Verso il III Congresso:
I lavori del Comitato Centrale per il varo dei documenti congressuali

Il documento sul Partito


Roma,
6-7 dicembre 2003
 

 

Le complesse dinamiche della realtà internazionale nell’epoca della guerra permanente; l’accentuarsi in Italia delle spinte eversive degli assetti sociali e politici democratici nella prospettiva della creazione di un moderno e inedito regime autoritario; la sempre più marcata tendenza di una parte della sinistra italiana a fuoriuscire dalla storia del movimento operaio, comunista e socialista, andando oltre la stessa cultura e la stessa prospettiva socialdemocratiche; gli approfondimenti e gli sviluppi che per ciò stiamo introducendo nella linea politica del nostro Partito; le crescenti e inedite responsabilità che tali processi caricano sulle nostre spalle: tutte queste novità esigono che, nello spazio interno dell’organizzazione dei comunisti italiani,ogni energia sia indirizzata a un unico, fondamentale compito: accelerare i passaggi indispensabili alla realizzazione dell’obiettivo (“generazionale”, come abbiamo chiarito al Congresso di Bellaria) della ricostruzione anche organizzativa di un efficiente Partito collocato con forte carica innovativa nella scia della cultura e della pratica politiche che hanno storicamente caratterizzato il Partito comunista italiano.

Un Partito innervato quindi da una militanza con forti e convinte motivazioni ideali, capace di praticare anche sul piano del costume interno i principi riassunti nella formula della “questione morale”, e perciò capace di distinguersi nettamente dalla desolante deriva di rincorsa al potere e all’arricchimento personale prevalente in tante altre formazioni politiche: un Partito che per tutto ciò sia in grado di qualificarsi concretamente come strumento di trasformazione della nuova realtà entro la quale si trova a operare.

 

La sfida generazionale

Senza una forza politica comunista capace di intervenire efficacemente in tal senso – in piena autonomia culturale, politica e organizzativa – oggi in Italia verrebbe cancellata la possibilità dell’esistenza di un soggetto che possa autenticamente qualificarsi, essere percepito e agire come “sinistra” di cambiamento, e la stessa nozione di “sinistra” ne verrebbe stravolta, svanendo nella direzione di un “riformismo” moderato e senza progresso né cambiamento oppure in quella di un “antagonismo” verboso e inconcludente, esso pure incapace di incidere, se non negativamente, sulla realtà.

E’ necessario dunque coprire rapidamente questo nostro spazio: questa è l’ambizione storica che ci ha spinto a fondare il PdCI. Nei due anni trascorsi dal Congresso di Bellaria abbiamo però ulteriormente constatato quante e quanto grandi siano le difficoltà, oggettive e soggettive, di questa impresa e, in particolare, quale sia il divario, nel processo di costruzione del Partito, tra i tempi generazionali della prospettiva che ci siamo assegnati e i tempi dell’azione immediata che urgono, e sui quali misuriamo tutta la nostra attuale inadeguatezza.

Dobbiamo convivere con questa contraddizione, senza confondere mai ciò che vorremmo essere con ciò che siamo. Ciò significa sia rifuggire dal coltivare impazienze sterili o la ricerca di scorciatoie improduttive, sia anche scongiurare forme di frustrazione o rassegnazione paralizzanti. Puntiamo, viceversa, a agire con razionalità, sistematicità e determinazione per stringere quanto più possibile le due lame della forbice, facendo fin d’ora tutto quello che è possibile e sta a noi fare per migliorare la nostra efficienza e l’efficacia della nostra azione: che è molto.

Abbiamo superato con successo momenti assai difficili, non soltanto sotto il profilo politico ma anche sotto quello organizzativo. Fummo perfino definiti “un partito in agonia”. E c’è stato chi a lungo ci ha considerato un partito “transitorio”, in vista di confluenze, assorbimenti, fusioni o riunificazioni: anzi, tra i nostri alleati e interlocutori c’è talvolta sotto traccia ancora qualcuno che s’illude o sogna qualcuna di queste prospettive. Sbaglia.

Il Partito dei Comunisti Italiani è oggi più che mai sicuro di sé e del proprio futuro, corroborato da trend di risultati politici, elettorali e organizzativi tutti positivi. La consapevolezza, e persino l’orgoglio, di questi risultati – raggiunti in situazioni difficilissime, da militanti privi spesso degli strumenti materiali più essenziali per fare politica, e agendo contro tendenza, e perciò ancor più rimarchevoli – non ci occultano però la visione realistica di ciò che siamo: le nostre modeste dimensioni complessive, la distribuzione ineguale della nostra forza organizzata, la fragilità di alcune nostre organizzazioni periferiche, la conflittualità senza motivi politici che qua e là segna le relazioni interne ai gruppi dirigenti territoriali, la prudenza quasi timorosa verso nuovi ingressi che arricchirebbero la nostra militanza, l’andamento differenziato sia del tesseramento sia dei risultati elettorali, l’iniziativa politica esterna non sempre all’altezza delle possibilità. E, prima di tutto, la nostra incapacità di utilizzare al meglio la pur ricca dotazione di capacità e di competenze di cui disponiamo ma che restano spesso isolate e disperse, se non addirittura sconosciute.

