| Dopo
un congresso positivo, che ha sancito una «nuova
nascita» del partito, dopo un congresso che ha
destato un'importante attenzione dei media, e non
soltanto in termini quantitativi, il Partito dei
Comunisti Italiani si trova immediatamente di
fronte ad uno snodo storico sul sistema delle
alleanze, come lo definisce il segretario
nazionale, Oliviero Diliberto, aprendo la
relazione introduttiva ai lavori del Comitato
centrale, riunito sabato scorso alla sala Palatino
di Roma. Nonostante il blocco operato da qualche
organo di informazione, dunque, i media hanno
saputo cogliere sia le significative
interlocuzioni avviate a Bellaria dal partito con
altri soggetti politici, sia gli aggiustamenti di
linea, «nel modo di essere, nel sistema di
alleanze, nel rapporto coi movimenti».
L'intervista a Vittorio Agnoletto, pubblicata
recente-mente da Rinascita, rende
perfettamente l'idea di quel rinnovato rapporto e
della adesione del PdCI al movimento, nonostante
qualche suo rappresentante abbia tentato di
proporre veti inammissibili, e respinti peraltro
dallo stesso Agnoletto. Diliberto ricorda quindi
«lincoraggiante presenza organizzata»
del partito alla manifestazione romana dei
migrantes, lo scorso 19 gennaio a Roma, e
conferma la qualificata presenza del partito a
Porto Alegre (dove si svolgerà dal 31 gennaio al
5 febbraio la riunione del Forum sociale), con
una delegazione «ad altissimo livello», guidata
dalla deputata Katia Bellillo, già ministro
della Repubblica. Inoltre, aggiunge il segretario
comunista a proposito del fecondo rapporto tra
il partito e i movimenti, «siamo
sistematicamente presenti nelle attività di
Emergency e di altre associazioni», così come
è attivo da tempo il dialogo con ampi settori
del mondo cattolico, che guarda con attenzione ad
un partito che dice "no" alla guerra e
sa operare concretamente per migliorare le
condizioni di vita dei ceti subalterni.
«Al
congresso - ricorda Diliberto - abbiamo fugato
del tutto l'idea che il nostro partito fosse alla
vigilia di un inglobamento da parte dei Ds;
abbiamo ribadito la scelta strategica dell'Ulivo,
ma siamo gelosi custodi della nostra autonomia
politica e organizzativa». E lo ha confermato lo
stesso D'Alema in una recente intervista, quando
si è lamentato del fatto che il PdCI «cammina
per la sua strada». Ma il partito ha scelto,
aggiunge Diliberto, «una interpretazione
dinamica della linea, e non una sua declinazione
statica»; proprio in questa chiave di lettura,
il congresso del partito in Umbria, la settimana
scorsa, «ha inaugurato un'interpretazione della
nostra linea della Confederazione, per cui si
inizia a costruirla con chi ci sta». Nel caso
umbro, dove l'Italia dei valori di Antonio Di
Pietro guarda a sinistra (anche perché vi
aderiscono in larga parte ex dirigenti locali del
Pci), si è trovata un'importante intesa. E «a
partire da questi primi importanti embrioni», si
può definire un sistema di alleanze «a
geometria variabile», lanciando nel contempo una
parola d'ordine: «I Comunisti Italiani sono il
lievito che dovrà permettere alla Confederazione
di svilupparsi». Ma la Confederazione, vuole
precisare il segretario comunista, «non si costruisce
con pezzi di altri partiti»; sarebbe, questa,
un'opzione che porterebbe alla sconfitta, perché
consentirebbe agli stessi interlocutori di
utilizzare il PdCI come sponda, per "entrare"
nello sconfinato spazio politico che si è aperto
tra il moderatismo e l'estremismo di sinistra.
Visto che l'intuizione "fondativa" dei
Comunisti Italiani s è rivelata giustissima, e
venne varata in tempi in cui non era certo
popolare affermarla (anche se «solo oggi tutti
gli analisti lo riconoscono»), non si può
permettere ad altri di utilizzare il partito per
occupare il suo spazio.
