|
Condivido pienamente la relazione introduttiva
del compagno Diliberto. La considero essenziale per la
interpretazione ed utilizzazione del documento che è sottoposto
al nostro esame e che dovremo poi proporre al dibattito di tutto
il partito con il III Congresso. Nella relazione io colgo e
sottolineo il carattere di forte novità politica che intendiamo
cercare di dare alla nostra battaglia in questa fase.
Qualche compagno parlava della necessità di dare
alla nostra discussione un animus. Ebbene questa è l'anima, ciò
che ci spinge: il bisogno di ricostruire la sinistra. Noi siamo
la forza che vuole contribuire a ricostruire la sinistra in
Italia: la sinistra che non c'è, la sinistra che deve tornare a
farsi valere, una sinistra di cui i Comunisti italiani vogliono
e possono essere fautori e costruttori.
Questo - il nostro ruolo - è il punto di novità
della situazione politica. Intendiamoci, eravamo sinistra anche
prima di oggi. Siamo sempre stati sinistra. Le differenze tra
noi e i Democratici di sinistra erano e sono molto forti. Ma
oggi c'è una novità in più, che è politica e soprattutto di
impatto ideale e morale. La deriva dei Ds, la loro corsa alla
continua ricerca di una barra moderata, erano ben presenti già
da molti anni. Quello che oggi interviene a mettere il suggello
a questa deriva è il fatto che viene perfino abbandonata la
denominazione di sinistra. La lista unica rappresenta per i Ds
la fine di un percorso, la cesura definitiva con la propria
storia e la propria collocazione. E' questo un fatto che oramai
appare evidente agli occhi di decine di migliaia di elettori Ds,
un fatto che colpisce l'animo, la sensibilità, la coscienza, il
modo di pensare e di essere di una grande massa di lavoratori,
di cittadini, di elettori di sinistra.
Questa rincorsa alle posizione moderate è una
linea, non un incidente di percorso. La posizione che i Ds
assumono sulle questioni internazionali è la continuità di una
linea che risale indietro nel tempo, dal congresso di Rimini e
già da prima. L'atteggiamento sull'Europa dei Ds è persino
patetico: sono più arretrati delle forze democratiche europee.
Le nostre posizioni, di chi sostiene fortemente la necessità
dell'unità europea - di una nuova Europa della pace e del lavoro
- sono posizioni critiche costruttive, molto lontane da quelle
dei Ds, così come sono distanti da quelle espresse dal Prc che
di Europa non vuole, di fatto, nemmeno sentir parlare. Insomma
il nostro è un punto di vista attuale, di una sinistra moderna,
della sinistra di questa fase della storia.
L'espressione precisa e più drammatica del
definitivo abbandono del campo della sinistra da parte dei Ds, è
resa evidente dalla vicenda irachena. Dovevano chiedere il
ritiro immediato del nostro contingente, dovevano dire che lì è
in corso una guerra illegittima e un'occupazione di truppe
straniere. Invece si sono nascosti dietro la coperta dell'unità
nazionale, dietro la retorica del tricolore, dietro
interpretazioni forzate di risoluzioni dell'Onu.
Sul merito della nostra posizione sull'Iraq siamo
tutti d'accordo, ma io voglio soffermarmi sul tono, perché è il
tono che fa la musica. Se il nostro partito, se Diliberto, non
avesse usato quei toni forti nel momento in cui avveniva la
tragedia di Nassiriya, la nostra posizione sarebbe passata come
una delle tante all'interno del centrosinistra. E invece noi
dovevamo operare una rottura rispetto al coro dominante.
Dovevamo rompere il clima soffocante di ipocrisia, e quindi dare
un pugno nello stomaco, per far emergere con nettezza la verità.
E la verità è che questo governo ha mandato ciecamente e
scientemente i nostri ragazzi a morire: deve risponderne
dinnanzi al nostro popolo.
Ma non è solo l'Iraq a disvelare la natura dei Ds;
è così per la Palestina, per Cuba. E' così per le questioni che
riguardano la vita sociale, la vita politica ed economica di
questo Paese. Alla vigilia dello sciopero generale sulle
pensioni, i massimi dirigenti dei Ds hanno sentito il bisogno -
per accontentare i moderati - di differenziarsi dal movimento di
lotta, facendo propria una linea di moderazione e di cedimento.
Per non parlare poi dei grandi temi che sono quelli del lavoro.
Va pericolosamente svanendo l'idea - che aveva sempre
caratterizzato le sinistra e le forze democratiche - del lavoro
come fondamento della Repubblica.
C'è una continua ricerca, più o meno esplicita,
di soluzioni bipartisan che dimostra come non c'è una identità
di analisi nei confronti dello stesso governo Berlusconi e della
destra italiana. Quello che era iniziato come un soffio
fastidioso - il revisionismo - è oggi un vento che punta a
spazzar via la Costituzione repubblicana. Sono gravi i cedimenti
dei compagni Democratici di sinistra di fronte al revisionismo.
