Le
conclusioni di Oliviero Diliberto
Contro il sovversivismo delle
classi dirigenti |
| |
Possiamo dire, senza andare lontani dal vero, di
aver svolto un buon dibattito, politicamente
maturo, che ha registrato un consenso largo alla
linea del partito e alle proposte avanzate nella
relazione. Anche laddove si sono manifestate
opinioni diverse, non sull'impianto ma su alcuni
punti, c'è stato un ragionamento pacato che ci
consente di superare quelle asperità che avevano
caratterizzato alcuni momenti della campagna
congressuale.
Uno degli aspetti più importanti è la presenza,
in questo Comitato Centrale, di numerosi e nuovi
quadri femminili. Se non avessimo operato al
congresso quella forzatura un po' illuministica,
oggi non sarebbero qui e non avrebbero potuto
dare il loro contributo, assai positivo, alla
nostra discussione. Possiamo veramente essere
soddisfatti della scelta del 50% di compagne nel
Comitato Centrale che, col tempo e senza
forzature, andrà portata a tutti i livelli del
partito.
Voglio riprendere un'affermazione del compagno
Rizzo. Il nostro dato elettorale è stato
oggetto, per la prima volta, dell'analisi delle
segreterie di Rifondazione e dei Ds. Vi era
l'idea che questo partito andasse a consunzione,
che ci sarebbe stata un'ulteriore spaccatura e
una confluenza nell'uno e nell'altro partito.
Nella peggiore dell'ipotesi, il "tutti a
casa".
Abbiamo avuto momenti difficili dopo le elezioni
politiche. L'insoddisfazione ha portato il
partito ad un momento di grande scoramento e
difficoltà, oggettivo per i dati elettorali, ma
anche soggettivo, perché dentro al partito si
manifestavano spinte centrifughe,
autodistruttive, che se non contrastate avrebbero
potuto portare allo scioglimento di questo
partito.
Abbiamo coraggiosamente deciso di tenere il
congresso nazionale anticipatamente e quel
congresso ci ha fatto crescere, maturare. Abbiamo
affinato la gestione della linea del partito e
oggi possiamo dire che il risultato delle ultime
amministrative, come diceva il presidente del
partito, è davvero positivo. Vi è la
precondizione per esistere e radicarci, ed ancora
una volta ha ragione Cossutta quando afferma che
in alcune realtà non era affatto scontato.
Le elezioni non sono andate bene ovunque, ma il
dato nazionale è positivo, è la somma di dati
locali importanti e di alcuni picchi straordinari.
So bene, lo dico al compagno e amico Vittorio
Nolli, che permangono difficoltà. Non ho usato
alcuna reticenza nella relazione nell'elencarle.
Risultati negativi, non positivi, di tenuta in
termini percentuali, di perdita in termini
assoluti. Non sono molti, ma ci sono. Non li ho
elencati perché fossero additati al pubblico
ludibrio, ma perché compito di questo organismo
dirigente, e tanto più della segreteria, è
aiutare quelle realtà. Ovviamente occorre
un'analisi caso per caso, perché i motivi della
sconfitta sono diversi gli uni dagli altri, e
tuttavia noi interverremo per aiutare. Mi auguro
solo che qualcuno non dica che questo è
l'effetto del centralismo democratico, per cui
l'aiuto ad una federazione diventa una lesa maestà
della democrazia del partito. Ma qualcuno lo dirà.
Preparatevi a ricevere altri plichi.
Da qui alle elezioni europee abbiamo di fronte a
noi due anni di lavoro. Gli europarlamentari
verranno eletti con il sistema proporzionale
puro, quindi le elezioni saranno per noi
politicamente decisive. E decisive anche
finanziariamente, visto che i parlamentari
europei versano un contributo importante al
partito. Nel frattempo ci saranno parecchie
elezioni locali. Ne voglio ricordare solo due. Le
regionali nel Friuli Venezia Giulia (con una
brutta legge elettorale di cui, attraverso un
referendum, chiederemo l'abrogazione, non
impossibile perché anche il Polo è contrario e
quindi ci sono buone possibilità di tornare al
vecchio sistema proporzionale) sulle quali
dobbiamo sin d'ora investire. E le provinciali di
Roma che coinvolgono più di due milioni di
abitanti della città più tutto l'hinterland.
