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L'Italia ha bisogno di sinistra
1. Il
mondo sembra precipitato in un incubo senza fine. La guerra, la
violenza, il terrore sembrano ormai caratteri distintivi di una
lunga fase del pianeta. Nessuna delle profezie positive
immaginate dagli araldi del libero mercato dopo l’89 si è
verificata. Nessuna pace perpetua. Nessuna nuova età dell’oro.
Il dominio del potere economico, del mercato senza regole, del
nuovo imperialismo, della legge del più forte, presuppone
infatti anche la militarizzazione del mondo, ne acuisce le
ingiustizie e il generale impoverimento, accentuando le
differenze tra ricchi e poveri, tra Paesi sviluppati e immense
aree di miseria, segnate da epidemie bibliche, carestie,
analfabetismo, disperazione. Il mondo che sorge
all’alba del nuovo millennio è caratterizzato da tale crescente
e radicale impoverimento e da un conseguente aumento delle
disuguaglianze. Esse si manifestano in molteplici modi. Ma la
loro ragione di fondo rimane incardinata sul conflitto tra
capitale e lavoro, su scala globale. La intollerabile e
generalizzata ingiustizia sociale configura in maniera nuova la
nostra lotta per il superamento del capitalismo. Noi comunisti,
portatori di una storia e di una cultura critica, dobbiamo dare
risposte e soluzioni ai drammatici problemi contemporanei,
facendo tesoro delle vittorie, delle sconfitte, degli errori,
delle esperienze del secolo che si è appena concluso. Il mondo
d’oggi non è l’approdo ultimo dell’umanità. Ci battiamo contro
questo mondo fondato sull’ingiustizia e la sopraffazione. Noi,
comuniste e comunisti in un Paese della evoluta Europa,
comuniste e comunisti italiani del terzo millennio, siamo figli
– e ne abbiamo piena consapevolezza – di una sconfitta storica.
Portiamo su di noi, che pure – in Italia – apertamente e
criticamente ci eravamo distinti dalle esperienze dei Paesi
dell'est, il peso delle macerie del Muro di Berlino. Non ci
sottraiamo all’analisi impietosa delle cause della sconfitta e
alla faticosa opera di rielaborazione di una rinnovata strategia
per risalire la china. Sappiamo che sarà un percorso lungo,
difficile, costellato di ostacoli. Sarà compito di una nuova
generazione di comuniste e comunisti. Nostro compito, oggi, è
continuare a lottare, perché le ragioni che indussero a fondare
in Italia un partito comunista sono, se possibile, ancora più
forti, più valide: lottare per il riscatto delle classi
subalterne, per le ragioni della pace, della democrazia,
dell’eguaglianza, del rispetto delle differenze, del socialismo.
Un immenso patrimonio di idee, di cultura, di passioni,
elaborato nei decenni dai comunisti del nostro Paese, è oggi più
che mai valido e attuale: patrimonio peculiare, di grande
originalità politica e ideale, che ha la sua radice nelle lotte
per la trasformazione del Paese, nella battaglia per
l’emancipazione delle lavoratrici e dei lavoratori e per il
riscatto del Mezzogiorno; un patrimonio non omologabile a
quello dei partiti comunisti degli altri Paesi, arricchito dai
temi fondamentali della liberazione della donna, del rispetto di
ogni diversità e della sostenibilità ambientale. Un patrimonio
che andrà profondamente innovato, perché sono cambiati il mondo
e la stessa nostra società, ma del quale restano validi
l’ispirazione di fondo, gli obiettivi strategici e la qualità
del fare politica: dalla politica delle alleanze, al rigore
morale e culturale. Quella tradizione gloriosa, cui l’Italia
deve tanto in termini di progresso e di democrazia, noi abbiamo
l’orgoglio di averla portata nel terzo millennio. E' la storia
della battaglia di emancipazione e di libertà di milioni di
donne e di uomini che hanno trovato nella sinistra, anche in
modo conflittuale, l'interlocutore principale. Lo abbiamo fatto
per un atto di responsabilità. Un partito comunista serve alle
lavoratrici ed ai lavoratori, alle classi subalterne, a quanti e
quante si battono per i diritti di tutti contro i privilegi di
pochi. Un partito comunista è necessario, in Italia, oggi più
che mai, per tenere viva una presenza di sinistra, non moderata,
ma neppure velleitaria; non subalterna alle classi dirigenti, ma
anche ragionevole e concreta: che vuole raggiungere obiettivi e
non stilare proclami. Abbiamo l’ambizione, ancora una volta, di
essere interpreti degli interessi generali del Paese, attraverso
la battaglia per l’emancipazione di quanti e quante, nella
società attuale, sono stati condannati all’invisibilità, quella
politica e quella sociale. Invisibile è diventato il
lavoro dipendente, nelle sue forme antiche ed in quelle inedite
della modernità capitalistica. Ma invisibili per la
politica sono diventate le donne: il Pdci intende dunque
rileggere la società e le contraddizioni di classe attraverso
l’ottica della differenza di genere. Operando così, ci sforziamo
di essere degni di una straordinaria storia, ma di essere anche
proiettati verso un rinnovato futuro.
L’Italia ha bisogno di sinistra.
2. Più
di dieci anni fa, a Rimini, la maggioranza dell'allora Partito
Comunista Italiano decise di sciogliere quel partito.
In un
progressivo travaglio politico e ideale, il Pds venne poi
trasformato nell'attuale formazione dei Ds, Democratici di
sinistra. Ora, alla vigilia delle elezioni europee, gli stessi
Ds hanno deciso di far confluire la propria forza elettorale in
una lista composta da altri partiti che provengono da storie,
culture, identità, che non fanno parte della sinistra italiana,
quale è innanzi tutto la Margherita, la cui componente più
significativa è costituita dal popolarismo, che rappresenta una
storia democratica importante, ma che ha le proprie radici nella
Democrazia cristiana e non nella sinistra italiana.
Questa
lista elettorale prelude a ulteriori cambiamenti, ulteriori
rimescolamenti di carte, processi di unificazione tra storie e
culture politiche differenti tra loro, ma con un'evidente
vocazione moderata. In un progressivo quanto inesorabile
percorso, la sinistra italiana rischia, nella sostanza, di
doversi fare sempre più, essa stessa, centro, a vantaggio
di orientamenti e proposte di segno sempre meno connotabile come
sinistra: sui temi della pace, del lavoro, dei diritti, del
riconoscimento delle differenze, della laicità dello Stato.
Viceversa, oggi più che mai, c'è bisogno di una sinistra
italiana che sappia essere strategicamente alleata delle forze
moderate democratiche, ma autonoma politicamente,
organizzativamente e idealmente.
Il
quadro è chiaro. Il governo Berlusconi rappresenta un pericolo
gravissimo per la sua natura potenzialmente eversiva. Ma oggi
Berlusconi e il suo sistema di alleanze - che tanti e
profondissimi guasti hanno già prodotto rispetto alle conquiste
dei lavoratori ed al complessivo sistema dei diritti
costituzionali - sono in crisi.
Berlusconi, oggi più di ieri, può essere sconfitto. Il
centro-sinistra può vincere.
L'Ulivo ha avuto la capacità di allargarsi. Le forze che -
compiendo un tragico errore di sottovalutazione del pericolo
rappresentato dalle destre italiane - nel 2001 avevano scelto di
non allearsi con il centro-sinistra, oggi hanno compiuto la
scelta inversa. La nostra alleanza è più larga, più convinta,
più determinata. I movimenti - ad iniziare dal riesplodere del
conflitto sociale, grazie soprattutto alla Cgil, per arrivare al
grandissimo movimento pacifista - hanno positivamente
contribuito a tale rilancio della nostra opposizione.
La
sfida non è, non può essere, semplicemente quella di sconfiggere
Berlusconi.
La
vera sfida è quella del governo del Paese.
3. E
la sfida - seria, concreta, non velleitaria, progettuale - è
proprio quella, dentro al centro-sinistra, di spostarne
l'asse verso sinistra. E' il tema della battaglia che,
all'interno di un indispensabile quadro unitario di alleanze,
intendiamo compiere perché prevalgano posizioni più avanzate,
più in sintonia con quanto ci chiedono le lavoratrici ed i
lavoratori, le pensionate ed i pensionati, i giovani, le donne,
i disoccupati.
Così,
solo così, potremo riconquistare il terreno e i consensi
perduti.
Una
volta al governo, non dovremo commettere gli errori compiuti nel
corso della legislatura nella quale abbiamo governato noi.
Dovremo dare risposte concrete e credibili a quante e quanti non
hanno più fiducia nei partiti in generale e nei partiti di
sinistra nello specifico. Risposte di sinistra.
E'
necessaria, innanzi tutto, in un quadro internazionale terribile
e profondamente ingiusto, una coerente e rigorosa posizione
sulla pace, sul ripudio - come recita la Costituzione - di
ogni guerra e, tanto più, della guerra preventiva e permanente.
Solo attraverso la soluzione dei problemi del mondo, si
potranno bonificare i bacini dell'odio e sconfiggere il fenomeno
terribile del terrorismo.
E'
altrettanto indispensabile una forte iniziativa sui temi del
lavoro, nella consapevolezza che esso è al centro di un
progetto alternativo di modello di sviluppo. I rapporti sociali
che derivano dal lavoro condizionano in modo strutturale il
rapporto fra stato e mercato. L’istruzione e la cultura, insieme
alle grandi questioni sociali, sono parte costituente di quel
diverso modello di sviluppo e a loro volta contribuiscono ad
arricchire la qualità sociale del lavoro. Per questa ragione,
deve essere emblematica e radicale la scelta di abrogazione
delle peggiori e più inique leggi approvate dall’attuale
maggioranza: la legge 30, la controriforma Moratti della scuola,
la legge Bossi-Fini contro gli immigrati, il disconoscimento
dell’esposizione all’amianto di migliaia di lavoratori, la legge
sul sistema radiotelevisivo. A ciò, si deve accompagnare una più
avanzata legislazione sociale, che difenda innanzitutto i ceti
più deboli ed esposti ai contraccolpi del nuovo assetto
finanziario dell’economia. Questo significa dare centralità alla
questione salariale, recuperare la funzione propria del sistema
pensionistico, intervenire a favore di politiche di Welfare:
servizi sociali, sanità, scuola pubblica e istruzione, casa,
trasporti, vivibilità ambientale. La condizione di tale più
avanzata legislazione sociale è il rilancio ruolo del settore
pubblico nell’economia. A questo fine si deve tornare alla
progressività nell’imposizione fiscale, che non a caso
costituisce principio costituzionale, e si deve incardinare il
rapporto tra lavoratori e imprenditori in un quadro chiaro di
regole sulla rappresentanza sindacale. Solo in un nuovo contesto
di relazioni fra lavoro, politiche di sviluppo e dinamiche
dell’economia sarà possibile abbattere la visione di un sapere
finalizzato alla centralità dell’impresa e dei suoi interessi,
che privatizza e mercifica l’istruzione e la ricerca
scientifica. La battaglia per la libertà di espressione e per il
rispetto del pluralismo nel sistema di informazione in questo
contesto è la rivendicazione non soltanto del diritto
costituzionale, ma anche del diritto ad una rappresentazione non
falsificata della realtà.
Ancora. Occorre una strenua battaglia per il ripristino e il
rilancio dei diritti costituzionali, sociali e individuali e
della laicità dello Stato, contro ogni discriminazione etnica,
di sesso, di orientamento sessuale e contro ogni legislazione di
tipo etico-confessionale. Occorre assumere le differenze, a
partire da quella di genere, come misura dell'equità e
dell'efficacia delle politiche pubbliche, per rendere
sostanziale il principio di uguaglianza dei diritti e per
garantire l'effettiva universalità dei sistemi pubblici di
protezione sociale.
Ma è
necessario, anzi indispensabile, condurre anche una battaglia
propriamente ideale. Occorre restituire dignità alla politica
e ai partiti. Tema difficilissimo. Bisogna sconfiggere, con
i comportamenti concreti e non a parole, l'idea che la politica
e i partiti politici siano tutti uguali: perché se saremo
percepiti come tutti uguali, avrà già vinto Berlusconi. Va
dunque recuperata e rilanciata - come stiamo facendo noi
Comunisti italiani - la questione morale come grande
questione politica nazionale. Occorre un profondo rinnovamento
nel modo di essere dei partiti, affinché la politica riprenda ad
essere immaginata dai cittadini italiani come quella poderosa
leva che consente di cambiare in meglio le condizioni concrete
di vita di milioni di donne e uomini. La politica come servizio,
come passione, come difesa intransigente di principi, valori e
interessi materiali.
Sono
necessarie, in definitiva, politiche di sinistra.
4. È
la sfida. La sfida riformatrice. Perché non è sufficiente dirsi
"riformisti", parola abusata ed equivoca: il punto è quali
riforme concretamente fare. E' la battaglia, classica, per
l'egemonia, anche dentro al nostro sistema di alleanze.
