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Dopo due anni Berlusconi consegna al Paese una
situazione oggettivamente molto grave, indipendentemente dal
giudizio politico. Grave dal punto di vista della situazione
complessiva, con una crisi economica devastante, con l'industria
avviata verso un declino strutturale, con una progressiva
perdita di competitività da parte del nostro sistema economico:
dalla grande distribuzione, ormai completamente in mano ai
francesi, ai servizi pubblici locali, sino alla gravità
complessiva che sta investendo la zona che si riteneva essere
quella trainante, il mitico Nord-Est.
Ho voluto iniziare con questi dati sui quali
scarsamente noi riflettiamo e che viceversa sono assolutamente
rilevanti, perché è su questi che si sta sgretolando il blocco
sociale che ha eletto Silvio Berlusconi presidente del
Consiglio.
Il governatore della Banca d'Italia, persona che,
come noto a tutti i compagni, non nutre la mia stima, ha tenuto
una relazione molto severa sullo stato dell'economia. Persino
Antonio D'Amato, uomo di Berlusconi prestato a Confindustria, è
stato costretto a criticare il governo e le sue politiche
industriali. I commercianti, anch'essi parte fondamentale del
blocco sociale che ha eletto Berlusconi, hanno tenuto una
durissima conferenza stampa contro il presidente del Consiglio.
Insomma ci troviamo di fronte ad un fallimento che non viene
denunciato dai comunisti o dalla sinistra o dal centrosinistra,
ma da coloro che hanno votato e fatto votare per Berlusconi.
Guardandolo dal nostro punto di vista, il quadro
che emerge conferma le fosche previsioni che noi - isolatamente
- facemmo alla vigilia delle elezioni politiche. Isolatamente
perché fummo tra i pochi ad affermare che queste destre erano
preoccupanti non solo sul piano delle politiche economiche, del
liberismo ad oltranza, ma degli stessi assetti democratici.
Purtroppo però è come se ci si stesse abituando allo sfascio
democratico che Berlusconi provoca quotidianamente. E' come un
progredire in una sorta di pendio insensibile, alla fine del
quale c'è ogni giorno lo smantellamento di un pezzo dell'assetto
democratico.
Provo solo ad elencare le cose più gravi cui
abbiamo assistito in questi due anni.
La Costituzione definita "sovietica", il 25
aprile non celebrato, gli ispettori inviati al Tg3, lo
sostituzione di De Bortoli al Corriere della Sera, i temi della
maturità nei quali sono state inserite frasi del presidente del
Consiglio, lo special televisivo dedicato ad Almirante in
seconda serata sulla Rete Uno, la schedatura di sindacalisti
della Cgil e di coloro che scioperano e la simmetrica schedatura
e denuncia penale di coloro che contestano il presidente del
Consiglio (non mi riferisco solo alla contestazione avvenuta al
tribunale di Milano, ma a tutti coloro che lo contestano in
piazza), lo smantellamento del sistema della ricerca scientifica
(il compagno Cuffaro ne sa qualcosa), il commissariamento del
Cnr, l'abolizione progressiva dei fondi alla ricerca… Da una
parte viene attaccata la Costituzione e dall'altra viene avanti
il presidenzialismo, il premierato, la devolution che taglia il
Paese in tre grandi fasce in tre settori chiave: polizia,
istruzione e sanità, come vuole Bossi. Non parliamo poi della
giustizia, con le leggi fatte ad personam, una dietro l'altra,
sfacciatamente. Cito, tra tante, la vergogna della legge sulle
tossicodipendenze, promossa da Fini, che cancella l'uso
personale della modica quantità. Ma più grave di tutto resta il
tema della pace. La politica estera ha subito un micidiale
spostamento: ha abbandonato la vocazione mediterranea ed
europeistica dell'Italia divenendo del tutto subalterna agli
Usa. C'è poi la riforma voluta dal ministro Moratti che ha
devastato la scuola pubblica. E non parliamo delle pessime
figure che il nostro Paese, grazie a Berlusconi, ha fatto a
livello europeo e sotto gli occhi di tutto il mondo.
