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Lo stato di salute del partito è buono,
dimostrato dai risultati elettorali salvo qualche eccezione.
Questo ci consente di passare dalla fase della difesa
dell'esistenza a quella non più emergenziale del progetto. Ed è
questo il senso, Cossutta lo argomentava diffusamente, del
congresso che vi proponiamo.
Michelangelo Tripodi ha affermato che siamo in
una fase nuova. Ha ragione. Forse qualche compagno esagera
nell'ottimismo. Personalmente concordo con quel che ha detto
Pino Sgobio: non è ancora il congresso della maturità, ma è la
fase in cui si rende necessario iniziare ad elaborare un
progetto. Tibaldi, nel suo intervento, affermava che sarà già
importante iniziare ad enucleare aspetti, frammenti di un
progetto, anche perché non siamo ancora pronti per un progetto
complessivo di società, di trasformazione della società, quello
che una volta si chiamava il "progetto a medio termine". E'
giusto averne consapevolezza per evitare che il congresso poi
possa rappresentare un elemento di delusione.
Se riusciremo nell'elaborazione di pezzi reali e
significativi, avremo fatto un passo avanti davvero importante.
Alcuni compagni hanno proposto una conferenza di
organizzazione o programmatica. Ma che senso avrebbe visto che
nel 2004 c'è la scadenza naturale del congresso? In primavera
una conferenza programmatica e in autunno un congresso?
L'anticipazione del congresso - che comunque siamo obbligati a
tenere - si rende necessaria per valutare approfonditamente le
novità della fase politica e per indicare al Paese, prima e non
dopo una tornata elettorale molto impegnativa, le proposte dei
comunisti.
Da Bellaria ad oggi sono avvenute novità enormi.
La guerra come strumento di regolazione dei conflitti, la guerra
preventiva e permanente, è un dato successivo al congresso. Il
governo Berlusconi si era allora appena insediato. Oggi, a
distanza di due anni, possiamo valutare abbastanza compiutamente
la sua natura.
Il tema non è se fare o no il congresso in
primavera, ma come farlo. L'esigenza è che abbia le
caratteristiche di cui ha parlato Cossutta e che ho avanzato
nell'introduzione.
Al primo posto c'è la necessità, condivisa da
tutti i compagni, di parlare al Paese. Quindi un congresso
esterno. Un congresso che, prima ancora di parlare al Paese,
sappia ascoltare il Paese.
Che cosa ha caratterizzato i due anni che abbiamo
alle spalle? La nascita dei movimenti. Vanno valutati,
approfonditi, analizzati. Propongo che da qui a febbraio, e
prima dei congressi di federazione, si tengano almeno tre
appuntamenti seminariali assieme ad esponenti dei movimenti e
dell'associazionismo con i quali abbiamo positivamente
interloquito, affinché le tesi congressuali, o per meglio dire
il documento politico, venga scritto anche con il loro
contributo. Vi verrà distribuita una proposta di commissioni per
la redazione dei documenti. Nella proposta sono già presenti
alcuni esterni. Si tratta di compagni ed amici che, pur non
essendo quadri di partito, ci sono molto vicini ed hanno votato
per noi. La presidentessa di Arcidonna, che ho citato
nell'introduzione, non è iscritta al partito, ma ci ha aiutato
durante la campagna elettorale, si è spesa, e noi vogliamo che
la specificità che rappresenta ed altre ancora, come il
pacifismo, il mondo della cultura, il mondo della giustizia, il
mondo del conflitto sociale, interloquiscano con noi. In un
rapporto paritario. Non limitandoci ad illustrare le proposte
dei comunisti, ma perché anche le loro proposte diventino
patrimonio dei comunisti.
Uno dei temi che sarà oggetto di battaglia
politica e culturale al congresso è la sconfitta definitiva
delle ultime sacche di settarismo che permangono al nostro
interno. Si tratta di un settarismo spesso implicito e non
dichiarato. Un settarismo che nasce da una presunzione di
autosufficienza del partito. E' un errore. Questo è un impegno
che sento indispensabile. Occorre costruire un partito che
sappia parlare, che impari a parlare a un mondo sempre più
largo. Nello scorso Comitato Centrale ho insistito su un tema
che Luigi Pestalozza pone spesso, quello della borghesia
democratica. I girotondi che cosa sono? Sono esattamente quello.
