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E' evidente a tutti i compagni,
anche semplicemente dalla lettura dei giornali di ieri e di
oggi, che il 2003 sarà un anno estremamente impegnativo per il
nostro partito ed anche per tutta la sinistra ed il
centrosinistra. La situazione appare in movimento e ci
suggerisce di rilanciare la linea del nostro congresso nazionale
aggiornandola alle novità intercorse nell'anno politico che
abbiamo alle spalle.
Voglio partire, sia pur
rapidamente, da alcuni elementi di analisi relativi all'attuale
fase politica sul fronte interno ed internazionale.
Sul fronte interno stiamo
affrontando, per la prima volta dopo tantissimi anni, una crisi
economica e industriale devastante, con un pesantissimo deficit
del bilancio pubblico e la ripresa massiccia - sono dati di
Confindustria - dell'evasione e dell'elusione fiscale. Non
poteva essere diversamente visto che per un anno, un anno e
mezzo, si è promesso il condono fiscale. C'è inoltre
un'inflazione ed un aumento dei prezzi che, al di là dello
scontro tra Istat ed Eurispes, sono in oggettivo, grande
aumento.
Questo pone a tutti noi - e pone
ai sindacati - un problema molto serio. Siamo nella fase di
apertura del rinnovo delle vertenze contrattuali, circa 8
milioni di lavoratori coinvolti. E' ovvio che i rinnovi
contrattuali non potranno essere fatti sulla base
dell'inflazione programmata, cioè quella prevista nel documento
di programmazione economico-finanziaria, che è assolutamente
ridicola. Il tema del salario diventerà centrale anche dal punto
di vista dell'impegno del nostro partito.
D'altro canto le prospettive
negative di crescita peggiorano la crisi che è evidentemente
l'elemento più deflagrante. Sono stati annunciati migliaia di
esuberi non solo in Fiat, ma anche in Pirelli, il settore
alimentare è gravemente in crisi, e non soltanto la Cirio, e
tutto il settore tessile sta dando primi segnali di difficoltà.
Una crisi industriale complessiva che deve tenere desta
l'attenzione del nostro partito, nella stessa misura nella quale
siamo riusciti ad essere protagonisti della vicenda Fiat.
Il Sud sta progressivamente
attraversando una fase che lo ricolloca ai livelli peggiori
della storia italiana, quando alla disoccupazione ed alla
frantumazione delle difese sociali si è sempre accompagnato il
legame tra la malavita organizzata, il malaffare, l'economia ed
il livello della direzione politica. Non mi riferisco solo
all'en plein fatto dalla Casa della Libertà in Sicilia, con
tutti i collegi conquistati sia alla Camera che al Senato. C'è
il ricrearsi di un blocco sociale e politico in quasi tutto il
Sud, tranne qualche isola felice, che crea preoccupazioni
nazionali. Una delle proposte operative che avanzo a questo
Comitato centrale a nome della Direzione del partito, è che su
questo tema dobbiamo investire maggiormente rispetto a quanto
abbiamo fatto sinora ed anche rispetto a quanto fanno gli altri
partiti che hanno sostanzialmente derubricato la vecchia
questione meridionale, e organizzare in vista delle prossime
scadenze amministrative, proprio per avere una strumentazione
nostra, per intervenire meglio al Sud, un seminario nazionale di
studio da tenere a breve, nel giro di due mesi, perché la nuova
questione meridionale ha aspetti antichi ma anche aspetti del
tutto inediti, a cominciare dal fatto che il Sud non è più
un'entità unica: per quanto riguarda lo sviluppo economico ci
sono per lo meno tre, quattro, cinque diversi Sud, fino a zone
che hanno uno sviluppo economico analogo al Nord-Est per
cultura, infrastrutture e per i temi della sicurezza e della
giustizia. A questa situazione vanno aggiunti gli aumenti
tariffari indiscriminati ed il taglio selvaggio verso gli EE.LL.
previsto dell'ultima finanziaria: se ne accorgeranno i compagni
amministratori. Già a primavera è possibile che le regioni siano
costrette a introdurre nuovi ticket, nuove imposte, nuove tasse
sui servizi sociali essenziali.
