Le conclusioni di Oliviero Diliberto
 
Roma, 12 gennaio 2003
 

Abbiamo svolto una discussione importante e positiva. Una discussione molto libera, perché è comprensibile che in una fase come questa ci siano dubbi, questioni ancora non chiarite. La nebulosa della "confederazione possibile", che qualcuno chiama rete, arcipelago, è ancora tutta da definire, da inquadrare. E' inedita, nessuno ha un modello prefissato e dunque un conto è l'enunciazione, un altro è come concretamente si farà e se si farà.

Vorrei ripartire rapidamente da alcuni punti di analisi. Credo che non sia inutile soffermare la nostra attenzione su quello che è successo a Verona, nell'aggressione all'esponente delle comunità islamiche. Non tanto l'aggressione quanto il comportamento della polizia fanno parte di un quadro nel quale assieme alla violenza fisica degli squadristi inizia ad esserci, non voglio dire la connivenza, ma la non reazione, una sorta di tolleranza di tali fenomeni squadristici, di pezzi delle forze dell'ordine. Non di tutti, per fortuna. Ma tutto ciò è enormemente inquietante perché ci riporta al periodo più nero della storia italiana, quando i fascisti assaltavano le case del popolo e la polizia o i carabinieri del re stavano a guardare. Aggiungiamo che solo nell'ultima settimana sono stati compiuti due attentati di matrice fascista, uno a Reggio Calabria e uno a Pachino, in Sicilia, contro nostre sedi, e il quadro diventa ancor più inquietante.

In questo quadro ci sono i tre punti di cui parlava Cossutta, in un intervento che condivido totalmente, e che io stesso avevo sottolineato nella relazione: la guerra, lo scontro sociale e l'allarme per il quadro democratico.

La guerra ci sarà. Non la vogliamo, ci battiamo contro, ma basta vedere quello che c'è sui giornali. Ieri sera al tg ho sentito una cosa veramente stravagante. Il dipartimento di Stato americano ha detto: "E' Saddam che deve dare le prove di non avere le armi di distruzione di massa". Come chiunque sa, a livello processuale c'è una cosa tecnicamente impossibile, quella di provare la propria innocenza, tant'è che in tutti i Paesi del mondo è obbligo dell'accusa provare la colpa. La guerra si farà e tutto il quadro internazionale è preoccupante. E' vero che c'è stata la vittoria di Lula e la vittoria in Ecuador di un altro esponente dei movimenti di sinistra, ma è altrettanto vero che in Venezuela, guarda caso quarto produttore mondiale di petrolio, c'è uno scenario di tipo cileno, pre-golpista. Un golpe c'è stato già poco tempo fa, durato meno di 24 ore per la reazione popolare e di pezzi dell'esercito che hanno rimesso Chavez al posto che gli spetta, essendo stato egli eletto democraticamente. Ma il rischio di una deriva cilena in Venezuela è altissimo. Ricordate chi è stato il presidente che per 24 ore ha preso il posto di Chavez? Il presidente della Confindustria del Venezuela. Senza nemmeno la mediazione della politica o dei militari, come è accaduto altrove, ma direttamente, con la benedizione degli Usa, avviene un golpe: antimperialista sul versante internazionale, perché il Venezuela dà il petrolio a Cuba; di classe nel senso più squisito del termine, visto che i padroni si impossessano direttamente dello Stato. La Nord Corea, che potenzialmente rappresenta per gli Usa un pericolo maggiore di Saddam, tutto sommato viene trattata in maniera meno grave di quanto non avvenga per l'Iraq. L'analisi che facciamo - Venezuela-petrolio, Iraq-petrolio - ci dice che siamo in presenza di un quadro classicamente colonialista e/o imperialista. E' finito l'equilibrio dentro il quale c'era un bilanciamento di interessi. Avvenivano, è vero, molte guerre locali, ma la logica neocoloniale non era possibile in virtù di quell'equilibrio. Oggi, finita come sappiamo l'Urss, resta il tentativo del dominio imperiale da parte degli Usa.

