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La mia replica, care compagne e
compagni, sarà, almeno lo spero, molto rapida. Per due ordini di
motivi: primo perché l'intervento del compagno Cossutta mi esime
dal tornare su una serie di questioni; secondo perché anche
domani, al teatro Eliseo, sarete costretti ad ascoltarmi e non
voglio abusare della vostra pazienza.
Voglio approfondire, sollecitato dal dibattito, tre questioni.
La prima. Nella fase che si apre, caratterizzata da una lunga
campagna elettorale triennale, dobbiamo accentuare, oltre ai
temi istituzionali e valoriali, che sino ad ora abbiamo
interpretato piuttosto bene, i temi economici e sociali. E'
necessario perché la congiuntura economica è disastrosa, lo
diceva bene, tra gli altri, la compagna Malaspina, e il
Documento di programmazione economico e finanziaria sarà
definito tra la fine di giugno ed i primi di luglio, quando
l'inflazione programmata sarà, ancora una volta, ridicola
rispetto al reale aumento della vita e la contrattazione verrà
fatta sulla base di quell'inflazione programmata lontanissima
dalla realtà.
Ancora una volta il tema del salario e delle pensioni sarà
guardato con scarsa attenzione anche dalla sinistra, ma esso
sarà prioritario e qualificante per noi, per il nostro partito,
perché riguarda la condizione di vita di migliaia e migliaia di
lavoratori.
Purtroppo la discussione sull'articolo 18, così difficile tra
noi - ci arriverò naturalmente tra breve - ci ha impedito, ed il
compagno Tibaldi lo sa bene perché è stato vittima di questa
contingenza, di tenere la preannunciata conferenza delle
lavoratrici e dei lavoratori. Sarebbe stata convocata prima
della decisione di questo organismo sul referendum estensivo
dell'articolo 18 e sarebbe stata focalizzata su questo tema e
non su quelli più generali che ritengo indispensabili.
Secondo: noi dobbiamo continuare a tenere alta la bandiera della
pace. Il tema della pace e la battaglia contro la guerra non
sono finiti perché gli americani e gli inglesi hanno occupato
l'Iraq. Il tema della pace ha a che fare con il destino
dell'Iraq, con la vicenda palestinese, con la vicenda cubana e
con tutti gli assetti del mondo. Non è un caso che alla nostra
manifestazione di domani abbiamo invitato i rappresentanti
proprio dei tre punti nodali della vicenda internazionale:
Palestina, Iraq e Cuba. Cuba intesa come emblema, come simbolo
di una battaglia più complessiva di riscatto, di indipendenza,
di autodeterminazione dei popoli. Condivido molto quello che è
stato detto qui da Rizzo e da molti altri compagni. Cuba ha un
grande valore, è come se fosse la cartina di tornasole di quello
che succede nel mondo, perché l'idea della democrazia
internazionale esportabile, inteso come unico paradigma
possibile, va contrastata anche sul piano teorico, fornendo
argomenti ed iniziative. Sembra banale, ma è invece molto
efficace. Provate, in un qualunque dibattito, a chiedere cosa
sarebbe successo in Israele se tre ragazzi palestinesi avessero
sequestrato una nave passeggeri. Probabilmente non avrebbero
neppure fatto il processo per condannarli ed avrebbero detto che
si trattava di un "grave atto di terrorismo". Senza pensare a
quello che sarebbe successo in America. La vicenda cubana è
stata tutta giocata su una forma terribilmente ipocrita di
intendere il cosiddetto "politicamente corretto". Su di essa s'è
verificata una deriva ulteriore dei Ds e, simmetricamente, di
Rifondazione. E' l'idea subalterna che i valori siano quelli
della classe dominante e che anche la democrazia sia fondata su
quei valori: è l'imperialismo di oggi.
Questo è per noi un punto dirimente. E non perché ci consente di
distinguerci, non è punto tattico, è strategico.
E' stato evocato più volte il tema del nostro possibile
isolamento. Bene, in questo caso rimango isolato volentieri,
perché sono convinto che su questo noi cresciamo, acquisiamo
consensi. Dopo le interviste, le prese di posizione, dopo
l'eccellente discorso di Rizzo alla Camera, siamo stati invasi
di e-mail, fax, di messaggi di solidarietà. Quello che è
successo al nostro compagno Marconcini, con la vicenda della
destituzione dalla carica di vicesindaco, dimostra a tutti che
non abbiamo paura di sostenere le nostre idee, ed io sono
convinto che la coerenza paghi.
