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La situazione politica è
in piena evoluzione e una profonda evoluzione si sta
manifestando, soprattutto, nell'ambito delle forze della
sinistra e democratiche. L'esito stesso di questo
processo di modificazione dei rapporti all'interno della
sinistra e dell'Ulivo sarà condizionato dal modo in cui
saranno affrontate le grandi battaglie che riguardano
gli interessi del Paese, del nostro popolo. E sono
questioni che stanno venendo al pettine, con scadenze
drammatiche e ravvicinate. Mi riferisco in modo
particolare a tre grandi questioni: la guerra, la
condizione sociale, l'attacco alle istituzioni
democratiche. E' su questi tre argomenti - che saranno
ovviamente presenti nella prossima campagna elettorale -
che si sono avute in questo anno che ci lasciamo alle
spalle e si avranno ulteriormente nei mesi a venire
delle modificazioni nell'ambito degli orientamenti
popolari e della sinistra in modo particolare.
Partiamo dal tema più
drammatico: la guerra. Appare chiaro che a questo punto
non vi sono giustificazioni di nessun tipo nei confronti
dell'intervento armato in Iraq. Possiamo ben dire che
questa, che era la nostra convinzione quasi solitaria
alcuni mesi fa, è oggi opinione fortemente diffusa. Non
so cosa succederà, se le Nazioni Unite daranno o meno il
loro avallo a questa sporca guerra. Ma di una cosa sono
convinto: la guerra vi sarà. E' una guerra che non ha
niente a che fare col terrorismo, che non ha nulla a che
fare con la tirannide di Saddam. E non ha niente a che
fare nemmeno con il possesso di armi di distruzione di
massa o con il rispetto delle delibere dell'Onu. La
guerra all'Iraq è una guerra imperiale. Ha perfettamente
ragione Diliberto quando, nella sua relazione che
condivido pienamente, dice che siamo in presenza di una
guerra neocoloniale. Torniamo alla conquista dei
mercati, dei territori, delle materie prime. E' caduto
il velo di ipocrisia. Oggi in molti sono convinti che
l'intervento in Iraq vuol dire possesso del petrolio,
dominio su quella parte delicata e decisiva dello
scacchiere internazionale.
Cosa possiamo e dobbiamo
fare per incidere su questa vicenda? La guerra diventerà
uno dei punti fondamentali sui quali si determinerà non
solo la possibilità di condizionare le forze belliciste
presenti nel Paese, ma sarà anche un drammatico
misuratore della validità o meno delle forze politiche.
Per quel che ci riguarda dobbiamo prendere subito una
posizione fermissima contro le parole del ministro
Martino, che ha autorizzato l'uso di basi militari e
dello spazio aereo ai velivoli militari diretti in Iraq.
Una posizione assolutamente inaccettabile su cui
presenteremo una mozione parlamentare e chiederemo un
voto. Parallelamente a queste iniziative parlamentari
dobbiamo caratterizzarci nel Paese per una campagna a
favore della pace: l'adesione all'iniziativa di
Emergency mi pare utilissima.
La politica
internazionale sarà nel corso del 2003 elemento di
rilievo, anche perché nel secondo semestre dell'anno la
presidenza europea sarà affidata all'Italia. C'è da
scommetterci, Berlusconi utilizzerà questo fatto per
rafforzare le sue ormai consuete operazioni d'immagine,
per fare le sue ormai consuete operazioni di immagine.
Ebbene dovremmo saper contrapporre all'idea di Europa
della destra - l'Europa del capitale, dell'egoismo
sociale, dell'esclusione - la nostra idea di Europa,
quella del lavoro, dei diritti, della pace, della
libertà.
Veniamo alla condizione
sociale. Forse non riusciamo ad intercettare
adeguatamente lo stato di disagio che c'è in settori
vasti della popolazione. Non voglio fare del terrorismo
economico, l'Italia è un Paese economicamente solido e
pieno di risorse. Eppure grosse nubi oscurano il cielo.
