|
Le complesse dinamiche
della realtà internazionale nell’epoca della guerra permanente;
l’accentuarsi in Italia delle spinte eversive degli assetti
sociali e politici democratici nella prospettiva della creazione
di un moderno e inedito regime autoritario; la sempre più
marcata tendenza di una parte della sinistra italiana a
fuoriuscire dalla storia del movimento operaio, comunista e
socialista, andando oltre la stessa cultura e la stessa
prospettiva socialdemocratiche; gli approfondimenti e gli
sviluppi che per ciò stiamo introducendo nella linea politica
del nostro Partito; le crescenti e inedite responsabilità che
tali processi caricano sulle nostre spalle: tutte queste novità
esigono che, nello spazio interno dell’organizzazione dei
comunisti italiani,ogni energia sia indirizzata a un unico,
fondamentale compito: accelerare i passaggi indispensabili alla
realizzazione dell’obiettivo (“generazionale”, come abbiamo
chiarito al Congresso di Bellaria) della ricostruzione anche
organizzativa di un efficiente Partito collocato con forte
carica innovativa nella scia della cultura e della pratica
politiche che hanno storicamente caratterizzato il Partito
comunista italiano.
Un Partito innervato
quindi da una militanza con forti e convinte motivazioni ideali,
capace di praticare anche sul piano del costume interno i
principi riassunti nella formula della “questione morale”, e
perciò capace di distinguersi nettamente dalla desolante deriva
di rincorsa al potere e all’arricchimento personale prevalente
in tante altre formazioni politiche: un Partito che per tutto
ciò sia in grado di qualificarsi concretamente come strumento di
trasformazione della nuova realtà entro la quale si trova a
operare.
La sfida generazionale
Senza una forza politica
comunista capace di intervenire efficacemente in tal senso – in
piena autonomia culturale, politica e organizzativa – oggi in
Italia verrebbe cancellata la possibilità dell’esistenza di un
soggetto che possa autenticamente qualificarsi, essere percepito
e agire come “sinistra” di cambiamento, e la stessa nozione di
“sinistra” ne verrebbe stravolta, svanendo nella direzione di un
“riformismo” moderato e senza progresso né cambiamento oppure in
quella di un “antagonismo” verboso e inconcludente, esso pure
incapace di incidere, se non negativamente, sulla realtà.
E’ necessario dunque
coprire rapidamente questo nostro spazio: questa è l’ambizione
storica che ci ha spinto a fondare il PdCI. Nei due anni
trascorsi dal Congresso di Bellaria abbiamo però ulteriormente
constatato quante e quanto grandi siano le difficoltà, oggettive
e soggettive, di questa impresa e, in particolare, quale sia il
divario, nel processo di costruzione del Partito, tra i tempi
generazionali della prospettiva che ci siamo assegnati e i tempi
dell’azione immediata che urgono, e sui quali misuriamo tutta la
nostra attuale inadeguatezza.
Dobbiamo convivere con
questa contraddizione, senza confondere mai ciò che vorremmo
essere con ciò che siamo. Ciò significa sia rifuggire dal
coltivare impazienze sterili o la ricerca di scorciatoie
improduttive, sia anche scongiurare forme di frustrazione o
rassegnazione paralizzanti. Puntiamo, viceversa, a agire con
razionalità, sistematicità e determinazione per stringere quanto
più possibile le due lame della forbice, facendo fin d’ora tutto
quello che è possibile e sta a noi fare per migliorare la nostra
efficienza e l’efficacia della nostra azione: che è molto.
Abbiamo superato con
successo momenti assai difficili, non soltanto sotto il profilo
politico ma anche sotto quello organizzativo. Fummo perfino
definiti “un partito in agonia”. E c’è stato chi a lungo ci ha
considerato un partito “transitorio”, in vista di confluenze,
assorbimenti, fusioni o riunificazioni: anzi, tra i nostri
alleati e interlocutori c’è talvolta sotto traccia ancora
qualcuno che s’illude o sogna qualcuna di queste prospettive.
Sbaglia.
Il Partito dei Comunisti
Italiani è oggi più che mai sicuro di sé e del proprio futuro,
corroborato da trend di risultati politici, elettorali e
organizzativi tutti positivi. La consapevolezza, e persino
l’orgoglio, di questi risultati – raggiunti in situazioni
difficilissime, da militanti privi spesso degli strumenti
materiali più essenziali per fare politica, e agendo contro
tendenza, e perciò ancor più rimarchevoli – non ci occultano
però la visione realistica di ciò che siamo: le nostre modeste
dimensioni complessive, la distribuzione ineguale della nostra
forza organizzata, la fragilità di alcune nostre organizzazioni
periferiche, la conflittualità senza motivi politici che qua e
là segna le relazioni interne ai gruppi dirigenti territoriali,
la prudenza quasi timorosa verso nuovi ingressi che
arricchirebbero la nostra militanza, l’andamento differenziato
sia del tesseramento sia dei risultati elettorali, l’iniziativa
politica esterna non sempre all’altezza delle possibilità. E,
prima di tutto, la nostra incapacità di utilizzare al meglio la
pur ricca dotazione di capacità e di competenze di cui
disponiamo ma che restano spesso isolate e disperse, se non
addirittura sconosciute.
