Verso il III Congresso:
I lavori del Comitato Centrale per il varo dei documenti congressuali

Il documento politico


Roma,
6-7 dicembre 2003
 

 

L'Italia ha bisogno di sinistra

1. Il mondo sembra precipitato in un incubo senza fine. La guerra, la violenza, il terrore sembrano ormai caratteri distintivi di una lunga fase del pianeta. Nessuna delle profezie positive immaginate dagli araldi del libero mercato dopo l’89 si è verificata. Nessuna pace perpetua. Nessuna nuova età dell’oro. Il dominio del potere economico, del mercato senza regole, del nuovo imperialismo, della legge del più forte, presuppone infatti anche la militarizzazione del mondo, ne acuisce le ingiustizie e il generale impoverimento, accentuando le differenze tra ricchi e poveri, tra Paesi sviluppati e immense aree di miseria, segnate da epidemie bibliche, carestie, analfabetismo, disperazione. Il mondo che sorge all’alba del nuovo millennio è caratterizzato da tale crescente e radicale impoverimento e da un conseguente aumento delle disuguaglianze. Esse si manifestano in molteplici modi. Ma la loro ragione di fondo rimane incardinata sul conflitto tra capitale e lavoro, su scala globale. La intollerabile e generalizzata ingiustizia sociale configura in maniera nuova la nostra lotta per il superamento del capitalismo. Noi comunisti, portatori di una storia e di una cultura critica, dobbiamo dare risposte e soluzioni ai drammatici problemi contemporanei, facendo tesoro delle vittorie, delle sconfitte, degli errori, delle esperienze del secolo che si è appena concluso. Il mondo d’oggi non è l’approdo ultimo dell’umanità. Ci battiamo contro questo mondo fondato sull’ingiustizia e la sopraffazione. Noi, comuniste e comunisti in un Paese della evoluta Europa, comuniste e comunisti italiani del terzo millennio, siamo figli – e ne abbiamo piena consapevolezza – di una sconfitta storica. Portiamo su di noi, che pure – in Italia – apertamente e criticamente ci eravamo distinti dalle esperienze dei Paesi dell'est, il peso delle macerie del Muro di Berlino. Non ci sottraiamo all’analisi impietosa delle cause della sconfitta e alla faticosa opera di rielaborazione di una rinnovata strategia per risalire la china. Sappiamo che sarà un percorso lungo, difficile, costellato di ostacoli. Sarà compito di una nuova generazione di comuniste e comunisti. Nostro compito, oggi, è continuare a lottare, perché le ragioni che indussero a fondare in Italia un partito comunista sono, se possibile, ancora più forti, più valide: lottare per il riscatto delle classi subalterne, per le ragioni della pace, della democrazia, dell’eguaglianza, del rispetto delle differenze, del socialismo. Un immenso patrimonio di idee, di cultura, di passioni, elaborato nei decenni dai comunisti del nostro Paese, è oggi più che mai valido e attuale: patrimonio peculiare, di grande originalità politica e ideale, che ha la sua radice nelle lotte per la trasformazione del Paese, nella battaglia per l’emancipazione delle lavoratrici e dei lavoratori e per il riscatto del Mezzogiorno; un patrimonio non omologabile a quello dei partiti comunisti degli altri Paesi, arricchito dai temi fondamentali della liberazione della donna, del rispetto di ogni diversità e della sostenibilità ambientale. Un patrimonio che andrà profondamente innovato, perché sono cambiati il mondo e la stessa nostra società, ma del quale restano validi l’ispirazione di fondo, gli obiettivi strategici e la qualità del fare politica: dalla politica delle alleanze, al rigore morale e culturale. Quella tradizione gloriosa, cui l’Italia deve tanto in termini di progresso e di democrazia, noi abbiamo l’orgoglio di averla portata nel terzo millennio. E' la storia della battaglia di emancipazione e di libertà di milioni di donne e di uomini che hanno trovato nella sinistra, anche in modo conflittuale, l'interlocutore principale. Lo abbiamo fatto per un atto di responsabilità. Un partito comunista serve alle lavoratrici ed ai lavoratori, alle classi subalterne, a quanti e quante si battono per i diritti di tutti contro i privilegi di pochi. Un partito comunista è necessario, in Italia, oggi più che mai, per tenere viva una presenza di sinistra, non moderata, ma neppure velleitaria; non subalterna alle classi dirigenti, ma anche ragionevole e concreta: che vuole raggiungere obiettivi e non stilare proclami. Abbiamo l’ambizione, ancora una volta, di essere interpreti degli interessi generali del Paese, attraverso la battaglia per l’emancipazione di quanti e quante, nella società attuale, sono stati condannati all’invisibilità, quella politica e quella sociale. Invisibile è diventato il lavoro dipendente, nelle sue forme antiche ed in quelle inedite della modernità capitalistica. Ma invisibili per la politica sono diventate le donne: il Pdci intende dunque rileggere la società e le contraddizioni di classe attraverso l’ottica della differenza di genere. Operando così, ci sforziamo di essere degni di una straordinaria storia, ma di essere anche proiettati verso un rinnovato futuro.

L’Italia ha bisogno di sinistra.

 

2. Più di dieci anni fa, a Rimini, la maggioranza dell'allora Partito Comunista Italiano decise di sciogliere quel partito.

In un progressivo travaglio politico e ideale, il Pds venne poi trasformato nell'attuale formazione dei Ds, Democratici di sinistra. Ora, alla vigilia delle elezioni europee, gli stessi Ds hanno deciso di far confluire la propria forza elettorale in una lista composta da altri partiti che provengono da storie, culture, identità, che non fanno parte della sinistra italiana, quale è innanzi tutto la Margherita, la cui componente più significativa è costituita dal popolarismo, che rappresenta una storia democratica importante, ma che ha le proprie radici nella Democrazia cristiana e non nella sinistra italiana.

Questa lista elettorale prelude a ulteriori cambiamenti, ulteriori rimescolamenti di carte, processi di unificazione tra storie e culture politiche differenti tra loro, ma con un'evidente vocazione moderata. In un progressivo quanto inesorabile percorso, la sinistra italiana rischia, nella sostanza, di doversi fare sempre più, essa stessa, centro, a vantaggio di orientamenti e proposte di segno sempre meno connotabile come sinistra: sui temi della pace, del lavoro, dei diritti, del riconoscimento delle differenze, della laicità dello Stato.

Viceversa, oggi più che mai, c'è bisogno di una sinistra italiana che sappia essere strategicamente alleata delle forze moderate democratiche, ma autonoma politicamente, organizzativamente e idealmente.

Il quadro è chiaro. Il governo Berlusconi rappresenta un pericolo gravissimo per la sua natura potenzialmente eversiva. Ma oggi Berlusconi e il suo sistema di alleanze - che tanti e profondissimi guasti hanno già prodotto rispetto alle conquiste dei lavoratori ed al complessivo sistema dei diritti costituzionali - sono in crisi.

Berlusconi, oggi più di ieri, può essere sconfitto. Il centro-sinistra può vincere.

L'Ulivo ha avuto la capacità di allargarsi. Le forze che - compiendo un tragico errore di sottovalutazione del pericolo rappresentato dalle destre italiane - nel 2001 avevano scelto di non allearsi con il centro-sinistra, oggi hanno compiuto la scelta inversa. La nostra alleanza è più larga, più convinta, più determinata. I movimenti - ad iniziare dal riesplodere del conflitto sociale, grazie soprattutto alla Cgil, per arrivare al grandissimo movimento pacifista - hanno positivamente contribuito a tale rilancio della nostra opposizione.

La sfida non è, non può essere, semplicemente quella di sconfiggere Berlusconi.

La vera sfida è quella del governo del Paese.

 

3. E la sfida - seria, concreta, non velleitaria, progettuale - è proprio quella, dentro al centro-sinistra, di spostarne l'asse verso sinistra. E' il tema della battaglia che, all'interno di un indispensabile quadro unitario di alleanze, intendiamo compiere perché prevalgano posizioni più avanzate, più in sintonia con quanto ci chiedono le lavoratrici ed i lavoratori, le pensionate ed i pensionati, i giovani, le donne, i disoccupati.

Così, solo così, potremo riconquistare il terreno e i consensi perduti.

Una volta al governo, non dovremo commettere gli errori compiuti nel corso della legislatura nella quale abbiamo governato noi. Dovremo dare risposte concrete e credibili a quante e quanti non hanno più fiducia nei partiti in generale e nei partiti di sinistra nello specifico. Risposte di sinistra.

E' necessaria, innanzi tutto, in un quadro internazionale terribile e profondamente ingiusto, una coerente e rigorosa posizione sulla pace, sul ripudio - come recita la Costituzione - di ogni guerra e, tanto più, della guerra preventiva e permanente.  Solo attraverso la soluzione dei problemi del mondo, si potranno bonificare i bacini dell'odio e sconfiggere il fenomeno terribile del terrorismo.

E' altrettanto indispensabile una forte iniziativa sui temi del lavoro, nella consapevolezza che esso è al centro di un progetto alternativo di modello di sviluppo. I rapporti sociali che derivano dal lavoro condizionano in modo strutturale il rapporto fra stato e mercato. L’istruzione e la cultura, insieme alle grandi questioni sociali, sono parte costituente di quel diverso modello di sviluppo e a loro volta contribuiscono ad arricchire la qualità sociale del lavoro. Per questa ragione, deve essere emblematica e radicale la scelta di abrogazione delle peggiori e più inique leggi approvate dall’attuale maggioranza: la legge 30, la controriforma Moratti della scuola, la legge Bossi-Fini contro gli immigrati, il disconoscimento dell’esposizione all’amianto di migliaia di lavoratori, la legge sul sistema radiotelevisivo. A ciò, si deve accompagnare una più avanzata legislazione sociale, che difenda innanzitutto i ceti più deboli ed esposti ai contraccolpi del nuovo assetto finanziario dell’economia. Questo significa dare centralità alla questione salariale, recuperare la funzione propria del sistema pensionistico, intervenire a favore di politiche di Welfare:  servizi sociali, sanità, scuola pubblica e istruzione, casa, trasporti, vivibilità ambientale. La condizione di tale più avanzata legislazione sociale è il rilancio ruolo del settore pubblico nell’economia. A questo fine si deve tornare alla progressività nell’imposizione fiscale, che non a caso costituisce principio costituzionale, e si deve incardinare il rapporto tra lavoratori e imprenditori in un quadro chiaro di regole sulla rappresentanza sindacale. Solo in un nuovo contesto di relazioni fra lavoro, politiche di sviluppo e dinamiche dell’economia sarà possibile abbattere la visione di un sapere finalizzato alla centralità dell’impresa e dei suoi interessi, che privatizza e mercifica l’istruzione e la ricerca scientifica. La battaglia per la libertà di espressione e per il rispetto del pluralismo nel sistema di informazione in questo contesto è la rivendicazione non soltanto del diritto costituzionale, ma anche del diritto ad una rappresentazione non falsificata della realtà.

Ancora. Occorre una strenua battaglia per il ripristino e il rilancio dei diritti costituzionali, sociali e individuali e della laicità dello Stato, contro ogni discriminazione etnica, di sesso, di orientamento sessuale e contro ogni legislazione di tipo etico-confessionale. Occorre assumere le differenze, a partire da quella di genere, come misura dell'equità e dell'efficacia delle politiche pubbliche, per rendere sostanziale il principio di uguaglianza dei diritti e per garantire l'effettiva universalità dei sistemi pubblici di protezione sociale.

Ma è necessario, anzi indispensabile, condurre anche una battaglia propriamente ideale. Occorre restituire dignità alla politica e ai partiti. Tema difficilissimo. Bisogna sconfiggere, con i comportamenti concreti e non a parole, l'idea che la politica e i partiti politici siano tutti uguali: perché se saremo percepiti come tutti uguali, avrà già vinto Berlusconi. Va dunque recuperata e rilanciata - come stiamo facendo noi Comunisti italiani - la questione morale come grande questione politica nazionale. Occorre un profondo rinnovamento nel modo di essere dei partiti, affinché la politica riprenda ad essere immaginata dai cittadini italiani come quella poderosa leva che consente di cambiare in meglio le condizioni concrete di vita di milioni di donne e uomini. La politica come servizio, come passione, come difesa intransigente di principi, valori e interessi materiali.

Sono necessarie, in definitiva, politiche di sinistra.

4. È la sfida. La sfida riformatrice. Perché non è sufficiente dirsi "riformisti", parola abusata ed equivoca: il punto è quali riforme concretamente fare. E' la battaglia, classica, per l'egemonia, anche dentro al nostro sistema di alleanze.

