|
Abbiamo svolto una discussione
importante e positiva. Una discussione molto libera, perché è
comprensibile che in una fase come questa ci siano dubbi,
questioni ancora non chiarite. La nebulosa della "confederazione
possibile", che qualcuno chiama rete, arcipelago, è ancora tutta
da definire, da inquadrare. E' inedita, nessuno ha un modello
prefissato e dunque un conto è l'enunciazione, un altro è come
concretamente si farà e se si farà.
Vorrei ripartire rapidamente da
alcuni punti di analisi. Credo che non sia inutile soffermare la
nostra attenzione su quello che è successo a Verona,
nell'aggressione all'esponente delle comunità islamiche. Non
tanto l'aggressione quanto il comportamento della polizia fanno
parte di un quadro nel quale assieme alla violenza fisica degli
squadristi inizia ad esserci, non voglio dire la connivenza, ma
la non reazione, una sorta di tolleranza di tali fenomeni
squadristici, di pezzi delle forze dell'ordine. Non di tutti,
per fortuna. Ma tutto ciò è enormemente inquietante perché ci
riporta al periodo più nero della storia italiana, quando i
fascisti assaltavano le case del popolo e la polizia o i
carabinieri del re stavano a guardare. Aggiungiamo che solo
nell'ultima settimana sono stati compiuti due attentati di
matrice fascista, uno a Reggio Calabria e uno a Pachino, in
Sicilia, contro nostre sedi, e il quadro diventa ancor più
inquietante.
In questo quadro ci sono i tre
punti di cui parlava Cossutta, in un intervento che condivido
totalmente, e che io stesso avevo sottolineato nella relazione:
la guerra, lo scontro sociale e l'allarme per il quadro
democratico.
La guerra ci sarà. Non la
vogliamo, ci battiamo contro, ma basta vedere quello che c'è sui
giornali. Ieri sera al tg ho sentito una cosa veramente
stravagante. Il dipartimento di Stato americano ha detto: "E'
Saddam che deve dare le prove di non avere le armi di
distruzione di massa". Come chiunque sa, a livello processuale
c'è una cosa tecnicamente impossibile, quella di provare la
propria innocenza, tant'è che in tutti i Paesi del mondo è
obbligo dell'accusa provare la colpa. La guerra si farà e tutto
il quadro internazionale è preoccupante. E' vero che c'è stata
la vittoria di Lula e la vittoria in Ecuador di un altro
esponente dei movimenti di sinistra, ma è altrettanto vero che
in Venezuela, guarda caso quarto produttore mondiale di
petrolio, c'è uno scenario di tipo cileno, pre-golpista. Un
golpe c'è stato già poco tempo fa, durato meno di 24 ore per la
reazione popolare e di pezzi dell'esercito che hanno rimesso
Chavez al posto che gli spetta, essendo stato egli eletto
democraticamente. Ma il rischio di una deriva cilena in
Venezuela è altissimo. Ricordate chi è stato il presidente che
per 24 ore ha preso il posto di Chavez? Il presidente della
Confindustria del Venezuela. Senza nemmeno la mediazione della
politica o dei militari, come è accaduto altrove, ma
direttamente, con la benedizione degli Usa, avviene un golpe:
antimperialista sul versante internazionale, perché il Venezuela
dà il petrolio a Cuba; di classe nel senso più squisito del
termine, visto che i padroni si impossessano direttamente dello
Stato. La Nord Corea, che potenzialmente rappresenta per gli Usa
un pericolo maggiore di Saddam, tutto sommato viene trattata in
maniera meno grave di quanto non avvenga per l'Iraq. L'analisi
che facciamo - Venezuela-petrolio, Iraq-petrolio - ci dice che
siamo in presenza di un quadro classicamente colonialista e/o
imperialista. E' finito l'equilibrio dentro il quale c'era un
bilanciamento di interessi. Avvenivano, è vero, molte guerre
locali, ma la logica neocoloniale non era possibile in virtù di
quell'equilibrio. Oggi, finita come sappiamo l'Urss, resta il
tentativo del dominio imperiale da parte degli Usa.
