IL QUINTO CONGRESSO DEL P.d.C.I.

Ricostruire la Sinistra. Comuniste e Comunisti, cominciamo da noi

Documento politico approvato dal Comitato Centrale del 7 e 8 giugno 2008


Roma, 8 giugno 2008

 

La svolta reazionaria

La  vittoria  della  destra  alle  recenti  elezioni  politiche  apre  scenari  inquietanti. Berlusconi  oggi  dispone  di  una  larga  maggioranza  parlamentare,  del  controllo  di  gran  parte  dei  mezzi  di  comunicazione e di uno sterminato impero economico. Le peggiori  subculture vengono alimentate  per  creare  un  senso  comune  reazionario.  Oggi  ci  sono  veramente  tutte  le  condizioni  perché  si  imponga  un  nuovo  sistema  politico  istituzionale  reazionario,  a  sanzione  e  garanzia  di  equilibri  sociali fondati sulla stabile emarginazione del mondo del lavoro.

La  disastrosa  sconfitta  elettorale  ha  comportato  la  scomparsa  dal  Parlamento  italiano  di  tutte  le  forze  politiche  di  sinistra.  Per  la  prima  volta  dal  1945,  nessun  comunista  siede  in  Parlamento  e  questo è un fatto veramente epocale.

La fase è, dunque, inedita e rischiosa. Essa pone al nostro partito, come a tutti i comunisti, problemi  altrettanto  inediti,  rischiosi  e  complessi,  cui  vanno  date  risposte  all’altezza  delle  difficoltà,  senza  fughe  in  avanti  né  superficialità  né  autoconsolazione,  senza  tentazioni  autoconservative  o estremistiche,  senza  pigrizia  intellettuale.  Di  fronte  a  una  svolta  reazionaria,  di  portata  tale  da rendere “accettati ed accettabili” i pogrom ed i rastrellamenti contro gli zingari, ed ad una tendenza consociativa  che,  sotto  l’ingannevole  tematica  delle  “riforme  condivise”,  apre  la  strada  allo scardinamento  dei  valori,  dei  principi  e  degli  interessi  che  la  Resistenza  antifascista  ha  posti  a fondamento della Costituzione, è  indispensabile che  i comunisti si ristrutturino come perno di una mobilitazione popolare e democratica la più vasta e unitaria possibile. 

 

Il momento internazionale  

Il quadro economico e politico  sul  piano internazionale è caratterizzato dal declino degli Usa che tendono a scaricare sull’intero pianeta la propria crisi strutturale. Nuove potenze regionali mettono in discussione  l’assoluto  dominio  Usa  sul  mercato  globale.  L’emergere  di  solide  valute  (Euro, Yuan, Rublo) attorno alle macroaree economiche (Europa, Cina, Russia) minaccia strategicamente lo  strumento  fondamentale  della  supremazia  statunitense  e  cioè  il  potere  di  signoraggio  che  il dollaro conserva in quanto unica moneta di scambio mondiale. Gli Usa però sono pronti a tutto pur di difendere il ruolo della loro moneta.

Tale competizione, prodotta dalla natura contraddittoria dello sviluppo capitalistico, sta trascinando l’intera  economia  mondiale  verso  un  gravissimo  squilibrio.  L’ipertrofica  dimensione  del capitalismo finanziario e l’inedito manifestarsi contemporaneo di una crisi non solo economica ma anche energetica, alimentare ed ambientale apre le porte a scenari inquietanti. Cresce una evidente tendenza alla guerra ed al contempo si generano fenomeni inflattivi e recessivi che si scaricano sui lavoratori  e  sulle  popolazioni  di  gran  parte  del  pianeta.  La  gestione  di  una  fase  economica  così difficile alimenta sul piano politico fenomeni  reazionari che portano al restringimento dei margini democratici.  Al  contempo,  sul  piano  globale,  la  crisi  alimenta,  per  ragioni  sia  meramente economiche che geopolitiche, al corsa riarmo degli Usa e delle nuove potenze mondiali e regionali.

La  vicenda  italiana  non  può  essere  slegata  da  questo  contesto  data  la  posizione  geo-strategica dell’Italia e  la  sua  struttura economica che, pur  pienamente  inserita nella Unione Europea,  risulta fortemente  frammentata,  debole  e  contraddittoria  e  quindi  particolarmente  esposta  alla competizione  globale. La  crisi mondiale  ed  i  fenomeni  conseguenti  alimentano  anche  nel  nostro paese una recrudescenza reazionaria.

 

Un lungo ciclo storico

La scomparsa dei comunisti – tutti – dal Parlamento repubblicano, insieme al profilarsi di accordi  espliciti,  tesi  a  superare  l’attuale  sistema  parlamentare,  tra  Veltroni  e  Berlusconi,  segnano emblematicamente  il  concludersi  di  un  lungo  ciclo  storico.  Il  progetto  di  cancellazione  della anomalia italiana è completato.

Quello  che  era  il  paese  con  il  più  forte  partito  comunista  d’occidente,  con  i  più  alti  tassi  di sindacalizzazione, con una vasta egemonia culturale della sinistra si ritrova oggi nelle mani di forze reazionarie, senza la sinistra in Parlamento e, soprattutto, segnato da un senso comune di destra. Le origini di questa deriva vanno certo ricercate nella ristrutturazione capitalistica che alla fine degli anni  ’70  del  secolo  scorso  ha  piegato  la  forza  del  movimento  operaio.  Sino  a  quel  momento avevamo  assistito  ad  una  fase  di  progressiva  espansione  del  movimento  dei  lavoratori  e  delle sinistre, segnatamente del Pci, che aveva contribuito in misura determinante all’attuazione di alcuni punti  decisivi  della  Costituzione  repubblicana.  Tale  spinta  profondamente  e  positivamente riformatrice fu bloccata sia da crescenti veti  internazionali, sia da una conseguente azione  interna, ad  opera  di  poteri  occulti  e  palesi.  Il  craxismo  prima  ed  il  berlusconismo  poi  sono  riusciti  ad affermare  la  loro  idea  di modernizzazione  togliendo  alla  sinistra  l’iniziativa  del  cambiamento. Il ciclo  storico  è  stato  segnato  da  una  fase  difensiva  del  movimento  operaio  che  si  è  aggravata ulteriormente  dopo  la  caduta  dell’Urss  e  la  dissoluzione  del  suo  “campo”  di  alleanze.  Da  quel momento in poi il capitalismo europeo non ha avuto più bisogno di quel compromesso di classe che ha  consentito,  in  questo  continente,  la  nascita  dello  stato  sociale  e  quindi  la  diffusione  di  diritti universali ed un ruolo forte dello stato nell’economia.

La  parcellizzazione  del  processo  produttivo  ha  prodotto  una  caduta  della  coscienza  di  classe  ed indebolito  strutturalmente  la  capacità  di  lotta  del  movimento  operaio  e  dei  lavoratori.  La precarizzazione  del  rapporto  di  lavoro  ha  diviso  il  fronte  cancellando  per milioni  di  lavoratori  il riferimento ai contratti collettivi, mentre le riforme pensionistiche spezzavano il nesso di solidarietà tra  le  generazioni  aprendo,  tra  queste,  una  disperata  competizione  per  le  risorse. E’  arretrata  nel contempo anche la coscienza di genere e cioè la consapevolezza delle donne delle proprie libertà e dei  propri  diritti  violati  da  un  doppio  sistema  di  discriminazione  e  sfruttamento  dentro  e  fuori  la famiglia.

Le  politiche  neoliberiste  hanno  prodotto  un  progressivo  arretramento  e  peggioramento  delle condizioni  di  vita  delle  classi  lavoratrici  e  dei  ceti  deboli,  l’aumento  dello  sfruttamento  e  la spaventosa crescita della povertà e dell’emarginazione dei più deboli.

Nel quadro  di  un colossale  spreco  di  risorse pubbliche, da parte  di una classe  politica  incapace e spesso corrotta che i comunisti hanno sempre denunciato e combattuto, si è originato un processo di deriva  sociale,  economica  e  civile,  e  produttiva  del  mezzogiorno  che  ha  visto  incrementare  le distanze di quantità e qualità di questa parte del paese dal sistema produttivo ed infrastrutturale del nord Italia e dell’Europa. In questo quadro la criminalità organizzata ha fatto un salto di qualità non solo sul piano del controllo del territorio ma anche sul piano economico trasformandosi, per molti aspetti,  in  una  impresa  capitalistica  internazionalizzata.  Ciò  ha    alterato  profondamente  la condizione democratica del paese data la accentuata capacità delle mafie  di penetrare le sedi della politica e delle amministrazioni pubbliche.

L’Unione Europea ha imposto parametri monetari e politiche di privatizzazione che hanno demolito gli strumenti di programmazione impedendo le forme di economia mista che in Italia avevano avuto un  peso  significativo.  All’enorme  peso  del  debito  pubblico  si  è  risposto  con  una  lunga  fase  di “commissariamento” della politica da parte di “tecnici” che rispondevano direttamente al comando delle lobbies finanziarie.

