La relazione introduttiva
del segretario nazionale,
Oliviero Diliberto,
al
V Congresso del
Partito dei Comunisti Italiani

Salsomaggiore, 18 – 19 – 20 luglio 2008

 

Salsomaggiore, 18 luglio 2008

per intanto un articolo in proposito

Un nuovo inizio

di Raffaella Angelino

Iscritti, militanti e comunisti senza più una casa, elettori delusi e cittadini che hanno ascoltato le “sirene” del voto utile, nuovi Democratici che votano il Pd, l’ennesima mutazione (non solo nominale) del “Pds-Ds-D”, considerato erede di una storia politica che viene da lontano. L’ambizione, che di questi tempi può apparire enorme, è ritrovarli tutti uniti sotto un’unica insegna, sotto un unico simbolo: la falce e martello. Che non rappresenta solo un’identità, ma pensieri, valori, emozioni. I Comunisti italiani sono «a disposizione» di questo progetto, tanto convintamente da farci un congresso straordinario per dare gambe solide a un’idea che oggi inizia a camminare. Come quella moltitudine impressa sulla scenografia del palazzo in stile Liberty-Dèco della città termale: tanti, in cammino, alla ricerca. Tanti, orgogliosamente e ostinatamente comunisti.

«Cominciamo da noi», non sono solo le parole scritte con l’inchiostro rosso e che campeggiano nelle sale che ospitano i congressisti a Salsomaggiore. Bisogna partire dal Pdci ma anche il Prc, partito che va a congresso il prossimo fine settimana, ovvero le due formazioni politiche strutturate che in Italia ancora si richiamano al comunismo. Per poi aprire e parlare a tutti gli altri, per avere la forza di condurre e vincere la battaglia delle idee. «I compiti sono gravosi e noi da soli non ce la facciamo», sono le parole che Oliviero Diliberto, segretario del Pdci rivolge agli oltre seicento delegati del suo partito aprendo la tre giorni di lavori. In effetti, l’immagine del quadro politico italiano è catastrofica. Tanto che il partito si prepara a fare un’opposizione sociale forte nelle piazze «con chiunque ci sta». Non solo tante piazze Navona, come ha scritto qualche giornale commentando le parole del segretario, ma anche tanti 20 ottobre, la manifestazione che vide un milione di comunisti manifestare a Roma contro il Protocollo sul welfare. «Abbiamo la consapevolezza di non farcela da soli», dice ancora una volta. Ma niente scorciatoie né contenitori indistinti sono consentiti. Infatti, aggiungerà, «noi vogliamo continuare a essere comunisti».

I delegati, centinaia di compagne e compagni di tutte le federazioni italiane e estere applaudono. Accadrà molte volte durante le quasi due ore di relazione del segretario. Un intervento insolitamente lungo, quello di Diliberto, e pronunciato a braccio seguendo una pagina di appunti: probabilmente un “bagaglio” raccolto negli ultimi mesi dopo la sconfitta elettorale, dopo settimane di congressi in giro per l’Italia, incontri con gli operai davanti alle fabbriche del “bello” e povero Paese, inziative organizzate dai firmatari dell’appello “Comunisti uniti”, sempre e ovunque affollate. Quell’appello fatto proprio dal partito e che in qualche modo ha impedito la deriva dopo il terremoto elettorale che ha cancellato la sinistra e i comunisti dal parlamento italiano. «Meno male che c’era una diversa ipotesi in campo, altrimenti cosa sarebbe successo?», si chiede Oliviero Diliberto, unico segretario dei partiti del fallito Arcobaleno ad essere rimasto alla guida del suo partito. E questo è accaduto proprio perché i Comunisti italiani, nonostante la batosta, hanno tenuto «i nervi saldi e la testa sulle spalle», hanno avuto il coraggio di essere immediatamente in campo con un’ipotesi diversa: l’unità dei comunisti. L’obiettivo di Diliberto è provare a recuperare i tre milioni di voti che nelle politiche del 2006 Pdci e Prc hanno raccolto, presentandosi separati ma all’interno dell’alleanza di centrosinistra. Per questo, a chi lo accusa di non voler unire “tutta” la sinistra - ipotesi sostenuta dalla seconda mozione - replica: «Ma come possiamo unire tutta la sinistra se non riusciamo a unire nemmeno i comunisti?».

Dunque, per fare opposizione al governo Berlusconi, presentato come l’esecutivo più a destra della storia repubblicana, i Comunisti italiani sono pronti a scendere in piazza con «chi ci sta». Tanto più che l’opposizione parlamentare latita: s’ode soltanto Di Pietro che sta conducendo la sua campagna elettorale anticipata in nome della guerra alla “casta”. Ma in un paese economicamente a terra e che ha i salari più bassi d’Europa, come confermano le statistiche italiane, europee o internazionali, «solo i comunisti sono in grado di tenere insieme questione di classe e questione democratica». Fuori dal parlamento, non per scelta, il Pdci è dunque pronto ad una forte opposizione sociale perché Berlusconi «non si fa solo gli affari suoi». Ma mette le mani nelle tasche degli italiani e sulla carta costituzionale, per cambiarne i connotati.

