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Le prospettive per le
prossime elezioni - come già ha sottolineato Diliberto nella sua
relazione che condivido pienamente - possono essere valutate con
fiducia. Abbiamo la possibilità di ottenere risultati positivi,
prima di tutto da parte dell'Ulivo e dello schieramento di
centrosinistra, ed anche una possibilità di avanzata ragionevole
da parte del nostro partito. Valuto questa possibilità
innanzitutto perché ci troviamo di fronte ad una situazione che
deve e può suscitare un grande allarme: un vero e proprio
allarme democratico. Il pericolo che noi più volte abbiamo
denunziato in questi anni e che oggi ribadiamo con tanta forza,
il pericolo di regime, è reale ed immanente. Si può far fronte a
questa deriva e sconfiggere questo disegno reazionario solo con
un ampio schieramento democratico e, all'interno di questo
schieramento, con una forte affermazione della sinistra, una
sinistra che sappia far valere le sue proposte, le sua capacità
di analisi, la sua forza di mobilitazione.
L'allarme deve essere esteso a tutto il Paese. Quel che è
avvenuto in queste ultime settimane ci fa capire che ci si può
trovare rapidamente in una crisi politica senza sbocco e quindi
estremamente pericolosa. Sta per manifestarsi in modo crudo un
vero e proprio conflitto istituzionale da parte di Berlusconi e
del governo nei confronti di metà del parlamento, della
presidenza della Repubblica, dell'Europa - e il semestre può
vedere l'acutizzarsi del conflitto -, della magistratura, del
mondo dell'informazione.
Ho visto l'intervista di Berlusconi ad Exalibur e sono rimasto
sconvolto: per oltre mezz'ora Berlusconi ha vomitato le cose più
ignobili. Da imputato si è eretto a giudice ricostruendo, a suo
uso e consumo, la storia recente del Paese. Quel che è accaduto
in questi giorni è gravissimo e bene ha fatto Prodi -
solitamente pacato - ad usare parole durissime nei confronti del
presidente del consiglio. La minaccia d'arresto per i
giornalisti, le ispezioni al Tg3 non sono colpi di testa
improvvisati, sono, al contrario, tutti segnali evidenti che
Berlusconi persegue la linea del ricatto, della minaccia. Se a
questo si aggiunge il conflitto in atto con il mondo sindacale,
o perlomeno con la maggior parte del mondo sindacale di cui è
espressione la Cgil (penso all'accordo separato per i meccanici,
alla nuova sfida sulle pensioni, ai problemi economico sociali
dovuti a minori introiti fiscali), ci rendiamo conto che siamo
ad una fase cruciale della politica italiana. Di fronte a questa
fase, l'allarme democratico - che non è il gridare invano, ma la
capacità di mettere in campo una mobilitazione di tutte le forze
democratiche e della sinistra - è cosa necessaria e per certi
aspetti possibile.
Ragioniamo. Dopo la sentenza di Milano nei confronti di Previti,
Berlusconi ha parlato di un regime contro di lui. Il processo a
Previti è un punto decisivo e illuminante, è l'elemento che ha
scatenato l'accelerazione che stiamo vivendo. Berlusconi è
andato al suo processo e ha fatto una dichiarazione spontanea ai
magistrati. Ha parlato - così è la procedura in questi casi -
senza limiti di tempo, senza ricevere domande. E ne ha
approfittato per spostare l'attenzione, per trasformarsi da
accusato in accusatore. E' stato giusto o no vendere la Sme? Era
giusto o no l'accordo intercorso tra Prodi e De Benedetti? Di
questo ha parlato Berlusconi ma non del merito delle accuse che
gli muovono i magistrati. Io fui tra quelli che, a suo tempo, si
espresse contro la vendita della Sme perché ritenevo che si
stava aprendo una strada pericolosa, quella delle
privatizzazioni. Ma il tema sul tappeto non è questo. Il tema è
che bisogna sapere, che il Paese vuol sapere, se Berlusconi ha
corrotto dei giudici per impedire che quella operazione venisse