Sono interessate ben quattro federazioni: Roma,
Civitavecchia, Castelli e Tivoli.
Per le europee dovremo predisporre un programma
di rafforzamento per radicare il partito,
soprattutto nei grandi centri dove siamo ancora
deboli, così da mantenere il trend positivo
delle provinciali.
Si stanno avvicinando a noi molti nuovi compagni.
In Sicilia, in Molise, in Campania ed in altre
regioni. Compagni che aspettavano un dato
positivo, di non transitorietà, che le
provinciali hanno loro offerto. Alcuni di voi
diranno che questo un atteggiamento sbagliato,
che potevano venire subito, quando il partito
doveva affrontare maggiori difficoltà. E' vero,
ma noi dobbiamo superare questa logica ed essere
aperti e disponibili. La logica dei "pochi
ma buoni", del partito dei fondatori, è per
noi micidiale. La percentuale di giovani nel Pdci
è superiore a quella di tutti gli altri partiti.
Il congresso regionale del Friuli è stato per me
una esperienza straordinaria: ragazzi
giovanissimi, operai di fabbrica, delegati,
compagni maturi che si sono forgiati nei luoghi
di lavoro, che vivono sulla loro pelle la
contraddizione di classe. Ma l'esperienza che più
mi ha colpito è stata quella di Bologna. La
federazione, come sapete, è commissariata,
guidata dalla compagna Dolci - che in qualcuno di
quei plichi viene indicata come la signora Dolci,
cosa di infinita sgradevolezza. A Bologna è
stato messo un banale banchetto durante una
manifestazione sindacale e lì, sul luogo,
quindici ragazzi, il più piccolo tredici anni,
il più grande ventuno, hanno chiesto la tessera
del partito. Li ho incontrati due settimane fa a
Bologna, alla festa di Rinascita, e sono rimasto
a discutere con loro tutta la notte. E' stata una
bella esperienza. Ragazzi inesperti, che si
formeranno nella battaglia politica, nell'agire
quotidiano, ma anche andranno anche formati nel
senso più classico del termine. Il primo corso
formativo, organizzato dalla compagna Pellegrini,
sarà di 4 giorni: un primo ciclo a tempo pieno e
poi questi giovani verranno seguiti nel corso
della loro evoluzione e contemporaneamente
partiranno altri corsi di base in modo che il
ciclo sia continuo.
Il Comitato Centrale ha appena cooptato la
compagna Carena che ha fondato, assieme ad altre
compagne e compagni, il "Pasolini",
centro omosessuale di organizzazione e
progettazione. Esperienze importanti di cui
dobbiamo avere cura. Ed occorre innanzitutto,
care compagne e cari compagni, moltiplicare le
cellule nei luoghi di lavoro, le sezioni di
fabbrica, già costruite in molte parti d'Italia.
Come vedete, ho voluto iniziare le mie
conclusioni sull'esigenza di consolidamento del
partito. Perché la penso esattamente come il
compagno Procaccini: più saremo forti, più
potremo essere unitari; più siamo deboli, più
sarà concreto il pericolo di essere fagocitati.
Più siamo forti e autonomi e più possiamo
intensificare la politica unitaria. Ma la
politica unitaria si svolge su due livelli:
quello del centrosinistra allargato e quello
della sinistra, la confederazione. La politica
unitaria, che per noi è il Dna del partito, non
può però e non deve essere vissuta in modo
subalterno. Credo di essere, all'interno del
centrosinistra, uno dei dirigenti più unitari,
ma sul piano della linea, dei valori di fondo,
sono fortemente intransigente.
