COMITATO CENTRALE

La relazione del segretario,
Oliviero Diliberto


Roma, 12  luglio 2003

 

Dopo due anni Berlusconi consegna al Paese una situazione oggettivamente molto grave, indipendentemente dal giudizio politico. Grave dal punto di vista della situazione complessiva, con una crisi economica devastante, con l'industria avviata verso un declino strutturale, con una progressiva perdita di competitività da parte del nostro sistema economico: dalla grande distribuzione, ormai completamente in mano ai francesi, ai servizi pubblici locali, sino alla gravità complessiva che sta investendo la zona che si riteneva essere quella trainante, il mitico Nord-Est.

Ho voluto iniziare con questi dati sui quali scarsamente noi riflettiamo e che viceversa sono assolutamente rilevanti, perché è su questi che si sta sgretolando il blocco sociale che ha eletto Silvio Berlusconi presidente del Consiglio.

Il governatore della Banca d'Italia, persona che, come noto a tutti i compagni, non nutre la mia stima, ha tenuto una relazione molto severa sullo stato dell'economia. Persino Antonio D'Amato, uomo di Berlusconi prestato a Confindustria, è stato costretto a criticare il governo e le sue politiche industriali. I commercianti, anch'essi parte fondamentale del blocco sociale che ha eletto Berlusconi, hanno tenuto una durissima conferenza stampa contro il presidente del Consiglio. Insomma ci troviamo di fronte ad un fallimento che non viene denunciato dai comunisti o dalla sinistra o dal centrosinistra, ma da coloro che hanno votato e fatto votare per Berlusconi.

Guardandolo dal nostro punto di vista, il quadro che emerge conferma le fosche previsioni che noi - isolatamente - facemmo alla vigilia delle elezioni politiche. Isolatamente perché fummo tra i pochi ad affermare che queste destre erano preoccupanti non solo sul piano delle politiche economiche, del liberismo ad oltranza, ma degli stessi assetti democratici. Purtroppo però è come se ci si stesse abituando allo sfascio democratico che Berlusconi provoca quotidianamente. E' come un progredire in una sorta di pendio insensibile, alla fine del quale c'è ogni giorno lo smantellamento di un pezzo dell'assetto democratico.

Provo solo ad elencare le cose più gravi cui abbiamo assistito in questi due anni.

La Costituzione definita "sovietica", il 25 aprile non celebrato, gli ispettori inviati al Tg3, lo sostituzione di De Bortoli al Corriere della Sera, i temi della maturità nei quali sono state inserite frasi del presidente del Consiglio, lo special televisivo dedicato ad Almirante in seconda serata sulla Rete Uno, la schedatura di sindacalisti della Cgil e di coloro che scioperano e la simmetrica schedatura e denuncia penale di coloro che contestano il presidente del Consiglio (non mi riferisco solo alla contestazione avvenuta al tribunale di Milano, ma a tutti coloro che lo contestano in piazza), lo smantellamento del sistema della ricerca scientifica (il compagno Cuffaro ne sa qualcosa), il commissariamento del Cnr, l'abolizione progressiva dei fondi alla ricerca… Da una parte viene attaccata la Costituzione e dall'altra viene avanti il presidenzialismo, il premierato, la devolution che taglia il Paese in tre grandi fasce in tre settori chiave: polizia, istruzione e sanità, come vuole Bossi. Non parliamo poi della giustizia, con le leggi fatte ad personam, una dietro l'altra, sfacciatamente. Cito, tra tante, la vergogna della legge sulle tossicodipendenze, promossa da Fini, che cancella l'uso personale della modica quantità. Ma più grave di tutto resta il tema della pace. La politica estera ha subito un micidiale spostamento: ha abbandonato la vocazione mediterranea ed europeistica dell'Italia divenendo del tutto subalterna agli Usa. C'è poi la riforma voluta dal ministro Moratti che ha devastato la scuola pubblica. E non parliamo delle pessime figure che il nostro Paese, grazie a Berlusconi, ha fatto a livello europeo e sotto gli occhi di tutto il mondo.