Al loro interno c'è una matrice tardo azionista,
un'intransigenza su certi temi che la storia comunista non ha
mai conosciuto. E tuttavia i girotondi hanno posto problemi sul
tema della legalità, del rispetto della legge, dei diritti,
della Costituzione, che li ha portati vicino a noi. Penso a
Nicola Tranfaglia, penso a Tabucchi, che pure hanno storie tra
loro diverse. Tabucchi viene dalla sinistra, Tranfaglia da una
storia tipicamente azionista, poi ha aderito ai Ds senza passare
per il Pci e oggi ha un rapporto con noi. Con entrambi ci siamo
trovati a condividere le stesse battaglie, con entrambi abbiamo
aperto un'importante interlocuzione politica. Dobbiamo aprirci a
queste esperienze, dobbiamo stringere sempre più rapporti, anche
per fare nostre alcune delle loro esigenze. Quindi un congresso
che abbia un carattere di ascolto e di interlocuzione con ciò
che avviene fuori da noi.
Secondo: dobbiamo approfondire quell'analisi, che
è solo nostra, sulla natura del sistema di potere berlusconiano.
Schematizzo: c'è una grande diversità di analisi tra noi e
Rifondazione da una parte e tra noi ed i Ds ed il resto del
centrosinistra dall'altra. Avverto qualche intolleranza, a volte
qualche irrisione, quando parliamo di regime. Affermano che non
è corretta la parola regime quando possiamo parlarne addirittura
in parlamento senza che arrivino i carabinieri ad arrestarci.
Quando parliamo di regime noi intendiamo qualcosa
di inedito: l'ottundimento progressivo delle coscienze, il
controllo militare dei mezzi di informazione, la progressiva
perdita di senso di quel sistema di diritti previsto dalla
Costituzione. E' un aspetto che va ulteriormente approfondito
partendo dall'analisi per altro già avviata a Bellaria. Anche in
quelle forze politiche che non la pensano come noi - penso ai Ds
- ci sono tantissimi militanti che concordano pienamente sulla
nostra analisi. E aggiungo un ulteriore elemento. Il governo
Berlusconi non rappresenta soltanto un attacco ai diritti dei
lavoratori, alla democrazia in senso tradizionale. Berlusconi
rappresenta l'ultimo colpo di piccone ad un grande aspetto della
democrazia che è quello della dignità della politica, dei
partiti politici. Su questo, nella misura in cui le nostre forze
ce lo permettono, va condotta una battaglia politica, culturale
ed ideale per restituire dignità alla politica e ai partiti
politici, partendo da noi stessi.
Vedete, è facile ironizzare quando Berlusconi al
Parlamento europeo interviene in modo vergognoso o fa le corna
nelle foto ufficiali o dice scempiaggini tipo Romolo e Remolo.
Io non ho mai pensato che fossero gaffe involontarie. Ho sempre
pensato che si trattasse di un disegno in base al quale
Berlusconi interpreta i sentimenti peggiori della società
italiana, esattamente come il sottosegretario Stefani interpreta
e vellica i peggiori istinti da Bar Sport. E' la riduzione della
politica ad un teatrino, alla degradazione di quella che invece
è l'arte, la scienza di organizzare la vita delle donne e degli
uomini. E' un tema che meriterà grande attenzione del congresso.
La linea politica ha bisogno di essere cambiata?