Il Congresso dev’essere
l’occasione anche per affrontare questi limiti, mettendone a
fuoco i motivi e avviando percorsi per superarli: facendoci
guidare dalla consapevolezza che non saremo un autentico partito
nazionale finché non avremo elaborato un programma valido per
tutto il territorio nazionale e articolato almeno a livello
regionale, e finché non avremo costruito un’organizzazione
presente su tutto il territorio nazionale, e quindi diramata
almeno fino alle realtà territoriali omogenee di tipo
subprovinciale; ma anche dalla consapevolezza che, oggi, non si
dà pienezza della dimensione nazionale al di fuori della
proiezione europea – programmatica e organizzativa – del
Partito.
Questa consapevolezza ha
guidato le scelte organizzative del secondo congresso del
Partito. Al terzo congresso spetta un primo consuntivo. Non
vanno poste in discussione le scelte compiute, che restano
obbligate per motivi sia politici, sia istituzionali, sia
fattuali, né tanto meno l’impianto di fondo che ci siamo dati.
Vanno discusse, viceversa, e per quanto possibile superate, le
difficoltà soggettive e oggettive che si sono finora registrate.
La proiezione europea
Quanto alla proiezione
europea del Partito, si deve accentuare l’impegno sia per la
definizione più puntuale di un programma dei comunisti che sia
all’altezza di tutti i fondamentali temi posti dalla nuova fase
dell’integrazione nell’ambito delle tendenze attualmente
dominanti nel sistema internazionale sia per la ricerca, su
questa base programmatica, di più strette relazioni politiche e
operative a livello dell’Unione tra tutte le forze politiche che
mantengono un rapporto reale con i valori e gli interessi dei
lavoratori.
Un utile passo in avanti
lungo questa strada può scaturire dalla necessità di dare vita a
un’organizzazione che corrisponda alle nuove norme in materia di
partiti politici europei fissate dal Parlamento di Bruxelles.
Pur senza farsi alcuna illusione in merito alle difficoltà di
una reale convergenza ideale, politica, programmatica e
organizzativa tra tutte le forze che possono essere coinvolte in
questa prospettiva, i Comunisti italiani non si devono lasciar
sfuggire l’occasione perché essa potrà rendere più solido il
comune perimetro di dialogo e di confronto oggi costituito
dall’esperienza confederale del GUE, che se adeguatamente
coltivata potrà dare ulteriori, positivi sviluppi: il primo dei
quali può e deve essere l’impegno a costituire, anche in Europa,
una sede d’incontro delle sinistre sull’esempio del “forum”
latinoamericano di S. Paolo.
La regionalizzazione come sfida
politico-programmatica
Quanto all’articolazione e
al radicamento regionali del Partito, qui la principale
difficoltà consiste nell’assenza di una diffusa cultura politica
regionale. Ne sono prive pressoché tutte le forze politiche,
compresa la nostra. E, tuttavia, quello regionale è, appunto, un
terreno obbligato per noi più che per altri, dal quale quindi
non si può prescindere: pena, altrimenti, l’ininfluenza politica
e l’inconsistenza organizzativa. Bisogna dunque che i comunisti
coltivino con crescente consapevolezza e determinazione questo
terreno; essi devono perseguire l’obiettivo finale della
regionalizzazione attraverso un percorso necessariamente
graduale, fatto di iniziative politiche, di approfondimenti
programmatici, di analisi, di esperienze e di frequentazioni
comuni compiute a tale livello.
Posto che la
regionalizzazione è un obiettivo (in primo luogo, politico) se
ne fraintende evidentemente il senso se invece la si assume come
un dato acquisito, interpretandola in modo
burocratico-amministrativo come ‘comando’ sulle Federazioni
provinciali. Analogamente, si fraintende il progetto se lo si
interpreta come una sorta di coordinamento di Federazioni dotate
di una malintesa autonomia di tipo anarcoide; oppure se lo si
legge in chiave gattopardesca, come se nulla si fosse deciso in
merito, e lasciando che le cose vadano come sono sempre andate;
oppure, ancora, se si guarda a esso come a un progetto
“federalista” fondato sul conflitto delle organizzazioni
regionali – assunte quasi come delle satrapie – contro il centro
“romano”.
La regionalizzazione bene
intesa, secondo il progetto di Bellaria, era ed è altro, sicché
nella discussione congressuale è indispensabile approfondirne i
termini, per conquistare a una pratica coerente l’intero gruppo
dirigente diffuso e centrale del Partito. Sinteticamente, la
regionalizzazione costituisce il metodo e il livello principale
di organizzazione che ci siamo dati per rendere più veloce la
costruzione di uno strumento capace di cambiare secondo i propri
propositi la realtà politica e sociale in cui si trova a
operare: le circostanze sempre più complesse che dobbiamo
fronteggiare esigono con crescente urgenza da parte nostra una
capacità, una “virtù”, all’altezza di sfide che non possiamo
eludere.
La prima sfida è di natura
politico-programmatica. Tranne poche encomiabili eccezioni, le
nostre organizzazioni regionali non si sono impegnate
coerentemente e a fondo su questo fondamentale terreno. Per
rimediare a questo deficit di concretezza di elaborazione e di
progettualità i Congressi regionali, fissati per la prima metà
di febbraio del 2004, dovranno cimentarsi in uno sforzo di
analisi, di proposta, di indicazione di obiettivi che siano in
grado di qualificare i Comunisti italiani sulla scena regionale.
