La relazione di Oliviero Diliberto
Unità, autonomia, competizione

Inizio i lavori del Comitato Centrale con una valutazione delle elezioni amministrative che rappresentano per il centrosinistra - arriverò dopo ai risultati del partito - una boccata di ossigeno.
Non enfatizzo questi risultati e tuttavia, a distanza di un anno dall'insediamento del governo Berlusconi, c'è per la prima volta un'inversione di tendenza. Non solo rispetto alle elezioni politiche, ma ad una sequenza micidiale di risultati elettorali: politiche del maggio 2001; regionali siciliane del giugno 2001; regionali del Molise del settembre 2001: tutte perse rovinosamente.
Cosa è successo? Perché, dopo una sequenza disastrosa, c'è un'inversione di tendenza?
L'analisi, che sottopongo alla valutazione del Comitato Centrale, è che da gennaio-febbraio di quest'anno vi sia stato uno spartiacque rappresentato dalla nascita e dall'affermazione di movimenti di massa che hanno cambiato il senso comune nel Paese. Movimenti di natura diversi e tuttavia tutti convergenti in un'unica fonte ispiratrice: quella di un'opposizione più incisiva e intransigente al governo Berlusconi.
Ci sono stati movimenti giovanili che partono dal luglio di Genova e arrivano sino alle contestazioni all'ultimo G8. C'è stato il movimento della pace che ci ha visti protagonisti: le marce Perugia-Assisi e il movimento contro l'uso della guerra quale strumento di composizione dei conflitti internazionali. C'è stato il movimento per la giustizia, grandi manifestazioni come quella del Palavobis cui hanno partecipato in 40.000. E poi i movimenti degli autoconvocati: i girotondi, l'articolo 21, l'informazione. E penso alle tante mailing list, a quella sorta di permanente "assemblea on line" che raggiunge ed unisce moltissimi giovani: una straordinaria rete di esperienze e di associazionismo. Sino ad arrivare al più importante dei movimenti, alla rinascita del conflitto sociale sull'articolo 18 ed alla manifestazione della Cgil del 23 marzo fino allo sciopero generale. Un'analisi, seppur sommaria e schematica, suffragata da un dato elettorale: il centrosinistra cresce nel suo complesso e, al suo interno, cresce la sinistra.
I Ds guadagnano due punti percentuali, ed è la prima volta dopo anni di continua discesa. Rifondazione aumenta dello 0,4 e noi abbiamo un incremento che ci porta dall'1,7 al 2,5. Verdi e Sdi hanno un risultato che, quantomeno, inverte il disastro del Girasole alle politiche. Mi riferisco ovviamente ai dati provinciali, gli unici politicamente aggregabili, anche perché rappresentavano un campione perfettamente coincidente con il dato nazionale. La Margherita, di converso, perde 4 punti percentuali, ma il dato più significativo è la perdita di più della metà dei voti in termini assoluti. Evidentemente è scemato l'effetto di trascinamento del nome di Rutelli sul simbolo e, contestualmente, si sta affermando quello che potremmo chiamare "l'effetto Cofferati".
In questo contesto giudico davvero importante il dato del partito. Noi guadagniamo in termini percentuali e, dato ancor più importante, siamo l'unico partito che avanza in termini assoluti. I Ds aumentano di due punti percentuali, ma perdono centinaia di migliaia di voti per effetto della diminuzione complessiva dei votanti. Noi, nonostante questa diminuzione, aumentiamo anche in termini assoluti. Siamo diventati, passatemi l'espressione, il più grande dei piccoli partiti. Abbiamo più voti dei Verdi, dello Sdi, dell'Udeur ed anche dell'Italia dei Valori.
Un risultato che ci incoraggia e su cui occorre svolgere qualche considerazione relativamente al risultato delle singole province. Esso è negativo a Vercelli e non buono nelle due province liguri, Genova e La Spezia, ma va bene in Lombardia e non era affatto scontato: a Como più 0,4; a Varese più 0,2. Ottimo il risultato in Veneto: a Treviso quasi un punto in più ed a Vicenza 2 punti e mezzo, passando dallo 0,9 al 3,4%: in termini assoluti, da 4.900 voti a 11.947, un dato davvero inaspettato. Il risultato del Veneto è straordinario, perché ottenuto in una delle regioni più "bianche", tradizionalmente più conservatrici. Ottimo risultato ad Ancona: più 1,2; ottimo a Campobasso: più 2 (passiamo da 2.700 a 4.780 voti); ottimo a Reggio Calabria: più 0,6.