Anche lo scontro sociale che c'è in Italia rischia di essere oscurato della guerra. Parlo del versante informativo, del versante dell'opinione pubblica, delle stesse battaglie della sinistra. Ma nel 2003 lo scontro sociale sarà asperrimo. Il rinnovo dei contratti che ripropone fortemente la questione salariale, la riforma delle pensioni su cui c'è stata un'apertura sciagurata da parte del gruppo dirigente dei Ds, l'intreccio tra salario e stato sociale, come guarentigia fondamentale del potere d'acquisto. Pensate quel che accadrà del potere d'acquisto dei salari se si dovessero pagare i servizi sociali essenziali. Tutto questo si collega con il terzo tema, quello della Costituzione e del quadro democratico. Non sono due cose distinte, perché l'attacco all'universalità dei diritti relativamente al tema delle istituzioni è l'altra faccia della stessa medaglia: l'attacco ai diritti sociali previsti dalla Costituzione repubblicana.

Al congresso di Bellaria scrivemmo nei documenti che ci trovavamo di fronte al rischio di un regime. Rischio di regime di cui ha parlato Cossutta e che si fa ogni giorno più concreto. Non siamo un partito che parla a vanvera. L'espressione regime vuol dire cose precise. Non il regime dell'olio di ricino, siamo in Europa ed è difficile immaginarlo, ma un inedito regime reazionario di massa, usando una espressione togliattiana, fondato sul controllo assoluto dei mezzi di informazione e (inutile nasconderlo) sul consenso di larghi pezzi della popolazione. Tutto questo ha a che fare con le riforme costituzionali, con il tema dell'informazione e anche con il grande tema dei diritti civili. Ieri abbiamo ricordato l'aggressione ai due giovani gay di Bologna, ai quali abbiamo manifestato la nostra solidarietà, ma tutto il tema dei diritti delle donne è oggi in discussione. Diritti delle donne, diritti delle minoranze, delle diversità anche sessuali, diritti degli immigrati. Un risorgere forte di fenomeni di intolleranza e di razzismo di massa in cui passa l'idea che gli immigrati siano solo "ospiti" e debbano comportarsi in un certo modo, altrimenti è giusto sprangarli. Pensate a quello che succede negli stadi, nelle periferie delle grandi città, dove c'è la caccia agli immigrati. Sta cambiando nel profondo l'orientamento di massa, il senso comune. E sul versante della giustizia, come ho detto nella relazione, anche se molto fugacemente, stiamo dalla parte dei magistrati che all'inaugurazione dell'anno giudiziario si presenteranno con il testo della Costituzione. Perché la difesa dell'indipendenza della magistratura è in realtà la difesa del principio della eguaglianza dei cittadini davanti alla legge previsto dalla nostra Costituzione. Detto questo, credo che sarebbe utile organizzare un seminario di partito sui temi della giustizia, con i compagni operatori del settore ed alla presenza dei dirigenti di partito, per elaborare un nostro orientamento. Abbiamo da qualche mese nominato responsabile del settore giustizia il compagno Pastore, che era un illustre membro del Consiglio Superiore della Magistratura sino a pochi mesi fa. Siamo ora nelle condizioni di ipotizzare un lavoro organico su questa materia per trovare un equilibrio tra due esigenze entrambe giuste: quella della difesa della magistratura, in particolare dall'interferenza del potere politico, e contemporaneamente una riforma del processo penale che non può essere scritta sotto dettatura della magistratura. Questo è essenziale per l'equilibrio democratico: noi non vogliamo sovvertire i poteri dello Stato e dunque i magistrati sono indipendenti dal potere politico, ma essi sono soggetti alla legge e la legge la scrive il parlamento, cioè i rappresentanti della sovranità del popolo.

Non vorrei, tuttavia, che questo quadro d'analisi - così preoccupante - sfuggisse quando dall'analisi passiamo alle proposte. Come dicevo nella relazione sono convinto che purtroppo la guerra ci sarà e, quando questo avverrà, farà - come diceva Wiston Churchill - la sua prima vittima: la verità. Da quel momento non avremo più alcuna informazione veritiera. La guerra, lo scontro sociale, i rischi di eversione, il famoso sovversivismo delle classi dirigenti, ci pongono - come diceva benissimo Cossutta - in una fase di resistenza. Chi immagina il contrattacco delle masse popolari per sovvertire i rapporti di forza ed ottenere grandi conquiste, si fa sciocche illusioni. È dall'89 che siamo in una fase difensiva. Possiamo persino vincere le elezioni come centrosinistra, ma la fase resta difensiva.