Noi abbiamo proposto, io per primo, di allargare
l'Ulivo a Di Pietro e Rifondazione. Ma ad Asti -
una realtà dove gli allibratori ci avrebbero
dato cento a uno - il centrosinistra ha vinto con
Rifondazione fuori dall'alleanza di
centrosinistra. E giustamente i nostri compagni
di Asti non hanno voluto accordarsi con
Rifondazione per il ballottaggio. Questo ci ha
portato a vincere. La nostra linea nazionale è
quella della massima unità, ma bisogna
intelligentemente distinguere tra realtà e realtà.
Ho ascoltato con attenzione l'intervento di
Giacomo De Angelis, segretario regionale della
Campania. Il mio giudizio politico su Bassolino
è noto da molto. Bassolino ha la convinzione che
occorre superare i partiti e puntare sugli uomini.
In coerenza con le sue idee, è venuto a Roma per
la beatificazione di padre Pio ed ha affermato
che padre Pio è come Di Vittorio. Segno dei
tempi. Tempo addietro, quando andai a Napoli per
le elezioni regionali, lessi un titolo sul
Mattino che diceva: "Bassolino: difenderò
Napoli dai partiti". Mi colpì talmente che
lo ricordo a distanza di anni. Tenni una dura
polemica contro questa linea: se si eliminano i
partiti e si punta sulle figure carismatiche,
vince Berlusconi. E infatti ha vinto Berlusconi.
E' questa una concezione leaderistica antitetica
a quella dei valori repubblicani e
costituzionali, ed è la causa di molti dei guai
politici della Campania. In quella regione il
rapporto tra il nostro partito e Bassolino è
difficile. Dovremo discuterne attentamente, la
segreteria nazionale con la segreteria regionale,
per vedere quali misure sia più opportuno
adottare. Veniamo trattati in modo spesso
intollerabile e siccome non siamo vassalli
bisognerà decidere come reagire.
Questo non mette in discussione la nostra
politica unitaria, ma ci obbliga ad una grande
attenzione, ed a comportamenti conseguenti,
rispetto a ciò che accade nella coalizione e
nella sinistra. Vi porto alcuni esempi.
Ho ritagliato un articolo tratto da La Nazione,
Il Carlino e Il Giorno, cioè il gruppo dei tre
giornali nazionali di destra. C'è un'intervista
a Morando, area liberal dei Ds, intitolata "Anche
Sergio ha sbagliato, l'articolo 18 non è un tabù".
Nel momento in cui vi è un attacco senza
precedenti alla Cgil, nel momento in cui si tenta
con ogni mezzo di criminalizzare il dissenso
politico e il conflitto sociale, è intollerabile
che un pezzo dei Ds rompa non tanto il fronte del
mondo democratico, quanto del partito di
Cofferati, dei Ds. L'indignazione non dovrebbe
essere solo di Diliberto, ma innanzitutto di
Fassino, il segretario di quel partito. Ma
Fassino è anche il protagonista dell'episodio,
richiamato da Cossutta, avvenuto nella direzione
nazionale dei Ds, relativo ad un ordine del
giorno di sostegno a Cofferati che è stato
respinto.
Da questi episodi non mi aspetto francamente
niente di buono. Tanto meno mi aspetto qualcosa
di buono dall'Ulivo nel suo complesso. Enrico
Letta cinque giorni fa ha dichiarato: né con
Cofferati, né con D'Amato, riesumando
un'espressione che ha prodotto già sufficienti
danni in anni passati.
In Italia conosciamo il sovversivismo delle
classi dirigenti da almeno un secolo, lo abbiamo
vissuto in forme diverse, da Bava Beccaris in
poi, e negli anni 70 s'è espresso con i
depistaggi, con le stragi politiche. Quando c'è
il rischio di una avanzata popolare, le classi
dirigenti si difendono e si difendono con
qualunque mezzo.
