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Io ho sostenuto e sostengo fortemente la
necessità e la validità del congresso. Sostengo il congresso per
rilanciare la nostra giusta linea politica. La linea che ci
siamo dati al precedente congresso di Bellaria si è confermata
una linea giusta e valida. Primo, perché i fatti hanno
dimostrato come la nostra analisi circa il pericolo della destra
- lo ha illustrato ampiamente Diliberto nella sua bella
relazione, che condivido - fosse esatta e precisa; gli
avvenimenti che sono sotto gli occhi di tutti confermano che il
nostro non era un allarme esagerato e che, anzi, le realtà
supera di gran lunga le nostre più negative previsioni. Secondo,
perché i fatti hanno confermato l'importanza fondamentale dei
movimenti che si sono andati esprimendo nel Paese in questi
ultimi due anni. Dopo un iniziale ritardo - che abbiamo
sottoposto ad una severa autocritica - il nostro partito ha
saputo partecipare, nella sua autonomia, alla costruzione e allo
sviluppo di tali movimenti, da quello della pace, a quello
sociale, a quello dei cosiddetti girotondi. E' stata la nostra
una indicazione giusta e che ha dato anche qualche positivo
risultato.
Terzo, ha, infine, trovato conferma la nostra
tesi della necessità di un allargamento dello schieramento di
centrosinistra ad altre forze politiche, a Rifondazione da un
lato e a Di Pietro dall'altro. Dicevamo a Bellaria che il
centrosinistra doveva allargarsi e che, all'interno della
coalizione, la sinistra doveva trovare con maggiore
consapevolezza il suo ruolo, la sua funzione, il suo modo di
essere. Abbiamo lanciato allora la Confederazione della
sinistra, che, nel corso dei mesi e nel vivo della vicenda
politica, abbiamo indicato come confederazione possibile,
chiamando a costruirla e a farne parte, non solo le forze
politiche tradizionali ma i movimenti e le associazioni.
Insomma la linea che ci siamo dati a Bellaria conserva tutta la
sua validità. Ma nello stesso tempo sentiamo tutti con forza la
necessità di un rilancio di quella linea, per adeguarla alla
fase presente. Altri hanno radicalmente mutato il loro orizzonte
con virate di 180 gradi e non fanno il congresso. Parlo, e i
compagni lo hanno capito, di Rifondazione che è passata dalla
teoria dello scontro frontale con il centrosinistra agli accordi
generalizzati. Segno, anzi conferma della deriva personalistica
in quel partito, del tentativo di esentare chi lo dirige dal
compiere una seria autocritica. Ma tant'è. Noi siamo altra cosa.
Rilancio della linea del partito, dicevo. Perché?
Per diversi motivi che cercherò di elencare. Il primo, il più
pressante, il più drammatico, l'accelerazione autoritaria che
Berlusconi sta tentando di imprimere alla società italiana. E
vedo anche nella crisi che sta travagliando il governo e la
maggioranza la pericolosità della destra italiana, proprio nella
sua incapacità e forse anche impossibilità a governare il Paese.
E' difficile pensare ad una convivenza reale e proficua tra
Bossi e Fini. La inconciliabilità è grande ed evidente, investe
questioni centrali come la riforma dello Stato, la politica
estera, il ruolo dello stato sociale. Li tiene uniti la
consapevolezza che non hanno alternative, li tiene uniti la
occupazione del potere, li tiene uniti il cemento anticomunista.
Un cemento forte quest'ultimo - anche se sicuramente inattuale -
che unisce la coalizione, ma che non è sufficiente per governare
efficacemente (peraltro anche il centrosinistra fortemente unito
nella battaglia contro la destra di Berlusconi aveva avuto le
sue difficoltà e i suoi limiti nella capacità di governare).
Non so se il governo Berlusconi riuscirà ad
andare avanti fino alla fine naturale della legislatura.
Credo che il governo conoscerà altri momenti di
tensione forte e fortissima nei mesi seguenti, ma francamente
non considero la crisi di governo come cosa imminente. Quello
che vedo, invece, con forte preoccupazione è il fatto che prende
forma già ora la tentazione di superare le tensioni interne con
una spallata agli assetti costituzionali.