La globalizzazione, subita da un capitalismo italiano di retroguardia, ha posizionato il Paese ad un più basso livello nella divisione internazionale del lavoro e dentro una competizione di prezzo e non di  prodotto  con  la  conseguenza  di  aprire  una  guerra  tra  poveri  segnata  da  delocalizzazioni, immigrazione, dumping sociale.

Tutto  ciò  ha  prodotto una  estrema  polarizzazione  della  ricchezza,  a  tutto  vantaggio  del  profitto  e della rendita, che ha colpito prima il mondo del lavoro salariato e poi anche le classi medie.

I processi di trasformazione della produzione hanno eroso progressivamente l’insediamento sociale dei comunisti e della sinistra. I lavoratori si sono trovati esposti ad una competizione quotidiana sul mercato  del  lavoro  interno  ed  internazionale.  La  debolezza  della  loro  rappresentanza  politica  e sindacale  ha  consentito  l’affermarsi  dell’idea  che  la  competitività  andava  difesa  a  discapito  dei diritti,  dei  salari  e  delle  garanzie  sociali.  La  perdita  progressiva  di  identità  e  di  efficacia  della sinistra  politica  insieme  con  la  perdita  di  ruolo  storico  degli  stati  nazionali  sta  alla  base  di  una ricerca  di  quella  appartenenza  legata  al  territorio  su  cui  fanno  presa  la  Lega  al Nord  e  le  spinte populiste di destra nel meridione.

Le  forze  localistiche,  in  particolare  nel  nord,  hanno  spostato  il  conflitto  sul  piano  orizzontale  nei confronti dello  stato centrale e della burocrazia costruendo una  specie  di  sindacalismo  territoriale per il quale i lavoratori ed i ceti più deboli si sentono rappresentati politicamente sulla base di una appartenenza comunitaria piuttosto che sulla base delle loro reali condizioni di classe. Mescolando rivendicazioni locali ad egoismo sociale, producendo paura e razzismo. 

È la sensazione di solitudine di fronte ad un futuro sempre più incerto che ha generato quella paura su cui è cresciuta l’egemonia politica della destra.

L’affermarsi di un mercato nelle mani delle grandi multinazionali monopolistiche ha prodotto una  idea consumistica di benessere funzionale alle modalità di accumulazione. Il sistema dei media ha creato una alienazione di massa con una continua sollecitazione verso falsi bisogni e falsi valori. 

Il  sistema formativo ed educativo pubblico è stato oggetto di attacchi pesantissimi e di riduzioni di risorse senza precedenti che ne hanno compromesso progressivamente la qualità ed il ruolo.

L’identità collettiva  si è  spostata dal  lavoratore-(ri)produttore al  consumatore compulsivo. Ciò ha generato la disponibilità di massa verso politiche distruttive dell’ambiente ed imperialiste sul piano globale. La ricchezza, intesa come assoluto ed insensato accesso al consumo di merci e di persone, è  divenuta  l’unico  parametro  di  valore.  La  guerra  e  la  violenza,  come  strumenti  efficaci  di sopraffazione e di appropriazione delle risorse altrui, sono tornate ad essere generalmente accettate sia  pur  ancora  oggi  dietro  il  paravento  ideologico  dell’intervento  umanitario  o  dell’autodifesa territoriale.

 

La “trincea” del centro sinistra  

Dopo che si è interrotta, alla fine degli anni ’70, la fase offensiva che aveva portato i comunisti ad un passo dal riconquistare un ruolo di direzione politica nazionale nel quadro dell’unità delle forze democratiche,  questa  lunga  fase  di  arretramento  è  stata  necessariamente  affrontata  dai  comunisti con  scelte  politiche  che  cercavano  di  organizzare  linee  di  difesa  dietro  le  quali  tentare  di riorganizzare  forze.  Dalla  scelta  dell’alternativa  democratica  compiuta  da  Berlinguer  nel  1980, all’accordo di desistenza del 1996 sino all’ingresso dei due partiti comunisti nell’Unione nel 2006 c’è un nesso storico che ha tenuto insieme responsabilità nazionale, costituzionalismo e lotta contro il nemico principale.

La  fine  del  PCI  ha  dato  vita  a  tre  formazioni  politiche  che  in modo  diverso  hanno  dato  la  loro risposta a questa lunga fase. Da un lato chi si è arreso ed ha scelto di accompagnare questo processo sino al punto da farsene interprete e propagandista; dall’altro chi ha cercato di frenarne le dinamiche e tenere aperta una sfida di sistema.

L’esperienza di Rifondazione, soprattutto dopo il 1998, è segnata dall’investire sul “movimento dei movimenti”  che  doveva  tenere  assieme  i  conflitti,  le  reazioni,    le  contraddizioni  che  una  società sempre più complessa, e corporativizzata, proponeva. Il PdCI ha invece investito principalmente su un  quadro  politico  di  centro  sinistra  che,  facendo  riferimento  alla  cultura  costituzionale  italiana, potesse fungere da argine democratico ed al contempo tenere aperti spazi di agibilità per il conflitto di classe.

Dopo  una  lunga  fase  di  conflitto  aperto  tra  PdCI  e  PRC,  la  comune  opposizione  al  Governo Berlusconi dal 2001 al 2006 ha reso possibile ritrovarci assieme nell’esperienza dell’Unione e nel sostegno al Governo Prodi dove abbiamo misurato l’insufficienza di entrambe le risposte che allora furono  date.  Il movimento  non  ha  affatto  attraversato  il Governo Prodi mentre  il PD  di Veltroni nasceva proprio per far cadere la diga dell’anti-berlusconismo e per espungere dal contesto di ogni governo, presente o futuro, le ragioni e gli interessi rappresentati dai comunisti.

Il centrosinistra come lo abbiamo conosciuto non esiste più.

Il giudizio su questa lunga fase deve però essere articolato.

Il  centrosinistra  è  stato  il  tentativo  di  far  fronte  all’avanzare  di  una  destra  eversiva  con  un compromesso dinamico, fatto sugli interessi e sui valori nell’ambito di un quadro costituzionale, tra un  pezzo  del mondo  democratico,  anche  di  origine  conservatrice,  e  la  sinistra.  Progressivamente però sono cresciuti il peso dei poteri forti  e la loro capacità di incidere in maniera trasversale sulla destra  e  sul  centro,  mentre  la  sinistra  ha  perso  spazi  e  capacità  di  iniziativa.  Nonostante  noi avanzassimo proposte che avrebbero anche consentito al centro sinistra stesso di entrare in sintonia con il proprio popolo  di  riferimento  (pensioni,  lotta alla precarietà,  salari, etc.),  l’agenda politica veniva  viceversa  determinata  da  parte  delle  forze moderate  della  coalizione.  Le  sinistre,  allora, hanno  cercato  di  aprire  le  contraddizioni  interne  al  centrosinistra  contrapponendo  rifiuti  netti sostenuti, molto  spesso,  dalle  dinamiche  di  conflitto  presenti  nella  società,  nei movimenti  e  nel mondo del lavoro. Dal tentativo di ottenere risultati positivi anche i comunisti sono passati ad una posizione quasi esclusivamente difensiva, tentando di frenare politiche che colpivano le sue classi di riferimento  ed  il  suo  sistema  di  valori.  Progressivamente  la  politica  del  “no”  ha  segnato  di  sé l’identità della  sinistra, dei comunisti e delle  forze d’alternativa. Ciò, però, ha consunto nel  senso comune  di  larghe masse popolari,  la credibilità di una prospettiva  di  trasformazione della  società.

Anche in una fase difensiva una proposta politica che voglia parlare al Paese, a tutto il mondo del lavoro, non può essere percepita come mera sommatoria di “no”, ancorché derivanti da giustissime rivendicazioni. 

 

L’ultimo governo

L’ultimo  governo  Prodi  è  stato  il  paradigma  di  questo  fallimento. Nato  sulla  spinta  delle  grandi manifestazioni a difesa dei diritti dei lavoratori, della pace, della democrazia ha deluso le speranze sino ad umiliare la sinistra con la paradigmatica fiducia posta contro la sua stessa maggioranza sulla riforma del welfare. La manifestazione del 20 ottobre 2007 ha rappresentato l’estremo investimento di un popolo su una formula politica che non poteva più giustificarsi solo con l’antiberlusconismo.

La scelta della CGIL di tornare, dopo la feconda stagione di ripresa del conflitto sia pur difensivo, ad  una  politica  di  concertazione  con  un  governo  “amico”  non  ha  affatto  rafforzato  Prodi  ed  ha privato la sinistra di una sponda indispensabile.  Grave è stata la scelta del sindacato che, pur di non registrare  quelle  che  venivano  considerate  indebite  intromissioni  delle  forze  politiche  nel  proprio ambito  di  rappresentanza,  non  solo  non  ha  sostenuto  ma  ha  persino  contrastato  l’azione  della sinistra in Parlamento tesa a raggiungere risultati più avanzati in favore dei lavoratori.