Ma, ed è il terzo dei punti, su cui mi diffonderò più a lungo,
la coerenza non è in contraddizione con la politica delle
alleanze. Perché mai dobbiamo viverla in questa maniera? Il mio
amico e compagno Nolli chiedeva: dobbiamo scegliere il
centrosinistra, e quindi la lealtà ed un basso profilo della
nostra iniziativa, o viceversa l'autonomia che marca le
differenze? Non dobbiamo scegliere un bel niente. Noi siamo
dentro al centrosinistra, ha ragione De Angelis, per scelta
strategica e non tattica, e tuttavia dobbiamo interpretare senza
tentennamenti la linea che ci siamo dati a Bellaria, e cioè un
modo diverso di stare dentro al centrosinistra. Uso ancora una
volta l'espressione di De Angelis: "senza timidezza".
È ovvio che la dicotomia tra differenza e competizione e, al
contempo, unità col centrosinistra, è più facile farla valere a
livello nazionale che a livello locale, soprattutto in campagna
elettorale. Ma anche in campagna elettorale ed anche a livello
locale noi siamo una forza politica autonoma. Questa nostra
autonomia, lo ripeto, non è affatto in contraddizione con il
tema dell'unità. Le due cose vanno di pari passo anche nei
territori: non debbono esserci differenze, non deve esserci chi
ritiene che criticare il centrosinistra significhi esserne fuori
e chi ritiene che invece esso va continuamente criticato. La
nostra linea politica è chiara. Ce la siamo data tutti insieme
al congresso, l'abbiamo ribadita e precisata con l'andare del
tempo e con le iniziative concrete nel corso dei due anni che
abbiamo alle spalle, due anni che giudico positivi per il
partito. Abbiamo modificato il modo di stare nel centrosinistra,
non abbiamo modificato la strategia per la quale siamo nati nel
1998.
Da questo punto di vista, lo dico davvero fraternamente a
Stefano Barbieri, il quadro di riferimento non può che essere il
centrosinistra, nonostante le differenze siano talvolta
rilevanti proprio per l'analisi che facciamo della situazione.
Il presidente del partito lo ha detto lungamente: se la
situazione è eversiva (e lo è), il nostro sistema di alleanze
nel campo democratico deve essere il più largo possibile per
avere la possibilità di contrastare la deriva democratica della
destra. Lo ripeto spesso: questo ce lo ha insegnato Togliatti
nel '44 ed allora i comunisti non erano certamente dei moderati.
Chiedetelo al nostro compagno Luciano Manzi che nel '44 aveva le
armi in pugno e comandava una brigata partigiana.
Dopo il congresso di Bellaria, e con l'iniziativa politica di
questi due anni, abbiamo contrastato il tentativo di
annientamento del nostro partito (c'è stato in più casi) ed
abbiamo superato il tema dello spazio politico. Ricordate tanti
interventi? C'è uno spazio politico per noi tra Ds da una parte
e Rifondazione dall'altra? Lo spazio politico ce lo siamo
conquistato. Questo problema non c'è più, come non c'è più il
tema della transitorietà. C'è il tema della difesa del nostro
partito contrattaccando chi, visto che siamo diventati con il
tempo un concorrente, vorrebbe ridurre il nostro ruolo o
emarginarci. E' vero, siamo diventati un concorrente, ed un
concorrente che sta crescendo.
La composizione del nostro partito in questi primi cinque anni è
profondamente mutata. Da costola scissionista di Rifondazione,
siamo diventati un partito che ha le provenienze più diverse,
anche se esse hanno una comune matrice, come è ovvio che sia,
altrimenti sarebbe impossibile militare nello stesso partito.