A questo quadro allarmante, si
aggiunge il "macigno" posto dal governo sul tema delle riforme
costituzionali. Da un lato con la cosiddetta devoluzione, che
significa una radicale riforma della Costituzione per cui i
diritti fondamentali - stiamo parlando della scuola, della
sanità, della sicurezza - non hanno il carattere universale
concepito nella Costituzione, ma vengono stabiliti regione per
regione. E' evidentemente uno scardinamento non semplicemente
dei criteri del titolo V della Costituzione, come ci vogliono
far credere, cioè il punto della organizzazione dello Stato, ma
è un durissimo attacco alla parte prima della Costituzione, ai
diritti fondamentali dei cittadini. E' la fine di una
prospettiva complessiva di impianto costituzionale.
A questo si deve aggiungere, in
un intreccio ancora poco chiaro anche all'interno della
cosiddetta Casa delle Libertà, l'ipotesi di elezione diretta del
presidente della Repubblica secondo la versione originaria di
Alleanza nazionale, o del presidente del Consiglio con poteri di
scioglimento del Parlamento, ipotesi per molti versi peggiore.
Come sapete sono abituato a
pesare le parole, ma questa proposta ha autentici caratteri
eversivi, tanto più se coniugata all'attuale sistema
informativo, che condizionerebbe pesantemente qualunque tipo di
elezione diretta.
Da un lato, c'è il carattere
eversivo della proposta, dall'altro c'è il desiderio del governo
di un'agenda politica che distragga l'attenzione dell'opinione
pubblica dai drammi di cui ho parlato: carovita, tariffe,
disoccupazione di massa, scuola e quant'altro.
Un altro elemento di grande
preoccupazione è il risorgere di fenomeni fascisti in senso
stretto. Avrete assistito all'aggressione a un esponente delle
comunità islamiche italiane, addirittura nel corso di una
diretta televisiva. Ma è solo l'ultimo episodio. Nel corso del
2002 si sono succeduti episodi di intolleranza, di razzismo e di
fascismo: assalti ai teatri a Roma, assalto agghiacciante alle
librerie con la distruzione dei libri di autori di sinistra,
siti internet con le liste di proscrizione degli insegnanti
democratici. E potremmo aggiungere tanto altro.
Ho francamente trovato, lo dico
pacatamente, sconcertante l'idea avanzata dal gruppo dirigente
fondamentale della nostra coalizione, cioè dell'Ulivo, di aprire
una prospettiva di dialogo su queste tematiche con la Casa delle
Libertà. La sola idea è un gravissimo errore politico. Non
perché in astratto non ci debba essere un concerto tra
maggioranza e minoranza sulle riforme costituzionali, questo è
nell'abc della storia comunista, ma perché la natura di questa
maggioranza e di queste proposte rende impraticabile una
qualunque ipotesi di accordo. Nel migliore dei casi si
limiterebbero pochissimo i danni e tuttavia si legittimerebbero
questi signori e l'idea eversiva che hanno della Costituzione.
Ed inoltre, accettando nuovamente, come ai tempi della
Bicamerale, il dialogo sulle riforme, il centrosinistra
perderebbe larghi consensi in settori strategici del nostro
elettorato che giustamente non ne vogliono sapere di un dialogo
con Berlusconi, con Fini, con Bossi. E' stata una sciaguratezza
- lo dico fraternamente, ma non trovo altro termine - quella del
segretario nazionale dei Ds che, all'indomani della sentenza
contro Andreotti, ha dichiarato in un'intervista che andava
riaperto il dialogo col Polo sulla giustizia. Quando proprio su
quel terreno il governo Berlusconi ha prodotto le peggiori
nefandezze.
Credo che da questo Comitato
centrale debba quindi giungere ai magistrati, che hanno deciso
di andare all'inaugurazione dell'anno giudiziario con la
Costituzione della Repubblica in mano, la piena solidarietà e la
piena sintonia dei Comunisti Italiani.