Io non so, onestamente, cosa ci sia dietro la
vicenda delle lettere di Marco Biagi, uscite
perfettamente a tempo, ma la reazione di oggi del
ministro dell'Interno è incredibile. Noi
comunisti proponiamo alle forze democratiche di
organizzare una manifestazione di protesta contro
il ministro dell'Interno. Invierò a tal
proposito una lettera per una urgente richiesta
di incontro ai segretari dei partiti
all'opposizione.
Le destre hanno vinto le elezioni, potrebbero
governare, anzi governano, con una larghissima
maggioranza parlamentare, 120 deputati in più,
possono fare quello che vogliono. Ma hanno paura
dei movimenti di massa. Subito dopo la
manifestazione della Cgil del 23 marzo, sul
giornale La Sicilia apparve un articolo del
ministro della Difesa, Antonio Martino. Il
ministro scriveva che quella manifestazione
rappresentava un pericolo per la democrazia.
Il ministro della Difesa controlla uno dei due
servizi segreti, l'Arma dei carabinieri e
l'esercito. Se il ministro della Difesa dice di
una pacifica manifestazione sindacale che è un
pericolo per la democrazia, quale è il passo
successivo? Il passo successivo è limitare i
diritti dell'opposizione, il diritto di
manifestare. Già avanzano ipotesi di questo
genere. Tibaldi ricordava il disegno di legge per
limitare, se non addirittura abolire, il diritto
di sciopero nei servizi pubblici.
Stanno avvenendo cose che dovrebbero preoccupare
anche il più moderato dei socialdemocratici e
invece, all'interno dell'Ulivo e dei Ds, dobbiamo
registrare serie sottovalutazioni. Noi, con
grande determinazione, dobbiamo affrontare questi
temi e mettere in campo tutta la nostra forza,
per quanto limitata essa sia. Non aggiungo nulla
a quanto detto dal presidente del partito su
questa materia. Voglio solo ribadire alcuni punti.
Noi siamo al fianco della Cgil e di Cofferati, ma
tra poco Cofferati lascerà la Cgil. Dobbiamo
lavorare, lo dico innanzitutto ai nostri compagni
sindacalisti, per aiutare il gruppo dirigente
della Cgil affinché riesca lo sciopero generale
e perché si raccolgano i cinque milioni di firme.
Sul referendum relativo all'estensione
dell'articolo 18, voglio raccogliere
l'indicazione di Barbieri perché esattamente in
sintonia con quanto proposto nella relazione. Ci
sono diverse iniziative: il referendum "estensivo",
l'iniziativa di Grandi che anche noi abbiamo
sottoscritto, la legge di iniziativa popolare
della Cgil. Il nostro partito deve farsi
promotore di un incontro con coloro che animano
queste iniziative al fine di raggiungere una
posizione unitaria. Non so se ci riusciremo, ma
dobbiamo provarci. Temo le divisioni in un
momento come questo. Personalmente ho molte
perplessità sul referendum "estensivo",
ma so che nel partito ci sono posizioni diverse:
compagni che hanno espresso chiaramente la loro
contrarietà e compagni che stanno raccogliendo
le firme. Personalmente condivido la posizione
del presidente del partito, per altro discussa in
direzione, che considero la più equilibrata.
Questo è il modo di fare provare a fare una
sintesi tra diverse posizioni mantenendo l'unità
del partito in una fase politica a rischio come
l'attuale. E il partito dovrà impegnarsi a fondo
nella raccolta di firme sulla nostra petizione
per la confederazione della sinistra. Perché la
nostra proposta diventi oggetto di una battaglia
politica. Alla manifestazione del 23 marzo, alle
feste dell'Unità alle quali sono invitato a
partecipare, il popolo della sinistra chiedeva
unità. Noi dobbiamo raccogliere questa giusta
esigenza ed indicare uno sbocco politico.