L’agguato  parlamentare  che  ha  abbattuto  il Governo  Prodi  è  stato  possibile  perché  prima  si  era persa  la  connessione  sentimentale  con  il  nostro  popolo.  Questa  volta  la  politica  dei  due  tempi, risanamento e poi ridistribuzione, è stata giustamente sentita come un tradimento da parte dei ceti popolari che aspettavano un risarcimento sociale.

Sarebbe però sbagliato non ricordare, anche oggi, quanto abbia pesato, in negativo, sulla azione del centro sinistra la mancanza di una chiara maggioranza parlamentare. Nonostante tutte le aspettative alle elezioni, quelle del 2006,  la destra  riuscì a  raggiungere  un  sostanziale pareggio. Nemmeno  il plateale  fallimento  del  governo  Berlusconi  produsse  infatti  una  chiara  affermazione  delle  forze democratiche  e  ciò  ad  ennesima  riprova  della  natura  conservatrice  della  società  italiana  e  delle profonde pulsioni reazionarie che ciclicamente la attraversano.

Inoltre  l’ultimo  governo  Prodi  ha  avuto  nemici  potenti  :  dalla  Confindustria,  al  Vaticano, all’amministrazione Usa. Questi poteri hanno chiarito, anche alle forze interne al centrosinistra, che non era più per loro tollerabile la presenza di due partiti comunisti e di una larga sinistra all’interno dell’area di governo in un paese che resta tra i più economicamente sviluppati.

La discontinuità  in politica estera e  la permanente resistenza della sinistra sulle scelte economiche hanno reso Prodi comunque inaffidabile per i poteri forti. Il PD di Veltroni è stato lo strumento con cui l’establishment ha fatto saltare l’accordo tra le forze eredi della tradizione costituzionale italiana per  trovare  un  compromesso  con  la  destra  ed  il  suo  sistema  politico-economico.

L’americanizzazione  della  politica  in  salsa  italiana  ha  preso  il  volto  della  rottura  del  PD  con  la sinistra e dell’accordo con Berlusconi sulla nuova Costituzione. Il bipolarismo prodiano si muoveva ancora  nell’ambito  della  democrazia  rappresentativa  e  costituzionale.  Il  bipartitismo  veltroniano travolge  invece  la  dialettica  parlamentare,  concedendo  al  “cesarismo”  berlusconiano  la  sua  più importante vittoria strategica.

Grande deve essere l’autocritica della sinistra per come ha interpretato questa occasione di presenza nel Governo  del  paese: ancorché  vi  siano  stati  risultati  parziali  (come  ad  esempio  il  ritiro  delle truppe  dall’Iraq,  la  lotta  all’evasione  fiscale  o  la  stabilizzazione  dei  precari  nella  pubblica amministrazione  strappata proprio dal PdCI), essi non sono  stati percepiti come  rappresentativi  di una utilità reale delle forze della sinistra – e segnatamente di quelle comuniste – al governo.

La nostra stessa scelta di parteciparvi con degli indipendenti non ha prodotto gli effetti sperati. Da un lato,  infatti, questa scelta, pur garantendo margini di azione più ampli al partito, ha comunque riversato sullo stesso l’intera responsabilità dell’azione del governo senza peraltro poter contare sul ruolo  che  avrebbero  potuto  svolgere  in  quelle  importantissime  postazioni  dirigenti  del  partito. Dall’altro la scelta di indipendenti, anche per evidenti limiti soggettivi, non ha raggiunto affatto gli obiettivi di efficacia e di rappresentanza della sinistra che ci eravamo posti.

Gravi  sono  stati  anche  i  ritardi  politici  ed  i  deficit  del  partito  a  livello  nazionale,  locale  e  delle istituzioni. Tardiva la consapevolezza dei reali rapporti di forza, dei limiti oggettivi e del graduale esaurimento di una esperienza ed insufficienti gli strumenti individuati per reagire all’iniziativa dei poteri forti.

Alla  luce dei  fatti è  stato un errore perseguire  l’idea  di un accordo programmatico globale con le altre  forze della  coalizione.  Il  vincolo  di  lealtà programmatica,  rispettato  solo dalla  sinistra, ci ha impedito di puntare a raggiungere, o a valorizzare, risultati parziali ma strategici ed ha scaricato su di  noi  la  responsabilità complessiva del  fallimento nella  realizzazione degli  impegni  presi con gli elettori. Siamo quindi stati percepiti o come inefficaci a realizzare le auspicate riforme a favore dei ceti più deboli o, simmetricamente, come coloro che ostacolavano, sostenendo con forza – anche se vanamente – tali richieste, il lavoro del governo.

Per  senso  di  responsabilità  democratico  ed  istituzionale  abbiamo  difeso  sino  alla  fine  il centrosinistra. Nonostante gli esiti elettorali restiamo convinti che questa è stata una scelta obbligata ed insieme giusta. Non sono certamente i comunisti a portare, oggi come domani, la responsabilità storica di aver aperto la strada al ritorno delle destre.

 

Dalla Confederazione all’Arcobaleno

Per anni noi del PdCI abbiamo insistito sulla proposta di Confederazione delle forze della sinistra. Se agita per tempo essa avrebbe consentito di affrontare in modo unitario le sfide del governo. Al contrario  invece  la  competizione  tra  le  singole  forze  ed  i  personalismi  hanno  ritardato  i  processi unitari  delle  forze  e  successivamente  minato  l’efficacia  dell’azione  comune.  Le  divisioni  ed  i rancori del passato hanno così reso cieca la sinistra di fronte al pericolo mortale che stava sorgendo al suo fianco. Mentre il PD ha supplito al deficit di identità accreditandosi come forza della rottura e dell’innovazione politica, tra le forze della sinistra si apriva un conflitto sulla natura e sugli esiti del processo unitario. 

Non è stato affatto un errore la scelta del PdCI di dare voce alla richiesta, anche questa fortemente rappresentata  nella  manifestazione  del  20  ottobre,  di  fornire,  anche  nella  scelta  del  simbolo,  al progetto unitario quel chiaro profilo identitario necessario a renderlo riconoscibile come realmente alternativo al PD. Dopo gli stati generali dell’Arcobaleno di dicembre, invece di una strutturazione confederale, ha prevalso un asse tra PRC e SD, a cui poi hanno acceduto anche i Verdi, costruito su una ipotesi liquidatoria delle identità e delle organizzazioni. Invece di proporre una alternativa nei contenuti, nel profilo identitario e nella prospettiva, la sinistra ha inseguito in modo subalterno una idea di innovazione che ricordava, fuori tempo massimo, la scelta di Occhetto alla Bolognina.

La risposta dell’Arcobaleno è stata infine strumentalizzata e ridotta ad espediente per imporre l’idea dell’approdo  in  un nuovo ed  indistinto partito. Una campagna  elettorale  disastrosa, dove  non  si è contrastata  l’idea  perversa  di  voto  utile  e  non  si  è  spiegata  la  necessità  di  una  forte  opposizione politica al consociativismo crescente tra PD e PDL, ha completato il disastro.

Questi  errori,  tuttavia,  facevano  comunque  leva  su  una  giusta  richiesta  di  unità  a  sinistra, largamente sentita in larghi strati popolari. La nostra partecipazione all’Arcobaleno – che il Pdci ha sempre  inteso  non  come  embrione  di  un  futuro  partito  unico  –  ha  evitato  quindi  che  il  partito apparisse quale ostacolo per l’unità delle forze della sinistra. Con questa scelta necessitata il Pdci ha così  evitato  di  uscire  annientato,  esso  stesso,  insieme  all’Arcobaleno,  impedendo  la  tenaglia  del “doppio voto utile” verso il PD e verso la medesima lista della Sinistra l’Arcobaleno.

Il che, come ovvio, non ci esime da una drastica riflessione autocritica, che riguarda l’intero gruppo dirigente del partito, e che deve offrire un terreno di confronto interno sul “che fare” successivo al disastro elettorale.

 

Il rischio reazionario 

L’esito  delle  elezioni,  conseguenza  di  un  ciclo  storico  e  di  gravi  errori  tattici,  ci  consegna  un disastro che  non ammette  reticenze. Di  fronte  alla destra al  potere, all’arrendismo del PD ed alla extraparlamentarizzazione della  sinistra  serve  la consapevolezza del cambio  di  fase. Nessuno può infatti  sottovalutare  il  significato  storico  del  ritorno  di Berlusconi  al  governo. Alla  vittoria  della destra,  con  straordinario margine  di  vantaggio,  si  è  aggiunto  il  fatto  che    per  la  prima  volta  la capitale  d’Italia  è  governata  da  un  sindaco  di  notoria  e  rivendicata  estrazione  fascista.  Siamo  di fronte  ad  una  società  profondamente  attraversata  dal  berlusconismo,  dal  post  fascismo,  dal leghismo.  Si  sta  affermando  una  cultura  della  violenza,  della  sopraffazione,  dell’intolleranza.  La caccia all’immigrato ne rappresenta il fenomeno più allarmante.

