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per intanto un articolo in proposito
Un nuovo inizio
di Raffaella Angelino
Iscritti, militanti e comunisti senza più una
casa, elettori delusi e cittadini che hanno ascoltato le
“sirene” del voto utile, nuovi Democratici che votano il Pd,
l’ennesima mutazione (non solo nominale) del “Pds-Ds-D”,
considerato erede di una storia politica che viene da lontano.
L’ambizione, che di questi tempi può apparire enorme, è
ritrovarli tutti uniti sotto un’unica insegna, sotto un unico
simbolo: la falce e martello. Che non rappresenta solo
un’identità, ma pensieri, valori, emozioni. I Comunisti italiani
sono «a disposizione» di questo progetto, tanto convintamente da
farci un congresso straordinario per dare gambe solide a un’idea
che oggi inizia a camminare. Come quella moltitudine impressa
sulla scenografia del palazzo in stile Liberty-Dèco della città
termale: tanti, in cammino, alla ricerca. Tanti, orgogliosamente
e ostinatamente comunisti.
«Cominciamo da noi», non sono solo le parole
scritte con l’inchiostro rosso e che campeggiano nelle sale che
ospitano i congressisti a Salsomaggiore. Bisogna partire dal
Pdci ma anche il Prc, partito che va a congresso il prossimo
fine settimana, ovvero le due formazioni politiche strutturate
che in Italia ancora si richiamano al comunismo. Per poi aprire
e parlare a tutti gli altri, per avere la forza di condurre e
vincere la battaglia delle idee. «I compiti sono gravosi e noi
da soli non ce la facciamo», sono le parole che Oliviero
Diliberto, segretario del Pdci rivolge agli oltre seicento
delegati del suo partito aprendo la tre giorni di lavori. In
effetti, l’immagine del quadro politico italiano è catastrofica.
Tanto che il partito si prepara a fare un’opposizione sociale
forte nelle piazze «con chiunque ci sta». Non solo tante piazze
Navona, come ha scritto qualche giornale commentando le parole
del segretario, ma anche tanti 20 ottobre, la manifestazione che
vide un milione di comunisti manifestare a Roma contro il
Protocollo sul welfare. «Abbiamo la consapevolezza di non
farcela da soli», dice ancora una volta. Ma niente scorciatoie
né contenitori indistinti sono consentiti. Infatti, aggiungerà,
«noi vogliamo continuare a essere comunisti».
I delegati, centinaia di compagne e compagni di
tutte le federazioni italiane e estere applaudono. Accadrà molte
volte durante le quasi due ore di relazione del segretario. Un
intervento insolitamente lungo, quello di Diliberto, e
pronunciato a braccio seguendo una pagina di appunti:
probabilmente un “bagaglio” raccolto negli ultimi mesi dopo la
sconfitta elettorale, dopo settimane di congressi in giro per
l’Italia, incontri con gli operai davanti alle fabbriche del
“bello” e povero Paese, inziative organizzate dai firmatari
dell’appello “Comunisti uniti”, sempre e ovunque affollate.
Quell’appello fatto proprio dal partito e che in qualche modo ha
impedito la deriva dopo il terremoto elettorale che ha
cancellato la sinistra e i comunisti dal parlamento italiano.
«Meno male che c’era una diversa ipotesi in campo, altrimenti
cosa sarebbe successo?», si chiede Oliviero Diliberto, unico
segretario dei partiti del fallito Arcobaleno ad essere rimasto
alla guida del suo partito. E questo è accaduto proprio perché i
Comunisti italiani, nonostante la batosta, hanno tenuto «i nervi
saldi e la testa sulle spalle», hanno avuto il coraggio di
essere immediatamente in campo con un’ipotesi diversa: l’unità
dei comunisti. L’obiettivo di Diliberto è provare a recuperare i
tre milioni di voti che nelle politiche del 2006 Pdci e Prc
hanno raccolto, presentandosi separati ma all’interno
dell’alleanza di centrosinistra. Per questo, a chi lo accusa di
non voler unire “tutta” la sinistra - ipotesi sostenuta dalla
seconda mozione - replica: «Ma come possiamo unire tutta la
sinistra se non riusciamo a unire nemmeno i comunisti?».