E' una situazione inedita, completamente diversa anche rispetto ai governi ultraconservatori che nei decenni passati si sono succeduti in Europa. La specificità del governo Berlusconi e del suo sistema di alleanze - la Lega da una parte e Fini e il post-fascismo e il fascismo dall'altra - rendono il quadro italiano del tutto diverso rispetto al modello di destra europea che, pur conservatrice, è inserita in un quadro ed in un contesto democratico. Tutto questo ci dice che l'analisi da noi fatta sin dal 1998, quando è nato questo partito, quando abbiamo cercato, almeno la parte di noi che allora era in Rifondazione, di salvare il governo Prodi e quindi una prospettiva democratica, era corretta. Non lo dico per rivendicare la giustezza della nostra azione, ma perché quell'analisi dalla quale siamo nati conferma oggi l'esigenza di continuare ad approfondire un tema, il primo dei temi fondamentali, e cioè la natura eversiva di questo governo e delle destre italiane. Una natura eversiva che va di pari passo con l'assetto economico e con le riforme sociali che, anche qui mi limito semplicemente ad un elenco, ci rendono consapevoli della direzione nella quale si muove il governo.

Il "Patto per l'Italia", con la progressiva corporativizzazione delle organizzazioni sociali. La legge 30, la riforma del mercato del lavoro, con l'attacco al contratto nazionale. La riforma della sanità, che ha svuotato completamente la prospettiva faticosamente conquistata nella passata legislatura con la riforma Bindi. Le "riforme" fiscali, e cioè i progressivi condoni, l'unica cosa che Tremonti sappia concretamente fare. La progressiva, drammatica perdita, che tutti constatiamo, tranne l'Istat, della perdita del valore d'acquisto di salari e pensioni.

In questo quadro il governo non riesce a varare il Dpef. Siamo già fuori dai tempi previsti dalla legge ed ancora non si sa se sarà presentato e quando il parlamento italiano sarà in grado di vararlo. E nel Dpef c'è l'inflazione programmata, quella che serve per il rinnovo dei contratti, con implicazioni fondamentali quindi rispetto al recupero salariale.

In questo orizzonte si prepara la madre di tutte le controriforme, quella previdenziale. L'obiettivo del governo è quello di una pensione pubblica minima (per cui alla fine della propria vita lavorativa un lavoratore dipendente italiano avrà poche centinaia di migliaia di vecchie lire, poche centinaia di euro) perché tutto il resto diventi previdenza integrativa, e cioè assicurazione privata sulla falsariga del modello americano. E' il modello che stanno sposando per un'unica ragione: fare cassa. I conti pensionistici, a detta della stessa commissione governativa, stanno andando piuttosto bene, ma Tremonti ha creato un tale buco nel bilancio che per il governo Berlusconi l'unica possibile soluzione è quella di fare cassa con le pensioni.

Questo lungo elenco e questa lunga premessa ci dicono che l'analisi fatta simmetricamente dai Ds e da Rifondazione è sbagliata. Perché la natura di classe del governo per un verso e la natura anticostituzionale per l'altro portano alla conclusione che ci troviamo di fronte alla progressiva perdita di un intero sistema di diritti e di libertà. E questo, in un tempo non lunghissimo, può determinare una sorta di regime. Uso volutamente questo termine, che pure so avere numerosi critici, perché avverto che si sta modificando lo stesso senso comune. E quando ci si abitua alle cose di cui abbiamo parlato (anche se resta la singola capacità di indignarsi), quando al governo - e peso le parole - ci sono da una parte autentici tagliagole e dall'altra esponenti del Bar Sport della provincia di Bergamo, alla fine gli esiti sono inevitabili. Non c'è da sorridere. Sono al governo perché hanno avuto la maggioranza dei voti degli italiani. Ci conforta aver azzeccato l'analisi, ma ci sgomenta, perché la situazione è davvero molto seria.

Personalmente non credo che andremo ad elezioni politiche anticipate. Questo sistema di potere è, appunto, un sistema di potere, non un governo che può essere cambiato con un altro governo, e questa crisi è la crisi di un blocco sociale. Ma questa crisi non è ancora giunta, a mio avviso, ad una maturazione tale da portare alla fine del governo e comunque alle elezioni politiche anticipate. Tuttavia si avvertono scricchiolii pesanti.

