COMITATO CENTRALE

L'intervento di
Armando Cossutta


Roma, 10  maggio 2003

 

Le prospettive per le prossime elezioni - come già ha sottolineato Diliberto nella sua relazione che condivido pienamente - possono essere valutate con fiducia. Abbiamo la possibilità di ottenere risultati positivi, prima di tutto da parte dell'Ulivo e dello schieramento di centrosinistra, ed anche una possibilità di avanzata ragionevole da parte del nostro partito. Valuto questa possibilità innanzitutto perché ci troviamo di fronte ad una situazione che deve e può suscitare un grande allarme: un vero e proprio allarme democratico. Il pericolo che noi più volte abbiamo denunziato in questi anni e che oggi ribadiamo con tanta forza, il pericolo di regime, è reale ed immanente. Si può far fronte a questa deriva e sconfiggere questo disegno reazionario solo con un ampio schieramento democratico e, all'interno di questo schieramento, con una forte affermazione della sinistra, una sinistra che sappia far valere le sue proposte, le sua capacità di analisi, la sua forza di mobilitazione.
L'allarme deve essere esteso a tutto il Paese. Quel che è avvenuto in queste ultime settimane ci fa capire che ci si può trovare rapidamente in una crisi politica senza sbocco e quindi estremamente pericolosa. Sta per manifestarsi in modo crudo un vero e proprio conflitto istituzionale da parte di Berlusconi e del governo nei confronti di metà del parlamento, della presidenza della Repubblica, dell'Europa - e il semestre può vedere l'acutizzarsi del conflitto -, della magistratura, del mondo dell'informazione.
Ho visto l'intervista di Berlusconi ad Exalibur e sono rimasto sconvolto: per oltre mezz'ora Berlusconi ha vomitato le cose più ignobili. Da imputato si è eretto a giudice ricostruendo, a suo uso e consumo, la storia recente del Paese. Quel che è accaduto in questi giorni è gravissimo e bene ha fatto Prodi - solitamente pacato - ad usare parole durissime nei confronti del presidente del consiglio. La minaccia d'arresto per i giornalisti, le ispezioni al Tg3 non sono colpi di testa improvvisati, sono, al contrario, tutti segnali evidenti che Berlusconi persegue la linea del ricatto, della minaccia. Se a questo si aggiunge il conflitto in atto con il mondo sindacale, o perlomeno con la maggior parte del mondo sindacale di cui è espressione la Cgil (penso all'accordo separato per i meccanici, alla nuova sfida sulle pensioni, ai problemi economico sociali dovuti a minori introiti fiscali), ci rendiamo conto che siamo ad una fase cruciale della politica italiana. Di fronte a questa fase, l'allarme democratico - che non è il gridare invano, ma la capacità di mettere in campo una mobilitazione di tutte le forze democratiche e della sinistra - è cosa necessaria e per certi aspetti possibile.