Questo dà fastidio. Anche e soprattutto a sinistra. Ma quando
tentano di emarginarci, o addirittura annientarci, dobbiamo
reagire, non possiamo star fermi. Dobbiamo operare come una nave
corsara e cioè, anche se so che a qualcuno non piace, con
qualche operazione anche tattica, con qualche accentuazione dei
toni, senza nascondere le nostre posizioni all'interno della
sinistra del centrosinistra. Lo abbiamo fatto per due anni. Io
cito sempre, perché ci è costata più d'una critica, la vicenda
della manifestazione per la Palestina. Tutti i partiti del
centrosinistra abbandonarono la manifestazione perché in piazza
c'erano dei ragazzi italiani vestiti da kamikaze palestinesi.
Noi no, noi siamo rimasti. Così come oggi continuiamo a
sostenere posizioni, come quella su Cuba - e non è la sola -
considerate "politicamente scorrette". Pazienza. Ma lo facciamo
in un quadro di alleanze che non si mette in discussione.
Le alleanze riguardano anche - ce lo dice spesso Luigi
Pestalozza - il grande tema della borghesia democratica. Ma i
girotondi cosa sono? Sono essenzialmente borghesia democratica,
quello che viene chiamato "ceto medio riflessivo", spesso di
matrice azionista e quindi su alcune tematiche con una
intransigenza persino maggiore della nostra. Con loro è molto
importante avere un rapporto, perché nella nostra battaglia sui
temi dell'informazione, della giustizia, dei diritti civili,
dell'antifascismo, della cultura, della scuola, della laicità
dello Stato rappresentano un grande alleato ed una grande
risorsa. E lo stesso vale col movimento per la pace.
Naturalmente ciò implica una critica al "correntone", una
critica anche esplicita. I compagni del "correntone" vorrono il
rischio di un appannamento del loro ruolo, per le cose che
diceva bene Cossutta. Noi dobbiamo incalzarli, sempre
fraternamente, ma incalzarli. Non a caso l'elettorato dei Ds
appare a volte come sbandato. Ne incontro tantissimi alle
manifestazioni e ai comizi che tengo in tutta Italia.
In questo quadro di riferimento c'è il tema dell'articolo 18 e
spero che i compagni mi scuseranno se sarò più franco del
solito.
Qualcuno ha affermato che il Comitato Centrale avrebbe dovuto
assumere una decisione circa un anno fa o almeno sei mesi fa. Ma
se avessimo votato allora, qui sarebbe prevalso largamente il
"no". E voglio essere ancora più chiaro. Se la segreteria del
partito oggi non si fosse presentata con l'orientamento che vi
ho ampiamente descritto nella relazione e si fosse votato, come
dire?, ciascuno secondo coscienza, magari a scrutinio segreto,
non so cosa sarebbe prevalso. Non lo so. Forse sarebbe prevalsa
di poco l'una o l'altra posizione, quando invece l'obiettivo mio
e di tutta la segreteria era ed è quello di tenere unito il
partito. E' per questo che abbiamo preso tempo. Ed i compagni
che da più tempo sostengono la causa del sì, dovrebbero
ringraziare chi è riuscito a portare tutto il partito su questa
posizione. E' questo il compito di un gruppo dirigente che vuole
dirigere e non farsi dirigere.
Naturalmente andremo al referendum, alla nostra battaglia per il
sì, con la nostra posizione autonoma, con la nostra identità,
senza accodarci a nessuno, né a sindacati né a partiti.
Vorrei dire al compagno Scarpa che non c'è stata nei suoi
confronti nessuna censura. Scarpa ha ricordato un suo articolo
che il nostro settimanale non ha pubblicato. Naturalmente
ciascuno è libero di manifestare la propria opinione sul nostro
giornale e tanto più quando si è dirigenti autorevoli del
sindacato. Ma lo deve fare, se è una posizione diversa da quella
che il partito esprime o che magari non ha ancora espresso,
firmando quell'articolo. In una rubrica non firmata quella
posizione verrebbe letta come la posizione del giornale. E
quindi del partito. Nessuna censura, il direttore del giornale è
sicuramente pronto ad accogliere qualunque contributo. Ma non
quando c'è il dubbio che quel contributo diventi la posizione di
tutti quando nei fatti non lo è.
Io sono perché il nostro confronto interno prosegua. Credo di
poter dire a Stefano Barbieri che nei due anni che abbiamo alle
spalle, dopo un congresso in cui ci sono state lacerazioni anche
forti, oggi abbiamo dimostrato con i fatti che anche il tanto
vituperato centralismo democratico è un buon metodo di lavoro.