La qualità e la crescita dei gruppi dirigenti regionali si
misureranno infatti, prima di tutto, proprio sulla loro capacità
politica e programmatica: capacità che è indispensabile produrre
anche per dotare l’elaborazione nazionale di solide fondamenta
e, insieme, di solide articolazioni a livello territoriale.
La regionalizzazione come sfida
politico-organizzativa
La seconda sfida è di
natura politico-organizzativa. I fraintendimenti cui si è sopra
accennato hanno causato in alcune realtà frizioni e tensioni,
oppure in altre non hanno fatto fare alcun passo in avanti sul
terreno di una efficace strutturazione e direzione regionali del
Partito. Si tratta di questioni assai delicate, che toccano
insieme aspetti di identità politica, di esperienza
organizzativa, di relazioni interpersonali, e infine anche di
architettura statutaria: ma l’ingegneria statutaria, che pure ha
il suo ruolo e va quindi precisata, da sola non può supplire le
carenze di altri aspetti, a iniziare da quelle di natura
politica e etica del sentirsi ed essere partecipi di valori e
scopi comuni, anteposti a qualsiasi pur lecita ambizione di tipo
locale o personale. Sotto questo profilo, la regionalizzazione
non è dunque soltanto una sfida politica, programmatica e
organizzativa posta al Partito, ma anche il terreno di una
costruttiva lotta politica sulla concezione del Partito.
Dal Congresso regionale
deve uscire, oltre a un organico insieme di indirizzi e di
obiettivi programmatici, anche un quadro condiviso di relazioni
organizzative e di funzioni da esercitare, fondato su alcuni
criteri guida: l’autonomia delle Federazioni si esercita
all’interno del quadro politico e programmatico definito dal
Congresso regionale e delle scelte operative coerenti con esso
successivamente compiute dal Comitato regionale. Questo non può
e non deve intervenire nella scelte politiche e amministrative
concernenti esclusivamente il territorio di ogni Federazione, e
deve invece svolgere funzioni di indirizzo, di proposta, di
generalizzazione di esperienze e di iniziative, di direzione
collegiale, di verifica dell’esecuzione delle scelte compiute
regionalmente. Il livello regionale costituisce insomma,
insieme, una struttura di direzione, una struttura di servizio e
un volano per l’azione politica delle Federazioni: per il loro
“fare”, che va promosso, indirizzato e verificato. Questo
compito spetta in primo luogo alle Segreterie regionali che
devono perciò attrezzarsi, anche sotto il profilo della loro
composizione, per svolgerlo al meglio garantendo nel contempo il
raccordo territoriale con le Federazioni e la funzionalità nella
direzione dei settori di lavoro, possibilmente senza
sovrapposizioni. Non sembra quindi né opportuno né utile
disciplinare con criteri rigidi e univoci la composizione delle
Segreterie regionali.
Il Comitato regionale,
inoltre, può e deve intervenire là dove le singole Federazioni
non siano in grado di giungere. Per questo è necessario che ogni
Congresso regionale tracci una sorta di mappa territoriale
recante la distribuzione della nostra forza organizzata, faccia
un censimento delle risorse di competenza disponibili già ora
nel Partito in vista di un loro immediato impiego in forma
coordinata e organica, definisca infine un piano di massima per
intervenire quanto prima nelle situazioni territoriali e sociali
dove risultiamo massimamente scoperti per avviarvi un concreto
processo di radicamento.
Ma la regionalizzazione
presenta anche un altro aspetto, non meno rilevante di quelli
finora trattati. Essa è un raccordo decisivo del nesso
centro-periferia, e lo è nelle due direzioni: dal centro verso
la periferia, e dalla periferia verso il centro. Se questo
raccordo s’inceppa, per qualsiasi motivo volontario o
involontario, accidentale o strutturale, è l’intero impianto
organizzativo del Partito che ne viene danneggiato. Perciò è
grande la responsabilità che compete ai gruppi dirigenti
regionali. La loro autorevolezza dipende, oltre che dalle
caratteristiche politiche e morali, dal riconoscimento da parte
delle organizzazioni federali per l’utilità delle funzioni che
sono effettivamente in grado di adempiere, non meno che dalla
loro capacità di sentirsi, e di pensare e di agire come
dirigenti complessivi, con valenza anche nazionale, del Partito.
Per questo va confermata la norma statutaria secondo la quale i
Segretari regionali sono, in quanto tali, componenti della
Direzione nazionale del Partito. Per questo, però, sono
incomprensibili, i casi nei quali si è omessa persino
l’informazione regolare sull’attività politica delle
organizzazioni regionali, quasi che ci si volesse sottrarre a
qualsiasi verifica – non certo per fini censori – del lavoro
svolto, o delle difficoltà o delle incapacità incontrate nello
svolgerlo. E’ evidente che questi casi estremi, pochissimi per
fortuna, devono essere superati senza indugio: in caso
contrario, la costruzione nazionale del Partito ne subirebbe un
ritardo, ma soprattutto essa correrebbe il rischio di subire una
torsione elettoralistica inaccettabile.
Tra le frizioni
organizzative che si sono registrate, un posto a sé occupa
quella tra alcune organizzazioni regionali e le organizzazioni
delle rispettive grandi città (quelle che abbiamo definito come
“federazioni metropolitane”, per altro in un’accezione diversa
da quelle di “area metropolitana” o di “città metropolitana” di
derivazione istituzionale).