fatta, per ottenere sentenze favorevoli alla tesi che lui
sosteneva. E' una cosa enorme, e Berlusconi ha eluso
completamente la questione. Ora noi sappiamo che Previti è stato
condannato, che la giustizia, lo considera colpevole di
corruzione, uno dei reati più gravi che si possano avere nel
campo sociale. Non si sa ancora se il tribunale giudicherà
Berlusconi, nell'altro processo a questo collegato, colpevole
dello stesso reato e non so se riusciremo mai a saperlo da un
tribunale proprio perché Berlusconi opera per impedire che il
processo si faccia. Vedo un elemento torbido e losco in questa
vicenda. Berlusconi non soltanto vuole evitare che il processo
giunga a conclusione nel momento in cui egli sarà presidente del
Consiglio europeo; egli è spinto ad agire da un ricatto ferreo
che Previti esercita nei suoi confronti. E come se Previti
dicesse: "sono io che ho pagato con la condanna, ma sei tu che
me lo hai fatto fare, sei tu che mi hai dato i soldi per
corrompere i magistrati. Fino ad ora mi sono assunto le
responsabilità, ma tu mi devi cavare dall'impiccio, altrimenti
scoppia il finimondo". E per cavare dall'impiccio Previti, per
evitargli il rischio della galera, Berlusconi non esita a fare
strame delle regole e della democrazia, a infangare le
Istituzioni. Propone quello che fino a qualche settimana fa non
aveva osato proporre, l'immunità parlamentare. Il lodo Maccanico,
un lodo per la verità comunque fuori luogo, che indicava la
possibilità di evitare che le più alte cariche dello stato -
Quirinale, presidente del consiglio, presidente della Corte
costituzionale - possano essere sottoposti a processo nel corso
del loro mandato non gli basta. Non gli basta perché è legato a
filo doppio alla vicenda di Previti. E Previti, che è deputato,
dal lodo Maccanico non avrebbe nessun salvacondotto. Ecco allora
che torna il tema dell'immunità. Un tema - intendiamoci - di
grande spessore sui cui è giusto ci sia una riflessione. Tra
l'altro contro l'immunità si scagliarono quasi con ferocia
quegli stessi partiti che oggi appoggiano la richiesta di
Berlusconi e cioè la Lega, il Msi e gran parte di quelli che
oggi sono dentro Forza Italia. Chi ha la maggioranza non può
essere processato: ecco l'imperativo del momento.
Guai a cedere a questa impostazione. Il nostro
no è fermo. E credo che sia un errore preoccupante quello che si
manifesta in alcuni settori del centrosinistra che si dicono
pronti a discutere. C'è un quotidiano, il Riformista, che è nato
solo per questo. D'altronde, lo stesso capogruppo dei Ds alla
Camera ci ha sondato per verificare se - stanti alcuni paletti -
siamo disponibili ad aprire un dibattito sul lodo Maccanico e
sull'immunità. Trovo molto preoccupante questo atteggiamento che
porta naturalmente con se una propensione all'arrendevolezza e
temo che nella maggioranza dei Ds non vi sia traccia
dell'analisi, che noi facciamo, sulla natura di questa fase
politica e sul rischio di regime. E anche quando si parla di
regime non si indicano i modi per contrastare e combattere
questo pericolo. Per fronteggiarlo occorre avere un vasto
schieramento democratico, aperto e plurale, occorre l'intesa tra
la sinistra ed i moderati, forze diverse ma alleate. La storia
passata e presente ce lo insegna: l'intesa democratica è
indispensabile, ma dentro questa intesa, che noi chiamiamo
Ulivo, la sinistra deve far valere le proprie convinzioni i
propri valori. E' invece non è cosi. Pensiamo al drammatico
errore che i Ds hanno compiuto sulla questione dell'invio dei
militari in Iraq. Posso essere brutale? I Ds si sono schierati
contro la guerra per ragioni strumentali perché se non avessero
preso una posizione forte contro la guerra avrebbero corso il
rischio della scissione interna capeggiata da Cofferati. Il no
alla guerra, "senza se e senza ma" , non poteva che essere