No. Cossutta diceva che va rilanciata. In questi anni, dopo
Bellaria, abbiamo avuto la riprova della giustezza della nostra
linea. I dati elettorali ce lo dicono. Ricordo che prima del
congresso di Bellaria c'era qualche compagno che affermava
convintamene: "noi siamo tra Rifondazione e i Ds, un po' più a
sinistra dei Ds e un po' più a destra di Rifondazione". Non mi
sono mai ritenuto più a destra di Rifondazione e mi sono sempre
ritenuto più a sinistra dei Ds. Ricordo di averlo detto a
Belluria e credo che ormai sia diventata una consapevolezza
dell'intero partito. Bene, questa consapevolezza va
ulteriormente sviluppata nell'azione politica. L'abbiamo fatto
con la Palestina, l'abbiamo fatto con Cuba - e con grande
coraggio, perché su Cuba siamo rimasti isolatissimi. Pensate
solo all'articolo di Pietro Ingrao su il manifesto, alla presa
di distanza di intellettuali comunisti internazionali come
Saramago ed altri. Abbiamo tenuto il punto in una situazione di
grande difficoltà, pagando anche dei prezzi: il sindaco diessino
di Empoli ha tolto la delega al nostro compagno vicesindaco per
le nostre posizioni su Cuba. Ma abbiamo anche guadagnato
consensi, sicuramente mettendo in difficoltà Rifondazione. Alla
manifestazione a favore di Cuba contro l'embargo, qui a Roma,
piazza Farnese era divisa a metà tra noi e Rifondazione. Ma i
due dirigenti di Rifondazione che hanno parlato, Gennaro
Migliore e Giovanni Russo Spena hanno fatto fatica a finire
l'intervento, perché subissati di fischi.
Voglio avanzare qui un'ipotesi. L'accordo tra
Rifondazione e i Ds e l'Ulivo è già avvenuto, Rizzo lo diceva
bene. Ma Bertinotti dovrà giustificare l'accordo di fronte ai
suoi, visto che si accinge a far parte dell'Ulivo senza peraltro
aver tenuto un congresso che modificasse la linea del suo
partito. Ferrando ha ragione da questo punto di vista. Non nel
merito, ma sicuramente sul piano della gestione del partito.
Ricordate le 35 ore? Succederà qualcosa di analogo. L'accordo
verrà fatto su parole d'ordine velleitarie, proprio come la
vicenda delle 35 ore, perché Bertinotti possa affermare di aver
strappato all'Ulivo una grande conquista sociale. Da alcune
informazioni che ci arrivano pare che questa volta il tema sarà
quello del salario sociale. Non sono per demonizzarlo. Ma quel
che mi interessa di più è che noi si sia in grado di avanzare e
sostenere, con grande determinazione, le nostre rivendicazioni,
partendo proprio dalla centralità che intendiamo dare alla
classe lavoratrice.
Il nostro partito deve essere una sorta di nave
corsara. Ci vogliono uccidere? Vale tutto. Quando c'è la
legittima difesa, vale tutto. Rifondazione dovrà bere per fare
l'accordo. Per noi è diverso. Noi facciamo parte dell'Ulivo,
siamo consapevolmente e strategicamente per l'unità del centro
sinistra. Non dobbiamo aver timore ad azzardare. Lo spazio che
Cofferati ha lasciato è grande. Il mondo del lavoro ha un
problema di rappresentanza. Noi ci batteremo perché i lavoratori
non siano più invisibili, lo faremo con coraggio e tenacia.
Molto di quel mondo guarda a noi. Può aprirsi una fase di grande
interesse a sinistra e noi dovremo essere in grado di gestirla,
di avanzare la nostra proposta politica senza incertezze né
timori. Anche con spregiudicatezza.
Personalmente sono convinto che la crisi di
Rifondazione sia seria, non passeggera. Seria perché è in
evidente crisi di identità politica. Non sa più che cosa è. Mi
colpisce che quando alcuni giornalisti chiedono a Bertinotti se
intenda togliere l'aggettivo comunista dal nome del partito, lui
risponda che non è il momento. Non dice no, io sono comunista,
dice che non è il momento. E questa crisi di identità lo porta
ad accentuare l'eclettismo ideologico e culturale.
Quindi il nostro spazio politico, lo diceva
Venier, non è geometrico: è uno spazio politico grande se
sapremo fare politica. Per questo complesso di ragioni dobbiamo
preparare un congresso diverso dal passato. Ne discuteremo in
commissione politica, ma mi convincerebbe un documento politico
snello, dieci cartelle, accompagnato da schede di
approfondimento su tutte le diverse tematiche. Un documento
politico sulle linee guida, sulla nostra identità, su quello che
noi, da forza di governo, proponiamo al Paese ed ai nostri
alleati di centrosinistra, che sia oggetto di battaglia politica
all'interno del centrosinistra. E poi schede di approfondimento
che ci servano come punti di analisi e di proposta.