La  destra  al  governo  è  tutt’altro  che  sprovveduta.  Siamo  di  fronte  ad  una  offensiva  populista  e demagogica che risulta persuasiva perché parte, strumentalizzandoli, da bisogni reali delle famiglie.

Le prime misure del Governo tanto “popolari” in realtà nascondono scelte che colpiscono proprio le parti  più  deboli  del  paese.  Il  taglio  dell’ICI,  che  per  buona  parte  andrà  a  favore  di  famiglie benestanti, è stato ad esempio finanziato con le risorse destinate alla Sicilia ed alla Calabria. Sulla tolleranza verso  l’evasione fiscale e sul federalismo fiscale si è cementato un patto esplicito tra  la destra  ed  i  ceti  privilegiati.  Si  sta  costituendo  un  blocco  sociale  regressivo  ed  interclassista realizzato  in  nome  dell’egoismo  individualistico  e  territoriale  che  punta  alla  rottura  di  ogni solidarietà.

Senza una efficace opposizione  politica e  sociale  la quarta  vittoria elettorale  di questa destra può dare vita ad un inedito “regime reazionario di massa”. Il mutamento del senso comune nella società rende infatti egemoni i valori delle destre e, dunque, possibile l’attuazione di provvedimenti che ne incarnano  l’essenza  e  al  tempo  stesso  ne  rafforzano  i  paradigmi.  La  paura,  l’individualismo, l’edonismo,  l’appartenenza  territoriale,  il  rifiuto  dell’esercizio  della  critica  sfociano  nel  pensiero unico che implica la messa al bando del conflitto per mezzo della logica del neocorporativismo ed il ripudio di ogni forma di alterità.

La  ricostruzione della sinistra a partire dai comunisti non può quindi che muovere da un’inedita e difficilissima battaglia delle idee.

 

Un nuovo inizio

Le  ragioni  storiche  che  giustificarono  la  nascita  del  PdCI  restano  di  grande  attualità.  Queste  sorgevano dalla consapevolezza della natura difensiva della fase per il movimento dei lavoratori, da  un  giudizio  sulla  natura  reazionaria  ed  eversiva  delle  destre  italiane  che  impediva  ogni equiparazione  tra centrosinistra e centrodestra, dal rifiuto del massimalismo e dell’estremismo che aveva  preso  la  forma  della  teoria  delle  “due  sinistre”,  da  una  idea  di  partito  nazionale  dove  gli interessi del Paese prevalgono su quelli di parte.

Per queste stesse ragioni però, anche dopo questa esperienza comune al Governo e dopo la sconfitta alle  ultime  elezioni  subita  insieme  ai  compagni  del  PRC,  oggi  riteniamo  necessario  ed  urgente superare  la  divisione  organizzativa  e  politica  tra  i  comunisti.  L’appello  alle  comuniste  ed  ai comunisti  uscito  immediatamente  dopo  il  disastro  elettorale,  a  cui  il  PdCI  ha  aderito,  indica  un percorso che condividiamo : “Proponiamo invece una prospettiva di unità e autonomia delle forze comuniste  in  Italia,  in  un  processo  di  aggregazione  che,  a  partire  dalle  forze maggiori  (PRC  e PdCI), vada oltre coinvolgendo altre soggettività politiche e sociali, senza settarismi o logiche autoreferenziali.”

 

L’unità tra i comunisti

È dunque  sulla  base  di  questa  analisi  e  di  tali  considerazioni  di  fondo,  che  il  PdCI  si mette  a  disposizione di questo processo di unificazione. Non stiamo proponendo lo scioglimento del nostro partito  in  una  generica  fase  costituente. L’idea  di  una  palingenesi  dove  i  comunisti  come  singoli possano  dare  vita,  senza  tenere  conto  delle  profonde  differenze  di  cultura  politica  che  tra  di  essi permangono, ad un nuovo partito sarebbe la negazione del nostro percorso storico.

Di fronte alla sconfitta, accanto al rischio di assorbimento nel PD, dobbiamo contrastare infatti sia il pericolo di subalterne  tendenze “fusioniste”  in un’indistinta sinistra, sia ogni deriva minoritaria ed estremista.  L’identità  a  cui  facciamo  appello  non  è  un  feticcio  meramente  –  e  vanamente  – identitario  (peraltro  oggi  assai  difficilmente  configurabile),  ma  la  consapevolezza  profonda  ed orgogliosa  di  un percorso  storico che, da Gramsci a Berlinguer, ha portato  i comunisti  italiani ad agire sempre nella società determinando per il proprio partito una cultura politica di massa. L’unità dei comunisti a cui lavoriamo ha, in premessa, precisi connotati politici e programmatici. Non basta infatti  richiamarsi  alla  tradizione  storico  culturale  rappresentata  anche  plasticamente  dal  simbolo della falce e martello, ma l’unità deve corrispondere ad un progetto politico serio e strutturato che sappia uscire dai foschi contorni dell’autorappresentatività e del settarismo.

Seguire l’illusione semplicistica di un arroccamento identitario – magari in perfetta buona fede, ma costitutente  un  rischio  sempre  presente  dopo  una  così  drammatica  sconfitta  –  rappresenterebbe  il ribaltamento  di  una  lunga  lotta  a  difesa  della  specifica  identità  politica  dei  comunisti  italiani  e risulterebbe  oggettivamente  funzionale  all’obiettivo  che  si  è  posto  il  PD:  il  nostro  definitivo annientamento. 

Serve invece un percorso in cui i Comunisti Italiani, con la loro cultura politica, con il loro profilo programmatico e con la loro organizzazione possano contribuire a costruire assieme un nuovo e più grande partito comunista meglio attrezzato alla sfida che abbiamo di  fronte a noi. Potrà essere un processo complicato, ma  l’urgenza è assoluta. Pensiamo ad  un  processo  di  unificazione,  prima  di tutto  tra  noi  ed  i  compagni  del  PRC, ma  contemporaneamente  proposto  all’intero  arcipelago  dei  comunisti  senza  partito  e  della  sinistra,  percorso  con  responsabilità,  capacità  di  ascolto,  rispetto delle diversità, in cui tutte e tutti abbiano pari dignità.

Il partito comunista di cui abbiamo bisogno non sarà solo il partito dei comunisti ma uno strumento in cui si possa riconoscere, come sempre è stato, larga parte della sinistra ed a cui si possa aderire e militare prima di tutto sulla base della condivisione degli obiettivi politici e programmatici.

Nessuna battaglia di retroguardia quindi ma, al contrario, una sfida politica che possa produrre un grande  slancio  di entusiasmo e passione, che  sia  in grado di coinvolgere  lungo  il cammino anche tantissimi giovani. A loro ci rivolgiamo, attraverso il processo che vivremo, affinché possano essere nuova  linfa per  le nostre arterie, nuove  teste, nuove gambe e nuove braccia, attraverso  le quali  la gloriosa tradizione comunista italiana possa esprimersi vividamente e positivamente nelle sfide che il nuovo millennio ci pone di fronte.

Ripartiamo  quindi  da  ciò  che  è  rimasto  in  piedi  dopo  il  disastro  elettorale.  La  prospettiva dell’Arcobaleno è stata cancellata dagli elettori e con essa l’idea di una sinistra che non propone un chiaro progetto di trasformazione. Chi si attarda, come sembrano fare una parte del PRC e di SD, a vagheggiare  una  costituente  dal  basso  che  porti  alla  nascita  di  un  partito  della  sinistra  non  più comunista indebolisce nell’immediato la capacità di reazione all’offensiva della destra e si muove, oggettivamente ma  anche  soggettivamente,  in  una  prospettiva  di  accordo  subalterno  con  il PD.  I comunisti non erano e non sono disponibili ad una tale prospettiva. Una sinistra non può infatti che ripartire da una moderna interpretazione di quella fondamentale contraddizione tra capitale e lavoro che continua a generare la lotta di classe. Senza la consapevolezza che la lotta tra le classi non è un capriccio  di  qualche  invasato  o  un  retaggio  arcaico  ma  il  meccanismo  fondamentale  di funzionamento  dell’economia  capitalistica  moderna  si  perde  la  bussola  fondamentale  per interpretare la realtà e quindi per provare a cambiarla. Nel rispetto e nella necessaria ricerca di unità con ogni progetto che si muove a sinistra noi dichiariamo la nostra indisponibilità ad ogni forma di confluenza in soggetti che non rilanciano “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente” e quindi la prospettiva di superamento del capitalismo.