Il Congresso dev’essere l’occasione anche per affrontare questi limiti, mettendone a fuoco i motivi e avviando percorsi per superarli: facendoci guidare dalla consapevolezza che non saremo un autentico partito nazionale finché non avremo elaborato un programma valido per tutto il territorio nazionale e articolato almeno a livello regionale, e finché non avremo costruito un’organizzazione presente su tutto il territorio nazionale, e quindi diramata almeno fino alle realtà territoriali omogenee di tipo subprovinciale; ma anche dalla consapevolezza che, oggi, non si dà pienezza della dimensione nazionale al di fuori della proiezione europea  – programmatica e organizzativa – del Partito.

Questa consapevolezza ha guidato le scelte organizzative del secondo congresso del Partito. Al terzo congresso spetta un primo consuntivo. Non vanno poste in discussione le scelte compiute, che restano obbligate per motivi sia politici, sia istituzionali, sia fattuali, né tanto meno l’impianto di fondo che ci siamo dati. Vanno discusse, viceversa, e per quanto possibile superate, le difficoltà soggettive e oggettive che si sono finora registrate.

 

La proiezione europea

Quanto alla proiezione europea del Partito, si deve accentuare l’impegno sia per la definizione più puntuale di un programma dei comunisti che sia all’altezza di tutti i fondamentali temi posti dalla nuova fase dell’integrazione nell’ambito delle tendenze attualmente dominanti nel sistema internazionale sia per la ricerca, su questa base programmatica, di più strette relazioni politiche e operative a livello dell’Unione tra tutte le forze politiche che mantengono un rapporto reale con i valori e gli interessi dei lavoratori.

Un utile passo in avanti lungo questa strada può scaturire dalla necessità di dare vita a un’organizzazione che corrisponda alle nuove norme in materia di partiti politici europei fissate dal Parlamento di Bruxelles. Pur senza farsi alcuna illusione in merito alle difficoltà di una reale convergenza ideale, politica, programmatica e organizzativa tra tutte le forze che possono essere coinvolte in questa prospettiva, i Comunisti italiani non si devono lasciar sfuggire l’occasione perché essa potrà rendere più solido il comune perimetro di dialogo e di confronto oggi costituito dall’esperienza confederale del GUE, che se adeguatamente coltivata potrà dare ulteriori, positivi sviluppi: il primo dei quali può e deve essere l’impegno a costituire, anche in Europa, una sede d’incontro delle sinistre sull’esempio del “forum”  latinoamericano di S. Paolo.

 

La regionalizzazione come sfida politico-programmatica

Quanto all’articolazione e al radicamento regionali del Partito, qui la principale difficoltà consiste nell’assenza di una diffusa cultura politica regionale. Ne sono prive pressoché tutte le forze politiche, compresa la nostra. E, tuttavia, quello regionale è, appunto, un terreno obbligato per noi più che per altri, dal quale quindi non si può prescindere: pena, altrimenti, l’ininfluenza politica e l’inconsistenza organizzativa. Bisogna dunque che i comunisti coltivino con crescente consapevolezza e determinazione questo terreno; essi devono perseguire l’obiettivo finale della regionalizzazione attraverso un percorso necessariamente graduale, fatto di iniziative politiche, di approfondimenti programmatici, di analisi, di esperienze e di frequentazioni comuni compiute a tale livello.

Posto che la regionalizzazione è un obiettivo (in primo luogo, politico) se ne fraintende evidentemente il senso se invece la si assume come un dato acquisito, interpretandola in modo burocratico-amministrativo come ‘comando’ sulle Federazioni provinciali. Analogamente, si fraintende il progetto se lo si interpreta come una sorta di coordinamento di Federazioni dotate di una malintesa autonomia di tipo anarcoide; oppure se lo si legge in chiave gattopardesca, come se nulla si fosse deciso in merito, e lasciando che le cose vadano come sono sempre andate; oppure, ancora, se si guarda a esso come a un progetto “federalista” fondato sul conflitto delle organizzazioni regionali – assunte quasi come delle satrapie – contro il centro “romano”.

La regionalizzazione bene intesa, secondo il progetto di Bellaria, era ed è altro, sicché nella discussione congressuale è indispensabile approfondirne i termini, per conquistare a una pratica coerente l’intero gruppo dirigente diffuso e centrale del Partito. Sinteticamente, la regionalizzazione costituisce il metodo e il livello principale di organizzazione che ci siamo dati per rendere più veloce la costruzione di uno strumento capace di cambiare secondo i propri propositi la realtà politica e sociale in cui si trova a operare: le circostanze sempre più complesse che dobbiamo fronteggiare esigono con crescente urgenza da parte nostra una capacità, una “virtù”, all’altezza di sfide che non possiamo eludere.

La prima sfida è di natura politico-programmatica. Tranne poche encomiabili eccezioni, le nostre organizzazioni regionali non si sono impegnate coerentemente e a fondo su questo fondamentale terreno. Per rimediare a questo deficit di concretezza di elaborazione e di progettualità i Congressi regionali, fissati per la prima metà di febbraio del 2004, dovranno cimentarsi in uno sforzo di analisi, di proposta, di indicazione di obiettivi che siano in grado di qualificare i Comunisti italiani sulla scena regionale. La qualità e la crescita dei gruppi dirigenti regionali si misureranno infatti, prima di tutto, proprio sulla loro capacità politica e programmatica: capacità che è indispensabile produrre anche per dotare l’elaborazione nazionale di solide fondamenta e, insieme, di solide articolazioni a livello territoriale.

