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la relazione del compagno Diliberto, che
ha compiuto un'analisi precisa ed
efficace sia dei risultati elettorali,
sia della situazione politica e delle sue
prospettive. Non ho altro da aggiungere,
desidero solo compiere qualche
sottolineatura.
Sui risultati elettorali mi pare che sia
ben chiaro a tutti che il giudizio, per
l'Ulivo ed in particolare per il nostro
partito, è assolutamente positivo. Per
noi si tratta di un'inversione di
tendenza tanto in termini quantitativi
quanto qualitativi. Lo si vede dai
risultati che abbiamo avuto in alcune
zone del Paese, risultati che dimostrano
non solo la possibilità ma già la realtà
di un insediamento popolare del partito.
Penso a due successi in certo modo
paradigmatici: quello di Asti e quello di
Bisceglie. Ad Asti superiamo il 10 per
cento, in una realtà complessa ed
articolata e raccogliamo forti consensi -
come peraltro in tutta la cintura
torinese - tra i lavoratori dipendenti e
gli operai. A Bisceglie, dove siamo il
primo partito e guidiamo
l'amministrazione comunale, il nostro
insediamento ha un carattere popolare nel
senso tradizionale del termine: si
avvicinano a noi lavoratori, ceti medi,
giovani. Si tratta di una capacità di
presa nella società che è stata una
delle caratteristiche del Pci. Insomma la
strada intrapresa dal partito con il
congresso di Bellaria comincia a dare
risultati e questi risultati confermano
più di tante parole la validità della
nostra linea. Vi è per noi uno spazio
politico, uno spazio che non è più
soltanto la ricerca di una distinzione da
Rifondazione come dai Ds: non siamo più
in mezzo, siamo altro ed è la nostra
peculiarità che ci permette di avere una
capacità di presa ed una possibilità di
successo.
Possiamo insomma prefigurare e costruire
una formazione politica popolare e di
massa. E' questa una esigenza che vedo
delinearsi con precisione e di cui non
posso che rallegrarmi. Se un limite c'è,
è oggi quello della insufficiente
consapevolezza sulla necessità di
accompagnare questo processo alla nascita
e alla crescita anche di una nuova leva
di quadri politicamente e culturalmente
molto forti, per un partito, dunque, di
massa e di quadri.
Lo scenario che ho delineato è positivo.
Certo non mancano le zone d'ombra, certo
in alcune parti del paese i risultati non
sono stati buoni, vi sono inadeguatezze,
arretramenti, insufficienze che vanno
superate, ma trovo ingenerose, comunque
infondate, le valutazioni fatte dal
compagno Nerio Nesi, secondo il quale dal
congresso in avanti assistiamo ad un
peggioramento dei nostri difetti. Non vi
è peggior cieco di chi non vuol vedere e
quello che io vedo, che tutti i compagni
possono vedere e che stiamo costruendo un
insediamento sociale, che c'è una
maggior compattezza politica e che le
prospettive per uno sviluppo del partito
sono reali.
Passo all'analisi politica. La fase nella
quale ci troviamo, la fase che il
movimento operaio e la sinistra
attraversano in Italia ed in Europa, è
una fase molto grave e pericolosa. Non
sto qui a fare una disputa sulle parole,
cerco di andare alla sostanza. C'è un
regime in Italia? Il rischio è sotto gli
occhi di tutti. La parola regime richiama
situazioni che appartengono al periodo
della dittatura fascista. La situazione
di oggi è diversa, più complessa e non
per questo meno pericolosa. Ci troviamo
davanti alla formazione di un sistema
selvaggiamente liberista, "condito"
con una dose massiccia di populismo e di
demagogia; a sostenere questo sistema
interviene un autoritarismo che rasenta
la vera e propria reazione. Siamo di
fronte ad una "rivoluzione
reazionaria". La vicenda di questi
giorni, gli attacchi a Cofferati da parte
del governo, sono un'ulteriore conferma
di questa "rivoluzione reazionaria",
ma le anticipazioni le avevamo già. E'
finita la prima Repubblica ha detto
Diliberto. Ha ragione. E' finito un
sistema che, malgrado i contrasti anche
acerrimi tra le forze della sinistra da
una parte e la Dc dall'altra, aveva però
sempre delle connotazioni democratiche,
nel rispetto di certi postulati. La
Costituzione della Repubblica non veniva
attuata ed abbiamo combattuto per anni
per dare attuazione ai suoi principi, ma
non era mai stata apertamente contestata,
come oggi si fa. Quando si arriva a
modificare la Costituzione cambia una
fase, si compie una cesura netta con la
propria storia.