Il tema delle pensioni richiede un
approfondimento utile prima di tutto ai nostri compagni. Si farà
una scheda con gli argomenti di merito per respingere la riforma
Maroni, con i numeri, i conti. Mentre nel documento andrà
affermata la nostra avversione totale contro il modello
previdenziale di tipo statunitense su cui punta Berlusconi e che
ha, come punto nodale, lo sviluppo della previdenza integrativa,
cioè privata, gestita dalle assicurazioni.
Il congresso dovrà approfondire i due punti che
ho indicato: i diritti, nel senso lato del termine, e cioè la
Costituzione, l'eguaglianza, la pace, la legalità, la scuola,
quello che abbiamo arato in questi due anni; e poi il tema del
lavoro nelle sue tante e complesse articolazioni. Sono due facce
di una stessa medaglia. I temi del lavoro e del salario e,
contemporaneamente, quelli di una rete di protezione sociale
universalistica.
Su questo voglio spendere qualche parola. Già a
Bellaria - Strambi ce lo ha ricordato - fu inserita nei
documenti la centralità del lavoro, cosa ovvia per un partito
comunista che individua nella contraddizione capitale-lavoro la
principale contraddizione e oggetto di conflitto non solo nella
società italiana, ma a livello planetario. Tuttavia abbiamo
stentato, anche per responsabilità nostra, del gruppo dirigente
centrale, a tradurre queste definizioni in azione politica. C'è
una difficoltà oggettiva data dal fatto che questi temi non
interessano i media. Sulle pagine politiche troverete nel
dettaglio le liti tra Castagnetti e Mastella, con tutti i
retroscena possibili e immaginabili, o magari la mia fuoriuscita
dal coordinamento nazionale dell'Ulivo. Perché si tratta di
argomenti che attengono al politicismo. Ma i problemi grandi del
mondo del lavoro li troverete, quando va bene, nella pagina
sindacale o economica. In televisione spariscono. L'operazione
politica che dobbiamo fare è quella di impegnarci in modo tale
che questi temi vengano riportati nella sfera della politica.
Badate, è un compito immane, perché sono stati espunti, ridotti
a temi di economisti per economisti. Inizieremo a discuterne
martedì. Tibaldi ha opportunamente convocato un attivo nazionale
proprio per dare un segno specifico all'apertura della campagna
congressuale. Dovremo affrontare temi giganteschi. Un mercato
del lavoro distrutto dalla legge 30 e contemporaneamente i nuovi
lavori, perché quello a tempo indeterminato è stato cassato dal
diritto del lavoro italiano. Il contratto nazionale di lavoro,
tema fondamentale, oggetto come tutti sappiamo di un disegno
preciso del governo, che è quello di cancellarlo per sostituirlo
con contrattazioni di minor peso e più convenienti o addirittura
personali. Il salario, il potere d'acquisto, le pensioni, la
democrazia sindacale, la salute e la sicurezza, le
contraddizioni all'interno del mercato del lavoro che attengono
al grande e delicatissimo tema dell'immigrazione. Su questo
abbiamo tenuto un convegno nazionale, c'è già quindi
un'elaborazione. Essa deve diventare patrimonio di tutto il
partito, perché come ho detto tante altre volte, il lavoratore
immigrato, quello regolarizzato, racchiude in sé - e non solo
simbolicamente, ma anche materialmente - le contraddizioni
capitalistiche di oggi: è un lavoratore salariato ed insieme il
frutto della globalizzazione capitalistica. Privato dei diritti
di cittadinanza, spoliato della sua dignità, legato solo da
condizioni contrattuali minime.
C'è poi la grande tematica del sud, l'enorme
problema della disoccupazione e della sottoccupazione. Anche del
sud non se ne occupa più nessuno. La questione meridionale, che
era una delle grandi questioni nazionali, come si diceva una
volta nel Pci, non può più essere affrontata nei termini con cui
la affrontava Gramsci, perché quel sud non c'è più. Ci sono i
sud, i meridioni, con zone disastrate ed altre che hanno tassi
di sviluppo analoghi a quelli del Nord-Est, per altro in crisi.