 

La regionalizzazione come sfida politico-organizzativa

La seconda sfida è di natura politico-organizzativa. I fraintendimenti cui si è sopra accennato hanno causato in alcune realtà frizioni e tensioni, oppure in altre non hanno fatto fare alcun passo in avanti sul terreno di una efficace strutturazione e direzione regionali del Partito. Si tratta di questioni assai delicate, che toccano insieme aspetti di identità politica, di esperienza organizzativa, di relazioni interpersonali, e infine anche di architettura statutaria: ma l’ingegneria statutaria, che pure ha il suo ruolo e va quindi precisata, da sola non può supplire le carenze di altri aspetti, a iniziare da quelle di natura politica e etica del sentirsi ed essere partecipi di valori e scopi comuni, anteposti a qualsiasi pur lecita ambizione di tipo locale o personale. Sotto questo profilo, la regionalizzazione non è dunque soltanto una sfida politica, programmatica e organizzativa posta al Partito, ma anche il terreno di una costruttiva lotta politica sulla concezione del Partito.

Dal Congresso regionale deve uscire, oltre a un organico insieme di indirizzi e di obiettivi programmatici, anche un quadro condiviso di relazioni organizzative e di funzioni da esercitare, fondato su alcuni criteri guida: l’autonomia delle Federazioni si esercita all’interno del quadro politico e programmatico definito dal Congresso regionale e delle scelte operative coerenti con esso successivamente compiute dal Comitato regionale. Questo non può e non deve intervenire nella scelte politiche e amministrative concernenti esclusivamente il territorio di ogni Federazione, e deve invece svolgere funzioni di indirizzo, di proposta, di generalizzazione di esperienze e di iniziative, di direzione collegiale, di verifica dell’esecuzione delle scelte compiute regionalmente. Il livello regionale costituisce insomma, insieme, una struttura di direzione, una struttura di servizio e un volano per l’azione politica delle Federazioni: per il loro “fare”, che va promosso, indirizzato e verificato. Questo compito spetta in primo luogo alle Segreterie regionali che devono perciò attrezzarsi, anche sotto il profilo della loro composizione, per svolgerlo al meglio garantendo nel contempo il raccordo territoriale con le Federazioni e la funzionalità nella direzione dei settori di lavoro, possibilmente senza sovrapposizioni. Non sembra quindi né opportuno né utile disciplinare con criteri rigidi e univoci la composizione delle Segreterie regionali.

Il Comitato regionale, inoltre, può e deve intervenire là dove le singole Federazioni non siano in grado di giungere. Per questo è necessario che ogni Congresso regionale tracci una sorta di mappa territoriale recante la distribuzione della nostra forza organizzata, faccia un censimento delle risorse di competenza disponibili già ora nel Partito in vista di un loro immediato impiego in forma coordinata e organica, definisca infine un piano di massima per intervenire quanto prima nelle situazioni territoriali e sociali dove risultiamo massimamente scoperti per avviarvi un concreto processo di radicamento.

Ma la regionalizzazione presenta anche un altro aspetto, non meno rilevante di quelli finora trattati. Essa è un raccordo decisivo del nesso centro-periferia, e lo è nelle due direzioni: dal centro verso la periferia, e dalla periferia verso il centro. Se questo raccordo s’inceppa, per qualsiasi motivo volontario o involontario, accidentale o strutturale, è l’intero impianto organizzativo del Partito che ne viene danneggiato. Perciò è grande la responsabilità che compete ai gruppi dirigenti regionali. La loro autorevolezza dipende, oltre che dalle caratteristiche politiche e morali, dal riconoscimento da parte delle organizzazioni federali per l’utilità delle funzioni che sono effettivamente in grado di adempiere, non meno che dalla loro capacità di sentirsi, e di pensare e di agire come dirigenti complessivi, con valenza anche nazionale, del Partito. Per questo va confermata la norma statutaria secondo la quale i Segretari regionali sono, in quanto tali, componenti della Direzione nazionale del Partito. Per questo, però, sono incomprensibili, i casi nei quali si è omessa persino l’informazione regolare sull’attività politica delle organizzazioni regionali, quasi che ci si volesse sottrarre a qualsiasi verifica – non certo per fini censori – del lavoro svolto, o delle difficoltà o delle incapacità incontrate nello svolgerlo. E’ evidente che questi casi estremi, pochissimi per fortuna, devono essere superati senza indugio: in caso contrario, la costruzione nazionale del Partito ne subirebbe un ritardo, ma soprattutto essa correrebbe il rischio di subire una torsione elettoralistica inaccettabile.

Tra le frizioni organizzative che si sono registrate, un posto a sé occupa quella tra alcune organizzazioni regionali e le organizzazioni delle rispettive grandi città (quelle che abbiamo definito come “federazioni metropolitane”, per altro in un’accezione diversa da quelle di “area metropolitana” o di “città metropolitana” di derivazione istituzionale).