La situazione che ho solo
sommariamente riassunto va situata nel contesto internazionale,
ogni giorno più preoccupante. Contrariamente a quel che pensa
qualche osservatore o qualche giornale che ogni tanto titola che
la guerra è meno vicina o che si allontana, la mia opinione è
che la guerra sia già stata largamente decisa. La guerra ci
sarà. Gli Stati Uniti d'America lo hanno chiaramente detto, con
o senza l'Onu, ma ci sarà. E' la dottrina Bush, una strategia
precisa. Bush, all'indomani dell'11 settembre, dichiarò che
un'intera generazione di americani doveva abituarsi a convivere
con la guerra. Guerra come strumento di dominio permanente del
mondo in una versione che vorrei definire neocolonialista, nel
senso classico del termine, e cioè l'occupazione progressiva dei
centri strategici dal punto di vista dell'economia, soprattutto
nelle fonti di energia.
L'Iraq verrà aggredito, verrà
occupato, se ci riusciranno, perché è il secondo produttore
mondiale di petrolio, mentre nel frattempo viene completamente
derubricata la questione palestinese, il che significa che dal
punto di vista della battaglia contro il terrorismo non c'è
nulla in cantiere, nulla che conti. Il terrorismo non esiste
più, l'obiettivo è l'Iraq ed una sporca guerra per il petrolio e
per il dominio del mondo. L'orrendo voto del parlamento degli
Stati Uniti d'America sul brevetto dei farmaci, ci dice che noi
dobbiamo batterci insieme a tutti coloro che vogliono un mondo
diverso, per un modello di globalizzazione diversa da quella
attuale. Dobbiamo continuare ed aumentare il nostro impegno
nella battaglia per la pace entrando ancor più in sintonia con
vastissimi strati popolari che sono contro questa guerra. Io
credo che questo Comitato centrale, nel documento finale, debba
aderire, aiutare e sostenere la raccolta di firme lanciata di
Emergency, l'associazione di Gino Strada, per una legge di
iniziativa popolare che specifichi il contenuto dell'articolo 11
della Costituzione.
Il centrosinistra non è in grado
al momento di mettere a frutto gli errori ed i guasti, i
profondi danni che la destra sta causando al Paese e che le
stanno costando una perdita indubitabile di consenso. C'è una
crisi del centrosinistra che è crisi di leadership, con
un'assenza pressoché totale di regia dal punto di vista
dell'organizzazione del lavoro e delle votazioni parlamentari,
dove l'Ulivo spesso si divide. Non mi riferisco solo all'invio
degli alpini in Afghanistan, ma anche alle questioni
economico-sociali, al mercato del lavoro e quant'altro. Una
crisi del centrosinistra che conferma la scelta che facemmo un
anno fa, quando mi dimisi dal coordinamento nazionale dell'Ulivo
ed il Pdci assunse una linea di autonomia più marcata che nel
passato rispetto al centrosinistra.
Al congresso di Bellaria noi
ragionammo molto sul come stare nel centrosinistra. Oggi io
propongo di riconfermare pienamente quella linea, nella
consapevolezza che anche nelle divisioni il centrosinistra
rappresenta l'orizzonte strategico per il nostro partito e per
l'Italia. Strategico, perché vogliamo sconfiggere Berlusconi;
strategico perché senza il centrosinistra, senza una alleanza
tra la sinistra e il centro moderato ma democratico, l'ipotesi
della vittoria non c'è. Chi vagheggia, come Fausto Bertinotti,
una prospettiva di tipo neofrontista, in cui le forze della
sinistra, da sole, si candidano a riaggregare il fronte
democratico scomponendo però l'Ulivo e il centrosinistra,
condanna la sinistra italiana all'opposizione per altri
cinquant'anni.
Questo è il punto chiave della
nostra strategia. E non mi stancherò mai di sottolinearlo.
Proprio perché siamo comunisti ci poniamo il tema del governo
del Paese, non dell'opposizione. Certo siamo all'opposizione - e
la facciamo e dobbiamo dimostrare di saperla fare - ma con
l'obiettivo di riconquistare il governo. Questa prospettiva
strategica non è in contraddizione con la marcata autonomia del
nostro partito, che abbiamo dimostrato in maniera non equivoca
proprio sulla guerra, sulla crisi industriale, in particolare
sul grande tema della Fiat. I compagni del Piemonte e della
federazione di Torino hanno prodotto un lavoro encomiabile.
Siamo stati l'unico partito non subalterno al gruppo dirigente
della Fiat. L'unico partito in grado di produrre analisi,
proposta ed iniziativa di lotta. Non a caso alle amministrative
di Torino siamo stati premiati dai risultati nella cintura
torinese. Risultati francamente molto incoraggianti. Quando in
un comune di 60.000 abitanti raggiungiamo il 9-10%, è evidente
che si tratta di un risultato straordinario.