Ma anche il dato delle comunali è incoraggiante. Il riepilogo che vi è stato consegnato non tiene conto dei comuni dove non ci siamo presentati e che sono ancora troppi. Occorre più coraggio, avremmo dovuto presentarci anche laddove non abbiamo iscritti. I compagni della federazione di Ferrara l'hanno fatto a Comacchio: i voti sono quasi raddoppiati e, partendo dalla nostra lista, apriremo la sezione. Stessa cosa in qualche realtà del catanese, ed anche lì abbiano iniziato a costruire le sezioni. Va inoltre evidenziato il risultato di Bisceglie, un grande comune di 60.000 abitanti. Il partito è al 15% ed è stato eletto sindaco il nostro compagno Franco Napoletano. Straordinario il risultato ad Asti, dove passiamo dal 5,8 delle politiche al 10,1. Straordinario e importante a Reggio Calabria ed a Gela, dov'era candidato sindaco il nostro compagno Rosario Crocetta che al ballottaggio, per una quarantina di voti, non ha vinto. Abbiamo presentato ricorso e tuttavia, al momento, non abbiamo il sindaco. Siamo andati bene ad Alessandria; stabili a Parma, Pistoia e Cosenza; non bene in Liguria, ancora una volta a La Spezia, Genova e Savona; non bene a Piacenza, Rieti e Carrara. Ma il dato politicamente più interessante è che per la prima volta otteniamo un importante consenso nei comuni a base sociale operaia. Mi riferisco a tutta la cintura torinese, il che premia un lavoro positivo fatto alla Fiat, non soltanto il convegno nazionale tenuto dal compagno Tibaldi e dalla segreteria della federazione, ma un lavoro continuativo da quando, dopo l'accordo con la General Motors, era già chiaro dove si sarebbe andati a parare. Sempre nella cintura torinese, a Grugliasco, abbiamo raggiunto l'11% ed avevamo il 2,4. A Rivalta il 7,9 e avevamo l'1,3. Lo stesso risultato di Asti, così positivo, è il risultato di un lavoro nelle fabbriche, negli insediamenti operai.
La tendenza non si limita al Piemonte. A Schio, in provincia di Vicenza, tradizionale luogo di presenza operaia, abbiamo il 9% ed avevamo l'uno e qualcosa. Questo partito non si limita a parlare a segmenti di avanguardie, quelle più avanzate, più di sinistra, ma ha una base sociale di riferimento nei lavoratori dipendenti, nel lavoro salariato. Dobbiamo trarre da questo lo stimolo per fare di più e meglio proprio su questo segmento di popolazione e di ceto di riferimento.
Ricorderete la scelta fatta a livello nazionale, in qualche caso dolorosa per i compagni dei territori: quella di presentarci in tutte e dieci le province con il simbolo del partito. Dolorosa perché in molte province si erano costruiti rapporti con i Verdi e con altre forze politiche e l'orientamento era quello di liste comuni. Pensavo prima, e lo penso ancor più alla luce dei risultati, che la nostra scelta sia stata giusta. Viceversa, alle comunali, abbiamo invitato i compagni dei territori a fare "esperimenti" che potevano servire come banco di prova: in numerosi comuni ci siamo presentati con i Verdi, in altri con Di Pietro, in altri ancora con Verdi e Di Pietro e in qualche caso con i Ds, con Rifondazione, ecc. Il primo dato è che l'accordo tra noi e Di Pietro, e cioè tra due formazioni molto diverse, accomunate soltanto dalla questione morale, si è rivelato un disastro. A Frosinone abbiamo avuto lo 0,6%, a Caserta l'1,1%, a Lecce l'1,6%, a Oristano lo 0,8%, a Chioggia l'1,3%. Da soli avevamo preso più voti. Porto questi esempi basandomi ovviamente sui comuni più grandi, ma il dato nazionale è inequivoco. Ed è andata male anche dove abbiamo presentato un accordo a tre: noi, Di Pietro e Verdi. A Battipaglia l'1,2, a Nocera l'1,6. Con un'unica eccezione positiva a Camaiore, ma è veramente l'eccezione che conferma la regola, dove abbiamo raggiunto il 5%. A Brindisi abbiamo presentato una lista composta da noi, Verdi, Di Pietro, Repubblicani europei, pezzi di società civile. Sulla carta era una lista fortissima. Abbiamo preso l'1,2%. Altro risultato disastroso ad Aprilia, dove siamo andati con l'Udeur e con Di Pietro. Abbiamo preso lo 0,6% dei voti, e credo che in questo caso ce lo siamo politicamente meritato.