guardato con ostilità da un partito che ha fatto del relativismo
politico e culturale la propria bussola. E non è un caso che
appena hanno potuto tirare il fiato sono di nuovo precipitati
nella logica del cedimento. La prova si è avuta con il sostegno
all'invio dei nostri militari in Iraq. E' preoccupante ed
assurdo non capire che i militari vanno lì non per dare sostegno
agli aiuti umanitari ma più semplicemente perché il governo
vuole accodarsi agli Usa e perché spera di partecipare in
qualche modo alla divisione del tragico bottino delle guerra
irachena. Ma c'è dell'altro: anche i compagni del cosiddetto
correntone hanno compiuto un errore gravissimo a non esprimere
il loro no alla mozione del governo. Un errore grave ed è giusto
che glielo si faccia notare. Questa vicenda porta con se una
riflessione per la sinistra Ds sullo stato di quel partito e
sulla agibilità delle proprie posizioni politiche all'interno
dei Ds. Alla domanda se esista o meno la possibilità che
all'interno di quel partito vi sia un'autonoma agibilità io -
che ci avevo provato molto prima della Bolognina a dare sostanza
ad una posizione diversa da quella della maggioranza - rispondo
con un no. Finché vuoi parlare ti lasciano parlare, adesso ti
lasciano anche organizzare iniziative che ai miei tempi non ti
lasciavano fare, ma l'agibilità politica è altra cosa. Vuol dire
esprimere ufficialmente non solo una posizione diversa da quella
della maggioranza, vuol dire votare in parlamento coerentemente
con quella propria posizione. Quando i vertici dei Ds hanno
avvisato il correntone che se avesse continuato a votare i
maniera difforme sarebbero stati costretti a prendere
provvedimenti è subentrata in quei compagni l'incertezza,
l'esitazione. Quel voto sull'invio dei militari è figlio di
questi timori non di un convincimento, è figlio della paura di
essere cacciati dal partito. Certo l'esitazione è comprensibile;
è comprensibile ma non giustificabile per chi vuole avere il
diritto di esprimere la propria valutazione sui processi della
storia.
Vi è dentro i Ds una continua rincorsa alle posizioni moderate,
al beneplacito dei benpensanti e non ci si rende conto che le
conseguenze, alla lunga, possono essere devastanti anche sul
piano elettorale, come insegna la sconfitta di Blair nelle
recentissime elezioni inglesi.
La posizione dei Ds su Cuba non mi meraviglia. Nuovo e grave è
invece l'atteggiamento di Rifondazione. Forse abbiamo
sottovaluto nel giudicare la totale mutazione di questo partito
sotto la guida di Bertinotti rispetto a molte questioni. E' vero
che il dibattito nel Comitato politico nazionale del Prc su Cuba
è stato aspro e ha visto addirittura votazioni separate. Certo,
è vero, ma poi non è successo e non succede nulla. Bertinotti si
libera con un soffio dell'opposizione interna. Pur tuttavia
quello che è avvenuto segnala, per chi non lo avesse ancora
capito, che la natura del Prc si scontra in modo irrimediabile
con la cultura e la storia profonda dei comunisti. Ci sono
questioni su cui Bertinotti fa il "duro", ma sono questioni che
al nemico di classe non importano granché perché sa che abbaia
alla luna. E anzi, se su certe questioni sociali Bertinotti alza
la voce e indica obiettivi che appaiono più avanzati in realtà
fa un favore ai settori sociali regressivi perché più alza la
voce, più gioca al rialzo, più allontana il consenso da quelle
posizioni. I padroni non si preoccupano quando c'è chi lavora
per incidere sulle divisioni del centrosinistra, anzi ciò
suscita simpatia per Bertinotti - come leggiamo nelle cronache -
da parte del principe Ruspoli; ciò consente a Bertinotti di
avere una sorta di abbonamento settimanale con le trasmissioni
di Vespa a "Porta a Porta". E non è un caso che in una settimana
su Il Giornale di Berlusconi siano uscite ben quattro interviste
al segretario del Prc.