Si tratta di un nodo complesso, che al Congresso di Bellaria era stato individuato con chiarezza in termini di principio senza però che si riuscisse a scioglierlo a priori. Dopo due anni di esperienza si possono ora ipotizzare percorsi in vista di una soluzione statutaria, fondati sui principi della pari dignità gerarchica delle due istanze organizzative e della piena competenza politica dell’istanza regionale su tutto il territorio: competenza finalizzata alla realizzazione degli obiettivi politici e programmatici regionali, e in questo ambito capace di raccordare pure la rappresentatività politica e organizzativa della “città metropolitana”. Anche in questo caso – anzi, forse, in questo caso più che in altri – l’ingegneria statutaria può però soltanto intrecciare una rete a maglie larghe di norme per stimolare la cooperazione. Ma la cooperazione effettiva per un verso presuppone una specifica capacità propositiva e progettuale di entrambe le istanze (la dimensione politica, infatti, è la sola che possa legittimare e, insieme, circoscrivere non burocraticamente gli spazi di competenza autonoma dei distinti livelli organizzativi: sicché nell’elaborazione programmatica affidata ai Congressi regionali dovrà necessariamente confluire l’autonoma elaborazione delle rispettive Federazioni metropolitane) e per l’altro verso esige sempre, comunque, un accordo e una volontà politica unitari di tutti i soggetti coinvolti: vale a dire, la maturità dell’insieme dei gruppi dirigenti.

 

La formazione dei gruppi dirigenti

Tutto questo postula che si tenda alla formazione di gruppi dirigenti, in particolare di quelli regionali, sempre più qualificati e stabili: perché la superiore qualità alla quale abbiamo puntato, fatta di un amalgama di cultura politica, esperienza, mentalità e sensibilità, è un obiettivo che non è stato ancora pienamente realizzato; e perché la stabilità, collegialmente intesa, in un Partito coi nostri limiti, è condizione per non dover riprendere sempre da capo il processo di formazione e di accumulo di capacità.

Quanto alla qualità, di norma, e con le debite eccezioni, i nostri gruppi dirigenti regionali conservano ottiche sostanzialmente localistiche se non addirittura municipalistiche. Questo limite, come altri, si può e si deve superare sia pure con inevitabile gradualità. Non ci si improvvisa dirigenti regionali: lo si diventa con la riflessione e con l’esperienza. La riflessione ha a che fare, propedeuticamente, con l’elaborazione programmatica regionale. L’esperienza esige invece che si costruisca il maggior numero possibile di iniziative regionali, in risposta a esigenze sociali ambientali istituzionali ecc. dell’intero territorio, in cui coinvolgere e far lavorare insieme, in costante collaborazione, l’insieme dei compagni ai quali è stato assegnato il compito della direzione regionale. Ciò significa muoversi secondo piani di lavoro, che bisogna decidersi a elaborare e a esigere a qualsiasi livello di direzione, pur sapendo bene che non sarà facile conquistare tutte le nostre strutture alla cultura del “fare” e del “verificare”. E’ perciò indispensabile che tutte tali strutture ricevano, e inviino, adeguati stimoli operativi per superare i deficit di azione politica tuttora persistenti, facendo perno appunto sulla dimensione regionale.

Quanto alla stabilità dei gruppi dirigenti regionali essa, con qualche traumatica eccezione, è stata assicurata. Non si è trattato però, sempre, di una buona stabilità. In qualche caso, infatti, essa è stata percorsa e prodotta da tensioni immobilizzanti, in qualche altro ha coinciso con l’inesistenza della funzione dirigente. Dove invece questa funzione è stata esercitata attivamente e si è intrecciata con una effettiva stabilità organizzativa, i risultati positivi si sono visti tanto sul piano elettorale quanto su quello del tesseramento, i cui dati confermano quanto fondamentale sia il ruolo, positivo o negativo, dei gruppi dirigenti nel consolidamento e nella crescita del Partito.

Il Congresso dovrà essere anche un momento di verifica di questo ruolo, del lavoro compiuto o non compiuto dalle diverse articolazioni dei gruppi dirigenti, non in un’ottica censoria, naturalmente, bensì in quella costruttiva e promozionale della valorizzazione dei risultati raggiunti e del superamento dei limiti registrati. Risultati e limiti che, sul piano organizzativo, si misurano in primo luogo col tesseramento e col radicamento effettivamente attuati. Troppo spesso il tesseramento appare più un onere o un fatto di routine che un compito e un impegno fondamentali nei quali si esprime materialmente, concretamente, la funzione dirigente, la capacità politica e organizzativa, la dedizione al Partito anziché a se stessi: in breve, il passaggio dalle parole ai fatti nell’attuazione dell’obiettivo generazionale che ci siamo assunti ma che, senza la conquista fin da ora di tanti altri iscritti e militanti, sarebbe ovviamente impossibile raggiungere.