Una battaglia che, con lo spirito unitario che contraddistingue sin dalla sua nascita il nostro partito, intendiamo svolgere sino in fondo, per sconfiggere Berlusconi, riconquistare i consensi delle lavoratrici e dei lavoratori perduti nell'astensione o andati a destra, riportare il centro-sinistra al governo e cambiare il nostro Paese in senso progressista e democratico.

Ripartiamo, anche simbolicamente, da Rimini. I Comunisti italiani rilanciano l'idea che la sinistra possa ritrovare la via dell'unità: nel rispetto delle identità e delle differenze di ciascuna della sue componenti, ma valorizzando - con chi ci starà - la grande idea che uniti si è più forti. Uniti si vince. E' la proposta della confederazione della sinistra, che rilanciamo, a partire dai contenuti - pace, lavoro e diritti - che proponiamo a tutte le forze di progresso e a tutte le donne e gli uomini del nostro Paese.

 

Una nuova fase mondiale

1. L'Italia è parte costitutiva ed essenziale dell'Europa unita. Oggi la frontiera dell'unità europea è avanzata e si è estesa. Eppure vecchie e nuove forze conservatrici e reazionarie ostacolano in ogni modo tale prospettiva. Nel mondo attuale, sconvolto da una crisi globale, compete all'Europa un ruolo decisivo per una diversa politica internazionale. Una politica garantita dai principi di pace, solidarietà e progresso sociale sanciti dalle sue istituzioni. Il Trattato costituzionale, influenzato dalle forze moderate del vecchio continente, va processualmente modificato in tante parti. Ma la sua stessa esistenza rafforza i legami interni all'Europa e rifiuta l'idea di un mondo unipolare. L'Europa che vogliamo è unita, autonoma e indipendente. Una indipendenza che rivendichiamo sul piano politico ed istituzionale per rafforzare la sua funzione su scala mondiale, sul piano economico per le grandi potenzialità tecnologiche e la vastità del suo mercato, sul piano sociale per la sua tradizione, unica al mondo, di welfare, sul piano della politica della Difesa perché rifiutiamo qualsiasi subalternità verso gli Stati Uniti d'America. Questa è l'ispirazione di fondo con cui i Comunisti italiani vanno alle elezioni europee.

2. Il mondo di oggi è quello della guerra preventiva e permanente. Essa è la risposta neoimperialista alla crisi mondiale di sovrapproduzione. La guerra, imposta dall’unica grande potenza mondiale, ha sostituito la politica estera. Dopo l’attacco alle Twin Towers e dopo l’Afghanistan, l’occupazione dell’Iraq segna un’ulteriore tragica tappa di questa nuova fase, mentre l’attacco terroristico sconvolge sicurezze consolidate, crea incertezza e paura. L’estrema destra neoconservatrice degli Usa intende imporre con la forza il proprio dominio economico, militare, culturale e di valori sul Paese intero, manifestando un violento attacco alle istituzioni multilaterali. La guerra è insieme l’apice di una fase e il segno di una sua crisi. Il modello di sviluppo dominante prevede una crescita infinita, incompatibile con i limiti biologici del pianeta. Ma tale insostenibilità è diventata oramai consapevolezza diffusa. Si cerca di dare a questa contraddizione e alla crisi delle ipotesi neoliberali una risposta da destra.

3. Il ruolo degli Stati Uniti è cruciale. Negli anni 90, mentre tutti gli Stati subivano una spoliazione progressiva di funzioni e sovranità, gli Usa incrementavano il loro ruolo, affermando l'ideologia del mercato come unico parametro dello sviluppo umano e utilizzando a questo fine le istituzioni multilaterali. Banca mondiale, Fmi, organizzazione mondiale del commercio e G8 sono stati luoghi e strumenti per imporre nuove regole ai fini dell’appropriazione di ogni risorsa del pianeta. Tale processo era garantito dagli Usa attraverso la moneta dominante negli scambi: il dollaro. Così esplodeva la dimensione finanziaria e speculativa del capitalismo che garantiva ai Paesi più ricchi una illusoria fase di sviluppo trasferendo altresì verso di loro attraverso il debito le risorse di quelli più poveri. Ma la crisi della new economy ha determinato l’impoverimento delle classi medie, la bancarotta di interi Paesi, il crollo del reddito di miliardi di persone, una nuova ed enorme accumulazione di capitali: una crisi analoga a quelle che nella storia hanno quasi sempre determinato l’affermarsi di regimi autoritari e reazionari.

4. Così è avvenuto negli Stati Uniti con l’avvento di una amministrazione diretta espressione delle multinazionali del petrolio e delle lobbies militari e industriali, portatrice di una ideologia violentemente conservatrice ed integralista. Ma tale avvento ha determinato, anche grazie alla precedente resistenza politica e culturale al pensiero unico, uno straordinario movimento che, manifestatosi a Seattle, ha criticato radicalmente il modello neoliberista, praticato una relazione forte fra Nord e Sud, valorizzato esperienze eterogenee grazie alla capacità di mettersi in rete, costruito una capacità di proposta innovando la relazione con la politica e contribuendo a determinare straordinarie esperienze come quella connessa alla vittoria di Lula. Tale movimento ha contribuito a fare emergere il protagonismo dei Paesi del Sud del mondo, come si è visto a Cancun, dove è sorta una nuova alleanza fra Brasile, Cina, India e Sud Africa, e ha influito sul rifiuto francese e tedesco dell’invasione dell’Iraq collegandosi all’immensa forza del movimento per la pace, mentre in America Latina, grazie anche alla esperienza del Foro di San Paolo, si è avviato un processo unitario di quante e quanti si oppongono al progetto di dominio nordamericano e dando così vita a una identità latino americana ed a un progetto comune.

5. Ciò manca ancora alla sinistra europea. Mentre quella sudamericana opera per una integrazione attorno al progetto Mercosur, quella europea si divide sul giudizio in merito all’integrazione europea. Il controllo diretto delle fonti energetiche è lo strumento tramite cui gli Usa intendono contenere l’emergere di Cina ed Europa. Questa è uno degli obiettivi della guerra permanente da colpire impedendo la sua costruzione, negando all’euro il ruolo di moneta alternativa al dollaro, imponendo anche attraverso la Nato la subalternità tecnologica e politica dei sistemi di difesa europei. L’Europa è a un bivio e la destra Usa ha proprio in Berlusconi uno dei suoi principali alleati. Ciò spiega la radicale svolta nella politica estera del nostro Paese che ha portato in pochi mesi sia a perdere il ruolo positivo che aveva l’Italia nell’area del Mediterraneo, sia a smarrire la sua funzione decisiva nella costruzione europea. La partecipazione dell’Italia all’avventura coloniale in Iraq è la più plateale dimostrazione di tale subalternità: si intende subordinare il mercato europeo ad esigenze esterne, svuotare lo Stato sociale, che ha rappresentato in Europa uno dei più avanzati compromessi di classe del mondo, attaccare diritti sociali e civili, negare legittimità al conflitto sociale.

6. L’Unione europea che vogliamo deve essere pienamente democratica e attrice di pace, non fonte di nuovo imperialismo: instabilità e conflitti nel Mediterraneo e nel Medioriente, le guerre in Africa, la rincorsa agli armamenti, sono condizioni che ritardano lo sviluppo economico dell’Unione. Essa deve dotarsi di strumenti politici e istituzionali all’altezza della sfida, per una soluzione giusta del conflitto israeliano palestinese, per una stabilizzazione del Medioriente in base al principio di autodeterminazione, per la ricostruzione economica dell’Africa. In queste aree l’Europa ha una responsabilità storica che deriva dal suo passato. Per questo è vittima del complesso di colpa. L'Ue ha gravi responsabilità nel conflitto israeliano palestinese per non aver preteso da Israele l’applicazione della risoluzione dell’Onu. Ma l’accordo sottoscritto a Ginevra fra personalità israeliane e palestinesi dimostra che una pace giusta è possibile. Serve peraltro un ruolo nuovo dell’Onu, urgentemente riformata: ne occorre una sua rifondazione come rinascita del diritto internazionale e della legalità che passi dalla sconfitta del neoliberismo e che escluda un ruolo impotente analogo a quello della vecchia società delle Nazioni.

7. È in questo contesto che avviene il fenomeno epocale di grandi migrazioni di massa verso la parte più ricca del pianeta. Esse, causate da squilibri mondiali e da una immensa disperazione, mettono in discussione equilibri e identità e sono oggettivamente destabilizzanti. Ma tale fenomeno è inevitabile. Va governato in base a una logica di accoglienza e di integrazione che, sole, portano sicurezza ai cittadini europei. Ma per i Comunisti il fenomeno delle migrazioni rappresenta qualcosa di più, e cioè la somma delle principali contraddizioni nel mondo: il rapporto Nord Sud ed il conflitto capitale lavoro. Un migrante incarna un doppio sfruttamento: il saccheggio della propria terra d’origine da parte dei Paesi ricchi e la più tradizionale alienazione del lavoro salariato, spesso in condizioni di precarietà ben peggiori di quelle dei lavoratori italiani. Organizzare le loro lotte e offrire loro una coscienza di classe è compito ineludibile dei Comunisti.

8. Nell’ambito della lotta per la pace, per la cooperazione fra i popoli, per una riforma degli organismi internazionali, domina oggi sopra ogni cosa la campagna contro la guerra. La guerra è un abominio, ed alimenta lo stesso terrorismo: l’Occidente rischia di trasformarsi in un bunker militarizzato perché alla guerra permanente si contrappone inevitabilmente il terrorismo globale. L’Italia non deve prendere parte alla guerra. L’Iraq deve essere consegnato agli iracheni. I Paesi occupanti si devono ritirare, sostituiti da truppe dell’Onu costituite da militari di nazioni non aventi preso parte al conflitto, per poi restituire all’Iraq la piena sovranità nazionale. Il governo italiano è responsabile politicamente e moralmente del massacro dei nostri uomini avendoli mandati, obbedendo a Bush, in Iraq senza alcuna rete di protezione. L’Italia deve ritirare immediatamente le proprie truppe d’occupazione.

 

L’Italia. Caratteri di un regime autoritario inedito

1. Qual è la natura del governo Berlusconi? Lo scenario economico e industriale del Paese vede il declino delle grandi famiglie; il sorgere di una nuova generazione di imprenditori, in una parte della quale prevale su tutto il resto la spregiudicatezza e l’affarismo; lo sviluppo di centinaia di migliaia di imprese medie, piccole e artigiane sovente subordinate a imprese grandi, grandissime o multinazionali; la tendenziale scomparsa dell’impresa pubblica, sostituita non da una maggiore concorrenza ma da oligopoli multinazionali, dislocandone spesso all'estero l'agente di comando sul lavoro; l’affermazione del mercato e della competizione come riferimento principale nell’organizzazione sociale; la sovrapposizione parassitaria dell'economia finanziaria su quella reale.  Il governo Berlusconi corrisponde a un insieme di punti di vista, di pregiudizi e di paure che rinviano alle radicali modificazioni della struttura economica e sociale dell’Italia avviatesi fin dagli anni Settanta, agevolate e incoraggiate negli anni del craxismo, maturate dal rapidissimo modificarsi del panorama politico mondiale e nazionale a seguito della caduta del muro di Berlino e dalla decomposizione dei Paesi dell’Est

2. Questi cambiamenti strutturali e la conseguente modificazione delle condizioni sociali hanno rappresentato lo scenario della vittoria delle destre. Si è affermato in alcune zone un pensiero xenofobo e razzista; un pensiero neo-oscurantista collegato alla più conservatrice tradizione cattolica; un pensiero populista caratterizzato dal rapporto mediatico del leader con gli elettori; un recupero spesso strumentale dell’esperienza fascista italiana teso a rompere la continuità politico-ideale con la Repubblica costituzionale nata dalla Resistenza. Le destre al governo hanno cavalcato l'ideologia dell'antipolitica, e cioè la pretesa insufficienza della politica nel risolvere i problemi del Paese, conseguentemente il dominio dell’economia sulla politica, del privato assoluto sul pubblico, della competizione sulla solidarietà, del particolarismo sull’universalismo. Ne è derivata ed è in corso una colossale opera di distruzione del modello di civiltà edificato nell'ultimo mezzo secolo e di costruzione del nuovo modello di civiltà imperniato sulla centralità del ruolo dell’impresa.