Abbiamo sempre discusso nella massima libertà e sempre
sforzandoci, come nel caso dell'articolo 18, di arrivare ad una
sintesi unitaria. E nella segreteria del partito, nella
direzione, abbiamo sempre tenuto conto delle opinioni
dissenzienti, modificando, aggiustando, cercando una linea
politica che unisse. Per lo meno ci siamo sforzati di lavorare
in questo modo e continueremo a farlo.
Io non ho paura del confronto interno, anzi. Anche quando
dovesse succedere che io fossi minoranza. Farei, com'è
consuetudine dei comunisti, battaglia politica negli organismi
dirigenti. Non ci sarebbe alcun problema. Il problema, lo
ribadisco, è che noi possiamo crescere se siamo diversi dagli
altri, se teniamo un comportamento in cui le discussioni o
addirittura i litigi non avvengano fuori dalle sedi di partito,
perché fuori delle sedi di partito il dibattito assume un altro
carattere e diventa un danno. Diventiamo come gli altri. Lo dico
con fraternità, ma per esempio sono convinto che sia un danno
per i Ds che gli scontri interni avvengano al di fuori dalle
sedi di partito, sui giornali, in televisione, nei dibattiti
politici. Si potrebbe dire, con un po' di ironia, che i Ds hanno
realizzato la nostra linea, sono diventati una sorta di
confederazione della sinistra. Noi ci qualifichiamo se il
costume del nostro partito è diverso.
In questo senso credo di poter dire che stiamo crescendo.
Ovviamente con qualche difficoltà, capita ancora che ci siano
discussioni sui cosiddetti "posti", ma complessivamente stiamo
crescendo. Anche per quella che Giacomo De Angelis ha chiamato
"timidezza" nel manifestare all'esterno le cose anche importanti
che stiamo facendo. Più che timidezza, definirei questo
atteggiamento sobrietà. Ed ha ancora ragione De Angelis quando
dice che vi siete scelti un segretario che è l'opposto di
Bertinotti. E' così e permettetemi di dire che lo prendo come un
complimento. Io non sono capace di essere altro. Credo che la
sobrietà, il rigore, la pacatezza, ed anche la severità,
chiamiamola così, alla fine siano caratteristiche che pagano.
Pagano nel teatro osceno della politica italiana, nel teatrino
quotidiano di Berlusconi, nell'indecente livello delle
trasmissioni televisive che trattano di politica.
Ho saputo (me ne ha parlato il compagno Saia, personalmente non
l'ho visto) che Berlusconi durante i quaranta minuti di
intervista senza contraddittorio ad Excalibur ha affermato di
essere sceso in campo per impedire che in Italia vincessero i
comunisti, coloro che sono responsabili di 150 milioni di morti.
Se credi di intimidirci, ha sbagliato. Noi rivendichiamo ogni
giorno, con orgoglio, la nostra appartenenza alla storia
comunista, alla storia del Pci, e la nostra polemica con
Berlusconi sarà asperrima. Nella speranza che ci quereli, ma
dubito fortemente che lo farà. Ricordate quando disse che era
impressionante vedere le bandiere rosse sporche di sangue alle
manifestazioni della pace? Berlusconi mente senza pudore,
sapendo di mentire. Il Pci è stato tra i partiti fondatori della
Repubblica, è stato tra i costituenti: il presidente della
Costituente era un comunista, Umberto Terracini. Va ricordato a
Berlusconi che noi abbiamo scritto la Costituzione repubblicana
ed abbiamo pagato con il sangue per la libertà, mentre lui oggi
ha al governo gli eredi dei massacratori di Antonio Gramsci e di
Giacomo Matteotti.
Care compagne e cari compagni, la mia opinione è che rispetto
alle elezioni amministrative il quadro sia potenzialmente
positivo. Ancora una volta invito tutti i compagni, quelli nel
cui territorio non si vota, a mettersi a disposizione per la
campagna elettorale. So che questa collaborazione già esiste, ma
noi abbiamo bisogno di tutte le energie per vincere la sfida dei
rapporti di forza. Ed i rapporti di forza si giocano sulla base
dei voti. Da questo punto di vista queste elezioni sono per noi
davvero rilevantissime. E quindi, come si diceva una volta, al
lavoro e alla lotta!
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