Diverso è il ragionamento per quanto riguarda l'accordo con i Verdi. Penso a L'Aquila, a Matera, a Domodossola, a Ventimiglia e a parecchi altri comuni dove evidentemente il rapporto tra la componente comunista e quella ambientalista era più matura e comunque costruita nel tempo, non occasionale.
Prima delle elezioni, facendo un investimento economico, chiedemmo ad Abacus di fare per noi dei sondaggi. I dati di Abacus ci gettarono nello sconforto perché ci davano al di sotto di quanto abbiamo poi preso. Ma i dati Abacus, alla domanda rivolta agli elettori sull'alleanza con Di Pietro, dicevano che solo il 10% era favorevole, mentre rispetto all'accordo con i Verdi si arrivava quasi al 50%.
A Vibo Valentia è stata fatta una lista senza il simbolo del partito, e tuttavia con un simbolo con la falce e il martello, che rappresentava noi ed i Ds dissidenti. Abbiamo preso il 5,7% ed abbiamo eletto due consiglieri comunali: questa è forse la dimostrazione che una certa omogeneità tra partiti rende gli accordi comprensibili e premia elettoralmente. Va male laddove ci sono alleanze non naturali, come si è rivelata, lo dico autocriticamente, quella con Di Pietro.
Ci sono poi casi isolati in cui abbiamo fatto accordi con Rifondazione, in qualche caso con Rifondazione e i Ds e in un caso, a Verona, in una lista che potremmo chiamare della "confederazione della sinistra", composta da Ds, noi e Sdi: non è andata male, nel senso che sostanzialmente abbiamo avuto gli stessi voti che hanno preso i Ds alle politiche più qualcosa portato da noi e Sdi.
Ricapitolando possiamo affermare che il risultato delle provinciali, ma anche il risultato di dove, alle comunali, ci siamo presentati con la nostra lista di partito, dà una crescita del nostro partito. Inverte una tendenza e ci dice una cosa semplice, per noi importantissima: dobbiamo ancora fare moltissimo, certo, ma questo partito non è transitorio, come pure dopo le politiche sembrava ad alcuni esterni, ma anche interni, al partito. Stiamo iniziando, sia pur faticosamente, a radicarci.
Il risultato è tanto più importante - per noi e per gli altri partiti della sinistra - perché viene all'interno di un quadro europeo disastroso. Le elezioni francesi ci consegnano un ulteriore spostamento a destra degli equilibri europei, con una pesantissima crisi delle socialdemocrazie che soltanto la leggerezza di Bertinotti può ascrivere al centrosinistra. Il governo Jospin, caduto rovinosamente, era infatti il modello cui facevano riferimento Bertinotti e Salvi sino a poco tempo fa. Avevano ragione, era il più avanzato d'Europa, ma non era di centrosinistra, era di sinistra, era il governo dei socialisti e dei comunisti. Comunque, al di là delle operazioni strumentali, quel che è avvenuto in Europa ci consegna un problema grande. La sconfitta francese, il punto più avanzato del sistema di alleanze di sinistra, era, a giudizio di tutti gli osservatori, il governo più riformatore. Quel governo perde rovinosamente. Questo pretende una riflessione seria da parte dei socialdemocratici, dei socialisti, ma anche dei comunisti europei. Infatti il dato francese conferma una tendenziale crisi, a livello europeo, dei partiti comunisti: in Portogallo, in Spagna e adesso anche in Francia, dove alle presidenziali prevalgono i partiti trotzkisti, estremisti, che raggiungono quasi l'11%. Alle legislative il partito comunista francese recupera mezzo punto percentuale e si assesta intorno al 4%, ma spariscono i trotzkisti. Il che, badate, porta ad una conclusione provvisoria e di lavoro: noi italiani abbiamo qualche titolo per lavorare insieme ai compagni comunisti, della sinistra, perché siamo rimasti l'unico Paese, con l'eccezione dell'ex Germania dell'Est, dove due partiti comunisti hanno un insediamento rispettabile: 5,4% Rifondazione e 2,5% noi. Non è ancora, anche sommando i voti, il risultato che ottenemmo alle politiche del 1996, l'8,6%, prima che abbandonassimo Rifondazione. E questo aumenta il rammarico per il fallimento di quell'ipotesi di costruzione di un moderno partito comunista in Italia.