Nello
stesso tempo, i Comunisti devono interpretare al
meglio «una linea aggressiva». Nel documento
congressuale, ricorda Diliberto, comparivano
giudizi pesantissimi sul governo Berlusconi: «Si
è dimostrato quanto fosse fondata
quell'analisi, e aver parlato di "rischio di
regime" non era certo il frutto di una boutade,
ma Ia messa in guardia rispetto ad un'ipotesi
concreta». Il segretario del PdCI ha poi
partecipato, a Milano, all'inaugurazione dell'
anno giudiziario, «ma le importanti
dichiarazioni di Borrelli hanno comunque messo in
secondo piano un fatto altrettanto significativo:
mai era capitato in Italia che, in questa
circostanza, i magistrati abbandonassero l'aula
al momento dell'intervento del rappresentante del
ministro della Giustizia. Ed è successo da
Trento a Palermo». E' messo a rischio, dunque,
«un principio fondamentale della Repubblica,
sancito peraltro dall'articolo 3 della Costituzione
il principio di uguaglianza». Su questo tema,
sottolinea Diliberto, «dobbiamo organizzare una
vera e propria campagna: prepareremo un volantino
nazionale e lo spediremo dovunque, in modo tale
che si organizzino i banchetti per la raccolta di
firme». L'esperienza insegna che su questo tema
si incontrano consensi di massa. L'ultima prova
si è avuta a Milano: il comitato regionale
lombardo, infatti, ha organizzato alla Casa della
cultura un'assemblea con il segretario nazionale,
proprio il giorno dopo l'inaugurazione dell'anno
giudiziario. Nonostante la fretta con cui è
stata realizzata l'iniziativa pubblica potesse
far temere un mezzo "flop", e
nonostante si trattasse di una gelida domenica
mattina, ci si è trovati dinanzi ad una sala
stracolma, con tantissimi cittadini (tantissimi
democratici, non soltanto comunisti) rimasti
addirittura sulle scale. «Insomma - taglia corto
Diliberto - il popolo della sinistra ha voglia di
combattere e vuole essere organizzato e diretto:
abbiamo dunque ulteriori possibilità di
crescere, se facciamo politica e se non rimaniamo
"paralizzati"».
Il
secondo tema da approfondire e su cui organizzare
una grande campagna, oltre a quello della legalità,
della giustizia e del diritto all'uguaglianza di
fronte alla legge, è il tema di un "altro"
importantissimo diritto, il diritto al lavoro,
contro la precarizzazione e per la difesa
dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
Anche su questo, il segretario comunista lancia
una campagna nazionale, e bisognerà individuare
le singole specificità sulle quali organizzare i
banchetti per la raccolta firme. Dunque, da qui
alle amministrative del 26 maggio occorre
caratterizzarsi a partire dai due temi-forti, che
toccano Ia sensibilità dei cittadini-lavoratori,
e devono indurre il partito a rispondere al gran
bisogno di politica che si coglie nel Paese e nel
popolo della Sinistra. E a proposito di lavoro (e
di sindacato), Diliberto saluta «con
soddisfazione il documento unitario con cui
probabilmente si concluderà il congresso nazionale
Cgil» e apprezza «anche la ritrovata unità con
Cisl c Uil a difesa dell'articolo 18 e
dei diritti». A posteriori, aggiunge, «abbiamo
fatto bene ad adottare il sostegno alla Cgil
alla linea della pari dignità tra maggioranza e
minoranza di quell'organizzazione, ma abbiamo anche
fatto bene a scegliere di appoggiare la battaglia
della minoranza».
Il
partito non ha fatto mancare il suo impegno anche
sulla questione palestinese a Capodanno ha
partecipato alla manifestazione Action for
peace, e proprio mentre «siamo alla vigilia
dell'attacco frontale ad Arafat», Diliberto si
appresta a partire per Ramallah, dove il leader
palestinese è confinato da due mesi. Il
segretario comunista, dunque, fornirà il suo
contributo contro l'isolamento del capo dell'Olp
in un momento delicatissimo della battaglia
condotta dai palestinesi per l'indipendenza e la
libertà, e mentre «si avverte ancor più
l'assenza di una politica estera nel nostro Paese».
Da questo punto di vista, si registrano limiti
anche nell'azione dell'Ulivo: «Sono rimasto
sconcertato - annota Diliberto - dal fatto che
tutta la coalizione ha utilizzato le dimissioni
del ministro Ruggiero come strumento di battaglia
politica. Ruggiero - continua - ha rappresentato
l'asse di congiunzione tra i poteri forti; quando
si è dimesso si è aperta una crisi nel governo,
il quale si è esposto all'ennesima figuraccia al
cospetto del mondo intero. Si può dunque - si
domanda il Segretario del PdCI - organizzare una
manifestazione di piazza a favore di quel
ministro? E' stata un'esperienza surreale, alla
quale ho partecipato soltanto per disciplina verso
la coalizione, ma noi, di certo, non ci saremmo
prestati ad una simile campagna» Le critiche di
Agnelli al governo sono durate pochi giorni, a
dimostrazione di quanto «il blocco industriale
sia ben cementato»; quindi è sbagliato, almeno
in questa fase, «far leva sugli industriali
"democratici"», come sembra incline a
fare il gruppo dirigente Ds.
Ecco
l'ennesima dimostrazione della crisi dell'Ulivo.