 

Il rapporto con i movimenti

E’ fin troppo evidente che, in questa fase storica, la militanza nei partiti, e in particolare in un Partito serio quale vuol essere il nostro, non suscita grandi passioni né entusiasmi. Per la metodicità e l’impegno che esige essa è prevalentemente una scelta razionale e ideale. Vi è qui una differenza fondamentale rispetto a quanto succede per i movimenti dove, viceversa, almeno nella fase iniziale di adesione, prevalgono motivazioni più prammatiche, o emotive, o direttamente etiche. Una differenza che, insieme a tante altre, sulle quali occorre ampiamente soffermarsi, i militanti comunisti devono avere ben presente per instaurare un rapporto fecondo, e reciprocamente utile, coi movimenti.

I movimenti politici (ma bisognerebbe indagare pure quelli religiosi, o quelli sportivi ecc. preesistenti, che spesso hanno implicazioni o risvolti politici) che si sono attivati e moltiplicati negli ultimi due anni segnalano che la tendenza alla partecipazione sta progressivamente crescendo rispetto alla fase finale del secolo scorso. Si tratta, tuttavia, di una partecipazione politica che va correttamente valutata. La sua qualità e la sua intensità non devono far velo alla constatazione che essa coinvolge cifre pur sempre limitate di persone in rapporto al totale della popolazione; e che, inoltre, essa si manifesta ancora nelle forme meno intense e non istituzionali della semplice presenza – da spettatori: e, quindi, relativamente passiva – alle iniziative politiche, e dell’attivazione episodica, soprattutto nel caso di grandi manifestazioni: forme che non sono necessariamente propedeutiche alla partecipazione vera e propria, cioè quella che riesce a investire costantemente e sistematicamente i livelli decisionali.

Ma, pur con questa cautela, la dimensione dei movimenti resta pur sempre quella in cui nei tempi recenti si è meglio manifestata dal basso la spinta alla partecipazione politica. E ciò è tanto più rilevante in quanto essa va commisurata alle difficoltà tipiche di questa fase, oltre che ai limiti intrinseci, della mobilitazione dall’alto promossa dal primo tradizionale canale di partecipazione politica, cioè il canale istituzionalizzato dei partiti.

Comunque, occorre avere chiaro che movimenti e partiti non sono soggetti antitetici o alternativi, né entità operanti in sfere diverse (i movimenti nella sfera della società civile: buona per auto definizione; e i partiti nella sfera della politica, anzi, della partitocrazia: cattiva per definizione di chi non vi è incluso). Movimenti e partiti sono, viceversa, modalità diverse di partecipazione alla medesima sfera politica, e dunque necessariamente in rapporto funzionale gli uni con gli altri, ma senza dipendenze gerarchiche o valoriali tra loro.

In tale ambito i movimenti costituiscono una modalità di azione sociale e di azione politica (avendo sempre ben presente la distinzione di questi due piani) positiva, e anzi auspicabile, la quale evidenzia che oggi esistono forti contraddizioni e tensioni nella società – contraddizioni e tensioni che i soggetti istituzionali non hanno percepito o, comunque, non hanno ben interpretato – e pone l’esigenza di abolire quelle contraddizioni e di superare o allentare quelle tensioni, attuando un mutamento che instauri un nuovo equilibrio, un nuovo ordine.

Si deve perciò sottolineare l’importanza e il peso politico generale che hanno esercitato i movimenti che si sono attivati in Italia soprattutto a partire dall’autunno del 2001 (benché essi debbano ora registrare una fase carsica di sprofondamento per altro prevedibile, anche se non da tutti prevista, posta la loro natura), muovendosi di norma su temi specifici e settoriali – il lavoro, i diritti, la giustizia, la scuola… – ma poi anche, in occasione dei grandi appuntamenti, su un tema trasversale come quello della pace.

Questi movimenti danno, comunque, segnali forti di un ritorno alla pratica della democrazia partecipata anche al di fuori dei partiti (che pure restano la togliattiana “democrazia che si organizza”: ma quel che conta, oggi, è in primo luogo la partecipazione, di fronte alla ‘democrazia’ degli spettatori passivi o a quella altrettanto passiva del consenso plebiscitario al capo di turno), e lo fanno soprattutto a partire da grandi temi etici, in senso lato: nel senso, cioè, che essi sgorgano da intense reazioni morali, da forti sussulti emotivi in un contesto di fase della nostra storia nazionale (ma non solo nazionale) in cui viceversa si è diffusa la convinzione, non sempre infondata, che la politica istituzionalizzata prescinda dalla dimensione valoriale, e perciò prescinda dall’etica pubblica, privilegiando esclusivamente la dimensione dell’utile, quando non quella del “particulare”.

Il primo, fondamentale merito dei movimenti è stato perciò proprio quello di riproporre la sfida dei valori (e della partecipazione, e della mobilitazione di massa, attorno a essi) ai partiti e alle istituzioni politiche. Non è un caso che il conflitto sociale rimesso in campo dal movimento operaio – che ha costituito l’autentico innesco e punto di riferimento principale di tutti gli altri movimenti – abbia appunto tenuto insieme, e insieme proposto, fin dal suo avvio, interessi e valori, istanze sindacali e aspirazioni ideali e politiche in senso lato, alto e nobile.