Anche lo scontro sociale che c'è
in Italia rischia di essere oscurato della guerra. Parlo del
versante informativo, del versante dell'opinione pubblica, delle
stesse battaglie della sinistra. Ma nel 2003 lo scontro sociale
sarà asperrimo. Il rinnovo dei contratti che ripropone
fortemente la questione salariale, la riforma delle pensioni su
cui c'è stata un'apertura sciagurata da parte del gruppo
dirigente dei Ds, l'intreccio tra salario e stato sociale, come
guarentigia fondamentale del potere d'acquisto. Pensate quel che
accadrà del potere d'acquisto dei salari se si dovessero pagare
i servizi sociali essenziali. Tutto questo si collega con il
terzo tema, quello della Costituzione e del quadro democratico.
Non sono due cose distinte, perché l'attacco all'universalità
dei diritti relativamente al tema delle istituzioni è l'altra
faccia della stessa medaglia: l'attacco ai diritti sociali
previsti dalla Costituzione repubblicana.
Al congresso di Bellaria
scrivemmo nei documenti che ci trovavamo di fronte al rischio di
un regime. Rischio di regime di cui ha parlato Cossutta e che si
fa ogni giorno più concreto. Non siamo un partito che parla a
vanvera. L'espressione regime vuol dire cose precise. Non il
regime dell'olio di ricino, siamo in Europa ed è difficile
immaginarlo, ma un inedito regime reazionario di massa, usando
una espressione togliattiana, fondato sul controllo assoluto dei
mezzi di informazione e (inutile nasconderlo) sul consenso di
larghi pezzi della popolazione. Tutto questo ha a che fare con
le riforme costituzionali, con il tema dell'informazione e anche
con il grande tema dei diritti civili. Ieri abbiamo ricordato
l'aggressione ai due giovani gay di Bologna, ai quali abbiamo
manifestato la nostra solidarietà, ma tutto il tema dei diritti
delle donne è oggi in discussione. Diritti delle donne, diritti
delle minoranze, delle diversità anche sessuali, diritti degli
immigrati. Un risorgere forte di fenomeni di intolleranza e di
razzismo di massa in cui passa l'idea che gli immigrati siano
solo "ospiti" e debbano comportarsi in un certo modo, altrimenti
è giusto sprangarli. Pensate a quello che succede negli stadi,
nelle periferie delle grandi città, dove c'è la caccia agli
immigrati. Sta cambiando nel profondo l'orientamento di massa,
il senso comune. E sul versante della giustizia, come ho detto
nella relazione, anche se molto fugacemente, stiamo dalla parte
dei magistrati che all'inaugurazione dell'anno giudiziario si
presenteranno con il testo della Costituzione. Perché la difesa
dell'indipendenza della magistratura è in realtà la difesa del
principio della eguaglianza dei cittadini davanti alla legge
previsto dalla nostra Costituzione. Detto questo, credo che
sarebbe utile organizzare un seminario di partito sui temi della
giustizia, con i compagni operatori del settore ed alla presenza
dei dirigenti di partito, per elaborare un nostro orientamento.
Abbiamo da qualche mese nominato responsabile del settore
giustizia il compagno Pastore, che era un illustre membro del
Consiglio Superiore della Magistratura sino a pochi mesi fa.
Siamo ora nelle condizioni di ipotizzare un lavoro organico su
questa materia per trovare un equilibrio tra due esigenze
entrambe giuste: quella della difesa della magistratura, in
particolare dall'interferenza del potere politico, e
contemporaneamente una riforma del processo penale che non può
essere scritta sotto dettatura della magistratura. Questo è
essenziale per l'equilibrio democratico: noi non vogliamo
sovvertire i poteri dello Stato e dunque i magistrati sono
indipendenti dal potere politico, ma essi sono soggetti alla
legge e la legge la scrive il parlamento, cioè i rappresentanti
della sovranità del popolo.
Non vorrei, tuttavia, che questo
quadro d'analisi - così preoccupante - sfuggisse quando
dall'analisi passiamo alle proposte. Come dicevo nella relazione
sono convinto che purtroppo la guerra ci sarà e, quando questo
avverrà, farà - come diceva Wiston Churchill - la sua prima
vittima: la verità. Da quel momento non avremo più alcuna
informazione veritiera. La guerra, lo scontro sociale, i rischi
di eversione, il famoso sovversivismo delle classi dirigenti, ci
pongono - come diceva benissimo Cossutta - in una fase di
resistenza. Chi immagina il contrattacco delle masse popolari
per sovvertire i rapporti di forza ed ottenere grandi conquiste,
si fa sciocche illusioni. È dall'89 che siamo in una fase
difensiva. Possiamo persino vincere le elezioni come
centrosinistra, ma la fase resta difensiva.