Ragioniamo. Dopo la sentenza di Milano nei confronti di Previti, Berlusconi ha parlato di un regime contro di lui. Il processo a Previti è un punto decisivo e illuminante, è l'elemento che ha scatenato l'accelerazione che stiamo vivendo. Berlusconi è andato al suo processo e ha fatto una dichiarazione spontanea ai magistrati. Ha parlato - così è la procedura in questi casi - senza limiti di tempo, senza ricevere domande. E ne ha approfittato per spostare l'attenzione, per trasformarsi da accusato in accusatore. E' stato giusto o no vendere la Sme? Era giusto o no l'accordo intercorso tra Prodi e De Benedetti? Di questo ha parlato Berlusconi ma non del merito delle accuse che gli muovono i magistrati. Io fui tra quelli che, a suo tempo, si espresse contro la vendita della Sme perché ritenevo che si stava aprendo una strada pericolosa, quella delle privatizzazioni. Ma il tema sul tappeto non è questo. Il tema è che bisogna sapere, che il Paese vuol sapere, se Berlusconi ha corrotto dei giudici per impedire che quella operazione venisse fatta, per ottenere sentenze favorevoli alla tesi che lui sosteneva. E' una cosa enorme, e Berlusconi ha eluso completamente la questione. Ora noi sappiamo che Previti è stato condannato, che la giustizia, lo considera colpevole di corruzione, uno dei reati più gravi che si possano avere nel campo sociale. Non si sa ancora se il tribunale giudicherà Berlusconi, nell'altro processo a questo collegato, colpevole dello stesso reato e non so se riusciremo mai a saperlo da un tribunale proprio perché Berlusconi opera per impedire che il processo si faccia. Vedo un elemento torbido e losco in questa vicenda. Berlusconi non soltanto vuole evitare che il processo giunga a conclusione nel momento in cui egli sarà presidente del Consiglio europeo; egli è spinto ad agire da un ricatto ferreo che Previti esercita nei suoi confronti. E come se Previti dicesse: "sono io che ho pagato con la condanna, ma sei tu che me lo hai fatto fare, sei tu che mi hai dato i soldi per corrompere i magistrati. Fino ad ora mi sono assunto le responsabilità, ma tu mi devi cavare dall'impiccio, altrimenti scoppia il finimondo". E per cavare dall'impiccio Previti, per evitargli il rischio della galera, Berlusconi non esita a fare strame delle regole e della democrazia, a infangare le Istituzioni. Propone quello che fino a qualche settimana fa non aveva osato proporre, l'immunità parlamentare. Il lodo Maccanico, un lodo per la verità comunque fuori luogo, che indicava la possibilità di evitare che le più alte cariche dello stato - Quirinale, presidente del consiglio, presidente della Corte costituzionale - possano essere sottoposti a processo nel corso del loro mandato non gli basta. Non gli basta perché è legato a filo doppio alla vicenda di Previti. E Previti, che è deputato, dal lodo Maccanico non avrebbe nessun salvacondotto. Ecco allora che torna il tema dell'immunità. Un tema - intendiamoci - di grande spessore sui cui è giusto ci sia una riflessione. Tra l'altro contro l'immunità si scagliarono quasi con ferocia quegli stessi partiti che oggi appoggiano la richiesta di Berlusconi e cioè la Lega, il Msi e gran parte di quelli che oggi sono dentro Forza Italia. Chi ha la maggioranza non può essere processato: ecco l'imperativo del momento.