Le elezioni amministrative sono state un test vero per la destra ed anche per noi. Tanto che, subito dopo, è partita la cosiddetta verifica, una pantomima che non si è ancora conclusa. Tredici milioni di elettori sono tanti, soprattutto se attraversano l'Italia, dal Friuli Venezia Giulia sino alla Sicilia, e i segnali di ripresa del centrosinistra sono evidenti, come sono evidenti i cedimenti della cosiddetta Casa delle Libertà.

Dedicherò a questo pochi minuti perché ne abbiamo più volte discusso, letto, scritto.

La crisi della Casa delle Libertà è sensibile soprattutto nel partito del leader, in Forza Italia, che dal 30% delle politiche scende al 16%. In termini assoluti Forza Italia passa da 1.750.000 voti a 700.000 voti. Perde in due anni un milione di voti. E Alleanza Nazionale, che in alcuni luoghi simbolici, penso alla provincia di Roma, era il primo partito, perde pezzi rilevanti di insediamento sociale, tanto che è partita una resa di conti all'interno di Alleanza Nazionale e fra Alleanza Nazionale e i suoi alleati al governo regionale e nazionale. La Lega riesce a tenere nei luoghi dove si presenta da sola, dove ha un suo candidato, anche quando viene sconfitto, nei luoghi e nelle città dove si distingue, dove non cementa le proprie alleanze.

Se osservate i flussi elettorali, e cioè i dati in termini assoluti, che sono poi quelli che contano, il centrosinistra non guadagna voti. Per certi versi li perde. Guadagna qualcosa in percentuale, ma i voti persi dalla destra finiscono, come è successo all'Ulivo negli anni di governo, nell'astensione. E' evidente la delusione verso chi governa, ma l'opposizione non ha ancora acquistato sufficiente fiducia. E' un fenomeno che abbiamo conosciuto bene. La crisi del blocco di potere di destra non è formalizzata, probabilmente si risolverà, ma è del tutto evidente la crisi politica, perché le esigenze, le istanze dei vari partiti sono tra loro diverse, spesso non conciliabili. Inoltre c'è un dato oggettivo, un'anomalia istituzionale enorme: nelle elezioni politiche si vota con un sistema elettorale prevalentemente maggioritario, nei cinque anni successivi si vota con un sistema prevalentemente proporzionale, nelle europee il sistema è totalmente proporzionale. La conseguenza è che ogni partito, una volta fatte le elezioni politiche, ha l'esigenza di distinguersi. Questo avviene soprattutto con le europee, che si tengono a metà legislatura. Il problema non riguarda tanto noi, ma chi sta al governo, perché lì si giocano i rapporti di forza. E quindi la Lega per un verso e Alleanza Nazionale per l'altro hanno l'esigenza di segnare la loro presenza. Questo si sta puntualmente verificando.

Chi cresce invece nel fronte della destra? Cresce l'Udc, cioè la componente moderata post democristiana, anche se non in maniera così accentuata come qualche osservatore ha segnalato. Se osservate i dati, essa cresce o dà segnali di consolidamento in zone come la Sicilia e la Campania, di tradizionale insediamento democristiano.

Questo dato pone al centrosinistra un problema non secondario se si vogliono vincere le prossime elezioni. Chi occupa, di chi difende il lato moderato del nostro schieramento? Alle ultime amministrative la Margherita ha perso metà dei voti. Dopo un successo determinato anche dal fatto che Rutelli era il candidato premier, è oggi in crisi. L'Udc avanza e la Margherita perde il 50% dei voti. E' un dato che mi preoccupa, come dovrebbe preoccupare tutto il centrosinistra, perché significa che il partito di Rutelli non svolge una funzione strategica per l'Ulivo. La Margherita dovrebbe infatti contendere i voti moderati - e per certi versi anche quelli conservatori, seppur democratici - a Berlusconi, alla destra. Avverto invece il rischio che perda la sua anima popolare, nel senso del popolarismo italiano e cioè del Partito Popolare Italiano, e rischi progressivamente di perdere anche l'anima tardo democristiana. Dal canto suo, invece, l'Udc accentua queste caratteristiche. E' un problema reale. In un paese come il nostro, chi presidia il centro?