E' una situazione inedita, completamente diversa
anche rispetto ai governi ultraconservatori che nei decenni
passati si sono succeduti in Europa. La specificità del governo
Berlusconi e del suo sistema di alleanze - la Lega da una parte
e Fini e il post-fascismo e il fascismo dall'altra - rendono il
quadro italiano del tutto diverso rispetto al modello di destra
europea che, pur conservatrice, è inserita in un quadro ed in un
contesto democratico. Tutto questo ci dice che l'analisi da noi
fatta sin dal 1998, quando è nato questo partito, quando abbiamo
cercato, almeno la parte di noi che allora era in Rifondazione,
di salvare il governo Prodi e quindi una prospettiva
democratica, era corretta. Non lo dico per rivendicare la
giustezza della nostra azione, ma perché quell'analisi dalla
quale siamo nati conferma oggi l'esigenza di continuare ad
approfondire un tema, il primo dei temi fondamentali, e cioè la
natura eversiva di questo governo e delle destre italiane. Una
natura eversiva che va di pari passo con l'assetto economico e
con le riforme sociali che, anche qui mi limito semplicemente ad
un elenco, ci rendono consapevoli della direzione nella quale si
muove il governo.
Il "Patto per l'Italia", con la progressiva
corporativizzazione delle organizzazioni sociali. La legge 30,
la riforma del mercato del lavoro, con l'attacco al contratto
nazionale. La riforma della sanità, che ha svuotato
completamente la prospettiva faticosamente conquistata nella
passata legislatura con la riforma Bindi. Le "riforme" fiscali,
e cioè i progressivi condoni, l'unica cosa che Tremonti sappia
concretamente fare. La progressiva, drammatica perdita, che
tutti constatiamo, tranne l'Istat, della perdita del valore
d'acquisto di salari e pensioni.
In questo quadro il governo non riesce a varare
il Dpef. Siamo già fuori dai tempi previsti dalla legge ed
ancora non si sa se sarà presentato e quando il parlamento
italiano sarà in grado di vararlo. E nel Dpef c'è l'inflazione
programmata, quella che serve per il rinnovo dei contratti, con
implicazioni fondamentali quindi rispetto al recupero salariale.
In questo orizzonte si prepara la madre di tutte
le controriforme, quella previdenziale. L'obiettivo del governo
è quello di una pensione pubblica minima (per cui alla fine
della propria vita lavorativa un lavoratore dipendente italiano
avrà poche centinaia di migliaia di vecchie lire, poche
centinaia di euro) perché tutto il resto diventi previdenza
integrativa, e cioè assicurazione privata sulla falsariga del
modello americano. E' il modello che stanno sposando per
un'unica ragione: fare cassa. I conti pensionistici, a detta
della stessa commissione governativa, stanno andando piuttosto
bene, ma Tremonti ha creato un tale buco nel bilancio che per il
governo Berlusconi l'unica possibile soluzione è quella di fare
cassa con le pensioni.
Questo lungo elenco e questa lunga premessa ci
dicono che l'analisi fatta simmetricamente dai Ds e da
Rifondazione è sbagliata. Perché la natura di classe del governo
per un verso e la natura anticostituzionale per l'altro portano
alla conclusione che ci troviamo di fronte alla progressiva
perdita di un intero sistema di diritti e di libertà. E questo,
in un tempo non lunghissimo, può determinare una sorta di
regime. Uso volutamente questo termine, che pure so avere
numerosi critici, perché avverto che si sta modificando lo
stesso senso comune. E quando ci si abitua alle cose di cui
abbiamo parlato (anche se resta la singola capacità di
indignarsi), quando al governo - e peso le parole - ci sono da
una parte autentici tagliagole e dall'altra esponenti del Bar
Sport della provincia di Bergamo, alla fine gli esiti sono
inevitabili. Non c'è da sorridere. Sono al governo perché hanno
avuto la maggioranza dei voti degli italiani. Ci conforta aver
azzeccato l'analisi, ma ci sgomenta, perché la situazione è
davvero molto seria.
Personalmente non credo che andremo ad elezioni
politiche anticipate. Questo sistema di potere è, appunto, un
sistema di potere, non un governo che può essere cambiato con un
altro governo, e questa crisi è la crisi di un blocco sociale.