Si tratta di un nodo
complesso, che al Congresso di Bellaria era stato individuato
con chiarezza in termini di principio senza però che si
riuscisse a scioglierlo a priori. Dopo due anni di esperienza si
possono ora ipotizzare percorsi in vista di una soluzione
statutaria, fondati sui principi della pari dignità gerarchica
delle due istanze organizzative e della piena competenza
politica dell’istanza regionale su tutto il territorio:
competenza finalizzata alla realizzazione degli obiettivi
politici e programmatici regionali, e in questo ambito capace di
raccordare pure la rappresentatività politica e organizzativa
della “città metropolitana”. Anche in questo caso – anzi, forse,
in questo caso più che in altri – l’ingegneria statutaria può
però soltanto intrecciare una rete a maglie larghe di norme per
stimolare la cooperazione. Ma la cooperazione effettiva per un
verso presuppone una specifica capacità propositiva e
progettuale di entrambe le istanze (la dimensione politica,
infatti, è la sola che possa legittimare e, insieme,
circoscrivere non burocraticamente gli spazi di competenza
autonoma dei distinti livelli organizzativi: sicché
nell’elaborazione programmatica affidata ai Congressi regionali
dovrà necessariamente confluire l’autonoma elaborazione delle
rispettive Federazioni metropolitane) e per l’altro verso esige
sempre, comunque, un accordo e una volontà politica unitari di
tutti i soggetti coinvolti: vale a dire, la maturità
dell’insieme dei gruppi dirigenti.
La formazione dei gruppi dirigenti
Tutto questo postula che
si tenda alla formazione di gruppi dirigenti, in particolare di
quelli regionali, sempre più qualificati e stabili: perché la
superiore qualità alla quale abbiamo puntato, fatta di un
amalgama di cultura politica, esperienza, mentalità e
sensibilità, è un obiettivo che non è stato ancora pienamente
realizzato; e perché la stabilità, collegialmente intesa, in un
Partito coi nostri limiti, è condizione per non dover riprendere
sempre da capo il processo di formazione e di accumulo di
capacità.
Quanto alla qualità, di
norma, e con le debite eccezioni, i nostri gruppi dirigenti
regionali conservano ottiche sostanzialmente localistiche se non
addirittura municipalistiche. Questo limite, come altri, si può
e si deve superare sia pure con inevitabile gradualità. Non ci
si improvvisa dirigenti regionali: lo si diventa con la
riflessione e con l’esperienza. La riflessione ha a che fare,
propedeuticamente, con l’elaborazione programmatica regionale.
L’esperienza esige invece che si costruisca il maggior numero
possibile di iniziative regionali, in risposta a esigenze
sociali ambientali istituzionali ecc. dell’intero territorio, in
cui coinvolgere e far lavorare insieme, in costante
collaborazione, l’insieme dei compagni ai quali è stato
assegnato il compito della direzione regionale. Ciò significa
muoversi secondo piani di lavoro, che bisogna decidersi a
elaborare e a esigere a qualsiasi livello di direzione, pur
sapendo bene che non sarà facile conquistare tutte le nostre
strutture alla cultura del “fare” e del “verificare”. E’ perciò
indispensabile che tutte tali strutture ricevano, e inviino,
adeguati stimoli operativi per superare i deficit di azione
politica tuttora persistenti, facendo perno appunto sulla
dimensione regionale.
Quanto alla stabilità dei
gruppi dirigenti regionali essa, con qualche traumatica
eccezione, è stata assicurata. Non si è trattato però, sempre,
di una buona stabilità. In qualche caso, infatti, essa è stata
percorsa e prodotta da tensioni immobilizzanti, in qualche altro
ha coinciso con l’inesistenza della funzione dirigente. Dove
invece questa funzione è stata esercitata attivamente e si è
intrecciata con una effettiva stabilità organizzativa, i
risultati positivi si sono visti tanto sul piano elettorale
quanto su quello del tesseramento, i cui dati confermano quanto
fondamentale sia il ruolo, positivo o negativo, dei gruppi
dirigenti nel consolidamento e nella crescita del Partito.
Il Congresso dovrà essere
anche un momento di verifica di questo ruolo, del lavoro
compiuto o non compiuto dalle diverse articolazioni dei gruppi
dirigenti, non in un’ottica censoria, naturalmente, bensì in
quella costruttiva e promozionale della valorizzazione dei
risultati raggiunti e del superamento dei limiti registrati.
Risultati e limiti che, sul piano organizzativo, si misurano in
primo luogo col tesseramento e col radicamento effettivamente
attuati. Troppo spesso il tesseramento appare più un onere o un
fatto di routine che un compito e un impegno fondamentali nei
quali si esprime materialmente, concretamente, la funzione
dirigente, la capacità politica e organizzativa, la dedizione al
Partito anziché a se stessi: in breve, il passaggio dalle parole
ai fatti nell’attuazione dell’obiettivo generazionale che ci
siamo assunti ma che, senza la conquista fin da ora di tanti
altri iscritti e militanti, sarebbe ovviamente impossibile
raggiungere.