I Ds, per converso, hanno cantato vittoria alle amministrative, hanno dichiarato di essere in ottima salute. Eppure non hanno guadagnato voti. Nell'ambito di un generale abbassamento dei votanti, hanno guadagnato in percentuale ma hanno perso in termini assoluti. Ciononostante hanno ottenuto alcuni risultati molto importanti, anche sul piano simbolico. Penso alla provincia di Roma dove sono diventati il primo partito.

Da cosa dipende la crescita dei Ds? Azzardo qui un'analisi. Ho l'impressione che i Ds siano aumentati perché hanno capitalizzato l'effetto Cofferati. E cioè tutto quello che è successo in questi due anni: movimenti, girotondi, Cgil, pacifisti, ecc. Cofferati è stato, per molti versi, l'alibi di sinistra dei Ds. E' stato l'argine a sinistra. Alla fine ha vinto Fassino perché le elezioni le vince sempre il segretario nazionale e non, com'è ovvio, l'oppositore. Ho l'impressione che sia questa la chiave di lettura del buon esito dei Ds. Non certamente il successo di una linea sempre più moderata, quella della maggioranza, ma di coloro che sono riusciti a impedire l'emorragia a sinistra.

In questo quadro Rifondazione comunista subisce invece una vera e propria sconfitta. Passa dal 4,4% al 4,1% (mi riferisco sempre ai dati provinciali). Se si guarda alle politiche, invece, scende da 259.000 voti a 188.000: sono tanti in meno in due anni. Rifondazione subisce una dura sconfitta elettorale. La mia analisi, su cui vorrei il parere dei compagni, è che Rifondazione non capitalizzi nulla della linea che si è data al congresso. L'identificazione con i movimenti, per essere esatti con il movimento dei movimenti, non porta risultati. Rifondazione non capitalizza nemmeno rispetto alla coincidenza del referendum estensivo dell'articolo 18. Un po' per l'effetto Cofferati, un po' perché i movimenti non apprezzano - ho parlato con molti di loro - che un partito voglia rappresentarli. Dico a latere che questo ci conforta nella scelta da noi fatta sul referendum. Siamo stati con il movimento, personalmente ho difeso il referendum in una trasmissione televisiva insieme a Bertinotti. Siamo stati per il sì, ma al contempo il nostro sì criticava esplicitamente quello strumento che infatti, visto l'esito, si è rivelato un errore clamoroso. Una posizione di equilibrio, la nostra, giusta nel merito ma attenta a non farsi coinvolgere in una logica di divisione del fronte democratico e della sinistra.

Sul nostro dato elettorale voglio rubarvi qualche minuto.

Il risultato è complessivamente buono e conferma il trend positivo delle ultime elezioni, le amministrative del 2002. Una crescita lenta, faticosa e tuttavia costante. Eppure basta pensare alla condizione del partito prima del Congresso di Bellaria, dopo le elezioni politiche, per capire che abbiamo fatto in due anni e mezzo notevoli passi in avanti. Nessuno degli osservatori parla più di transitorietà del nostro partito. Siamo diventati oggetto di analisi persino nel dibattito interno di Rifondazione, quando un tempo non venivamo nemmeno citati, parlare dei comunisti italiani era off limits. Molti, nel dibattito interno a Rifondazione, dicono: "Come mai i Comunisti Italiani vanno bene se noi, Rifondazione, siamo l'avanguardia del movimento? Perché loro aumentano e noi perdiamo?".

In questi due anni e mezzo c'è stato un radicamento del nostro partito. Noi siamo gli unici a crescere in termini percentuali, ma soprattutto cresciamo in termini assoluti. Rispetto alle elezioni politiche ci sono alcuni risultati straordinari. Abbiamo un consigliere in quasi tutte le province della Sicilia. Prima ne avevamo soltanto uno nella mitica Caltanissetta, grazie ai risultati di Gela. A Roma passiamo dall'1,1% delle politiche al 2,9%. Parliamo di 3.300.000 abitanti. Ma cresciamo anche a Foggia, a Benevento, a Massa Carrara.