All'interno del centrosinistra e
della nostra marcata autonomia, si pone, con maggiore
drammaticità, il tema della sinistra in questo Paese. Sono un
convinto sostenitore del centrosinistra e tuttavia la sinistra
deve recuperare un proprio ruolo complessivo ed autonomo. Senza
mettere in discussione il sistema delle alleanze, ma facendo la
sua parte. Una sinistra che faccia la sinistra ed un centro che
faccia il centro, evitando la competizione autolesionistica tra
Ds e Margherita. E tuttavia la crisi di identità e dei Ds, lo
dico con molta fraternità, ha portato quel partito vicino alla
paralisi. E ad errori gravi: il dialogo con la Casa delle
libertà, i rapporti interni sulle politiche del lavoro, il tema
del governo, quello della giustizia, l'apertura sull'articolo
18. E, da ultimo, la disponibilità a trattare sulla "madre di
tutte le riforme", quella delle pensioni.
C'è uno sbandamento del gruppo
dirigente di quel partito che è culminato qualche giorno fa in
un attacco, incomprensibile in qualunque altro contesto, a
Sergio Cofferati. Per molti versi i Ds sono già essi stessi una
confederazione. C'è tra loro incomunicabilità ed un incredibile
tasso di litigiosità. Nello stesso "correntone" vi sono diverse
opzioni politiche, culturali. Storie diverse. Insomma la
situazione è molto seria. A sua volta Rifondazione,
simmetricamente ai Ds, passa ormai il suo tempo ossessionata
dall'idea che Cofferati possa scendere in politica.
In una situazione così seria,
delicata, difficile, noi dobbiamo aggiornare la nostra
strategia. Resta ovviamente l'impianto di Bellaria, né potrebbe
essere diversamente perché altrimenti dovremmo convocare un
congresso nazionale, unico titolato a stabilire la linea
strategica del partito. E tuttavia ci sono cose da aggiornare
sulla base delle novità intercorse.
Su mandato della segreteria, ho
anticipato alcuni temi in un lungo articolo pubblicato da
Rinascita e in un'intervista successiva a l'Unità.
L'aggiornamento riguarda tre questioni fondamentali: il rapporto
con il centrosinistra, il tema della confederazione della
sinistra e il rapporto tra il partito e i movimenti che già
avviammo a Bellaria.
Partirei da questo terzo punto.
Si sono verificati nell'anno appena trascorso fatti politici
molto rilevanti che hanno cambiato la natura della opposizione
in Italia. Due grandi fattori hanno contribuito a modificarla:
il primo è stata la ripresa del conflitto sociale nel senso
tradizionale del termine, con il ruolo determinante della Cgil
che ha comportato un cambiamento di linea della stessa Cgil. Un
cambiamento di linea che da una parte va a merito di quei
compagni che hanno dato battaglia per spostare il sindacato più
a sinistra, ma soprattutto è stato determinato da un fattore
oggettivo, e cioè la volontà di Berlusconi di porre fine alla
politica concertativa con l'attacco a tutti i diritti sociali ed
allo Statuto dei lavoratori. In questo quadro la Cgil ha svolto
un ruolo decisivo proprio nella battaglia di opposizione al
governo. I riformisti nostrani affermano che si tratta di una
battaglia difensiva e molti accusano Cofferati, ed oggi Epifani
e la Cgil nel suo complesso, di avere una linea conservatrice e
invocano la categoria della modernità. Chi può essere contro la
modernità? Nessuno! E tuttavia oggi la modernità è una parola
d'ordine che viene spesso usata per far passare una linea
arcaica, altro che moderna. Cosa c'è di più arcaico della
libertà di licenziare? Cosa c'è di più arcaico di introdurre
l'avviamento al lavoro al posto della scuola, come è previsto
nella riforma Moratti? Cosa c'è di più arcaico di un
collocamento completamente privatizzato, che ci fa tornare al
caporalato?
E allora essere "conservatori",
in questo momento, per conservare le conquiste che il movimento
operaio, attraverso generazioni, ha raggiunto, è determinante
per cambiare la natura dell'opposizione, per renderla più forte.