 

Parlare alla sinistra

Riunificare  i  due  partiti  comunisti  è  oggi  la  risposta  realistica  ed  immediatamente  operativa  per parlare all’intera sinistra e può sprigionare anche nuove energie, entusiasmo, passione  in tanti che continuano  a  sentirsi  comunisti,  ma  non  sono  (o  non  sono  più)  parte  dei  due  partiti  comunisti organizzati e strutturati. Di fronte allo smarrimento, al disorientamento ed anche alla paura generata dal  risultato  elettorale  la  sinistra  non  cerca nuove  dissoluzioni  o  rese dei  conti, ma  si  aspetta dai comunisti una risposta immediata, funzionale alla ripresa della iniziativa nella nuova condizione di opposizione sociale. Per ricostruire una sinistra in Italia i comunisti hanno il dovere di ripartire da loro stessi. Questo il modo del PdCI di declinare, nelle nuova fase, la propria vocazione unitaria e la propria cultura politica.

Ai milioni  di  italiani  che questa  volta  hanno  scelto  l’astensione  o  si  sono  piegati  al  voto  utile  ed anche  a  coloro  che  hanno  perso  fiducia  nella  sinistra  al  punto  da  regalare  il  loro  consenso  a formazioni della destra deve giungere un messaggio chiaro.

I comunisti hanno capito la  lezione, fanno tesoro della consapevolezza degli errori commessi, e si preparano a percorrere una strada nuova.

La proposta  di  unificazione  non  è una  proposta  organizzativa ma  politica. L’obiettivo  non  è  solo mettere  assieme  le  forze  che  sono  in  campo ma  dotarle  di  una  nuova  dimensione  e  prospettiva politica adeguata alle diverse ed inedite condizioni in cui i comunisti sono chiamati ad operare.

L’unificazione è quindi prima di tutto funzionale a rilanciare la lotta. Senza la ripresa di un vasto ed articolato  conflitto  nella  società  italiana  la  ricostruzione  di  un  vero  insediamento  politico  ed elettorale della sinistra italiana è un obiettivo impossibile. 

L’unificazione non è un ritorno al passato, ma un investimento sul futuro.

Riunificati in un nuovo e più grande partito comunista, Pdci e Prc dovranno poi cercare di lavorare per ritessere i necessari rapporti unitari con le altre forze della sinistra e democratiche. Il ritorno in campo di un più forte partito comunista è infatti condizione indispensabile per rilanciare le lotte e le alleanze necessarie a restituire all’Italia una dimensione pienamente democratica.

Per superare la divisione occorre avviare immediatamente un patto d’unità d’azione tra i due partiti comunisti sul terreno dell’opposizione a Berlusconi. Bisogna realizzare l’unità su un piano di massa definendo strumenti che difendano i lavoratori dalla crisi economica e praticando il primo obiettivo che i comunisti devono perseguire che è l’unità dei lavoratori.

Pensiamo inoltre che le prossime elezioni europee potrebbero già rappresentare un primo momento di verifica elettorale del percorso unitario che proponiamo ai compagni ed alle compagne del PRC attraverso  la  presentazione  di  una  lista  unica.  PdCI  e  PRC  potrebbero  così  dare,  agli  occhi  della intera  sinistra,  un  chiaro  segnale  di  speranza  ed  unità  per  rilanciare  anche  sul  piano  elettorale,  in Italia ed in Europa, la lotta per i diritti, la pace, le libertà e contro tutte le destre e gli oscurantismi.

 

La politica delle alleanze

A questo scopo serve un giudizio articolato sulla natura del PD, a partire dalla premessa che anche la critica più feroce al disegno politico del PD non può mai comportare un’equiparazione di questo partito con la destra  di Berlusconi. Questa destra  resta evidentemente  il nostro nemico mortale.  Il PD  rappresenta  un avversario  il cui destino definitivo non è ancora  scritto. La  sconfitta elettorale non ha  infatti colpito  solo  la  sinistra, ma prima di  tutto  il medesimo PD, che  si  presentava come forza  “a  vocazione  maggioritaria”.  Nonostante  il  profilo  estremamente  moderato  –  quando  non apertamente conservatore – con cui questo partito si è presentato alle elezioni, impersonificato nelle scelte economiche,  istituzionali e nelle  stesse candidature,  il PD non ha affatto  raccolto  i voti del centro e questo rappresenta un insuccesso strategico del disegno veltroniano. La stessa ansia con cui Veltroni  ha  chiesto  a  Berlusconi  di  istituzionalizzare  il  ruolo  del  PD,  del  suo  presunto  governo ombra,  a  scapito  delle  altre  opposizioni,  parlamentari  e  non,  è  sintomo  di  grande  fragilità  e debolezza. La dinamica politica e sociale italiana presenta ancora forti resistenze ad essere rinchiusa in un sistema bipartitico-cesaristico. All’interno stesso del PD si manifestano peraltro resistenze ad una  completa  deriva  leaderistica  ed  ad  una  identità  che  ha  espulso  anche  formalmente  ogni riferimento  alla  sinistra.  Non  si  può  sottovalutare  che  larghi  strati  dell’opinione  pubblica progressista e di sinistra guardano oggi al PD, interpretando in modo del tutto travisato la proposta politica e  il  suo atteggiamento  rispetto al governo  di destra. Gran parte di coloro che nel passato hanno costituito il nostro stesso elettorato ha scelto alle ultime elezioni di votare questa formazione.

Per recuperare questi elettori ad una prospettiva autenticamente di sinistra ed ad un voto comunista non  serve  certo  una mera  criminalizzazione  del  PD  e  l’autoisolamento  in  un  recinto  settario. Al contrario, per ragioni di consenso e per strategia politica, nostro scopo è sfidare il PD disvelandone in  questo  modo  la  linea  conservatrice.  Dobbiamo  agire  per  aprire  contraddizioni  all’interno  di questo  partito  e  nel  suo  insediamento  sociale  perché  un  suo  definitivo  approdo  conservatore  e consociativo rappresenterebbe un ulteriore colpo alla stessa democrazia italiana.

In  questa  visione  è  necessario  riaffermare  un  obiettivo  centrale  dei  comunisti:  quello  di  proporsi come motore propulsivo dell’unità della sinistra, dell’unità di azione e dell’alleanza di tutte le forze di  opposizione  democratiche  e  di  sinistra  contro  una  destra  che  punta  a  sovvertire  le  basi costituzionali della Repubblica. Ammonendo il PD che ogni collaborazione con la destra in questa fase significa esserne oggettivamente complice. Senza tale unità ed alleanza la destra non potrà che rafforzarsi sempre più. Una unità ed una alleanza indispensabili e dunque da perseguire. Il disastro elettorale dell’Arcobaleno ha tra l’altro reso evidentissima la natura di opinione del voto alle forze della sinistra. Abbiamo perso consensi verso l’astensione, verso il cosiddetto voto utile e persino verso  la  falsa  protesta  interpretata da alcune  formazioni della destra come  la Lega. Serve dunque  un  lavoro  di  lunga  lena  per  ricostruire  il  nostro  insediamento  profondo.  Servono  altresì scelte immediate che consentano agli elettori di ridarci consenso e fiducia.

Se  il sistema di alleanze come  lo abbiamo conosciuto dal 1996 ad oggi è finito, ciò non comporta che  si debbano escludere a priori momenti  di convergenza anche elettorale. E’però chiaro che  sia chi ci ha puniti con l’astensione, sia chi ha scelto il PD ha bocciato categoricamente il modo in cui sino ad ora abbiamo interpretato il nostro ruolo al governo e nelle coalizioni.

 

Il ruolo dei comunisti

Occorre  ribaltare  la  logica  della  nostra  azione  politica  uscendo  dalla  tenaglia  tra  subalternità  e conflittualità continua.

Per farlo serve spiegare nuovamente quale sia il ruolo dei comunisti dentro la dimensione politico-istituzionale.

Dobbiamo  urgentemente  rielaborare  una  proposta  di  società  ed  offrire  una  visione  tangibile  e realizzabile della trasformazione nelle condizioni date dall’attuale fase difensiva. In questa visione organica prende  forma  la nostra strategica alternatività al PD che, al contrario di noi, considera  il mercato  capitalista  come  l’orizzonte  insuperabile  della  politica mondiale  pur  proponendone  una versione “compassionevole”.

Fondamentale nel fare questo è definire obiettivi politico-strategici intermedi verso il socialismo nel nuovo millennio che declinino la nostra azione. In questo senso il nostro obiettivo intermedio, che traccia  un  orizzonte  programmatico  di  medio  e  lungo  periodo  indicando  concretamente  una transizione  verso  una  trasformazione  generale  della  società,  non  può  che  essere  l’applicazione integrale  della  Costituzione  nata  dalla  Resistenza.   Questa  parola  d’ordine  disegna  un  orizzonte strategico fatto da un nucleo di proposte forti in base alle quali verificare la possibilità di stringere alleanze.

