COMITATO CENTRALE

L'intervento di
Armando Cossutta


Roma, 12  luglio 2003

 

Io ho sostenuto e sostengo fortemente la necessità e la validità del congresso. Sostengo il congresso per rilanciare la nostra giusta linea politica. La linea che ci siamo dati al precedente congresso di Bellaria si è confermata una linea giusta e valida. Primo, perché i fatti hanno dimostrato come la nostra analisi circa il pericolo della destra - lo ha illustrato ampiamente Diliberto nella sua bella relazione, che condivido - fosse esatta e precisa; gli avvenimenti che sono sotto gli occhi di tutti confermano che il nostro non era un allarme esagerato e che, anzi, le realtà supera di gran lunga le nostre più negative previsioni. Secondo, perché i fatti hanno confermato l'importanza fondamentale dei movimenti che si sono andati esprimendo nel Paese in questi ultimi due anni. Dopo un iniziale ritardo - che abbiamo sottoposto ad una severa autocritica - il nostro partito ha saputo partecipare, nella sua autonomia, alla costruzione e allo sviluppo di tali movimenti, da quello della pace, a quello sociale, a quello dei cosiddetti girotondi. E' stata la nostra una indicazione giusta e che ha dato anche qualche positivo risultato.

Terzo, ha, infine, trovato conferma la nostra tesi della necessità di un allargamento dello schieramento di centrosinistra ad altre forze politiche, a Rifondazione da un lato e a Di Pietro dall'altro. Dicevamo a Bellaria che il centrosinistra doveva allargarsi e che, all'interno della coalizione, la sinistra doveva trovare con maggiore consapevolezza il suo ruolo, la sua funzione, il suo modo di essere. Abbiamo lanciato allora la Confederazione della sinistra, che, nel corso dei mesi e nel vivo della vicenda politica, abbiamo indicato come confederazione possibile, chiamando a costruirla e a farne parte, non solo le forze politiche tradizionali ma i movimenti e le associazioni.
Insomma la linea che ci siamo dati a Bellaria conserva tutta la sua validità. Ma nello stesso tempo sentiamo tutti con forza la necessità di un rilancio di quella linea, per adeguarla alla fase presente. Altri hanno radicalmente mutato il loro orizzonte con virate di 180 gradi e non fanno il congresso. Parlo, e i compagni lo hanno capito, di Rifondazione che è passata dalla teoria dello scontro frontale con il centrosinistra agli accordi generalizzati. Segno, anzi conferma della deriva personalistica in quel partito, del tentativo di esentare chi lo dirige dal compiere una seria autocritica. Ma tant'è. Noi siamo altra cosa.

Rilancio della linea del partito, dicevo. Perché? Per diversi motivi che cercherò di elencare. Il primo, il più pressante, il più drammatico, l'accelerazione autoritaria che Berlusconi sta tentando di imprimere alla società italiana. E vedo anche nella crisi che sta travagliando il governo e la maggioranza la pericolosità della destra italiana, proprio nella sua incapacità e forse anche impossibilità a governare il Paese. E' difficile pensare ad una convivenza reale e proficua tra Bossi e Fini. La inconciliabilità è grande ed evidente, investe questioni centrali come la riforma dello Stato, la politica estera, il ruolo dello stato sociale. Li tiene uniti la consapevolezza che non hanno alternative, li tiene uniti la occupazione del potere, li tiene uniti il cemento anticomunista. Un cemento forte quest'ultimo - anche se sicuramente inattuale - che unisce la coalizione, ma che non è sufficiente per governare efficacemente (peraltro anche il centrosinistra fortemente unito nella battaglia contro la destra di Berlusconi aveva avuto le sue difficoltà e i suoi limiti nella capacità di governare).

Non so se il governo Berlusconi riuscirà ad andare avanti fino alla fine naturale della legislatura.

Credo che il governo conoscerà altri momenti di tensione forte e fortissima nei mesi seguenti, ma francamente non considero la crisi di governo come cosa imminente. Quello che vedo, invece, con forte preoccupazione è il fatto che prende forma già ora la tentazione di superare le tensioni interne con una spallata agli assetti costituzionali.

Incapace di riportare ordine nel centrodestra con gli strumenti della normale dialettica democratica, Berlusconi sta pensando ad una fuga in avanti. Non è un caso che nel bel mezzo delle polemiche di questi giorni abbia chiesto maggiori poteri, non è un caso che torni a parlare di riforme presidenzialiste. Si candida ad essere l'uomo forte che normalizza il Paese e che normalizza pure la sua rissosa maggioranza. Ha in mente il plebiscito.