Il rapporto con i movimenti
E’ fin troppo evidente
che, in questa fase storica, la militanza nei partiti, e in
particolare in un Partito serio quale vuol essere il nostro, non
suscita grandi passioni né entusiasmi. Per la metodicità e
l’impegno che esige essa è prevalentemente una scelta razionale
e ideale. Vi è qui una differenza fondamentale rispetto a quanto
succede per i movimenti dove, viceversa, almeno nella fase
iniziale di adesione, prevalgono motivazioni più prammatiche, o
emotive, o direttamente etiche. Una differenza che, insieme a
tante altre, sulle quali occorre ampiamente soffermarsi, i
militanti comunisti devono avere ben presente per instaurare un
rapporto fecondo, e reciprocamente utile, coi movimenti.
I movimenti politici (ma
bisognerebbe indagare pure quelli religiosi, o quelli sportivi
ecc. preesistenti, che spesso hanno implicazioni o risvolti
politici) che si sono attivati e moltiplicati negli ultimi due
anni segnalano che la tendenza alla partecipazione sta
progressivamente crescendo rispetto alla fase finale del secolo
scorso. Si tratta, tuttavia, di una partecipazione politica che
va correttamente valutata. La sua qualità e la sua intensità non
devono far velo alla constatazione che essa coinvolge cifre pur
sempre limitate di persone in rapporto al totale della
popolazione; e che, inoltre, essa si manifesta ancora nelle
forme meno intense e non istituzionali della semplice presenza –
da spettatori: e, quindi, relativamente passiva – alle
iniziative politiche, e dell’attivazione episodica, soprattutto
nel caso di grandi manifestazioni: forme che non sono
necessariamente propedeutiche alla partecipazione vera e
propria, cioè quella che riesce a investire costantemente e
sistematicamente i livelli decisionali.
Ma, pur con questa
cautela, la dimensione dei movimenti resta pur sempre quella in
cui nei tempi recenti si è meglio manifestata dal basso la
spinta alla partecipazione politica. E ciò è tanto più rilevante
in quanto essa va commisurata alle difficoltà tipiche di questa
fase, oltre che ai limiti intrinseci, della mobilitazione
dall’alto promossa dal primo tradizionale canale di
partecipazione politica, cioè il canale istituzionalizzato dei
partiti.
Comunque, occorre avere
chiaro che movimenti e partiti non sono soggetti antitetici o
alternativi, né entità operanti in sfere diverse (i movimenti
nella sfera della società civile: buona per auto definizione; e
i partiti nella sfera della politica, anzi, della partitocrazia:
cattiva per definizione di chi non vi è incluso). Movimenti e
partiti sono, viceversa, modalità diverse di partecipazione alla
medesima sfera politica, e dunque necessariamente in rapporto
funzionale gli uni con gli altri, ma senza dipendenze
gerarchiche o valoriali tra loro.
In tale ambito i movimenti
costituiscono una modalità di azione sociale e di azione
politica (avendo sempre ben presente la distinzione di questi
due piani) positiva, e anzi auspicabile, la quale evidenzia che
oggi esistono forti contraddizioni e tensioni nella società –
contraddizioni e tensioni che i soggetti istituzionali non hanno
percepito o, comunque, non hanno ben interpretato – e pone
l’esigenza di abolire quelle contraddizioni e di superare o
allentare quelle tensioni, attuando un mutamento che instauri un
nuovo equilibrio, un nuovo ordine.
Si deve perciò
sottolineare l’importanza e il peso politico generale che hanno
esercitato i movimenti che si sono attivati in Italia
soprattutto a partire dall’autunno del 2001 (benché essi debbano
ora registrare una fase carsica di sprofondamento per altro
prevedibile, anche se non da tutti prevista, posta la loro
natura), muovendosi di norma su temi specifici e settoriali – il
lavoro, i diritti, la giustizia, la scuola… – ma poi anche, in
occasione dei grandi appuntamenti, su un tema trasversale come
quello della pace.
Questi movimenti danno,
comunque, segnali forti di un ritorno alla pratica della
democrazia partecipata anche al di fuori dei partiti (che pure
restano la togliattiana “democrazia che si organizza”: ma quel
che conta, oggi, è in primo luogo la partecipazione, di fronte
alla ‘democrazia’ degli spettatori passivi o a quella
altrettanto passiva del consenso plebiscitario al capo di
turno), e lo fanno soprattutto a partire da grandi temi etici,
in senso lato: nel senso, cioè, che essi sgorgano da intense
reazioni morali, da forti sussulti emotivi in un contesto di
fase della nostra storia nazionale (ma non solo nazionale) in
cui viceversa si è diffusa la convinzione, non sempre infondata,
che la politica istituzionalizzata prescinda dalla dimensione
valoriale, e perciò prescinda dall’etica pubblica, privilegiando
esclusivamente la dimensione dell’utile, quando non quella del “particulare”.
Il primo, fondamentale
merito dei movimenti è stato perciò proprio quello di riproporre
la sfida dei valori (e della partecipazione, e della
mobilitazione di massa, attorno a essi) ai partiti e alle
istituzioni politiche. Non è un caso che il conflitto sociale
rimesso in campo dal movimento operaio – che ha costituito
l’autentico innesco e punto di riferimento principale di tutti
gli altri movimenti – abbia appunto tenuto insieme, e insieme
proposto, fin dal suo avvio, interessi e valori, istanze
sindacali e aspirazioni ideali e politiche in senso lato, alto e
nobile.