Guai a cedere a questa impostazione. Il nostro no è fermo. E credo che sia un errore preoccupante quello che si manifesta in alcuni settori del centrosinistra che si dicono pronti a discutere. C'è un quotidiano, il Riformista, che è nato solo per questo. D'altronde, lo stesso capogruppo dei Ds alla Camera ci ha sondato per verificare se - stanti alcuni paletti - siamo disponibili ad aprire un dibattito sul lodo Maccanico e sull'immunità. Trovo molto preoccupante questo atteggiamento che porta naturalmente con se una propensione all'arrendevolezza e temo che nella maggioranza dei Ds non vi sia traccia dell'analisi, che noi facciamo, sulla natura di questa fase politica e sul rischio di regime. E anche quando si parla di regime non si indicano i modi per contrastare e combattere questo pericolo. Per fronteggiarlo occorre avere un vasto schieramento democratico, aperto e plurale, occorre l'intesa tra la sinistra ed i moderati, forze diverse ma alleate. La storia passata e presente ce lo insegna: l'intesa democratica è indispensabile, ma dentro questa intesa, che noi chiamiamo Ulivo, la sinistra deve far valere le proprie convinzioni i propri valori. E' invece non è cosi. Pensiamo al drammatico errore che i Ds hanno compiuto sulla questione dell'invio dei militari in Iraq. Posso essere brutale? I Ds si sono schierati contro la guerra per ragioni strumentali perché se non avessero preso una posizione forte contro la guerra avrebbero corso il rischio della scissione interna capeggiata da Cofferati. Il no alla guerra, "senza se e senza ma" , non poteva che essere guardato con ostilità da un partito che ha fatto del relativismo politico e culturale la propria bussola. E non è un caso che appena hanno potuto tirare il fiato sono di nuovo precipitati nella logica del cedimento. La prova si è avuta con il sostegno all'invio dei nostri militari in Iraq. E' preoccupante ed assurdo non capire che i militari vanno lì non per dare sostegno agli aiuti umanitari ma più semplicemente perché il governo vuole accodarsi agli Usa e perché spera di partecipare in qualche modo alla divisione del tragico bottino delle guerra irachena. Ma c'è dell'altro: anche i compagni del cosiddetto correntone hanno compiuto un errore gravissimo a non esprimere il loro no alla mozione del governo. Un errore grave ed è giusto che glielo si faccia notare. Questa vicenda porta con se una riflessione per la sinistra Ds sullo stato di quel partito e sulla agibilità delle proprie posizioni politiche all'interno dei Ds. Alla domanda se esista o meno la possibilità che all'interno di quel partito vi sia un'autonoma agibilità io - che ci avevo provato molto prima della Bolognina a dare sostanza ad una posizione diversa da quella della maggioranza - rispondo con un no. Finché vuoi parlare ti lasciano parlare, adesso ti lasciano anche organizzare iniziative che ai miei tempi non ti lasciavano fare, ma l'agibilità politica è altra cosa. Vuol dire esprimere ufficialmente non solo una posizione diversa da quella della maggioranza, vuol dire votare in parlamento coerentemente con quella propria posizione. Quando i vertici dei Ds hanno avvisato il correntone che se avesse continuato a votare i maniera difforme sarebbero stati costretti a prendere provvedimenti è subentrata in quei compagni l'incertezza, l'esitazione. Quel voto sull'invio dei militari è figlio di questi timori non di un convincimento, è figlio della paura di essere cacciati dal partito. Certo l'esitazione è comprensibile; è comprensibile ma non giustificabile per chi vuole avere il diritto di esprimere la propria valutazione sui processi della storia.
Vi è dentro i Ds una continua rincorsa alle posizioni moderate, al beneplacito dei benpensanti e non ci si rende conto che le conseguenze, alla lunga, possono essere devastanti anche sul piano elettorale, come insegna la sconfitta di Blair nelle recentissime elezioni inglesi.
La posizione dei Ds su Cuba non mi meraviglia. Nuovo e grave è invece l'atteggiamento di Rifondazione. Forse abbiamo sottovaluto nel giudicare la totale mutazione di questo partito sotto la guida di Bertinotti rispetto a molte questioni. E' vero che il dibattito nel Comitato politico nazionale del Prc su Cuba è stato aspro e ha visto addirittura votazioni separate. Certo, è vero, ma poi non è successo e non succede nulla. Bertinotti si libera con un soffio dell'opposizione interna. Pur tuttavia quello che è avvenuto segnala, per chi non lo avesse ancora capito, che la natura del Prc si scontra in modo irrimediabile con la cultura e la storia profonda dei comunisti. Ci sono questioni su cui Bertinotti fa il "duro", ma sono questioni che al nemico di classe non importano granché perché sa che abbaia alla luna. E anzi, se su certe questioni sociali Bertinotti alza la voce e indica obiettivi che appaiono più avanzati in realtà fa un favore ai settori sociali regressivi perché più alza la voce, più gioca al rialzo, più allontana il consenso da quelle posizioni. I padroni non si preoccupano quando c'è chi lavora per incidere sulle divisioni del centrosinistra, anzi ciò suscita simpatia per Bertinotti - come leggiamo nelle cronache - da parte del principe Ruspoli; ciò consente a Bertinotti di avere una sorta di abbonamento settimanale con le trasmissioni di Vespa a "Porta a Porta". E non è un caso che in una settimana su Il Giornale di Berlusconi siano uscite ben quattro interviste al segretario del Prc.