E tuttavia, nell'ambito di un quadro generalmente positivo, le comunali (non le provinciali) ci segnalano un problema molto serio. Non mi riferisco al dato numerico, perché laddove ci presentiamo, tranne qualche eccezione, avanziamo rispetto alle politiche. Il problema è che quasi nel 50% dei comuni non abbiamo presentato la nostra lista. E' un dato politico che mi sento di sollecitare al Comitato Centrale per il futuro. Far conoscere ai cittadini, anche attraverso il simbolo nella scheda elettorale, il nostro partito, è un modo di consolidarlo. Dobbiamo raggiungere l'obiettivo di essere presenti in tutti i comuni. In questo senso propongo al Comitato centrale di impegnarsi ad aiutare tutte quelle realtà che hanno difficoltà o dove non si è avuto un buon risultato. Anche perché l'indirizzo politico che deve emergere dalla riunione di questo Comitato Centrale e dal congresso che più avanti vi proporrò è proprio questo: il radicamento del partito passa anche, ed in qualche caso soprattutto, attraverso l'esperienza della campagna elettorale, la quale consente un rapporto con la cittadinanza che altrimenti è più difficile.

Ci sono poi altri elementi che mi hanno portato alla proposta di congresso che avanzerò più avanti a nome della Direzione del partito.

Noi confermiamo un dato, su cui spesso non ci soffermiamo, già presente nel voto dello scorso anno. Laddove la nostra iniziativa politica è attenta alle esigenze ed ai problemi della classe operaia, dei lavoratori, noi aumentiamo i nostri voti. A Termini Imprese, dove i compagni hanno fatto un lavoro egregio, che voglio riconoscere pubblicamente, presentando candidature giuste, espressioni vere del movimento della Fiat (la leader delle donne di Termini Imprese era la nostra capolista), siamo passati dallo 0,23% delle politiche, cioè dal nulla, al 2,6%. Un dato assai significativo. Anche perché a Termini Imprese la destra è andata avanti e, come è noto, dove c'è la crisi il voto di scambio è più forte. Eppure il nostro partito è cresciuto perché ha posto al centro della sua iniziativa la classe operaia di quella realtà.

Alla provincia di Palermo i nostri compagni hanno fatto un'operazione intelligente e importante: hanno candidato in ogni collegio un rappresentante del movimento dei lavoratori precari. Lo scorso mese i giornali hanno parlato delle loro lotte, dell'assalto alla Regione. Sono lavoratori che da venti anni fanno i trimestrali! Potete capire. Ogni tre mesi vengono loro rinnovati i contratti a termine. Una situazione agghiacciante, eredità di Leoluca Orlando, sindaco di Palermo. Ebbene a Palermo abbiamo ottenuto un eccellente risultato tanto da eleggere come consigliere provinciale proprio uno dei rappresentanti del lavoro precario. Siamo andati bene un po' in tutta la Sicilia.

Ad Orbassano c'è stato un risultato che conferma quello ottenuto lo scorso anno nella cintura torinese. Ricordate Schio? Un dato enorme, il 10%. Ad Orbassano passiamo dall'1,6%, delle politiche al 5,7%.

A Gorizia, dove il partito è radicato nel mondo del lavoro e dove abbiamo un rapporto vero con la Fiom, tanto che in campagna elettorale ho tenuto un'assemblea di delegati metalmeccanici e sono andato nei cantieri, abbiamo ottenuto un risultato estremamente lusinghiero.

Insomma si conferma un dato che per un partito che si chiama comunista dovrebbe essere ovvio, ma che sino a qualche tempo fa non lo era: se si fa politica tra i lavoratori, per i lavoratori, il consenso arriva.

Due altri dati, molto rapidamente perché debbo parlare del congresso. L'Arcidonna quindici giorni fa ha presentato il rapporto annuale sulla presenza delle donne nelle istituzioni. Dai consigli comunali al parlamento europeo. Immaginavo un nostro dato positivo, ma francamente non avrei saputo quantificarlo. Ho scoperto che il nostro partito ha eletto il 40,1% di donne; gli altri partiti si aggirano tra il 3 e il 5%. Il 40,1% tra consiglieri comunali, provinciali, assessori. Un risultato che ci deve inorgoglire perché deriva da una scelta politica di prima grandezza. E ne approfitto per fare gli auguri alla compagna Gloria Malaspina, da qualche giorno assessore alla provincia di Roma.