L'Europa sta andando a destra. Mi auguro
che le prossime elezioni in Germania
interrompano questo ciclo e che lì si
riesca a tenere le posizioni
democratiche, ma quello che è avvenuto
in Francia, in Spagna, in altri paesi
conferma che oggi la destra domina il
Continente ed il mondo intero. Perché
siamo a questo punto? Viene detto da
alcuni fatui pontefici della rivoluzione
che se andiamo a destra è per colpa
della sinistra. È questo un linguaggio
che sentiamo spesso da chi ammanta le
proprie riflessioni da tante parole,
spesso difficili persino da capire, e da
tante iperbole, ma che poi, al succo, è
animato dal più deteriore semplicismo.
Colpe della sinistra ve ne sono. Ma quali
colpe? Quali responsabilità? Ecco io
credo che la colpa principale sia quella
di non aver capito in cosa consiste il
pericolo della destra e come si manifesta.
Non fu capito nel '20 e nel '21, non fu
capito nel '32 e nel '33, negli anni in
cui in Europa si affermava prima il
fascismo e poi il nazismo. La situazione
oggi è diversa da allora, certamente, ma
è innegabile che la destra, nella nuova
realtà mondiale seguente alla caduta del
Muro e alla fine della divisione del
mondo in blocchi contrapposti, sta
diventando padrona assoluta della
situazione. C'è chi questa offensiva non
l'ha compresa - gli estremisti del tanto
peggio, tanto meglio - e chi, pur
comprendendo il pericolo della destra, lo
ha assecondato, accarezzato anziché
contrastarlo. Nel popolo della sinistra e
non solo della sinistra c'è ora una
presa di coscienza di fronte al pericolo
della destra e alla realtà del suo
dominio. Lo vediamo dal risultato
elettorale: non si è votato solo per i
comuni e le province ma anche per
manifestare questa preoccupazione. E' un
fatto importante questo risveglio nel
Paese. A questa ripresa dobbiamo però
dare una risposta, un sbocco politico.
Noi uomini e donne democratici, noi
uomini e donne della sinistra, dobbiamo
riuscire ad armarci di un grande
progetto, di quel progetto che nel
passato ha consentito alle forze
progressiste di avere un ruolo egemone.
Oggi quel progetto manca, oggi siamo
desolatamente privi di un'idea del mondo,
quell'idea di libertà, di giustizia
sociale che ha animato masse immense di
lavoratori e che ci ha fatto vincere la
guerra di Liberazione e costruire un
regime democratico. Ce lo avevamo questo
progetto, frutto di una grande,
intelligente elaborazione, perché se
siamo riusciti nel '44, nel '45 a
definire una prospettiva per l'Italia,
quella era figlia di una lunga,
decennale, battaglia politica, culturale,
ideale. Eravamo vittoriosi, avevamo vinto
contro il nazifascismo. Non so se i
compagni che non hanno vissuto quella
fase colgono l'assoluta lungimiranza e
saggezza del disegno politico di
Togliatti e del Pci che, nella temperie
di quei giorni, indica ai comunisti
l'obiettivo della "democrazia
progressiva". Avevamo le armi in
pugno, avevamo liberato noi le grandi
città del nord, eppure Togliatti parla
di "democrazia progressiva".
Molti, ancora una volta, non capirono:
attraverso quella strada nasceva una
nuova Italia. La classe operaia, per la
prima volta nella storia del paese, si
candida ad essere classe dirigente della
nazione. Oggi noi ci troviamo di fronte
non ad una vittoria, ma a una sconfitta.
Oggi noi balbettiamo di fronte al dominio
capitalistico della destra e non
riusciamo ad avere altro progetto che non
sia quello di una sacrosanta opera di
difesa dall'offensiva delle destre. Cosa
fare? Ci chiudiamo nelle nostre casematte
in attesa di tempi migliori? Io credo che
dobbiamo tornare ad elaborare un progetto
e quando dico progetto non penso
semplicemente ad un programma. Certo
dobbiamo sapere cosa vogliamo fare sui
problemi dello stato sociale, della sanità,
dei salari o dell'ambiente e cosi via. Ma
questo non basta. L'Ulivo nelle elezioni
del '96 aveva un programma positivo, pur
tuttavia non c'era quel filo conduttore
che solo può suscitare la mobilitazione
degli animi, dei cuori, delle
intelligenze, delle passioni. Non c'era
nel '96, neppure con Prodi, quel filo,
con Rutelli manca proprio il rocchetto.