Incapace di riportare ordine nel centrodestra con
gli strumenti della normale dialettica democratica, Berlusconi
sta pensando ad una fuga in avanti. Non è un caso che nel bel
mezzo delle polemiche di questi giorni abbia chiesto maggiori
poteri, non è un caso che torni a parlare di riforme
presidenzialiste. Si candida ad essere l'uomo forte che
normalizza il Paese e che normalizza pure la sua rissosa
maggioranza. Ha in mente il plebiscito.
Quale posizione prendere di fronte a questa
situazione, come contrastare e su quale terreno, questa destra?
Se è innegabile che siamo tutti d'accordo nel contrastarla, è
altrettanto vero che non tutti percepiamo allo stesso modo il
pericolo che essa rappresenta. Nella Margherita e nei Ds c'è una
percezione di fatto riduttiva del ruolo e dei compiti
dell'opposizione. Dicono Fassino e Rutelli: dobbiamo incalzarli
sui singoli punti di programma, sui contenuti. Che sarebbe anche
cosa giusta se fosse una contestazione generale e puntuale, ma
così non è e lo abbiamo visto nella vicenda europea, dove è
prevalsa la voglia di convergenza, il tic bipartisan. Contestare
il governo per i suoi singoli atti, peraltro, non basta, induce,
alla lunga, a non cogliere la vera natura della destra italiana,
la sua irriducibile avversione alle regole democratiche, il suo
profilo autoritario, la sua spregiudicatezza nell'utilizzo e
nella manipolazione dei mezzi di comunicazione di massa, la sua
acquiescenza ai poteri forti, la sua sudditanza nei confronti
degli Stati Uniti e, legata a questa, la volontà di bloccare e
ritardare il processo di costruzione europeo.
Speculare a questa posizione arrendevole del
centrosinistra vi è poi quella di Rifondazione, che ritiene che
il vero pericolo non sia Berlusconi ma il "capitale".
Intervenendo ad una riunione del Gue a Straburgo, Bertinotti ha
sostenuto che Berlusconi è un fenomeno transitorio, che il vero
pericolo è Maastricht. Come dire che Prodi e Berlusconi, gratta
gratta, sono simili. Una posizione non solo falsa ma anche
devastante e che nella recente vicenda italiana (con la crisi
anti-Prodi del 1998) e nella storia del movimento operaio (con
l'equiparazione fra reazione fascista e natura del capitalismo)
tanti guasti ed errori ha prodotto.
Rilancio della nostra linea, dunque, per proporre
il programma dei Comunisti italiani rivolto al governo del
Paese. Se la nostra analisi sulla destra è di forte spessore non
altrettanto lo è la nostra capacità di indicare l'alternativa
democratica. Cito solo per titoli ma credo che dobbiamo sapere
indicare agli italiani che cosa proponiamo in concreto: quale
economia? quale stato sociale? quale modello di sviluppo? quale
scuola, quale giustizia? quale Europa noi vogliamo? Sono
interrogativi, questi ed altri, che richiedono risposte
stringenti. La forza della sinistra e del Pci, nel passato è
stata quella di indicare su ogni questione della vita nazionale
un proprio punto di vista. Credo che dobbiamo tornare a fare
questo. A partire proprio dal congresso che terremo nei primi
mesi del 2004.
Il congresso è e sarà un congresso politico, non
va assolutamente concepito come una questione interna al
partito. Se così fosse sarebbe non solo inutile tenerlo ma
addirittura dannoso. Noi, care compagne e cari compagni,
dobbiamo con questo congresso parlare al Paese, a quei milioni
di uomini e donne di sinistra che in questi ultimi due anni
hanno risvegliato le loro speranze di cambiamento e di progresso
sociale.
La vita attuale del nostro partito in cosa
consiste? Diciamocelo con franchezza, ad un'attività interna,
troppo interna. Consumiamo le nostre energie in vicende che non
interessano al di fuori delle nostre ristrette mura.
Consumiamole e valorizziamole in iniziative esterne, capaci di
suscitare interesse ed apprezzamento nel vasto popolo della
sinistra. E' per questo che la direzione nazionale proporrà che
i congressi delle federazioni abbiano tempi brevi e che si
svolgano in una settimana; essenziale è invece il lavoro
preparatorio, lavoro tutto politico, ed aperto al confronto ed
al contributo anche di forze esterne al partito: devono essere
discussioni politiche approfondite, non querelle sugli eventuali
organigrammi. E peraltro il congresso, con queste
caratteristiche tutte politiche ed insisto programmatiche,
progettuali, è bene che si svolga proprio alla vigilia delle
elezioni di primavera, scadenza molto importante per il presente
e per il futuro: elezioni amministrative che segneranno il
fondamentale assetto dei poteri locali in questa fase di
profonda trasformazione ed elezioni europee che riguardano la
nuova medesima dimensione di tutta la nostra strategia E' ovvio
che anche dall'immagine che il congresso trasmetterà saremo
valutati dagli elettori.