Si parla tanto delle donne nei luoghi del potere. Si parla tanto e si fa poco. Noi abbiamo fatto, proprio ad iniziare dal congresso di Bellaria, dove abbiamo voluto che il 50% di questo Comitato Centrale fosse composto di donne.

Ci stiamo conquistando spazio giorno dopo giorno, con una politica che ci consente di avere più di visibilità rispetto al passato, anche sul piano mediatico.

Siamo oggi alla vigilia di un triennio che fa tremare le vene dei polsi, ad iniziare da chi vi parla. Nelle prossime primavera ed estate ci saranno le elezioni europee, ma si voterà anche in 63 province e quasi 5.000 comuni; nel 2005 ci saranno le elezioni regionali e nel 2006 le politiche. Propongo a questo organismo, il Comitato Centrale del partito, di proseguire nella linea che abbiamo tracciato a Bellaria ma, contemporaneamente, di aggiustarne la traduzione, l'attuazione, sulla base di alcune direttrici che vi illustrerò a nome della Direzione del partito.

A Bellaria facemmo, a cominciare da chi vi parla, un'autocritica rispetto al passato. Partendo dal rapporto con i movimenti. Da quel momento in avanti abbiamo intrapreso una strada che ci ha portato ad essere parte, a pieno titolo, di tutti i movimenti che si sono sviluppati in questi due anni. Conflitto sociale, Cgil, Social Forum, girotondi, giustizia, informazione. E siamo stati parte, ed in qualche modo protagonisti, del movimento pacifista, grazie alle iniziative del partito ed alle posizioni assunte in parlamento. A questo proposito, d'intesa con il compagno Venier, propongo al Comitato Centrale di lanciare, unico partito insieme a movimenti che lo hanno già fatto, una raccolta di firme per una petizione popolare finalizzata al ritiro delle truppe italiane dall'Iraq. Lì la guerra continua, a tutti gli effetti, e noi dobbiamo essere il portavoce istituzionale e politico di un movimento di cui fanno parte associazioni cattoliche e pacifiste. E propongo di farlo insieme alla raccolta di firme per il referendum abrogativo del lodo Schifani, su cui è opportuno spendere due parole.

Sul referendum contro l'impunità siamo partiti con dieci giorni di ritardo. Ai compagni, giustamente, non passa inosservato nessun deficit di direzione del partito. Per una volta tanto non c'è da fare autocritica. La colpa non è stata nostra. Sono stati depositati in Cassazione due quesiti diversi, uno presentato da Di Pietro ed un altro da Elio Veltri. Questo ha ovviamente creato una serie di problemi. Si tratta infatti di due quesiti lessicalmente diversi per cui è obbligatorio raccogliere 500 mila firme sia per l'uno che per l'altro. I giorni di ritardo sono dovuti alle pressioni che abbiamo esercitato perché i quesiti fossero unificati. Questo significava ritirarne uno. Non ci siamo riusciti, purtroppo. E' questa la ragione del nostro ritardo. Ora i moduli per la raccolta delle firme saranno inviati a tutte le federazioni e sono sicuro che ci rifaremo del tempo perduto. So che, dopo il fallimento del referendum estensivo dell'articolo 18, esistono perplessità in alcuni compagni. E' del tutto comprensibile. Ma questo referendum, care compagne e compagni, è diverso. Personalmente credo che la Corte Costituzionale dichiarerà l'incostituzionalità della legge. Ma se questo non accadrà e si arriverà al referendum, dobbiamo essere consapevoli che esso parla a tutto il centro sinistra ed anche a un pezzo del centro destra. Si può ragionevolmente pensare non solo di raggiungere il quorum, ma anche la maggioranza per abrogare la legge.

Quale è tuttavia, politicamente, da Bellaria ad oggi, la grande novità della fase?