Una
battaglia che, con lo spirito unitario che contraddistingue sin
dalla sua nascita il nostro partito, intendiamo svolgere sino in
fondo, per sconfiggere Berlusconi, riconquistare i consensi
delle lavoratrici e dei lavoratori perduti nell'astensione o
andati a destra, riportare il centro-sinistra al governo e
cambiare il nostro Paese in senso progressista e democratico.
Ripartiamo, anche simbolicamente, da Rimini. I Comunisti
italiani rilanciano l'idea che la sinistra possa ritrovare la
via dell'unità: nel rispetto delle identità e delle differenze
di ciascuna della sue componenti, ma valorizzando - con chi ci
starà - la grande idea che uniti si è più forti. Uniti si vince.
E' la proposta della confederazione della sinistra, che
rilanciamo, a partire dai contenuti - pace, lavoro e diritti -
che proponiamo a tutte le forze di progresso e a tutte le donne
e gli uomini del nostro Paese.
Una nuova fase mondiale
1.
L'Italia è parte costitutiva ed essenziale dell'Europa unita.
Oggi la frontiera dell'unità europea è avanzata e si è estesa.
Eppure vecchie e nuove forze conservatrici e reazionarie
ostacolano in ogni modo tale prospettiva. Nel mondo attuale,
sconvolto da una crisi globale, compete all'Europa un ruolo
decisivo per una diversa politica internazionale. Una politica
garantita dai principi di pace, solidarietà e progresso sociale
sanciti dalle sue istituzioni. Il Trattato costituzionale,
influenzato dalle forze moderate del vecchio continente, va
processualmente modificato in tante parti. Ma la sua stessa
esistenza rafforza i legami interni all'Europa e rifiuta l'idea
di un mondo unipolare. L'Europa che vogliamo è unita, autonoma e
indipendente. Una indipendenza che rivendichiamo sul piano
politico ed istituzionale per rafforzare la sua funzione su
scala mondiale, sul piano economico per le grandi potenzialità
tecnologiche e la vastità del suo mercato, sul piano sociale per
la sua tradizione, unica al mondo, di welfare, sul piano
della politica della Difesa perché rifiutiamo qualsiasi
subalternità verso gli Stati Uniti d'America. Questa è
l'ispirazione di fondo con cui i Comunisti italiani vanno alle
elezioni europee.
2. Il
mondo di oggi è quello della guerra preventiva e permanente.
Essa è la risposta neoimperialista alla crisi mondiale di
sovrapproduzione. La guerra, imposta dall’unica grande potenza
mondiale, ha sostituito la politica estera. Dopo l’attacco alle
Twin Towers e dopo l’Afghanistan, l’occupazione dell’Iraq
segna un’ulteriore tragica tappa di questa nuova fase, mentre
l’attacco terroristico sconvolge sicurezze consolidate, crea
incertezza e paura. L’estrema destra neoconservatrice degli Usa
intende imporre con la forza il proprio dominio economico,
militare, culturale e di valori sul Paese intero, manifestando
un violento attacco alle istituzioni multilaterali. La guerra è
insieme l’apice di una fase e il segno di una sua crisi. Il
modello di sviluppo dominante prevede una crescita infinita,
incompatibile con i limiti biologici del pianeta. Ma tale
insostenibilità è diventata oramai consapevolezza diffusa. Si
cerca di dare a questa contraddizione e alla crisi delle ipotesi
neoliberali una risposta da destra.
3. Il ruolo degli Stati
Uniti è cruciale. Negli anni 90, mentre tutti gli Stati subivano
una spoliazione progressiva di funzioni e sovranità, gli Usa
incrementavano il loro ruolo, affermando l'ideologia del mercato
come unico parametro dello sviluppo umano e utilizzando a questo
fine le istituzioni multilaterali. Banca mondiale, Fmi,
organizzazione mondiale del commercio e G8 sono stati luoghi e
strumenti per imporre nuove regole ai fini dell’appropriazione
di ogni risorsa del pianeta. Tale processo era garantito dagli
Usa attraverso la moneta dominante negli scambi: il dollaro.
Così esplodeva la dimensione finanziaria e speculativa del
capitalismo che garantiva ai Paesi più ricchi una illusoria fase
di sviluppo trasferendo altresì verso di loro attraverso il
debito le risorse di quelli più poveri. Ma la crisi della new
economy ha determinato l’impoverimento delle classi medie,
la bancarotta di interi Paesi, il crollo del reddito di miliardi
di persone, una nuova ed enorme accumulazione di capitali: una
crisi analoga a quelle che nella storia hanno quasi sempre
determinato l’affermarsi di regimi autoritari e reazionari.
4. Così è avvenuto negli
Stati Uniti con l’avvento di una amministrazione diretta
espressione delle multinazionali del petrolio e delle lobbies
militari e industriali, portatrice di una ideologia
violentemente conservatrice ed integralista. Ma tale avvento ha
determinato, anche grazie alla precedente resistenza politica e
culturale al pensiero unico, uno straordinario movimento che,
manifestatosi a Seattle, ha criticato radicalmente il modello
neoliberista, praticato una relazione forte fra Nord e Sud,
valorizzato esperienze eterogenee grazie alla capacità di
mettersi in rete, costruito una capacità di proposta innovando
la relazione con la politica e contribuendo a determinare
straordinarie esperienze come quella connessa alla vittoria di
Lula. Tale movimento ha contribuito a fare emergere il
protagonismo dei Paesi del Sud del mondo, come si è visto a
Cancun, dove è sorta una nuova alleanza fra Brasile, Cina, India
e Sud Africa, e ha influito sul rifiuto francese e tedesco
dell’invasione dell’Iraq collegandosi all’immensa forza del
movimento per la pace, mentre in America Latina, grazie anche
alla esperienza del Foro di San Paolo, si è avviato un processo
unitario di quante e quanti si oppongono al progetto di dominio
nordamericano e dando così vita a una identità latino americana
ed a un progetto comune.
5. Ciò manca ancora alla
sinistra europea. Mentre quella sudamericana opera per una
integrazione attorno al progetto Mercosur, quella europea si
divide sul giudizio in merito all’integrazione europea. Il
controllo diretto delle fonti energetiche è lo strumento tramite
cui gli Usa intendono contenere l’emergere di Cina ed Europa.
Questa è uno degli obiettivi della guerra permanente da colpire
impedendo la sua costruzione, negando all’euro il ruolo di
moneta alternativa al dollaro, imponendo anche attraverso la
Nato la subalternità tecnologica e politica dei sistemi di
difesa europei. L’Europa è a un bivio e la destra Usa ha proprio
in Berlusconi uno dei suoi principali alleati. Ciò spiega la
radicale svolta nella politica estera del nostro Paese che ha
portato in pochi mesi sia a perdere il ruolo positivo che aveva
l’Italia nell’area del Mediterraneo, sia a smarrire la sua
funzione decisiva nella costruzione europea. La partecipazione
dell’Italia all’avventura coloniale in Iraq è la più plateale
dimostrazione di tale subalternità: si intende subordinare il
mercato europeo ad esigenze esterne, svuotare lo Stato sociale,
che ha rappresentato in Europa uno dei più avanzati compromessi
di classe del mondo, attaccare diritti sociali e civili, negare
legittimità al conflitto sociale.
6. L’Unione europea che
vogliamo deve essere pienamente democratica e attrice di
pace, non fonte di nuovo imperialismo: instabilità e conflitti
nel Mediterraneo e nel Medioriente, le guerre in Africa, la
rincorsa agli armamenti, sono condizioni che ritardano lo
sviluppo economico dell’Unione. Essa deve dotarsi di strumenti
politici e istituzionali all’altezza della sfida, per una
soluzione giusta del conflitto israeliano palestinese, per una
stabilizzazione del Medioriente in base al principio di
autodeterminazione, per la ricostruzione economica dell’Africa.
In queste aree l’Europa ha una responsabilità storica che deriva
dal suo passato. Per questo è vittima del complesso di colpa. L'Ue
ha gravi responsabilità nel conflitto israeliano palestinese per
non aver preteso da Israele l’applicazione della risoluzione
dell’Onu. Ma l’accordo sottoscritto a Ginevra fra personalità
israeliane e palestinesi dimostra che una pace giusta è
possibile. Serve peraltro un ruolo nuovo dell’Onu, urgentemente
riformata: ne occorre una sua rifondazione come rinascita del
diritto internazionale e della legalità che passi dalla
sconfitta del neoliberismo e che escluda un ruolo impotente
analogo a quello della vecchia società delle Nazioni.
7. È in questo contesto
che avviene il fenomeno epocale di grandi migrazioni di massa
verso la parte più ricca del pianeta. Esse, causate da squilibri
mondiali e da una immensa disperazione, mettono in discussione
equilibri e identità e sono oggettivamente destabilizzanti. Ma
tale fenomeno è inevitabile. Va governato in base a una logica
di accoglienza e di integrazione che, sole, portano sicurezza ai
cittadini europei. Ma per i Comunisti il fenomeno delle
migrazioni rappresenta qualcosa di più, e cioè la somma delle
principali contraddizioni nel mondo: il rapporto Nord Sud ed il
conflitto capitale lavoro. Un migrante incarna un doppio
sfruttamento: il saccheggio della propria terra d’origine da
parte dei Paesi ricchi e la più tradizionale alienazione del
lavoro salariato, spesso in condizioni di precarietà ben
peggiori di quelle dei lavoratori italiani. Organizzare le loro
lotte e offrire loro una coscienza di classe è compito
ineludibile dei Comunisti.
8. Nell’ambito della lotta
per la pace, per la cooperazione fra i popoli, per una riforma
degli organismi internazionali, domina oggi sopra ogni cosa la
campagna contro la guerra. La guerra è un abominio, ed alimenta
lo stesso terrorismo: l’Occidente rischia di trasformarsi in un
bunker militarizzato perché alla guerra permanente si
contrappone inevitabilmente il terrorismo globale. L’Italia non
deve prendere parte alla guerra. L’Iraq deve essere consegnato
agli iracheni. I Paesi occupanti si devono ritirare, sostituiti
da truppe dell’Onu costituite da militari di nazioni non aventi
preso parte al conflitto, per poi restituire all’Iraq la piena
sovranità nazionale. Il governo italiano è responsabile
politicamente e moralmente del massacro dei nostri uomini
avendoli mandati, obbedendo a Bush, in Iraq senza alcuna rete di
protezione. L’Italia deve ritirare immediatamente le proprie
truppe d’occupazione.
L’Italia.
Caratteri di un regime autoritario inedito
1.
Qual è la natura del governo Berlusconi? Lo scenario economico e
industriale del Paese vede il declino delle grandi famiglie; il
sorgere di una nuova generazione di imprenditori, in una parte
della quale prevale su tutto il resto la spregiudicatezza e
l’affarismo; lo sviluppo di centinaia di migliaia di imprese
medie, piccole e artigiane sovente subordinate a imprese grandi,
grandissime o multinazionali; la tendenziale scomparsa
dell’impresa pubblica, sostituita non da una maggiore
concorrenza ma da oligopoli multinazionali, dislocandone spesso
all'estero l'agente di comando sul lavoro; l’affermazione del
mercato e della competizione come riferimento principale
nell’organizzazione sociale; la sovrapposizione parassitaria
dell'economia finanziaria su quella reale. Il governo
Berlusconi corrisponde a un insieme di punti di vista, di
pregiudizi e di paure che rinviano alle radicali modificazioni
della struttura economica e sociale dell’Italia avviatesi fin
dagli anni Settanta, agevolate e incoraggiate negli anni del
craxismo, maturate dal rapidissimo modificarsi del panorama
politico mondiale e nazionale a seguito della caduta del muro di
Berlino e dalla decomposizione dei Paesi dell’Est
2.
Questi cambiamenti strutturali e la conseguente modificazione
delle condizioni sociali hanno rappresentato lo scenario della
vittoria delle destre. Si è affermato in alcune zone un pensiero
xenofobo e razzista; un pensiero neo-oscurantista collegato alla
più conservatrice tradizione cattolica; un pensiero populista
caratterizzato dal rapporto mediatico del leader con gli
elettori; un recupero spesso strumentale dell’esperienza
fascista italiana teso a rompere la continuità politico-ideale
con la Repubblica costituzionale nata dalla Resistenza. Le
destre al governo hanno cavalcato l'ideologia dell'antipolitica,
e cioè la pretesa insufficienza della politica nel risolvere i
problemi del Paese, conseguentemente il dominio dell’economia
sulla politica, del privato assoluto sul pubblico, della
competizione sulla solidarietà, del particolarismo
sull’universalismo. Ne è derivata ed è in corso una colossale
opera di distruzione del modello di civiltà edificato
nell'ultimo mezzo secolo e di costruzione del nuovo modello di
civiltà imperniato sulla centralità del ruolo dell’impresa.
3.