3. Dalla fase dell'economia di mercato, si vuole passare alla fase della società di mercato: si cerca di ordinare cioè l'insieme della società in ogni suo aspetto in base ai criteri che ordinano l'economia di mercato in ogni suo aspetto. Ciò comporta la dissoluzione dei valori costituzionali, il cui perno è il principio di eguaglianza sostanziale di tutti i cittadini di fronte alla legge e il dovere per la Repubblica di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che impediscono la piena partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori. Le forme politiche che rappresentano questi colossali cambiamenti sono nuove e l’indagine sul passato, pur necessaria, non deve ridurre i processi in corso a un puro passaggio all’indietro. Il secessionismo leghista, la rinascita di forme di sfruttamento ottocentesche, la scuola impostata su basi di selezione di classe, la sanità privatizzata, l'assalto alla previdenza pubblica, in breve la distruzione dello stato sociale, e poi ancora la negazione della separazione dei poteri, il tentativo di imbavagliare l’informazione e di mettere il morso alla scienza e alla ricerca, l'evocazione delle presunte radici nazionali ed europee nel cattolicesimo e nel cristianesimo, in un occidentalismo in cui persino la rivoluzione francese viene letta come una intollerabile rottura rispetto ad una storia e ad una tradizione altrimenti conseguente, non sono soltanto un ritorno al passato ma sono una proposta, per quanto aberrante, di organizzazione sociale, economica e giuridica inedita che corrisponde maggiormente ai mutati rapporti di forza su scala mondiale. In questo quadro si inscrivono le forti tendenze antieuropee del governo Berlusconi.

4. Diversamente da altri Paesi europei non vi è mai stata in Italia una rivoluzione democratico-borghese compiuta. I tempi e le modalità del processo di unità nazionale e il carattere arretrato dello sviluppo capitalistico hanno segnato un ritardo del nostro Paese, una forte connotazione moderata, conservatrice e, in taluni casi, propriamente reazionaria nella formazione dello spirito pubblico. Ciò spiega il fascismo e i suoi caratteri che, è bene ricordare, si presentarono inizialmente come rivoluzionari. Questo processo fu interrotto con la Liberazione e con il cinquantennio costituzionale, durante il quale comunque mai la sinistra è riuscita ad andare al governo sia a causa dei noti condizionamenti internazionali, sia a causa della grande forza politica e sociale del partito che rappresentava la continuità – in chiave interclassista – della moderazione e della conservazione, e cioè la Democrazia cristiana. La storia evoca quello che è stato chiamato lo spessore reazionario del nostro Paese; da questo nascono le radici della vittoria elettorale delle destre.

5. Questa vittoria è stata però obiettivamente agevolata da una serie di errori gravi e di scelte esiziali operate delle forze democratiche e dalla stessa sinistra. La "politica della modernizzazione" di Craxi negli anni Ottanta, alla quale giustamente si oppose Enrico Berlinguer, rappresentò la piena accettazione del liberismo; essa, collegata agli effetti del crollo del muro di Berlino, contribuì a devastare la sinistra e a indebolire la struttura democratica del nostro Paese. Lo stesso governo di centro-sinistra, pur avendo realizzato risultati importanti nell'ambito di un giudizio complessivamente positivo, non è stato esente da errori: per esempio la mancata legge sul conflitto di interessi, la mancata legge sulle rappresentanza sindacale, la politica delle privatizzazioni. Ancora oggi si persevera su scelte e linee politiche sbagliate e pericolose: dai reiterati attacchi alla Resistenza, a partire dall'accettazione della lettura di destra del dramma delle foibe, all'equiparazione dei fattori degenerativi dei sistemi dell’Est europeo con i genocidi del nazismo, alla condanna senza appello del regime cubano.  In sostanza, pur in presenza di una forte domanda di progettualità, è carente nella sinistra e nelle forze democratiche una visione generale alternativa al sistema economico dominante e ai suoi valori.

6. Per di più negli enti locali è avvenuto un progressivo processo di concentrazione e di personalizzazione dei poteri. L’elezione diretta del sindaco, l’eliminazione di tutti i controlli di legittimità degli atti amministrativi, il trasferimento reale di poteri dalla sfera politica a quella dirigenziale, la sottrazione di quasi tutti i poteri ai Consigli, hanno fortemente intaccato il livello democratico del sistema delle autonomie, senza snellirne l’azione amministrativa, né migliorandone la professionalità e la competenza. La nomina delle Giunte da parte dei Sindaci o dei Presidenti delle Province e delle Regioni ha fortemente limitato le caratteristiche democratiche della Giunta stessa, mentre con l’elezione diretta l’elettorato non ha più potere di controllo sull’eletto per tutto il resto della legislatura. Il livello locale è però quello dove oggi maggiormente si giocano alcune partite fondamentali per i diritti di cittadinanza di tutti, per la partecipazione democratica, per la sperimentazione dei modelli di welfare, per la qualità dell’ambiente e del territorio; gli enti locali possono essere cioè volano del cambiamento o strumento della conservazione. Per questo sarà centrale l’appuntamento delle prossime elezioni amministrative.

7. Il governo Berlusconi ha operato fino ad oggi per un radicale cambiamento dell’economia, della società, dello Stato e della politica, realizzato in contrasto, sotto l’aspetto sostanziale, con i valori e gli interessi tutelati dalla Costituzione e, dal punto di vista formale, con i requisiti minimi di qualsiasi stato di diritto.

a)         Il cambiamento dell’economia avviene espropriando lo Stato del ruolo di governo e di gran parte di regolazione dell’economia. L’attività economica, liberata in modo pressoché totale da lacci e laccioli, attraverso norme che sostengono gli interessi delle imprese e dell’economia finanziaria e attraverso la destrutturazione del diritto del lavoro, si dimostra largamente incapace di autoregolamentarsi. Tutto ciò ha determinato in breve tempo il crollo della produzione, la crisi di tante imprese, la caduta delle esportazioni, un drammatico connubio fra recessione e inflazione, che può condurre ad una situazione di collasso e che ha già portato all’esplodere di una moderna questione sociale: precarizzazione generale dei rapporti di lavoro, nuove povertà che oramai comprendono persino famiglie a reddito fisso, moderna proletarizzazione dei ceti medi, licenziamenti di massa, azzeramento di ogni diritto legato alla differenza di genere, con conseguente caduta della domanda interna che a sua volta determina una ulteriore diminuzione della produzione e un ulteriore aggravarsi della crisi. Al declino del Paese si aggiunge la specifica crisi del Mezzogiorno, dove va avanti un vero e proprio processo di deindustrializzazione, mentre nulla è previsto per il suo sviluppo. La classe dominante che predica il liberismo di mercato come il nuovo vangelo dell’organizzazione economica e sociale, in realtà spesso lo nega alla radice: prevalgono oligarchie monopolistiche e la concorrenza viene conculcata.

b)        Il cambiamento della società avviene attraverso la rapida distruzione dello Stato sociale, la conseguente diminuzione della coesione sociale, la precarizzazione generalizzata del lavoro che lascia le giovani generazioni senza tutele nella costruzione del proprio futuro, l’elevazione della famiglia quale unica struttura sociale, il nucleo elementare – caricato di oneri e di compiti di sostegno sociale diretto - di una società scomposta, sempre più divisa fra ceti sociali, sempre meno comunicante al suo interno. Una società con sempre minori servizi che la innervano e con sempre maggiori imprese che sostituiscono i servizi. Tende a scomparire il cittadino-utente, sostituito dal cliente-consumatore. Nell'arretramento dello Stato rispetto alla società e nel progressivo declino delle varie forme di democrazia diffusa, si affermano sempre più modelli organizzativi con un carattere sussidiario e privatistico, simbolicamente rappresentati dalla privatizzazione persino dei servizi amministrativi della Presidenza del Consiglio. Questa società che il governo sta ridisegnando è sempre meno quella dei diritti e dei doveri; è sempre più quella dei più forti e dei più deboli. In quest’ottica, si può leggere la tendenza al secessionismo come separazione delle zone più  forti, il drammatico abbassamento della soglia di legalità come garanzia di impunità direttamente proporzionale alla quantità di potere posseduto, la scomparsa del valore del lavoro. Le libertà non sono più il traguardo di lotte e di conquiste faticose, di ceti e soggetti subalterni che finalmente si liberano dal bisogno, si liberano dal silenzio dei media, si liberano nella partecipazione politica. Insomma le libertà non sono più strumento di emancipazione politica, economica e sociale. Sono le libertà imprenditoriali sciolte da qualsiasi vincolo statuale o sociale, da qualsiasi obbligo di solidarietà, e perciò puramente affaristiche; così le libertà si svincolano da ogni rapporto con l’utilità sociale, la sicurezza, la dignità umana, la soggettività delle donne e degli uomini. Questa diversa concezione della società e questa perversa concezione delle libertà ha portato all'aggressione alle condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori e al contestuale tentativo di dividere le organizzazioni sindacali e di isolare e colpire la Cgil. Da ciò i ripetuti e sempre più allarmanti attacchi al movimento sindacale, alla sua autonomia, alla sua legittimità democratica, al diritto di sciopero. La negazione del diritto all'istruzione per tutti e tutte costituisce elemento essenziale al progetto di regime di tipo nuovo. La destra vuole conculcare definitivamente questo diritto riportando il Paese ai tempi in cui solo ristrette élites avevano diritto ad una istruzione qualificata. Abbassa l'obbligo scolastico e istituisce un vero e proprio ritorno all’antico “avviamento al lavoro”, colpisce la scuola pubblica elementare e dell'infanzia, taglia la scuola pubblica e finanzia quella privata. Con la legge Bossi-Fini sulla migrazione, si negano i diritti di cittadinanza e agli stranieri viene indicata la strada della clandestinità e dell'emarginazione, subordinando la possibilità di soggiorno alla stipula di un contratto di lavoro fra privati e introducendo norme velleitarie e controproducenti al fine di impedire gli sbarchi e riducendo il diritto di asilo. Ed infine la diversa concezione della società e la perversa concezione delle libertà si desume dal peggioramento secco delle condizioni delle persone più "deboli", a cominciare dai disabili, e dalle odiose discriminazioni nei confronti delle diversità, quale l'omosessualità. Stessa logica repressiva, inutilmente ed odiosamente, viene poi applicata nei riguardi del fenomeno della tossicodipendenza. E' l'idea della normalizzazione autoritaria della società, per cui ogni differenza e ogni disagio è devianza, pericolosa socialmente.

c)   Il cambiamento dello Stato si muove verso la negazione delle sue molteplici funzioni e verso l’affermazione di sempre più spiccate attribuzioni di comando all’esecutivo. Se il fascismo, nel pieno del regime, ha teso a rappresentare lo Stato assoluto (tutto nello Stato, tutto con lo Stato, tutto per lo Stato, nulla fuori dello Stato), il berlusconismo ne rappresenta paradossalmente l’inverso: tutto fuori dallo Stato. Lo Stato assoluto si rovescia nel suo contrario: il mercato assoluto. Per alcuni aspetti, il mercato si fa Stato e in questa misura rifiuta ogni vincolo e condizionamento. La separazione dei poteri diventa intollerabile. Un’azione della magistratura che in qualche modo interferisca con il mercato che si fa Stato, con l’imprenditore che si fa politico, è intollerabile. Per questo la magistratura non può più essere autonoma e indipendente, né il potere legislativo può essere demandato al Parlamento, ma va ricondotto ad una maggioranza che tende ad operare come una totalità e risponde gerarchicamente all’esecutivo. E’ in questo quadro di abbassamento progressivo dell’idea stessa della legalità e del rispetto della legge, che si inserisce il nuovo patto scellerato tra politica, economia e grandi organizzazioni criminali, soprattutto (ma non solo) nel Mezzogiorno d’Italia. La malavita organizzata – e segnatamente i fenomeni mafiosi siciliani – hanno sempre avuto, in forme più o meno visibili, un rapporto diretto con il potere politico. Ma il contrasto a tale tragedia italiana si è affievolito, quando non decisamente azzerato, grazie alle politiche del governo. L’attacco sistematico ai magistrati antimafia, le misure sulla giustizia che rendono sempre più difficile lo svolgimento del processo penale e le stesse indagini, la progettazione delle cosiddette “grandi opere” ritenute prioritarie dal governo (si pensi al Ponte sullo Stretto), l’idea che – in fondo – con la malavita organizzata si possa convivere, l’abbassamento della battaglia ideale e culturale, la scelta del sottosviluppo e della disoccupazione di massa nel Sud, che consegna tanti disperati all’illegalità diffusa: tutto porta alla costituzione di un nuovo patto tra nuove classi dirigenti e vecchi poteri malavitosi. Incrostazioni e collusioni che sono riaffiorate con prepotenza – per quanto mai del tutto sconfitte anche in precedenza – nei tre anni del governo Berlusconi. In tutti questi processi, si può avvertire l’insorgenza di un nuovo totalitarismo della rappresentanza politica maggioritaria che risponde a un’idea assoluta dell’impresa (quella legale e quella illegale) concepita esclusivamente come fare denaro. Un totalitarismo paradossale, privo di senso di responsabilità e di senso del limite, privo - appunto - di senso dello Stato.