Noi ci stiamo riprovando. Tuttavia il quadro francese ci dice anche un'altra cosa. Mentre in Europa le destre sono divise (c'è una destra democratica, di lealtà repubblicana, come viene chiamata in Francia quella di Chirac, e c'è una destra fascista o di tipo fascista, razzista, xenofoba e in alcuni casi persino neonazista), in Italia accade il contrario e l'alleanza di destra che è al governo è la peggiore d'Europa.
Cercherò di spiegare quelle che secondo me sono le caratteristiche che connotano questa alleanza e la natura della nuova fase che si è aperta in Italia.
Questo governo rappresenta la somma di istanze diverse e tuttavia portatrici ciascuna di un segmento pericoloso per la democrazia italiana. Buttiglione è diverso da Bossi e da Fini, ma il moderato Buttiglione che perde la sua battaglia contro Bossi e Fini sull'immigrazione ottiene in cambio, dai "liberali" di Forza Italia, una legge oscurantista sulla procreazione assistita. Ognuno dei segmenti di questo governo, contrariamente a quelli del centrosinistra, porta a casa un risultato grazie al quale parla all'elettorato di riferimento. Non vi è in questo governo una idea semplificatoria della coalizione. Ognuno parla ai propri cittadini e cerca di conquistarli sulla base della propria identità: l'oscurantismo cattolico, la parte più retriva della chiesa, quella xenofoba e quella neofascista, quella imprenditoriale, aziendalista, di Forza Italia.
Cercherò di offrire un quadro realistico di quello che sta succedendo, anche alla luce degli ultimi fatti, inquietanti e oscuri, relativi alle lettere di Marco Biagi.
Primo: sono in pericolo non i singoli diritti dei lavoratori, ma un intero modello di società, quella appunto fondata sui diritti. E' in pericolo perché l'obiettivo è una società neocorporativa, e uso questo termine nel senso tradizionale del regime fascista. Quando il governo riesce a dividere Cisl e Uil dalla Cgil e propone loro la creazione di enti bilaterali, formati da sindacati e imprese, finanziati dal governo, che si devono occupare di formazione, di collocamento, di uscita dal sommerso sostituendo gli apparati dello Stato preposti a ciò, ad iniziare dalla guardia di Finanza sino agli ispettorati del Lavoro, propone la costruzione di un modello corporativo con la fine dell'autonomia delle parti sociali e dunque del conflitto. E si inizia dall'articolo 18 per arrivare alle pensioni (pensate all'ultima uscita del governatore della Banca d'Italia), al contratto collettivo nazionale di lavoro, al collocamento, alla decontribuzione per tutti i nuovi assunti, misura che rappresenta la rottura del meccanismo di solidarietà tra le generazioni. E' un altro modello di società, non più fondato sui diritti, ma sull'idea che non si è cittadini dotati di diritti, ma si è cittadini in quanti proprietari. E' la vecchia idea del liberalismo classico, della libertà intesa come libertà economica e dunque come arbitrio, come legge del più forte. Stanno applicando questo modello in settori chiave come la sanità, dove a grandi passi ci si sta avviando verso la privatizzazione. E' in gioco il modello della scuola, dove a settembre bisognerà fare una battaglia campale. La riforma Moratti fa tornare la scuola italiana agli anni 50. Ad una scuola di classe, nel senso tradizionale della parola, dove i figli dei lavoratori vanno all'avviamento al lavoro, cioè ad imparare un mestiere, e i figli dei benestanti ai licei. Il compagno Bergonzi sta lavorando molto bene, organizza convegni, iniziative, manifestazioni. In un opuscolo del partito, è pubblicato un suo utile scritto che analizza nel dettaglio la riforma Moratti.