Gravi e ripetuti. Aveva iniziato Violante con i ragazzi di Salò,
poi è seguita la rivalutazione di Craxi e il cinico e
liquidatorio giudizio sulla figura di Berlinguer, operato da
Piero Fassino. Oggi è la volta dei peana nei confronti della
svolta di Fini. Credo che occorra su questo punto sgomberare il
terreno dagli equivoci. La svolta impressa dal presidente di An
è reale ed è destinata ad avere conseguenze di rilievo nel
centrodestra. Però attenzione: nella sua svolta manca una cosa,
ed è la condanna complessiva del fascismo. Fini prende posizione
contro la repubblica di Salò, la parte più crudele del dominio
fascista, esclusivamente per quel che riguarda la persecuzione
degli ebrei. Il fascismo non fu un "male assoluto" solo per le
leggi razziali, fu un regime totalitario, che imprigionò,
torturo, eliminò gli oppositori politici, un regime che cancellò
sistematicamente la democrazia e la libertà.
Fini pensa che pagato questo pedaggio alla
storia, incassato l'apprezzamento di Sharon e di alcuni circoli
internazionali si possa, alla fine, salvare il ventennio
fascista. Non è così. La repubblichina di Salò non può essere
condannata soltanto perché continuava la persecuzioni che aveva
già intrapreso il fascismo nei confronti degli ebrei, la Rsi ha
rappresentato il tradimento nei confronti della patria, si è
messa al servizio dello straniero, dei tedeschi; si è messa al
servizio dei nazisti e ha operato essa stessa come e peggio dei
nazisti.
C'è ipocrisia sulla svolta di An. E c'è ipocrisia
sulla sporca guerra in Iraq. Il terrorismo non c'entra con quel
che è accaduto e accade in Iraq; lì siamo in presenza di una
guerriglia. Non la voglio chiamare resistenza che per noi
comunisti ha un valore simbolico enorme. Ma diciamolo una volta
per tutte! Gli eserciti mandati in Iraq sono eserciti occupanti,
sono truppe straniere di occupazione e, quindi, ogni atto contro
le truppe straniere di occupazione è, dal punto di vista
iracheno, atto patriottico. Questa è la verità, il resto sono
ipocrisie. Ipocrisia è non voler vedere che le nostre truppe
sono percepite come occupanti, e i militari rimasti vittime
dell'attentato di Nassirya anch'essi come degli occupanti. Con
Diliberto siamo stati all'Altare della Patria a rendere omaggio
alle vittime, a salutare i parenti. Ebbene, non scorderò mai il
dolore e la rabbia del padre di un giovane militare. Mi ha
stretto forte, forte e a lungo, e con le lacrime agli occhi ha
detto: "Era andato lì perché doveva pagare il mutuo, perché
doveva mantenere la famiglia". Ecco, rispettare quei morti,
tenere conto dei più profondi sentimenti popolari, vuol dire
farla finita con la retorica vuota, vuol dire riconoscere che
non c'è nessuna missione umanitaria in Iraq. Rispettare quei
morti impone il ritiro immediato delle truppe italiane.
I Comunisti italiani si candidano a dare voce ad
un'altra Italia, l'Italia della pace, del lavoro, della
giustizia sociale. Una Italia che non può fare a meno della
sinistra. Prima del congresso di Rimini che sancì la fine del
Pci c'era chi mi diceva: "Bisogna fare un atto di rottura". Ma
ci rendevamo tutti conto che se non riuscivamo a conquistare le
grandi masse la nostra battaglia rischiava di non avere
consenso. Quando il Pci cambiò il nome, quando ammainò la
bandiera, quella deriva moderata che in pochi avevamo colto da
tempo diventò chiara ad una grande massa di elettori. Nel
momento in cui oggi i Ds scelgono di far parte della lista unica
ed abbandonano ogni riferimento alla sinistra, tutto questo agli
occhi alla coscienza di una grande massa di elettori determina
un riflessione profonda. Ed è appunto qui che noi dobbiamo
intervenire con la nostra proposta. Il cimento è restituire la
sinistra, i suoi progetti, i suoi valori, ad un popolo che
rischia altrimenti di rimanere orfano di una grande idea di
giustizia sociale e di cambiamento.
Questa è l'anima da dare al nostro dibattito
congressuale. C'è bisogno di sinistra, la sinistra deve
ridestarsi e noi possiamo essere la forza che contribuisce
attivamente a far rinascere la sinistra. Tutto ciò è tanto più
urgente e necessario nel momento in cui appare chiaro che si può
vincere contro Berlusconi. Quella che fino a qualche mese fa era
una esigenza, adesso diventa una possibilità concreta. E nel
momento in cui si può vincere, occorre che ci sia la presenza di
una sinistra forte, autorevole, in grado di incidere e di
portare al governo i suoi valori e i suoi programmi.