Dunque, per fare opposizione al governo
Berlusconi, presentato come l’esecutivo più a destra della
storia repubblicana, i Comunisti italiani sono pronti a scendere
in piazza con «chi ci sta». Tanto più che l’opposizione
parlamentare latita: s’ode soltanto Di Pietro che sta conducendo
la sua campagna elettorale anticipata in nome della guerra alla
“casta”. Ma in un paese economicamente a terra e che ha i salari
più bassi d’Europa, come confermano le statistiche italiane,
europee o internazionali, «solo i comunisti sono in grado di
tenere insieme questione di classe e questione democratica».
Fuori dal parlamento, non per scelta, il Pdci è dunque pronto ad
una forte opposizione sociale perché Berlusconi «non si fa solo
gli affari suoi». Ma mette le mani nelle tasche degli italiani e
sulla carta costituzionale, per cambiarne i connotati.
Una piattaforma di classe per una grande
manifestazione d’autunno sui temi sociali, è dunque la proposta
a sinistra. Ma la prospettiva politica che Oliviero Diliberto
propone ai 638 delegati che partecipano al quinto congresso del
Pdci, è quella della riunificazione con Rifondazione.
«Proponiamo sin d’ora - dice il segretario dei Comunisti
italiani nella relazione d’apertura - per le elezioni europee
del 2009, un’unica lista con falce e martello, indipendentemente
dalla soglia di sbarramento. E’ una scelta politica e non
obbligata» che parla a tutto il Prc.
In attesa che si concluda il dibattito
congressuale in Rifondazione, arrivano, a strettissimo giro, i
primi commenti di diverso tenore (a seconda delle mozioni di
riferimento) di alcuni dirigenti del partito di viale del
Policlinico. In ogni caso il Pdci non si limita semplicemente «a
prendere atto dello
status quo».
In platea, nelle prime file, ad ascoltare Diliberto sono
presenti alcuni esponenti del Prc in rappresentanza di alcune
mozioni (spicca per la sua assenza l’ala vendoliana del
partito). Paolo Ferrero, ex ministro della Solidarietà sociale,
ad esempio non chiude la porta a una ricucitura con gli ex
compagni del Pdci, ma rinvia il discorso a tempi migliori: «A
una fusione a freddo dico no, non serve - commenta - inventare
formule politiche che non funzionano. Il percorso da fare è più
lungo». D’accordo con la proposta contenuta nella relazione del
segretario Diliberto è invece un altro esponente di
Rifondazione, Fosco Giannini (l’Ernesto) che ribadisce: «Non c’è
spazio a sinistra del Pd per una forza genericamente di
sinistra».
Lo ha dimostrato il voto di aprile e lo ha
confermato quello siciliano. «Mentre si faceva più forte la
pressione verso il “voto utile” - Diliberto parla agli ex
dell’Arcobaleno che hanno combattuto e vinto la famigerata
battaglia contro i simboli dei partiti - non sarebbe stato più
utile spingere sull’identità? Invece - aggiunge - siamo stati
lasciati da soli: quando ci confrontavamo, mi si diceva: “ci
vuole qualcosa di nuovo”. Era esattamente la scelta dell’89,
ovvero quella del cambiamento “a prescindere” che avrebbe dovuto
costruire un Pci più grande. Invece, di abiura in abiura, gli
eredi di quel partito hanno perso milioni di voti. Il nuovismo -
ha sottolineato Diliberto - è la malattia senile e mortale del
comunismo». Per questo il segretario non vuole sentir parlare di
«cose nuove» quasi vent’anni dopo lo sciglimento del partito,
quando almeno c’era «l’urgenza della storia che gridava». Ma
perché dobbiamo fare la Bolognina al contrario? «Io non credo -
sono le parole del segretario - che abbiamo sprecato vent’anni...».