Un partito come il nostro – un partito comunista in costruzione – deve saper raccogliere questa spinta propulsiva, farla propria nell’elaborazione, nell’organizzazione, nell’azione. E, contemporaneamente, deve saper assumere criticamente i contenuti che essa sospinge, interagendo con essi – il che significa: cambiandoli, mentre cambia se stesso – inserendo le singole tessere di contenuto dei diversi movimenti nel proprio mosaico progettuale e programmatico, e dando così loro un significato complessivo; ma cercando anche di introdurre nei diversi movimenti il proprio autonomo punto di vista generale sui contenuti particolari, o i propri stessi contenuti.

Insomma, dal punto di vista del PdCI il rapporto tra partito e movimenti non può che essere di reciproca autonomia, e di reciproca relazione, lungo un percorso comune di azione e di interlocuzione politica. Ciò significa che la reciproca autonomia non può tradursi in incomunicabilità tra istanze di partito e movimenti, tanto più per i numerosi compagni attivi in questi ultimi. Operativamente, occorre quindi da un lato un censimento, completo e articolato per i diversi movimenti, di tali compagni, dall’altro un rafforzamento e una maggiore visibilità e sistematicità d’azione della struttura organizzativa nazionale competente sul tema dei movimenti nel loro insieme. Questo percorso di inter relazione dialettica può e deve costituire anche la traccia materiale di un più ampio e decisivo processo di ricomposizione unitaria sul piano della politica istituzionalizzata: di ricomposizione confederale della sinistra e, insieme, di cooperazione della sinistra col centro democratico.

 

Il rapporto con le organizzazioni di massa

Se lo sviluppo del radicamento e della funzione del nostro Partito non può prescindere da un corretto rapporto coi movimenti, per lo stesso scopo non sono meno decisive le relazioni sempre più strette che bisogna stringere ovunque con le organizzazioni di massa, costituenti un veicolo imprescindibile per raccordare la nostra politica e la nostra organizzazione a aree sociali fondamentali. A tal fine occorre sviluppare con sistematicità un lavoro paziente e mirato volto a insediarvi nostri militanti, sia attraverso la conquista al Partito di dirigenti di queste organizzazioni sia con la promozione a ruoli di direzione dei nostri migliori compagni aderenti alle diverse associazioni. Questo decisivo lavoro non può essere lasciato al caso. Esso esige una costante attenzione dei nostri gruppi dirigenti, e l’assunzione di iniziative idonee a ottenere concretamente gli obiettivi che ci proponiamo, individuando anche nominativamente i soggetti e i luoghi sui quali puntiamo.

Il PdCI gode già di una consistente presenza nel movimento sindacale, con particolare riguardo alla Cgil. Si tratta di un consistente nucleo di compagni che per esperienza, capacità e competenza costituiscono una grande risorsa per i lavoratori non soltanto sul piano sindacale (che, naturalmente, costituisce il loro specifico e autonomo terreno di azione) ma anche su quello più generale, politico in senso lato. Perciò essi costituiscono anche una grande risorsa per il Partito, una risorsa che va messa pienamente a frutto con un impegno più sistematico di questi dirigenti comunisti nella vita di Partito oltre che con un loro utilizzo più pieno e organico e una più efficace valorizzazione delle loro competenze da parte del Partito medesimo.

Al momento meno incisiva, ma potenzialmente non meno rilevante, è la presenza di iscritti o di militanti del PdCI in altre organizzazioni di massa: dal settore ricreativo a quello della cooperazione, dal mondo dell’artigianato a quello dell’agricoltura a quello del commercio. E’ una presenza diffusa, ma organizzativamente non strutturata, e talvolta ancora non censita completamente. E, dunque, censirla e strutturarla a livello sia regionale sia centrale è un passaggio obbligato perché essa possa diventare politicamente significativa e incisiva.

Ma, una forza politica come la nostra, che si qualifica “Partito dei lavoratori”, deve verificare e sviluppare prima di tutto il proprio radicamento almeno nei principali centri produttivi del Paese. Pur potendo registrare alcuni buoni risultati, troppo scarse sono ancora le nostre sezioni e i nostri nuclei organizzati nelle fabbriche grandi e medie, nelle Università e nei centri di ricerca, in servizi fondamentali per la vita dei cittadini quali la sanità, i trasporti, la scuola, l’informazione. In tutti questi ambiti va prioritariamente dispiegata l’iniziativa politica (almeno nella forma della propaganda, che ne costituisce il livello minimo) e organizzativa dei comunisti, scegliendo in base a ciò che le nostre forze ci consentono di fare luogo per luogo, ma poi lavorando con sistematicità su quelle scelte fino a quando il risultato, cioè il formarsi di un nostro nucleo organizzato, non sia stato raggiunto.

 

Investire per crescere: le risorse umane

L’altro vasto terreno sul quale ci giochiamo il nostro radicamento, la nostra espansione, il nostro stesso futuro, è quello giovanile. Qui abbiamo fatto meno di quello che ci eravamo prefissi di fare. Abbiamo attuato corsi di formazione per i giovani (ma si tratta di un’esigenza sentita anche in classi di età superiori, per rispondere alla quale bisognerà attrezzarci adeguatamente) sia centrali, sia in alcune regioni sia, ma più raramente, in alcune Federazioni. La partecipazione dei giovani alle iniziative formative è stata elevata, con una domanda quantitativa e qualitativa nettamente superiore all’offerta: una domanda che non ci è consentito deludere e che esige perciò maggiore continuità e sistematicità nelle risposte.