La linea politica non è un a
priori, non è quello che ci piacerebbe fare, è la conseguenza di
una analisi. Come ci insegnavano i nostri maestri, se si sbaglia
l'analisi, si sbaglia poi tutto. Ma io non credo che stiamo
sbagliando. Probabilmente siamo stati tra i primi a individuare
i pericoli involutivi della realtà sociale e politica italiana:
ricordate quando mettevano in guardia contro il rischio della
vittoria della destra? È da qui che nasce la nostra linea
sull'unità del centrosinistra, tra la sinistra e un pezzo di
schieramento moderato. E' l'antica vocazione unitaria dei
comunisti, ma è anche la dura contingenza dei fatti e l'analisi
della realtà italiana. La Democrazia Cristiana - che noi
comunisti abbiamo fortemente avversato - ha però avuto un
merito: ha tenuto ancorato in una prospettiva democratica un
pezzo di società italiana che era potenzialmente reazionario.
Finito quel partito, spappolato quel blocco sociale
interclassista, il pezzo di società reazionaria si è spostato
all'estrema destra. Il Msi per cinquant'anni è stato al 6-7%,
qualche volta anche al 3%, sempre in una posizione residuale,
all'estrema destra, con voti non spendibili. Perché c'era quel
grande "corpaccione" della Dc che riusciva ad includere tutto.
Nell'Ulivo si è recuperato un pezzo della vecchia Dc e questo è
molto positivo. Certo, abbiamo spesso opinioni diverse, cosa
ovvia. Ma la politica delle alleanze intesse la storia del Pci e
del movimento operaio. Qualche compagno ci dice: "Dobbiamo
scomporre per poi ricomporre". Mi preoccupa l'idea di scomporre
una cosa che fa oggi da argine, e per giunta ancora così
debolmente, a pulsioni eversive. Perché non so se riuscirò a
ricomporla. Lo dico con fraternità a chi ha avanzato questa
proposta, sto cercando di ragionare insieme a lui. Ogni
scomposizione genera odi incrollabili ed è complicatissimo
ricomporre quanto si è scomposto. Cossutta lo ha detto bene:
Bertinotti teorizzava le due sinistre, adesso sono diventate
tre, poi saranno quattro, poi nove. È un'idea tutta politicista
che distrugge lo schieramento democratico.
A volte è una fatica stare
insieme, ma il nostro dovere è questo e non ne vedo altro. Lo
considero l'orizzonte strategico. Ma all'interno del
centrosinistra lavoro anche per costruire la confederazione. La
"confederazione possibile" non è un arretramento. La nostra
proposta è rivolta a tutti, a tutti i partiti della sinistra, ma
visto che alcuni testardamente, e secondo me sbagliando
gravemente, non la accettano, la rivolgiamo alle forze -
partiti, pezzi di partiti, movimenti, associazioni - che come
noi avvertono l'esigenza di una sinistra più forte ed unita. La
aggiorniamo perché in questo anno che ci separa da Bellaria sono
intervenute novità nel mondo politico, grandi novità di cui sono
obbligato a tener conto, rappresentate dai movimenti nelle due
accezioni: la prima è quella che secondo me è la principale, la
rinascita dello scontro di classe, grazie all'opera della Cgil
ed a Sergio Cofferati che ha avuto il coraggio politico di
rompere l'unità sindacale, di non firmare il Patto per l'Italia,
di indire lo sciopero generale e la manifestazione del 23 marzo
senza Cisl e Uil. Mentre la seconda è quella rappresentata dai
movimenti, dai girotondi, che sono cosa diversa dal movimento
no-global, che sono cosa diversa dal movimento per la pace. Ma
tutti testimoniamo una nuova voglia di protagonismo, determinata
largamente dalla paura che ha il nostro popolo del governo
Berlusconi e dalla inadeguatezza del gruppo dirigente
dell'Ulivo, perché altrimenti i movimenti non sarebbero sorti in
modo così autonomo e separato. Un nuovo protagonismo che ha dei
rischi. C'è il rischio di leaderismo e di plebiscitarismo anche
a sinistra? Sì. C'è il rischio di una idea pre-politica di
sinistra? Sì. Il nostro cimento è allora quello di dare uno
sbocco politico, e dunque anche istituzionale, ai movimenti.
Occorre trovare la formula politico-organizzativa e la nuova
leadership. Il tema all'ordine del giorno è l'unificazione
politica di tutti questi pezzi di società ed insieme
l'unificazione politica di movimenti, partiti ed istituzioni.