Un partito come il nostro
– un partito comunista in costruzione – deve saper raccogliere
questa spinta propulsiva, farla propria nell’elaborazione,
nell’organizzazione, nell’azione. E, contemporaneamente, deve
saper assumere criticamente i contenuti che essa sospinge,
interagendo con essi – il che significa: cambiandoli, mentre
cambia se stesso – inserendo le singole tessere di contenuto dei
diversi movimenti nel proprio mosaico progettuale e
programmatico, e dando così loro un significato complessivo; ma
cercando anche di introdurre nei diversi movimenti il proprio
autonomo punto di vista generale sui contenuti particolari, o i
propri stessi contenuti.
Insomma, dal punto di
vista del PdCI il rapporto tra partito e movimenti non può che
essere di reciproca autonomia, e di reciproca relazione, lungo
un percorso comune di azione e di interlocuzione politica. Ciò
significa che la reciproca autonomia non può tradursi in
incomunicabilità tra istanze di partito e movimenti, tanto più
per i numerosi compagni attivi in questi ultimi. Operativamente,
occorre quindi da un lato un censimento, completo e articolato
per i diversi movimenti, di tali compagni, dall’altro un
rafforzamento e una maggiore visibilità e sistematicità d’azione
della struttura organizzativa nazionale competente sul tema dei
movimenti nel loro insieme. Questo percorso di inter relazione
dialettica può e deve costituire anche la traccia materiale di
un più ampio e decisivo processo di ricomposizione unitaria sul
piano della politica istituzionalizzata: di ricomposizione
confederale della sinistra e, insieme, di cooperazione della
sinistra col centro democratico.
Il rapporto con le organizzazioni di massa
Se lo sviluppo del
radicamento e della funzione del nostro Partito non può
prescindere da un corretto rapporto coi movimenti, per lo stesso
scopo non sono meno decisive le relazioni sempre più strette che
bisogna stringere ovunque con le organizzazioni di massa,
costituenti un veicolo imprescindibile per raccordare la nostra
politica e la nostra organizzazione a aree sociali fondamentali.
A tal fine occorre sviluppare con sistematicità un lavoro
paziente e mirato volto a insediarvi nostri militanti, sia
attraverso la conquista al Partito di dirigenti di queste
organizzazioni sia con la promozione a ruoli di direzione dei
nostri migliori compagni aderenti alle diverse associazioni.
Questo decisivo lavoro non può essere lasciato al caso. Esso
esige una costante attenzione dei nostri gruppi dirigenti, e
l’assunzione di iniziative idonee a ottenere concretamente gli
obiettivi che ci proponiamo, individuando anche nominativamente
i soggetti e i luoghi sui quali puntiamo.
Il PdCI gode già di una
consistente presenza nel movimento sindacale, con particolare
riguardo alla Cgil. Si tratta di un consistente nucleo di
compagni che per esperienza, capacità e competenza costituiscono
una grande risorsa per i lavoratori non soltanto sul piano
sindacale (che, naturalmente, costituisce il loro specifico e
autonomo terreno di azione) ma anche su quello più generale,
politico in senso lato. Perciò essi costituiscono anche una
grande risorsa per il Partito, una risorsa che va messa
pienamente a frutto con un impegno più sistematico di questi
dirigenti comunisti nella vita di Partito oltre che con un loro
utilizzo più pieno e organico e una più efficace valorizzazione
delle loro competenze da parte del Partito medesimo.
Al momento meno incisiva,
ma potenzialmente non meno rilevante, è la presenza di iscritti
o di militanti del PdCI in altre organizzazioni di massa: dal
settore ricreativo a quello della cooperazione, dal mondo
dell’artigianato a quello dell’agricoltura a quello del
commercio. E’ una presenza diffusa, ma organizzativamente non
strutturata, e talvolta ancora non censita completamente. E,
dunque, censirla e strutturarla a livello sia regionale sia
centrale è un passaggio obbligato perché essa possa diventare
politicamente significativa e incisiva.
Ma, una forza politica
come la nostra, che si qualifica “Partito dei lavoratori”, deve
verificare e sviluppare prima di tutto il proprio radicamento
almeno nei principali centri produttivi del Paese. Pur potendo
registrare alcuni buoni risultati, troppo scarse sono ancora le
nostre sezioni e i nostri nuclei organizzati nelle fabbriche
grandi e medie, nelle Università e nei centri di ricerca, in
servizi fondamentali per la vita dei cittadini quali la sanità,
i trasporti, la scuola, l’informazione. In tutti questi ambiti
va prioritariamente dispiegata l’iniziativa politica (almeno
nella forma della propaganda, che ne costituisce il livello
minimo) e organizzativa dei comunisti, scegliendo in base a ciò
che le nostre forze ci consentono di fare luogo per luogo, ma
poi lavorando con sistematicità su quelle scelte fino a quando
il risultato, cioè il formarsi di un nostro nucleo organizzato,
non sia stato raggiunto.
Investire per crescere: le risorse umane
L’altro vasto terreno sul
quale ci giochiamo il nostro radicamento, la nostra espansione,
il nostro stesso futuro, è quello giovanile. Qui abbiamo fatto
meno di quello che ci eravamo prefissi di fare. Abbiamo attuato
corsi di formazione per i giovani (ma si tratta di un’esigenza
sentita anche in classi di età superiori, per rispondere alla
quale bisognerà attrezzarci adeguatamente) sia centrali, sia in
alcune regioni sia, ma più raramente, in alcune Federazioni. La
partecipazione dei giovani alle iniziative formative è stata
elevata, con una domanda quantitativa e qualitativa nettamente
superiore all’offerta: una domanda che non ci è consentito
deludere e che esige perciò maggiore continuità e sistematicità
nelle risposte.