La linea politica non è un a priori, non è quello che ci piacerebbe fare, è la conseguenza di una analisi. Come ci insegnavano i nostri maestri, se si sbaglia l'analisi, si sbaglia poi tutto. Ma io non credo che stiamo sbagliando. Probabilmente siamo stati tra i primi a individuare i pericoli involutivi della realtà sociale e politica italiana: ricordate quando mettevano in guardia contro il rischio della vittoria della destra? È da qui che nasce la nostra linea sull'unità del centrosinistra, tra la sinistra e un pezzo di schieramento moderato. E' l'antica vocazione unitaria dei comunisti, ma è anche la dura contingenza dei fatti e l'analisi della realtà italiana. La Democrazia Cristiana - che noi comunisti abbiamo fortemente avversato - ha però avuto un merito: ha tenuto ancorato in una prospettiva democratica un pezzo di società italiana che era potenzialmente reazionario. Finito quel partito, spappolato quel blocco sociale interclassista, il pezzo di società reazionaria si è spostato all'estrema destra. Il Msi per cinquant'anni è stato al 6-7%, qualche volta anche al 3%, sempre in una posizione residuale, all'estrema destra, con voti non spendibili. Perché c'era quel grande "corpaccione" della Dc che riusciva ad includere tutto. Nell'Ulivo si è recuperato un pezzo della vecchia Dc e questo è molto positivo. Certo, abbiamo spesso opinioni diverse, cosa ovvia. Ma la politica delle alleanze intesse la storia del Pci e del movimento operaio. Qualche compagno ci dice: "Dobbiamo scomporre per poi ricomporre". Mi preoccupa l'idea di scomporre una cosa che fa oggi da argine, e per giunta ancora così debolmente, a pulsioni eversive. Perché non so se riuscirò a ricomporla. Lo dico con fraternità a chi ha avanzato questa proposta, sto cercando di ragionare insieme a lui. Ogni scomposizione genera odi incrollabili ed è complicatissimo ricomporre quanto si è scomposto. Cossutta lo ha detto bene: Bertinotti teorizzava le due sinistre, adesso sono diventate tre, poi saranno quattro, poi nove. È un'idea tutta politicista che distrugge lo schieramento democratico.

A volte è una fatica stare insieme, ma il nostro dovere è questo e non ne vedo altro. Lo considero l'orizzonte strategico. Ma all'interno del centrosinistra lavoro anche per costruire la confederazione. La "confederazione possibile" non è un arretramento. La nostra proposta è rivolta a tutti, a tutti i partiti della sinistra, ma visto che alcuni testardamente, e secondo me sbagliando gravemente, non la accettano, la rivolgiamo alle forze - partiti, pezzi di partiti, movimenti, associazioni - che come noi avvertono l'esigenza di una sinistra più forte ed unita. La aggiorniamo perché in questo anno che ci separa da Bellaria sono intervenute novità nel mondo politico, grandi novità di cui sono obbligato a tener conto, rappresentate dai movimenti nelle due accezioni: la prima è quella che secondo me è la principale, la rinascita dello scontro di classe, grazie all'opera della Cgil ed a Sergio Cofferati che ha avuto il coraggio politico di rompere l'unità sindacale, di non firmare il Patto per l'Italia, di indire lo sciopero generale e la manifestazione del 23 marzo senza Cisl e Uil. Mentre la seconda è quella rappresentata dai movimenti, dai girotondi, che sono cosa diversa dal movimento no-global, che sono cosa diversa dal movimento per la pace. Ma tutti testimoniamo una nuova voglia di protagonismo, determinata largamente dalla paura che ha il nostro popolo del governo Berlusconi e dalla inadeguatezza del gruppo dirigente dell'Ulivo, perché altrimenti i movimenti non sarebbero sorti in modo così autonomo e separato. Un nuovo protagonismo che ha dei rischi. C'è il rischio di leaderismo e di plebiscitarismo anche a sinistra? Sì. C'è il rischio di una idea pre-politica di sinistra? Sì. Il nostro cimento è allora quello di dare uno sbocco politico, e dunque anche istituzionale, ai movimenti. Occorre trovare la formula politico-organizzativa e la nuova leadership. Il tema all'ordine del giorno è l'unificazione politica di tutti questi pezzi di società ed insieme l'unificazione politica di movimenti, partiti ed istituzioni. Cosa difficilissima.