La condizione della Fiat, l'incertezza del futuro che
porta con sé, è una cosa che attanaglia l'animo oltre
che la condizione materiale di migliaia di uomini e
donne. C'è una crisi grave del settore industriale, una
mancanza di prospettive che mette a rischio i posti di
lavoro. A questo si aggiunga che, l'aumento dei prezzi e
la difficoltà di far fronte alle spese per i servizi e
le strutture sociali da parte dei comuni, rischia di far
superare la soglia di povertà a milioni di famiglie. Lo
smantellamento dello stato sociale, della sanità, della
scuola pubblica preoccupa tantissimi cittadini.
L'offensiva della destra
è un'offensiva che procede a ritmi serrati e sempre più
aggressivi. La nostra azione deve quindi essere volta a
far intendere che bisogna fare argine alla destra. Non
siamo in una fase offensiva del movimento dei lavoratori
- può dispiacerci ma è così - siamo, al contrario in una
tragica situazione difensiva. Di questa situazione
l'attacco alle istituzioni democratiche è un punto
fondamentale e nevralgico. Il dialogo sulle riforme va
respinto nel modo più netto. E non solo perché il
governo è inaffidabile, perché si tratta di un diversivo
per coprire la manchevolezze dell'esecutivo, perché la
priorità vera è la questione economica, ma soprattutto
perché siamo di fronte ad un attacco eversivo. Non si
tratta di una riforma ma di una sovversione
dell'ordinamento costituzionale.
L'Italia è una repubblica
parlamentare. Nel momento in cui si avanza la richiesta
di una direzione dello stato di tipo presidenziale si
modifica nel profondo tutta la struttura
dell'ordinamento. La proposta che viene avanzata dalla
destra porta a un'altra repubblica; non voglio dire che
porta ad un regime dittatoriale, ma è una sovversione
dell'attuale ordinamento. Si possono imbrigliare come si
vuole i poteri del presidente della Repubblica o, ancor
peggio, del presidente del consiglio eletto dal popolo,
ma l'uomo investito direttamente ha, per ciò stesso, un
potere immenso che travalica e supera i vincoli di
legge. Non è la governabilità che la destra cerca; cerca
quello che sempre hanno cercato tutti i fascisti, il
dominio dell'uomo forte.
Come si fa a discutere di
fronte a questo scenario? E' un errore di una portata
gigantesca. E' un errore micidiale considerare quelle di
Fini sul premierato delle aperture. Di fronte ad un
attacco d questa natura alla Costituzione repubblicana,
non si discute, si combatte, si fa opposizione senza
impacci, senza fair play, senza tenere conto delle
ipocrisie di chi si nasconde dietro le parole Ciampi.
Non c'è "ecumenismo" che tenga quando si prende a
spallate il sistema di valori su cui si fonda il Paese.
Opposizione fermissima
dunque. E' attorno a questi temi che si costruisce la
linea politica, la strategia del centrosinistra. Mi pare
che vi sia tra di noi una reale adesione alla linea che
vede nell'Ulivo una scelta strategica. Il centrosinistra
è l'unica via per resistere ed indicare una prospettiva
di cambiamento. L'Ulivo è colmo di limiti e
contraddizioni, eppure questi limiti e queste
contraddizioni non inficiano l'obiettivo che stiamo
perseguendo. Siamo critici con l'Ulivo, fortemente
critici, non per un contrasto sul suo ruolo, ma perché
la sua gestione non è più accettabile. Nonostante ormai
tutti riconoscano che Rutelli non è il capo dell'Ulivo,
si continua a fare come se niente fosse. Vi è una
tenaglia Rutelli-Fassino che rende difficile la capacità
d'azione del centrosinistra, che lo rende poco
convincente, che allontana vasti strati di popolo.
Cofferati ha capito
benissimo che per dare forza ed un ampio respiro
all'Ulivo, per allargarlo bisogna portarci dentro tutta
la sinistra, perché non vi è altra via in Italia in
questa fase storica. E non solo in Italia a ben vedere.
