| di Gianfranco Pagliarulo Da
"La Rinascita della
Sinistra"
del 15 novembre 2002
Non dovrebbe esserci dubbio che la rottura
dell'Ottobre ha cambiato i1 mondo nello spazio e nel tempo
segnando la storia dell'umanità in modo irreversibile. Se il
Secolo breve è stato il tempo dell'affrancamento dal
colonialismo, del cambiamento della concezione dell'industria,
dell'agricoltura, delle scienze, dell'istruzione, dello sport,
della sconfitta del nazifascismo – solo per indicare alcuni
capitoli - il detonatore di questi cambiamenti planetari è stato
dato dall'Ottobre rosso. Con esso la storia per la prima volta
diviene storia mondiale nel più grande tentativo di
emancipazione e di liberazione affrontato dall'umanità.
L'epilogo dei Paesi dell'Est chiude una fase, ma non segna la
fine della storia, né riduce quella fase a un incidente di
percorso. Aveva ragione Enrico Berliunguer quando, in anni non
sospetti, affermò che era finita la spinta propulsiva della
fase aperta con la Rivoluzione d'Ottobre. Era vero, come i
fatti di qualche anno dopo avrebbero confermato. Si apre dunque
una nuova fase che va immaginata anche in ragione della
rottura del 1917.
I comunisti italiani hanno rappresentato
l'osservatorio più laico, nell'ambito del movimento comunista,
rispetto all'esperienza sovietica; la storia del Pci - e non
solo dell'ultimo Pci - è la storia di una visione critica che
coglieva via via gli errori e le degenerazioni che avrebbero
portato alla chiusura della fase. Questa visione è implicita
della definizione della "via italiana", e si esplicita fin dal
1956, quando nel famoso rapporto segreto di Kruscev al XX
Congresso del Pcus si critica lo stalinismo denunciando il
"culto della personalità". A proposito, Togliatti afferma che
«sfuggono i problemi veri, che sono nel modo e nel perché la
società sovietica poté giungere e giunse a certe forme di
allontanamento dalla via democratica e dalla legalità che si
era tracciata, e persino di degenerazione» ("Risposta a nove
domande sullo stalinismo", intervista a Palmiro Togliatti,
Nuovi Argomenti, n. 20 del maggio/giugno
1956).
Certo, la fine di quell'esperienza ha segnato una
sconfitta epocale; il mondo d'oggi è lo specchio della
dissoluzione dell'Est e la registrazione dei nuovi rapporti di
forza; ne sono prova la globalizzazione selvaggia, la teoria
della guerra preventiva, la fine dell'equilibrio atomico e il
conseguente attuale e concreto pericolo dell'uso di armi
nucleari, la tendenziale rottura del rapporto fra democrazia e
mercato, la riduzione dell'idea stessa dello Stato di diritto,
il progressivo e rapido affondamento del welfare, il
ritorno, in forme inedite, di ideologie e politiche aberranti e
totalitarie, ispirate al fascismo, al nazismo, al razzismo, le
stesse vicende italiane culminate con la propensione al regime
da parte del governo Berlusconi. Mai forse nella storia
contemporanea si è presentato così terribilmente realistico lo
scenario propostoci all'inizio del secolo in forma letteraria da
Jack London nel romanzo "Il tallone di ferro".
Eppure in un mondo cosi radicalmente cambiato, nella
sua modernità, si ripresentano in modo ancora oscuro,
strisciante, tendenziale, le ragioni di una contraddizione
insanabile dell'organizzazione sociale pressoché mondiale - con
le debite e non irrilevanti eccezioni - imperniata sul
capitalismo. È noto che 1'Ottobre avvenne in un Paese arretrato,
in apparente difformità dalla previsione di una rottura
dell’"anello debole" individuato ove fosse più avanzato lo
sviluppo delle forze produttive e quindi più lacerante il
contrasto con i rapporti di produzione. Per questo Gramsci parlò
della «rivoluzione contro il Capitale», e, assieme, della
tematica della rivoluzione in occidente". Come si pone oggi
questo problema ? Ha senso la ricerca dell' "anello debole" ?
Cosa ci insegna il cambiamento radicale delle strutture
produttive, dell'organizzazione del lavoro, delle forme di
comunicazione ? Come può servire al progetto di trasformazione
il superamento - a mio avviso - dell'antica divisione fra
riforme e rivoluzione ? Da tutto ciò il compito enorme che ci è
stato consegnato: un compito di analisi e di ricerca della
realtà, escludendo il quale ci ritroveremo soltanto vuoti
propagandisti o sacerdoti di un avvenire privo di basi
materiali.
La lettura e la comprensione della realtà è oggi la
condizione per la ripresa di quel processo di emancipazione e
liberazione mondiale che è stato avviato il 7 novembre 1917 e
per la costruzione di nuovi soggetti in grado di dirigerlo.
La politica è la disciplina che ci può consentire di far sì
che la lettura della realtà incida sulla realtà. Il partito
è la forma che consente a questa disciplina di realizzarsi
nella concretezza della fase storica.
È presumibile che la fase di difesa, di resistenza,
di riorganizzazione delle forze sarà lunga, faticosa e non priva
di rischi. Eppure la vecchia talpa continua a scavare: prima
dopo il crollo dell'Est, poi dopo 1'11 settembre, ci sono
segnali di una ripresa, di una critica mondiale alla forma
storica del capitalismo contemporaneo, e cioè all'attuale
governo della globalizzazione. Di una critica politica:
basti pensare al significato della vittoria di Lula in Brasile.
In particolare in Italia assistiamo da poco più di un anno ad un
inedito e prepotente ritorno di movimenti di massa - per i
diritti ed il lavoro, perché la legge sia uguale per tutti, per
la difesa della pace - che invertono la tendenza dell'ultimo
ventennio.
Noi non abbiamo cessato di pensare ad un'idea
generale di trasformazione, cioè ad un obiettivo distante nel
tempo, da costruire in modi, forme e contenuti nuovi, che
chiamiamo socialismo, senza scorciatoie, derive
utopistiche, estremismi infantili.
Quanto basta per riscoprire nell'Ottobre, nella
prima, grande rottura del mercato mondiale capitalistico, lo
sforzo iniziale di quell'assalto al cielo che sarà
nell'agenda di future generazioni. Quanto basta per definirsi
oggi rivoluzionari e comunisti. |