Perché proprio noi? Perché questo piccolo
partito? Perché siamo i portatori di una tradizione e di una
cultura politica che ha fatto grande il Pci. Perché sappiamo
coniugare la nostra identità di comunisti con la necessità
storica dell'unità delle forze democratiche. Gli sforzi che
fanno i compagni del Prc per avere un proprio ruolo rilevante
non può mordere. Rifondazione prende e prenderà consensi, ma non
è percepita e nemmeno si sente una forza unitaria. Quei
sindacalisti che vengono con noi; quegli insegnanti che guardano
con interesse alle nostre posizioni in difesa della scuola
pubblica, quei magistrati che apprezzano la nostra limpida
difesa del principio sacrosanto che la legge è uguale per tutti;
quei lavoratori con cui ci battiamo contro la legge 30 e per
tutte le loro rivendicazioni, ebbene tutti costoro guardano a
noi perché sanno che diciamo e facciamo queste cose giuste sul
lavoro, sulla guerra, sulla giustizia, sulla scuola, sui valori
e in questo ci differenziamo anche fortemente dai Ds, dalla
lista unica e dal prossimo partito moderato Sdi, Ds e
Margherita, ma che contemporaneamente siamo una forza unitaria.
Bertinotti può girarci intorno fin che vuole ma non è affidabile
come forza unitaria.
Ho avuto, nei giorni scorsi, un lungo colloquio
con Prodi, il quale mi ha detto chiaramente che non chiede che
noi facciamo parte della lista unica. Non solo capisce la nostra
posizione, ma ha sostenuto che è un bene per tutto il
centrosinistra che noi facciamo la nostra parte, perché così
possiamo raccogliere i consensi di quegli elettori di sinistra
che non si sentirebbero rappresentati dalla lista unica. "Lo
potete fare - mi ha detto Prodi - perché nessuno può dubitare
della vostra vocazione, del vostro impegno, della vostra natura
unitaria". Noi siamo nati per costruire l'unita democratica,
l'alleanza tra forze diverse. Un conto è l'alleanza di forze
diverse, ed è cosa indispensabile, un altro conto è un partito
fatto innaturalmente tra forze diverse.
Guardo con fiducia alla fase politica che può
essere portatrice di una modificazione profonda del nostro
ruolo. La situazione oggettivamente è aperta ad uno sviluppo
dell'influenza dei Comunisti italiani, il nostro ruolo di forza
di sinistra che vuole la rinascita della sinistra è un fatto
oggettivo. Il III Congresso può influire positivamente in questa
direzione, può contribuire ad accelerare questo processo per
ricostruire in Italia una forza autenticamente di sinistra.
Siamo comunisti e perciò siamo unitari. E questo nostro spirito,
se riusciamo a tradurlo in tutto il dibattito congressuale, può
dare risultati importanti. L'apertura del partito, la sua
intenzione di essere catalizzatore per la rinascita della
sinistra, deve essere visibile non solo al Congresso nazionale,
ma in tutti i congressi di federazione e di sezione che si
svolgeranno nelle prossime settimane. Dobbiamo aprire le porte
delle nostre sedi, dobbiamo far prendere la parola anche a chi
non c'entra col partito, in primo luogo a tutti i segretari dei
partiti di centrosinistra. Partiti, sindacati, movimenti, forze
culturali, devono poter interloquire con noi. Non c'è tempo?
Facciamo congressi che durano di più. E poi, cari compagni, non
vi scandalizzate se nel dibattito non vi sarà tanto spazio per
gli interventi degli iscritti, a vantaggio di quelli dei non
iscritti; non è un male anzi può essere perfino un grande
vantaggio.
Al Congresso andiamo con una linea forte, ci
saranno opinioni diverse, come è giusto che sia, ma la nostra è
una linea forte, condivisa e convincente. Il documento che
dovremmo approvare esprime una linea valida giusta. E' difficile
pensare che ci sia nel partito l'intento di contestare questa
linea. Quel che dobbiamo mettere a fuoco è, invece, come
attuarla, come portarla avanti, come svilupparla creativamente.
Non sono portato a facili ottimismi, l'ottimismo
di per se mi pare un superlativo, ma vi posso dire che guardo
con grande fiducia alla possibilità, non di un miglioramento che
è poca cosa, ma piuttosto di uno sviluppo quantitativo e
qualitativo molto forte del partito. Se apriamo la porta a tutte
queste forze che non si sentono più rappresentate avremmo
assolto ad un compito storico. La sinistra italiana deve tornare
ad esserci ed il partito dei Comunisti italiani opera per
questo. |