Occorre dunque intensificare il lavoro di formazione dei giovani, cogliendo bene ciò che essi chiedono: chiedono un’organizzazione che offra la possibilità di trovare, vivere e praticare in comune valori e ideali di liberà, uguaglianza, solidarietà, giustizia sociale; che fornisca loro conoscenze, informazioni, strumenti critici per interpretare il mondo e la sua storia secondo criteri culturali di democrazia, di progresso, di socialità, di antifascismo e antimperialismo, di pace; che li accolga col minimo di conflittualità che ogni comunità umana possiede; che li aiuti infine a impadronirsi rapidamente delle tecniche della politica indispensabili per maturare nella militanza e nell’esperienza di direzione del Partito. La formazione deve mirare a soddisfare tutte queste aspettative nel minor tempo possibile: anche questo è un compito fondamentale per gruppi dirigenti che, a tutti i livelli, vogliano essere degni di questa qualifica.

I giovani chiedono però anche che, oltre alla formazione, si dia seguito agli orientamenti assunti in merito alla loro organizzazione: non un’organizzazione separata, perché non ci è consentito in questa fase sottrarre risorse umane, intellettuali e fisiche, al compito primario della costruzione del Partito, ma un’organizzazione interna e organica, con propri spazi di elaborazione, discussione ed azione, e con propri strumenti di identità, che punti ad accrescere la partecipazione e a portare all’interno del PdCI e della sinistra le idee, le necessità e i bisogni delle nuove generazioni.

In occasione del Congresso bisogna perciò costituire in ogni regione l’organizzazione giovanile regionale del PdCI, convocando un’assemblea, a cui partecipino di diritto tutti i giovani dai 14 ai 29 anni. Un’analoga assemblea verrà convocata a livello nazionale subito dopo il terzo Congresso. L’intero percorso congressuale dovrà promuovere l’ingresso in tutti i gruppi dirigenti, a tutti i livelli, di un’ampia percentuale di giovani. E’ questo un autentico investimento sul futuro del Partito, analogo a quello compiuto al precedente Congresso sul terreno della parità dei sessi, con la speranza che esso possa registrare un identico successo.

In questi due anni sono infatti emerse, in vari livelli di direzione politica e di presenza amministrativa, importanti figure di donne che, al di fuori di quella coraggiosa e innovativa scelta di principio, avrebbero incontrato maggiori difficoltà a affermarsi. Ciò ha premiato la nostra scommessa. La scelta della parità tra i sessi nella composizione del Comitato centrale va perciò confermata, puntando ora a farle fare un ulteriore passo in avanti in termini qualitativi. E’ quindi indispensabile che nel percorso congressuale tutte le nostre organizzazioni provvedano per tempo a individuare con oculatezza nel mondo femminile le figure più idonee da candidare al massimo organo dirigente del Partito, consentendogli così di funzionare al meglio delle sue potenzialità.

Analogamente, è necessario che grande attenzione venga posta su due altri temi che hanno qualificato sotto il profilo organizzativo il precedente congresso: quello dell’immigrazione, e quello dell’omosessualità e dei diritti.

Quanto al primo tema, si è costituito un gruppo di lavoro nazionale che ha iniziato a operare in tutti i settori coinvolti nel fenomeno migratorio: lavoro, legislazione, scuola e seconda generazione, intercultura, rapporti con associazioni, questioni religiose; esso ha prodotto un significativo risultato di elaborazione con il documento approvato a conclusione del I° seminario nazionale del Partito dedicato all’argomento.

Si tratta ora di procedere ulteriormente su questa strada consolidando e ampliando l’ancora embrionale strutturazione organizzativa che ci siamo data, e coinvolgendovi, sulla base di un idoneo censimento da avviare già nella fase congressuale, l’insieme degli immigrati che in varie parti d’Italia fanno capo al PdCI. Tra questi vi sono quadri rilevanti, impegnati talvolta anche a livello amministrativo, che per coerenza con le priorità che ci siamo assegnate è opportuno valorizzare fin nel massimo organismo dirigente.

Quanto al secondo tema, si è iniziato un percorso organizzativo che sta dando alcuni frutti: strutturazione all’interno del Partito di un coordinamento nazionale gay, lesbiche, bisessuali, transessuali e transgender denominato “Pasolini” che opera in accordo col Dipartimento Diritti civili; sua articolazione in coordinamenti regionali in alcune Regioni, mentre in altre sono attivi gruppi di lavoro che si propongono di formalizzare quanto prima questo obiettivo; avvio di una campagna di informazione e di sensibilizzazione sia all’interno sia nelle relazioni con alcuni altri Partiti comunisti (Germania, Francia, Cuba). Nonostante tali primi risultati, permangono difficoltà non indifferenti legate non soltanto a diffusi motivi e pregiudizi culturali ma anche alla scarsità di militanti attualmente coinvolti in questo complesso impegno. E’ perciò urgente agire sull’uno e sull’altro terreno, spingendo l’insieme del Partito a dedicarsi a un tema di lotta che non può essere considerato settoriale, dato che invece esso evoca una più generale dimensione di civiltà.