Quale posizione prendere di fronte a questa situazione, come contrastare e su quale terreno, questa destra? Se è innegabile che siamo tutti d'accordo nel contrastarla, è altrettanto vero che non tutti percepiamo allo stesso modo il pericolo che essa rappresenta. Nella Margherita e nei Ds c'è una percezione di fatto riduttiva del ruolo e dei compiti dell'opposizione. Dicono Fassino e Rutelli: dobbiamo incalzarli sui singoli punti di programma, sui contenuti. Che sarebbe anche cosa giusta se fosse una contestazione generale e puntuale, ma così non è e lo abbiamo visto nella vicenda europea, dove è prevalsa la voglia di convergenza, il tic bipartisan. Contestare il governo per i suoi singoli atti, peraltro, non basta, induce, alla lunga, a non cogliere la vera natura della destra italiana, la sua irriducibile avversione alle regole democratiche, il suo profilo autoritario, la sua spregiudicatezza nell'utilizzo e nella manipolazione dei mezzi di comunicazione di massa, la sua acquiescenza ai poteri forti, la sua sudditanza nei confronti degli Stati Uniti e, legata a questa, la volontà di bloccare e ritardare il processo di costruzione europeo.

Speculare a questa posizione arrendevole del centrosinistra vi è poi quella di Rifondazione, che ritiene che il vero pericolo non sia Berlusconi ma il "capitale". Intervenendo ad una riunione del Gue a Straburgo, Bertinotti ha sostenuto che Berlusconi è un fenomeno transitorio, che il vero pericolo è Maastricht. Come dire che Prodi e Berlusconi, gratta gratta, sono simili. Una posizione non solo falsa ma anche devastante e che nella recente vicenda italiana (con la crisi anti-Prodi del 1998) e nella storia del movimento operaio (con l'equiparazione fra reazione fascista e natura del capitalismo) tanti guasti ed errori ha prodotto.

Rilancio della nostra linea, dunque, per proporre il programma dei Comunisti italiani rivolto al governo del Paese. Se la nostra analisi sulla destra è di forte spessore non altrettanto lo è la nostra capacità di indicare l'alternativa democratica. Cito solo per titoli ma credo che dobbiamo sapere indicare agli italiani che cosa proponiamo in concreto: quale economia? quale stato sociale? quale modello di sviluppo? quale scuola, quale giustizia? quale Europa noi vogliamo? Sono interrogativi, questi ed altri, che richiedono risposte stringenti. La forza della sinistra e del Pci, nel passato è stata quella di indicare su ogni questione della vita nazionale un proprio punto di vista. Credo che dobbiamo tornare a fare questo. A partire proprio dal congresso che terremo nei primi mesi del 2004.

Il congresso è e sarà un congresso politico, non va assolutamente concepito come una questione interna al partito. Se così fosse sarebbe non solo inutile tenerlo ma addirittura dannoso. Noi, care compagne e cari compagni, dobbiamo con questo congresso parlare al Paese, a quei milioni di uomini e donne di sinistra che in questi ultimi due anni hanno risvegliato le loro speranze di cambiamento e di progresso sociale.

La vita attuale del nostro partito in cosa consiste? Diciamocelo con franchezza, ad un'attività interna, troppo interna. Consumiamo le nostre energie in vicende che non interessano al di fuori delle nostre ristrette mura. Consumiamole e valorizziamole in iniziative esterne, capaci di suscitare interesse ed apprezzamento nel vasto popolo della sinistra. E' per questo che la direzione nazionale proporrà che i congressi delle federazioni abbiano tempi brevi e che si svolgano in una settimana; essenziale è invece il lavoro preparatorio, lavoro tutto politico, ed aperto al confronto ed al contributo anche di forze esterne al partito: devono essere discussioni politiche approfondite, non querelle sugli eventuali organigrammi. E peraltro il congresso, con queste caratteristiche tutte politiche ed insisto programmatiche, progettuali, è bene che si svolga proprio alla vigilia delle elezioni di primavera, scadenza molto importante per il presente e per il futuro: elezioni amministrative che segneranno il fondamentale assetto dei poteri locali in questa fase di profonda trasformazione ed elezioni europee che riguardano la nuova medesima dimensione di tutta la nostra strategia E' ovvio che anche dall'immagine che il congresso trasmetterà saremo valutati dagli elettori.