d)  Il cambiamento della politica era stato promesso: all'atto dell'insediamento del suo governo, Berlusconi si era impegnato a realizzare "il nuovo modo di fare politica". Esso nega il carattere della politica come mediazione, demonizza l'opposizione negandone in sostanza legittimità - con pericolose tendenze a negarne la legalità - tende a imporre un'omogeneità nelle idee, nel culture e nel personale di direzione e a negare qualsiasi diversità nel campo dell'informazione e negli altri campi della vita intellettuale del Paese. Ogni opposizione - politica, sociale, culturale - diviene così un nemico da distruggere. L'opposizione parlamentare viene giudicata come un ostacolo, un intralcio. Lo stesso gioco parlamentare viene giudicato come un appesantimento di un percorso decisionale altrimenti più veloce, efficiente, produttivo. L'aver definito opposizione, magistratura e stampa come "tre anomalie", spiega bene il "nuovo modo di fare politica", ne indica il carattere sovversivo, coincide col "programma di rinascita democratica" formulato dalla P2. La "politica dell'antipolitica", insomma, è un impasto "avanguardista", spesso plebeista, spesso provocatorio, del tutto inedito. Ma si muove in base a un disegno coerente di negazione dei valori e dei poteri costituzionali. Le frequenti quanto inusuali dichiarazioni di Berlusconi non si possono ricondurre alla categoria dell'errore, della gaffe, ma concorrono alla realizzazione di un progetto. Assistiamo a questo proposito ad un processo di controllo capillare del sistema dell'informazione in Italia, un controllo che va oltre il tema del conflitto di interessi del premier e si estende ben al di là del monopolio dell' emittenza privata e del controllo sui principali canali del servizio pubblico. Impossessatosi legittimamente, cioè col voto, della maggioranza parlamentare grazie al maggioritario, e del potere esecutivo, questo governo riduce la democrazia al voto e alla conseguente maggioranza. Fra un'elezione e la successiva, nulla deve turbare il manovratore: l'eletto non è processabile perché, appunto, "eletto dal popolo", l'opposizione è irrilevante, i movimenti sono irrisi quando non attaccati sul piano dell'ordine pubblico, la partecipazione popolare è una categoria espunta dai meccanismi democratici, la soggettività della donna violentemente ricondotta nell’ambito di politiche cosiddette familistiche. La democrazia complessa prevista dalla Costituzione viene ridotta al volere di una maggioranza che si fa totalità, di un esecutivo che impone il comando, di un premier che opera come un dominus. Le decisioni, i comportamenti, lo stile del governo, e del presidente del consiglio in particolare, hanno determinato una situazione di permanente conflitto con la Costituzione repubblicana e una tendenziale fuoriuscita dal suo spirito e dalla sua lettera. Ciò che è stato svolto negli ultimi due anni è un lavoro e un lavorio teso a prefigurare una costituzione reale altra rispetto alla Costituzione della Repubblica, sia per ciò che riguarda i principi fondamentali che per ciò che riguarda i titoli successivi della Carta. E' sintomatica l'abrogazione della tredicesima disposizione finale della Costituzione relativa ai Savoia. Gravissimo è stato l'errore di quasi tutte le forze dell'opposizione, che hanno approvato questo provvedimento ad eccezione, naturalmente, dei Comunisti italiani e di pochi altri.

8. Siamo nella fase avanzata di avvio di un processo di degenerazione della democrazia e di cambiamento del carattere delle istituzioni. Nel ribollire delle tendenze di destra, spesso contraddittorie, emerge la figura del leader carismatico, del culto della personalità. Prevale il personalismo, non sufficientemente contrastato per lungo tempo anche dalle forze di centrosinistra; e peraltro agevolato da un sistema maggioritario che ha teso a caricare nel ruolo di un individuo, per quanto autorevole, i destini di una comunità o di una società. Ciò ha portato ad un attacco senza precedenti al principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, attraverso le leggi ad personam che sul piano generale. Il cosiddetto lodo Schifani - uno per tutti - viola il principio di uguaglianza, mentre è sempre più palese un doppio passo della legge, garantista verso i forti e violentemente punitiva verso i diseredati e gli emarginati. La coincidenza del potere politico col potere economico porta anche all'interesse economico personale di chi governa. La cointeressenza di Bush e di tanta parte dell'establishment Usa al grande affaire del petrolio in Iraq, o, in Italia, la vicenda del conflitto di interessi e delle cosiddette leggi ad personam per Berlusconi, non sono fatti casuali. Sono una delle conseguenze delle politiche di questi governi di destra ove l'economico, cioè il privato, prevale sul politico, cioè sul pubblico.

9. Ma tutto ciò avviene non senza contrasti anche laceranti fra partiti diversi. La Casa delle (cosiddette) Libertà rappresenta un'alleanza politica che contiene un’anima che intende trasferire le logiche di impresa e di marketing nella politica e nella vita istituzionale, e che perciò si manifesta in forme illiberali, autoritarie, ademocratiche, in alcuni casi antidemocratiche; e contiene un’altra anima che vorrebbe dare alla destra italiana quel carattere conservatore, ma liberaldemocratico, che è sempre stato negato alla destra italiana. Per questo Forza Italia, pur non essendo più il “partito di plastica” del ’94, è ancora un partito senza storia e senza retroterra culturale. La Lega Nord è un partito piccolo su scala nazionale, ma di massa nel nord Italia, con una forte identità, una connotazione plebeista, razzista e xenofoba, un riferimento ad un sistema di valori tipico del ribellismo piccolo borghese. Alleanza Nazionale è un partito di massa, sopravvissuto alla distruzione del sistema dei partiti nato nel dopoguerra. Un partito politico, nel senso più classico dei termini, cioè con una capacità di mediazione e di compromesso più elevata degli altri due alleati. Un partito però diviso fra un’anima liberale e un’anima del “fascismo sociale”. Tutto il partito infine, proprio perché presidenzialista, centralista e nazionalista, vede con sospetto e con sempre più evidente rancore le sortite di Bossi e la sua apoteosi dell’antipolitica. L’Udc infine ha un rapporto stretto con la Cei e coniuga forme di integralismo cattolico con propensioni alla solidarietà sociale. Esiste un insieme di contrasti laceranti in una compagine di governo che pure ha manifestato una capacità di destrutturazione democratica forte e incisiva. Al di là di tali contrasti tutte le forze politiche al governo hanno una storia esterna, estranea e in qualche caso contrapposta a quella delle forze costituenti.

10.  Siamo in un processo ancora magmatico e contraddittorio, ove però si muovono allarmanti coerenze e un generalizzato attacco alla Costituzione repubblicana, alle conquiste dei lavoratori, alle fondamenta dello Stato democratico. Parlano i fatti: le gravi e ingiustificate violenze di Genova, gli attacchi violentissimi e permanenti contro i magistrati, lo specifico attacco al Csm, la riforma dell'ordinamento giudiziario, la legge - peraltro non ancora approvata - sul conflitto d'interessi, non varata dal precedente governo dell'Ulivo, la progressiva distruzione del pluralismo e la diminuzione della libertà d'informazione, il clima cupo, di paura e di vere e proprie liste di proscrizione che questo governo ha introdotto in tanti settori della vita pubblica, la entusiasta accettazione dell'invasione dell'Iraq e il conseguente e successivo invio di militari italiani, le leggi ad personam, il rifiuto di sottoscrivere la normativa antirazzista in Ue, la palese strumentalità della commissione Telekom Serbia e di quella sul dossier Mitrokhin, le minacce ricorrenti all'opposizione, l'uso spregiudicato e personale delle televisioni attraverso messaggi al popolo a reti unificate, configurano un comportamento costante e reiterato che va nella direzione di un regime autoritario di tipo nuovo. Le annunciate riforme costituzionali, cui l’opposizione non deve offrire alcuna sponda, vanno in quella direzione: la devoluzione come grimaldello per scardinare l'universalità dei sistemi pubblici di protezione sociale e quindi l’eguaglianza dei cittadini, uomini e donne, nei loro diritti fondamentali (sanità, scuola, sicurezza); il presidenzialismo e il premierato cosiddetto "forte", come definitiva affermazione del potere di uno sugli altri, fondato sul plebiscito popolare e in un quadro di clamorosa concentrazione mediatica.

11.  In questo quadro, il compito è quello di contrastare in modo rigoroso la deriva autoritaria, difendendo, ripristinando e rafforzando il quadro istituzionale, in modo da riportare a normalità il rapporto fra attività politica e ordinamento giuridico. Davanti al moderno sovversivismo in atto da parte delle classi dirigenti, l'opposizione, per tornare a governare, deve sostenere un alto livello di contrasto e di proposte, che non possono essere ridotte al solo ambito parlamentare. L'opposizione vincerà se sarà in grado di collegarsi profondamente con la società e col territorio, candidandosi a rappresentare gli interessi della maggioranza degli italiani, e cioè di un nuovo blocco sociale formato dalle lavoratrici e dai lavoratori dipendenti, dai precari, dai disoccupati, dai pensionati, dal composito mondo del lavoro autonomo, dalla parte migliore dell'imprenditoria italiana, quella cioè che, in ultima analisi, si riconosce nel dettato costituzionale. E' l'alleanza fra i ceti progressisti e i ceti moderati, ovvero fra lavoratori dipendenti, ceti medi e il mondo di quell'imprenditoria più avanzata, che non si riconosce nell'attuale linea di Confindustria. Insomma l'opposizione deve dare vita a una grande battaglia sui temi economici e sociali. Ma deve anche contrapporre, al devastante sistema di valori veicolati da questo governo, una vera e propria "riforma intellettuale e morale" che rilanci i principi della pace, del lavoro, dei diritti, della valorizzazione delle differenze. Di grande rilievo, in questo contesto è il rapporto col mondo cattolico. Deve infine riprendere le bandiere della pace e operare per il rilancio della straordinario movimento che si è opposto - in Italia e nel mondo - all'aggressione angloamericana in Iraq.

12.  Tanto più efficace sarà il contrasto al governo Berlusconi e la proposta alternativa, quanto più forte sarà la sinistra nel nostro Paese. A queste forze infatti è consegnata la rappresentanza autonoma della parte essenziale del blocco sociale: l'Italia delle lavoratrici e dei lavoratori. La ricostruzione di una loro rappresentanza politica è decisiva ai fini della sconfitta delle destre. Ma ciò carica la sinistra di una grande responsabilità nella costruzione di una sua nuova unità. I Comunisti italiani hanno un ruolo centrale in questo processo in tre direzioni: essere i portavoce più conseguenti e rigorosi di una linea di unità a sinistra, nell'ambito di una strategia di unità democratica; intervenire nella società, e in particolare nel mondo del lavoro, per proporsi come nucleo fondamentale della sua rappresentanza politica autonoma; salvaguardare la propria diversità, cioè la propria identità di nuovo partito comunista, che tenta di raccogliere la più ampia eredità dei comunisti italiani, e di costruire rapporti diretti con i lavoratori e gli altri ceti sociali.

 

Il quadro economico

1. La fase attuale vede arrivare a compimento un momento della crisi capitalista, che ha portato alla deindustrializzazione dei Paesi del G7 a favore della finanziarizzazione dell'economia.

Questo processo il cui inizio si può datare con la rottura, da parte degli Stati Uniti, degli accordi di Bretton Wood  nel 1972 prende corpo concretamente con la Reaganomics e il Thatcherismo una decina di anni dopo.

Tale politica, neoliberista in economia e reazionaria nelle relazioni sociali, prevede lo smantellamento delle funzioni dello Stato in quanto organizzazione sociale civile, il mantenimento del medesimo solo per finanziare direttamente ed indirettamente la finanziarizzazione dell'economia.

Gli effetti a livello sociale di questa politica nei Paesi a capitalismo avanzato sono stati disastrosi. La chiusura delle industrie manifatturiere a favore del mantenimento del tasso di profitto tramite l'investimento di capitale speculativo ha prodotto una fortissima crisi sociale nei Paesi una volta definiti i più industrializzati (G7). L’enorme aumento della povertà tra le popolazioni dei Paesi più industrializzati ne è la conseguenza più drammatica.