Quindi, primo: i diritti dei lavoratori cancellati o ridotti all'interno di una logica da corporazione fascista.
Secondo. Mai come in questa fase c'è stato un simile attacco alla laicità dello stato. La Dc , che ha governato per 50 anni, non si è mai sognata di colpire la divisione classica tra Stato e chiesa, quella che i liberali ci hanno insegnato. Procreazione assistita, concezione oscurantista della famiglia, legge 194, scuola privata e cattolica e anche, per motivi diversi, l'antislamismo dilagante sulla base di una idea identitaria: italiano è uguale a cattolico. La cosa è inoltre alimentata ad arte dalla guerra al terrorismo presunto, che crea guasti profondi, nel medio e lungo periodo, perché affronta questioni che attengono a un sistema di valori che permea il senso comune della popolazione.
Questa fase ci fa tornare agli anni più bui della storia repubblicana, sia sul piano delle garanzie democratiche che in senso stretto. Pensate alle due molotov false, costruite dalla polizia e fatte ritrovare nella caserma di Bolzaneto a Genova. Per giustificare l'irruzione e le violenze vengono inventate le prove facendo piazza pulita di uno dei principi fondamentali: le garanzie e i diritti dei cittadini. Violati per tre giorni a Genova, durante il G8, con la sospensione dei diritti costituzionali e poi per giustificare, a posteriori, quella violazione, con la fabbricazione da parte di un organo dello Stato, la polizia, di prove false. Ecco perché noi difendiamo l'indipendenza della magistratura! Perché essa garantisce innanzitutto i cittadini. Se la magistratura non fosse indipendente, se i pubblici ministeri che stanno indagando dipendessero dal governo, quelle prove non sarebbero state trovate.
Sono pezzi di un mosaico autoritario che passa attraverso la schedatura di chi sciopera e la criminalizzazione del dissenso e del conflitto. Quello che è successo con la pubblicazione su La Repubblica delle lettere di Marco Biagi ricorda il tempo delle stragi, dei delitti impuniti, dei grandi misteri d'Italia. Noi manifestiamo la piena e incondizionata solidarietà al compagno Cofferati, ma contemporaneamente dobbiamo essere consapevoli della materia che stiamo maneggiando. Lettere che non sono in mano alla magistratura, che saltano fuori dai computer e quindi difficilmente accertabili. Non sapremo mai se sono davvero di Biagi né qual era il reale contenuto. Le lettere che ha in mano la magistratura non contengono il riferimento a Cofferati. Le nuove lettere sono state pubblicate da un giornale di centrosinistra, La Repubblica, e sono saltate fuori per opera di un consigliere comunale di Rifondazione di Bologna. Viene da chiedersi: a chi spaventa l'ingresso di Cofferati in politica? Come diceva uno che se ne intende, a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.
Si tratta di una materia molto delicata che attiene al funzionamento dei poteri dello Stato, ai depistaggi, alla fabbricazione di prove false, riferita a un tema che è la criminalizzazioni del conflitto e del dissenso, largamente in atto ad opera di questo governo.
Da un lato c'è l'autoassoluzione delle classi dirigenti: falso in bilancio, rogatorie, rientro dei capitali dall'estero, sino alla proposta di Bossi sulla reintroduzione dell'autorizzazione a procedere per i parlamentari anche per le condanne passate in giudicato. Cosa che non esisteva nemmeno nella prima Repubblica: chiunque faccia parte della classe dirigente è impunito per legge. Dall'altro lato, tolleranza zero per ogni forma di dissenso, di marginalità sociale, di diversità, di conflitto. Dalla legge sulle tossicodipendenze a quella sugli immigrati. Il quadro è preoccupante. A questo aggiungiamo che tutta l'informazione è in mano a questi signori, e che l'informazione non sono solo i Tg, ma anche i talk show, il complesso di valori che viene veicolato dalle televisioni, fondato su valori e principi opposti a quelli costituzionali.