Ma questa crisi non è ancora giunta, a mio avviso, ad una
maturazione tale da portare alla fine del governo e comunque
alle elezioni politiche anticipate. Tuttavia si avvertono
scricchiolii pesanti.
Le elezioni amministrative sono state un test
vero per la destra ed anche per noi. Tanto che, subito dopo, è
partita la cosiddetta verifica, una pantomima che non si è
ancora conclusa. Tredici milioni di elettori sono tanti,
soprattutto se attraversano l'Italia, dal Friuli Venezia Giulia
sino alla Sicilia, e i segnali di ripresa del centrosinistra
sono evidenti, come sono evidenti i cedimenti della cosiddetta
Casa delle Libertà.
Dedicherò a questo pochi minuti perché ne abbiamo
più volte discusso, letto, scritto.
La crisi della Casa delle Libertà è sensibile
soprattutto nel partito del leader, in Forza Italia, che dal 30%
delle politiche scende al 16%. In termini assoluti Forza Italia
passa da 1.750.000 voti a 700.000 voti. Perde in due anni un
milione di voti. E Alleanza Nazionale, che in alcuni luoghi
simbolici, penso alla provincia di Roma, era il primo partito,
perde pezzi rilevanti di insediamento sociale, tanto che è
partita una resa di conti all'interno di Alleanza Nazionale e
fra Alleanza Nazionale e i suoi alleati al governo regionale e
nazionale. La Lega riesce a tenere nei luoghi dove si presenta
da sola, dove ha un suo candidato, anche quando viene sconfitto,
nei luoghi e nelle città dove si distingue, dove non cementa le
proprie alleanze.
Se osservate i flussi elettorali, e cioè i dati
in termini assoluti, che sono poi quelli che contano, il
centrosinistra non guadagna voti. Per certi versi li perde.
Guadagna qualcosa in percentuale, ma i voti persi dalla destra
finiscono, come è successo all'Ulivo negli anni di governo,
nell'astensione. E' evidente la delusione verso chi governa, ma
l'opposizione non ha ancora acquistato sufficiente fiducia. E'
un fenomeno che abbiamo conosciuto bene. La crisi del blocco di
potere di destra non è formalizzata, probabilmente si risolverà,
ma è del tutto evidente la crisi politica, perché le esigenze,
le istanze dei vari partiti sono tra loro diverse, spesso non
conciliabili. Inoltre c'è un dato oggettivo, un'anomalia
istituzionale enorme: nelle elezioni politiche si vota con un
sistema elettorale prevalentemente maggioritario, nei cinque
anni successivi si vota con un sistema prevalentemente
proporzionale, nelle europee il sistema è totalmente
proporzionale. La conseguenza è che ogni partito, una volta
fatte le elezioni politiche, ha l'esigenza di distinguersi.
Questo avviene soprattutto con le europee, che si tengono a metà
legislatura. Il problema non riguarda tanto noi, ma chi sta al
governo, perché lì si giocano i rapporti di forza. E quindi la
Lega per un verso e Alleanza Nazionale per l'altro hanno
l'esigenza di segnare la loro presenza. Questo si sta
puntualmente verificando.
Chi cresce invece nel fronte della destra? Cresce
l'Udc, cioè la componente moderata post democristiana, anche se
non in maniera così accentuata come qualche osservatore ha
segnalato. Se osservate i dati, essa cresce o dà segnali di
consolidamento in zone come la Sicilia e la Campania, di
tradizionale insediamento democristiano.
Questo dato pone al centrosinistra un problema
non secondario se si vogliono vincere le prossime elezioni. Chi
occupa, di chi difende il lato moderato del nostro schieramento?
Alle ultime amministrative la Margherita ha perso metà dei voti.
Dopo un successo determinato anche dal fatto che Rutelli era il
candidato premier, è oggi in crisi. L'Udc avanza e la Margherita
perde il 50% dei voti. E' un dato che mi preoccupa, come
dovrebbe preoccupare tutto il centrosinistra, perché significa
che il partito di Rutelli non svolge una funzione strategica per
l'Ulivo. La Margherita dovrebbe infatti contendere i voti
moderati - e per certi versi anche quelli conservatori, seppur
democratici - a Berlusconi, alla destra. Avverto invece il
rischio che perda la sua anima popolare, nel senso del
popolarismo italiano e cioè del Partito Popolare Italiano, e
rischi progressivamente di perdere anche l'anima tardo
democristiana. Dal canto suo, invece, l'Udc accentua queste
caratteristiche. E' un problema reale. In un paese come il
nostro, chi presidia il centro?