Chi dice che noi saremmo subalterni a Cofferati dà un giudizio scorretto ed ingeneroso. Abbiamo avanzato la proposta della Confederazione quando era ancora segretario della Cgil e nessuno ipotizzava suoi ruoli politici: la nostra proposta risale infatti al 2000, ben prima di Bellaria. Cofferati ha poi conquistato il suo ruolo sul campo, con le lotte. Mentre a capo dell'Ulivo - non aggiungo nulla a quello che ha detto Cossutta - non vedo altri che Prodi, se egli deciderà di tornare in Italia a fare politica. Rischieremmo altrimenti di finire come nel 2001, quando a sei mesi dalle elezioni non si sapeva chi fosse il nostro candidato a presidente del consiglio: Prodi, D'Alema, Amato, Rutelli… Un errore che ha disorientato il nostro popolo.

Siamo i promotori della confederazione e non a caso ci siamo mossi giocando d'anticipo, in mare aperto. La "confederazione possibile" non sarà un pranzo di gala. Per questo ho insistito nella relazione sul tema dell'autonomia del partito: dentro un contenitore più ampio, le spinte centrifughe sono più facili. Non salvano chi le esercita, ma ci saranno. L'autonomia e l'identità comunista diventano quindi essenziali.

Alcuni compagni hanno sottolineato negativamente che a Firenze, all'iniziativa di Cofferati, noi non eravamo sul palco. C'è una motivazione, compagni. La decisione presa era che ci fossero un esponente dei Ds e uno della Margherita, i due maggiori partiti del centrosinistra, più un esponente del partito che non è d'accordo con Cofferati, e cioè Rifondazione. Ci è sembrato ragionevole. L'alternativa era portare tutti sul palco, saremmo stati una folla: noi, Pecoraro Scanio, Boselli, Mastella, la Sbarbati...

Il problema vero, dunque, che dobbiamo affrontare è il rafforzamento del partito per non subire negativamente i rapporti di forza all'interno della confederazione. Quindi autonomia, identità e rafforzamento. Dobbiamo lavorare per avere più voti, più iscritti e dobbiamo avere un partito attrezzato.

Vengo dunque ai temi più direttamente del partito. Siamo in campo su tutte le grandi questioni: pace, lavoro, questioni sociali, Costituzione e antifascismo. Puntiamo molto sul convengo sull'antifascismo organizzato dal dipartimento cultura a Roma nel pomeriggio del 17 gennaio. Quindi andremo a Cuba. Poi, organizzato da Rinascita ci sarà a Roma, il 6 febbraio un dibattito importante, un forum con me, Mussi, Benettollo, presidente dell'Arci ed Agnoletto. Il 14 febbraio ed il 22 marzo, prima in Piemonte e poi in Lombardia, ci saranno due appuntamenti per ricordare l'attualità del pensiero togliattiano sulle alleanze. Entro marzo-aprile terremo la nostra conferenza nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori che dovrà essere preceduta dal seminario sul Mezzogiorno. Sulla scuola stiamo producendo (ed abbiamo già tenuto) iniziative e proposte di qualità.

Anche nei territori occorre produrre iniziative. In metà Italia manca l'acqua, non ci sono le strade, i malavitosi girano indisturbati. Il partito esiste se esiste non solo a livello centrale ma anche nei territori.

Abbiamo scelto, pur essendo piccoli, il modello tradizionale del partito pesante. Bisogna dare seguito alla nostra scelta. Apparire in televisione conta immensamente, ma quanto conta il lavoro sul territorio, quello che una volta chiamavamo il lavoro capillare? Quanto costa? Non ci sono risorse? Usate mezzi semplici, riscoprite il volantinaggio. So bene quanto è duro, cari compagni, ma è l'unica strada per far crescere il partito.

Ho lasciato volutamente per ultimo il tema del lavoro che ha appassionato il dibattito.