In Brasile Lula che è un uomo di sinistra, e di sinistra
radicale, ha capito che per vincere bisognava cercare
l'accordo con le forze democratiche non di sinistra.
L'esigenza che si pone è
quella di un Ulivo più largo, meno ossificato nel
rapporto Ds-Margherita. Un Ulivo aperto a chi ci vuole
stare. A Di Pietro intanto. E' una assurdità che il veto
di Boselli impedisca l'ingresso aperto ed esplicito di
Di Pietro nell'Ulivo. E, ancora, l'Ulivo deve e può
essere fare uno sforzo per coinvolgere, nei modi
possibili, Rifondazione.
Un Ulivo aperto ed
allargato e dentro l'Ulivo una grande sinistra. Quando
noi abbiamo avuto l'intuizione un anno fa di proporre
questa ipotesi avevamo visto lontano. Oggi questa cosa è
esplosa nel modo più clamoroso. Che sta alla base della
nostra proposta, al di là dei risultati? Che la sinistra
italiana è una grande sinistra che non può essere
rappresentata da un solo partito. Per noi, per me, era
chiaro ancor prima del 1990. La sinistra non può essere
rappresentata da un solo partito e tanto meno può essere
rappresentata da un partito che, come i Ds assume
posizioni sempre più moderate che, appunto per questo,
lo portano a perdere consensi. C'è una infinità di
persone che vuole votare a sinistra e che non si sente
rappresentata. I Ds da soli non sono capaci di
rappresentare le anime della sinistra italiana.
Due sinistre, tre
sinistre: sono francamente parole a vanvera. C'è una
grande sinistra italiana che ha tante anime, che ha
posizioni diverse, e anche contrastanti, ma tutta questa
sinistra noi dobbiamo cercare di portare dentro l'Ulivo.
Dobbiamo far uscire dall'area grigia dell'astensione
tante energie e passioni. La Confederazione, una rete
come la chiama qualcuno, della sinistra serve a questo
scopo. A tenere assieme, nel rispetto dell'autonomia di
ciascuno i partiti della sinistra, noi i Ds, il Prc. E
non solo i partiti. La grande novità della politica sono
i movimenti, il loro protagonismo. Se la sinistra, vuole
darsi un futuro, non può fare a meno di interloquire con
i movimenti, di dialogare, di costruire assieme ai
movimenti il nuovo Ulivo e la nuova sinistra.
Credo che tutto ciò sia
ben chiaro nella mente di Cofferati. Cofferati non vuole
fare un nuovo partito e non lo farà perché verrebbe meno
a questo suo ruolo. E d'altronde non può essere nemmeno
il capo dei Ds perché quel partito non riuscirebbe,
oggi, a dare risposte compiute alle domande che si
levano dal popolo della sinistra. La situazione dei Ds è
drammatica. La via che hanno iniziato a intraprendere
rispetto a Cofferati, le reazioni scomposte, le
scomuniche, il serrare le fila, le pulsioni
oligarchiche, ebbene tutto ciò rischia di infilarli in
un cul de sac. Il vecchio Pci aveva la capacità di
comprendere quello che avveniva nella società. Una
qualità che oggi non vedo. I dirigenti Ds o riescono ad
aprirsi e ad avere un rapporto con questi movimenti e
con chi oggi li esprime, o saranno destinati ad avere
difficoltà, non so se anche delle separazioni, delle
scissioni.
La nostra è una ipotesi
che vuole ingloabare i Ds - mi auguro tutto quel partito
- dentro la confederazione. I Democratici di sinistra
hanno e avranno un ruolo importante nella
confederazione, ma devono dismettere le tentazioni
egemoniche e rendersi conto che c'è una parte, non so
neppure se minoritaria o maggioritaria, della sinistra
italiana, che non si sente e non può sentirsi
rappresentata solo dai Ds.
