
particolare, che ci permettono di entrare nelle case degli
italiani. Me ne sto rendendo conto adesso che in televisione ci
vado piuttosto di frequente. Qualche volta io e Rizzo dovremo
rifiutare di andarci facendoci sostituire dalle compagne. Una
forzatura? Ma la politica si fa anche con le forzature.
Altrimenti si viene diretti e non si dirige.
Non voglio anticipare nulla e non voglio che
diventi tema del congresso, ma da Rimini in avanti uno dei
nostri imperativi sarà quello di una grande innovazione nel modo
di fare politica e nella costruzione dei gruppi dirigenti.
L’altra questione che avverto come impellente e
su cui invece siamo molto in ritardo è quella dei giovani. Sia
nel documento che nello statuto facciamo sicuramente un passo
avanti. Ma le cose scritte vanno poi praticate. A marzo, prima
che inizi il lungo periodo elettorale, e quindi subito dopo il
congresso, dobbiamo tenere un’assemblea nazionale dei giovani.
Va fatta, non solo detta. Partiamo da una serie di dati
positivi. Nel partito ci sono tantissimi giovani, bravi. Alcuni
sono utilizzati dal partito, altri s’impegnano in altre cose:
fanno giornalini, organizzano iniziative su questioni che
apparentemente riguardano poco la politica, ma che in verità
parlano ai giovani e ai meno giovani. La compagna Carena parlava
del prezzo del preservativo. Qualcuno può scrollare le spalle,
considerarlo una sciocchezza. Non scherzate. La politica è
affrontare le cose di cui parla la gente comune. Altrimenti essa
si separa dalla realtà e diventa politicismo.
Tutto questo ci porta all’ultimo punto che voglio
trattare.
Dobbiamo essere un partito diverso dagli altri.
E’ una questione di fondo, sia sul piano teorico che sul piano
della pratica. Nei fatti stiamo già praticando la diversità
nella linea politica, perché un partito che assume come centrale
la questione del lavoro salariato è già diverso da tutti gli
altri, un partito che assume la dimensione della differenza di
genere come centrale è diverso da tutti gli altri. Ma questa
diversità va praticata anche sul piano dei comportamenti. Mi
riferisco al modo di essere delle nostre organizzazioni a
livello periferico ed a livello centrale.
In questi tre anni, da Bellaria ad oggi, abbiamo
fatto passi in avanti rilevanti, ma siamo ancora lontani dal
raggiungimento dell’obiettivo della diversità. Parlo di
diversità nel senso berlingueriano del termine, e cioè della
questione morale, intesa non come questione moralistica ma
politica. Questo è per noi un punto dirimente. Se vogliamo far
crescere il partito, dobbiamo dimostrare che non è vero che
siamo tutti uguali. Capita a tutti noi che facciamo politica,
girando l’Italia, di incontrare persone che con un po’ di
qualunquismo - ma anche con un po’ di verità - dicono: siete
tutti uguali. E’ per me una grande ferita.
Permettetemi di fare un esempio di come non
dobbiamo essere. Nel passato è accaduto spesso – anche se adesso
fortunatamente accade sempre meno - che i nostri compagni
litighino su chi deve fare l’assessore ed i loro litigi appaiano
sui giornali di provincia. Fate attenzione perché questo
determina un danno di lungo periodo, si sedimenta nella testa
dei lettori di quei giornali che il Pdci è come tutti gli altri.
Allora il tema non è il controllo del partito. Anche volendo,
come si potrebbero controllare tutto e tutti? Il tema è un
altro. Il centro del partito - e Galante lo fa egregiamente -
deve esercitare una forte severità rispetto a questi fenomeni.
Uso volutamente un termine antico e fuori moda: severità. Se due
in periferia litigano, chi può intervenire se non il centro del
partito? C’è il livello regionale, è vero, ma spesso il livello
regionale è parte del litigio.
Il documento sul partito che viene proposto mi ha
convinto e mi convince perché si muove in questa direzione. Se
sul documento politico che abbiamo votato ieri, su cui sono
stati presentati emendamenti, precisazioni ed altro, ma sul
quale c’è stata l’assunzione di tutti; se su quel documento
siamo riusciti ad avere l’unità del partito, il merito non è
soltanto quello di un aggiustamento di rotta, ma piuttosto del
fatto che le due direzioni, quella politica e quella
organizzativa, quello che una volta si sarebbe chiamato
l’ufficio quadri, lavorano in simbiosi. Senza questa simbiosi
neanche la linea politica potrebbe andare avanti, perché in un
partito comunista le due cose si tengono. E dunque proseguiremo
insieme, sia sul versante della politica che su quello degli
inquadramenti, tanto più in un fase delicata come quella
elettorale, dove il rischio dei litigi è elevatissimo. E’ la
strada della ricerca dell’unità, della sintesi. Quella che
Bertinotti non voleva né riusciva a fare. Noi abbiamo dimostrato
con i fatti di volere l’unità del partito, di lavorare
ricercando sempre una sintesi delle posizioni. Parlo per me
stesso, ma credo di poter dire, a nome di tutta la segreteria e
della direzione del partito, che abbiamo modificato molte
posizioni, abbiamo ascoltato le critiche che venivano mosse,
abbiamo tenuto conto delle diverse sensibilità ed abbiamo
corretto quando sbagliavamo. Credo che su questo punto nessuno
possa affermare il contrario. La correzione degli errori è
fondamentale, non è una questione solo teorica. Noi l’abbiamo
praticata nella prassi. E questa ricerca dell’unità ci porta a
Rimini in condizioni diverse da quelle di Bellaria, perché è
stata fatta sinceramente, con lo spirito e la volontà di andare
avanti, di guardare avanti.
Il partito è cresciuto. Il documento politico
rappresenta, proprio per come se ne è discusso e per come è
uscito da questo comitato centrale, un punto di avanzamento vero
nell’elaborazione. E voglio qui dire che gran parte del merito è
certo della commissione politica, ma è soprattutto del compagno
Gianfranco Pagliarulo, che ha fatto un lavoro improbo,
difficile. Ancora una volta lo abbiamo fatto insieme, ma la gran
parte del lavoro l’ha fatta lui,
La mia determinazione – una determinazione
profonda – è quella di un partito unito sulla linea politica.
Laddove c’è una discussione, questa va smussata, non inasprita.
E’ questa l’ispirazione di fondo e, sulla base di
questa ispirazione, sono sicuro che riusciremo a tenere un
congresso in grado di parlare all’intera società italiana. Se
sono vere le cose che vediamo, che sentiamo, che leggiamo, il
congresso sarà un’eccellente premessa per la prima delle tornate
elettorali, le europee e le amministrative.
Concludendo i lavori dello scorso Comitato
Centrale, l’ho detto scherzando. Ma oggi voglio ripeterlo un po’
più seriamente. Guardate, se il presidente del partito è
diventato ottimista, vuol dire che siamo sulla strada giusta.
Nella mia vita politica ho sempre fatto affidamento sul
presidente Cossutta. Se è ottimista lui, credo di poterlo essere
anch’io. |