Cosa difficilissima.
Chi dice che noi saremmo
subalterni a Cofferati dà un giudizio scorretto ed ingeneroso.
Abbiamo avanzato la proposta della Confederazione quando era
ancora segretario della Cgil e nessuno ipotizzava suoi ruoli
politici: la nostra proposta risale infatti al 2000, ben prima
di Bellaria. Cofferati ha poi conquistato il suo ruolo sul
campo, con le lotte. Mentre a capo dell'Ulivo - non aggiungo
nulla a quello che ha detto Cossutta - non vedo altri che Prodi,
se egli deciderà di tornare in Italia a fare politica.
Rischieremmo altrimenti di finire come nel 2001, quando a sei
mesi dalle elezioni non si sapeva chi fosse il nostro candidato
a presidente del consiglio: Prodi, D'Alema, Amato, Rutelli… Un
errore che ha disorientato il nostro popolo.
Siamo i promotori della
confederazione e non a caso ci siamo mossi giocando d'anticipo,
in mare aperto. La "confederazione possibile" non sarà un pranzo
di gala. Per questo ho insistito nella relazione sul tema
dell'autonomia del partito: dentro un contenitore più ampio, le
spinte centrifughe sono più facili. Non salvano chi le esercita,
ma ci saranno. L'autonomia e l'identità comunista diventano
quindi essenziali.
Alcuni compagni hanno
sottolineato negativamente che a Firenze, all'iniziativa di
Cofferati, noi non eravamo sul palco. C'è una motivazione,
compagni. La decisione presa era che ci fossero un esponente dei
Ds e uno della Margherita, i due maggiori partiti del
centrosinistra, più un esponente del partito che non è d'accordo
con Cofferati, e cioè Rifondazione. Ci è sembrato ragionevole.
L'alternativa era portare tutti sul palco, saremmo stati una
folla: noi, Pecoraro Scanio, Boselli, Mastella, la Sbarbati...
Il problema vero, dunque, che
dobbiamo affrontare è il rafforzamento del partito per non
subire negativamente i rapporti di forza all'interno della
confederazione. Quindi autonomia, identità e rafforzamento.
Dobbiamo lavorare per avere più voti, più iscritti e dobbiamo
avere un partito attrezzato.
Vengo dunque ai temi più
direttamente del partito. Siamo in campo su tutte le grandi
questioni: pace, lavoro, questioni sociali, Costituzione e
antifascismo. Puntiamo molto sul convengo sull'antifascismo
organizzato dal dipartimento cultura a Roma nel pomeriggio del
17 gennaio. Quindi andremo a Cuba. Poi, organizzato da Rinascita
ci sarà a Roma, il 6 febbraio un dibattito importante, un forum
con me, Mussi, Benettollo, presidente dell'Arci ed Agnoletto. Il
14 febbraio ed il 22 marzo, prima in Piemonte e poi in
Lombardia, ci saranno due appuntamenti per ricordare l'attualità
del pensiero togliattiano sulle alleanze. Entro marzo-aprile
terremo la nostra conferenza nazionale delle lavoratrici e dei
lavoratori che dovrà essere preceduta dal seminario sul
Mezzogiorno. Sulla scuola stiamo producendo (ed abbiamo già
tenuto) iniziative e proposte di qualità.
Anche nei territori occorre
produrre iniziative. In metà Italia manca l'acqua, non ci sono
le strade, i malavitosi girano indisturbati. Il partito esiste
se esiste non solo a livello centrale ma anche nei territori.
Abbiamo scelto, pur essendo
piccoli, il modello tradizionale del partito pesante. Bisogna
dare seguito alla nostra scelta. Apparire in televisione conta
immensamente, ma quanto conta il lavoro sul territorio, quello
che una volta chiamavamo il lavoro capillare? Quanto costa? Non
ci sono risorse? Usate mezzi semplici, riscoprite il
volantinaggio. So bene quanto è duro, cari compagni, ma è
l'unica strada per far crescere il partito.
Ho lasciato volutamente per
ultimo il tema del lavoro che ha appassionato il dibattito.