I nostri maestri dicevano che se sbagli
l'analisi, poi sbagli tutto. Bisogna capire per proporre. Non
basta dire che siamo contrari al ponte sullo Stretto. Perché non
basta dire di no, bisogna avere proposte alternative. Il
compagno Caron diceva che questo è un compito entusiasmante.
Sono d'accordo, per questo partito è la nuova frontiera, è il
radicamento in un settore che non può essere lasciato solo al
sindacato, perché questo è un compito politico, del partito. I
sindacalisti hanno un loro compito che è diverso dal nostro e
noi per troppo tempo, sbagliando, abbiamo delegato loro un ruolo
improprio. Dobbiamo riappropriarcene come partito, come gruppo
dirigente, con l'aiuto dei compagni del sindacato e tuttavia con
un'azione politica, con proposte che porteremo all'attenzione -
se ne saremo capaci - dei lavoratori e contemporaneamente del
centrosinistra.
Ho chiamato questo tema quello degli invisibili.
L'espressione non è mia, ma con il termine "invisibili" io
intendo un'entità più larga di quella semplicemente del lavoro
dipendente, espunto dai giornali, dalla discussione dei partiti.
Sono invisibili tutte le grandi contraddizioni del mondo. Sono
invisibili i prigionieri americani di Guantanamo. Sono
invisibili quelli che muoiono di fame o di sete o di malattia
nei paesi in via di sviluppo. Sono invisibili perché non
interessano, perché sono classi subalterne. Far emergere questa
invisibilità e farla diventare terreno di battaglia politica è
il compito dei comunisti. E di chi altri altrimenti, visto che i
nostri amici dei Ds, e non solo dei Ds, sono a conclave con
Blair a ridiscutere di Ulivo mondiale? Mi ha intervistato una
televisione e mi ha chiesto: "Cosa pensa dell'Ulivo mondiale?".
Ho risposto che lo considero una sciocchezza mondiale.
Noi siamo strategicamente nel centrosinistra, non
occasionalmente o tatticamente. Siamo strategicamente alleati
delle altre forze democratiche, ma questa alleanza strategica la
intendiamo anche come competizione. E la competizione, l'ho
detto nell'introduzione e l'ha ripreso solo Pagliarulo, avviene
sulle riforme. È ora di disvelare il gigantesco imbroglio dei
cosiddetti riformisti. I riformisti non fanno le riforme. Noi
invece vogliamo farle. In questa fase la sfida, quando torneremo
a governare, sarà proprio quella delle riforme e state certi che
ci faremo valere.
Abbiamo dimostrato di saperci distinguere, di
avere la volontà, in momenti molto difficili, sottoposti ad un
fuoco di fila, di saperci distinguere. Ma per tutto questo basta
una conferenza programmatica o una conferenza di organizzazione?
No, ci vuole un congresso. Un congresso che discuta e faccia
discutere tutto il partito, dalle sezioni sino ai regionali
passando per le province sino al congresso nazionale. Dobbiamo
coinvolgere il maggior numero possibile dei nostri iscritti e
non solo dei nostri iscritti. Dobbiamo coinvolgere i nostri
amministratori, e ne abbiamo qualche migliaio in giro per
l'Italia, anche di più di quanto noi stessi immaginiamo. Queste
migliaia di amministratori devono sentirsi coinvolti, perché il
ruolo di assessore o di consigliere non è soltanto un ruolo
amministrativo, è un ruolo innanzitutto politico e la battaglia
politica va fatta anche nelle amministrazioni. Dobbiamo essere
due facce della stessa medaglia, e cioè dimostrare che
localmente si può governare meglio e farlo a favore dei ceti che
vogliamo rappresentare.
I congressi regionali dovranno essere preparati
su piattaforme regionali, altrimenti non si terranno. Vogliamo
che i nostri compagni si cimentino con un'elaborazione locale,
occupandosi dei problemi concreti dei cittadini nelle diverse
regioni. In qualche regione si è già fatto, sono già stati
elaborati pezzi di ragionamento importanti, di analisi, di
proposta, ma solo in alcune regioni. Perché evidentemente la
regionalizzazione è stata intesa in una maniera un po'
stravagante. Io sono per rilanciarla, ma non in termini
burocratici, con la conseguenza di scontri continui tra le
federazioni ed i regionali. Sono per rilanciarla sulla base di
specifiche elaborazioni. A questo serve la regionalizzazione,
compagni.