Il 23 marzo, la grande manifestazione, gli scioperi, il ruolo
della Cgil anche nella dialettica con gli altri due sindacati
confederali, la scelta di non aderire al Patto per l'Italia sono
stati fondamentali: hanno fatto ripartire il conflitto nei
luoghi di lavoro, nelle piazze e nelle istituzioni; hanno
rafforzato il nostro stesso partito, la sinistra, il
centrosinistra, dandoci la possibilità di capitalizzare il
conflitto nell'ambito delle politiche istituzionali.
La seconda grande novità è quella
data dai movimento. I girotondi da un lato e dall'altro i
movimenti giovanili, quelli pacifisti, e quelli no-global o
new-global. Li metto insieme anche se sono diversissimi gli uni
dagli altri e spesso diversissimi anche all'interno dello
stesso, singolo movimento. Li metto insieme per dire una cosa
semplice: c'è un nuovo protagonismo del popolo della sinistra e
del centrosinistra che non vuole più delegare, che critica
fortemente il ruolo di alcuni partiti e dell'Ulivo,
plasticamente rappresentato dall'ormai celebre urlo di Nanni
Moretti in piazza Navona quando disse "con questo gruppo
dirigente non vinceremo più".
Palavobis, manifestazioni sulla
giustizia, sull'informazione. Il nostro partito è stato fino in
fondo partecipe di questi movimenti. La nostra presenza
organizzata ai lavori ed alla manifestazione del social forum di
Firenze è stato il frutto di un anno di lavoro politico. Abbiamo
compiuto anche forzature, per esempio quando abbiamo partecipato
a Roma alla manifestazione in favore della Palestina e c'erano i
ragazzi dei centri sociali vestiti da kamikaze palestinesi:
tutti gli altri partiti sono andati via dalla piazza, noi ci
siamo assunti la responsabilità di restare lì, insieme a
monsignor Ilario Capucci ed alla rappresentanza dell'Olp a Roma.
Abbiamo fatto bene.
E tuttavia noi siamo nei
movimenti - e questo è un punto al quale tengo molto - senza
scioglierci in essi. Senza confonderci. Non è un caso che
proprio a Firenze, nell'ambito del social forum, abbiamo
organizzato due seminari, uno dei quali aveva una intrinseca
caratura che ci distingueva: si parlava del futuro e delle
radici antifasciste dell'Europa. Siamo gli unici a mantenere
intatta l'attenzione su questo tema, a dire che l'antifascismo
non è un tema per convegni di storici ma di impegno militante
per l'oggi e per il domani. Non è un tema che riguarda solo i
compagni dell'Anpi, carichi di gloria. Non a caso abbiamo
organizzato come dipartimento cultura, un convegno per il 17
gennaio dal titolo Fascismi di ieri e di oggi. Parteciperà tra
gli altri un personaggio importantissimo, Estela Carlotto,
presidente della abuelas di Plaza de Mayo, che per l'occasione
ha accettato di venire dall'Argentina.
A piazza San Giovanni, il 14 di
settembre, il movimento dei girotondi ha tenuto una grandiosa
manifestazione. Il nostro partito è stato presente con una sua
autonoma posizione. Eravamo lì con un gazebo, con le nostre
bandiere, con i nostri simboli, con le nostre parole d'ordine,
con il nostro giornale, con i nostri volantini. I movimenti sono
fondamentali. Più ce ne saranno, meglio sarà per la sinistra, e
tuttavia vedo in alcuni di essi rischi di posizioni non
politiche o prepolitiche. È l'idea di una sorta di purezza dei
movimenti contro l'imbastardimento dei partiti; l'idea di una
intransigenza morale dei movimenti contro lo sporcarsi le mani
dei partiti. In certi esponenti dei movimenti sembra prevalere
una sorta di intransigenza che non fa i conti con la politica,
con la necessità del compromesso, della sintesi, della
costruzione faticosa della proposta. Queste tendenze vanno
contrastate, non bisogna avere un atteggiamento subalterno,
perché altrimenti noi non saremmo nel movimento da comunisti. Ma
mentre muoviamo queste critiche, dobbiamo avere la piena
consapevolezza che il dispiegarsi dei movimenti esternamente
all'Ulivo è il segno più evidente della crisi della leadership
dell'Ulivo.