I Ds, per converso, hanno cantato vittoria alle
amministrative, hanno dichiarato di essere in ottima salute.
Eppure non hanno guadagnato voti. Nell'ambito di un generale
abbassamento dei votanti, hanno guadagnato in percentuale ma
hanno perso in termini assoluti. Ciononostante hanno ottenuto
alcuni risultati molto importanti, anche sul piano simbolico.
Penso alla provincia di Roma dove sono diventati il primo
partito.
Da cosa dipende la crescita dei Ds? Azzardo qui
un'analisi. Ho l'impressione che i Ds siano aumentati perché
hanno capitalizzato l'effetto Cofferati. E cioè tutto quello che
è successo in questi due anni: movimenti, girotondi, Cgil,
pacifisti, ecc. Cofferati è stato, per molti versi, l'alibi di
sinistra dei Ds. E' stato l'argine a sinistra. Alla fine ha
vinto Fassino perché le elezioni le vince sempre il segretario
nazionale e non, com'è ovvio, l'oppositore. Ho l'impressione che
sia questa la chiave di lettura del buon esito dei Ds. Non
certamente il successo di una linea sempre più moderata, quella
della maggioranza, ma di coloro che sono riusciti a impedire
l'emorragia a sinistra.
In questo quadro Rifondazione comunista subisce
invece una vera e propria sconfitta. Passa dal 4,4% al 4,1% (mi
riferisco sempre ai dati provinciali). Se si guarda alle
politiche, invece, scende da 259.000 voti a 188.000: sono tanti
in meno in due anni. Rifondazione subisce una dura sconfitta
elettorale. La mia analisi, su cui vorrei il parere dei
compagni, è che Rifondazione non capitalizzi nulla della linea
che si è data al congresso. L'identificazione con i movimenti,
per essere esatti con il movimento dei movimenti, non porta
risultati. Rifondazione non capitalizza nemmeno rispetto alla
coincidenza del referendum estensivo dell'articolo 18. Un po'
per l'effetto Cofferati, un po' perché i movimenti non
apprezzano - ho parlato con molti di loro - che un partito
voglia rappresentarli. Dico a latere che questo ci conforta
nella scelta da noi fatta sul referendum. Siamo stati con il
movimento, personalmente ho difeso il referendum in una
trasmissione televisiva insieme a Bertinotti. Siamo stati per il
sì, ma al contempo il nostro sì criticava esplicitamente quello
strumento che infatti, visto l'esito, si è rivelato un errore
clamoroso. Una posizione di equilibrio, la nostra, giusta nel
merito ma attenta a non farsi coinvolgere in una logica di
divisione del fronte democratico e della sinistra.
Sul nostro dato elettorale voglio rubarvi qualche
minuto.
Il risultato è complessivamente buono e conferma
il trend positivo delle ultime elezioni, le amministrative del
2002. Una crescita lenta, faticosa e tuttavia costante. Eppure
basta pensare alla condizione del partito prima del Congresso di
Bellaria, dopo le elezioni politiche, per capire che abbiamo
fatto in due anni e mezzo notevoli passi in avanti. Nessuno
degli osservatori parla più di transitorietà del nostro partito.
Siamo diventati oggetto di analisi persino nel dibattito interno
di Rifondazione, quando un tempo non venivamo nemmeno citati,
parlare dei comunisti italiani era off limits. Molti, nel
dibattito interno a Rifondazione, dicono: "Come mai i Comunisti
Italiani vanno bene se noi, Rifondazione, siamo l'avanguardia
del movimento? Perché loro aumentano e noi perdiamo?".