Per  uscire  dalla  gabbia  degli  accordi  programmatici  a  tutto  tondo,  che  si  è  tradotta  o  nella conflittualità  continua  o  nella  completa  subalternità  alle  piattaforme  dei moderati,  i  comunisti,  a tutti  i  livelli,  devono  verificare  la  possibilità  di  praticare  alleanze  fondate  su  specifiche  proposte fortemente  caratterizzanti  e  funzionali  all’obiettivo  di  riunificare  il  nostro  soggetto  sociale  di riferimento.  Il  lavoro  di  individuazione  delle  priorità  politico-programmatiche  diviene  oggi assolutamente vitale per conservare una  reale autonomia per  i comunisti ed una cultura politica di governo.

Sia  dall’opposizione  che  da  eventuali  collocazioni  di  maggioranza  l’obiettivo  strategico  che  si pongono i comunisti è quello di portare al governo le istanze del lavoro.

Dobbiamo  rendere  evidenti  le  proposte  positive  capaci  di  modificare  concretamente  la  realtà  a beneficio  di  coloro  che  intendiamo  rappresentare. Obiettivi  chiari  e molto  riconoscibili  perseguiti  con  pratiche  coerenti  rendono  possibile  una  percezione  di  efficacia  della  funzione  dei  comunisti. Solo un forte legame di fiducia tra partito e proprio elettorato rende inefficace il richiamo del voto utile e consegna al partito la forza di realizzare  il necessario compromesso.  In questo schema non saremo più noi ma il PD a dover decidere se rompere con la sinistra e condannarsi alla sconfitta.

Di  fronte  alle  spinte  localistiche  e  disgregatrici  è  necessario  riverticalizzare  il  conflitto ma  senza trascurare  l’importanza  che  in  una  società  complessa  hanno  assunto  i  sentimenti  di  appartenenza territoriale e le dimensioni locali che altrimenti regaleremmo alla egemonia delle destre. Dobbiamo ripartire  dalla  nostra  capacità  di  declinare  localmente  uno  sviluppo  sostenibile  socialmente  ed ambientalmente,  come  parte  di  un  progetto  complessivo  di  alternativa  alle  logiche  liberiste.  Pensando  globalmente  e  agendo  localmente  potremo  cogliere  una  grande  opportunità  di radicamento territoriale, di opposizione sociale dentro e fuori dai luoghi di lavoro.

Decisiva  è  la  difesa  della  democrazia  costituzionale.  Rotto  l’equilibrio  democratico  con l’introduzione del maggioritario ogni ulteriore scivolamento istituzionale che si allontani dal patto costituzionale  deve  essere  letto  come  sempre  una  lesione  alla  democrazia  repubblicana.  Il proporzionale e la centralità del Parlamento come espressioni  dell’universalità della richiesta di una  testa  un  voto  devono  essere  la  barra  su  cui  misurare  ogni  azione  di  modifica  del  quadro istituzionale.

Alle  altre  forze  della  sinistra  va  lanciata  la  sfida  di  un  fronte  unico  delle  opposizioni  contro Berlusconi. All’idea  deleteria  di  autosufficienza  del  PD  contenuta  nella  decisione  di  dare  vita  al governo ombra, ci si deve contrapporre con la sfida ad individuare temi e terreni di iniziativa dove far  convergere  tutte  le  forze  dell’opposizione  parlamentare  e  non. Alla  proposta  di  una  generica costituente  della  sinistra,  prodromo  della  costruzione  di  un  contenitore-partito  della  sinistra arcobaleno, artificiale e liquidazionista, bisogna rispondere con la riaggregazione politica dei partiti comunisti, ma contmporaneamente con la disponibilità alla più ampia unità nella mobilitazione con tutti  i  soggetti,  politici,  partitici,  di movimento  ed  associativi  che  compongono  l’arcipelago  della sinistra  italiana.  Essi  rappresentano  i  nostri  alleati  naturali  e  contemporaneamente  il  nostro potenziale bacino di voto. E’ con questa sinistra che sono state possibili le grandi manifestazioni per la pace, per la difesa dei diritti dei lavoratori e dei diritti civili.

 

Il nostro posto nel mondo

Non partiamo da zero. I comunisti italiani vogliono portare il loro contributo al processo unitario e, sino a quando questo non andrà a compimento, intendono continuare a sviluppare la loro azione di forza viva ed attiva sul piano interno ed internazionale. Portiamo all’incontro unitario un patrimonio di  elaborazione  e  di  pratiche  di  cui  andiamo  fieri.  Tra  queste  una  chiara  consapevolezza  della assoluta necessità  di mettere  in campo un nuovo internazionalismo. La critica dell’eurocentrismo, praticata da un partito europeista, ci ha consentito di entrare in sintonia con tante esperienze che dal “sud  del  mondo”  stanno  cambiando  la  storia.  La  lotta  per  la  pace,  contro  l’imperialismo  ed  il neocolonialismo,  non  può  più  essere  un  fatto  accessorio ma  deve  pervadere  ogni momento  della politica  di  un  partito  comunista.  In  questo  la  rottura  nel  movimento  socialista  che  si  produsse durante la prima guerra mondiale ha ancora una grande attualità. La guerra globale scatenata dagli Usa  in nome della presunta  lotta al  terrorismo ha natura costituente  di un nuovo ordine mondiale imperialista. Di  fronte  a  ciò  bisogna  impedire  che  anche  pezzi  importanti  delle  classi  lavoratrici possano  dare  il  loro  consenso  a  politiche  neocolonialiste. Non  è  affatto  un  caso  che,  proprio  nel momento in cui, anche il recente drammatico fallimento del vertice della FAO sulla fame, dimostra universalmente  l’impossibilità,  nel  quadro  delle  compatibilità  capitaliste,  di  affrontare  i  grandi drammi che affliggono l’umanità l’imperialismo spinga con ancora più determinazione per acuire la crisi  infiammando  il medio  oriente al punto  di  immaginare, dopo il  disastro quotidiano ma  ormai quasi dimenticato dell’Iraq, una guerra di aggressione all’Iran.

Pesa  ancora  su  di  noi,  come  una  ferita,  l’errore  compiuto  in  occasione  dei  bombardamenti  della Nato contro la Jugoslavia quando non uscimmo dal governo e non riuscimmo a fermare la guerra. Su questo abbiamo già fatto in passato una severa autocritica. La conquista di una piena sovranità del  nostro  Paese  potrà  realizzarsi  solo  fuori  dalla  alleanza  militare  della  Nato  e  rompendo  il rapporto subalterno con gli Usa. L’applicazione letterale dell’art.11 della Costituzione non è solo un dovere politico e morale ma il solo modo per ridare all’Italia un ruolo positivo nel mondo.

La lotta per la pace costituisce non solo dovere etico ed obbligo politico ma parte fondamentale di una strategia di trasformazione della società.

È quindi  oggi  tanto  più  necessario  “valicare”,  come  già  tante  volte  abbiamo  fatto  dando “scandalo”,  i  presunti confini definiti dallo  scontro  di civiltà. Compito  di una  forza comunista ed antimperialista è infatti quello di verificare, anche oltre le formali barriere politiche, quali sono oggi i  soggetti  in  campo  nella  resistenza  al  disegno  di  dominio  capitalista.  Per  questo  noi  del  PdCI abbiamo  sviluppato  relazioni  internazionali  a  tutto  campo  che  sono  anch’esse  a  disposizione  del percorso unitario.  I nostri  interlocutori spaziano dalle  forze  tradizionalmente comuniste, prima  fra tutti  il Partito Comunista Cubano,  ai movimenti  di  resistenza  in Libano  ed  in Palestina,  ai  partiti comunisti  e  di  ispirazione  antiimperialista  nel  mondo  arabo,  ad  iniziare  dalla  Siria,  da  forze socialiste  di  sinistra  come  il  PT  del  Brasile  e  il  PSUV  del  Venezuela  o  i  partiti  della  sinistra scandinava, sino ai nostri fecondi rapporti con i partiti comunisti al potere in Stati importantissimi nel mondo quali il Viet-Nam e la Cina. Bisogna quindi sviluppare tutte le forme di dialogo, dibattito e  coordinamento  di  azioni  comuni.  Certo  è  che  senza  una  rete  diffusa  e  solida  di  relazioni internazionali non è possibile pensare a reinsediare strutturalemente nel nostro paese una forza utile alla lotta anti-imperialista.