Rilancio della nostra politica per quel che
concerne le questioni del lavoro. Abbiamo bisogno non solo di
correzioni quantitative, che sono ovviamente importanti (più
iniziative, maggiori presenze, volantini su ogni questione,
incontri frequenti con operai, impiegati, disoccupati, convegni
e via dicendo), ma di un salto di qualità delle nostre capacità
a definire proposte avanzate e valide sulla politica
industriale, lo sviluppo economico, le tutele.
C'è un problema di difesa della conquiste dei
lavoratori e dei pensionati; si andrà nelle prossime settimane
verso grandi iniziative in difesa del posto di lavoro e
dell'ordinamento pensionistico. Noto con piacere che anche
Scalfari, su Repubblica, si è accorto di quello che noi andiamo
dicendo da anni e cioè e che se si separasse la spesa
previdenziale dall'assistenza il bilancio dell'Inps sarebbe in
attivo. Noi dobbiamo dire con nettezza che le pensioni non si
toccano e su questo siamo pronti a dar battaglia in parlamento e
nel Paese. Battaglia per vincere e per vincere non basta avere
ragione, bisogna convincere con i fatti vasti strati popolari
sulla validità della propria posizione. Altrimenti non si fa
politica, si fa propaganda. Come propaganda è stato lo
sciagurato referendum voluto dal Prc sull'estensione
dell'articolo 18. Uno sbaglio. Chi lo ha promosso, chi lo ha
cavalcato (salvo poi archiviarlo con noncuranza il giorno dopo)
non ha tenuto in nessun conto l'opinione popolare. L'esito
negativo di quel referendum si farà sentire per lungo tempo:
esso ha non solo offuscato la possibilità di lanciare una
battaglia offensiva sui diritti, come quella elaborata dalla
Cgil, ma ha perfino oscurato la forza di una battaglia
difensiva, quella battaglia che ha portato tre milioni di
persone al Circo Massimo.
Solo uno sciocco non può non vedere e non
cogliere che tra quegli uomini e donne che avevano invaso Roma
vi è oggi una forte apprensione. E' maturato in quei giorni un
progetto per la sinistra e per il Paese, sono rinate speranze e
passioni che credevamo perdute per sempre. Quelle speranze e
quelle passioni sono ancora qui ed interrogano tutti noi, anche
se chi le ha per lungo tempo incarnate e se ne è fatto
interprete, parlo di Sergio Cofferati, ha rinunciato a
raccogliere la sfida. La defaillance di Cofferati è grave e in
verità non sono riuscito a comprendere le ragioni che in così
poco tempo lo hanno portato ad abbandonare la battaglia per una
diversa dislocazione delle forze della sinistra. Si possono
trovare molte spiegazioni al suo comportamento, certamente, ma
nessuna è in grado di giustificarlo fino in fondo. Sì, è vero
che Cofferati non ha più sentito dietro di sé tutta la Cgil, ma
egli la conosceva e la conosce bene per averla guidata a lungo;
non si doveva stupire dunque. Sì, è vero che non ha sentito
dietro di sé tutto il correntone, ma suvvia, il correntone è
poca cosa nella vicenda politica italiana ed era prevedibile che
alle prime difficoltà ed alle "minacce" (D'Alema disse
pesantemente alla assemblea del gruppo parlamentare Ds rivolto
al correntone: "ma dove riuscirete a trovare una greppia come
questa?") si sarebbe sciolto come neve al sole. Se insomma
Cofferati ha riscontrato più ostacoli del previsto nel sindacato
e nel suo partito non era questo motivo sufficiente per
acconciarsi a fare il candidato sindaco di Bologna. Non lo è,
perché a lui avevano guardato oltre la Cgil e ben oltre il suo
partito, perché la modificazione profonda che si è avuta in
questi ultimi due anni a sinistra era ed è cosa ben più profonda
ed importante della dislocazione di questo o quell'esponente
della Cgil e del correntone. Cofferati è venuto meno ad un
compito che la storia gli aveva assegnato e la storia non lascia
mai o quasi mai un'altra occasione.