Infatti, tra le cause della disfatta elettorale il Pdci
individua la disaffezione degli elettori comunisti verso
l’Arcobaleno, «una sommatoria di sigle senz’anima» che non è
stata capita da nessuno; e per di più «c’è stato chi l’ha usato
come premessa al partito unico della sinistra, nel quale il
comunismo avrebbe rappresentato semplicemente una tendenza
culturale». Non male come presentazione-promessa-minaccia per i
tre milioni di elettori comunisti.
«Noi vogliamo continuare a essere comunisti»: è invece l’impegno
del gruppo dirigente del Pdci, dove per impegno si intende il
portare avanti una battaglia politica, di radicamento nei luoghi
di lavoro e ovunque ci siano le contraddizioni che i comunisti
vogliono affrontare, a partire da quella su cui poggia il
sistema capitalistico. Fino alle battaglie per l’uguaglianza, la
solidarietà tra i popoli, la legalità, la laicità, i diritti
civili, l’autodeterminazione della donna nuovamente sotto
attacco, la libertà di scelta (fa riferimento al drammatico caso
di Eluana Englaro). Bisogna essere in tanti e forti per
contrastare le derive reazionarie e populiste del governo
Berlusconi, per sconfiggere le idee dominanti - quelle delle
classi dominanti - che si traducono in privatizzazione dei
saperi, precarizzazione dei rapporti di lavoro, impoverimento
del paese, tagli alla sanità e alla scuola, leggi razziste e
impunità e privilegi per i potenti. Si è arrivati persino ad
utilizzare l’esercito con funzioni di ordine pubblico lasciando
il Mezzogiorno - questione alla quale il Pdci ha intenzione di
dedicare una Conferenza nazionale - nelle mani della criminalità
organizzata. Ma l’Arcobaleno non ha ottenuto la fiducia degli
elettori che nel 2006 avevano votato a sinistra, dunque non è -
secondo l’analisi di Diliberto e del documento di maggioranza
del Pdci - una risposta adeguata alla costruzione di una forte
opposizione alla destra. «Non perseveriamo diabolicamente
nell’errore»: siamo contrari all’accanimento terapeutico ma
anche alla necrofilia, dirà Diliberto con una battuta. «Partiamo
da noi», dunque, «i due partiti comunisti più grandi hanno
maturato percorsi di diversità di cultura politica, ma non ha
senso che esistano due partiti che si chiamano comunisti». E
continua: «Vogliamo concorrere a costruire un partito più
grande».
Un progetto di riunificazione dei comunisti per
“ricostruire la sinistra”, come è scritto nel documento
congressuale del Comitato centrale uscente che arriva al
congresso con l’approvazione di una maggioranza schiacciante
(circa il 90%) nei territori. Una proposta che deve servire a
ridare fiducia a un elettorato deluso che ha penalizzato, fino a
farla scomparire dalle aule parlamentari, la sinistra. Che qui a
Salsomaggiore è rappresentata, oltre che dal Prc, anche dagli
ospiti di Sinistra democratica presente con una piccola
delegazione all’apertura dei lavori dei Comunisti italiani.
Abbiamo perso a destra e a sinistra - è l’analisi
che Diliberto propone nella sua relazione -: c’è chi ha
privilegiato il “voto utile” che doveva servire a sconfiggere
Berlusconi e chi si è astenuto perché non ha ottenuto risposte.
Questo passaggio dà al segretario del Pdci l’occasione per
spiegare perché non funziona quello che sinteticamente è stato
definito “il partito di lotta e di governo”, una contraddizione
in cui era caduto anche il Pci ma in una fase interna e
internazionale completamente diversa. «Se si è al governo, si
governa e la gente ti chiede di risolvere i problemi. Ma governi
solo se sei in grado di spostare gli equilibri. Se non ci sono i
rapporti di forza, è meglio stare all’opposizione». Al tempo
stesso, però, Diliberto tiene a precisare: «La nostra
aspirazione è che ci siano rapporti di forza tali da poter
governare».