In questi due anni e mezzo c'è stato un
radicamento del nostro partito. Noi siamo gli unici a crescere
in termini percentuali, ma soprattutto cresciamo in termini
assoluti. Rispetto alle elezioni politiche ci sono alcuni
risultati straordinari. Abbiamo un consigliere in quasi tutte le
province della Sicilia. Prima ne avevamo soltanto uno nella
mitica Caltanissetta, grazie ai risultati di Gela. A Roma
passiamo dall'1,1% delle politiche al 2,9%. Parliamo di
3.300.000 abitanti. Ma cresciamo anche a Foggia, a Benevento, a
Massa Carrara.
E tuttavia, nell'ambito di un quadro generalmente
positivo, le comunali (non le provinciali) ci segnalano un
problema molto serio. Non mi riferisco al dato numerico, perché
laddove ci presentiamo, tranne qualche eccezione, avanziamo
rispetto alle politiche. Il problema è che quasi nel 50% dei
comuni non abbiamo presentato la nostra lista. E' un dato
politico che mi sento di sollecitare al Comitato Centrale per il
futuro. Far conoscere ai cittadini, anche attraverso il simbolo
nella scheda elettorale, il nostro partito, è un modo di
consolidarlo. Dobbiamo raggiungere l'obiettivo di essere
presenti in tutti i comuni. In questo senso propongo al Comitato
centrale di impegnarsi ad aiutare tutte quelle realtà che hanno
difficoltà o dove non si è avuto un buon risultato. Anche perché
l'indirizzo politico che deve emergere dalla riunione di questo
Comitato Centrale e dal congresso che più avanti vi proporrò è
proprio questo: il radicamento del partito passa anche, ed in
qualche caso soprattutto, attraverso l'esperienza della campagna
elettorale, la quale consente un rapporto con la cittadinanza
che altrimenti è più difficile.
Ci sono poi altri elementi che mi hanno portato
alla proposta di congresso che avanzerò più avanti a nome della
Direzione del partito.
Noi confermiamo un dato, su cui spesso non ci
soffermiamo, già presente nel voto dello scorso anno. Laddove la
nostra iniziativa politica è attenta alle esigenze ed ai
problemi della classe operaia, dei lavoratori, noi aumentiamo i
nostri voti. A Termini Imprese, dove i compagni hanno fatto un
lavoro egregio, che voglio riconoscere pubblicamente,
presentando candidature giuste, espressioni vere del movimento
della Fiat (la leader delle donne di Termini Imprese era la
nostra capolista), siamo passati dallo 0,23% delle politiche,
cioè dal nulla, al 2,6%. Un dato assai significativo. Anche
perché a Termini Imprese la destra è andata avanti e, come è
noto, dove c'è la crisi il voto di scambio è più forte. Eppure
il nostro partito è cresciuto perché ha posto al centro della
sua iniziativa la classe operaia di quella realtà.
Alla provincia di Palermo i nostri compagni hanno
fatto un'operazione intelligente e importante: hanno candidato
in ogni collegio un rappresentante del movimento dei lavoratori
precari. Lo scorso mese i giornali hanno parlato delle loro
lotte, dell'assalto alla Regione. Sono lavoratori che da venti
anni fanno i trimestrali! Potete capire. Ogni tre mesi vengono
loro rinnovati i contratti a termine. Una situazione
agghiacciante, eredità di Leoluca Orlando, sindaco di Palermo.
Ebbene a Palermo abbiamo ottenuto un eccellente risultato tanto
da eleggere come consigliere provinciale proprio uno dei
rappresentanti del lavoro precario. Siamo andati bene un po' in
tutta la Sicilia.
Ad Orbassano c'è stato un risultato che conferma
quello ottenuto lo scorso anno nella cintura torinese. Ricordate
Schio? Un dato enorme, il 10%. Ad Orbassano passiamo dall'1,6%,
delle politiche al 5,7%.
A Gorizia, dove il partito è radicato nel mondo
del lavoro e dove abbiamo un rapporto vero con la Fiom, tanto
che in campagna elettorale ho tenuto un'assemblea di delegati
metalmeccanici e sono andato nei cantieri, abbiamo ottenuto un
risultato estremamente lusinghiero.
Insomma si conferma un dato che per un partito
che si chiama comunista dovrebbe essere ovvio, ma che sino a
qualche tempo fa non lo era: se si fa politica tra i lavoratori,
per i lavoratori, il consenso arriva.