In questi anni si è delocalizzata la struttura produttiva rendendo meno tangibile uno dei poli del contrasto sociale. L'elemento di visibilità dell'imprenditore è nella maggior parte dei casi scomparso, sostituito da figure di surrogati (dirigenti, presidenti, amministratori delegati, etc) referenti di una anonima struttura societaria che, proprio in quanto tale, esaspera il concetto di profitto. Tale processo in Italia si esprime nel tentativo di trasformazione che ha cercato di ottenere, spesso non riuscendovi, grandi dimensioni di impresa per reggere il confronto internazionale e superare il carattere familiare della direzione dell'industria. In questo quadro si modificano i tradizionali sistemi di governo dell'impresa con l'ingresso degli investitori istituzionali (fondi pensioni, assicurazioni, etc) che si affiancano alle grandi banche. Tutto ciò porta alla grande impresa con proprietà dispersa e con la scomparsa del controllo padronale, e la posizione di quest'ultimo viene assunto da manager non societari. Il capitale finanziario si rende autonomo dall'industria e si afferma con una funzione di controllo dello sviluppo sottraendo quest'ultimo alla politica e al governo pubblico. Avviene così una rapida modificazione del diritto che si subordina alle lobbies economiche attraverso lobbies di giuristi agguerriti, spalancando le porte ad un’egemonia totalizzante dei contraenti forti e introducendo nuovi e radicali elementi di disuguaglianza giuridica.

2. E' in atto in Italia un intenso processo di destrutturazione della componente “lavoro” che il capitalismo italiano, in particolare, va portando avanti in nome della flessibilità. La regolazione sarebbe il parametro dell’efficienza e l’esclusione della politica e dell’intervento dello Stato deriverebbe come conseguenza inevitabile della globalizzazione. Pertanto, la politica iperliberista che si va affermando procede all’aggressione del lavoro tradizionale con lo strumento delle cosiddette “abilità tecnologiche” delle macchine e delle infrastrutture telematiche in chiave non di supporto ma di sostituzione del lavoro umano. Le nuove forme di sfruttamento sono definite come “libere scelte” verso il lavoro precario nelle diverse forme che oggi dominano il panorama del mercato del lavoro. Questo processo di destrutturazione delle forme stabili di occupazione porta al perpetuarsi della crisi dello sviluppo del Mezzogiorno, e allo stabilizzarsi del modello familiare del Nord-Est estendendo l’incertezza all’intero nucleo, con l’affermarsi della tendenza all’esternalizzazione della produzione industriale.

3. Il fenomeno parallelo che esaspera tali contraddizioni è dato dalla internazionalizzazione della struttura produttiva e dei servizi del “Sistema Italia” conseguente alla disgregazione delle Partecipazioni statali, concomitante con la ristrutturazione e talvolta con la scomparsa di interi settori privati. Su tutto ciò si è innescato un processo di declino e il venire in essere di processi di privatizzazione che hanno determinato l’acquisizione al capitale straniero di centri decisionali e di servizi di ricerca di comparti importanti dell’economia nazionale.

4. Negli anni 90 è sorto il dogma delle privatizzazioni e si è messo in atto tale processo senza porre alcuna attenzione agli effetti che avrebbe determinato; si modificarono tanto radicalmente ed in tanto breve tempo gli assetti della struttura produttiva del nostro Paese, senza alcun baluardo legislativo atto a garantire un corretto processo di dismissioni che permettesse lo sviluppo della produzione e la garanzia di un potere di controllo sulle politiche industriali dei settori strategici di interesse generale. Energia elettrica, telefonia, autostrade, aeroporti, linee di navigazione hanno costituito una appetibile alternativa alle attività manifatturiere più esposte alla concorrenza internazionale. L’imprenditoria nazionale non ha avuto esitazione nella scelta distraendo risorse dalle attività manifatturiere preesistenti. Si è determinata, di conseguenza, la caduta della già esigua somma di investimenti nella ricerca per l’innovazione dei prodotti, nella crescita di dimensione per reggere i mercati mondiali, nel rafforzamento delle reti commerciali e di assistenza. La caduta di competitività e la perdita di quote di mercato hanno determinato il declino del mercato dei prodotti ad alta tecnologia e ad alta qualità.

5. Invertire tale processo certamente è difficile ma non impossibile: occorre un ritorno a politiche industriali che possano indirizzare l’evoluzione del sistema produttivo nazionale lungo direttrici coerenti con gli interessi generali del Paese, a quelle politiche che sono state troppo sbrigativamente accantonate. Diventa, allora, questione centrale il cambiamento della base tecnologico-produttiva, territoriale, strutturale e politico gestionale del nostro sistema industriale. Quale dovrebbe essere il nuovo modello di sviluppo del nostro Paese cui collegare le nuove politiche industriali? La risposta a questo interrogativo è un disegno generale che, pur nella varietà e multiformità delle situazioni, si riconduca a due obiettivi fondamentali: lo sviluppo omogeneo e distribuito della base produttiva, la piena occupazione. La politica industriale non può solo fondarsi sulla gestione attiva e coordinata dei  molteplici strumenti attraverso i quali la pubblica amministrazione può influire nelle decisioni dell’impresa: concessioni, autorizzazioni, tariffe, incentivi fiscali e finanziari, commesse; ma è altrettanto indispensabile un ruolo attivo del settore pubblico nell'economia: gli investimenti pubblici devono essere finalizzati a precisi obiettivi nei settori ritenuti strategici, tra cui la ricerca e l’innovazione tecnologica di processo e di prodotto, per i quali va bloccata ogni ulteriore forma di privatizzazione. Appare indispensabile, per rimettere in moto il Sistema Italia, la programmazione su settori ritenuti strategici con conseguente investimento di risorse e la realizzazione delle condizioni che ne rendano possibile ed economico l’impegno, in particolare partecipando ai consorzi industriali europei e stimolando la crescita e lo sviluppo dei centri di eccellenza e le tecnopoli.

6. La questione meridionale si ripropone come grande questione nazionale irrisolta, aggravata dal rischio di diventare una tra le tante questioni rimosse del Sud del Mondo. L’attacco sistematico ai diritti, al salario, allo stato sociale, ai trasferimenti di risorse per gli Enti Locali, il venir meno del ricorso alla fiscalità generale per finanziare la crescita eguale di tutti i cittadini, ha ulteriormente aggravato le condizioni del Mezzogiorno. In tale contesto resta ancora valido l’insegnamento gramsciano per cui non vi potrà essere sviluppo dell’Italia senza lo sviluppo del Mezzogiorno. Un rinnovato meridionalismo deve poggiare sulla consapevolezza che esistano diversi mezzogiorni in cui convivono grandi squilibri ed aree ad alta produttività, ma in un contesto generale di sottosviluppo ed arretratezza. Molte delle merci immesse sul mercato interno ed estero vengono prodotte dal cosiddetto “sommerso”, senza però che vi sia il controllo del processo produttivo e degli sbocchi commerciali delle merci prodotte, i cui marchi appunto non sono del Sud. Tali irregolarità e illegalità si innestano su un tessuto gravemente inquinato da organizzazioni mafiose e criminali. Tale sistema è il frutto di una precisa strategia economica a cui è funzionale un sistema creditizio bancario, che invece di incentivare la fuoriuscita della illegalità, serve a frenare lo sviluppo locale e a drenare le risorse. Così facendo si condannano le popolazioni meridionali, anche quelle più attive, a vivere nella irregolarità e illegalità, favorendo l’emorragia delle risorse non solo materiali ma anche umane dal Sud. Il fenomeno parallelo che esaspera tali contraddizioni è dato dalla internazionalizzazione della struttura produttiva e dei servizi del “Sistema Italia” conseguente alla disgregazione delle Partecipazioni Statali, concomitante con la ristrutturazione e talvolta con la scomparsa di interi settori privati. Su tutto ciò si è innescato un selvaggio processo di privatizzazione che ha determinato l’acquisizione al capitale straniero e a quello finanziario degli unici comparti dell’economia nazionale e, in particolare, di quella meridionale dotati di centri decisionali e di ricerca. Questi fenomeni possono determinare conseguenze ulteriormente negative all'attuazione della devoluzione che renderà incolmabile la distanza fra lo sviluppo delle regioni forti e quello delle regioni deboli.

Una politica ispirata ad un rinnovato meridionalismo deve partire dalla richiesta per il Mezzogiorno di interventi certi ed immediati in materia di:

politica creditizia atta a favorire la maggiore diffusione dei processi di ristrutturazione ed aggiornamento tecnologico tra le piccole e medie imprese, con una particolare attenzione in favore dell’imprenditoria femminile. E’ fondamentale infatti frenare la tendenza all’aumento costante del divario territoriale di produttività tra le regioni del Centro-Nord e quelle Meridionali, rimuovendo i maggiori ostacoli di natura economica all’introduzione delle innovazioni ed all’acquisto di servizi di ricerca e sviluppo a costi troppo elevati, mancanza di finanziamenti, rischi troppo elevati. Così che l’attività innovativa delle piccole imprese, maggiormente orientate verso i mercati locali risulta ancora più penalizzata;

politiche di ulteriore snellimento delle procedure Ministeriali e Statali in materia di  approvazione dei patti territoriali,  di istruttoria delle relative iniziative, di modalità di concessione ed erogazione delle agevolazioni in onere dello Stato. Tanto sia per i patti territoriali di prima generazione (12, tutti nel Mezzogiorno), che per quelli di seconda generazione (39, di cui 20 nel Mezzogiorno) e per i patti territoriali per l’occupazione cofinanziati dall’U.E.;

politiche di sostegno allo sviluppo dei sistemi produttivi regionali, per orientare i processi di allocazione delle imprese verso le aree del Mezzogiorno interessate dai contratti d’area e dalle iniziative di istituzione e consolidamento dei Distretti Produttivi e dei Sistemi Produttivi Locali, anche per meglio utilizzare gli incentivi in materia di “consorzi promozionali” e di “consorzi fidi”. Fondamentale rimane per questo lavoro l’azione delle istituzioni pubbliche, Sportelli Unici e/o Agenzie di Sviluppo a cui è demandato il compito di superare il dualismo al ribasso  con le aree dei Paesi del l’Europa Sud-Orientale;

politiche di riequilibrio delle tutele per perdita del reddito per licenziamento, per raggiunti limiti di età, o per sopraggiunta vecchiaia. Nel Mezzogiorno infatti la minore concentrazione di imprese, accompagnata ad elevati livelli di disoccupazione di massa, a persistenti forme di lavoro nero e precario, ha consolidato un equilibrio sfavorevole rispetto al resto del Paese. Tanto sia nelle forme agevolate di anticipo della fruizione della prestazione previdenziale,  sia nel numero dei lavoratori in grado di accedere ai trattamenti previdenziali per anzianità di servizio ( 54,7 al centro-nord, 36,2 nel mezzogiorno),  sia nelle quote di età di uscita (58,6 anni al centro-nord, 60,2 anni al Sud), sia in riferimento al maggior ricorso alle prestazioni di vecchiaia (60 anni per le donne, 65 per gli uomini).

Anche in materia di gestione del territorio va ridefinita e garantita la specificità del Mezzogiorno per cui una politica di regolamentazione dello sviluppo urbanistico e dell’ampliamento industriale ed infrastrutturale, compresa l’inevitabile produzione di scorie e rifiuti derivanti dal complesso delle attività, deve necessariamente raccordare esigenze di crescita occupazionale e di reddito con esigenze di preservazione dell’ambiente cui è allocata la produzione agricola. In questo determinante è la difesa degli ecosistemi contro ogni forma di inquinamento, e la ricerca applicata all’evoluzione ed ammodernamento della produzione agro-alimentare attraverso politiche di sostegno alle grandi filiere della produzione- confezionamento in loco -distribuzione dei prodotti derivati da grano, olivo, vigna, orto-frutto, latte e carne. Opera a cui possono attendere con una rinnovata politica di sostegno pubblico e di partenerariato  verso  le università, i centri di ricerca ed i parchi tecnologici meridionali. Tanto anche in considerazione delle dimensioni di impresa largamente familiare che caratterizza ancora in maniera prevalente l’agricoltura del Sud. Qui le politiche di sostegno integrativo ai valori della produzione realizzata,  si trasformano a seconda delle esigenze dei percettori in reinvestimento produttivo o in reddito da spendere o anche da risparmiare. Ed altresì in considerazione della necessaria opera di difesa della qualità del vivere e dell’alimentarsi  del lavoratore – consumatore, nonché in difesa delle capacità attrattive che territori capaci di conservare i valori della cultura, della storia delle piccole e grandi comunità del nostro Paese possono impiegare correttamente per lo sviluppo permanente, e non stagionale,  della capacità recettiva dell’offerta turistica.  E’ vitale inoltre, per risollevare l’economia di queste aree affrontare i seguenti problemi primari: un piano generale  pubblico per l’utilizzo delle acque ad uso civile, agricolo ed industriale finanziando in primo luogo tutte le opere di adduzione ai grandi invasi, ammodernando la rete idrica regionale ed interregionale, rete che disperde, per la vetustà delle condotte, circa il 40 per cento dell’acqua.