All'attuale leader dell'Ulivo fa difetto
la grande visione dei processi, si
barcamena nel piccolo cabotaggio. Ma
anche le altre personalità del
centrosinistra, indipendentemente dalle
loro qualità intellettuali, non sanno
esprimere un progetto; penso ad Amato che
rimane ancorato a visioni che si
dichiarano nuove ma che sanno di antico,
che non sono corrispondenti alla realtà
in cui ci troviamo ad operare. Per non
parlare dei Democratici di sinistra: la
loro crisi è certamente dovuta a tanti
fattori ma principalmente alla mancanza
di un progetto. Serve dunque un progetto,
un progetto democratico, e su questo
progetto occorre la costruzione di
un'alleanza democratica. Fausto
Bertinotti ama ripetere che la sinistra
in Europa ha perso per colpa
dell'alleanza di centrosinistra. La verità
come sapete è un'altra: si è perso e si
perde perché non c'era e non c'è il
centrosinistra né in Francia né in
Europa. In Francia la sinistra non uscirà
dalla situazione nella quale si è
cacciata se non stabilirà un rapporto
con le forze democratiche. Quante
occasioni ha perso la sinistra francese!
Si è attardata nella ricerca di intese
con le formazioni estremiste anziché
ricercare le intese con le forze
democratiche, che arrivano fin dentro gli
stessi gaullisti di sinistra.
Se la sinistra non sarà in grado di
stringere queste alleanze, di strappare
le forze democratiche all'abbraccio
soffocante della destra, soccomberemo in
tutta Europa. D'altronde se guardate alle
vicende brasiliane vedrete che il
candidato della sinistra Lula, che è un
rivoluzionario, ha cercato rapporti con
settori fondamentali della borghesia, con
le forze che si differenziano da quelle
asservite all'imperialismo americano.
Questa alleanza, sia pure mutatis
mutandis vale in ogni circostanza e in
ogni paese. E dentro questa alleanza io
sento forte la necessità di un
rafforzamento del ruolo e dell'unità
della sinistra. E' inutile caro D'Alema,
caro Fassino, caro Amato che continuate a
parlare di cose che appartengono al
passato; la vera modernità non è il
partito unico, la rigida unicità, bensì
l'unita di tutti nel rispetto del
pluralismo e delle posizioni di tutti. E'
difficile, ma questa è la via, le altre
sono fughe in avanti. Bertinotti sta
cercando una soluzione per i problemi del
suo partito e per le sue prospettive (in
verità esigue) imboccando la strada
dell'identificazione del partito col
movimento. E' un percorso questo che gli
riserverà delusioni cocenti e porterà
di fatto allo scioglimento di
Rifondazione. Ma è sbagliata per il suo
ostinato immobilismo, anche la posizione
di Fassino ed Amato.
Mi pare valida la nostra proposta, quella
della Confederazione, che esprime questo
bisogno di unità nel rispetto della
pluralità delle posizioni. Ci si obietta:
ma come la fate questa confederazione se
nessuno la vuole? E' vero e il gruppo
dirigente del partito ha questa
consapevolezza, ma c'è un'altra via? No,
non c'è. La nostra forza sta in questo:
che noi siamo nelle condizioni di
ribadire, di sostenere che questa via ha
una sua razionalità e una sua validità.
E d'altra parte i compagni Ds dovrebbero
pure rendersi conto della situazione che
hanno nel loro partito, di questa
divisione drammatica e verticale. Cosa
vengono a parlare di grande partito della
sinistra quando il loro partito è li,
ogni giorno, di fronte ad una crisi
gravissima! Tengano conto, come fanno al
loro interno, della pluralità delle
forze della sinistra. Ecco perché la
nostra insistenza per la confederazione
è più valida che mai. Giudico positiva
ed efficace la proposta del segretario di
lanciare un grande appello per la
confederazione, attorno al quale
raccogliere energie, speranze e consensi,
materiali e culturali. Questa nostra
proposta deve uscire dalle stanze delle
segreterie, deve diventare sentimento
diffuso tra il popolo della sinistra.
Quel popolo vuole l'unità non
l'appiattimento delle posizioni. E allora
rivolgiamoci direttamente al popolo
comunista e di sinistra, ai tanti
elettori Ds che possono apprezzare la
nostra proposta. Questa estate ci saranno
molte feste di Rinascita e ci sarà
una infinità di feste de l'Unità;
andiamoci, cerchiamo di parlare, di
partecipare ai dibattiti, di far sentire
con lealtà e rispetto le nostre
posizioni, i nostri punti di vista.