Dalla fase dell'economia di mercato, si vuole passare alla fase
della società di mercato: si cerca di ordinare cioè l'insieme
della società in ogni suo aspetto in base ai criteri che
ordinano l'economia di mercato in ogni suo aspetto. Ciò comporta
la dissoluzione dei valori costituzionali, il cui perno è il
principio di eguaglianza sostanziale di tutti i cittadini di
fronte alla legge e il dovere per la Repubblica di rimuovere gli
ostacoli economici e sociali che impediscono la piena
partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori. Le forme
politiche che rappresentano questi colossali cambiamenti sono
nuove e l’indagine sul passato, pur necessaria, non deve ridurre
i processi in corso a un puro passaggio all’indietro. Il
secessionismo leghista, la rinascita di forme di sfruttamento
ottocentesche, la scuola impostata su basi di selezione di
classe, la sanità privatizzata, l'assalto alla previdenza
pubblica, in breve la distruzione dello stato sociale, e poi
ancora la negazione della separazione dei poteri, il tentativo
di imbavagliare l’informazione e di mettere il morso alla
scienza e alla ricerca, l'evocazione delle presunte radici
nazionali ed europee nel cattolicesimo e nel cristianesimo, in
un occidentalismo in cui persino la rivoluzione francese viene
letta come una intollerabile rottura rispetto ad una storia e ad
una tradizione altrimenti conseguente, non sono soltanto un
ritorno al passato ma sono una proposta, per quanto aberrante,
di organizzazione sociale, economica e giuridica inedita che
corrisponde maggiormente ai mutati rapporti di forza su scala
mondiale. In questo quadro si inscrivono le forti tendenze
antieuropee del governo Berlusconi.
4.
Diversamente da altri Paesi europei non vi è mai stata in Italia
una rivoluzione democratico-borghese compiuta. I tempi e le
modalità del processo di unità nazionale e il carattere
arretrato dello sviluppo capitalistico hanno segnato un ritardo
del nostro Paese, una forte connotazione moderata, conservatrice
e, in taluni casi, propriamente reazionaria nella formazione
dello spirito pubblico. Ciò spiega il fascismo e i suoi
caratteri che, è bene ricordare, si presentarono inizialmente
come rivoluzionari. Questo processo fu interrotto con la
Liberazione e con il cinquantennio costituzionale, durante il
quale comunque mai la sinistra è riuscita ad andare al governo
sia a causa dei noti condizionamenti internazionali, sia a causa
della grande forza politica e sociale del partito che
rappresentava la continuità – in chiave interclassista – della
moderazione e della conservazione, e cioè la Democrazia
cristiana. La storia evoca quello che è stato chiamato lo
spessore reazionario del nostro Paese; da questo nascono le
radici della vittoria elettorale delle destre.
5.
Questa vittoria è stata però obiettivamente agevolata da una
serie di errori gravi e di scelte esiziali operate delle forze
democratiche e dalla stessa sinistra. La "politica della
modernizzazione" di Craxi negli anni Ottanta, alla quale
giustamente si oppose Enrico Berlinguer, rappresentò la piena
accettazione del liberismo; essa, collegata agli
effetti del crollo del muro di Berlino, contribuì a devastare la
sinistra e a indebolire la struttura democratica del nostro
Paese. Lo stesso governo di centro-sinistra, pur avendo
realizzato risultati importanti nell'ambito di un giudizio
complessivamente positivo, non è stato esente da errori: per
esempio la mancata legge sul conflitto di interessi, la mancata
legge sulle rappresentanza sindacale, la politica delle
privatizzazioni. Ancora oggi si persevera su scelte e linee
politiche sbagliate e pericolose: dai reiterati attacchi alla
Resistenza, a partire dall'accettazione della lettura di destra
del dramma delle foibe, all'equiparazione dei fattori
degenerativi dei sistemi dell’Est europeo con i genocidi del
nazismo, alla condanna senza appello del regime cubano. In
sostanza, pur in presenza di una forte domanda di progettualità,
è carente nella sinistra e nelle forze democratiche una visione
generale alternativa al sistema economico dominante e ai suoi
valori.
6. Per di più negli enti
locali è avvenuto un progressivo processo di concentrazione e di
personalizzazione dei poteri. L’elezione diretta del sindaco,
l’eliminazione di tutti i controlli di legittimità degli atti
amministrativi, il trasferimento reale di poteri dalla sfera
politica a quella dirigenziale, la sottrazione di quasi tutti i
poteri ai Consigli, hanno fortemente intaccato il livello
democratico del sistema delle autonomie, senza snellirne
l’azione amministrativa, né migliorandone la professionalità e
la competenza. La nomina delle Giunte da parte dei Sindaci o dei
Presidenti delle Province e delle Regioni ha fortemente limitato
le caratteristiche democratiche della Giunta stessa, mentre con
l’elezione diretta l’elettorato non ha più potere di controllo
sull’eletto per tutto il resto della legislatura. Il livello
locale è però quello dove oggi maggiormente si giocano alcune
partite fondamentali per i diritti di cittadinanza di tutti, per
la partecipazione democratica, per la sperimentazione dei
modelli di welfare, per la qualità dell’ambiente e del
territorio; gli enti locali possono essere cioè volano del
cambiamento o strumento della conservazione. Per questo sarà
centrale l’appuntamento delle prossime elezioni amministrative.
7. Il
governo Berlusconi ha operato fino ad oggi per un radicale
cambiamento dell’economia, della società, dello Stato e della
politica, realizzato in contrasto, sotto l’aspetto sostanziale,
con i valori e gli interessi tutelati dalla Costituzione e, dal
punto di vista formale, con i requisiti minimi di qualsiasi
stato di diritto.
a)
Il cambiamento dell’economia
avviene espropriando lo Stato del ruolo di governo e di gran
parte di regolazione dell’economia. L’attività economica,
liberata in modo pressoché totale da lacci e laccioli,
attraverso norme che sostengono gli interessi delle
imprese e dell’economia finanziaria e attraverso la
destrutturazione del diritto del lavoro, si dimostra largamente
incapace di autoregolamentarsi. Tutto ciò ha determinato in
breve tempo il crollo della produzione, la crisi di tante
imprese, la caduta delle esportazioni, un drammatico connubio
fra recessione e inflazione, che può condurre ad una situazione
di collasso e che ha già portato all’esplodere di una moderna
questione sociale: precarizzazione generale dei rapporti di
lavoro, nuove povertà che oramai comprendono persino famiglie a
reddito fisso, moderna proletarizzazione dei ceti medi,
licenziamenti di massa, azzeramento di ogni diritto legato alla
differenza di genere, con conseguente caduta della domanda
interna che a sua volta determina una ulteriore diminuzione
della produzione e un ulteriore aggravarsi della crisi. Al
declino del Paese si aggiunge la specifica crisi del
Mezzogiorno, dove va avanti un vero e proprio processo di
deindustrializzazione, mentre nulla è previsto per il suo
sviluppo. La classe dominante che predica il liberismo di
mercato come il nuovo vangelo dell’organizzazione economica e
sociale, in realtà spesso lo nega alla radice: prevalgono
oligarchie monopolistiche e la concorrenza viene conculcata.
b)
Il cambiamento della società
avviene attraverso la rapida distruzione dello Stato sociale, la
conseguente diminuzione della coesione sociale, la
precarizzazione generalizzata del lavoro che lascia le giovani
generazioni senza tutele nella costruzione del proprio futuro,
l’elevazione della famiglia quale unica struttura sociale, il
nucleo elementare – caricato di oneri e di compiti di sostegno
sociale diretto - di una società scomposta, sempre più divisa
fra ceti sociali, sempre meno comunicante al suo interno. Una
società con sempre minori servizi che la innervano e con sempre
maggiori imprese che sostituiscono i servizi. Tende a scomparire
il cittadino-utente, sostituito dal cliente-consumatore.
Nell'arretramento dello Stato rispetto alla società e nel
progressivo declino delle varie forme di democrazia diffusa, si
affermano sempre più modelli organizzativi con un carattere
sussidiario e privatistico, simbolicamente rappresentati dalla
privatizzazione persino dei servizi amministrativi della
Presidenza del Consiglio. Questa società che il governo sta
ridisegnando è sempre meno quella dei diritti e dei doveri; è
sempre più quella dei più forti e dei più deboli. In quest’ottica,
si può leggere la tendenza al secessionismo come separazione
delle zone più forti, il drammatico abbassamento della soglia
di legalità come garanzia di impunità direttamente proporzionale
alla quantità di potere posseduto, la scomparsa del valore del
lavoro. Le libertà non sono più il traguardo di lotte e di
conquiste faticose, di ceti e soggetti subalterni che finalmente
si liberano dal bisogno, si liberano dal silenzio dei media, si
liberano nella partecipazione politica. Insomma le libertà non
sono più strumento di emancipazione politica, economica e
sociale. Sono le libertà imprenditoriali sciolte da qualsiasi
vincolo statuale o sociale, da qualsiasi obbligo di solidarietà,
e perciò puramente affaristiche; così le libertà si svincolano
da ogni rapporto con l’utilità sociale, la sicurezza, la dignità
umana, la soggettività delle donne e degli uomini. Questa
diversa concezione della società e questa perversa concezione
delle libertà ha portato all'aggressione alle condizioni delle
lavoratrici e dei lavoratori e al contestuale tentativo di
dividere le organizzazioni sindacali e di isolare e colpire la
Cgil. Da ciò i ripetuti e sempre più allarmanti attacchi al
movimento sindacale, alla sua autonomia, alla sua legittimità
democratica, al diritto di sciopero. La negazione del diritto
all'istruzione per tutti e tutte costituisce elemento essenziale
al progetto di regime di tipo nuovo. La destra vuole conculcare
definitivamente questo diritto riportando il Paese ai tempi in
cui solo ristrette élites avevano diritto ad una
istruzione qualificata. Abbassa l'obbligo scolastico e
istituisce un vero e proprio ritorno all’antico “avviamento al
lavoro”, colpisce la scuola pubblica elementare e dell'infanzia,
taglia la scuola pubblica e finanzia quella privata. Con la
legge Bossi-Fini sulla migrazione, si negano i diritti di
cittadinanza e agli stranieri viene indicata la strada della
clandestinità e dell'emarginazione, subordinando la possibilità
di soggiorno alla stipula di un contratto di lavoro fra privati
e introducendo norme velleitarie e controproducenti al fine di
impedire gli sbarchi e riducendo il diritto di asilo. Ed infine
la diversa concezione della società e la perversa concezione
delle libertà si desume dal peggioramento secco delle condizioni
delle persone più "deboli", a cominciare dai disabili, e dalle
odiose discriminazioni nei confronti delle diversità, quale
l'omosessualità. Stessa logica repressiva, inutilmente ed
odiosamente, viene poi applicata nei riguardi del fenomeno della
tossicodipendenza. E' l'idea della normalizzazione autoritaria
della società, per cui ogni differenza e ogni disagio è
devianza, pericolosa socialmente.
c)
Il cambiamento dello Stato
si muove verso la negazione delle sue molteplici funzioni e
verso l’affermazione di sempre più spiccate attribuzioni di
comando all’esecutivo. Se il fascismo, nel pieno del regime, ha
teso a rappresentare lo Stato assoluto (tutto nello Stato, tutto
con lo Stato, tutto per lo Stato, nulla fuori dello Stato), il
berlusconismo ne rappresenta paradossalmente l’inverso: tutto
fuori dallo Stato. Lo Stato assoluto si rovescia nel suo
contrario: il mercato assoluto. Per alcuni aspetti, il mercato
si fa Stato e in questa misura rifiuta ogni vincolo e
condizionamento. La separazione dei poteri diventa
intollerabile. Un’azione della magistratura che in qualche modo
interferisca con il mercato che si fa Stato, con l’imprenditore
che si fa politico, è intollerabile. Per questo la magistratura
non può più essere autonoma e indipendente, né il potere
legislativo può essere demandato al Parlamento, ma va ricondotto
ad una maggioranza che tende ad operare come una totalità e
risponde gerarchicamente all’esecutivo. E’ in questo quadro di
abbassamento progressivo dell’idea stessa della legalità e del
rispetto della legge, che si inserisce il nuovo patto scellerato
tra politica, economia e grandi organizzazioni criminali,
soprattutto (ma non solo) nel Mezzogiorno d’Italia. La malavita
organizzata – e segnatamente i fenomeni mafiosi siciliani –
hanno sempre avuto, in forme più o meno visibili, un rapporto
diretto con il potere politico. Ma il contrasto a tale tragedia
italiana si è affievolito, quando non decisamente azzerato,
grazie alle politiche del governo. L’attacco sistematico ai
magistrati antimafia, le misure sulla giustizia che rendono
sempre più difficile lo svolgimento del processo penale e le
stesse indagini, la progettazione delle cosiddette “grandi
opere” ritenute prioritarie dal governo (si pensi al Ponte sullo
Stretto), l’idea che – in fondo – con la malavita organizzata si
possa convivere, l’abbassamento della battaglia ideale e
culturale, la scelta del sottosviluppo e della disoccupazione di
massa nel Sud, che consegna tanti disperati all’illegalità
diffusa: tutto porta alla costituzione di un nuovo patto tra
nuove classi dirigenti e vecchi poteri malavitosi. Incrostazioni
e collusioni che sono riaffiorate con prepotenza – per quanto
mai del tutto sconfitte anche in precedenza – nei tre anni del
governo Berlusconi. In tutti questi processi, si può avvertire
l’insorgenza di un nuovo totalitarismo della rappresentanza
politica maggioritaria che risponde a un’idea assoluta
dell’impresa (quella legale e quella illegale) concepita
esclusivamente come fare denaro. Un totalitarismo paradossale,
privo di senso di responsabilità e di senso del limite, privo -
appunto - di senso dello Stato.
