Le conclusioni
del segretario nazionale,
Oliviero Diliberto,
al IV Congresso del Partito dei Comunisti Italiani

Salsomaggiore, 18 – 19 – 20 luglio 2008

 

Salsomaggiore, 19 luglio 2008

per intanto un articolo in proposito

L'unità dei comunisti

di Raffaella Angelino

Il partito c'è. «Ho ascoltato interventi di ragazze e ragazzi straordinariamente maturi». Le prime parole dell'intervento conclusivo di Oliviero Diliberto, che mette la parola fine alla tre giorni di Salsomaggiore, sono dedicate a loro, ai giovani del partito dei Comunisti italiani: «Il più grande investimento». Il partito c'è. «Dopo una battaglia praticamente isolata, la compagna Milena Ben ha preso la tessera del nostro partito». Le è stata consegnata proprio da Diliberto, riconfermato all'unanimità segretario del Pdci al termine del congresso. Milena Ben è una mamma che ha vissuto sulla sua pelle una delle più grandi tragedie del nostro tempo: suo figlio, Pierluigi, nel 1995 è morto a 21 anni in un incidente sul lavoro. Non si è mai arresa, ha trovato la forza di dare il suo contributo per fermare l'incivile sequenza di omicidi bianchi. Ora la sua battaglia prosegue con i Comunisti italiani che hanno fatto della sicurezza nei luoghi di lavoro un punto fermo della loro politica. Il partito c'è: sono oltre centomila i contatti ai siti del partito e del quotidiano online della Rinascita che hanno seguito passo passo, con la diretta audio e video e con aggiornamenti continui, la tre giorni di congresso nazionale. «Sono positivamente sorpreso - dice Diliberto - si tratta di un dato straordinario su cui interrogarsi». Il punto è: se qualcuno si è preso la briga di guardare o seguire i lavori vuol dire che abbiamo una responsabilità enorme». Per chi segue dall'interno, da vicino e per chi sta - appunto - a guardare in attesa che l'opposizione sociale si faccia sentire.

Il partito ha dunque compiuto «una specie di miracolo». Dopo il risultato elettorale di aprile, che ha cancellato i comunisti e il resto della sinistra dalle istituzioni nazionali, «non era affatto scontato». «Ma il disastro resta»: Oliviero Diliberto vuole essere chiaro nell'analisi della fase politica che riprende nella sua “replica” dopo due giornate di intenso dibattito. Tutto il partito dei Comunisti italiani è chiamato a prenderne consapevolezza, a organizzarsi e strutturarsi per affrontare la fase più difficile della sua storia ormai lunga dieci anni. Una fase che avrà come approdi il radicamento del partito nei territori, ma anche le elezioni europee e la prossima tornata di amministrative. E a questo proposito Diliberto rincara la dose: dice no a chi vagheggia «ipotesi arcobaleniche» che il segretario considera inesistente. «Perché perseverare nell'errore?», costato milioni di voti.

Non si può dire che il partito dei Comunisti italiani non ci abbia provato. «In dieci anni - sottolinea Diliberto nelle conclusioni del 20 luglio - abbiamo sempre avuto una linea di unità a sinistra, sempre approvata in maniera unanime. Prevedeva una grande sinistra confederata che partiva dal Pds fino alle forze comuniste. Il punto politico è che oggi c'è il Pd. Quindi l'unità della sinistra si riduce ai comunisti che si aprono a quanti potrebbero riscoprire il valore della militanza in questa unità». Tanti sono gli iscritti, i militanti e i voti persi per strada dalle forze comuniste dopo il 1998, anno in cui il Pdci è nato dopo la separazione da Rifondazione. Ora è il tempo dell'unità, senza costruzioni che si vorrebbero «nuove» ma puzzano di vecchio. «Il nuovo l'abbiamo sperimentato il 13 e 14 aprile», ricorda Diliberto ai sostenitori dell'Arcobaleno. D'altra parte, cosa c'è a sinistra? «Il Pd, che di sinistra non è, ma viene percepito tale da milioni di persone. Poi ci sono i due partiti comunisti. In mezzo non c'è spazio».

Il Pdci non si arrende. Pur di fronte ai primi no alla proposta di riunificazione giunti da Rifondazione, il segretario riconfermato Oliviero Diliberto rilancia: «Compagno Vendola - dice nell'intervento conclusivo al congresso straordinario - conviene farci la guerra fra noi, quando c'è il nemico di classe che sta governando il Paese?». I bertinottiani di Vendola, maggioritari nel Prc ma non ancora sicuri di governare il partito (il congresso nazionale si svolgerà da giovedì a domenica prossimi a Chianciano), vogliono la costituente della sinistra, ma Diliberto li ammonisce: al “test fondamentale” delle elezioni europee: «Sarebbe una sciagura andare divisi, inevitabilmente ci faremmo la guerra per toglierci i voti». Diliberto è convinto che le risposte vere dal Prc arriveranno solo dopo il congresso di quel partito, ma ricorda che «anche sulla confederazione della sinistra ci dicevano di no, poi hanno cambiato idea». E propone loro di ritrovarsi nelle lotte, a partire dal referendum contro la legge Biagi e dalla manifestazione d'autunno contro la politica economica e sociale del governo.