Particolare attenzione andrà dedicata, ovviamente, al piano europeo dove è in corso un tentativo di ristrutturazione  politica  che  renda  il  quadro  istituzionale  del  tutto  impermeabile  al  conflitto  di classe. Questo processo ha prodotto l’attuale marginalizzazione della sinistra politica in Francia, in Spagna  ed  ora  in  Italia.  Resistono  significativi  insediamenti  in  Grecia,  Portogallo  e  Repubblica Ceka, mentre in Germania l’esperienza della Linke, fatta dall’innesto tra un fortissimo insediamento territoriale della PDS ad est ed una  forza  strettamente  legata al mondo sindacale della WASG ad ovest,  risulta  difficilmente  riproducibile. Spicca  positivamente,  purtroppo  isolato,  il  “caso Cipro” mentre ad est, tranne il caso della Repubblica Ceka e della Federazione Russa, le forze della sinistra sono pressoché del tutto marginali, quando non inesistenti. Anche nei paesi scandinavi la sinistra di alternativa, fortemente antieuropea, ha subito forti arretramenti. L’esperienza sino ad ora fortemente deludente  del  Partito  della  Sinistra  europea  indica  che  anche  a  livello  continentale  le  forzature organizzativiste  ed  i  “nuovismi”  ideologici  non  portano  lontano.  Crediamo  occorra  lavorare  per ricomporre  un  fronte  unico  continentale  nel  rispetto  delle  diversità  e  delle  diverse  tradizioni politiche. A partire dalle prossime elezioni europee è necessario un nuovo patto tra tutte le sinistre di  alternativa  europee  che  tolga  di mezzo  ogni  tentativo  egemonico  e  ricostruisca  le  basi  di  una reciproca  solidarietà  politica.  Oggi  lo  scontro  di  classe  avviene  prevalentemente  a  livello  di macroaree  continentali.  È quindi  indispensabile  che  la  sinistra  ed  i  comunisti  si  diano  una dimensione  politica  europea  e  che  diventino,  anche  a questo  livello,  organizzatori  e  promotori  di lotte e di rivendicazioni. 

 

L’opposizione sociale

L’attuale  condizione  extraparlamentare  non  rappresenta  affatto  un  vantaggio  od  un  approdo auspicabile  ma    può  assumere  una  funzione  rigeneratrice  se  i  comunisti  sapranno  essere  forza motrice e “guida”  di una efficace opposizione  sociale  su  di una  linea  di massa.   Dobbiamo avere ben presenti i rischi di minoritarismo ed estremismo a cui può indurci un tale contesto.

La  situazione  ci  impone  quindi  di  accelerare  sia  sul  piano  dell’analisi  che  su  quello  della  prassi.

L’obiettivo primario non può che essere quello della  ricomposizione politica e  sociale del mondo del  lavoro. Senza  la  ripresa  del  protagonismo  diretto  dei  lavoratori  non  può  darsi  trasformazione sociale.  Ovviamente  sarebbe  antistorico  riproporre  formule  e  moduli  di  azione  politica  che  la ristrutturazione  della  produzione  capitalistica  ha  reso  obsoleti.  Nello  stesso  tempo  l’appello  a “ritornare davanti alle fabbriche” significa anche non dimenticare, come spesso si è fatto, che esiste ancora una larga dimensione del lavoro operaio che deve essere conosciuta, interpretata, organizzata e rappresentata dai comunisti.

Occorre creare le condizioni per costruire il partito nei luoghi di lavoro: parola d’ordine ed obiettivo già  sancito  nei  nostri  precedenti  documenti  congressuali, ma  largamente  disatteso  e,  comunque, drammaticamente al di sotto delle necessità.

La  lotta  alla  precarietà  ed  alla  frammentazione  del mondo  del  lavoro,  dentro  e  fuori  la  fabbrica, rappresenta  oggi  uno  degli  snodi  fondamentali  da  cui  ripartire.  Non  è  affatto  semplice  perchè proprio  la  precarietà  rende  difficilissima  l’organizzazione  e  la  pratica  del  conflitto.  Serve  una profonda  innovazione  che  combini  a  concreti  strumenti  di  intervento,  anche  normativo,  volto  a ripristinare per lo meno il principio “ad uguale lavoro, uguale salario ed uguali diritti”, una battaglia delle  idee  che  faccia  emergere  la  dimensione  collettiva  dello  sfruttamento  che  affligge  oggi  il mondo  del  lavoro.  In  una  società  della  comunicazione  anche  i  comunisti  devono  saper  condurre campagne  di  promozione,  di  propaganda,  di  diffusione  non  solo  della  loro  piattaforma  di rivendicazione  immediata  ma  anche  di  un  radicalmente  diverso  modo  di  intendere  il  ruolo  del lavoro nel processo produttivo. Ridare dignità al lavoro significa saper affrontare in modo moderno il tema dell’alienazione.

 

Il sindacato

Abbiamo individuato da tempo nella contraddizione capitale–lavoro e nella sua centralità il terreno fondamentale di battaglia politica dei comunisti in Italia.

La  difficile  crisi  politica  in  seguito  all’esito  elettorale  affonda  molte  delle  sue  radici  nella involuzione prodotta dalla rottura della coesione sociale. Quando criticammo duramente la legge 30 intravedemmo nella nuova  legislazione sul  lavoro il principale strumento di una strategia eversiva tesa a cancellare la rappresentanza collettiva nel mondo del lavoro (eliminando in un sol colpo sia il sindacato che il contratto nazionale)  per imporre la subalternità del lavoratore all’impresa.

In  questo  scenario  di  grande  difficoltà,  occorre  sviluppare  un  lavoro  politico  e  sociale  verso  il mondo del lavoro economicamente dipendente.

La politica deve rientrare nei luoghi di lavoro senza per questo riprodurre schematicamente  modelli del  passato ma  cercando  un  rinnovato  radicamento  in  grado  di  portare,  nel  luogo  primario  dello scontro tra capitale e lavoro, la lotta sia per la difesa delle condizioni materiali  quotidiane che per innestare una dinamica di trasformazione della società.

Un altro terreno ineludibile per una ripresa del conflitto sociale, pur nel rispetto dei ruoli, è quello del rapporto con le organizzazioni sindacali ed in particolare con la CGIL. Per i comunisti, infatti, le grandi  organizzazioni  sindacali  di massa  rappresentano  uno  dei  luoghi  essenziali  per  la  battaglia politica. La  frantumazione  sociale prodotta dalle politiche degli  ultimi venti anni, particolarmente cruente durante il precedente Governo Berlusconi, rischia di indirizzare il conflitto verso connotati neocorporativi con derive localistiche.

La CGIL  rappresenta oggi  l’ultimo grande  insediamento  di massa della  sinistra  in  Italia e dunque nessun  progetto  che  abbia  l’ambizione  di  coinvolgere  larghi  strati  di  lavoratrici  e  lavoratori  può prescindere  dal  rapporto  con  essa.  Le  sue  forme  di  dinamica  interna,  sia  pur  criticabili, rappresentano, infatti,  una pratica democratica per milioni di lavoratori italiani. E’ in atto una forte pressione che mira alla trasformazione del ruolo del sindacato verso una deriva moderata (attraverso l’accettazione delle compatibilità imposte dal neoliberismo e la negazione dell’esistenza stessa del conflitto di classe) e verso il suo snaturamento in fornitore di servizi. Proprio in questo momento è necessario  che  i  comunisti  si  adoperino  contro  qualsiasi  tentativo  di  delegittimazione  e  di indebolimento della CGIL teso alla concretizzazione dell’ipotesi di sindacato unico.

Per queste ragioni è necessario che i comunisti agiscano per stimolare un dibattito vero e profondo, con l’obiettivo di aiutare  la CGIL a  tenere vivi gli anticorpi che  le hanno consentito di essere, nel corso dei decenni, motore del conflitto sociale e fortemente rappresentativa ed autonoma.

Ai  comunisti  spetta  anche  il  compito  di  favorire  un  percorso  di  rafforzamento  della  sinistra sindacale  in  CGIL,  riaggregandola  per  impedire  che  si  chiuda  in  Italia  l’orizzonte  di  un  forte sindacalismo di classe.

Sempre  nell’ottica  di mantenere  il  rapporto  con  i  tutti  i  soggetti  presenti  nel mondo  del  lavoro italiano, è opportuno interloquire con il sindacalismo di base guardando con attenzione alla sua lotta per  la  piena  democrazia  sindacale  ed  alla  sua  capacità  di  incidere  concretamente  nelle rivendicazioni in alcuni settori produttivi.

 

Composizione di classe e blocco sociale

I  lavoratori salariati  in  Italia sono oltre 17 milioni a cui si affiancano circa 5 milioni di  lavoratori autonomi di cui dovremmo essere in grado di leggere il grado di subordinazione per avere una stima esatta  dei  lavoratori  economicamente  dipendenti  nel  nostro  Paese.  L’aumento  occupazionale  di 201.000  unità  di  lavoratori  immigrati,  solo  tra  il  2006  e  il  2007,  dà  il  segno  del  peso  che  questi hanno tra le fila della classe lavoratrice. Vastissima resta l’area del lavoro nero mentre la precarietà è  divenuta  norma  e  generazioni  intere  di  lavoratori  sono  espunte  dalle  garanzie  contrattuali. Gli indicatori  economici  e  le  dinamiche  del  mercato  del  lavoro  indicano  che  la  crisi  colpisce pesantemente sia i lavoratori salariati che quei lavoratori autonomi che un tempo si consideravano parte del ceto medio.