d)
Il cambiamento della politica
era stato promesso: all'atto dell'insediamento del suo governo,
Berlusconi si era impegnato a realizzare "il nuovo modo di fare
politica". Esso nega il carattere della politica come
mediazione, demonizza l'opposizione negandone in sostanza
legittimità - con pericolose tendenze a negarne la legalità -
tende a imporre un'omogeneità nelle idee, nel culture e nel
personale di direzione e a negare qualsiasi diversità nel campo
dell'informazione e negli altri campi della vita intellettuale
del Paese. Ogni opposizione - politica, sociale, culturale -
diviene così un nemico da distruggere. L'opposizione
parlamentare viene giudicata come un ostacolo, un intralcio. Lo
stesso gioco parlamentare viene giudicato come un appesantimento
di un percorso decisionale altrimenti più veloce, efficiente,
produttivo. L'aver definito opposizione, magistratura e stampa
come "tre anomalie", spiega bene il "nuovo modo di fare
politica", ne indica il carattere sovversivo, coincide col
"programma di rinascita democratica" formulato dalla P2. La
"politica dell'antipolitica", insomma, è un impasto
"avanguardista", spesso plebeista, spesso provocatorio, del
tutto inedito. Ma si muove in base a un disegno coerente di
negazione dei valori e dei poteri costituzionali. Le frequenti
quanto inusuali dichiarazioni di Berlusconi non si possono
ricondurre alla categoria dell'errore, della gaffe, ma
concorrono alla realizzazione di un progetto. Assistiamo a
questo proposito ad un processo di controllo capillare del
sistema dell'informazione in Italia, un controllo che va oltre
il tema del conflitto di interessi del premier e si estende ben
al di là del monopolio dell' emittenza privata e del controllo
sui principali canali del servizio pubblico. Impossessatosi
legittimamente, cioè col voto, della maggioranza parlamentare
grazie al maggioritario, e del potere esecutivo, questo governo
riduce la democrazia al voto e alla conseguente maggioranza. Fra
un'elezione e la successiva, nulla deve turbare il manovratore:
l'eletto non è processabile perché, appunto, "eletto dal
popolo", l'opposizione è irrilevante, i movimenti sono irrisi
quando non attaccati sul piano dell'ordine pubblico, la
partecipazione popolare è una categoria espunta dai meccanismi
democratici, la soggettività della donna violentemente
ricondotta nell’ambito di politiche cosiddette familistiche. La
democrazia complessa prevista dalla Costituzione viene ridotta
al volere di una maggioranza che si fa totalità, di un esecutivo
che impone il comando, di un premier che opera come un
dominus. Le decisioni, i comportamenti, lo stile del
governo, e del presidente del consiglio in particolare, hanno
determinato una situazione di permanente conflitto con la
Costituzione repubblicana e una tendenziale fuoriuscita dal suo
spirito e dalla sua lettera. Ciò che è stato svolto negli ultimi
due anni è un lavoro e un lavorio teso a prefigurare una
costituzione reale altra rispetto alla Costituzione della
Repubblica, sia per ciò che riguarda i principi fondamentali che
per ciò che riguarda i titoli successivi della Carta. E'
sintomatica l'abrogazione della tredicesima disposizione finale
della Costituzione relativa ai Savoia. Gravissimo è stato
l'errore di quasi tutte le forze dell'opposizione, che hanno
approvato questo provvedimento ad eccezione, naturalmente, dei
Comunisti italiani e di pochi altri.
8. Siamo nella fase
avanzata di avvio di un processo di degenerazione della
democrazia e di cambiamento del carattere delle istituzioni. Nel
ribollire delle tendenze di destra, spesso contraddittorie,
emerge la figura del leader carismatico, del culto della
personalità. Prevale il personalismo, non sufficientemente
contrastato per lungo tempo anche dalle forze di centrosinistra;
e peraltro agevolato da un sistema maggioritario che ha teso a
caricare nel ruolo di un individuo, per quanto autorevole, i
destini di una comunità o di una società. Ciò ha portato ad un
attacco senza precedenti al principio di uguaglianza dei
cittadini davanti alla legge, attraverso le leggi ad personam
che sul piano generale. Il cosiddetto lodo Schifani - uno per
tutti - viola il principio di uguaglianza, mentre è sempre più
palese un doppio passo della legge, garantista verso i forti e
violentemente punitiva verso i diseredati e gli emarginati. La
coincidenza del potere politico col potere economico porta anche
all'interesse economico personale di chi governa. La
cointeressenza di Bush e di tanta parte dell'establishment
Usa al grande affaire del petrolio in Iraq, o, in
Italia, la vicenda del conflitto di interessi e delle cosiddette
leggi ad personam per Berlusconi, non sono fatti casuali.
Sono una delle conseguenze delle politiche di questi governi di
destra ove l'economico, cioè il privato, prevale sul politico,
cioè sul pubblico.
9. Ma tutto ciò avviene
non senza contrasti anche laceranti fra partiti diversi. La Casa
delle (cosiddette) Libertà rappresenta un'alleanza politica che
contiene un’anima che intende trasferire le logiche di impresa e
di marketing nella politica e nella vita istituzionale, e che
perciò si manifesta in forme illiberali, autoritarie,
ademocratiche, in alcuni casi antidemocratiche; e contiene
un’altra anima che vorrebbe dare alla destra italiana quel
carattere conservatore, ma liberaldemocratico, che è sempre
stato negato alla destra italiana. Per questo Forza Italia, pur
non essendo più il “partito di plastica” del ’94, è ancora un
partito senza storia e senza retroterra culturale. La Lega Nord
è un partito piccolo su scala nazionale, ma di massa nel nord
Italia, con una forte identità, una connotazione plebeista,
razzista e xenofoba, un riferimento ad un sistema di valori
tipico del ribellismo piccolo borghese. Alleanza Nazionale è un
partito di massa, sopravvissuto alla distruzione del sistema dei
partiti nato nel dopoguerra. Un partito politico, nel senso più
classico dei termini, cioè con una capacità di mediazione e di
compromesso più elevata degli altri due alleati. Un partito però
diviso fra un’anima liberale e un’anima del “fascismo sociale”.
Tutto il partito infine, proprio perché presidenzialista,
centralista e nazionalista, vede con sospetto e con sempre più
evidente rancore le sortite di Bossi e la sua apoteosi
dell’antipolitica. L’Udc infine ha un rapporto stretto con la
Cei e coniuga forme di integralismo cattolico con propensioni
alla solidarietà sociale. Esiste un insieme di contrasti
laceranti in una compagine di governo che pure ha manifestato
una capacità di destrutturazione democratica forte e incisiva.
Al di là di tali contrasti tutte le forze politiche al governo
hanno una storia esterna, estranea e in qualche caso
contrapposta a quella delle forze costituenti.
10.
Siamo in un
processo ancora magmatico e contraddittorio, ove però si muovono
allarmanti coerenze e un generalizzato attacco alla Costituzione
repubblicana, alle conquiste dei lavoratori, alle fondamenta
dello Stato democratico. Parlano i fatti: le gravi e
ingiustificate violenze di Genova, gli attacchi violentissimi e
permanenti contro i magistrati, lo specifico attacco al Csm, la
riforma dell'ordinamento giudiziario, la legge - peraltro non
ancora approvata - sul conflitto d'interessi, non varata dal
precedente governo dell'Ulivo, la progressiva distruzione del
pluralismo e la diminuzione della libertà d'informazione, il
clima cupo, di paura e di vere e proprie liste di proscrizione
che questo governo ha introdotto in tanti settori della vita
pubblica, la entusiasta accettazione dell'invasione dell'Iraq e
il conseguente e successivo invio di militari italiani, le leggi
ad personam, il rifiuto di sottoscrivere la
normativa antirazzista in Ue, la palese strumentalità della
commissione Telekom Serbia e di quella sul dossier Mitrokhin, le
minacce ricorrenti all'opposizione, l'uso spregiudicato e
personale delle televisioni attraverso messaggi al popolo a reti
unificate, configurano un comportamento costante e reiterato che
va nella direzione di un regime autoritario di tipo nuovo. Le
annunciate riforme costituzionali, cui l’opposizione non deve
offrire alcuna sponda, vanno in quella direzione: la devoluzione
come grimaldello per scardinare l'universalità dei sistemi
pubblici di protezione sociale e quindi l’eguaglianza dei
cittadini, uomini e donne, nei loro diritti fondamentali
(sanità, scuola, sicurezza); il presidenzialismo e il premierato
cosiddetto "forte", come definitiva affermazione del potere di
uno sugli altri, fondato sul plebiscito popolare e in un quadro
di clamorosa concentrazione mediatica.
11.
In questo
quadro, il compito è quello di contrastare in modo rigoroso la
deriva autoritaria, difendendo, ripristinando e rafforzando il
quadro istituzionale, in modo da riportare a normalità il
rapporto fra attività politica e ordinamento giuridico. Davanti
al moderno sovversivismo in atto da parte delle classi
dirigenti, l'opposizione, per tornare a governare, deve
sostenere un alto livello di contrasto e di proposte, che non
possono essere ridotte al solo ambito parlamentare.
L'opposizione vincerà se sarà in grado di collegarsi
profondamente con la società e col territorio, candidandosi a
rappresentare gli interessi della maggioranza degli italiani, e
cioè di un nuovo blocco sociale formato dalle lavoratrici e dai
lavoratori dipendenti, dai precari, dai disoccupati, dai
pensionati, dal composito mondo del lavoro autonomo, dalla parte
migliore dell'imprenditoria italiana, quella cioè che, in ultima
analisi, si riconosce nel dettato costituzionale. E' l'alleanza
fra i ceti progressisti e i ceti moderati, ovvero fra lavoratori
dipendenti, ceti medi e il mondo di quell'imprenditoria più
avanzata, che non si riconosce nell'attuale linea di
Confindustria. Insomma l'opposizione deve dare vita a una grande
battaglia sui temi economici e sociali. Ma deve anche
contrapporre, al devastante sistema di valori veicolati da
questo governo, una vera e propria "riforma intellettuale e
morale" che rilanci i principi della pace, del lavoro, dei
diritti, della valorizzazione delle differenze. Di grande
rilievo, in questo contesto è il rapporto col mondo cattolico.
Deve infine riprendere le bandiere della pace e operare per il
rilancio della straordinario movimento che si è opposto - in
Italia e nel mondo - all'aggressione angloamericana in Iraq.
12.
Tanto più
efficace sarà il contrasto al governo Berlusconi e la proposta
alternativa, quanto più forte sarà la sinistra nel nostro Paese.
A queste forze infatti è consegnata la rappresentanza autonoma
della parte essenziale del blocco sociale: l'Italia delle
lavoratrici e dei lavoratori. La ricostruzione di una loro
rappresentanza politica è decisiva ai fini della sconfitta delle
destre. Ma ciò carica la sinistra di una grande responsabilità
nella costruzione di una sua nuova unità. I Comunisti italiani
hanno un ruolo centrale in questo processo in tre direzioni:
essere i portavoce più conseguenti e rigorosi di una linea di
unità a sinistra, nell'ambito di una strategia di unità
democratica; intervenire nella società, e in particolare nel
mondo del lavoro, per proporsi come nucleo fondamentale della
sua rappresentanza politica autonoma; salvaguardare la propria
diversità, cioè la propria identità di nuovo partito comunista,
che tenta di raccogliere la più ampia eredità dei comunisti
italiani, e di costruire rapporti diretti con i lavoratori e gli
altri ceti sociali.
Il
quadro economico
1. La fase attuale vede
arrivare a compimento un momento della crisi capitalista, che ha
portato alla deindustrializzazione dei Paesi del G7 a favore
della finanziarizzazione dell'economia.
Questo
processo il cui inizio si può datare con la rottura, da parte
degli Stati Uniti, degli accordi di Bretton Wood nel 1972
prende corpo concretamente con la Reaganomics e il Thatcherismo
una decina di anni dopo.
Tale politica,
neoliberista in economia e reazionaria nelle relazioni sociali,
prevede lo smantellamento delle funzioni dello Stato in quanto
organizzazione sociale civile, il mantenimento del medesimo solo
per finanziare direttamente ed indirettamente la
finanziarizzazione dell'economia.
Gli effetti a livello
sociale di questa politica nei Paesi a capitalismo avanzato sono
stati disastrosi. La chiusura delle industrie manifatturiere a
favore del mantenimento del tasso di profitto tramite
l'investimento di capitale speculativo ha prodotto una
fortissima crisi sociale nei Paesi una volta definiti i più
industrializzati (G7). L’enorme aumento della povertà tra le
popolazioni dei Paesi più industrializzati ne è la conseguenza
più drammatica.