Abbiamo fatto bene, abbiamo fatto il nostro dovere, ad avere
delle posizioni di netta differenziazione all'interno
dell'Ulivo. Gli onorevoli Boselli ed Intini sostengono che le
posizioni assunte dai Comunisti italiani rendono incompatibile
la nostra presenza nell'Ulivo. Si potrebbe rispondere che le
posizioni assunte dallo Sdi sull'Iraq rendono incompatibile la
loro presenza nello schieramento democratico e progressista. Ma
noi non lo diciamo perché siamo convinti che l'intesa
democratica è fatta tra forze diverse. La nostra differenza è un
motivo di forza per l'Ulivo. Dovrebbero ringraziarci perché le
cose che diciamo e che facciamo collegano l'Ulivo a settori
della società che altrimenti se ne distaccherebbero.
Concludo con il referendum sull'articolo 18. La posizione del
segretario è giusta ed equilibrata. Credo che anche i tempi
scelti dalla segreteria siano stati opportuni. A quei compagni
che ci dicono che avremmo dovuto prendere subito una posizione
al momento della raccolta delle firme, rispondo che se il
segretario l'avesse proposto allora di sostenere i referendum
ben poche mani si sarebbero alzate per sostenere questa ipotesi.
E allo stesso tempo se noi avessimo sin dal primo momento deciso
di dire di no ci saremmo trovati lontani dal sentimento profondo
di gran parte delle masse lavoratrici della sinistra e della
Cgil.
Quello che deve essere chiaro e che non possiamo rinunciare a
dire quello che pensiamo. Questo referendum è sbagliato, è
sbagliato nel metodo e nel merito e in nessun modo potrà
risolvere problemi complessi come quelli dei diritti di tanta
parte dei lavoratori. La grande battaglia che ha portato tre
milioni di persone in piazza con Cofferati non era per
conquistare l'articolo 18, era per impedire la soppressione
dell'articolo 18. E' bene avere presente questo fatto. Per
questo ci fu tanto consenso.
Per quel che riguarda il merito del referendum si tratta di
vedere se, con questo referendum, la difesa dei diritti porta
davvero alla difesa di quel diritto. Sappiamo quanto è difficile
applicare l'articolo 18 nelle grandi aziende, figuriamoci le
difficoltà ad applicarlo nelle piccole, anche quando il
tribunale dà ragione al lavoratore. Che si fa, lo si impone manu
militari? Esiste poi il problema di chi cercherà ingiustamente
di allargare il lavoro nero, chi assumerà senza contratto o con
contratto a tempo determinato. Esiste il problema degli atipici,
dei co.co.co.. Insomma questo referendum è sbagliato e
strumentale, è volto a dividere la sinistra e il centrosinistra,
a dividere i sindacati.
Le battaglie referendarie si fanno per cercare di dare a
l'obiettivo che si persegue la possibilità di essere ottenuto.
Ho imparato da tempo che se non si guarda al contesto si va sa
sbattere la testa e che non basta avere ragione per vincere, ma
che occorre cercare le condizioni perché la tua posizione abbia
la maggioranza. Ma Bertinotti non guarda mai al contesto, non lo
ha mai fatto in passato, non lo fa oggi: avrà messo in conto,
per esempio, che il referendum può fallire per mancanza di
quorum? Si è chiesto che cosa può succedere dopo? Sono domande
che occorreva porsi per tempo e che invece sono state
colpevolmente schivate Cosa volete che gliene importa a
Bertinotti se il sì perde, tanto lui potrà sempre dire che il
30, 35 per cento dei votanti sta con lui e canterà vittoria.
Canterà vittoria anche sulle macerie di una sconfitta, anzi egli
nella sconfitta si sente felice.
Il referendum è sbagliato e dannoso ma ora esso c'è e il nostro
partito fa bene a dare l'indicazione per il sì perché su una
questione come questa un partito - e non una singola persona -
non può certo pensare di non dare indicazioni. E tuttavia non
possiamo esimerci dal muovere le nostre critiche, dal
sottolineare che la strada per l'allargamento reale dei diritti
dei lavoratori, di tutti i lavoratori, era ed è un'altra, come
indicato dalla stessa Cgil; di fronte a questa realtà dobbiamo
cercare, in conclusione, di tenere basso il livello della
polemica sul sì e sul no. Ci attende un passaggio complicato, ma
è un passaggio appunto e lo supereremo. |