Pestalozza fece una straordinaria osservazione, e cioè avanzò l'idea della "maleducazione" come cifra dell'idea fascista della comunicazione. Il presidente del Consiglio che fa le corna è un paradigma: nella formazione delle classi dirigenti c'è sempre stata l'idea che esse devono dare l'esempio. Le classi dirigenti della destra invece assecondano i peggiori istinti, li interpretano, li esaltano, li blandiscono e fanno sì che la maleducazione, il disvalore, il machismo, l'ignoranza, siano vincenti. E' così che nascono i regimi, con lo spostamento progressivo del senso comune. Ed è proprio su questo terreno, sull'informazione-formazione-cultura, che la destra sta lavorando da tempo. Una decina di giorni fa è stato presentato il manifesto della cultura degli intellettuali di destra. Successe anche nel '24. E' vero che in quel caso il promotore si chiamava Gentile e non Dell'Utri, Adornato o Bondi, e tuttavia non è un caso che, attraverso il manifesto degli intellettuali di destra, vogliano dare una giustificazione culturale a quello che sta avvenendo. I loro capisaldi sono il cattolicesimo democratico e il liberalismo, ma Salvemini si rivolterà nella tomba ad essere citato come il punto di riferimento di questi signori.

Noi dobbiamo accettare la sfida. Il nostro partito ha proposto al professor Tranfaglia, che non è comunista e quindi non può essere considerato di parte, viene dalla cultura azionista che è parte della migliore cultura democratica di questo Paese, di predisporre un manifesto degli intellettuali antifascisti da contrapporre a quello di dell'Utri e raccogliere firme dell'intellettualità e del popolo democratici.
Il 25 aprile di quest'anno si è verificato un fatto che mi ha fatto pensare di essere veramente al termine della prima Repubblica. Il presidente del Consiglio, per la prima volta nella storia repubblicana, ha celebrato la Liberazione ricordando non i martiri della Resistenza, ma un golpista dichiarato come Edgardo Sogno, realizzando simbolicamente lo strappo definitivo dall'architrave della nostra Costituzione, l'antifascismo.
Siamo in una fase di passaggio in cui è reale il rischio di una forma inedita di regime autoritario. E questo è agevolato dal quadro internazionale dove la guerra è diventata l'unico elemento permanente della vicenda politica. La guerra non si chiama più guerra ma polizia internazionale, perché con la scusa del terrorismo si può fare qualunque cosa, conculcare qualunque diritto, quelli collettivi di intere popolazioni e quelli individuali, con una sorta di asimmetria dei diritti umani per cui essi valgono soltanto quando sono dei ceti e dei Paesi dirigenti.
Come reagire a tutto ciò? Sono convinto che dobbiamo ribadire la linea di condotta seguita dal congresso ad oggi. Da un lato l'unità di tutte le forze democratiche, perché più essa sarà forte, più forti saremo nel contrastare il disegno reazionario. L'unità più larga, nella quale ognuno faccia il suo mestiere, nella quale i Ds non rincorrano la Margherita al centro e la Margherita non rincorra i Ds a sinistra per pescare voti. Questa alleanza può funzionare, parlo dell'Ulivo allargato a Di Pietro e Rifondazione, se ciascuno farà il suo mestiere, se i moderati sapranno contendere a Berlusconi i voti moderati e se la sinistra farà la sinistra. E' da respingere con la massima forza l'idea semplificatoria dell'Ulivo come partito unico. I governi ombra, il portavoce unico, sono semplificazioni inutili quando non dannose. Come è da respingere una politica blairiana dell'Ulivo. Noi comunisti la riteniamo inaccettabile.