7. L'emigrazione italiana all'estero - Il Mezzogiorno è stato il bacino principale di milioni di italiani emigrati all'estero per cercare lavoro e sostentamento per le proprie famiglie. Gli italiani nel mondo sono chiamati, dopo molti anni, al rinnovo dei Comites, primo banco di prova di verifica del voto per corrispondenza che successivamente sarà esercitato in occasione delle elezioni politiche nazionali per l'elezione di Deputati e Senatori dei loro collegi elettorali. I Comunisti Italiani sono impegnati nella battaglia per il mantenimento dell'identità culturale dei nostri connazionali per un'integrazione di qualità e non assimilazione tramite più istruzione e promozione culturale; per il miglioramento delle loro condizioni di vita a partire da una vera funzionalità dei consolati.

8. La teoria economica dominante considera solo la massimizzazione del profitto e la rendita capitalistica, ignorando volutamente il rendimento decrescente dell'energia e delle risorse non rinnovabili. Anche per questo contestiamo la teoria economica basata sul libero mercato che tutto risolve. E' tempo di porre con forza il tema della riconversione ecologica dell'economia a partire dalle scelte energetiche.

Il pianeta terra è un sistema finito rispetto al quale la crescita e lo sviluppo non rappresentano variabili indipendenti. I cambiamenti prodotti dalle attività umane non devono superare i limiti che rendono irreversibili gli squilibri del sistema biofisico complessivo. La realtà fisica è soggetta a vincoli precisi, come, ad esempio, i tempi biologici naturali necessari all’assorbimento dei rifiuti e degli inquinanti, così come alla rigenerazione dei grandi cicli vitali (aria, acqua, ossigeno, ecc.).Questi vincoli limitano, di fatto, l’aumento indiscriminato della popolazione e della produzione. Dobbiamo pertanto appropriarci del concetto di sostenibilità ambientale intesa come perseguimento dell’equilibrio nel rapporto  tra economia e vincoli biofisici, nella consapevolezza che un’economia ecologica si basa su tre parametri: il lavoro, il capitale naturale ed il capitale prodotto dal lavoro umano. Compito dei comunisti è quello di tradurre questa consapevolezza in proposta, iniziativa e lotta politica. Prioritario è il passaggio dalle fonti energetiche fossili a quelle rinnovabili, così come è necessario porsi obiettivi ancor più ambiziosi dell’assunzione, pur indispensabile, del protocollo di Kyoto. L'effetto serra, le piogge acide, la desertificazione, il buco nell'ozono, l'inquinamento, la distruzione delle foreste e della biodiversità, l'erosione, ci indicano che la strada della crescita economica senza limiti è priva di qualità e di valori, e, soprattutto, è una strada senza ritorno in quanto priva del futuro le prossime generazioni. Il capitale naturale è un patrimonio prezioso di cui dobbiamo prenderci cura al fine di affermare un diverso rapporto tra le persone e tra queste e la natura. L''introduzione delle risorse energetiche alternative rinnovabili si scontra con uno degli aspetti di un inedito imperialismo i cui esisti neocoloniali si fondano sull'imposizione e sullo sfruttamento di fonti energetiche fossili.

 

Più Stato meno mercato

 

1. Dalle analisi svolte, emerge la necessità di una riconsiderazione generale del ruolo dello Stato nell’economia. Storicamente, il successo economico italiano è stato il risultato di una riuscita combinazione fra pubblico e privato. La grande impresa non si sarebbe sviluppata senza il sostegno, in varie forme, dello Stato e il nostro sistema economico, nel suo complesso, non sarebbe cresciuto fino a raggiungere forme di eccellenza in vari campi e livelli tecnologici adeguati senza l’impresa pubblica, o meglio, senza quell’originale sistema delle partecipazioni statali che abbiamo sperimentato per vari decenni. Di qui, l’urgenza  - appunto – di “politiche economiche”, cioè di un intervento consapevole dello Stato per fermare il declino e bloccare concretamente una deriva liberista che crede illusoriamente di poter recuperare concorrenzialità solo diminuendo i salari e liquidando i diritti dei lavoratori. Dobbiamo però essere consapevoli che l’ambito nazionale ormai non è più sufficiente a realizzare “politiche economiche in un solo Paese”. La scelta europea è decisiva: avviare politiche pubbliche nel campo della ricerca, delle nuove tecnologie, della formazione professionale, cimentarsi con le urgenze di uno sviluppo eco-compatibile e dell’inserimento nel nostro mercato del lavoro – e nelle nostre società – delle lavoratrici e dei lavoratori immigrati, si scontrerà con forze potenti che vogliono avere mano libera sull’uso del risparmio sociale per poterlo usare esclusivamente nei circuiti finanziari moltiplicatori di profitti privati. L’uso pubblico dei capitali toglie risorse al capitale finanziario internazionale, principale beneficiario della globalizzazione liberista che imperversa ormai dalla fine degli anni settanta, quando iniziò il processo di liberalizzazione internazionale dei movimenti di capitale.

2. La questione politica cruciale che sta di fronte alla sinistra è proprio questa: come dirottare risorse dai circuiti globali del capitale finanziario e indirizzarle alla crescita economica e alla difesa del welfare nei paesi avanzati e allo sviluppo nei paesi arretrati. In questo senso è probabilmente opportuno assumere le proposte da tempo elaborate, da numerosi economisti, relative alla tassazione dell’enorme massa di capitale speculativo che oggi si sposta senza controlli e limitazioni, causando ed aggravando crisi finanziarie e monetarie (Tobin Tax). Lo scontro oggi è fra l’arricchimento privato di ristrette élites che controllano il capitale finanziario e la crescita del nostro benessere, per lo sviluppo delle conquiste sociali, per la lotta al sottosviluppo, i grandi piani internazionali di risanamento ambientale e di accesso per tutti all’acqua e alla fonti energetiche, all’istruzione e alla sanità. Ecco che allora la sfida che sta di fronte alla sinistra europea è quella di proporre un modello del tutto diverso da quello, oggi vincente, americano, inaccettabile non solo sul piano sociale, ma economico; infatti esso è anche perdente, nelle concrete condizioni europee (impossibilità di reggere il doppio deficit, interno e estero, superpotenza militare, ruolo del dollaro, ecc.), sul piano della concorrenza globale. Nel nostro Paese poi è urgente anche una grande battaglia ideale contro la visione privatistica del governo Berlusconi che, per fare cassa, sta mettendo in “svendita” un patrimonio pubblico di inestimabile valore. Siamo di fronte a una battaglia di civiltà. Più precisamente, si tratta di rovesciare lo slogan del più mercato meno Stato, soprattutto per settori ed attività dove la scelta politica dell'abbandono alle leggi di mercato ha mostrato il proprio fallimento. Di conseguenza, si pone immediatamente il problema delle risorse, che con coraggio (e correndo anche qualche rischio di popolarità), la sinistra deve affrontare puntando con chiarezza e nettezza al ripristino di un’autentica progressività dell'imposizione fiscale, salvaguardando i redditi medio bassi (sopratutto quelli da lavoro dipendente), fornendo strumenti e risorse per la lotta all'evasione, reintroducendo la tassa sulle successioni per i grandi patrimoni. 

 

Il lavoro, il sapere e lo Stato del benessere (welfare state)

 

1. I comunisti sanno da sempre che il lavoro è il fondamento democratico della Repubblica. Per i Comunisti italiani il lavoro è il tema centrale dell'attività politica del partito.

2. I profondi mutamenti in atto nel mondo del lavoro sono il risultato della ristrutturazione del tessuto produttivo conseguente alla crisi dell'organizzazione del lavoro fordista. L’attuale ristrutturazione capitalistica rompe le rigidità ed i controlli costruiti in decenni di lotte dalle lavoratrici e dai lavoratori, scompagina la composizione di classe, cancella diritti universali restituendoli alla disuguaglianza del mercato, attraverso la forza coercitiva del ricatto occupazionale, che fa leva sull’assenza di conflittualità. Milioni di persone sono così escluse dalla cittadinanza che dà il lavoro, non godono delle stesse protezioni sociali, dei diritti democratici, della possibilità di partecipazione collettiva, di contrattazione ed organizzazione di tutti gli altri lavoratori e sono spesso esclusi da qualsiasi negoziazione e rappresentanza sociale. Appare allora con tutta evidenza la pericolosità del progetto contenuto nel libro bianco di Maroni, che rappresenta il cuore del nuovo modello sociale ed istituzionale. L'introduzione del contratto di lavoro individuale con potere di deroga dal contratto nazionale non solo pone il lavoratore e  la lavoratrice in una situazione di totale subalternità all'impresa, ma ridisegna le relazioni sociali, cancellando la rappresentanza collettiva. La ristrutturazione capitalistica del mercato del lavoro ha ripercussioni pesanti sulla vita delle donne consegnandole ad una flessibilità subita e ineluttabile, confinandole nei lavori atipici, precari e parasubordinati, meno remunerati. Nei fatti, il divario del salario in Europa tra donne e uomini è ancora oggi del 28%.  Va valorizzato l'ingresso e la permanenza delle donne nel mondo del lavoro, facendo attenzione a concetti come "adattabilità e flessibilità" che si risolvono più contro che a favore delle donne. Il PdCI si impegna a promuovere politiche attive che incidano sul miglioramento delle condizioni di vita e dell'autonomia delle donne attraverso la valorizzazione delle risorse femminili, perseguendo l'obiettivo di una crescita sia quantitativa che qualitativa della presenza femminile nel mercato del lavoro.

3. La sinistra politica, pertanto, deve porsi il problema della riunificazione della classe lavoratrice  frantumata in molteplici tipologie di rapporto di lavoro, sapendo che nelle attuali condizioni di mercato occorre operare una ridefinizione ampia del lavoro subordinato che includa a pieno titolo tutti i salariati, comprendendovi una molteplicità di figure in qualche caso anche assai lontane dalle forme storiche del passato. Vasti settori del lavoro cosiddetto atipico rientrano nella categoria del lavoro salariato, di cui vanno recuperati interessi, valori e soggettività, al fine di ricondurli ad un progetto comune. L'altro dato strutturale, di dimensioni mondiali, rappresentato dal processo di etnicizzazione del mercato del lavoro, sta determinando stratificazioni inedite per il nostro Paese, con implicazioni politiche, sindacali, culturali e relazionali.

4. Da questo punto di vista, è certo che il compito dei comunisti e della sinistra in genere è quanto mai difficile. Infatti, se nel fordismo la socializzazione del lavoro e la dimensione solidaristica erano immediatamente visibili ed acquisibili nella contiguità fisica e nella cooperazione lavorativa della grande fabbrica, nella omogeneità delle condizioni di lavoro, ora tale condizione in larghi settori del mondo del lavoro si è indebolita, anche se non è scomparsa. Infatti questo lavoro, disperso e differenziato nelle modalità dei rapporti e dei trattamenti salariali e spesso non più in presenza di un luogo fisico unico, con molti elementi di estraneità tra forme diverse, estremamente articolato sul territorio, mantiene un importante elemento di unità e solidarietà rappresentato dal contratto nazionale di lavoro.

5. I guasti prodotti dalle leggi approvate o in via di approvazione da parte del governo Berlusconi sono profondi e strutturali. Essi sono direttamente conseguenti da una visione della società e dell'economia sbagliata e dannosa per gli interessi nazionali. Nessuna idea di continuità può esistere tra il governo Berlusconi e il futuro governo del centro-sinistra. In primo luogo, come già detto, occorre una politica che riunifichi  il lavoro, sia in relazione alla frantumazione conseguente alla selvaggia destrutturazione che la legge 30 ed il successivo decreto delegato hanno introdotto, che a quella derivante dai processi di terziarizzazione e di delocalizzazione dei processi produttivi. Politica industriale, programmazione economica, Mezzogiorno, difesa delle pensioni e del welfare, difesa di un sistema fiscale basato sulla progressività del prelievo, difesa ed allargamento dei diritti del lavoro, politiche attive per l’ampliamento e la qualità del mercato del lavoro, difesa del salario e del contratto nazionale di lavoro, democrazia sindacale (con la legge sulla rappresentanza e l’ammissione del referendum per la verifica del consenso dei lavoratori in sede di verifica contrattuale), salute e sicurezza sul lavoro, sono i capitoli dai quali non si può prescindere.