Abbiamo fatto bene, abbiamo fatto il nostro dovere, ad avere delle posizioni di netta differenziazione all'interno dell'Ulivo. Gli onorevoli Boselli ed Intini sostengono che le posizioni assunte dai Comunisti italiani rendono incompatibile la nostra presenza nell'Ulivo. Si potrebbe rispondere che le posizioni assunte dallo Sdi sull'Iraq rendono incompatibile la loro presenza nello schieramento democratico e progressista. Ma noi non lo diciamo perché siamo convinti che l'intesa democratica è fatta tra forze diverse. La nostra differenza è un motivo di forza per l'Ulivo. Dovrebbero ringraziarci perché le cose che diciamo e che facciamo collegano l'Ulivo a settori della società che altrimenti se ne distaccherebbero.
Concludo con il referendum sull'articolo 18. La posizione del segretario è giusta ed equilibrata. Credo che anche i tempi scelti dalla segreteria siano stati opportuni. A quei compagni che ci dicono che avremmo dovuto prendere subito una posizione al momento della raccolta delle firme, rispondo che se il segretario l'avesse proposto allora di sostenere i referendum ben poche mani si sarebbero alzate per sostenere questa ipotesi. E allo stesso tempo se noi avessimo sin dal primo momento deciso di dire di no ci saremmo trovati lontani dal sentimento profondo di gran parte delle masse lavoratrici della sinistra e della Cgil.
Quello che deve essere chiaro e che non possiamo rinunciare a dire quello che pensiamo. Questo referendum è sbagliato, è sbagliato nel metodo e nel merito e in nessun modo potrà risolvere problemi complessi come quelli dei diritti di tanta parte dei lavoratori. La grande battaglia che ha portato tre milioni di persone in piazza con Cofferati non era per conquistare l'articolo 18, era per impedire la soppressione dell'articolo 18. E' bene avere presente questo fatto. Per questo ci fu tanto consenso.
Per quel che riguarda il merito del referendum si tratta di vedere se, con questo referendum, la difesa dei diritti porta davvero alla difesa di quel diritto. Sappiamo quanto è difficile applicare l'articolo 18 nelle grandi aziende, figuriamoci le difficoltà ad applicarlo nelle piccole, anche quando il tribunale dà ragione al lavoratore. Che si fa, lo si impone manu militari? Esiste poi il problema di chi cercherà ingiustamente di allargare il lavoro nero, chi assumerà senza contratto o con contratto a tempo determinato. Esiste il problema degli atipici, dei co.co.co.. Insomma questo referendum è sbagliato e strumentale, è volto a dividere la sinistra e il centrosinistra, a dividere i sindacati.
Le battaglie referendarie si fanno per cercare di dare a l'obiettivo che si persegue la possibilità di essere ottenuto. Ho imparato da tempo che se non si guarda al contesto si va sa sbattere la testa e che non basta avere ragione per vincere, ma che occorre cercare le condizioni perché la tua posizione abbia la maggioranza. Ma Bertinotti non guarda mai al contesto, non lo ha mai fatto in passato, non lo fa oggi: avrà messo in conto, per esempio, che il referendum può fallire per mancanza di quorum? Si è chiesto che cosa può succedere dopo? Sono domande che occorreva porsi per tempo e che invece sono state colpevolmente schivate Cosa volete che gliene importa a Bertinotti se il sì perde, tanto lui potrà sempre dire che il 30, 35 per cento dei votanti sta con lui e canterà vittoria. Canterà vittoria anche sulle macerie di una sconfitta, anzi egli nella sconfitta si sente felice.
Il referendum è sbagliato e dannoso ma ora esso c'è e il nostro partito fa bene a dare l'indicazione per il sì perché su una questione come questa un partito - e non una singola persona - non può certo pensare di non dare indicazioni. E tuttavia non possiamo esimerci dal muovere le nostre critiche, dal sottolineare che la strada per l'allargamento reale dei diritti dei lavoratori, di tutti i lavoratori, era ed è un'altra, come indicato dalla stessa Cgil; di fronte a questa realtà dobbiamo cercare, in conclusione, di tenere basso il livello della polemica sul sì e sul no. Ci attende un passaggio complicato, ma è un passaggio appunto e lo supereremo.



COMITATO CENTRALE
del 10 maggio 2003
- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

COMITATO CENTRALE
dell'11 e 12  gennaio 2003
- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto
- L'ordine del giorno conclusivo

COMITATO CENTRALE
del 29 e 30 giugno 2002
- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

DIREZIONE NAZIONALE
del 18 aprile 2002
Fortissime perplessità sullo "statuto dei lavori"
Ufficio stampa

COMITATO CENTRALE del 26 gennaio 2002

La relazione del Segretario, O. Diliberto
"Due campagne nazionali su giustizia e lavoro"

Le conclusioni di Diliberto
"Il partito cresce ovunque, continuiamo così"

Dopo Bellaria
I compiti di chi guarda avanti per costruire
di Carlo Benedetti
Da "La Rinascita della Sinistra"