Al congresso di Bellaria, nel documento sul partito, abbiamo assunto, unico partito della sinistra, il tema della contraddizione capitale-lavoro come fondante per i comunisti. E il nostro orizzonte strategico rimane, altrimenti avremmo dovuto cambiare nome, quello del superamento del capitalismo. Quindi, almeno a livello teorico, ci siamo. Abbiamo però ritardi nella prassi. Sono disponibile, e con me la segreteria e la direzione del partito e, auspico, l'intero comitato centrale, a raccogliere le indicazioni e i suggerimenti che vengono da tutti i compagni. Qui non ci sono compagni in linea e compagni eretici. Tutti i compagni hanno eguale dignità e possibilità di proporre le proprie ipotesi in questo organismo dirigente. Accolgo con favore gli interventi dei compagni sul tema del soggetto della trasformazione, anche se personalmente non credo che esso possa essere individuato esclusivamente nel lavoro dipendente. Anche perché la Costituzione repubblicana all'articolo 1 dice che "L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro". Il termine lavoro può essere letto in molti modi, ma è un'accezione che comprende non solo il lavoro dipendente in senso stretto, ma anche il lavoro autonomo, l'artigianato, il piccolo commercio, anche la piccolissima impresa. Il confine tra artigianato e piccola impresa è a volte labile. Ma non c'è il minimo dubbio che per noi comunisti la contraddizione fondante sia quella che ho detto in apertura. Ne discuteremo in maniera non ipocrita rispetto al documento avanzato da alcuni compagni, anche del nostro partito, da un pezzo piccolo dei Ds, dai dirigenti principali della Fiom e da altre personalità del mondo della sinistra. Prendo atto che qui nessuno vuole fare il partito del lavoro. Benissimo. Prendo atto che nessuno vuole superare il nostro partito. Ancora meglio. Non c'è da parte mia nessuna voglia di "scomunicare" alcuno: è esattamente il contrario. Come ho detto nella relazione, accetto la sfida politica, di contenuto, che quel documento pone, rilanciando sui temi del lavoro. Ma il punto non è questo. Come sapete, anche a costo di qualche sgradevolezza, cerco sempre di dire quello che penso e in una riunione di organismo dirigente credo che sia mio dovere farlo. Il punto non è mettere il lavoro al centro del nostro orizzonte perché, se fosse questo, lo avrei sottoscritto. Il punto è un altro. Faccio una domanda molto semplice ai compagni del nostro partito che hanno firmato quel documento. Perché avete chiesto di firmare il documento a Salvi, a Tortorella e non a me? Questa è la domanda alla quale non ho ancora ricevuto risposta. Si poteva lavorare affinché quel testo avesse l'adesione anche di dirigenti di primo piano del partito. Perché non è stato fatto? Io lo avrei firmato, avrei ovviamente chiesto qualche correzione, ma perché rivolgersi ad un esponente dei Ds e ad un esponente dell'Ars e non ai dirigenti del proprio partito? Se ne poteva discutere tra noi come abbiamo discusso tante altre cose.

Sono convinto tuttavia che questa riunione del Comitato centrale possa farci fare un passo in avanti. Ho ascoltato tutti gli interventi con grande interesse. Di qualcuno condivido la totalità, di altri meno, ma si è trattato di un confronto leale, libero. Che ci aiuta.

In merito al referendum per l'estensione dell'articolo 18, ribadisco che sono per rinviare la nostra discussione. Per avere il quadro di come si posizioneranno gli altri e non per aspettare il giudizio di altri e poi decidere. Questo è un punto che mi offende anche sul piano personale ed essendo io il segretario di questo partito l'offesa ha anche una rilevanza politica. Noi non aspetteremo a decidere e non determineremo l'esito della nostra decisione sulla base di quello che deciderà Sergio Cofferati. Come tutti i presenti sanno, io esercito una infinita pazienza nell'ascoltare tutti, ma poi c'è una sola persona al mondo, ed è da trent'anni che faccio vita politica, che può influenzare le mie scelte. Quella persona non è fuori dal partito, è qui, seduta a quel tavolo, è il presidente di questo partito. Non c'è intenzione di attendere il giudizio di altri. Il rinvio è determinato dall'esigenza di ascoltare il maggior numero possibile di compagni, di non arrivare ad una decisione che sia una forzatura, che laceri, che divida, ma che sia viceversa la più largamente condivisa. Io, come sempre, auspico l'unanimità. È una vecchia pulsione. Anche perché dobbiamo prepararci ad affrontare elezioni amministrative micidiali. Le provinciali di Roma: tre milioni di elettori. Tutte le province della Sicilia: sei milioni di elettori. Provinciali in altre singole realtà. Moltissime elezioni comunali rilevanti, capoluoghi. Le regionali del Friuli Venezia Giulia, banco di prova per noi importantissimo. E poi, successivamente, sempre nel 2003, le regionali del Trentino Alto Adige.