 

Investire per crescere: le risorse materiali

Un più efficiente funzionamento del Partito richiede che tutti i Dipartimenti della Direzione nazionale attualmente in funzione siano messi nelle condizioni di svolgere i propri compiti più efficacemente di quanto sia stato possibile finora. Ovviamente, questa necessità va commisurata con la scarsità delle risorse disponibili, e dunque si traduce nell’esigenza di una distribuzione equilibrata delle stesse secondo criteri di priorità politica coerenti con le scelte congressuali.

Un Partito con limitate risorse finanziarie e, quindi, con uno scarsissimo numero di funzionari è costretto a supplire queste deficienze utilizzando al massimo le figure istituzionali, il cui compito non può essere minimamente separato dal dovere primario di contribuire attivamente alla costruzione del Partito. Iscritti al Partito collocati in ruoli istituzionali la cui azione e la cui visibilità non abbiano alcuna ricaduta sul consolidamento della nostra organizzazione, non sono funzionali allo sviluppo del PdCI.

Naturalmente, dare visibilità al Partito non è compito esclusivo degli eletti. Ciò spetta, in primo luogo, alla nostra autonoma capacità di informazione. In questo campo possiamo registrare un rilevante miglioramento dei nostri strumenti. Ciò vale in primo luogo per “La Rinascita della sinistra” che si è ulteriormente qualificata sia sul piano politico sia su quello della diffusione, in particolare per abbonamenti. Vale inoltre per i numerosi periodici prodotti su scala regionale e, soprattutto, per l’informazione telematica sia centrale sia regionale. Nonostante questi progressi, siamo però ancora assai lontani dal disporre di una soddisfacente rete informativa. Oltre a potenziare gli strumenti di cui disponiamo attualmente, è necessario organizzarne meglio le sinergie, in modo che sia possibile per un verso razionalizzare i messaggi e raggiungere il massimo numero possibile di destinatari e per l’altro verso ridurre i costi.

Quest’ultima è un’esigenza vitale anche perché, come già si è ricordato, le risorse finanziarie del Partito restano modeste. Le due campagne di sottoscrizione lanciate negli anni passati non hanno realizzato i risultati sperati. Eppure, l’auto finanziamento resta un percorso irrinunciabile per assicurare al Partito le risorse indispensabili per fronteggiare le sue crescenti responsabilità. Individuare e sperimentare forme, vecchie o nuove, ma realistiche di auto finanziamento è dunque una responsabilità che grava sull’insieme dei nostri gruppi dirigenti. Accanto a ciò si collocano altre due fonti di finanziamento, cui il Partito può e deve attingere meglio di quanto abbia fatto finora: il finanziamento pubblico che, essendo legato ai risultati elettorali, rinvia a un impegno sempre più deciso su questo terreno; e il doveroso contributo degli eletti e dei nominati, che costituisce una condizione imprescindibile per l’appartenenza al Partito, e che va curato con la massima attenzione, e in ogni fase della vita politica, dai gruppi dirigenti che ne risultano responsabili nei confronti dell’intera organizzazione.

 

Gli organismi di garanzia: una funzione dirigente fondamentale

Ciò significa che questo compito non è di esclusiva competenza degli organismi di garanzia, bensì dell’insieme degli organismi dirigenti, dei quali anche gli organismi di garanzia fanno parte, pur se con una loro specifica peculiarità. Gli organismi di garanzia hanno prestato grande cura a una corretta crescita del Partito, e alle sue talvolta tese dinamiche interne, agendo di norma con grande saggezza, puntando a prevenire le tensioni ed evitando di esservi trascinati come parte in causa, cercando prima di tutto di persuadere, e ricorrendo a sanzioni soltanto quando tutte le altre strade si erano dimostrate impercorribili. In tal senso è stato esemplare il lavoro della Commissione centrale, sulla quale si è riversata una parte consistente del contenzioso che le Commissioni regionali non sono state in grado di risolvere al proprio livello, nonostante un impegno che quasi sempre è stato attivo, equilibrato ed effettivamente super partes.

Alla luce dell’esperienza compiuta, è fondamentale assicurare che a far parte degli organismi di garanzia competenti regionalmente, per il ruolo delicatissimo che sono chiamati a svolgere, e per il rilievo che hanno in questa fase dello sviluppo del Partito, vengano chiamati i compagni effettivamente più idonei e qualificati, anche a costo di rinunciare a utilizzarli nella direzione esecutiva, data l’evidente incompatibilità, a tutti i livelli, tra questa funzione e quella di garanzia. Può essere utile che la Commissione centrale di garanzia metta le proprie esperienze e conoscenze a disposizione dei Congressi regionali per consentire loro scelte ben meditate e oculate. Comunque qualora, com’è successo, si verificassero casi di inattività di Commissioni regionali o di loro coinvolgimento, in tutto o in parte, in contrasti interni al Partito del territorio, è necessario prevedere forme di supplenza o d’intervento che ne restaurino la corretta funzione.



COMITATO CENTRALE
del 6 e 7 dicembre 2003
- La relazione di Pagliarulo
- La relazione di Galante
- Il documento politico
- Il documento sul partito
- Le conclusioni di Galante
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto
- L'ordine del giorno sulla centralità del tema di genere

COMITATO CENTRALE

del 29 e 30 novembre 2003
- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto
- L'ordine del giorno