Rilancio della nostra politica per quel che concerne le questioni del lavoro. Abbiamo bisogno non solo di correzioni quantitative, che sono ovviamente importanti (più iniziative, maggiori presenze, volantini su ogni questione, incontri frequenti con operai, impiegati, disoccupati, convegni e via dicendo), ma di un salto di qualità delle nostre capacità a definire proposte avanzate e valide sulla politica industriale, lo sviluppo economico, le tutele.

C'è un problema di difesa della conquiste dei lavoratori e dei pensionati; si andrà nelle prossime settimane verso grandi iniziative in difesa del posto di lavoro e dell'ordinamento pensionistico. Noto con piacere che anche Scalfari, su Repubblica, si è accorto di quello che noi andiamo dicendo da anni e cioè e che se si separasse la spesa previdenziale dall'assistenza il bilancio dell'Inps sarebbe in attivo. Noi dobbiamo dire con nettezza che le pensioni non si toccano e su questo siamo pronti a dar battaglia in parlamento e nel Paese. Battaglia per vincere e per vincere non basta avere ragione, bisogna convincere con i fatti vasti strati popolari sulla validità della propria posizione. Altrimenti non si fa politica, si fa propaganda. Come propaganda è stato lo sciagurato referendum voluto dal Prc sull'estensione dell'articolo 18. Uno sbaglio. Chi lo ha promosso, chi lo ha cavalcato (salvo poi archiviarlo con noncuranza il giorno dopo) non ha tenuto in nessun conto l'opinione popolare. L'esito negativo di quel referendum si farà sentire per lungo tempo: esso ha non solo offuscato la possibilità di lanciare una battaglia offensiva sui diritti, come quella elaborata dalla Cgil, ma ha perfino oscurato la forza di una battaglia difensiva, quella battaglia che ha portato tre milioni di persone al Circo Massimo.

Solo uno sciocco non può non vedere e non cogliere che tra quegli uomini e donne che avevano invaso Roma vi è oggi una forte apprensione. E' maturato in quei giorni un progetto per la sinistra e per il Paese, sono rinate speranze e passioni che credevamo perdute per sempre. Quelle speranze e quelle passioni sono ancora qui ed interrogano tutti noi, anche se chi le ha per lungo tempo incarnate e se ne è fatto interprete, parlo di Sergio Cofferati, ha rinunciato a raccogliere la sfida. La defaillance di Cofferati è grave e in verità non sono riuscito a comprendere le ragioni che in così poco tempo lo hanno portato ad abbandonare la battaglia per una diversa dislocazione delle forze della sinistra. Si possono trovare molte spiegazioni al suo comportamento, certamente, ma nessuna è in grado di giustificarlo fino in fondo. Sì, è vero che Cofferati non ha più sentito dietro di sé tutta la Cgil, ma egli la conosceva e la conosce bene per averla guidata a lungo; non si doveva stupire dunque. Sì, è vero che non ha sentito dietro di sé tutto il correntone, ma suvvia, il correntone è poca cosa nella vicenda politica italiana ed era prevedibile che alle prime difficoltà ed alle "minacce" (D'Alema disse pesantemente alla assemblea del gruppo parlamentare Ds rivolto al correntone: "ma dove riuscirete a trovare una greppia come questa?") si sarebbe sciolto come neve al sole. Se insomma Cofferati ha riscontrato più ostacoli del previsto nel sindacato e nel suo partito non era questo motivo sufficiente per acconciarsi a fare il candidato sindaco di Bologna. Non lo è, perché a lui avevano guardato oltre la Cgil e ben oltre il suo partito, perché la modificazione profonda che si è avuta in questi ultimi due anni a sinistra era ed è cosa ben più profonda ed importante della dislocazione di questo o quell'esponente della Cgil e del correntone. Cofferati è venuto meno ad un compito che la storia gli aveva assegnato e la storia non lascia mai o quasi mai un'altra occasione.