Oggi spetta a noi guidare questi sentimenti e
queste esigenze di cui parlavo. E' compito arduo a cui non
possiamo in alcun modo sottrarci. Siamo in qualche modo di
fronte alla stessa questione che ci si pose nel '90-'91: quella
di ricostruire una forza seriamente anticapitalistica, quella di
non disperdere un patrimonio immenso di idee, di militanza, di
passioni politiche. Situazioni simile ma, come dicevo molto più
difficile, perché negli anni che vanno dal '91 al '96 siamo
riusciti a fare di quella forza che tutti pensavano gracile ed
ininfluente un partito grande ed ascoltato, un partito che - se
Bertinotti non lo avesse scientemente spezzato - avrebbe
superato il 10 per cento dei consensi elettorali. Ripartiamo da
gradini molto più bassi cari compagni, ripartiamo da difficoltà
reali, dalla esigenza di contrastare non solo la deriva
rinunciataria dei Ds degli anni '90 ma ora anche la "deviazione
estremistica di massa", ripartiamo sapendo che vi sono comunque
tutte le possibilità di vincere la sfida.
Spesso tra Ds e Rifondazione veniamo visti come i
vasi di coccio, come un "in più" di cui si può fare a meno. I
riformisti da una parte, gli estremisti dall'altra ci
considerano un disturbo, ci vorrebbero eliminare, si accordano
anche alla bisogna. Perché, al di là della naturale competizione
nello stesso territorio della politica, c'è fondamentalmente la
voglia di prescindere da una forza autenticamente di sinistra,
comunista e riformatrice, una forza che sa stare con i piedi ben
piantati per terra (e meglio spesso dei Ds) e che si prefigge la
trasformazione effettiva e reale della società, ben più
incisivamente di Rifondazione. Che fa opposizione ferma e
puntuale ma che indica la prospettiva del governo. Oggi
Rifondazione con un triplo salto mortale dice sì ad un accordo
di programma con il centrosinistra. Bene. Che venga il Prc
nell'Ulivo. Venga e si assuma fino in fondo le responsabilità di
una forza di governo. Perché altrimenti si rinnoverebbero
equivoci e vecchi errori. Sono molti quelli che nel
centrosinistra temono che Bertinotti nell'Ulivo sia come Bossi
nella Casa delle libertà, un elemento di confusione e di
disturbo. Se sbagliare una volta è umano, perseverare è, come
dice un saggio proverbio, diabolico.
Un'ultima questione infine: quella delle riforme
elettorali di cui in questi giorni si fa un gran parlare. Ebbene
su questo punto la nostra vocazione proporzionalista non può
essere messa assolutamente in dubbio. La difesa del principio
delle proporzionalità del sistema elettorale è un dato
permanente della nostra politica; una proporzionalità che tenga,
naturalmente conto, della esigenza del bipolarismo siamo per una
legge proporzionale-bipolare. Il modello a cui penso è quello
delle elezioni regionali, dove ogni partito si presenta con il
suo simbolo, ma all'interno di una diversa coalizione e con lo
stesso leader per ognuna di esse. Tale sistema tiene assieme
tanto il principio della governabilità quanto quello della
rappresentatività.
Chiudo con un passaggio sul nostro risultato
elettorale. Le elezioni amministrative ci consegnano un dato
lusinghiero; siamo l'unico partito che è cresciuto, sia in
termini percentuali, sia assoluti. Segno che la strada che
abbiamo intrapreso è giusta. Però siamo ancora piccoli, troppo
piccoli. E per far valere le proprie proposte occorre ovviamente
che le proposte siano effettivamente giuste e valide ma servono
i numeri, cari compagni, serve modificare i rapporti di forza
all'interno della sinistra. Gli appuntamenti elettorali che ci
aspettano saranno da questo punto di vista fondamentali. Da lì
si misurerà non la nostra possibilità di esistere, che non è
assolutamente in discussione. Si misurerà la possibilità di
incidere e di influire positivamente sulle condizioni dei
lavoratori e delle masse popolari, di influire, è la verità, sul
destino della sinistra e dell'Italia. |