Una piattaforma di classe per una grande manifestazione d’autunno sui temi sociali, è dunque la proposta a sinistra. Ma la prospettiva politica che Oliviero Diliberto propone ai 638 delegati che partecipano al quinto congresso del Pdci, è quella della riunificazione con Rifondazione. «Proponiamo sin d’ora - dice il segretario dei Comunisti italiani nella relazione d’apertura - per le elezioni europee del 2009, un’unica lista con falce e martello, indipendentemente dalla soglia di sbarramento. E’ una scelta politica e non obbligata» che parla a tutto il Prc.

In attesa che si concluda il dibattito congressuale in Rifondazione, arrivano, a strettissimo giro, i primi commenti di diverso tenore (a seconda delle mozioni di riferimento) di alcuni dirigenti del partito di viale del Policlinico. In ogni caso il Pdci non si limita semplicemente «a prendere atto dello status quo». In platea, nelle prime file, ad ascoltare Diliberto sono presenti alcuni esponenti del Prc in rappresentanza di alcune mozioni (spicca per la sua assenza l’ala vendoliana del partito). Paolo Ferrero, ex ministro della Solidarietà sociale, ad esempio non chiude la porta a una ricucitura con gli ex compagni del Pdci, ma rinvia il discorso a tempi migliori: «A una fusione a freddo dico no, non serve - commenta - inventare formule politiche che non funzionano. Il percorso da fare è più lungo». D’accordo con la proposta contenuta nella relazione del segretario Diliberto è invece un altro esponente di Rifondazione, Fosco Giannini (l’Ernesto) che ribadisce: «Non c’è spazio a sinistra del Pd per una forza genericamente di sinistra».

Lo ha dimostrato il voto di aprile e lo ha confermato quello siciliano. «Mentre si faceva più forte la pressione verso il “voto utile” - Diliberto parla agli ex dell’Arcobaleno che hanno combattuto e vinto la famigerata battaglia contro i simboli dei partiti - non sarebbe stato più utile spingere sull’identità? Invece - aggiunge - siamo stati lasciati da soli: quando ci confrontavamo, mi si diceva: “ci vuole qualcosa di nuovo”. Era esattamente la scelta dell’89, ovvero quella del cambiamento “a prescindere” che avrebbe dovuto costruire un Pci più grande. Invece, di abiura in abiura, gli eredi di quel partito hanno perso milioni di voti. Il nuovismo - ha sottolineato Diliberto - è la malattia senile e mortale del comunismo». Per questo il segretario non vuole sentir parlare di «cose nuove» quasi vent’anni dopo lo sciglimento del partito, quando almeno c’era «l’urgenza della storia che gridava». Ma perché dobbiamo fare la Bolognina al contrario? «Io non credo - sono le parole del segretario - che abbiamo sprecato vent’anni...». Infatti, tra le cause della disfatta elettorale il Pdci individua la disaffezione degli elettori comunisti verso l’Arcobaleno, «una sommatoria di sigle senz’anima» che non è stata capita da nessuno; e per di più «c’è stato chi l’ha usato come premessa al partito unico della sinistra, nel quale il comunismo avrebbe rappresentato semplicemente una tendenza culturale». Non male come presentazione-promessa-minaccia per i tre milioni di elettori comunisti.

«Noi vogliamo continuare a essere comunisti»: è invece l’impegno del gruppo dirigente del Pdci, dove per impegno si intende il portare avanti una battaglia politica, di radicamento nei luoghi di lavoro e ovunque ci siano le contraddizioni che i comunisti vogliono affrontare, a partire da quella su cui poggia il sistema capitalistico. Fino alle battaglie per l’uguaglianza, la solidarietà tra i popoli, la legalità, la laicità, i diritti civili, l’autodeterminazione della donna nuovamente sotto attacco, la libertà di scelta (fa riferimento al drammatico caso di Eluana Englaro). Bisogna essere in tanti e forti per contrastare le derive reazionarie e populiste del governo Berlusconi, per sconfiggere le idee dominanti - quelle delle classi dominanti - che si traducono in privatizzazione dei saperi, precarizzazione dei rapporti di lavoro, impoverimento del paese, tagli alla sanità e alla scuola, leggi razziste e impunità e privilegi per i potenti. Si è arrivati persino ad utilizzare l’esercito con funzioni di ordine pubblico lasciando il Mezzogiorno - questione alla quale il Pdci ha intenzione di dedicare una Conferenza nazionale - nelle mani della criminalità organizzata. Ma l’Arcobaleno non ha ottenuto la fiducia degli elettori che nel 2006 avevano votato a sinistra, dunque non è - secondo l’analisi di Diliberto e del documento di maggioranza del Pdci - una risposta adeguata alla costruzione di una forte opposizione alla destra. «Non perseveriamo diabolicamente nell’errore»: siamo contrari all’accanimento terapeutico ma anche alla necrofilia, dirà Diliberto con una battuta. «Partiamo da noi», dunque, «i due partiti comunisti più grandi hanno maturato percorsi di diversità di cultura politica, ma non ha senso che esistano due partiti che si chiamano comunisti». E continua: «Vogliamo concorrere a costruire un partito più grande».