Autocriticamente, prendendomi la mia parte
cospicua di responsabilità, sono anche convinto che nel corso di
questo iter congressuale dovremo almeno una volta mettere
insieme i nostri giovani. La Fgci esiste. Esiste perché io
incontro, dovunque vada, senza eccezione alcuna, tante ragazze e
ragazzi iscritti al partito. E regolarmente, ogni volta che mi
incontrano, mi chiedono: "Quando facciamo l'assemblea nazionale
della Fgci?". E io ogni volta non so che dire. È ora che la
segreteria del partito, io in prima persona, si prenda l'impegno
nel corso della campagna congressuale di convocare l'assemblea
nazionale dei giovani. Non per fare l'organigramma, il
segretario nazionale, la segretaria, la direzione, con il
rischio che i giovani inizino a litigare come litigano gli
adulti, perché i cattivi maestri fanno danni anche ai ragazzi,
ma perché parlino di politica in un mondo nel quale i giovani
non fanno più politica. Il nostro partito rappresenta un
paradosso: i giovani si avvicinano, e sono tanti. Se prendete
gli atti dell'ultimo Comitato politico nazionale di
Rifondazione, Bertinotti o qualcun altro dice: "Abbiamo un turn
over pazzesco, i giovani si iscrivono e poi se ne vanno, si
iscrivono un anno e poi se ne vanno". Da noi non è così. Da noi
i giovani si iscrivono e rimangono. E' un dato di enorme
importanza che va valorizzato, di cui dobbiamo essere
orgogliosi.
E infine: il congresso serve ovviamente anche a
ridefinire i gruppi dirigenti. Se lasciassimo tutto immutato,
sarebbe abbastanza stravagante. Noi cercheremo, nella misura in
cui ne saremo capaci e in cui è giusto farlo, di superare le
contraddizioni che esistano a livello di gruppi dirigenti sia in
periferia che centralmente. Ma le fibrillazioni alla vigilia e
nel corso di un congresso attengono sempre due diverse
questioni. Una la definirei strettamente "organigrammatica", e
cioè i posizionamenti dentro al partito, magari in vista delle
candidature. L'altra è invece squisitamente politica, cioè sul
diverso modo di concepire la linea del partito. Sulla prima si
può anche cercare di intervenire con una qualche severità,
perché appunto attiene questioni umane, ma poco nobili. Sulla
seconda, sulle differenze politiche, credo di poter sperare, con
qualche ragione visto l'andamento della discussione di oggi e di
ieri, di averne infinitamente meno rispetto al passato.
Ho cercato di lavorare in questo senso da
Bellaria ad oggi. Ho cercato di arrivare ad un congresso in cui,
nella pur normale dialettica, non ci fosse quella
contrapposizione che ha segnato, e ha lasciato ferite
successive, lo scorso congresso. Naturalmente sarà la concreta
dinamica della redazione dei documenti politici che ci dirà se
ci riusciremo o no. Da parte di chi vi parla, la volontà di
superare le contrapposizioni è massima. Credo di poter dire,
alla luce di questa discussione, di avere percepito analoghe
volontà. In questo senso credo che arriveremo a febbraio, alla
vigilia dei mesi di più stretta campagna elettorale, con un
partito più consapevole di sé. Cuffaro ci diceva che bisogna
bandire il tema della transitorietà. Credo che non ci sia già
più. Non c'è più tra noi. Ma soprattutto non c'è all'esterno,
tanto è vero che l'obiettivo di una parte dei Ds non è più
quello di inglobarci, ma di ucciderci. È un riconoscimento,
badate.
Certo, rende aspra la lotta politica, ma noi
abbiamo dimostrato di essere in grado di condurla. In questo
senso faremo, se il Comitato Centrale voterà a favore, un
congresso positivo. Un congresso che ribadirà che un partito
comunista con queste caratteristiche non può venir meno in
Italia, perché risponde alle esigenze oggettive della società. |