Unità nella diversità, dunque, perché ciascuno continui a essere quello che è e non quello che gli altri vorrebbero che fosse. Noi dobbiamo investire sul nostro essere sinistra all'interno del centrosinistra, ad iniziare da un forte impegno nelle battaglie a fianco della Cgil. Dobbiamo contribuire a raccogliere i 5 milioni di firme che la Cgil si è prefissata a tutela dell'articolo 18, per una legge di iniziativa popolare. Dobbiamo sostenere la Cgil impegnando l'intera organizzazione del partito, perché essa è l'ultimo avamposto di massa contro la deriva del Paese. Propongo al Comitato Centrale di chiedere a tutto l'Ulivo, quando arriverà in Parlamento la legge sulla base dell'accordo separato con Cisl e Uil, una battaglia durissima sull'articolo 18 anche attraverso un ostruzionismo che utilizzi ogni spiraglio consentito dalle regole parlamentari. Avanzo quindi al centrosinistra questa proposta: ostruzionismo parlamentare e non l'abbandono dell'Aula, come qualcuno ha ventilato relativamente ad altre vicende. La battaglia si fa sino in fondo di fronte al Paese, su uno dei punti che noi giudichiamo chiave per la vicenda politica italiana.
Insisto molto sul lavoro dipendente, sul lavoro operaio, perché l'Europa e la Francia ci insegnano che se il lavoro salariato non si sente rappresentato dalla sinistra prevalgono le spinte identitarie, prevale la paura del diverso, dell'islamico. Se nelle grandi fabbriche del nord gli iscritti alla Cgil votano Lega, è perché si sentono rappresentati dal sindacato ma non dai partiti della sinistra. Chiedo al partito un investimento forte, senza alcun tentennamento, sul mondo del lavoro in generale, e su quello dipendente e salariato in particolare.
Rispetto al contenzioso sull'estensione dell'articolo 18 alle imprese con meno di 15 addetti, sono convinto che occorra e si possa trovare una sintesi per comporre le diversità. C'è chi sta raccogliendo firme e, tra questi, ci sono compagni e compagne del nostro partito.
Vedete, la sinistra Ds ha presentato un documento completamente diverso da quello Amato-Treu sullo Statuto dei lavori, ma diverso anche da quello della Cgil. Un pezzo della Cgil sta raccogliendo firme per l'estensione dell'articolo 18, mentre l'intera Cgil ha scelto la difesa dell'articolo 18 così come esso è. E' possibile una sintesi? Lo è chiedendo a tutti questi soggetti un elemento unificante della battaglia in corso. Sarebbe imperdonabile, in una fase in cui c'è il rischio di regime, dividere il movimento. Una legge di iniziativa popolare, una raccolta così massiccia di firme come i cinque milioni chiesti dalla Cgil, possono offrire la sponda per spostare in avanti la discussione, in un quadro unitario dove i diversi pezzi della sinistra e del sindacato conducono una comune guerra contro il nemico vero. Voglio sentire l'opinione del Comitato Centrale. Sull'estensione ci sono opinioni diverse, non solo legittime ma persino ovvie, e non a caso noi abbiamo tenuto una linea elastica, molto duttile, insieme al compagno Tibaldi che sta svolgendo un egregio lavoro.
Per una lunga fase, dall'ottobre-novembre 1998 sino alle ultime politiche, abbiamo tenuto un atteggiamento unitario e di lealtà verso il centrosinistra che evidentemente aveva appannato l'immagine del partito. Al congresso abbiamo segnato non un mutamento di linea, ma una diversa capacità di stare in campo. Siamo stati nei movimenti ed a fianco della Cgil nel costruire le mobilitazioni territoriali e nazionali. Abbiamo anche dimostrato autonomia dall'Ulivo, anche attraverso la rottura, dolorosa ma necessaria, con il gruppo dirigente.
Noi rilanciamo, alla luce dell'analisi della fase politica, la necessità di un Ulivo allargato a Rifondazione e a Di Pietro, e rilanciamo contemporaneamente la necessità che dentro l'Ulivo sia costruita la Confederazione delle forze della sinistra. Presenteremo una petizione popolare perché nelle nostre feste, nelle nostre iniziative, ma anche nelle feste altrui, alle feste dell'Unità, i nostri compagni raccolgano firme per la confederazione, per la nostra linea, che è una linea di competizione nell'unità.