A questo punto si inserisce il tema delle
alleanze. Diliberto è molto chiaro: «Non sono più immaginabili
accordi a prescindere», andranno valutati caso per caso sulla
base dei programmi e dei rapporti di forza. «Nulla più è
scontato. Siamo per la più ampia unità, purché non si trasformi
in una gabbia. Siamo un partito di governo, cioè capace di
parlare alle masse e non solo a una nicchia di persone». Ma se
non ci sono le condizioni per governare si fa opposizione.
Ovviamente, a questo punto l’analisi del segretario si concentra
sul rapporto con il Pd accusato di giocare a dividere la
sinistra in “buoni” e “cattivi”. «Chi lo fa, ha fatto male i
conti. Mirano a dividerci per costruire una sinistra-cuscinetto
del Pd inerte e accondiscendente». Come dire: saranno loro a
scegliere i buoni. «Noi, invece - aggiunge il segretario -
vogliamo misurarci anche con il Pd ma senza subalternità. Perché
siamo un partito che si pone il problema delle istituzioni, ma
dobbiamo rimeditare come ci si sta dentro». Riprendendo un
profilo di lotta.
L’ex ministro Gentiloni, presente a Salsomaggiore
in rappresentanza del Pd, il partito su cui ricade la
responsabilità di «catastrofici errori» - aver ammazzato
l’esperienza del centrosinistra per fare fuori i comunisti e
rassicurare l’establishment
con candidature espressione dei poteri forti - replica
immediatamente. «E’ emersa una grande distanza. E’ evidente il
tentativo di scaricare la responsabilità della sconfitta su
bersagli esterni ai comunisti». Totalmente diverso il tenore
delle dichiarazioni di Arturo Parisi, ospite del Palazzo dei
congressi a titolo personale, che ha apprezzato l’analisi
«seria» di Diliberto. Da buon prodiano in forte polemica con la
leadership
del Pd, afferma: «Tutto il centrosinistra deve costruire la sua
unità a partire dal rispetto delle differenze. Bisogna mettere
un punto al processo di divisione». Tuttavia, con l’attuale
gruppo dirigente del Pd, che è sceso a patti con Berlusconi
facendolo passare per statista, che ha presentato la legislatura
come “costituente”, che con Berlusconi ha scelto il modello
americano fondato sul bipartitismo, non c’è confronto.
Veltroni ha tentato di porre fine all’anomalia
italiana. Ma questo quinto congresso “straordinario” del Pdci è
qui a dire che «siamo sconfitti ma non arresi». E pure nella
diversità tra le due opzioni politiche in campo nel Pdci, anche
se sono ampiamente maggioritari coloro che con Diliberto credono
che «la linea che proponiamo (unità dei comunisti) non è la
migliore: è l’unica», il partito regge alla prova dell’unità. E
vive con grande intensità un congresso che si apre con «un
pensiero forte e un’identità forte»: che si richiama alla lotta
antifascista, ai valori che hanno dato vita alla Costituzione
repubblicana, alla lotta degli sfruttati contro gli sfruttatori
in ogni parte del mondo, alla vittoria della sinistra e delle
forze comuniste e socialiste in America latina. La prospettiva è
chiara, ma oggi il Pdci parla di un «nuovo inizio» da affrontare
con un partito in cui siano garantiti collegialità e democrazia
interna, con un rinnovamento degli organismi dirigenti: perché
«la politica si fa anche attraverso gesti di rinuncia». E’ il
tempo della sconfitta e dell’amarezza, ma anche di un nuovo
inizio: il congresso si augura che sia sotto una buona stella...
con falce e martello.
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