Occorre dunque
intensificare il lavoro di formazione dei giovani, cogliendo
bene ciò che essi chiedono: chiedono un’organizzazione che offra
la possibilità di trovare, vivere e praticare in comune valori e
ideali di liberà, uguaglianza, solidarietà, giustizia sociale;
che fornisca loro conoscenze, informazioni, strumenti critici
per interpretare il mondo e la sua storia secondo criteri
culturali di democrazia, di progresso, di socialità, di
antifascismo e antimperialismo, di pace; che li accolga col
minimo di conflittualità che ogni comunità umana possiede; che
li aiuti infine a impadronirsi rapidamente delle tecniche della
politica indispensabili per maturare nella militanza e
nell’esperienza di direzione del Partito. La formazione deve
mirare a soddisfare tutte queste aspettative nel minor tempo
possibile: anche questo è un compito fondamentale per gruppi
dirigenti che, a tutti i livelli, vogliano essere degni di
questa qualifica.
I giovani chiedono però
anche che, oltre alla formazione, si dia seguito agli
orientamenti assunti in merito alla loro organizzazione: non
un’organizzazione separata, perché non ci è consentito in questa
fase sottrarre risorse umane, intellettuali e fisiche, al
compito primario della costruzione del Partito, ma
un’organizzazione interna e organica, con propri spazi di
elaborazione, discussione ed azione, e con propri strumenti di
identità, che punti ad accrescere la partecipazione e a portare
all’interno del PdCI e della sinistra le idee, le necessità e i
bisogni delle nuove generazioni.
In occasione del Congresso
bisogna perciò costituire in ogni regione l’organizzazione
giovanile regionale del PdCI, convocando un’assemblea, a cui
partecipino di diritto tutti i giovani dai 14 ai 29 anni.
Un’analoga assemblea verrà convocata a livello nazionale subito
dopo il terzo Congresso. L’intero percorso congressuale dovrà
promuovere l’ingresso in tutti i gruppi dirigenti, a tutti i
livelli, di un’ampia percentuale di giovani. E’ questo un
autentico investimento sul futuro del Partito, analogo a quello
compiuto al precedente Congresso sul terreno della parità dei
sessi, con la speranza che esso possa registrare un identico
successo.
In questi due anni sono
infatti emerse, in vari livelli di direzione politica e di
presenza amministrativa, importanti figure di donne che, al di
fuori di quella coraggiosa e innovativa scelta di principio,
avrebbero incontrato maggiori difficoltà a affermarsi. Ciò ha
premiato la nostra scommessa. La scelta della parità tra i sessi
nella composizione del Comitato centrale va perciò confermata,
puntando ora a farle fare un ulteriore passo in avanti in
termini qualitativi. E’ quindi indispensabile che nel percorso
congressuale tutte le nostre organizzazioni provvedano per tempo
a individuare con oculatezza nel mondo femminile le figure più
idonee da candidare al massimo organo dirigente del Partito,
consentendogli così di funzionare al meglio delle sue
potenzialità.
Analogamente, è necessario
che grande attenzione venga posta su due altri temi che hanno
qualificato sotto il profilo organizzativo il precedente
congresso: quello dell’immigrazione, e quello dell’omosessualità
e dei diritti.
Quanto al primo tema, si è
costituito un gruppo di lavoro nazionale che ha iniziato a
operare in tutti i settori coinvolti nel fenomeno migratorio:
lavoro, legislazione, scuola e seconda generazione,
intercultura, rapporti con associazioni, questioni religiose;
esso ha prodotto un significativo risultato di elaborazione con
il documento approvato a conclusione del I° seminario nazionale
del Partito dedicato all’argomento.
Si tratta ora di procedere
ulteriormente su questa strada consolidando e ampliando l’ancora
embrionale strutturazione organizzativa che ci siamo data, e
coinvolgendovi, sulla base di un idoneo censimento da avviare
già nella fase congressuale, l’insieme degli immigrati che in
varie parti d’Italia fanno capo al PdCI. Tra questi vi sono
quadri rilevanti, impegnati talvolta anche a livello
amministrativo, che per coerenza con le priorità che ci siamo
assegnate è opportuno valorizzare fin nel massimo organismo
dirigente.
Quanto al secondo tema, si
è iniziato un percorso organizzativo che sta dando alcuni
frutti: strutturazione all’interno del Partito di un
coordinamento nazionale gay, lesbiche, bisessuali, transessuali
e transgender denominato “Pasolini” che opera in accordo col
Dipartimento Diritti civili; sua articolazione in coordinamenti
regionali in alcune Regioni, mentre in altre sono attivi gruppi
di lavoro che si propongono di formalizzare quanto prima questo
obiettivo; avvio di una campagna di informazione e di
sensibilizzazione sia all’interno sia nelle relazioni con alcuni
altri Partiti comunisti (Germania, Francia, Cuba). Nonostante
tali primi risultati, permangono difficoltà non indifferenti
legate non soltanto a diffusi motivi e pregiudizi culturali ma
anche alla scarsità di militanti attualmente coinvolti in questo
complesso impegno. E’ perciò urgente agire sull’uno e sull’altro
terreno, spingendo l’insieme del Partito a dedicarsi a un tema
di lotta che non può essere considerato settoriale, dato che
invece esso evoca una più generale dimensione di civiltà.