La mia opinione è che la grande novità sia stata rappresentata dalla ascesa, dalla decadenza e dal declino del fenomeno Cofferati. Da un lato ne siamo molto rammaricati, perché Cofferati poteva essere il capo di quella che noi abbiamo chiamato la Confederazione possibile. E tuttavia ora che Cofferati si accinge a fare il sindaco di Bologna c'è un esercito che è rimasto solo. Cofferati ha evocato non soltanto i tre milioni del 23 marzo, ma un intero popolo di sinistra. Pacifisti, girotondi… Ci sono alcuni milioni di italiani e di italiane che sono rimasti orfani. Uno può riconoscersi o meno nella categoria degli orfani, ma essa esiste. Avverto questo fenomeno ovunque vada in giro per l'Italia. Lo spazio politico creato da Cofferati era esattamente il luogo della politica che noi avevamo individuato, anche se non siamo stati capaci di occuparlo. E' lo spazio di una sinistra radicale, nel senso migliore del termine, e contemporaneamente unitaria, non massimalista, non estremista, collocata in quello che nel '98 avevamo individuato come nostro spazio potenziale. Lo abbiamo riempito solo in minima parte. Per questo la mia richiesta non è quella di un congresso straordinario, non ce n'è alcun bisogno, il partito è in buona salute. La mia proposta è quella di anticipare di sei mesi la scadenza naturale del congresso che cadrebbe nell'autunno del 2004. Vi propongo il febbraio 2004, perché abbiamo bisogno di quella sede per porci il problema politico nuovo che si è determinato in Italia, perché dobbiamo porci il compito di intercettare quei milioni di italiani che in varie forme hanno invaso le piazze. Ed abbiamo bisogno di farlo alla vigilia di una scadenza per noi fondamentale, quella delle elezioni europee che si terranno col sistema proporzionale puro, fissando sino al 2006 il nostro dato politico.

Quali saranno i contenuti, la linea che dovremo discutere nel prossimo congresso?

I contenuti sono di due tipi; uno già lo perseguiamo positivamente, e cioè il tema dei diritti, della Costituzione, della pace. L'altro è il tema del lavoro, e cioè il recupero di quel conflitto sociale che Cofferati con straordinaria intuizione ha riportato al centro della discussione politica italiana.

E' il tema degli "invisibili", delle decine di milioni di italiane e italiani che non sono più nell'agenda politica. Chi dà rappresentanza politica a questi milioni di invisibili? Nessuno. Rifondazione vagheggia cose strampalate, non si pone il problema della rappresentanza politica del lavoro dipendente. I Ds non ci pensano neppure. Questo spazio per noi può essere il differenziale, l'abbrivio che ci consente di crescere.

Il tema che propongo di mettere al centro del congresso è quello di passare dalle parole all'azione politica sui temi del lavoro.

In questi due anni abbiamo fatto passi avanti notevolissimi per quel che concerne i movimenti, i diritti. Pensate soltanto alla grande vicenda internazionalista che ci ha visti protagonisti: mi riferisco a Cuba, alla Palestina. Oggi si tratta di approfondire un ragionamento già presente nelle tesi di Bellaria tramutandolo in azione politica. Voglio essere ancora più esplicito. Penso alla questione del salario e delle pensioni in una situazione nella quale il potere di acquisto diminuisce verticalmente, al problema della salute nei luoghi di lavoro, agli infortuni, agli omicidi bianchi. Tutti temi che nessuno, tanto meno la politica, tratta. Essi devono diventare per noi non solo una questione che riguarda il dipartimento lavoro, ma l'intera direzione del partito, l'intero partito. Oltre al compagno Tibaldi, che ha la responsabilità del lavoro, devo occuparmene io, e non intendo io come persona, ma in quanto segretario del partito.

Dobbiamo anche proseguire nella linea delineata a Bellaria, quella della Confederazione della sinistra, che pur non essendo all'ordine del giorno è una linea giusta, di attacco, di dialogo, di interlocuzione con gli altri partiti della sinistra. Una linea che ci pone strategicamente dentro all'Ulivo, perché senza l'Ulivo, senza il centro sinistra, non si va da nessuna parte e governerà Berlusconi per i prossimi cento anni. Ma insieme alla linea unitaria va messa ulteriormente in campo la capacità di una nostra linea politica autonoma, così come abbiamo fatto in questi due anni.