Due altri dati, molto rapidamente perché debbo
parlare del congresso. L'Arcidonna quindici giorni fa ha
presentato il rapporto annuale sulla presenza delle donne nelle
istituzioni. Dai consigli comunali al parlamento europeo.
Immaginavo un nostro dato positivo, ma francamente non avrei
saputo quantificarlo. Ho scoperto che il nostro partito ha
eletto il 40,1% di donne; gli altri partiti si aggirano tra il 3
e il 5%. Il 40,1% tra consiglieri comunali, provinciali,
assessori. Un risultato che ci deve inorgoglire perché deriva da
una scelta politica di prima grandezza. E ne approfitto per fare
gli auguri alla compagna Gloria Malaspina, da qualche giorno
assessore alla provincia di Roma.
Si parla tanto delle donne nei luoghi del potere.
Si parla tanto e si fa poco. Noi abbiamo fatto, proprio ad
iniziare dal congresso di Bellaria, dove abbiamo voluto che il
50% di questo Comitato Centrale fosse composto di donne.
Ci stiamo conquistando spazio giorno dopo giorno,
con una politica che ci consente di avere più di visibilità
rispetto al passato, anche sul piano mediatico.
Siamo oggi alla vigilia di un triennio che fa
tremare le vene dei polsi, ad iniziare da chi vi parla. Nelle
prossime primavera ed estate ci saranno le elezioni europee, ma
si voterà anche in 63 province e quasi 5.000 comuni; nel 2005 ci
saranno le elezioni regionali e nel 2006 le politiche. Propongo
a questo organismo, il Comitato Centrale del partito, di
proseguire nella linea che abbiamo tracciato a Bellaria ma,
contemporaneamente, di aggiustarne la traduzione, l'attuazione,
sulla base di alcune direttrici che vi illustrerò a nome della
Direzione del partito.
A Bellaria facemmo, a cominciare da chi vi parla,
un'autocritica rispetto al passato. Partendo dal rapporto con i
movimenti. Da quel momento in avanti abbiamo intrapreso una
strada che ci ha portato ad essere parte, a pieno titolo, di
tutti i movimenti che si sono sviluppati in questi due anni.
Conflitto sociale, Cgil, Social Forum, girotondi, giustizia,
informazione. E siamo stati parte, ed in qualche modo
protagonisti, del movimento pacifista, grazie alle iniziative
del partito ed alle posizioni assunte in parlamento. A questo
proposito, d'intesa con il compagno Venier, propongo al Comitato
Centrale di lanciare, unico partito insieme a movimenti che lo
hanno già fatto, una raccolta di firme per una petizione
popolare finalizzata al ritiro delle truppe italiane dall'Iraq.
Lì la guerra continua, a tutti gli effetti, e noi dobbiamo
essere il portavoce istituzionale e politico di un movimento di
cui fanno parte associazioni cattoliche e pacifiste. E propongo
di farlo insieme alla raccolta di firme per il referendum
abrogativo del lodo Schifani, su cui è opportuno spendere due
parole.
Sul referendum contro l'impunità siamo partiti
con dieci giorni di ritardo. Ai compagni, giustamente, non passa
inosservato nessun deficit di direzione del partito. Per una
volta tanto non c'è da fare autocritica. La colpa non è stata
nostra. Sono stati depositati in Cassazione due quesiti diversi,
uno presentato da Di Pietro ed un altro da Elio Veltri. Questo
ha ovviamente creato una serie di problemi. Si tratta infatti di
due quesiti lessicalmente diversi per cui è obbligatorio
raccogliere 500 mila firme sia per l'uno che per l'altro. I
giorni di ritardo sono dovuti alle pressioni che abbiamo
esercitato perché i quesiti fossero unificati. Questo
significava ritirarne uno. Non ci siamo riusciti, purtroppo. E'
questa la ragione del nostro ritardo. Ora i moduli per la
raccolta delle firme saranno inviati a tutte le federazioni e
sono sicuro che ci rifaremo del tempo perduto. So che, dopo il
fallimento del referendum estensivo dell'articolo 18, esistono
perplessità in alcuni compagni. E' del tutto comprensibile. Ma
questo referendum, care compagne e compagni, è diverso.