Al congresso di Bellaria, nel
documento sul partito, abbiamo assunto, unico partito della
sinistra, il tema della contraddizione capitale-lavoro come
fondante per i comunisti. E il nostro orizzonte strategico
rimane, altrimenti avremmo dovuto cambiare nome, quello del
superamento del capitalismo. Quindi, almeno a livello teorico,
ci siamo. Abbiamo però ritardi nella prassi. Sono disponibile, e
con me la segreteria e la direzione del partito e, auspico,
l'intero comitato centrale, a raccogliere le indicazioni e i
suggerimenti che vengono da tutti i compagni. Qui non ci sono
compagni in linea e compagni eretici. Tutti i compagni hanno
eguale dignità e possibilità di proporre le proprie ipotesi in
questo organismo dirigente. Accolgo con favore gli interventi
dei compagni sul tema del soggetto della trasformazione, anche
se personalmente non credo che esso possa essere individuato
esclusivamente nel lavoro dipendente. Anche perché la
Costituzione repubblicana all'articolo 1 dice che "L'Italia è
una Repubblica democratica fondata sul lavoro". Il termine
lavoro può essere letto in molti modi, ma è un'accezione che
comprende non solo il lavoro dipendente in senso stretto, ma
anche il lavoro autonomo, l'artigianato, il piccolo commercio,
anche la piccolissima impresa. Il confine tra artigianato e
piccola impresa è a volte labile. Ma non c'è il minimo dubbio
che per noi comunisti la contraddizione fondante sia quella che
ho detto in apertura. Ne discuteremo in maniera non ipocrita
rispetto al documento avanzato da alcuni compagni, anche del
nostro partito, da un pezzo piccolo dei Ds, dai dirigenti
principali della Fiom e da altre personalità del mondo della
sinistra. Prendo atto che qui nessuno vuole fare il partito del
lavoro. Benissimo. Prendo atto che nessuno vuole superare il
nostro partito. Ancora meglio. Non c'è da parte mia nessuna
voglia di "scomunicare" alcuno: è esattamente il contrario. Come
ho detto nella relazione, accetto la sfida politica, di
contenuto, che quel documento pone, rilanciando sui temi del
lavoro. Ma il punto non è questo. Come sapete, anche a costo di
qualche sgradevolezza, cerco sempre di dire quello che penso e
in una riunione di organismo dirigente credo che sia mio dovere
farlo. Il punto non è mettere il lavoro al centro del nostro
orizzonte perché, se fosse questo, lo avrei sottoscritto. Il
punto è un altro. Faccio una domanda molto semplice ai compagni
del nostro partito che hanno firmato quel documento. Perché
avete chiesto di firmare il documento a Salvi, a Tortorella e
non a me? Questa è la domanda alla quale non ho ancora ricevuto
risposta. Si poteva lavorare affinché quel testo avesse
l'adesione anche di dirigenti di primo piano del partito. Perché
non è stato fatto? Io lo avrei firmato, avrei ovviamente chiesto
qualche correzione, ma perché rivolgersi ad un esponente dei Ds
e ad un esponente dell'Ars e non ai dirigenti del proprio
partito? Se ne poteva discutere tra noi come abbiamo discusso
tante altre cose.
Sono convinto tuttavia che questa
riunione del Comitato centrale possa farci fare un passo in
avanti. Ho ascoltato tutti gli interventi con grande interesse.
Di qualcuno condivido la totalità, di altri meno, ma si è
trattato di un confronto leale, libero. Che ci aiuta.
In merito al referendum per
l'estensione dell'articolo 18, ribadisco che sono per rinviare
la nostra discussione. Per avere il quadro di come si
posizioneranno gli altri e non per aspettare il giudizio di
altri e poi decidere. Questo è un punto che mi offende anche sul
piano personale ed essendo io il segretario di questo partito
l'offesa ha anche una rilevanza politica. Noi non aspetteremo a
decidere e non determineremo l'esito della nostra decisione
sulla base di quello che deciderà Sergio Cofferati. Come tutti i
presenti sanno, io esercito una infinita pazienza nell'ascoltare
tutti, ma poi c'è una sola persona al mondo, ed è da trent'anni
che faccio vita politica, che può influenzare le mie scelte.
Quella persona non è fuori dal partito, è qui, seduta a quel
tavolo, è il presidente di questo partito. Non c'è intenzione di
attendere il giudizio di altri. Il rinvio è determinato
dall'esigenza di ascoltare il maggior numero possibile di
compagni, di non arrivare ad una decisione che sia una
forzatura, che laceri, che divida, ma che sia viceversa la più
largamente condivisa. Io, come sempre, auspico l'unanimità. È
una vecchia pulsione. Anche perché dobbiamo prepararci ad
affrontare elezioni amministrative micidiali. Le provinciali di
Roma: tre milioni di elettori. Tutte le province della Sicilia:
sei milioni di elettori. Provinciali in altre singole realtà.