6. L’Ulivo non può semplicemente attestarsi sulla Carta dei Diritti. Vanno assunte nel loro insieme le quattro proposte di legge di iniziativa popolare, già presentate dalla Cgil. In particolare è significativa quella riguardante l’estensione dei diritti alle lavoratrici ed ai lavoratori atipici e quella per le imprese sotto i 15 dipendenti. Nel futuro programma dell'Ulivo la legge 30 non deve essere modificata, bensì drasticamente abrogata. Nessun nuovo taglio alle pensioni, nessun innalzamento obbligatorio dell’età pensionabile, nessuna eliminazione delle pensioni di anzianità, nessun utilizzo obbligatorio del Tfr per implementare i fondi integrativi, che devono comunque restare volontari: bisogna respingere qualsiasi soluzione che non dia ai lavoratori la garanzia della sicurezza assoluta della integrità del loro salario differito, sicurezza che ora è garantita dalla legge; che non consenta ai lavoratori la piena libertà di scelta tra il mantenimento della situazione attuale ed un diverso modo di investimento della loro liquidazione. Occorre opporsi alla trasformazione della previdenza privata da integrativa a sostitutiva di quella pubblica.  Nessuna riduzione dei contributi per i nuovi e le nuove assunte. Contemporaneamente è necessario intervenire sulla riforma Dini che ha effetti particolarmente penalizzanti nei confronti delle nuove generazioni. Di primaria importanza sono la separazione fra assistenza e previdenza, l'unificazione dei trattamenti sulla base delle regole Inps, la lotta all'evasione contributiva e al lavoro nero con il potenziamento dei servizi ispettivi, l'individuazione di una soglia minima di rendimento per ogni anno di contribuzione, la copertura dei periodi di non lavoro, il mantenimento del pensionamento anticipato per i lavori usuranti, l'omogeneizzazione dei contributi per tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori. Vanno poi mantenuti e rafforzati gli attuali due livelli di contrattazione (nazionale e 2° livello). In questi ultimi 10 anni, il potere d’acquisto dei salari è notevolmente diminuito. Negli ultimi due anni esso è stato taglieggiato in modo pesantissimo. Il tema del salario è centrale. Occorre recuperare l'eventuale differenza fra tasso programmato di inflazione - il cui concetto va superato - e inflazione reale; i contratti nazionali vanno rinnovati in base all’inflazione reale e a una quota di redistribuzione della produttività; il paniere Istat va rivisto; va  individuato uno specifico paniere in grado di misurare con maggiore puntualità i consumi popolari tipici delle famiglie, che sia di riferimento per i rinnovi contrattuali e la difesa del potere d’acquisto di salari e pensioni. L'intervento sull'immigrazione va distinto in due aspetti: l’immigrato come cittadino, garantendo la linearità dei percorsi di cittadinanza come politica di integrazione, il diritto di voto politico ed amministrativo; l’immigrato come lavoratore, operando contro il combinato-disposto tra la legge Bossi-Fini e la riforma del mercato del lavoro. L’obiettivo di una legge sulla rappresentanza e la rappresentatività, del diritto di voto attraverso referendum per tutte le lavoratrici ed i lavoratori, è prioritario ed irrinunciabile. Va revisionato l'intero meccanismo (legislativo, istituzionale, organizzativo, finanziario), che presiede e regola gli interventi rivolti alla prevenzione sui luoghi di lavoro.Vanno individuate forme pubbliche di sostegno al reddito evitando che l’eventuale ricorso al salario sociale o al salario di cittadinanza diventi un fattore di esclusione sociale. Il governo di centrosinistra, nel 1998, ha avviato l’introduzione sperimentale del Reddito Minimo di Inserimento inteso come misura di inclusione sociale attraverso strumenti quali la formazione al lavoro e la riqualificazione professionale, che ha coinvolto migliaia di persone, centinaia di famiglie e decine di Comuni. Tale sperimentazione non è stata più finanziata dal governo Berlusconi. È necessario reintrodurre ed estendere con caratteri di generalità il Reddito Minimo di Inserimento per come era stato pensato e non come misura assistenzialistica.  Il reddito minimo d’inserimento deve essere considerato infatti come vero e proprio investimento sociale, finalizzato a modificare le condizioni di vita del complesso mondo della precarietà e dell’emarginazione economica  e sociale  in cui sono costrette larghe fasce di cittadini, giovani e non. Un provvedimento di tale natura, per essere concretamente e socialmente produttivo, deve necessariamente prevedere un profondo mutamento delle scelte di programmazione e d’investimento, tali da determinare un reale inserimento dei soggetti interessati in un nuovo processo lavorativo. All'atto di tale inserimento deve, ovviamente, cessare l'erogazione del reddito minimo, garantendo peraltro i diritti contrattuali. Quindi, partendo da un’indagine precisa delle diverse forme d’esclusione sociale presenti sul territorio nazionale, vanno proposti modelli d’intervento che combinando formazione e percorsi lavorativi costruiscano un sapere e una pratica sociale per un nuovo lavoro sempre più sostenuto da sostanziosi investimenti pubblici, europei-statali-locali. Su scala europea, è necessario armonizzare verso l’alto i diritti del lavoro, prospettare una normativa contro la delocalizzazione produttiva, con espliciti interventi pubblici disincentivanti, combattere la proposta direttiva della Commissione Europea per la brevettazione del software, che comporterebbe la privatizzazione della trasmissione della conoscenza a vantaggio delle multinazionali dell’informatica.

7. Il lavoro autonomo a sua volta costituisce una ricca peculiarità per l’economia del Paese e per la professionalità della manodopera. Ma anche questo comparto, costituito da 1.400.000 laboratori artigiani, da 850mila attività commerciali, da migliaia di piccole aziende diretto-coltivatrici, da un’area sempre più vasta di attività turistiche e di attività professionali, richiede l’intervento di una politica attiva di sostegno in una serie di settori tra i quali il credito di investimento e di esercizio, oggi erogato in modo insufficiente e discriminato. Ci vuole invece un equo rifinanziamento della Artigiancassa, un sostegno all’attività delle cooperative di garanzia e ai consorzi-fidi, una maggiore attenzione al mondo del lavoro autonomo da parte della Unione Europea, una maggiore equità nelle tariffe dei servizi pubblici, una semplificazione burocratica e fiscale, la tutela dell’avviamento aziendale nei centri storici ed urbani soggetti più che mai all’aggressività della speculazione edilizia, lo sviluppo delle aree attrezzare di insediamento per le attività produttive, sostegno all’export e all’impianto di nuove attività fieristiche e promozionali.

8. È sotto attacco l'intera impalcatura dell'ordinamento costituzionale che prefigura la realizzazione di un regime di economia mista, in cui coesistono la proprietà privata, che deve assolvere una funzione sociale, la proprietà pubblica e quella cooperativa autogestita. L'attacco in particolare alla cooperazione richiede una grande risposta che faccia perno sull'attualità del tema dell'autogestione.

9. Il diritto all’istruzione, il vasto ambito della conoscenza e della socializzazione del sapere sono al centro dell’iniziativa politica dei Comunisti, nella consapevolezza che un elevato livello d’istruzione per tutti, la più vasta diffusione della conoscenza e socializzazione dei saperi costituiscono condizione necessaria per lo sviluppo sociale, civile ed economico del Paese.

Il mondo della cultura, della ricerca e dell’alta formazione è stato negli ultimi due anni uno dei bersagli principali nell’opera di deregolamentazione selvaggia di questo Governo che ha messo in atto una pesante controriforma. Con i commissariamenti degli enti di ricerca, i tagli ai finanziamenti ed agli organici, le censure e le denigrazioni di ogni tipo, si è colpito lo straordinario patrimonio scientifico ed umanistico di cui il nostro Paese andava e và orgoglioso, agevolando altresì la cosiddetta fuga dei cervelli, demotivando e tentando di intimidire coloro che operano nel settore, cercando di imporre una visione del sapere finalizzata integralmente all’interesse dell’impresa e al perseguimento del controllo sociale.

Per quanto attiene all’istruzione il Governo sta operando nella direzione di negare il diritto per tutti ad un’istruzione qualificata. Lo fa attraverso tagli pesantissimi di risorse e personale che producono la destrutturazione e dequalificazione della scuola italiana; lo fa attraverso la controriforma Moratti che colpisce la scuola pubblica, la scuola della Costituzione, la sovverte nei suoi principi fondanti, la trasforma in senso privatistico, la spinge indietro di decenni, quando essa assicurava un’istruzione qualificata solo alle elites della società.

E con il diritto all’istruzione viene colpito il diritto al futuro, il diritto al lavoro. Infatti in assenza di un’istruzione di base forte viene preclusa la possibilità non solo di accedere all’istruzione superiore ma anche ad un livello di formazione professionale comunque qualificato; senza un’istruzione di base forte e senza un sistema di educazione e formazione che duri tutto l’arco della vita, ogni persona risulta deprivata delle competenze necessarie per fronteggiare l’evoluzione rapidissima delle conoscenze, delle tecnologie, dei lavori; viene deprivata cioè della possibilità di inserirsi e permanere nel mercato del lavoro.

I Comunisti italiani hanno definito una proposta complessiva di riforma del sistema formativo. Una proposta che prevede (in un sistema scolastico nazionale pubblico, laico, democratico e pluralista) l’obbligo d’istruzione gratuito subito fino a 16 anni e in prospettiva fino a 18; una scuola dell’infanzia generalizzata ed obbligatoria nell’ultimo anno; l’unitarietà del ciclo della scuola di base della durata di 8 anni ed organizzata ovunque richiesto su tempo pieno o variamente prolungato per l’ultimo triennio; una scuola che garantisca la libertà d’insegnamento unita al riconoscimento del ruolo culturale, sociale, civile degli insegnanti e della loro professionalità; il pieno coinvolgimento degli studenti e dei genitori nella sua gestione; un’autonomia intesa come autogoverno democratico; un’istruzione e una formazione continua e permanente per tutti, per tutto l’arco della vita; una formazione professionale regionale qualificata.

I Comunisti Italiani ribadiscono la priorità dell’intervento in questi ambiti essenziali per il Paese, a cominciare dalla lotta per l’aumento delle risorse materiali ed umane e contro ogni precarizzazione e privatizzazione dell’istruzione, del mondo del sapere, della ricerca e dell’alta formazione, per l’affermarsi del diritto di tutti alla cultura.”

10.  I sistemi di welfare sono stati la più grande costruzione sociale del Novecento, segnati dalle lotte sociali e dalla cultura critica del movimento operaio, delle donne, dell'ambientalismo: iscritti, cioè, nell'identità culturale e nella storia dei vari Paesi. In Europa la contiguità con il modello sociale del campo socialista ha amplificato le domanda di giustizia sociale e di equità ridistribuita determinando la specificità del modello di welfare europeo basato sulla presenza forte della responsabilità pubblica e sull'impianto universalistico.

11.  Il neoliberismo ha assunto come tesi strategica l'inconciliabilità fra welfare e sviluppo, fra istituzione della cittadinanza sociale e crescita economica. L'obiettivo della distruzione dei sistemi di welfare vuole la distruzione degli elementi redistributivi delle politiche fiscali e sociali e il passaggio da un sistema di servizi a progettualità e direzione pubblica a un sistema a domanda individuale. Due sono i risultati: la redistribuzione avviene a favore del profitto; il capitale investe direttamente non sul lavoro, ma sui bisogni di riproduzione sociale. Mentre questo modello di sviluppo manifesta le sue più insanabili contraddizioni, la tesi di incompatibilità fra welfare e sviluppo non viene efficacemente contrastata anche a sinistra. L'enfasi sulla modernizzazione oscura il discrimine che sui temi del welfare sempre più esiste fra destra e sinistra. Contro le politiche della destra mondiale italiana occorre un coerente progetto alternativo che ricollochi il welfare proprio all'interno di un rapporto con un diverso modello di sviluppo. L'Ue può e deve svolgere un ruolo storico proprio a partire dalla difesa del suo modello di welfare costruendo alleanze strategiche con i Paesi del Sud del mondo. La sinistra a livello europeo deve contrastare ogni posizione di modifica strutturale del welfare che, in nome della necessità del cambiamento, scelga la selettività contro l'universalità. Esse devono rimanere insieme. Difendere il welfare deve invece volere dire anche rilanciarlo e riqualificarlo.