In
questi anni si è delocalizzata la struttura produttiva rendendo
meno tangibile uno dei poli del contrasto sociale. L'elemento di
visibilità dell'imprenditore è nella maggior parte dei casi
scomparso, sostituito da figure di surrogati (dirigenti,
presidenti, amministratori delegati, etc) referenti di una
anonima struttura societaria che, proprio in quanto tale,
esaspera il concetto di profitto. Tale processo in Italia si
esprime nel tentativo di trasformazione che ha cercato di
ottenere, spesso non riuscendovi, grandi dimensioni di impresa
per reggere il confronto internazionale e superare il carattere
familiare della direzione dell'industria. In questo quadro si
modificano i tradizionali sistemi di governo dell'impresa con
l'ingresso degli investitori istituzionali (fondi pensioni,
assicurazioni, etc) che si affiancano alle grandi banche. Tutto
ciò porta alla grande impresa con proprietà dispersa e con la
scomparsa del controllo padronale, e la posizione di quest'ultimo
viene assunto da manager non societari. Il capitale finanziario
si rende autonomo dall'industria e si afferma con una funzione
di controllo dello sviluppo sottraendo quest'ultimo alla
politica e al governo pubblico. Avviene così una rapida
modificazione del diritto che si subordina alle lobbies
economiche attraverso lobbies di giuristi agguerriti,
spalancando le porte ad un’egemonia totalizzante dei contraenti
forti e introducendo nuovi e radicali elementi di disuguaglianza
giuridica.
2. E'
in atto in Italia un intenso processo di destrutturazione della
componente “lavoro” che il capitalismo italiano, in particolare,
va portando avanti in nome della flessibilità. La regolazione
sarebbe il parametro dell’efficienza e l’esclusione della
politica e dell’intervento dello Stato deriverebbe come
conseguenza inevitabile della globalizzazione. Pertanto, la
politica iperliberista che si va affermando procede
all’aggressione del lavoro tradizionale con lo strumento delle
cosiddette “abilità tecnologiche” delle macchine e delle
infrastrutture telematiche in chiave non di supporto ma di
sostituzione del lavoro umano. Le nuove forme di sfruttamento
sono definite come “libere scelte” verso il lavoro precario
nelle diverse forme che oggi dominano il panorama del mercato
del lavoro. Questo processo di destrutturazione delle forme
stabili di occupazione porta al perpetuarsi della crisi dello
sviluppo del Mezzogiorno, e allo stabilizzarsi del modello
familiare del Nord-Est estendendo l’incertezza all’intero
nucleo, con l’affermarsi della tendenza all’esternalizzazione
della produzione industriale.
3. Il fenomeno parallelo
che esaspera tali contraddizioni è dato dalla
internazionalizzazione della struttura produttiva e dei servizi
del “Sistema Italia” conseguente alla disgregazione delle
Partecipazioni statali, concomitante con la ristrutturazione e
talvolta con la scomparsa di interi settori privati. Su tutto
ciò si è innescato un processo di declino e il venire in essere
di processi di privatizzazione che hanno determinato
l’acquisizione al capitale straniero di centri decisionali e di
servizi di ricerca di comparti importanti dell’economia
nazionale.
4. Negli anni 90 è sorto
il dogma delle privatizzazioni e si è messo in atto tale
processo senza porre alcuna attenzione agli effetti che avrebbe
determinato; si modificarono tanto radicalmente ed in tanto
breve tempo gli assetti della struttura produttiva del nostro
Paese, senza alcun baluardo legislativo atto a garantire un
corretto processo di dismissioni che permettesse lo sviluppo
della produzione e la garanzia di un potere di controllo sulle
politiche industriali dei settori strategici di interesse
generale. Energia elettrica, telefonia, autostrade, aeroporti,
linee di navigazione hanno costituito una appetibile alternativa
alle attività manifatturiere più esposte alla concorrenza
internazionale. L’imprenditoria nazionale non ha avuto
esitazione nella scelta distraendo risorse dalle attività
manifatturiere preesistenti. Si è determinata, di conseguenza,
la caduta della già esigua somma di investimenti nella ricerca
per l’innovazione dei prodotti, nella crescita di dimensione per
reggere i mercati mondiali, nel rafforzamento delle reti
commerciali e di assistenza. La caduta di competitività e la
perdita di quote di mercato hanno determinato il declino del
mercato dei prodotti ad alta tecnologia e ad alta qualità.
5.
Invertire tale processo certamente è difficile ma non
impossibile: occorre un ritorno a politiche industriali che
possano indirizzare l’evoluzione del sistema produttivo
nazionale lungo direttrici coerenti con gli interessi generali
del Paese, a quelle politiche che sono state troppo
sbrigativamente accantonate. Diventa, allora, questione centrale
il cambiamento della base tecnologico-produttiva, territoriale,
strutturale e politico gestionale del nostro sistema
industriale. Quale dovrebbe essere il nuovo modello di sviluppo
del nostro Paese cui collegare le nuove politiche industriali?
La risposta a questo interrogativo è un disegno generale che,
pur nella varietà e multiformità delle situazioni, si riconduca
a due obiettivi fondamentali: lo sviluppo omogeneo e distribuito
della base produttiva, la piena occupazione. La politica
industriale non può solo fondarsi sulla gestione attiva e
coordinata dei molteplici strumenti attraverso i quali la
pubblica amministrazione può influire nelle decisioni
dell’impresa: concessioni, autorizzazioni, tariffe, incentivi
fiscali e finanziari, commesse; ma è altrettanto indispensabile
un ruolo attivo del settore pubblico nell'economia: gli
investimenti pubblici devono essere finalizzati a precisi
obiettivi nei settori ritenuti strategici, tra cui la ricerca e
l’innovazione tecnologica di processo e di prodotto, per i quali
va bloccata ogni ulteriore forma di privatizzazione. Appare
indispensabile, per rimettere in moto il Sistema Italia, la
programmazione su settori ritenuti strategici con conseguente
investimento di risorse e la realizzazione delle condizioni che
ne rendano possibile ed economico l’impegno, in particolare
partecipando ai consorzi industriali europei e stimolando la
crescita e lo sviluppo dei centri di eccellenza e le tecnopoli.
6. La
questione meridionale si ripropone come grande questione
nazionale irrisolta, aggravata dal rischio di diventare una tra
le tante questioni rimosse del Sud del Mondo. L’attacco
sistematico ai diritti, al salario, allo stato sociale, ai
trasferimenti di risorse per gli Enti Locali, il venir meno del
ricorso alla fiscalità generale per finanziare la crescita
eguale di tutti i cittadini, ha ulteriormente aggravato le
condizioni del Mezzogiorno. In tale contesto resta ancora valido
l’insegnamento gramsciano per cui non vi potrà essere sviluppo
dell’Italia senza lo sviluppo del Mezzogiorno. Un rinnovato
meridionalismo deve poggiare sulla consapevolezza che esistano
diversi mezzogiorni in cui convivono grandi squilibri ed aree ad
alta produttività, ma in un contesto generale di sottosviluppo
ed arretratezza. Molte delle merci immesse sul mercato interno
ed estero vengono prodotte dal cosiddetto “sommerso”, senza però
che vi sia il controllo del processo produttivo e degli sbocchi
commerciali delle merci prodotte, i cui marchi appunto non sono
del Sud. Tali irregolarità e illegalità si innestano su un
tessuto gravemente inquinato da organizzazioni mafiose e
criminali. Tale sistema è il frutto di una precisa strategia
economica a cui è funzionale un sistema creditizio bancario, che
invece di incentivare la fuoriuscita della illegalità, serve a
frenare lo sviluppo locale e a drenare le risorse. Così facendo
si condannano le popolazioni meridionali, anche quelle più
attive, a vivere nella irregolarità e illegalità, favorendo
l’emorragia delle risorse non solo materiali ma anche umane dal
Sud. Il fenomeno parallelo che esaspera tali contraddizioni è
dato dalla internazionalizzazione della struttura produttiva e
dei servizi del “Sistema Italia” conseguente alla disgregazione
delle Partecipazioni Statali, concomitante con la
ristrutturazione e talvolta con la scomparsa di interi settori
privati. Su tutto ciò si è innescato un selvaggio processo di
privatizzazione che ha determinato l’acquisizione al capitale
straniero e a quello finanziario degli unici comparti
dell’economia nazionale e, in particolare, di quella meridionale
dotati di centri decisionali e di ricerca. Questi
fenomeni possono determinare conseguenze ulteriormente negative
all'attuazione della devoluzione che renderà incolmabile la
distanza fra lo sviluppo delle regioni forti e quello delle
regioni deboli.
Una politica ispirata ad
un rinnovato meridionalismo deve partire dalla richiesta per il
Mezzogiorno di interventi certi ed immediati in materia di:
politica
creditizia atta a favorire la maggiore
diffusione dei processi di ristrutturazione ed aggiornamento
tecnologico tra le piccole e medie imprese, con una particolare
attenzione in favore dell’imprenditoria femminile. E’
fondamentale infatti frenare la tendenza all’aumento costante
del divario territoriale di produttività tra le regioni del
Centro-Nord e quelle Meridionali, rimuovendo i maggiori ostacoli
di natura economica all’introduzione delle innovazioni ed
all’acquisto di servizi di ricerca e sviluppo a costi troppo
elevati, mancanza di finanziamenti, rischi troppo elevati. Così
che l’attività innovativa delle piccole imprese, maggiormente
orientate verso i mercati locali risulta ancora più penalizzata;
politiche di
ulteriore snellimento delle procedure
Ministeriali e Statali in materia di approvazione dei patti
territoriali, di istruttoria delle relative iniziative, di
modalità di concessione ed erogazione delle agevolazioni in
onere dello Stato. Tanto sia per i patti territoriali di prima
generazione (12, tutti nel Mezzogiorno), che per quelli di
seconda generazione (39, di cui 20 nel Mezzogiorno) e per i
patti territoriali per l’occupazione cofinanziati dall’U.E.;
politiche di
sostegno allo sviluppo dei sistemi produttivi regionali,
per orientare i processi di allocazione delle imprese verso le
aree del Mezzogiorno interessate dai contratti d’area e dalle
iniziative di istituzione e consolidamento dei Distretti
Produttivi e dei Sistemi Produttivi Locali, anche per meglio
utilizzare gli incentivi in materia di “consorzi promozionali” e
di “consorzi fidi”. Fondamentale rimane per questo lavoro
l’azione delle istituzioni pubbliche, Sportelli Unici e/o
Agenzie di Sviluppo a cui è demandato il compito di superare il
dualismo al ribasso con le aree dei Paesi del l’Europa
Sud-Orientale;
politiche di
riequilibrio delle tutele per perdita
del reddito per licenziamento, per raggiunti limiti di età, o
per sopraggiunta vecchiaia. Nel Mezzogiorno infatti la minore
concentrazione di imprese, accompagnata ad elevati livelli di
disoccupazione di massa, a persistenti forme di lavoro nero e
precario, ha consolidato un equilibrio sfavorevole rispetto al
resto del Paese. Tanto sia nelle forme agevolate di anticipo
della fruizione della prestazione previdenziale, sia nel numero
dei lavoratori in grado di accedere ai trattamenti previdenziali
per anzianità di servizio ( 54,7 al centro-nord, 36,2 nel
mezzogiorno), sia nelle quote di età di uscita (58,6 anni al
centro-nord, 60,2 anni al Sud), sia in riferimento al maggior
ricorso alle prestazioni di vecchiaia (60 anni per le donne, 65
per gli uomini).
Anche in materia di
gestione del territorio va ridefinita e garantita la specificità
del Mezzogiorno per cui una politica di regolamentazione dello
sviluppo urbanistico e dell’ampliamento industriale ed
infrastrutturale, compresa l’inevitabile produzione di scorie e
rifiuti derivanti dal complesso delle attività, deve
necessariamente raccordare esigenze di crescita occupazionale e
di reddito con esigenze di preservazione dell’ambiente cui è
allocata la produzione agricola. In questo determinante è la
difesa degli ecosistemi contro ogni forma di inquinamento, e la
ricerca applicata all’evoluzione ed ammodernamento della
produzione agro-alimentare attraverso politiche di sostegno alle
grandi filiere della produzione- confezionamento in loco
-distribuzione dei prodotti derivati da grano, olivo, vigna,
orto-frutto, latte e carne. Opera a cui possono attendere con
una rinnovata politica di sostegno pubblico e di partenerariato
verso le università, i centri di ricerca ed i parchi
tecnologici meridionali. Tanto anche in considerazione delle
dimensioni di impresa largamente familiare che caratterizza
ancora in maniera prevalente l’agricoltura del Sud. Qui le
politiche di sostegno integrativo ai valori della produzione
realizzata, si trasformano a seconda delle esigenze dei
percettori in reinvestimento produttivo o in reddito da spendere
o anche da risparmiare. Ed altresì in considerazione della
necessaria opera di difesa della qualità del vivere e
dell’alimentarsi del lavoratore – consumatore, nonché in difesa
delle capacità attrattive che territori capaci di conservare i
valori della cultura, della storia delle piccole e grandi
comunità del nostro Paese possono impiegare correttamente per lo
sviluppo permanente, e non stagionale, della capacità recettiva
dell’offerta turistica. E’ vitale inoltre, per risollevare
l’economia di queste aree affrontare i seguenti problemi
primari: un piano generale pubblico per l’utilizzo delle acque
ad uso civile, agricolo ed industriale finanziando in primo
luogo tutte le opere di adduzione ai grandi invasi, ammodernando
la rete idrica regionale ed interregionale, rete che disperde,
per la vetustà delle condotte, circa il 40 per cento dell’acqua.