Un progetto di riunificazione dei comunisti per “ricostruire la sinistra”, come è scritto nel documento congressuale del Comitato centrale uscente che arriva al congresso con l’approvazione di una maggioranza schiacciante (circa il 90%) nei territori. Una proposta che deve servire a ridare fiducia a un elettorato deluso che ha penalizzato, fino a farla scomparire dalle aule parlamentari, la sinistra. Che qui a Salsomaggiore è rappresentata, oltre che dal Prc, anche dagli ospiti di Sinistra democratica presente con una piccola delegazione all’apertura dei lavori dei Comunisti italiani.

Abbiamo perso a destra e a sinistra - è l’analisi che Diliberto propone nella sua relazione -: c’è chi ha privilegiato il “voto utile” che doveva servire a sconfiggere Berlusconi e chi si è astenuto perché non ha ottenuto risposte. Questo passaggio dà al segretario del Pdci l’occasione per spiegare perché non funziona quello che sinteticamente è stato definito “il partito di lotta e di governo”, una contraddizione in cui era caduto anche il Pci ma in una fase interna e internazionale completamente diversa. «Se si è al governo, si governa e la gente ti chiede di risolvere i problemi. Ma governi solo se sei in grado di spostare gli equilibri. Se non ci sono i rapporti di forza, è meglio stare all’opposizione». Al tempo stesso, però, Diliberto tiene a precisare: «La nostra aspirazione è che ci siano rapporti di forza tali da poter governare».

A questo punto si inserisce il tema delle alleanze. Diliberto è molto chiaro: «Non sono più immaginabili accordi a prescindere», andranno valutati caso per caso sulla base dei programmi e dei rapporti di forza. «Nulla più è scontato. Siamo per la più ampia unità, purché non si trasformi in una gabbia. Siamo un partito di governo, cioè capace di parlare alle masse e non solo a una nicchia di persone». Ma se non ci sono le condizioni per governare si fa opposizione. Ovviamente, a questo punto l’analisi del segretario si concentra sul rapporto con il Pd accusato di giocare a dividere la sinistra in “buoni” e “cattivi”. «Chi lo fa, ha fatto male i conti. Mirano a dividerci per costruire una sinistra-cuscinetto del Pd inerte e accondiscendente». Come dire: saranno loro a scegliere i buoni. «Noi, invece - aggiunge il segretario - vogliamo misurarci anche con il Pd ma senza subalternità. Perché siamo un partito che si pone il problema delle istituzioni, ma dobbiamo rimeditare come ci si sta dentro». Riprendendo un profilo di lotta.

L’ex ministro Gentiloni, presente a Salsomaggiore in rappresentanza del Pd, il partito su cui ricade la responsabilità di «catastrofici errori» - aver ammazzato l’esperienza del centrosinistra per fare fuori i comunisti e rassicurare l’establishment con candidature espressione dei poteri forti - replica immediatamente. «E’ emersa una grande distanza. E’ evidente il tentativo di scaricare la responsabilità della sconfitta su bersagli esterni ai comunisti». Totalmente diverso il tenore delle dichiarazioni di Arturo Parisi, ospite del Palazzo dei congressi a titolo personale, che ha apprezzato l’analisi «seria» di Diliberto. Da buon prodiano in forte polemica con la leadership del Pd, afferma: «Tutto il centrosinistra deve costruire la sua unità a partire dal rispetto delle differenze. Bisogna mettere un punto al processo di divisione». Tuttavia, con l’attuale gruppo dirigente del Pd, che è sceso a patti con Berlusconi facendolo passare per statista, che ha presentato la legislatura come “costituente”, che con Berlusconi ha scelto il modello americano fondato sul bipartitismo, non c’è confronto.

Veltroni ha tentato di porre fine all’anomalia italiana. Ma questo quinto congresso “straordinario” del Pdci è qui a dire che «siamo sconfitti ma non arresi». E pure nella diversità tra le due opzioni politiche in campo nel Pdci, anche se sono ampiamente maggioritari coloro che con Diliberto credono che «la linea che proponiamo (unità dei comunisti) non è la migliore: è l’unica», il partito regge alla prova dell’unità. E vive con grande intensità un congresso che si apre con «un pensiero forte e un’identità forte»: che si richiama alla lotta antifascista, ai valori che hanno dato vita alla Costituzione repubblicana, alla lotta degli sfruttati contro gli sfruttatori in ogni parte del mondo, alla vittoria della sinistra e delle forze comuniste e socialiste in America latina. La prospettiva è chiara, ma oggi il Pdci parla di un «nuovo inizio» da affrontare con un partito in cui siano garantiti collegialità e democrazia interna, con un rinnovamento degli organismi dirigenti: perché «la politica si fa anche attraverso gesti di rinuncia». E’ il tempo della sconfitta e dell’amarezza, ma anche di un nuovo inizio: il congresso si augura che sia sotto una buona stella... con falce e martello.

 

 


 

Le conclusioni di Diliberto