Personalmente credo che la Corte Costituzionale dichiarerà
l'incostituzionalità della legge. Ma se questo non accadrà e si
arriverà al referendum, dobbiamo essere consapevoli che esso
parla a tutto il centro sinistra ed anche a un pezzo del centro
destra. Si può ragionevolmente pensare non solo di raggiungere
il quorum, ma anche la maggioranza per abrogare la legge.
Quale è tuttavia, politicamente, da Bellaria ad
oggi, la grande novità della fase?
La mia opinione è che la grande novità sia stata
rappresentata dalla ascesa, dalla decadenza e dal declino del
fenomeno Cofferati. Da un lato ne siamo molto rammaricati,
perché Cofferati poteva essere il capo di quella che noi abbiamo
chiamato la Confederazione possibile. E tuttavia ora che
Cofferati si accinge a fare il sindaco di Bologna c'è un
esercito che è rimasto solo. Cofferati ha evocato non soltanto i
tre milioni del 23 marzo, ma un intero popolo di sinistra.
Pacifisti, girotondi… Ci sono alcuni milioni di italiani e di
italiane che sono rimasti orfani. Uno può riconoscersi o meno
nella categoria degli orfani, ma essa esiste. Avverto questo
fenomeno ovunque vada in giro per l'Italia. Lo spazio politico
creato da Cofferati era esattamente il luogo della politica che
noi avevamo individuato, anche se non siamo stati capaci di
occuparlo. E' lo spazio di una sinistra radicale, nel senso
migliore del termine, e contemporaneamente unitaria, non
massimalista, non estremista, collocata in quello che nel '98
avevamo individuato come nostro spazio potenziale. Lo abbiamo
riempito solo in minima parte. Per questo la mia richiesta non è
quella di un congresso straordinario, non ce n'è alcun bisogno,
il partito è in buona salute. La mia proposta è quella di
anticipare di sei mesi la scadenza naturale del congresso che
cadrebbe nell'autunno del 2004. Vi propongo il febbraio 2004,
perché abbiamo bisogno di quella sede per porci il problema
politico nuovo che si è determinato in Italia, perché dobbiamo
porci il compito di intercettare quei milioni di italiani che in
varie forme hanno invaso le piazze. Ed abbiamo bisogno di farlo
alla vigilia di una scadenza per noi fondamentale, quella delle
elezioni europee che si terranno col sistema proporzionale puro,
fissando sino al 2006 il nostro dato politico.
Quali saranno i contenuti, la linea che dovremo
discutere nel prossimo congresso?
I contenuti sono di due tipi; uno già lo
perseguiamo positivamente, e cioè il tema dei diritti, della
Costituzione, della pace. L'altro è il tema del lavoro, e cioè
il recupero di quel conflitto sociale che Cofferati con
straordinaria intuizione ha riportato al centro della
discussione politica italiana.
E' il tema degli "invisibili", delle decine di
milioni di italiane e italiani che non sono più nell'agenda
politica. Chi dà rappresentanza politica a questi milioni di
invisibili? Nessuno. Rifondazione vagheggia cose strampalate,
non si pone il problema della rappresentanza politica del lavoro
dipendente. I Ds non ci pensano neppure. Questo spazio per noi
può essere il differenziale, l'abbrivio che ci consente di
crescere.
Il tema che propongo di mettere al centro del
congresso è quello di passare dalle parole all'azione politica
sui temi del lavoro.
In questi due anni abbiamo fatto passi avanti
notevolissimi per quel che concerne i movimenti, i diritti.
Pensate soltanto alla grande vicenda internazionalista che ci ha
visti protagonisti: mi riferisco a Cuba, alla Palestina. Oggi si
tratta di approfondire un ragionamento già presente nelle tesi
di Bellaria tramutandolo in azione politica. Voglio essere
ancora più esplicito. Penso alla questione del salario e delle
pensioni in una situazione nella quale il potere di acquisto
diminuisce verticalmente, al problema della salute nei luoghi di
lavoro, agli infortuni, agli omicidi bianchi. Tutti temi che
nessuno, tanto meno la politica, tratta. Essi devono diventare
per noi non solo una questione che riguarda il dipartimento
lavoro, ma l'intera direzione del partito, l'intero partito.