7. L'emigrazione italiana
all'estero - Il Mezzogiorno è stato il bacino principale di
milioni di italiani emigrati all'estero per cercare lavoro e
sostentamento per le proprie famiglie. Gli italiani nel mondo
sono chiamati, dopo molti anni, al rinnovo dei Comites, primo
banco di prova di verifica del voto per corrispondenza che
successivamente sarà esercitato in occasione delle elezioni
politiche nazionali per l'elezione di Deputati e Senatori dei
loro collegi elettorali. I Comunisti Italiani sono impegnati
nella battaglia per il mantenimento dell'identità culturale dei
nostri connazionali per un'integrazione di qualità e non
assimilazione tramite più istruzione e promozione culturale; per
il miglioramento delle loro condizioni di vita a partire da una
vera funzionalità dei consolati.
8. La teoria economica
dominante considera solo la massimizzazione del profitto e la
rendita capitalistica, ignorando volutamente il rendimento
decrescente dell'energia e delle risorse non rinnovabili. Anche
per questo contestiamo la teoria economica basata sul libero
mercato che tutto risolve. E' tempo di porre con forza il tema
della riconversione ecologica dell'economia a partire dalle
scelte energetiche.
Il pianeta terra è un
sistema finito rispetto al quale la crescita e lo sviluppo non
rappresentano variabili indipendenti. I cambiamenti prodotti
dalle attività umane non devono superare i limiti che rendono
irreversibili gli squilibri del sistema biofisico complessivo.
La realtà fisica è soggetta a vincoli precisi, come, ad esempio,
i tempi biologici naturali necessari all’assorbimento dei
rifiuti e degli inquinanti, così come alla rigenerazione dei
grandi cicli vitali (aria, acqua, ossigeno, ecc.).Questi vincoli
limitano, di fatto, l’aumento indiscriminato della popolazione e
della produzione. Dobbiamo pertanto appropriarci del concetto di
sostenibilità ambientale intesa come perseguimento
dell’equilibrio nel rapporto tra economia e vincoli biofisici,
nella consapevolezza che un’economia ecologica si basa su tre
parametri: il lavoro, il capitale naturale ed il capitale
prodotto dal lavoro umano. Compito dei comunisti è quello di
tradurre questa consapevolezza in proposta, iniziativa e lotta
politica. Prioritario è il passaggio dalle fonti energetiche
fossili a quelle rinnovabili, così come è necessario porsi
obiettivi ancor più ambiziosi dell’assunzione, pur
indispensabile, del protocollo di Kyoto. L'effetto serra, le
piogge acide, la desertificazione, il buco nell'ozono,
l'inquinamento, la distruzione delle foreste e della
biodiversità, l'erosione, ci indicano che la strada della
crescita economica senza limiti è priva di qualità e di valori,
e, soprattutto, è una strada senza ritorno in quanto priva del
futuro le prossime generazioni. Il capitale naturale è un
patrimonio prezioso di cui dobbiamo prenderci cura al fine di
affermare un diverso rapporto tra le persone e tra queste e la
natura. L''introduzione delle risorse energetiche alternative
rinnovabili si scontra con uno degli aspetti di un inedito
imperialismo i cui esisti neocoloniali si fondano
sull'imposizione e sullo sfruttamento di fonti energetiche
fossili.
Più
Stato meno mercato
1. Dalle analisi svolte,
emerge la necessità di una riconsiderazione generale del ruolo
dello Stato nell’economia. Storicamente, il successo economico
italiano è stato il risultato di una riuscita combinazione fra
pubblico e privato. La grande impresa non si sarebbe sviluppata
senza il sostegno, in varie forme, dello Stato e il nostro
sistema economico, nel suo complesso, non sarebbe cresciuto fino
a raggiungere forme di eccellenza in vari campi e livelli
tecnologici adeguati senza l’impresa pubblica, o meglio, senza
quell’originale sistema delle partecipazioni statali che abbiamo
sperimentato per vari decenni. Di qui, l’urgenza - appunto – di
“politiche economiche”, cioè di un intervento consapevole dello
Stato per fermare il declino e bloccare concretamente una deriva
liberista che crede illusoriamente di poter recuperare
concorrenzialità solo diminuendo i salari e liquidando i diritti
dei lavoratori. Dobbiamo però essere consapevoli che l’ambito
nazionale ormai non è più sufficiente a realizzare “politiche
economiche in un solo Paese”. La scelta europea è decisiva:
avviare politiche pubbliche nel campo della ricerca, delle nuove
tecnologie, della formazione professionale, cimentarsi con le
urgenze di uno sviluppo eco-compatibile e dell’inserimento nel
nostro mercato del lavoro – e nelle nostre società – delle
lavoratrici e dei lavoratori immigrati, si scontrerà con forze
potenti che vogliono avere mano libera sull’uso del risparmio
sociale per poterlo usare esclusivamente nei circuiti finanziari
moltiplicatori di profitti privati. L’uso pubblico dei capitali
toglie risorse al capitale finanziario internazionale,
principale beneficiario della globalizzazione liberista che
imperversa ormai dalla fine degli anni settanta, quando iniziò
il processo di liberalizzazione internazionale dei movimenti di
capitale.
2. La questione politica
cruciale che sta di fronte alla sinistra è proprio questa: come
dirottare risorse dai circuiti globali del capitale finanziario
e indirizzarle alla crescita economica e alla difesa del
welfare nei paesi avanzati e allo sviluppo nei paesi
arretrati. In questo senso è probabilmente opportuno assumere le
proposte da tempo elaborate, da numerosi economisti, relative
alla tassazione dell’enorme massa di capitale speculativo che
oggi si sposta senza controlli e limitazioni, causando ed
aggravando crisi finanziarie e monetarie (Tobin Tax). Lo scontro
oggi è fra l’arricchimento privato di ristrette élites
che controllano il capitale finanziario e la crescita del nostro
benessere, per lo sviluppo delle conquiste sociali, per la lotta
al sottosviluppo, i grandi piani internazionali di risanamento
ambientale e di accesso per tutti all’acqua e alla fonti
energetiche, all’istruzione e alla sanità. Ecco che allora la
sfida che sta di fronte alla sinistra europea è quella di
proporre un modello del tutto diverso da quello, oggi vincente,
americano, inaccettabile non solo sul piano sociale, ma
economico; infatti esso è anche perdente, nelle concrete
condizioni europee (impossibilità di reggere il doppio deficit,
interno e estero, superpotenza militare, ruolo del dollaro,
ecc.), sul piano della concorrenza globale. Nel nostro Paese poi
è urgente anche una grande battaglia ideale contro la visione
privatistica del governo Berlusconi che, per fare cassa, sta
mettendo in “svendita” un patrimonio pubblico di inestimabile
valore. Siamo di fronte a una battaglia di civiltà. Più
precisamente, si tratta di rovesciare lo slogan del più mercato
meno Stato, soprattutto per settori ed attività dove la scelta
politica dell'abbandono alle leggi di mercato ha mostrato il
proprio fallimento. Di conseguenza, si pone immediatamente il
problema delle risorse, che con coraggio (e correndo anche
qualche rischio di popolarità), la sinistra deve affrontare
puntando con chiarezza e nettezza al ripristino di un’autentica
progressività dell'imposizione fiscale, salvaguardando i redditi
medio bassi (sopratutto quelli da lavoro dipendente), fornendo
strumenti e risorse per la lotta all'evasione, reintroducendo la
tassa sulle successioni per i grandi patrimoni.
Il lavoro, il sapere e lo Stato del benessere (welfare
state)
1. I comunisti sanno da
sempre che il lavoro è il fondamento democratico della
Repubblica. Per i Comunisti italiani il lavoro è il tema
centrale dell'attività politica del partito.
2. I profondi mutamenti in
atto nel mondo del lavoro sono il risultato della
ristrutturazione del tessuto produttivo conseguente alla crisi
dell'organizzazione del lavoro fordista. L’attuale
ristrutturazione capitalistica rompe le rigidità ed i controlli
costruiti in decenni di lotte dalle lavoratrici e dai
lavoratori, scompagina la composizione di classe, cancella
diritti universali restituendoli alla disuguaglianza del
mercato, attraverso la forza coercitiva del ricatto
occupazionale, che fa leva sull’assenza di conflittualità.
Milioni di persone sono così escluse dalla cittadinanza che dà
il lavoro, non godono delle stesse protezioni sociali, dei
diritti democratici, della possibilità di partecipazione
collettiva, di contrattazione ed organizzazione di tutti gli
altri lavoratori e sono spesso esclusi da qualsiasi negoziazione
e rappresentanza sociale. Appare allora con tutta evidenza la
pericolosità del progetto contenuto nel libro bianco di Maroni,
che rappresenta il cuore del nuovo modello sociale ed
istituzionale. L'introduzione del contratto di lavoro
individuale con potere di deroga dal contratto nazionale non
solo pone il lavoratore e la lavoratrice in una situazione di
totale subalternità all'impresa, ma ridisegna le relazioni
sociali, cancellando la rappresentanza collettiva. La
ristrutturazione capitalistica del mercato del lavoro ha
ripercussioni pesanti sulla vita delle donne consegnandole ad
una flessibilità subita e ineluttabile, confinandole nei lavori
atipici, precari e parasubordinati, meno remunerati. Nei fatti,
il divario del salario in Europa tra donne e uomini è ancora
oggi del 28%. Va valorizzato l'ingresso e la permanenza delle
donne nel mondo del lavoro, facendo attenzione a concetti come
"adattabilità e flessibilità" che si risolvono più contro che a
favore delle donne. Il PdCI si impegna a promuovere politiche
attive che incidano sul miglioramento delle condizioni di vita e
dell'autonomia delle donne attraverso la valorizzazione delle
risorse femminili, perseguendo l'obiettivo di una crescita sia
quantitativa che qualitativa della presenza femminile nel
mercato del lavoro.
3. La sinistra politica,
pertanto, deve porsi il problema della riunificazione della
classe lavoratrice frantumata in molteplici tipologie di
rapporto di lavoro, sapendo che nelle attuali condizioni di
mercato occorre operare una ridefinizione ampia del lavoro
subordinato che includa a pieno titolo tutti i salariati,
comprendendovi una molteplicità di figure in qualche caso anche
assai lontane dalle forme storiche del passato. Vasti settori
del lavoro cosiddetto atipico rientrano nella categoria del
lavoro salariato, di cui vanno recuperati interessi, valori e
soggettività, al fine di ricondurli ad un progetto comune.
L'altro dato strutturale, di dimensioni mondiali, rappresentato
dal processo di etnicizzazione del mercato del lavoro, sta
determinando stratificazioni inedite per il nostro Paese, con
implicazioni politiche, sindacali, culturali e relazionali.
4. Da questo punto di
vista, è certo che il compito dei comunisti e della sinistra in
genere è quanto mai difficile. Infatti, se nel fordismo la
socializzazione del lavoro e la dimensione solidaristica erano
immediatamente visibili ed acquisibili nella contiguità fisica e
nella cooperazione lavorativa della grande fabbrica, nella
omogeneità delle condizioni di lavoro, ora tale condizione in
larghi settori del mondo del lavoro si è indebolita, anche se
non è scomparsa. Infatti questo lavoro, disperso e differenziato
nelle modalità dei rapporti e dei trattamenti salariali e spesso
non più in presenza di un luogo fisico unico, con molti elementi
di estraneità tra forme diverse, estremamente articolato sul
territorio, mantiene un importante elemento di unità e
solidarietà rappresentato dal contratto nazionale di lavoro.
5. I guasti prodotti dalle
leggi approvate o in via di approvazione da parte del governo
Berlusconi sono profondi e strutturali. Essi sono direttamente
conseguenti da una visione della società e dell'economia
sbagliata e dannosa per gli interessi nazionali. Nessuna idea di
continuità può esistere tra il governo Berlusconi e il futuro
governo del centro-sinistra. In primo luogo, come già detto,
occorre una politica che riunifichi il lavoro, sia in
relazione alla frantumazione conseguente alla selvaggia
destrutturazione che la legge 30 ed il successivo decreto
delegato hanno introdotto, che a quella derivante dai processi
di terziarizzazione e di delocalizzazione dei processi
produttivi. Politica industriale, programmazione economica,
Mezzogiorno, difesa delle pensioni e del welfare, difesa
di un sistema fiscale basato sulla progressività del prelievo,
difesa ed allargamento dei diritti del lavoro, politiche attive
per l’ampliamento e la qualità del mercato del lavoro, difesa
del salario e del contratto nazionale di lavoro, democrazia
sindacale (con la legge sulla rappresentanza e l’ammissione del
referendum per la verifica del consenso dei lavoratori in sede
di verifica contrattuale), salute e sicurezza sul lavoro, sono i
capitoli dai quali non si può prescindere.