Oggi spetta a noi guidare questi sentimenti e queste esigenze di cui parlavo. E' compito arduo a cui non possiamo in alcun modo sottrarci. Siamo in qualche modo di fronte alla stessa questione che ci si pose nel '90-'91: quella di ricostruire una forza seriamente anticapitalistica, quella di non disperdere un patrimonio immenso di idee, di militanza, di passioni politiche. Situazioni simile ma, come dicevo molto più difficile, perché negli anni che vanno dal '91 al '96 siamo riusciti a fare di quella forza che tutti pensavano gracile ed ininfluente un partito grande ed ascoltato, un partito che - se Bertinotti non lo avesse scientemente spezzato - avrebbe superato il 10 per cento dei consensi elettorali. Ripartiamo da gradini molto più bassi cari compagni, ripartiamo da difficoltà reali, dalla esigenza di contrastare non solo la deriva rinunciataria dei Ds degli anni '90 ma ora anche la "deviazione estremistica di massa", ripartiamo sapendo che vi sono comunque tutte le possibilità di vincere la sfida.

Spesso tra Ds e Rifondazione veniamo visti come i vasi di coccio, come un "in più" di cui si può fare a meno. I riformisti da una parte, gli estremisti dall'altra ci considerano un disturbo, ci vorrebbero eliminare, si accordano anche alla bisogna. Perché, al di là della naturale competizione nello stesso territorio della politica, c'è fondamentalmente la voglia di prescindere da una forza autenticamente di sinistra, comunista e riformatrice, una forza che sa stare con i piedi ben piantati per terra (e meglio spesso dei Ds) e che si prefigge la trasformazione effettiva e reale della società, ben più incisivamente di Rifondazione. Che fa opposizione ferma e puntuale ma che indica la prospettiva del governo. Oggi Rifondazione con un triplo salto mortale dice sì ad un accordo di programma con il centrosinistra. Bene. Che venga il Prc nell'Ulivo. Venga e si assuma fino in fondo le responsabilità di una forza di governo. Perché altrimenti si rinnoverebbero equivoci e vecchi errori. Sono molti quelli che nel centrosinistra temono che Bertinotti nell'Ulivo sia come Bossi nella Casa delle libertà, un elemento di confusione e di disturbo. Se sbagliare una volta è umano, perseverare è, come dice un saggio proverbio, diabolico.

Un'ultima questione infine: quella delle riforme elettorali di cui in questi giorni si fa un gran parlare. Ebbene su questo punto la nostra vocazione proporzionalista non può essere messa assolutamente in dubbio. La difesa del principio delle proporzionalità del sistema elettorale è un dato permanente della nostra politica; una proporzionalità che tenga, naturalmente conto, della esigenza del bipolarismo siamo per una legge proporzionale-bipolare. Il modello a cui penso è quello delle elezioni regionali, dove ogni partito si presenta con il suo simbolo, ma all'interno di una diversa coalizione e con lo stesso leader per ognuna di esse. Tale sistema tiene assieme tanto il principio della governabilità quanto quello della rappresentatività.

Chiudo con un passaggio sul nostro risultato elettorale. Le elezioni amministrative ci consegnano un dato lusinghiero; siamo l'unico partito che è cresciuto, sia in termini percentuali, sia assoluti. Segno che la strada che abbiamo intrapreso è giusta. Però siamo ancora piccoli, troppo piccoli. E per far valere le proprie proposte occorre ovviamente che le proposte siano effettivamente giuste e valide ma servono i numeri, cari compagni, serve modificare i rapporti di forza all'interno della sinistra. Gli appuntamenti elettorali che ci aspettano saranno da questo punto di vista fondamentali. Da lì si misurerà non la nostra possibilità di esistere, che non è assolutamente in discussione. Si misurerà la possibilità di incidere e di influire positivamente sulle condizioni dei lavoratori e delle masse popolari, di influire, è la verità, sul destino della sinistra e dell'Italia.



COMITATO CENTRALE
del 12 e 13 luglio 2003

- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

COMITATO CENTRALE
del 10 maggio 2003
- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

COMITATO CENTRALE
dell'11 e 12  gennaio 2003
- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto
- L'ordine del giorno conclusivo

COMITATO CENTRALE
del 29 e 30 giugno 2002
- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

DIREZIONE NAZIONALE
del 18 aprile 2002
Fortissime perplessità sullo "statuto dei lavori"
Ufficio stampa

COMITATO CENTRALE del 26 gennaio 2002

La relazione del Segretario, O. Diliberto
"Due campagne nazionali su giustizia e lavoro"

Le conclusioni di Diliberto
"Il partito cresce ovunque, continuiamo così"

Dopo Bellaria
I compiti di chi guarda avanti per costruire
di Carlo Benedetti
Da "La Rinascita della Sinistra"