Vogliamo una confederazione e Cofferati
ne può essere il leader. Il nome del
segretario della Cgil esce dalla realtà.
Quali altre sono le figure della sinistra
che possono oggi rappresentare il mondo
del lavoro, del progresso, del
rinnovamento? Cofferati è una grande
risorsa. La gente si chiede chi può oggi
far uscire la sinistra dalle secche: ecco
chi può, Cofferati. Questa esigenza che
indica la gente comune noi la dobbiamo
saper rappresentare con forza.
Cofferati è fatto mira di un attacco
inaudito e senza precedenti. Ebbene, di
fronte a questi attacchi vi è stato,
prima della vicenda delle lettere di
Biagi, un errore madornale dei Ds:
respingere l'ordine del giorno della
minoranza di solidarietà alla Cgil è un
fatto gravissimo e di cui i dirigenti Ds
devono e dovranno rispondere. Forse c'era
dello strumentalismo nei compagni del
correntone che lo proponevano, ma compito
di un gruppo dirigente degno di questo
nome è anche quello di saper assumere e
fare propri i punti di vista altri, di
smontare gli strumentalismi, tanto più
in una vicenda nevralgica e centrale come
quella dell'attacco al sindacato. La
destra colpisce Cofferati perché vede
che è la figura attorno alla quale si può
coagulare un grande movimento di massa.
Ma, purtroppo, bisogna sottolineare che
un'ostilità sorda od esplicita nei
confronti di Cofferati alligna anche nel
gruppo dirigente dei Ds e ancor più in
quello di Rifondazione, che aborriscono
la possibilità di un ruolo di Cofferati
alla testa delle forze della sinistra.
Sulla questione del sindacato e
dell'articolo 18 dovremmo cercare di
evitare divisioni fra di noi. Il nostro
primo impegno deve essere a fianco della
Cgil per organizzare un grande sciopero
generale, che rappresenterà una cosa
enorme; a seconda di come crescerà e
raccoglierà consensi lo sciopero
generale può determinare quel salto
nella vita politica per andare avanti o
prendere una botta. Il nostro impegno
deve essere totale su questo come nella
raccolta di 5 milioni di firme per un
referendum contro la modificazione
dell'articolo 18 e per una proposta di
legge di iniziativa popolare volta a dare
una soluzione positiva ai problemi che
riguardano i diritti dei lavoratori.
Quanto al referendum proposto da
Rifondazione per estendere l'articolo 18,
se dovessimo prendere una posizione
"netta" questa non potrebbe che
essere negativa perché tale referendum
non solo ignora una massa enorme di
lavoratori che continuerebbero a rimanere
senza tutele e diritti, ma non tiene in
nessun conto la realtà del sistema delle
piccole e piccolissime imprese: sono
milioni di piccole imprese, compresi i
bar, i negozi, le pensioncine, le
fabbrichette artigianali. Ci si chiede di
decidere in modo "netto", ma
una decisione "netta" finirebbe
per essere una decisione burocratica. Se
dovessimo decidere in modo drastico
diremmo no, ma dopo? Produrremmo solo
inutili lacerazioni. C'è saggezza nel
partito, cari compagni. Vediamo le cose
importanti e cioè ribadiamo con forza,
senza possibilità di equivoci, che noi
siamo favorevoli alla proposta della Cgil.
Se alcuni compagni, sul referendum
promosso da Rifondazione hanno altre
opinioni questo fa parte della dialettica
interna. Questo modo di fare non è altro
che l'applicazione intelligente del
centralismo democratico, di cui si fa
spesso un gran parlare senza conoscerlo.
La democrazia è l'abc della nostra vita
quotidiana. E sono ingiuste le critiche
che vengono rivolte al gruppo dirigente.
E in atto un "lavorio". So
benissimo cosa vuol dire il "lavorio",
l'ho fatto, l'ho organizzato, l'ho
diretto in altre epoche e di ben altro
spessore, ma voglio dire ai compagni che
si trattava allora di contrastare la
degenerazione di quel partito che fu il
Pci, di dare uno sbocco politico ed
ideale. Chi oggi fa questo lavorio lo fa
solo per distruggere quanto abbiamo
realizzato in questi anni. E' questo che
volete compagni? Non credo che sia questo
che avete nel cuore e nella mente. E
allora andiamo avanti, tutti avanti.
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