6. L’Ulivo non può
semplicemente attestarsi sulla Carta dei Diritti. Vanno assunte
nel loro insieme le quattro proposte di legge di iniziativa
popolare, già presentate dalla Cgil. In particolare è
significativa quella riguardante l’estensione dei diritti
alle lavoratrici ed ai lavoratori atipici e quella per le
imprese sotto i 15 dipendenti. Nel futuro programma dell'Ulivo
la legge 30 non deve essere modificata, bensì drasticamente
abrogata. Nessun nuovo taglio alle pensioni, nessun
innalzamento obbligatorio dell’età pensionabile, nessuna
eliminazione delle pensioni di anzianità, nessun utilizzo
obbligatorio del Tfr per implementare i fondi integrativi, che
devono comunque restare volontari: bisogna respingere qualsiasi
soluzione che non dia ai lavoratori la garanzia della sicurezza
assoluta della integrità del loro salario differito, sicurezza
che ora è garantita dalla legge; che non consenta ai lavoratori
la piena libertà di scelta tra il mantenimento della situazione
attuale ed un diverso modo di investimento della loro
liquidazione. Occorre opporsi alla trasformazione della
previdenza privata da integrativa a sostitutiva di quella
pubblica. Nessuna riduzione dei contributi per i nuovi e le
nuove assunte. Contemporaneamente è necessario intervenire sulla
riforma Dini che ha effetti particolarmente penalizzanti nei
confronti delle nuove generazioni. Di primaria importanza sono
la separazione fra assistenza e previdenza, l'unificazione dei
trattamenti sulla base delle regole Inps, la lotta all'evasione
contributiva e al lavoro nero con il potenziamento dei servizi
ispettivi, l'individuazione di una soglia minima di rendimento
per ogni anno di contribuzione, la copertura dei periodi di non
lavoro, il mantenimento del pensionamento anticipato per i
lavori usuranti, l'omogeneizzazione dei contributi per tutte le
lavoratrici e tutti i lavoratori. Vanno poi mantenuti e
rafforzati gli attuali due livelli di contrattazione (nazionale
e 2° livello). In questi ultimi 10 anni, il potere d’acquisto
dei salari è notevolmente diminuito. Negli ultimi due anni esso
è stato taglieggiato in modo pesantissimo. Il tema del
salario è centrale. Occorre recuperare l'eventuale
differenza fra tasso programmato di inflazione - il cui concetto
va superato - e inflazione reale; i contratti nazionali vanno
rinnovati in base all’inflazione reale e a una quota di
redistribuzione della produttività; il paniere Istat va rivisto;
va individuato uno specifico paniere in grado di misurare con
maggiore puntualità i consumi popolari tipici delle famiglie,
che sia di riferimento per i rinnovi contrattuali e la difesa
del potere d’acquisto di salari e pensioni. L'intervento
sull'immigrazione va distinto in due aspetti: l’immigrato come
cittadino, garantendo la linearità dei percorsi di cittadinanza
come politica di integrazione, il diritto di voto politico ed
amministrativo; l’immigrato come lavoratore, operando contro il
combinato-disposto tra la legge Bossi-Fini e la riforma del
mercato del lavoro. L’obiettivo di una legge sulla
rappresentanza e la rappresentatività, del diritto di voto
attraverso referendum per tutte le lavoratrici ed i lavoratori,
è prioritario ed irrinunciabile. Va revisionato l'intero
meccanismo (legislativo, istituzionale, organizzativo,
finanziario), che presiede e regola gli interventi rivolti alla
prevenzione sui luoghi di lavoro.Vanno individuate forme
pubbliche di sostegno al reddito evitando che l’eventuale
ricorso al salario sociale o al salario di cittadinanza diventi
un fattore di esclusione sociale. Il governo di centrosinistra,
nel 1998, ha avviato l’introduzione sperimentale del Reddito
Minimo di Inserimento inteso come misura di inclusione sociale
attraverso strumenti quali la formazione al lavoro e la
riqualificazione professionale, che ha coinvolto migliaia di
persone, centinaia di famiglie e decine di Comuni. Tale
sperimentazione non è stata più finanziata dal governo
Berlusconi. È necessario reintrodurre ed estendere con caratteri
di generalità il Reddito Minimo di Inserimento per come era
stato pensato e non come misura assistenzialistica.
Il reddito minimo d’inserimento deve essere considerato infatti
come vero e proprio investimento sociale, finalizzato a
modificare le condizioni di vita del complesso mondo della
precarietà e dell’emarginazione economica e sociale in cui
sono costrette larghe fasce di cittadini, giovani e non. Un
provvedimento di tale natura, per essere concretamente e
socialmente produttivo, deve necessariamente prevedere un
profondo mutamento delle scelte di programmazione e
d’investimento, tali da determinare un reale inserimento dei
soggetti interessati in un nuovo processo lavorativo. All'atto
di tale inserimento deve, ovviamente, cessare l'erogazione del
reddito minimo, garantendo peraltro i diritti contrattuali.
Quindi, partendo da un’indagine precisa delle diverse forme
d’esclusione sociale presenti sul territorio nazionale, vanno
proposti modelli d’intervento che combinando formazione e
percorsi lavorativi costruiscano un sapere e una pratica sociale
per un nuovo lavoro sempre più sostenuto da sostanziosi
investimenti pubblici, europei-statali-locali. Su scala europea,
è necessario armonizzare verso l’alto i diritti del lavoro,
prospettare una normativa contro la delocalizzazione produttiva,
con espliciti interventi pubblici disincentivanti, combattere la
proposta direttiva della Commissione Europea per la
brevettazione del software, che comporterebbe la
privatizzazione della trasmissione della conoscenza a vantaggio
delle multinazionali dell’informatica.
7. Il lavoro autonomo a
sua volta costituisce una ricca peculiarità per l’economia del
Paese e per la professionalità della manodopera. Ma anche questo
comparto, costituito da 1.400.000 laboratori artigiani, da
850mila attività commerciali, da migliaia di piccole aziende
diretto-coltivatrici, da un’area sempre più vasta di attività
turistiche e di attività professionali, richiede l’intervento di
una politica attiva di sostegno in una serie di settori tra i
quali il credito di investimento e di esercizio, oggi erogato in
modo insufficiente e discriminato. Ci vuole invece un equo
rifinanziamento della Artigiancassa, un sostegno all’attività
delle cooperative di garanzia e ai consorzi-fidi, una maggiore
attenzione al mondo del lavoro autonomo da parte della Unione
Europea, una maggiore equità nelle tariffe dei servizi pubblici,
una semplificazione burocratica e fiscale, la tutela
dell’avviamento aziendale nei centri storici ed urbani soggetti
più che mai all’aggressività della speculazione edilizia, lo
sviluppo delle aree attrezzare di insediamento per le attività
produttive, sostegno all’export e all’impianto di nuove attività
fieristiche e promozionali.
8. È sotto attacco
l'intera impalcatura dell'ordinamento costituzionale che
prefigura la realizzazione di un regime di economia mista, in
cui coesistono la proprietà privata, che deve assolvere una
funzione sociale, la proprietà pubblica e quella cooperativa
autogestita. L'attacco in particolare alla cooperazione richiede
una grande risposta che faccia perno sull'attualità del tema
dell'autogestione.
9. Il diritto
all’istruzione, il vasto ambito della conoscenza e della
socializzazione del sapere sono al centro dell’iniziativa
politica dei Comunisti, nella consapevolezza che un elevato
livello d’istruzione per tutti, la più vasta diffusione della
conoscenza e socializzazione dei saperi costituiscono condizione
necessaria per lo sviluppo sociale, civile ed economico del
Paese.
Il mondo della cultura,
della ricerca e dell’alta formazione è stato negli ultimi due
anni uno dei bersagli principali nell’opera di
deregolamentazione selvaggia di questo Governo che ha messo in
atto una pesante controriforma. Con i commissariamenti degli
enti di ricerca, i tagli ai finanziamenti ed agli organici, le
censure e le denigrazioni di ogni tipo, si è colpito lo
straordinario patrimonio scientifico ed umanistico di cui il
nostro Paese andava e và orgoglioso, agevolando altresì la
cosiddetta fuga dei cervelli, demotivando e tentando di
intimidire coloro che operano nel settore, cercando di imporre
una visione del sapere finalizzata integralmente all’interesse
dell’impresa e al perseguimento del controllo sociale.
Per quanto attiene
all’istruzione il Governo sta operando nella direzione di negare
il diritto per tutti ad un’istruzione qualificata. Lo fa
attraverso tagli pesantissimi di risorse e personale che
producono la destrutturazione e dequalificazione della scuola
italiana; lo fa attraverso la controriforma Moratti che colpisce
la scuola pubblica, la scuola della Costituzione, la sovverte
nei suoi principi fondanti, la trasforma in senso privatistico,
la spinge indietro di decenni, quando essa assicurava
un’istruzione qualificata solo alle elites della società.
E con il diritto
all’istruzione viene colpito il diritto al futuro, il diritto al
lavoro. Infatti in assenza di un’istruzione di base forte viene
preclusa la possibilità non solo di accedere all’istruzione
superiore ma anche ad un livello di formazione professionale
comunque qualificato; senza un’istruzione di base forte e senza
un sistema di educazione e formazione che duri tutto l’arco
della vita, ogni persona risulta deprivata delle competenze
necessarie per fronteggiare l’evoluzione rapidissima delle
conoscenze, delle tecnologie, dei lavori; viene deprivata cioè
della possibilità di inserirsi e permanere nel mercato del
lavoro.
I Comunisti italiani hanno
definito una proposta complessiva di riforma del sistema
formativo. Una proposta che prevede (in un sistema scolastico
nazionale pubblico, laico, democratico e pluralista) l’obbligo
d’istruzione gratuito subito fino a 16 anni e in prospettiva
fino a 18; una scuola dell’infanzia generalizzata ed
obbligatoria nell’ultimo anno; l’unitarietà del ciclo della
scuola di base della durata di 8 anni ed organizzata ovunque
richiesto su tempo pieno o variamente prolungato per l’ultimo
triennio; una scuola che garantisca la libertà d’insegnamento
unita al riconoscimento del ruolo culturale, sociale, civile
degli insegnanti e della loro professionalità; il pieno
coinvolgimento degli studenti e dei genitori nella sua gestione;
un’autonomia intesa come autogoverno democratico; un’istruzione
e una formazione continua e permanente per tutti, per tutto
l’arco della vita; una formazione professionale regionale
qualificata.
I Comunisti Italiani
ribadiscono la priorità dell’intervento in questi ambiti
essenziali per il Paese, a cominciare dalla lotta per l’aumento
delle risorse materiali ed umane e contro ogni precarizzazione e
privatizzazione dell’istruzione, del mondo del sapere, della
ricerca e dell’alta formazione, per l’affermarsi del diritto di
tutti alla cultura.”
10.
I sistemi di
welfare sono stati la più grande costruzione sociale del
Novecento, segnati dalle lotte sociali e dalla cultura critica
del movimento operaio, delle donne, dell'ambientalismo:
iscritti, cioè, nell'identità culturale e nella storia dei vari
Paesi. In Europa la contiguità con il modello sociale del campo
socialista ha amplificato le domanda di giustizia sociale e di
equità ridistribuita determinando la specificità del modello di
welfare europeo basato sulla presenza forte della
responsabilità pubblica e sull'impianto universalistico.
11.
Il
neoliberismo ha assunto come tesi strategica l'inconciliabilità
fra welfare e sviluppo, fra istituzione della
cittadinanza sociale e crescita economica. L'obiettivo della
distruzione dei sistemi di welfare vuole la distruzione
degli elementi redistributivi delle politiche fiscali e sociali
e il passaggio da un sistema di servizi a progettualità e
direzione pubblica a un sistema a domanda individuale. Due sono
i risultati: la redistribuzione avviene a favore del profitto;
il capitale investe direttamente non sul lavoro, ma sui bisogni
di riproduzione sociale. Mentre questo modello di sviluppo
manifesta le sue più insanabili contraddizioni, la tesi di
incompatibilità fra welfare e sviluppo non viene
efficacemente contrastata anche a sinistra. L'enfasi sulla
modernizzazione oscura il discrimine che sui temi del welfare
sempre più esiste fra destra e sinistra. Contro le politiche
della destra mondiale italiana occorre un coerente progetto
alternativo che ricollochi il welfare proprio all'interno
di un rapporto con un diverso modello di sviluppo. L'Ue può e
deve svolgere un ruolo storico proprio a partire dalla difesa
del suo modello di welfare costruendo alleanze
strategiche con i Paesi del Sud del mondo. La sinistra a livello
europeo deve contrastare ogni posizione di modifica strutturale
del welfare che, in nome della necessità del cambiamento,
scelga la selettività contro l'universalità. Esse devono
rimanere insieme. Difendere il welfare deve invece volere
dire anche rilanciarlo e riqualificarlo.