Badate, questa linea autonoma è indispensabile anche perché c'è chi vorrebbe ucciderci, rendere del tutto marginale il nostro partito. C'è un patto, più o meno esplicito, tra la maggioranza Ds e Rifondazione, cui forse non sono estranei esponenti della Margherita ostili al ritorno di Romano Prodi. Un tentativo di marginalizzarci, di ucciderci, che voi, che vivete quotidianamente nei territori, conoscete bene, lo vivete sulla vostra pelle: sono infatti sempre più frequenti i casi in cui si determina un legame, specie tra Ds e Rifondazione, che tende ad escluderci. Come sconfiggere questa tenaglia? In un solo modo, prendendo voti. Laddove siamo un partito che ha gruppi dirigenti e consenso elettorale, sono costretti a rispettarci, non possono non tenere conto di noi. E per ottenere consenso elettorale dobbiamo avere l'ambizione di sfidare sul tema dei contenuti gli altri partiti della sinistra. Sfidarli. Sull'Europa, sulla pace, sulle politiche economiche. Ed anche sul loro terreno. Tutti si riempiono la bocca della parola "riformista", sono tutti riformisti. In realtà nessuno fa riforme. Noi le chiamiamo politiche riformatrici, non riformiste, e tuttavia la competizione nell'Ulivo, nella prospettiva del ritorno al governo, è su questo. Su chi mette in campo proposte e rapporti di forza riformatori, in grado di cambiare questo paese. Noi vogliamo mettere al centro della riflessione congressuale la sfida sulle riforme, sulle cose da fare.

La Direzione del partito vi propone un congresso tutto politico. Un congresso che possa lanciare la campagna elettorale partendo da un riposizionamento, non da un cambiamento, del partito in continuità con la linea di Bellaria.

Avverto oggi l'esigenza di uno scatto del partito, uno scatto necessario in vista delle elezioni europee. Qualche compagno dice: perché non aspettare l'autunno, è la scadenza naturale. Ma il congresso per riposizionare il partito va fatto in vista delle elezioni della primavera del 2004! Nell'autunno del 2003, a novembre e dicembre, possiamo tenere i congressi di federazione e poi quelli regionali. A febbraio, con alle spalle i problemi locali, possiamo fare un congresso nazionale che mi auguro il più sereno possibile, anche rispetto a vecchie questioni lasciate aperte dal congresso di Bellaria. Un congresso che ci consenta di parlare non ai comunisti italiani, ma al Paese. Questa è la sfida che ha di fronte a sé il gruppo dirigente!

Se saremo tutti convinti che la linea tracciata è quella giusta, potremo anche provare a elaborare dei documenti che siano in grado di intercettare quel mondo di cui ho parlato. Se il congresso verrà vissuto - io spero di no e lavorerò contro questa ipotesi - come un semplice passaggio di routine, un aggiustamento dei gruppi dirigenti, allora avremo perso un'occasione. E invece l'occasione, oggi non tra due anni, è quella di intercettare quel mondo che ho definito degli "invisibili" e degli "orfani". E' una grande occasione ed io sono convinto che, dopo cinque anni dalla nostra nascita, il Partito dei Comunisti Italiani è in grado di percorrerla.



COMITATO CENTRALE
del 12 e 13 luglio 2003

- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

COMITATO CENTRALE

del 10 maggio 2003
- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

COMITATO CENTRALE
dell'11 e 12  gennaio 2003
- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto
- L'ordine del giorno conclusivo

COMITATO CENTRALE
del 29 e 30 giugno 2002
- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

DIREZIONE NAZIONALE
del 18 aprile 2002
Fortissime perplessità sullo "statuto dei lavori"
Ufficio stampa

COMITATO CENTRALE del 26 gennaio 2002

La relazione del Segretario, O. Diliberto
"Due campagne nazionali su giustizia e lavoro"

Le conclusioni di Diliberto
"Il partito cresce ovunque, continuiamo così"

Dopo Bellaria
I compiti di chi guarda avanti per costruire
di Carlo Benedetti
Da "La Rinascita della Sinistra"