12.  La difesa del Sistema Sanitario Nazionale come strumento universalistico e quindi pubblico del diritto costituzionale alla salute deve essere quindi un capitolo emblematico del nostro agire dentro le tematiche del welfare, poiché il modello di sistema sanitario e di interventi sociali è fra i terreni di scontro più significativi fra destra e sinistra, ma può rappresentare anche luogo di significative differenze dentro l’Ulivo. Per questo va riaffermata la ferma difesa delle leggi 229/99 (Bindi) e 328/00 (Turco) come strumenti, certamente imperfetti ma basilari, per una concezione di esigibilità universalistica dei diritti sociali.

13.  Politica di welfare e politica dell'occupazione sono collegate, ma occorre sceglierne gli obiettivi. Infatti per esempio un aumento dell'occupazione da solo può non ridurre la povertà, né intervenire sulla distribuzione dei redditi. E per questo la scelta del "workfare" (interventi preferenziali per il lavoro) non deve essere in alternativa al welfare, come invece anche a sinistra si è ipotizzato. Il fenomeno dei "lavoratori poveri" spiega che occorre un continuum di politiche "attive" e "passive" per l'occupazione. Inoltre, se il lavoro è povertà, il diritto al lavoro rischia di diventare un diritto al quale si rinuncia a favore dei sussidi di disoccupazione. Per favorire il lavoro occorre un’intelligente strategia di interventi di natura diversa. Politiche attive e passive per l'occupazione, integrazione del reddito dei disoccupati (correggendo le iniquità che ancora oggi persistono tra diverse tipologie di lavoratori), tutela dei salari, incentivi alle imprese per assunzioni a tempo indeterminato (evitando di finanziare assunzioni che sarebbero state comunque fatte), formazione continua dei lavoratori e delle lavoratrici. Gli obiettivi di questo intreccio di interventi devono essere tra loro collegati e non in alternativa tra loro: promuovere l'occupazione, ridurre la povertà, migliorare la distribuzione dei redditi.

14.  Difendere e rilanciare i sistemi di welfare vuol dire anche dare impulso a una nuova politica degli enti locali a cominciare da una vera riforma del sistema fiscale che attribuisca maggiori poteri di intervento alle autonomie locali e dal potenziamento e miglioramento dei servizi sociali per tutti i cittadini, ma ovviamente, soprattutto per le categorie e le persone più deboli. L’erogazione dei servizi pubblici alla persona costituisce una fonte reale di salario. La nuova politica negli enti locali deve prevedere i bilanci sociali partecipati, coinvolgendo associazioni, aggregazioni democratiche del mondo no-profit, i  rappresentanti dei diversi soggetti sociali.

15.  I Comunisti italiani sono contro la logica delle privatizzazioni generalizzate e ad ogni costo perché non è vero che economicamente esse siano un vantaggio per i cittadini e per la stessa pubblica amministrazione. I riscontri negativi sono già ampiamente evidenti: le tariffe non sono state ribassate, anzi sono così sproporzionatamente aumentate che hanno inciso negativamente sull'inflazione. Una volta decisa la privatizzazione di un servizio, non ci può essere indifferente il modo con cui essa si concretizza. Occorre partecipare al processo amministrativo avviato, al fine di poter mantenere in mano pubblica comunque la maggioranza della gestione del servizio e soprattutto della sua organizzazione, in particolare, per le Aziende dei Servizi Pubblici Locali (acqua, gas, energia, rifiuti e trasporti), anche al fine di aprire una fase di generale ripensamento della gestione dei servizi locali, nella prospettiva di una loro ri-pubblicizzazione. Il governo del territorio è uno dei compiti principali delle Autonomie. Alle politiche centraliste impiantate sui condoni, bisogna rispondere con una puntuale programmazione del territorio che eviti i grandi disastri, elimini gli eventuali errori del passato, si creino reali occasioni di sviluppo. Bisogna pensare ad un nuovo protagonismo dei poteri locali che, dal basso, li veda impegnati a tutto campo nell’affrontare i problemi delle comunità, da quelli sociali a quelli economici.

 

La politica delle alleanze per una alternativa di governo

1. Una delle ragioni della nascita e dell'esistenza dei Comunisti italiani è stata quella di candidare il partito al governo come strumento di trasformazione sociale. Una politica che non guardi solo alla necessità e all'urgenza di sconfiggere le destre, ma anche alla costruzione di una ipotesi alternativa di governo, concretamente praticabile e credibile. Una politica che viene da lontano. Dalla vittoria dell'Ulivo nel 1996 e dai positivi risultati del governo Prodi nonostante i limiti di quella esperienza, dalla critica radicale alle scelte politiche del Prc che ne determinarono la caduta. Fu proprio allora, nell'estremo tentativo di salvare il governo, che nacque il Pdci. Una politica che guarda lontano. La prospettiva strategica del centrosinistra come perno della politica delle alleanze del Pdci, nella piena consapevolezza che la forza della sola sinistra, pur fondamentale, non è mai stata maggioritaria in Italia. Il tema dell'unità delle forze di centrosinistra e della necessaria prospettiva di governo è perciò centrale. Questo processo unitario ha compiuto enormi passi avanti coinvolgendo Rifondazione e l'Italia dei Valori.

2. La nota programmatica di Prodi resa pubblica nel novembre 2003 ha rappresentato un passo in avanti sul terreno delle proposte. Su di essa va espresso un giudizio articolato: si tratta di un contributo positivo, ma ancora inadeguato per ciò che concerne il mondo del lavoro. Occorre quindi, in tal senso, una incisiva iniziativa programmatica delle forze di sinistra. Viceversa, l'iniziale proposta di Prodi di una lista unitaria di tutto l'Ulivo si è dimostrata inattuabile. Si sta invece concretizzando la cosiddetta lista unitaria che raccoglie Ds e Sdi e Margherita e che segna in prospettiva l'eventuale fusione o federazione di un nuovo agglomerato politico che è stato chiamato partito riformista. Tale processo aggregativo, pur legittimo, è errato e controproducente. Le elezioni per il Parlamento europeo, che sono a base proporzionale, devono favorire la possibilità delle singole formazioni politiche e culturali di essere rappresentate. Non c'è alcuna garanzia perché la lista unica raccolga più voti di quanti non ne raccoglierebbero le singole formazioni di cui essa dovrebbe essere composta. D'altra parte le esperienze storiche di liste unificate confermano che in tal modo non si sommano i voti, ma spesso si perdono. Dal punto di vista politico, inoltre, la riduzione ad uno non è un arricchimento, ma una limitazione. Certo, oggi il bipolarismo sembra un dato acquisito. Ma la proposta del partito riformista allude addirittura ad un sistema bipartitico. Tale prospettiva è per noi inaccettabile in quanto annullerebbe ogni funzione autonoma della sinistra e dei comunisti, cancellerebbe inoltre la rappresentanza politica del mondo del lavoro, relegando la sinistra ad un ruolo testimoniale ed ininfluente. Si introdurrebbe così nel nostro Paese una sorta di bipartitismo all’americana che espungerebbe il conflitto dalle istituzioni, riducendo la partecipazione del corpo elettorale ed impoverendo la democrazia. Dunque la nostra contrarietà a tale prospettiva poggia su solide ragioni politiche, culturali ed ideali. Le differenze però esistono e permangono – in qualche caso anche in modo rilevante – tra le singole forze dell'Ulivo. La nascita di un partito riformista determinerebbe un vuoto a sinistra; ciò sarebbe un danno politico per il Paese e per la stessa prospettiva di una alternativa di governo; certo il Pdci potrebbe trarre benefici da questo vuoto, ma esso non sarebbe certo del tutto colmato. Verrebbe a ridursi di molto la sinistra, dentro l'iperbole storica data dalla chiusura del lungo processo di passaggio dal Pci al "partito riformista", cioè dal campo di sinistra a quello moderato. E' illusorio, infatti, che tale formazione politica possa essere il luogo di una battaglia per l'affermazione di valori di sinistra che stiano dalla parte delle esigenze dei lavoratori e dei diritti sociali.

3. Le forze in campo, gli uomini e la tendenza di questa possibile formazione politica delineano questo soggetto come collocato su posizioni moderate liberiste che escludono di per sé la ricerca di una sinistra seppur rinnovata. In sostanza, ci sarà l'egemonia del campo moderato che trova a quanto sembra il consenso di gran parte del gruppo dirigente Ds. Così è presumibile che avvenga sui temi della guerra  e sui nuovi conflitti internazionali, sulla previdenza integrativa come asse portante delle pensioni, sulle gabbie salariali, sulle questioni dell'economia. E' sempre più valida la proposta di confederazione di tutte le forze di sinistra che coinvolga anche i soggetti associativi e i movimenti, nelle forme inedite che si potranno determinare.

 È sempre più valida la proposta di costruzione di una rinnovata sinistra, ferma e determinata sui temi della pace, sulla rappresentanza del mondo del lavoro, sulla valorizzazione del significato del lavoro salariato, sulla laicità dello Stato, sulla difesa dei diritti sociali e costituzionali, sulla valorizzazione delle differenze: una sinistra di governo. Una sinistra che sfugge alle responsabilità del governo, non risolve i problemi del Paese, indebolisce il blocco sociale che occorre ricostruire. D'altro canto l'apparente radicalità di Rifondazione è speculare al processo moderato. Avendo scelto di fare l'accordo ad ogni costo con l'Ulivo, Rifondazione è perciò non di rado subalterna ai Ds sul piano dei contenuti. E' la logica delle due sinistre: l'una necessariamente moderata, l'altra necessariamente estremista. Vi è invece l'esigenza di una sinistra che sappia essere rigorosa sui contenuti fondamentali senza, per questo motivo, mettere in discussione la politica delle alleanze. Un partito comunista in grado di intercettare quest’ampia esigenza di rappresentanza a sinistra presente oggi in Italia deve sviluppare un sistema di alleanze sia fra le forze politiche, sia con le forze sociali, in grado di attivare una dinamica positiva con cui le comuniste ed i comunisti devono confrontarsi, portando avanti in autonomia le proprie proposte senza subalternità, come senza arroganze. Occorre rafforzare il rapporto con il sindacato ed in particolare con la Cgil, prestando grande attenzione ai contraccolpi che la comparsa di nuovi riferimenti politici può determinare al suo interno. Va tenuto aperto il dialogo con tutte le forze sindacali con cui si possono stabilire relazioni di natura politica basate su convergenze di programma; ciò vale sia verso Cisl e Uil che verso i sindacati di base, pur nella consapevolezza che questi ultimi sovente si attestano su posizioni massimaliste. Se il mondo del lavoro deve essere posto al centro della proposta politica, esso deve rappresentare la priorità del lavoro politico del complesso del partito. L'interlocuzione politica ed il sistema delle alleanze vanno perseguiti anche in funzione di relazioni positive con i movimenti e con il mondo dell'associazionismo. Dal riesplodere del conflitto sociale, ai girotondi, al movimento per la pace, ai new global, il Pdci è stato in grado negli ultimi anni di compiere significative aperture marcando all'interno di questi movimenti una visibile presenza. E' giunto adesso il momento di confrontarsi con punti di vista che esprimono una diffusa radicalità, presentandosi con proposte ed azioni politiche che qualifichino in sé il partito dei comunisti e delle comuniste. Solo costruendo un solido sistema di alleanze sociali, con una particolare e rinnovata attenzione alle lavoratrici ed ai lavoratori, agli intellettuali, ai giovani, alle immigrate ed agli immigrati, sarà possibile per il Pdci cercare di colmare l'enorme vuoto che si determina in seguito al progressivo scivolamento della sinistra moderata verso il partito riformista.

 

Questo documento congressuale traccia, in una prima e certo non esaustiva approssimazione, le grandi linee di analisi, di prospettiva, di iniziativa politica e di impegno per un programma riformatore. Le compagne ed i compagni del Partito dei Comunisti italiani si impegnano, in conclusione, a perseguire i contenuti di questo documento attraverso la battaglia politica e sociale quotidiana per bloccare la deriva autoritaria del Paese, restituire la speranza del cambiamento al nostro popolo, rafforzare l’unità democratica, far rinascere la sinistra.



COMITATO CENTRALE
del 6 e 7 dicembre 2003
- La relazione di Pagliarulo
- La relazione di Galante
- Il documento politico
- Il documento sul partito
- Le conclusioni di Galante
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto
- L'ordine del giorno sulla centralità del tema di genere

COMITATO CENTRALE

del 29 e 30 novembre 2003
- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto
- L'ordine del giorno

Il II Congresso del PdCI

Die Versammlung der Föderation des Trentino-Südtirol
Kurzer Bericht über den Verlauf der konstituierenden Versammlung der Föderation des Trentino-Südtirol