12.
La difesa
del Sistema Sanitario Nazionale come strumento universalistico e
quindi pubblico del diritto costituzionale alla salute deve
essere quindi un capitolo emblematico del nostro agire dentro le
tematiche del welfare, poiché il modello di sistema sanitario e
di interventi sociali è fra i terreni di scontro più
significativi fra destra e sinistra, ma può rappresentare anche
luogo di significative differenze dentro l’Ulivo. Per questo va
riaffermata la ferma difesa delle leggi 229/99 (Bindi) e 328/00
(Turco) come strumenti, certamente imperfetti ma basilari, per
una concezione di esigibilità universalistica dei diritti
sociali.
13.
Politica di
welfare e politica dell'occupazione sono collegate, ma
occorre sceglierne gli obiettivi. Infatti per esempio un aumento
dell'occupazione da solo può non ridurre la povertà, né
intervenire sulla distribuzione dei redditi. E per questo la
scelta del "workfare" (interventi preferenziali per il
lavoro) non deve essere in alternativa al welfare, come
invece anche a sinistra si è ipotizzato. Il fenomeno dei
"lavoratori poveri" spiega che occorre un continuum di
politiche "attive" e "passive" per l'occupazione. Inoltre, se il
lavoro è povertà, il diritto al lavoro rischia di diventare un
diritto al quale si rinuncia a favore dei sussidi di
disoccupazione. Per favorire il lavoro occorre un’intelligente
strategia di interventi di natura diversa. Politiche attive e
passive per l'occupazione, integrazione del reddito dei
disoccupati (correggendo le iniquità che ancora oggi persistono
tra diverse tipologie di lavoratori), tutela dei salari,
incentivi alle imprese per assunzioni a tempo indeterminato
(evitando di finanziare assunzioni che sarebbero state comunque
fatte), formazione continua dei lavoratori e delle lavoratrici.
Gli obiettivi di questo intreccio di interventi devono essere
tra loro collegati e non in alternativa tra loro: promuovere
l'occupazione, ridurre la povertà, migliorare la distribuzione
dei redditi.
14.
Difendere e
rilanciare i sistemi di welfare vuol dire anche dare
impulso a una nuova politica degli enti locali a cominciare da
una vera riforma del sistema fiscale che attribuisca maggiori
poteri di intervento alle autonomie locali e dal potenziamento e
miglioramento dei servizi sociali per tutti i cittadini, ma
ovviamente, soprattutto per le categorie e le persone più
deboli. L’erogazione dei servizi pubblici alla persona
costituisce una fonte reale di salario. La nuova politica negli
enti locali deve prevedere i bilanci sociali partecipati,
coinvolgendo associazioni, aggregazioni democratiche del mondo
no-profit, i rappresentanti dei diversi soggetti sociali.
15.
I Comunisti
italiani sono contro la logica delle privatizzazioni
generalizzate e ad ogni costo perché non è vero che
economicamente esse siano un vantaggio per i cittadini e per la
stessa pubblica amministrazione. I riscontri negativi sono già
ampiamente evidenti: le tariffe non sono state ribassate, anzi
sono così sproporzionatamente aumentate che hanno inciso
negativamente sull'inflazione. Una volta decisa la
privatizzazione di un servizio, non ci può essere indifferente
il modo con cui essa si concretizza. Occorre partecipare al
processo amministrativo avviato, al fine di poter mantenere in
mano pubblica comunque la maggioranza della gestione del
servizio e soprattutto della sua organizzazione, in particolare,
per le Aziende dei Servizi Pubblici Locali (acqua, gas, energia,
rifiuti e trasporti), anche al fine di aprire una fase di
generale ripensamento della gestione dei servizi locali, nella
prospettiva di una loro ri-pubblicizzazione. Il governo del
territorio è uno dei compiti principali delle Autonomie. Alle
politiche centraliste impiantate sui condoni, bisogna rispondere
con una puntuale programmazione del territorio che eviti i
grandi disastri, elimini gli eventuali errori del passato, si
creino reali occasioni di sviluppo. Bisogna pensare ad un nuovo
protagonismo dei poteri locali che, dal basso, li veda impegnati
a tutto campo nell’affrontare i problemi delle comunità, da
quelli sociali a quelli economici.
La politica delle alleanze per una alternativa di governo
1. Una
delle ragioni della nascita e dell'esistenza dei Comunisti
italiani è stata quella di candidare il partito al governo come
strumento di trasformazione sociale. Una politica che non guardi
solo alla necessità e all'urgenza di sconfiggere le destre, ma
anche alla costruzione di una ipotesi alternativa di governo,
concretamente praticabile e credibile. Una politica che viene da
lontano. Dalla vittoria dell'Ulivo nel 1996 e dai positivi
risultati del governo Prodi nonostante i limiti di quella
esperienza, dalla critica radicale alle scelte politiche del Prc
che ne determinarono la caduta. Fu proprio allora, nell'estremo
tentativo di salvare il governo, che nacque il Pdci. Una
politica che guarda lontano. La prospettiva strategica del
centrosinistra come perno della politica delle alleanze del Pdci,
nella piena consapevolezza che la forza della sola sinistra, pur
fondamentale, non è mai stata maggioritaria in Italia. Il tema
dell'unità delle forze di centrosinistra e della necessaria
prospettiva di governo è perciò centrale. Questo processo
unitario ha compiuto enormi passi avanti coinvolgendo
Rifondazione e l'Italia dei Valori.
2. La
nota programmatica di Prodi resa pubblica nel novembre 2003 ha
rappresentato un passo in avanti sul terreno delle proposte. Su
di essa va espresso un giudizio articolato: si tratta di un
contributo positivo, ma ancora inadeguato per ciò che concerne
il mondo del lavoro. Occorre quindi, in tal senso, una incisiva
iniziativa programmatica delle forze di sinistra. Viceversa,
l'iniziale proposta di Prodi di una lista unitaria di tutto
l'Ulivo si è dimostrata inattuabile. Si sta invece
concretizzando la cosiddetta lista unitaria che raccoglie Ds e
Sdi e Margherita e che segna in prospettiva l'eventuale fusione
o federazione di un nuovo agglomerato politico che è stato
chiamato partito riformista. Tale processo aggregativo, pur
legittimo, è errato e controproducente. Le elezioni per il
Parlamento europeo, che sono a base proporzionale, devono
favorire la possibilità delle singole formazioni politiche e
culturali di essere rappresentate. Non c'è alcuna garanzia
perché la lista unica raccolga più voti di quanti non ne
raccoglierebbero le singole formazioni di cui essa dovrebbe
essere composta. D'altra parte le esperienze storiche di liste
unificate confermano che in tal modo non si sommano i voti, ma
spesso si perdono. Dal punto di vista politico, inoltre, la
riduzione ad uno non è un arricchimento, ma una limitazione.
Certo, oggi il bipolarismo sembra un dato acquisito. Ma la
proposta del partito riformista allude addirittura ad un sistema
bipartitico. Tale prospettiva è per noi inaccettabile in quanto
annullerebbe ogni funzione autonoma della sinistra e dei
comunisti, cancellerebbe inoltre la rappresentanza politica del
mondo del lavoro, relegando la sinistra ad un ruolo testimoniale
ed ininfluente. Si introdurrebbe così nel nostro Paese una sorta
di bipartitismo all’americana che espungerebbe il conflitto
dalle istituzioni, riducendo la partecipazione del corpo
elettorale ed impoverendo la democrazia. Dunque la nostra
contrarietà a tale prospettiva poggia su solide ragioni
politiche, culturali ed ideali. Le differenze però esistono e
permangono – in qualche caso anche in modo rilevante – tra le
singole forze dell'Ulivo. La nascita di un partito riformista
determinerebbe un vuoto a sinistra; ciò sarebbe un danno
politico per il Paese e per la stessa prospettiva di una
alternativa di governo; certo il Pdci potrebbe trarre benefici
da questo vuoto, ma esso non sarebbe certo del tutto colmato.
Verrebbe a ridursi di molto la sinistra, dentro l'iperbole
storica data dalla chiusura del lungo processo di passaggio dal
Pci al "partito riformista", cioè dal campo di sinistra a quello
moderato. E' illusorio, infatti, che tale formazione politica
possa essere il luogo di una battaglia per l'affermazione di
valori di sinistra che stiano dalla parte delle esigenze dei
lavoratori e dei diritti sociali.
3. Le
forze in campo, gli uomini e la tendenza di questa possibile
formazione politica delineano questo soggetto come collocato su
posizioni moderate liberiste che escludono di per sé la ricerca
di una sinistra seppur rinnovata. In sostanza, ci sarà
l'egemonia del campo moderato che trova a quanto sembra il
consenso di gran parte del gruppo dirigente Ds. Così è
presumibile che avvenga sui temi della guerra e sui nuovi
conflitti internazionali, sulla previdenza integrativa come asse
portante delle pensioni, sulle gabbie salariali, sulle questioni
dell'economia. E' sempre più valida la proposta di
confederazione di tutte le forze di sinistra che coinvolga anche
i soggetti associativi e i movimenti, nelle forme inedite che si
potranno determinare.
È sempre più valida la
proposta di costruzione di una rinnovata sinistra, ferma e
determinata sui temi della pace, sulla rappresentanza del mondo
del lavoro, sulla valorizzazione del significato del lavoro
salariato, sulla laicità dello Stato, sulla difesa dei diritti
sociali e costituzionali, sulla valorizzazione delle differenze:
una sinistra di governo. Una sinistra che sfugge alle
responsabilità del governo, non risolve i problemi del Paese,
indebolisce il blocco sociale che occorre ricostruire. D'altro
canto l'apparente radicalità di Rifondazione è speculare al
processo moderato. Avendo scelto di fare l'accordo ad ogni costo
con l'Ulivo, Rifondazione è perciò non di rado subalterna ai Ds
sul piano dei contenuti. E' la logica delle due sinistre: l'una
necessariamente moderata, l'altra necessariamente estremista. Vi
è invece l'esigenza di una sinistra che sappia essere rigorosa
sui contenuti fondamentali senza, per questo motivo, mettere in
discussione la politica delle alleanze. Un partito comunista in
grado di intercettare quest’ampia esigenza di rappresentanza a
sinistra presente oggi in Italia deve sviluppare un sistema di
alleanze sia fra le forze politiche, sia con le forze sociali,
in grado di attivare una dinamica positiva con cui le comuniste
ed i comunisti devono confrontarsi, portando avanti in autonomia
le proprie proposte senza subalternità, come senza arroganze.
Occorre rafforzare il rapporto con il sindacato ed in
particolare con la Cgil, prestando grande attenzione ai
contraccolpi che la comparsa di nuovi riferimenti politici può
determinare al suo interno. Va tenuto aperto il dialogo con
tutte le forze sindacali con cui si possono stabilire relazioni
di natura politica basate su convergenze di programma; ciò vale
sia verso Cisl e Uil che verso i sindacati di base, pur nella
consapevolezza che questi ultimi sovente si attestano su
posizioni massimaliste. Se il mondo del lavoro deve essere posto
al centro della proposta politica, esso deve rappresentare la
priorità del lavoro politico del complesso del partito.
L'interlocuzione politica ed il sistema delle alleanze vanno
perseguiti anche in funzione di relazioni positive con i
movimenti e con il mondo dell'associazionismo. Dal riesplodere
del conflitto sociale, ai girotondi, al movimento per la pace,
ai new global, il Pdci è stato in grado negli ultimi anni di
compiere significative aperture marcando all'interno di questi
movimenti una visibile presenza. E' giunto adesso il momento di
confrontarsi con punti di vista che esprimono una diffusa
radicalità, presentandosi con proposte ed azioni politiche che
qualifichino in sé il partito dei comunisti e delle comuniste.
Solo costruendo un solido sistema di alleanze sociali, con una
particolare e rinnovata attenzione alle lavoratrici ed ai
lavoratori, agli intellettuali, ai giovani, alle immigrate ed
agli immigrati, sarà possibile per il Pdci cercare di colmare
l'enorme vuoto che si determina in seguito al progressivo
scivolamento della sinistra moderata verso il partito
riformista.
Questo documento
congressuale traccia, in una prima e certo non esaustiva
approssimazione, le grandi linee di analisi, di prospettiva, di
iniziativa politica e di impegno per un programma riformatore.
Le compagne ed i compagni del Partito dei Comunisti italiani si
impegnano, in conclusione, a perseguire i contenuti di questo
documento attraverso la battaglia politica e sociale quotidiana
per bloccare la deriva autoritaria del Paese, restituire la
speranza del cambiamento al nostro popolo, rafforzare l’unità
democratica, far rinascere la sinistra. |