Un altro tema è la confederazione
della sinistra, in forme però nuove, aggiornate. Noi lanciammo
l'ipotesi della confederazione, saldamente dentro al
centrosinistra, aperta a tutti i partiti della sinistra: ai Ds,
allo Sdi ed anche a Rifondazione. Nell'articolo su Rinascita e
nell'intervista a l'Unità ho indicato al partito, e naturalmente
all'opinione pubblica, la proposta della "confederazione
possibile", prendendo atto della situazione che s'è determinata.
La nostra proposta di una "confederazione possibile" è l'idea di
un contenitore unitario ma non unico, nel quale possano
confluire i soggetti che sono stati protagonisti
dell'opposizione a Berlusconi, e quindi partiti, movimenti,
organizzazioni di volontariato o associazioni che sono pezzi di
altri partiti, penso ad "Aprile", che raggruppa il cosiddetto
correntone dei Ds. Non escludo che proprio sui contenuti, e in
particolare sul discrimine pace-guerra, si possa verificare una
lacerazione all'interno dei Democratici di sinistra. L'attacco
di Fassino a Cofferati va in questa direzione. Secondo me si
sottovaluta molto, come spesso capita ai gruppi dirigenti che
peccano di autoreferenzialità, quel che è sotto gli occhi di
tutti. Come non capire che fuori dai Ds l'elettorato la pensa,
uso un nome per tutti, come Sergio Cofferati?
Noi abbiamo candidato alla guida
della confederazione proprio Cofferati perché la mia opinione-
che è quella della segreteria - è che c'è bisogno, per l'intera
sinistra, di un compagno in grado di dare unità politica a tutti
i movimenti oggi in campo. Che sia in grado di fare una sintesi
politica tra conflitto sociale, movimento pacifista,
autorganizzazione intellettuale perché i fermenti nella società
abbiano uno sbocco politico. Io non vedo altri soggetti. Badate,
non sono né siamo in attesa messianica dell'arrivo di nessuno.
Prendiamo, da comunisti, atto della realtà per quella che è e
non per quello che vorremmo che fosse.
Cofferati oggi è l'unico soggetto
in grado di dare unificazione politica ai movimenti. La nostra
proposta di confederazione resta quella di Bellaria, noi siamo
pronti a concretizzarla con tutti i partiti della sinistra, e
tuttavia se questo non fosse possibile - cosa che non mi auguro
- dovremo prenderne atto. Cofferati non ha alcuna intenzione di
fondare un proprio partito, ma di contribuire all'organizzazione
di una rete tra partiti e movimenti. Di quella rete noi facciamo
naturalmente parte e quindi ci saremo.
Questa è la proposta che avanzo
al Comitato centrale su mandato unanime della Direzione del
partito.
L'idea di questa rete è ancora
nebulosa, perché per citare un classico, "le idee nel loro farsi
si autolimitano" e quindi vedremo concretamente quel che
avverrà. Noi ci saremo a pieno titolo dal primo giorno per
contribuire a costruire una prospettiva politica che abbia
appunto due grandi discrimini, la pace da una parte e i diritti
dei lavoratori dall'altra, il tema del lavoro.
In questo caso, sul piano
strettamente di partito, la nostra volontà è quello di
rafforzare ulteriormente la nostra autonomia e la nostra
identità. Non vogliamo correre il rischio che in un'ipotesi di
soggettività diverse che entrano in contatto con noi, che fanno
un percorso unitario con noi, si possano verificare problemi
inerenti la tenuta del partito. Noi non siamo assimilabili ad
altri, noi siamo comunisti. La nostra è una diversità genetica,
sta nel dna. Non vogliamo fare correnti comuniste all'interno di
un contenitore. Vogliamo tenere la nostra soggettività
organizzata, da comunisti, e contemporaneamente vogliamo
metterla a disposizione di un processo più grande, più largo,
che è appunto quello che intravedo nella nuova fase che si è
aperta.