Oltre al compagno Tibaldi, che ha la responsabilità del lavoro,
devo occuparmene io, e non intendo io come persona, ma in quanto
segretario del partito.
Dobbiamo anche proseguire nella linea delineata a
Bellaria, quella della Confederazione della sinistra, che pur
non essendo all'ordine del giorno è una linea giusta, di
attacco, di dialogo, di interlocuzione con gli altri partiti
della sinistra. Una linea che ci pone strategicamente dentro
all'Ulivo, perché senza l'Ulivo, senza il centro sinistra, non
si va da nessuna parte e governerà Berlusconi per i prossimi
cento anni. Ma insieme alla linea unitaria va messa
ulteriormente in campo la capacità di una nostra linea politica
autonoma, così come abbiamo fatto in questi due anni.
Badate, questa linea autonoma è indispensabile
anche perché c'è chi vorrebbe ucciderci, rendere del tutto
marginale il nostro partito. C'è un patto, più o meno esplicito,
tra la maggioranza Ds e Rifondazione, cui forse non sono
estranei esponenti della Margherita ostili al ritorno di Romano
Prodi. Un tentativo di marginalizzarci, di ucciderci, che voi,
che vivete quotidianamente nei territori, conoscete bene, lo
vivete sulla vostra pelle: sono infatti sempre più frequenti i
casi in cui si determina un legame, specie tra Ds e
Rifondazione, che tende ad escluderci. Come sconfiggere questa
tenaglia? In un solo modo, prendendo voti. Laddove siamo un
partito che ha gruppi dirigenti e consenso elettorale, sono
costretti a rispettarci, non possono non tenere conto di noi. E
per ottenere consenso elettorale dobbiamo avere l'ambizione di
sfidare sul tema dei contenuti gli altri partiti della sinistra.
Sfidarli. Sull'Europa, sulla pace, sulle politiche economiche.
Ed anche sul loro terreno. Tutti si riempiono la bocca della
parola "riformista", sono tutti riformisti. In realtà nessuno fa
riforme. Noi le chiamiamo politiche riformatrici, non
riformiste, e tuttavia la competizione nell'Ulivo, nella
prospettiva del ritorno al governo, è su questo. Su chi mette in
campo proposte e rapporti di forza riformatori, in grado di
cambiare questo paese. Noi vogliamo mettere al centro della
riflessione congressuale la sfida sulle riforme, sulle cose da
fare.
La Direzione del partito vi propone un congresso
tutto politico. Un congresso che possa lanciare la campagna
elettorale partendo da un riposizionamento, non da un
cambiamento, del partito in continuità con la linea di Bellaria.
Avverto oggi l'esigenza di uno scatto del
partito, uno scatto necessario in vista delle elezioni europee.
Qualche compagno dice: perché non aspettare l'autunno, è la
scadenza naturale. Ma il congresso per riposizionare il partito
va fatto in vista delle elezioni della primavera del 2004!
Nell'autunno del 2003, a novembre e dicembre, possiamo tenere i
congressi di federazione e poi quelli regionali. A febbraio, con
alle spalle i problemi locali, possiamo fare un congresso
nazionale che mi auguro il più sereno possibile, anche rispetto
a vecchie questioni lasciate aperte dal congresso di Bellaria.
Un congresso che ci consenta di parlare non ai comunisti
italiani, ma al Paese. Questa è la sfida che ha di fronte a sé
il gruppo dirigente!
Se saremo tutti convinti che la linea tracciata è
quella giusta, potremo anche provare a elaborare dei documenti
che siano in grado di intercettare quel mondo di cui ho parlato.
Se il congresso verrà vissuto - io spero di no e lavorerò contro
questa ipotesi - come un semplice passaggio di routine, un
aggiustamento dei gruppi dirigenti, allora avremo perso
un'occasione. E invece l'occasione, oggi non tra due anni, è
quella di intercettare quel mondo che ho definito degli
"invisibili" e degli "orfani". E' una grande occasione ed io
sono convinto che, dopo cinque anni dalla nostra nascita, il
Partito dei Comunisti Italiani è in grado di percorrerla. |