A settembre terremo una grande iniziativa sulla
scuola e dobbiamo chiedere ai nostri giovani di
essere protagonisti della battaglia. A settembre
riaprono le scuole e, tradizionalmente, c'è la
rinascita del movimento. In questo caso
pienamente giustificato, anzi indispensabile per
contrastare la deriva della riforma Moratti. Sono
anche per riprendere l'ipotesi avanzata da
Pestalozza, cioè il convegno sull'antifascismo,
tema identitario classico dei comunisti, storia
del Pci, valore attuale e non solo memoria.
A Ghilarza, in Sardegna, il nostro partito ha
recuperato la casa museo di Gramsci, chiusa da
due anni perché l'associazione che la gestiva
non aveva fondi e si trattava di venti milioni di
vecchie lire l'anno. Ci abbiamo pensato noi,
malgrado le nostre povere finanze. E ora
stamperemo dei volumetti di identità, di studio,
di riflessione, con la casa editrice Robin di
Roma gestita da un nostro compagno: il discorso
di Togliatti nell'aprile del '44, il Gramsci sul
leninismo ed altri classici. Concordo con Orazio
Licandro che propone di ristampare le lezioni sul
fascismo di Togliatti, perché sono il più
straordinario testo di approfondimento sulla
natura del regime. La famosa espressione "regime
reazionario di massa", che per la prima
volta sfatava l'idea del regime basato sui carri
armati, sui cannoni. No, il fascismo aveva
consenso, e era una formidabile macchina di
costruzione del consenso, con intuizioni
straordinarie: pensate ai dopolavoro, al Guf, ai
balilla, agli avanguardisti, ai giochi, ecc
L'altro nostro obiettivo è il rilancio di
Rinascita, che è molto migliorata. La direzione
del compagno Pagliarulo e i compagni che con
grande abnegazione ci lavoravano hanno impresso
una svolta al giornale. Abbiamo tenuto una
direzione ad hoc sul giornale e sulle risorse
finanziarie necessarie. Il compagno Rizzo ha
"costretto" tutti voi del Comitato
centrale ad abbonarvi. Solo 30 su 200 lo erano.
Questo testimonia che il giornale non era
percepito, e probabilmente non è ancora
percepito, come uno strumento di lavoro politico.
Perché nelle nostre iniziative o a quelle cui
partecipiamo Rinascita non viene diffusa? Se non
usiamo questo strumento, cos'altro abbiamo?
Non so quanti di voi abbiano la consapevolezza
che questo partito è un piccolo miracolo.
Abbiamo discusso fino alla noia il tema del
nostro spazio politico. C'è uno spazio, ci siamo
chiesti, tra Rifondazione e i Ds? Io sono
d'accordo con Caron. Il problema è occupare
tutti gli spazi a sinistra. Il fatto che il Pdci
esista è un piccolo miracolo in controtendenza
rispetto a tutto il mondo. Il partito comunista
francese, gloriosissimo partito, il primo partito
della Francia nel dopoguerra, dopo il nostro
risultato elettorale ha - il presidente e Venier
mi consentiranno quest'affermazione un po'
orgogliosa - pochi più voti di noi. Dopo tutto
quello che è successo nel mondo, dopo l'89, dopo
lo scioglimento del Pci, dopo il fallimento
dell'esperienza di Rifondazione, non era scontato.
E' un miracolo nostro, perché ci stiamo
riuscendo contro tutto e tutti, anche contro i
nostri alleati: non dimentico che erano pronti a
togliere il nostro simbolo alle elezioni
politiche per accedere alla richiesta di
Rifondazione. Abbiamo tenuto duro e oggi possiamo
avere più fiducia in noi stessi, investire
sull'intelligenza e sulla passione politica di
questo partito.