Quanto al nostro partito
credo che non dobbiamo avere nessun imbarazzo nel dire
che le posizioni di cui si discute le abbiamo poste noi
in tempi non recentissimi. Quando noi formulavamo questa
prospettiva, quando indicavamo Cofferati come leader
naturale della sinistra, ci rispondevano con un'alzata
di spalle. Oggi il suo ruolo è sotto gli occhi di tutti.
Le cose della politica si
evolvono al di là degli schemi comodi e cristallizzati.
Rifondazione, che sugli schemi delle rottura del
centrosinistra, ha impostato la sua politica è oggi in
crisi. Sintomatica la questione dei movimenti. Il
"movimento dei movimenti": una frase che ho sempre
capito poco. Il movimento ha una sua selezione. Casarini,
Caruso nella confederazione, nella rete, non si
ritrovano. E non è un male. Capisco l'isterismo di
Bertinotti: si sente offeso perché non è più lui il
personaggio alla ribalta, perché il suo disegno si è
sgonfiato si fronte alla realtà. Bertinotti impazza dai
giornali, attaccando Cofferati e il centrosinistra (e
intanto lascia aperta la strada agli accordi elettorali
con l'Ulivo), ma lo fa con un linguaggio e con una tesi
che non possono essere capiti e compresi dalla gente.
Che vuol dire: "Cofferati spacca il movimento". Non vuol
dire nulla è politichese astruso. Non si può onestamente
pensare che il movimento sia un blocco monolitico che ha
una sola prospettiva e un solo modo per realizzarla. I
movimenti sono diversi, sono differenziati: ci sono i
disobbedienti e ci sono i violenti, ci sono i cattolici,
i giovani che vogliono un'altra scuola, quelli che si
battono per la giustizia e per i diritti
all'informazione, quelli che vogliono la pace al di
sopra di tutto. Noi lo abbiamo capito in ritardo, ma ci
siamo messi all'opera per capire e comprendere e oggi
siamo nel movimento a pieno titolo.
E veniamo al leader
dell'Ulivo. A dirigere la coalizione non ci può essere
un uomo della sinistra, ce lo siamo già detti quando
abbiamo fatto il governo D'Alema. Era una forzatura. In
Italia la sinistra non ha la maggioranza, nemmeno quella
relativa, e quindi occorre che cerchiamo una soluzione
democratica. La soluzione si chiama Romano Prodi. Se
vogliamo governare. Se si ritiene, legittimamente, che è
meglio restare all'opposizione allora è un altro
discorso, ma se si vuole governare bisogna imparare a
fare alleanze, a valutare i rapporti di forza.
Per un Ulivo che vuole
vincere e governare c'è spazio per tutti: c'è spazio per
D'Alema, per Amato, per Rutelli, per tanti e tanti e
tanti altri. C'è spazio per tutti in una grande
confederazione ed in un grande Ulivo che vuole vincere.
Ecco perché, cari compagni, davanti a questo processo di
modificazione ed evoluzione profonda, sembra ozioso il
dibattito sul partito del lavoro. Ci mancherebbe se non
dobbiamo mettere al centro del nostro impegno le grandi
questioni del lavoro! Ma c'è qualcosa di strumentale,
che non mi convince e non mi piace in questa discussione
sul partito del lavoro. Per quanto riguarda il
referendum per allargare l'articolo 18 alle aziende
sotto i 15 dipendenti decideremo assieme. Dovremo
prendere una decisione al momento del voto, ma sapendo
che anche questa è stata una cosa - lasciamo da parte le
diplomazie - strumentale. Con questo referendum si va
alla sconfitta sicura. Le lotte si fanno anche quando si
perde, ovviamente, ma in una fase come questa, in cui la
questione principale è come resistere all'offensiva
della destra, come portare avanti una battaglia
difensiva, pensare che vi siano le condizioni per una
battaglia che porta più in là - ammesso che l'estensione
dell'articolo 18 sia così - i margini della vicenda
sociale del Paese, vuol dire non compiere una analisi
corretta della situazione. |