Siamo un partito autonomo, culturalmente, organizzativamente, idealmente. Spesso abbiamo posizioni simili a quelle dei compagni della sinistra Ds. Perché allora non siamo all'interno dei Ds per condurre una battaglia di sinistra? Dobbiamo darci una risposta. Perché tra noi e i compagni della sinistra c'è una differenza di fondo ineliminabile. Noi siamo comunisti. E a chi vagheggia, anche dentro le nostre fila, di improbabili scomposizioni e ricomposizioni della sinistra, voglio dire che io ho intenzione di costruire un partito comunista, non altra cosa, perché per noi è ancora fondamentale la contraddizione tra capitale e lavoro ed il superamento del capitalismo. Noi siamo comunisti e siamo nell'Ulivo perché ci hanno insegnato che di fronte al pericolo delle destre si risponde innanzitutto con l'unità delle forze democratiche, l'unità antifascista, come si diceva una volta.
Allora unità, autonomia e competizione.
In questi ultimi mesi abbiamo rinsaldato la struttura del partito. Paola Pellegrini, responsabile della formazione, terrà un corso a fine luglio: 35 compagni giovani, sotto i 29 anni, inizieranno un percorso formativo e verranno seguiti nel tempo. Abbiamo inoltre creato, grazie al lavoro della compagna Moroni, il primo nucleo di immigrati del nostro partito, importantissimo perché essi rappresentano due grandi contraddizioni: quella classica tra capitale e lavoro e quella tra nord e sud, tra paesi ricchi e paesi poveri. Ieri, in direzione, abbiamo deciso il rilancio, attraverso un investimento, de "La Rinascita". E infine la direzione lancerà una sottoscrizione nazionale per recuperare risorse, in modo da mettere a profitto quel che ci stiamo prefiggendo.
Ce la possiamo fare, compagne e compagni. Ce la possiamo fare se superiamo qualche episodio, per fortuna limitato, di malcostume. Avrete ricevuto, come tutti i membri del Comitato Centrale, incartamenti, plichi, lettere che sono frutto di chi lavora per dividere il partito. C'è chi accusa la reintroduzione del centralismo democratico di ogni nefandezza possibile e immaginabile. Se si litiga per l'assessorato di un comune, è colpa del centralismo democratico. Nella vicenda del commissariamento della federazione di Bologna, motivo dei numerosi plichi, non c'entra nulla il centralismo democratico. Era una federazione spaccata, il comitato federale era ingovernabile. Per questo è stata commissariata. Com'è avvenuto in Lombardia, a Milano ed a Napoli ben prima dell'introduzione del centralismo democratico.
Temo che vi siano compagni che non si sono messi alle spalle il congresso. Io non ricordo chi ha votato in un modo o in un altro, chi ha votato a favore o contro quell'aspetto o l'altro delle tesi, perché ho il dovere, da dirigente, di rendere il partito agibile a tutti. Tant'è che mi sforzo sempre di ricercare una sintesi tra opinioni diverse. Ma non si può tollerare che ci siano compagni, il 99%, che lavorano per costruire questo partito ed altri che fomentano le divisioni interne. Non sto pensando a sanzioni. Mi riferisco ad una battaglia politica da condurre a viso aperto, perché questo partito lo merita. E allora, care compagne e cari compagni, difendetelo da chi lo vuole divedere e distruggere. Questo partito, almeno per quanto mi riguarda, è l'ultimo approdo possibile per chi è e vuole chiamarsi comunista.



COMITATO CENTRALE
del 29 e 30 giugno 2002
- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

DIREZIONE NAZIONALE
del 18 aprile 2002
Fortissime perplessità sullo "statuto dei lavori"
Ufficio stampa

COMITATO CENTRALE del 26 gennaio 2002

La relazione del Segretario, O. Diliberto
"Due campagne nazionali su giustizia e lavoro"

Le conclusioni di Diliberto
"Il partito cresce ovunque, continuiamo così"

Dopo Bellaria
I compiti di chi guarda avanti per costruire
di Carlo Benedetti
Da "La Rinascita della Sinistra"