Questo ci porta inevitabilmente a
un tema delicato che voglio affrontare con pacatezza ed
equilibrio. Mi riferisco all'idea avanzata, e così interpretata
dai giornali nelle scorse settimane, di un nuovo soggetto
politico, in questo caso di natura partitica, che è contenuto in
un documento sottoscritto dalla Fiom, da pezzi della sinistra
sindacale, da alcuni esponenti dei Ds e anche da alcuni nostri
compagni: alludo al documento sul tema del lavoro salariato come
centrale per l'azione politica della sinistra che, secondo le
interpretazioni di alcuni giornali, prelude alla nascita di un
nuovo soggetto politico con il nome di "partito del lavoro".
Al momento, almeno da colloqui da
me avuti con alcuni dei protagonisti di questa vicenda, mi pare
non si capisca ancora bene quale sia l'obiettivo di questo
documento. E' probabile anzi che fra gli stessi sottoscrittori
ci sono obiettivi diversi. Voglio dire con molta schiettezza che
se il documento rappresenta un contributo trasversale ai partiti
della sinistra, e quindi anche al nostro partito, per
sottolineare la necessità che i temi del lavoro salariato
diventino centrali, allora io sono pronto a sottoscriverlo.
Anzi, mi rammarico che non mi sia stato chiesto. Avverto i
nostri ritardi su questo tema, nonostante il Pdci sia l'unico,
nell'ambito dei partiti della sinistra, ad avere scritto nelle
tesi congressuali che vuole essere il partito dei lavoratori. E
molto abbiamo fatto su questo tema, malgrado i ritardi. Se
questo è l'intendimento, ben venga. Anzi su questo versante,
quello del lavoro, propongo che il comitato centrale nell'ordine
del giorno finale convochi, possibilmente per l'ultima settimana
di marzo o la prima di aprile, la conferenza nazionale delle
lavoratrici e dei lavoratori comunisti. Ma se non è questo
l'intendimento dei sottoscrittori, se in alcuni - non credo
quelli del nostro partito - vi è l'idea del partito del lavoro
organizzato, nuovo soggetto politico, come dice il documento,
dobbiamo contrastare con la massima forza questo progetto,
perché fare un altro partito prevede evidentemente lo
scioglimento del nostro, l'esatto contrario dell'ipotesi della
confederazione. Aggiungo, e naturalmente in questo campo
ciascuno parla a titolo personale, che se io avessi scelto di
non essere più comunista per andare in un partito di tipo
laburista, non mi sarei dannato l'anima a costruire prima
Rifondazione e poi questo partito e non mi dannerei tuttora
l'anima. Critico dunque da sinistra l'idea del partito del
lavoro, perché è un'idea trade-unionistica, è un'idea
classicamente di destra nell'ambito della storia del movimento
operaio. Io voglio continuare ad essere comunista. Questa linea
va contrastata, dunque, anche rilanciando una maggiore austima,
verso di noi e verso il nostro partito. Non c'è giorno che non
ci siano adesioni di grande autorevolezza al nostro partito.
Cito, perché voglio pubblicamente elogiarli, i compagni di
Reggio Calabria: ha aderito al nostro partito il sindaco di
Gioia Tauro, uno dei protagonisti della battaglia
meridionalista, della battaglia contro la 'ndrangheta ed a breve
annunceremo l'adesione altri autorevolissimi compagni
provenienti dall'area emiliana. La stessa cosa avviene in
Campania, ed a Cagliari. Il nostro partito sta avendo consensi e
aumenta anche il numero dei quadri, dei gruppi dirigenti.
Voi sapete che sembra ormai
ineludibile il "referendum estensivo" dell'articolo 18, quello
per i lavoratori delle aziende sotto i 15 dipendenti,
sottoscritto da alcuni dei nostri compagni che hanno anche
contribuito a raccogliere le firme. Molti mi hanno chiesto un
parere. Ho detto loro che il partito non aveva una posizione
ufficiale e dunque che ciascuno si comportava nella maniera più
libera.
Non abbiamo preso alcuna
posizione ufficiale perché, è inutile nasconderlo, ci sono
opinioni molto diverse tra noi. Il compito di chi dirige un
partito è quello - non lo dimentico mai - di cercare una sintesi
anche tra opinioni diverse e comunque di lavorare per una
sintesi che sia la più largamente unitaria anche se non unanime,
evitando rotture dolorose tra compagni. E' questo intendimento
che mi guida nella proposta che avanzo, quella di non assumere
oggi un orientamento, come pure mi è stato legittimamente
richiesto, rinviando il problema alla prossima riunione del
comitato centrale. Sapremo a quel punto se il referendum si
terrà e si saranno posizionate anche altre formazioni, penso
alla Cgil in primo luogo. Avremo un quadro più ampio ed
informato per avanzare, anche sulla base di colloqui tra noi,
una autonoma proposta che possa essere largamente condivisa.