In questo c'è un grande riconoscimento verso i
fondatori, sia a livello nazionale che
territoriale, del nostro partito. Ma questa
riconoscenza non mi impedirà di affrontare
alcuni problemi con la franchezza che mi è
propria e quindi forse con qualche sgradevolezza.
Chiedo scusa in anticipo, ma credo che un
dirigente abbia il diritto-dovere di dire la
verità.
L'idea che il partito debba essere guidato dai
fondatori, cioè da quelli che nell'ottobre del '98
si divisero da Rifondazione in Parlamento e che
poi affrontarono mille battaglie, mille naufragi,
è un'idea sbagliata e perdente. Già oggi, in
questo Comitato Centrale, ci sono compagni e
compagne nuove, che hanno aderito al partito più
tardi. Dal compagno Licandro, al compagno
Palombo, al compagno Soffritti, alla compagna
Vistoli. Parlo di compagni che sono segretari di
federazione o dirigenti importanti. Ho citato
loro perché sono seduti davanti a me, ma ce ne
sono altri. Il nostro dovere è ampliare il
partito, renderlo agibile e disponibile a nuovi
compagni. Ce ne sono che non vengono da nessuna
storia e ce ne sono che hanno alle spalle una
storia diversa dalla nostra. Ma il partito
togliattiano, il "partito nuovo", come
ha fatto a diventare grande? Anche nel Pci c'era
una componente settaria che voleva il partito dei
quadri, dei rivoluzionari di professione.
Togliatti, con uno straordinario coraggio
politico, aprì il partito. Un partito di massa,
prima ancora nella politica che nei numeri, che
abbia il suo fondamento, la sua ragion d'essere
nel lavoro dipendente, nel piccolo lavoro
autonomo, nella piccola imprenditoria, tra i
disoccupati e i braccianti. E contemporaneamente
un partito capace di allargarsi anche nella
formazione dei gruppi dirigenti. Non ho nulla da
aggiungere a quanto detto dal compagno Galante. E
tuttavia voglio rivolgermi ad una compagna
bravissima, che ritengo anche una amica
personale, alla quale voglio molto bene, e voglio
farlo pubblicamente, alla compagna Bisi. Questa
mattina è intervenuta, molto amareggiata, perché
non è più la segretaria della federazione di
Ferrara. Io condivido il giudizio che ha dato
Galante, e cioè che la crisi di Ferrara è una
crisi di crescita del gruppo dirigente, non un
mero e triste litigio. Ma voglio essere ancora più
esplicito e fare un esempio, se volete sulla base
di un assurdo, come si usa ogni tanto in
matematica. Se il compagno Cofferati dicesse:
voglio iscrivermi ai Comunisti italiani, io sarei
il primo a fare un passo indietro. Con un
congresso, certo. Sarei il primo a dire che il
compagno Cofferati deve fare il segretario.
Il giudizio sui compagni che hanno diretto la
federazione di Ferrara è non buono, ma
eccellente. E c'è rispetto e affetto sincero nei
confronti di chi ha costruito il partito in una
realtà egemonizzata dai Ds. Vedete, la stessa
cosa è successa a Catania ed in altre
federazioni.
Noi dirigenti comunisti dobbiamo mettere a
disposizione le nostre persone, che per fortuna
sono fungibili. Quel che non è fungibile è il
partito.
Sempre per questo motivo concordo con
l'osservazione garbatissima che il presidente ha
fatto nei confronti del compagno Nesi. Perché è
un po' stravagante venire alla tribuna e dire che
la situazione è ulteriormente peggiorata e poi
andarsene. I conferenzieri sono utili al partito,
ma ancor più utile è dibattere tutti insieme.
C'è in questa vicenda un punto delicatissimo che
voglio affrontare in termini politici. Lungi da
me l'idea che si possa affrontare in termini
statutari. Non lo avrei fatto prima, quando il
centralismo democratico non c'era, non intendo
farlo adesso, anche perché il centralismo
democratico non ha nulla a che vedere con le
dinamiche dei gruppi dirigente. Il centralismo
democratico attiene alla linea politica del
partito.