Dopo il risultato negativo delle politiche c'eravamo dati un programma triennale fino all'appuntamento delle europee del 2004. Perché sono quelle a base proporzionale e sono puramente di orientamento politico. La prima tappa sono state le amministrative dello scorso anno e sono andate bene. Solo chi vuole attaccare il gruppo dirigente per il gusto di farlo non lo riconosce, visto che siamo l'unico partito che ha aumentato sia in percentuale che in termine assoluti i propri voti. La seconda tappa è quella di quest'anno: tutti i compagni devono sentirsi coinvolti e responsabilizzati. Chi vi parla ha accettato di candidarsi alle provinciali di Roma in un collegio della città. Tutti devono sentirsi precettati per la campagna elettorale, anche i compagni delle realtà dove non si vota. E, a proposito di autostima e a proposito di partito, è bene ribadire che ci presenteremo con il nostro simbolo in tutte le tornate elettorali amministrative. Senza incertezze. Ho parlato con molti compagni impegnati nella predisposizione delle liste. Dove siamo più fragili c'è la tentazione di biciclette, tricicli o altro. L'esperienza dello scorso anno ci dice che dove siamo andati con il simbolo abbiamo avuto dei bei voti, anche in realtà dove sembrava impossibile, mentre dove abbiamo fatto esperienze di altra natura le cose sono andate male.

Ho finito, cari compagni, ma non voglio sottrarmi ad un ultimo punto. Resto alla metafora marinara: sino ad ora abbiamo navigato sotto costa, in mari conosciuti. Con la proposta che questo comitato centrale si appresta a votare ci stiamo inoltrando in mare aperto. Dobbiamo rafforzare il partito per i motivi già detti, ma questo partito deve anche cercare di essere più unito e più solidale al suo interno. Non sono un boy scout, non credo al buonismo, anzi credo esattamente al contrario. La mia è un'esigenza politica, non di ordine amicale. Nel passato alcuni compagni autorevoli, ai quali tra l'altro ero personalmente legato, hanno fatto scelte spesso determinate da questioni inerenti i propri destini individuali. Che fine hanno fatto? Non c'è salvezza fuori dal partito. E proprio questo è il tema sul quale invito i compagni a riflettere, proprio sul piano del costume.

Vi è stato chi ci ha un po' rimproverato perché in televisione, oltre a me, vanno altri compagni, mentre ad esempio i Verdi hanno una sola voce, una sola faccia, quella di Pecoraio Scanio. Ma questo è un fatto benefico, non negativo! Io sono per allargare il gruppo dirigente e, nell'epoca odierna, significa anche farlo conoscere. Sono perché si moltiplichino quelli che vanno in televisione, così che possano essere conosciuti. E uno dei compiti che mi sono dato a Bellaria è proprio quello di allargare il gruppo dirigente e non di restringerlo. Non di canalizzare l'attenzione su di me che per altro sono del tutto inadatto, caratterialmente, ad assumere atteggiamenti di questa natura. L'ho detto pubblicamente a Bellaria. Voglio finire anche oggi su questo. Ai compagni che mi dicono che devo andare di più in televisione, io rispondo che è vero, hanno ragione. E tuttavia dovete assumere come un fatto positivo che il segretario di questo partito è, da questo punto di vista, l'esatto contrario del segretario che avevamo a Rifondazione. Non è un vezzo, né il fatto che io sia schivo caratterialmente. Ha a che fare con la formazione del partito e del gruppo dirigente. Io mi trovo più a mio agio in un palazzo del partito comunista ad Hanoi che nei salotti alla moda: e credo che questo sia un fatto positivo per il partito. Serve a renderlo più forte e soprattutto più stimato dalle masse, che nei salotti alla moda non ci vanno di sicuro.



COMITATO CENTRALE
dell'11 e 12  gennaio 2003
- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto
- L'ordine del giorno conclusivo

COMITATO CENTRALE del 29 e 30 giugno 2002
- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta

COMITATO CENTRALE del 26 gennaio 2002

La relazione del Segretario, O. Diliberto
"Due campagne nazionali su giustizia e lavoro"
Le conclusioni di Diliberto
"Il partito cresce ovunque, continuiamo così"