Il centrosinistra, ribadisce Diliberto, «continua
a rimanere strategico, è l'orizzonte delle
nostre azioni, senza il quale la sinistra è
morta. Ma propongo un ripensamento profondo
dell'Ulivo, perché così non può più andare
avanti. E' in atto - prosegue il segretario
comunista - una competizione distruttiva, con la
Margherita e i Ds che non si affrontano sulla
base del valore comune di combattere le destre,
bensì sulla volontà di stabilire chi conta di
più dentro l'Ulivo. Accanto a questa
competizione ce n'è anche un'altra: larga parte
dei dirigenti della Margherita pensa che la
sinistra debba portare in dote i militanti e un pò
di elettori, ma ritiene che la legittimità di
rappresentare la coalizione, a livello locale e
nazionale, debbano averla i moderati». Va
aggiunto che, dopo le amministrative di maggio,
si affacceranno all'orizzonte le Europee e le
Regionali: da qui a tre anni, dunque, si
eleggeranno rappresentanti sempre col sistema
proporzionale. «Si prospetta perciò - osserva
Diliberto - una competizione micidiale e
distruttiva, con l'Ulivo che propone alle singole
forze di correre da sole al primo turno, per poi
confluire, al secondo, su chi ha vinto. Ebbene,
è una sciocchezza. Perché se ognuno,
all'inizio, combatte aspramente contro altri,
alla fine i voti non convergeranno sul più forte».
Lo hanno dimostrato le ultime tornate elettorali.
Ecco perché «i Comunisti Italiani non
partecipano a questo dibattito: dobbiamo
piuttosto ricomporre il sistema di alleanze,
rispondendo alla cronica incapacità di parlare
al Paese, evitando che l'Ulivo continui ad
avvitarsi sulle dichiarazioni di qualche leader
piuttosto che sui temi fondamentali che si
ripercuotono sulla vita delle persone». Da qui,
«va ripensata l'alleanza - dice Diliberto -
tanto più che assistiamo ad una crisi di
leadership nell'Ulivo. Visto che Rutelli ha
accettato di essere il capo della Margherita non
può capeggiare anche l'Ulivo. E' tempo di dire
esplicitamente che il successo della Margherita
è dovuto soprattutto al trascinamento del
candidato premier Rutelli; e non è pensabile che
il leader del principale partito della sinistra,
Fassino, si trovi ad essere il vice del capo
della Margherita. E' intollerabile». Va cambiata,
dunque, Ia leadership dell'Ulivo, «vanno
ridefiniti idee e protagonisti, per allargare la
coalizione anziché restringerla; l'idea che
l'Ulivo sia a due gambe è suicida, non tanto
per noi quanto per la coalizione».
La
proposta di Diliberto è «Un nuovo patto tra
tutte le forze che si oppongono al governo
Berlusconi, compresa Rifondazione, che va
incalzata visto che la sua opposizione è oggi
molto blanda; un nuovo patto allargato,
naturalmente, a Di Pietro». L'ex magistrato di
Mani Pulite ha ricevuto da Nando dalla Chiesa
l'invito a partecipare alla manifestazione per
la legalità del 2 febbraio; dal centrosinistra,
denuncia Diliberto, qualcuno ha fatto sapere a Di
Pietro che non sarebbe stato gradito. «E' un
problema politico - commenta il segretario del
PdCI - ma è anche un fatto di stupidità. Perché
Di Pietro, come è ovvio, andrà ugualmente al
corteo ed otterrà anche tante ovazioni»:
dunque, i suoi censori otterranno esattamente
l'effetto contrario a quello auspicato.
Ma
il fatto generale è che oggi prevalgono veti e
antipatie: «Cosi è venuta meno la strategia, la
necessità di allargare i consensi. Noi siamo
stati gli apripista dell'allargamento
dell'Ulivo - ricorda Diliberto - qualcuno forse
se lo è dimenticato; perciò ribadiamo che va
riconosciuta pari dignità a tutti e con tutti.
Va promossa attività politica sul territorio, e
al nostro partito il compito di essere aggressivo
e non attendista, non certo per rompere l'unità
ma per allargarla».
Dal
congresso, conclude il Segretario comunista, «è
uscito un partito più forte: io mi sono
dimenticato di come ognuno ha votato e non mi
sento certo il Segretario di una maggioranza.
Chiunque può aver commesso errori, ma adesso
occorre chiudere le ferite per trovare sempre la
sintesi politica. Ma le regole valgono per tutti,
anche per chi non le condivide. Da parte mia, farò
il massimo per garantire pari dignità a tutti,
applicando pragmatismo e duttilità nella
gestione, ma contrasterò quegli atteggiamenti
che finiscono per impedirci di occupare quella
prateria politica che sta davanti a noi».
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