Moltissime elezioni comunali rilevanti, capoluoghi. Le regionali
del Friuli Venezia Giulia, banco di prova per noi
importantissimo. E poi, successivamente, sempre nel 2003, le
regionali del Trentino Alto Adige.
Dopo il risultato negativo delle
politiche c'eravamo dati un programma triennale fino
all'appuntamento delle europee del 2004. Perché sono quelle a
base proporzionale e sono puramente di orientamento politico. La
prima tappa sono state le amministrative dello scorso anno e
sono andate bene. Solo chi vuole attaccare il gruppo dirigente
per il gusto di farlo non lo riconosce, visto che siamo l'unico
partito che ha aumentato sia in percentuale che in termine
assoluti i propri voti. La seconda tappa è quella di quest'anno:
tutti i compagni devono sentirsi coinvolti e responsabilizzati.
Chi vi parla ha accettato di candidarsi alle provinciali di Roma
in un collegio della città. Tutti devono sentirsi precettati per
la campagna elettorale, anche i compagni delle realtà dove non
si vota. E, a proposito di autostima e a proposito di partito, è
bene ribadire che ci presenteremo con il nostro simbolo in tutte
le tornate elettorali amministrative. Senza incertezze. Ho
parlato con molti compagni impegnati nella predisposizione delle
liste. Dove siamo più fragili c'è la tentazione di biciclette,
tricicli o altro. L'esperienza dello scorso anno ci dice che
dove siamo andati con il simbolo abbiamo avuto dei bei voti,
anche in realtà dove sembrava impossibile, mentre dove abbiamo
fatto esperienze di altra natura le cose sono andate male.
Ho finito, cari compagni, ma non
voglio sottrarmi ad un ultimo punto. Resto alla metafora
marinara: sino ad ora abbiamo navigato sotto costa, in mari
conosciuti. Con la proposta che questo comitato centrale si
appresta a votare ci stiamo inoltrando in mare aperto. Dobbiamo
rafforzare il partito per i motivi già detti, ma questo partito
deve anche cercare di essere più unito e più solidale al suo
interno. Non sono un boy scout, non credo al buonismo, anzi
credo esattamente al contrario. La mia è un'esigenza politica,
non di ordine amicale. Nel passato alcuni compagni autorevoli,
ai quali tra l'altro ero personalmente legato, hanno fatto
scelte spesso determinate da questioni inerenti i propri destini
individuali. Che fine hanno fatto? Non c'è salvezza fuori dal
partito. E proprio questo è il tema sul quale invito i compagni
a riflettere, proprio sul piano del costume.
Vi è stato chi ci ha un po'
rimproverato perché in televisione, oltre a me, vanno altri
compagni, mentre ad esempio i Verdi hanno una sola voce, una
sola faccia, quella di Pecoraio Scanio. Ma questo è un fatto
benefico, non negativo! Io sono per allargare il gruppo
dirigente e, nell'epoca odierna, significa anche farlo
conoscere. Sono perché si moltiplichino quelli che vanno in
televisione, così che possano essere conosciuti. E uno dei
compiti che mi sono dato a Bellaria è proprio quello di
allargare il gruppo dirigente e non di restringerlo. Non di
canalizzare l'attenzione su di me che per altro sono del tutto
inadatto, caratterialmente, ad assumere atteggiamenti di questa
natura. L'ho detto pubblicamente a Bellaria. Voglio finire anche
oggi su questo. Ai compagni che mi dicono che devo andare di più
in televisione, io rispondo che è vero, hanno ragione. E
tuttavia dovete assumere come un fatto positivo che il
segretario di questo partito è, da questo punto di vista,
l'esatto contrario del segretario che avevamo a Rifondazione.
Non è un vezzo, né il fatto che io sia schivo caratterialmente.
Ha a che fare con la formazione del partito e del gruppo
dirigente. Io mi trovo più a mio agio in un palazzo del partito
comunista ad Hanoi che nei salotti alla moda: e credo che questo
sia un fatto positivo per il partito. Serve a renderlo più forte
e soprattutto più stimato dalle masse, che nei salotti alla moda
non ci vanno di sicuro. |