Dopo un risultato elettorale così disastroso «abbiamo corso due rischi simmetrici: quello di scioglierci in una cosa indistinta, ma l'abbiamo scongiurato», perché su due opzioni in campo, il partito ha deciso di rimanere comunista. L'altro rischio è quello che il segretario definisce «deriva identitaria senza identità», una «deriva minoritaria», per cui si basta a se stessi. Perciò a chi gli chiede di chiarire che il Pdci è “alternativo” al Pd, Diliberto replica: «Certo, siamo strategicamente alternativi a un partito che è sempre più simile agli avversari, noi siamo per il superamento del capitalismo. Ma se vogliamo fare politica il problema del rapporto con il Pd ce lo dovremo porre», anche se «è finito il tempo delle alleanze a prescindere. Volta per volta si verificherà se ci sono convergenze programmatiche: questo è l'abc dei comunisti».

La proposta a Rifondazione aiuta dunque a scongiurare il secondo rischio: una proposta, afferma Diliberto, che «parte dalla nostra inadeguatezza, non autosufficienza». E poi, non ha senso che ci siano in Italia due partiti comunisti, come è scritto in quell'appello circolato all'indomani del terremoto elettorale che i Comunisti italiani hanno fatto proprio. Perciò propone a tutto il Prc di ritrovarsi «nelle lotte», a partire dal referendum contro la legge 30 e dalla manifestazione d'autunno contro la politica economica e sociale del governo. Su questo punto sembra esserci una convergenza con il partito che va a congresso a Chianciano: preparare una grande mobilitazione sui temi sociali, battaglie che siano comprensibili a tutti. D'altra parte, in una fase economica difficile, in Italia - è l'opinione del Pdci - c'è il governo più antipopolare e inadeguato a risolvere la recessione.

Queste proposte, accettate dall'ampia platea di delegati e delegate presenti al congresso, sono dunque rivolte all'elettorato comunista «che non percepisce più le differenze tra Pdci e Prc, i distinguo  riguardano più gli organismi dirigenti». Elettorato comunista che in parte ha abbandonato i partiti di riferimento lo scorso aprile in occasione delle politiche. E se si sono persi così tanti consensi, ha ripetuto spesso Diliberto all'indomani della sconfitta, significa che parte del voto comunista è d'opinione e non di radicamento. Peraltro, risponde il segretario a chi parla di “lobby di professori universitari”, «il nostro partito parla più al ceto medio che al ceto lavoratore. Questa è la realtà. Perciò è prioritario costruire l'insediamento del partito nei luoghi di lavoro. Quando lo facciamo - spiega - i risultati arrivano, come è accaduto ogni volta che siamo andati davanti alle fabbriche. Ma quanti lo fanno?».

È la ragione per cui nel «nuovo inizio» di cui si è parlato a più riprese durante il congresso straordinario di Salsomaggiore sono comprese nuove “pratiche” che tengano lontani dal nostro partito i fenomeni di degenerazione della politica. Il segretario lo dice chiaramente: «L'unica via di salvezza sta nel recuperare una cifra di diversità che possa essere percepita anche fuori da qui», dove c'è tutto un mondo che si muove, ascolta, si indigna e che magari finisce per farsi prendere dalle parole di Grillo o Di Pietro ai quali non si vuole consegnare la battaglia sulla moralità e contro i privilegi. Dunque, l'Ufficio di segreteria sarà chiamato a verificare mensilmente come lavorano le nostre organizzazioni territoriali, cosa fanno i segretario per reclutare nei luoghi di lavoro iscritti al Pdci. Il partito dovrà vigilare nelle istituzioni locali sull'operato di chi amministra i soldi pubblici chiedendo conto dei risultati.

Ci prepariamo ad affrontare una stagione difficile, conclude Diliberto, «dunque va bandita ogni forma di retorica». «Dobbiamo essere un partito tetragono», tanto più se si va verso la riunificazione col Prc, altrimenti «la nostra cultura marxista-leninista finirebbe per essere ininfluente». L'invito a tutto il partito è a condividere un percorso comune «senza cristallizzazione delle correnti». Tutti assieme per una “scelta di vita”, dal titolo dell'autobiografia di Amendola che il segretario cita: la scelta di «stare dalla parte degli oppressi».

 





La relazione del Segretario: Oliviero Diliberto