Investire per crescere: le risorse materiali
Un più efficiente
funzionamento del Partito richiede che tutti i Dipartimenti
della Direzione nazionale attualmente in funzione siano messi
nelle condizioni di svolgere i propri compiti più efficacemente
di quanto sia stato possibile finora. Ovviamente, questa
necessità va commisurata con la scarsità delle risorse
disponibili, e dunque si traduce nell’esigenza di una
distribuzione equilibrata delle stesse secondo criteri di
priorità politica coerenti con le scelte congressuali.
Un Partito con limitate
risorse finanziarie e, quindi, con uno scarsissimo numero di
funzionari è costretto a supplire queste deficienze utilizzando
al massimo le figure istituzionali, il cui compito non può
essere minimamente separato dal dovere primario di contribuire
attivamente alla costruzione del Partito. Iscritti al Partito
collocati in ruoli istituzionali la cui azione e la cui
visibilità non abbiano alcuna ricaduta sul consolidamento della
nostra organizzazione, non sono funzionali allo sviluppo del
PdCI.
Naturalmente, dare
visibilità al Partito non è compito esclusivo degli eletti. Ciò
spetta, in primo luogo, alla nostra autonoma capacità di
informazione. In questo campo possiamo registrare un rilevante
miglioramento dei nostri strumenti. Ciò vale in primo luogo per
“La Rinascita della sinistra” che si è ulteriormente qualificata
sia sul piano politico sia su quello della diffusione, in
particolare per abbonamenti. Vale inoltre per i numerosi
periodici prodotti su scala regionale e, soprattutto, per
l’informazione telematica sia centrale sia regionale. Nonostante
questi progressi, siamo però ancora assai lontani dal disporre
di una soddisfacente rete informativa. Oltre a potenziare gli
strumenti di cui disponiamo attualmente, è necessario
organizzarne meglio le sinergie, in modo che sia possibile per
un verso razionalizzare i messaggi e raggiungere il massimo
numero possibile di destinatari e per l’altro verso ridurre i
costi.
Quest’ultima è un’esigenza
vitale anche perché, come già si è ricordato, le risorse
finanziarie del Partito restano modeste. Le due campagne di
sottoscrizione lanciate negli anni passati non hanno realizzato
i risultati sperati. Eppure, l’auto finanziamento resta un
percorso irrinunciabile per assicurare al Partito le risorse
indispensabili per fronteggiare le sue crescenti responsabilità.
Individuare e sperimentare forme, vecchie o nuove, ma
realistiche di auto finanziamento è dunque una responsabilità
che grava sull’insieme dei nostri gruppi dirigenti. Accanto a
ciò si collocano altre due fonti di finanziamento, cui il
Partito può e deve attingere meglio di quanto abbia fatto
finora: il finanziamento pubblico che, essendo legato ai
risultati elettorali, rinvia a un impegno sempre più deciso su
questo terreno; e il doveroso contributo degli eletti e dei
nominati, che costituisce una condizione imprescindibile per
l’appartenenza al Partito, e che va curato con la massima
attenzione, e in ogni fase della vita politica, dai gruppi
dirigenti che ne risultano responsabili nei confronti
dell’intera organizzazione.
Gli organismi di garanzia: una funzione
dirigente fondamentale
Ciò significa che questo
compito non è di esclusiva competenza degli organismi di
garanzia, bensì dell’insieme degli organismi dirigenti, dei
quali anche gli organismi di garanzia fanno parte, pur se con
una loro specifica peculiarità. Gli organismi di garanzia hanno
prestato grande cura a una corretta crescita del Partito, e alle
sue talvolta tese dinamiche interne, agendo di norma con grande
saggezza, puntando a prevenire le tensioni ed evitando di
esservi trascinati come parte in causa, cercando prima di tutto
di persuadere, e ricorrendo a sanzioni soltanto quando tutte le
altre strade si erano dimostrate impercorribili. In tal senso è
stato esemplare il lavoro della Commissione centrale, sulla
quale si è riversata una parte consistente del contenzioso che
le Commissioni regionali non sono state in grado di risolvere al
proprio livello, nonostante un impegno che quasi sempre è stato
attivo, equilibrato ed effettivamente super partes.
Alla luce dell’esperienza
compiuta, è fondamentale assicurare che a far parte degli
organismi di garanzia competenti regionalmente, per il ruolo
delicatissimo che sono chiamati a svolgere, e per il rilievo che
hanno in questa fase dello sviluppo del Partito, vengano
chiamati i compagni effettivamente più idonei e qualificati,
anche a costo di rinunciare a utilizzarli nella direzione
esecutiva, data l’evidente incompatibilità, a tutti i livelli,
tra questa funzione e quella di garanzia. Può essere utile che
la Commissione centrale di garanzia metta le proprie esperienze
e conoscenze a disposizione dei Congressi regionali per
consentire loro scelte ben meditate e oculate. Comunque qualora,
com’è successo, si verificassero casi di inattività di
Commissioni regionali o di loro coinvolgimento, in tutto o in
parte, in contrasti interni al Partito del territorio, è
necessario prevedere forme di supplenza o d’intervento che ne
restaurino la corretta funzione. |