In punto di principio, è scontato
che tutti i lavoratori debbano avere gli stessi diritti, e
tuttavia io critico, e critico in modo deciso, lo strumento che
si è utilizzato: se quel referendum non raggiungerà il quorum o
- io temo - si perderà, si sarà vanificata tutta la battaglia,
sino ad oggi vincente, condotta dalla Cgil a difesa
dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Inoltre, questo
referendum divide il fronte della sinistra, e questa è la mia
più grande preoccupazione. Ciononostante, se il referendum si
terrà, dovremo assumere un atteggiamento che ci faccia entrare
in sintonia, e non in una generica neutralità, con il nostro
popolo. Quindi vi chiedo di prenderci tutti un po' di tempo
affinché possa maturare la posizione più unitaria e più
condivisa. Evitiamo oggi di votare, perché il voto porterebbe
una divisione che non aiuta né chi sostiene una tesi, né chi
sostiene l'altra.
Chiudo con il tema dello stato
del partito. Permangono fibrillazioni interne, scontri,
divisioni troppo spesso non politiche ma fondate sul
personalismo, gli incarichi da ricoprire, di partito o
istituzionali. C'è ancora molto da fare su questo versante. C'è
molto da fare perché se ci incammineremo sulla strada della
confederazione possibile, così come l'ho delineata, è bene che
il partito sia fortemente unito, coeso e solidale per evitare,
in un processo dove navigheremo in un mare più grande, che le
spinte centrifughe siano più forti di noi. Questo vale anche sul
piano dei destini individuali.
Nell'ipotesi della
"confederazione possibile" noi possiamo sopravvivere come
collettività, come gruppo collettivo organizzato, ed anche come
singoli, soltanto se l'autonomia e l'unità del partito si
rafforzeranno. In caso contrario potremmo venire stritolati.
Ecco perché dobbiamo - non è un appello moralistico quello che
vi faccio - dare una sterzata al nostro modo di essere. È vero
che all'esterno tutti pensano che il nostro sia un partito molto
coeso, ci invidiano. Non è tuttavia sempre così: ed invece deve
diventare sempre così.
Per finire voglio informarvi di
due cose che hanno a che fare con l'autostima. Tra pochi giorni,
tra una settimana per l'esattezza, andremo a Cuba per incontrare
il presidente Fidel Castro e firmeremo - non è un incontro di
cortesia - un protocollo di intesa con il Partito comunista
cubano che individua nel nostro partito un referente politico
per l'Italia. Esattamente come è successo in altri due paesi
importantissimi come il Vietnam e la Cina. E come è successo con
la Libia. Questi partiti sanno che siamo rimasti comunisti, che
sul versante internazionale ci battiamo per la pace e siamo
antimperialisti, ma contemporaneamente ci poniamo il tema del
governo del Paese. Bene se questi grandi paesi, se questi grandi
partiti scelgono noi, io credo che dobbiamo per davvero
aumentare quel grado di autostima nei confronti del nostro
partito, rispetto a noi stessi, pur nell'ambito dei nostri
ritardi e delle nostre fragilità. C'è un positivo ed
intensissimo sistema di relazioni internazionali tra noi e i
partiti comunisti e progressisti del mondo che ci deve
inorgoglire.
Questo partito è l'ultima
speranza per chi voglia dirsi ed essere comunista. È l'ultima
speranza almeno per quanto mi riguarda. Dobbiamo mettere il
nostro partito a disposizione di un processo più ampio, ma guai
a mettere in discussione la nostra autonomia politica, ideale,
organizzativa e culturale. Senza di essa verrebbe meno anche un
pensiero organizzato, collettivo, che ci viene dalla storia dei
comunisti italiani, dalla migliore storia del Pci. Quel
pensiero, grazie al nostro partito, è entrato, come vedete,
anche nel terzo millennio. |