Mi dispiace che il compagno Nesi sia andato via,
avrei voluto fare questo discorso in sua presenza.
Forse Nesi ed io abbiamo una diversa concezione
del partito perché proveniamo da storie diverse.
Sono convinto che dobbiamo fare in modo che il
compagno Nesi possa entrare più in sintonia con
il nostro modo di vedere il partito. Non
allontanarlo, non emarginarlo, ma aiutarlo ad
entrare in sintonia con noi, a partire dalla
comune scelta fatta al congresso, che non è
quella del centralismo democratico, ma la
costruzione di un partito comunista. Questa è la
scelta di fondo. In questo senso sono
moderatamente ottimista sul futuro e tuttavia
ribadisco quello che ho già detto al congresso
in maniera molto franca. Il presidente del
partito ha totalmente ragione, noi tutti di
diverse generazioni, dai più giovani sino a
quelli della generazione precedente alla mia,
siamo figli di una gigantesca, mondiale
sconfitta, quella dell'89: la fine della guerra
fredda e la nascita del mondo unipolare, un mondo
nel quale la guerra è diventata lo strumento
della politica e tutto, anche le peggiori
angherie, vengono giustificate con la lotta al
terrorismo. Anche in Italia sta succedendo. Per
lottare contro il terrorismo vengono colpiti i
diritti dei lavoratori e i diritti di libertà.
In questa fase noi siamo per davvero
controcorrente, la nostra impresa è fuori dal
comune, completamente straordinaria. Ma dobbiamo
essere consapevoli che il massimo che io posso
chiedere a me stesso, alla mia generazione, cioè
quella che va verso i cinquant'anni, non è di
ricostruire il partito comunista, ma di
consegnare a chi oggi ha venti anni un'idea, una
prospettiva comunista. Il partito comunista,
quello che aveva il 30% dei voti o addirittura il
34%, partito di massa, partito autorevole,
partito che si candidava a governare il Paese,
quello che chiamavamo il più grande partito
comunista dell'occidente, noi non lo vedremo. Ma
non mi rassegno all'idea che con il crollo del
muro di Berlino debbano crollare anche le mie
idee, i miei ideali. E che soprattutto siano
crollate le oggettive contraddizioni di classe,
capitalistiche, post imperialistiche. Queste
contraddizioni mondiali non sono finite, al
contrario si sono aggravate. Ecco perché siamo
qui. Perché oggi quelli che non hanno conosciuto
il Pci e che non sono segnati dalle sconfitte subìte
dalla nostra generazione, quelli che hanno
vent'anni, possano reinventare per il terzo
millennio una forma inedita di un nuovo partito
comunista. Questo è il compito della nostra
generazione e chi pensa che sia un compito di
basso profilo si sbaglia. E' il compito più
difficile e per certi versi il più esaltante.
Quando Togliatti nel '44 costruisce il partito
nuovo, lo può fare perché nei vent'anni
precedenti i comunisti che hanno subìto la
galera, l'esilio, che hanno combattuto, che sono
stati uccisi, hanno costruito le condizioni. Ecco
il nostro compito. Per questo compito io ho
intenzione di battermi, per questo compito vi
chiedo di battervi, perché questo compito non ha
a che fare con le miserie della cronaca
quotidiana, è un compito storico e ad esso vale
la pena di dedicare le nostre esistenze.
|
|

COMITATO
CENTRALE del 29 e 30 giugno 2002
- La
relazione del segretario
- L'intervento
di Armando Cossutta
COMITATO CENTRALE del 26 gennaio 2002
La relazione del Segretario, O. Diliberto
"Due campagne nazionali su giustizia e
lavoro"
Le
conclusioni di Diliberto
"Il partito cresce ovunque, continuiamo
così"


|