L’approfondimento  della  condizione  operaia  e  del  lavoro  dipendente  in  generale  è  essenziale  per lavorare all’obiettivo di ricomposizione politica e di unità che è premessa necessaria per affrontare la sfida del cambiamento.

Accanto  a  questo  è  necessario  prestare  attenzione  ad  una  peculiarità  italiana    e  cioè  l’ampia  presenza  di  settori  di  piccola  e media  borghesia  che,  in  una  situazione  di  polarizzazione  sociale quale quella a cui stiamo assistendo, rischia di essere definitivamente saldata ad un blocco sociale reazionario.  Le  liberalizzazioni  di  Bersani,  in  parte,  hanno  alimentato  tale  spinta  ampliando  il consenso di Berlusconi e della destra. 

Riconsiderare la questione delle alleanze sociali e del blocco sociale quale un elemento decisivo per la costruzione di un alternativa è fondamentale. La lettura della società italiana in questi termini può ridare ai lavoratori e ai comunisti quella funzione generale di cui sono potenzialmente espressione.

 

Immigrazione questione globale e di classe

Nella  condizione  dell’immigrato  vivono  due  delle  grandi  contraddizioni  del  presente:  quella  tra capitale  e  lavoro  e  quella  tra  nord  e  sud  del mondo. Non  è  quindi  possibile  alcuna  concessione all’uso ideologico della questione sicurezza. Tale tema ha visto grandi balbettii anche a sinistra che hanno  oscillato  dal  giustificazionismo  verso  l’ondata  xenofoba  e  reazionaria  ad  una  visione  più vicina al  solidarismo cattolico. È necessario,  viceversa,  lavorare per  offrire un  lettura  alternativa del  problema  che  è  tradotto  nel  senso  comune  nella  paura  dei  migranti.  È fondamentale determinare obiettivi di lotta che possano far riconoscere nei lavoratori immigrati una parte sempre più  rilevante  della  classe  lavoratrice.  Quanti  più  immigrati  usciranno  dalla  condizione  di sottoproletari o di proletari iper sfruttati tanta più forza avranno i lavoratori in Italia e nei paesi di emigrazione.

Solo  una  reale  politica  d’integrazione  può  dare  risposte  reali  ai  problemi,  altrettanto  reali,  che  i fenomeni  migratori  comportano.  Per  politica  d’integrazione  s’intende  casa,  scuola  e  lavoro  ma anche  diritti  e  doveri  legati  ad  una  cittadinanza  che  deve  essere  riconosciuta  a  tutti  coloro  che vivono  nel  nostro  paese.  La  sicurezza  viene  dai  diritti  e  quindi  dalla  fine  della  clandestinità.  La mancata cancellazione della legge Bossi-Fini è stato un errore strategico data la natura criminogena delle  politiche  sicuritarie  della  destra.  Le  politiche  repressive  dello  stato  di  clandestinità  sono funzionali  al  perpeturarsi  dello  sfruttamento  ed  al  dominio  sugli  immigrati  da  parte  dei  padroni autoctoni  e delle  organizzazioni  criminali  che  organizzano  il  traffico degli  esseri umani. Bisogna avere il coraggio politico di ribaltare la logica della destra assicurando la possibilità ai migranti di poter entrare alla luce del sole - con il proprio nome e quindi con i propri diritti e doveri - nel nostro paese per cercare un lavoro ed un futuro. La sicurezza viene dalla fine della guerra tra poveri e dal riconoscersi compagni e compagne nella comune lotta per l’emancipazione.

 

La differenza di genere 

Partire  dal  conflitto  di  classe  per  rilanciare  l’opposizione  sociale  non  significa  in  alcun  modo arretrare  dall’analisi  che  ci  ha  portato  a maturare  la  consapevolezza  che  di  questa  dimensione  fa parte integrante la questione di genere. Negli stessi scritti di Marx ed Engels si trovano le basi della lotta contro il maschilismo patriarcale. La lotta per la laicità dello stato e per la piena libertà nella sfera sessuale è connessa con la nascita stessa del movimento socialista.

Anche in questo caso l’urgenza non è solo quella di far emergere le forme, nuove ed antichissime, di  discriminazione  che  colpiscono  le  donne  ma,  altresì,  la  consapevolezza  che  la  differenza  di genere,  per  quanto  attiene  a  quella  femminile,  essendo  sostanziata  dalla  peculiare  capacità procreativa, necessita di uno statuto di diritti socio-economici non  meramente identici a quelli del genere maschile.

Il lavoro teorico che si è sviluppato nel movimento femminista a partire dagli anni ’70 va ripreso, aggiornato  e  tradotto  in  concrete  proposte  per  farne  base  di  lotta  culturale  e  politica. Lotta  che  i comunisti  e  le  comuniste  devono  costruire,  al  fianco  dei  movimenti  esistenti,  affinché  alla differenza  dei  generi  corrisponda  una  eguaglianza  “sostanziale”  tra  uomini  e  donne  nella ripartizione  del  lavoro  di  cura  e  del  lavoro  in  generale,  nel  godimento  dei  diritti  di  cittadinanza, nella signoria sul proprio corpo e sulla propria sessualità, a prescindere dal suo orientamento.

La violenza contro le donne non accenna a diminuire. Anzi l’aggressività maschile è la prima causa di morte e di invalidità delle giovani donne in tutto il mondo ed anche in Europa e nel nostro Paese. Questa  violenza  coinvolge,  purtroppo,  ogni  cultura  ed  ogni  classe.  L’accanimento  contro  i  corpi delle donne, contro la sessualità e la libera scelta appartengono ai fondamenti stessi dell’economia, della  politica,  dei  poteri  e  dei  saperi  istituzionali  su  cui  sono  costruite  le  società  umane  sotto qualunque cielo.

 

Nuove domande

Alla  corporativizzazione  della  società  la  sinistra  deve  rispondere  con  la  capacità  di  una  proposta politica che renda universali i diritti e connetta i diritti sociali e quelli civili. Ai comunisti il compito di far emergere il dato di sfida sistemica che emerge da ognuna di queste contraddizioni. Non esiste alcuna  possibile  classifica  di  priorità  tra  le domande  di  libertà  ed uguaglianza. Tutte  attraversano contemporaneamente le persone in carne ed ossa.

Per  noi  non  esiste  distinzione  né  contraddizione  tra  i  diritti  sociali  e quelli  civili  perché questi  si possono  e  si  devono  leggere  nell’ottica  delle  differenze  di  classe.  I  diritti  civili  devono  essere garantiti  a  tutte  le donne  e  gli uomini  e  non  solo  a  chi  può  permetterseli  grazie  al  proprio  status economico o sociale privilegiato.

L’idea  che  l’orientamento  sessuale  e  l’identità  di genere  siano questioni  pertinenti  solamente  alla sfera  privata  o,  peggio,  afferenti  alla  libertà  individuale,  è  retaggio  patriarcale.  Così  si  nega  la relazione  con  le  condizioni  socio-economiche  delle  persone  ed  a  maggior  ragione  si  nega  il riconoscimento dei diritti.

Lo  sfruttamento  di  una  classe  sull’altra,  dell’uomo  sulla  donna  e  della  specie umana  sul  pianeta pongono una domanda radicale di trasformazione, di rivoluzione dell’economia, dei rapporti sociali, delle  relazioni umane  e  delle  sovrastrutture  ideologiche. Tutte  devono  essere  parte  integrante  del nostro corpo teorico ed integrarsi tra loro nella nostra pratica politica pena la sconfitta.

 

Cambiamenti climatici e beni comuni

La recessione economica sta consumando i salari già alle prese con l’enorme aumento dei prezzi dei generi  alimentari.  Le  produzioni  locali  sono  state  distrutte  dalla  frenesia  del mercato  globale.  I capitali  in  fuga dai mutui “subprime”  si  sono riversati  in maniera  speculativa  sui “future”  di  riso, grano, mais  e  soja,  esattamente  come  per  il  petrolio;  gli  stessi  capitali  hanno  letteralmente  fatto lievitare  i prezzi ben prima dell’azzardo dei biocombustibili. Le  tematiche ambientali esigono una lettura  prettamente  anticapitalistica:  dall’ambiente/salute  sui  luoghi  di  lavoro  alle  guerre  per  le materie  prime,  per  l’acqua  e,  ora,  per  il  cibo.  Su  tutto  campeggia  il  riscaldamento  globale  e  la conseguente gestione del territorio,  delle sue risorse, del loro uso, del loro commercio e della loro proprietà.

Le tematiche ecologiste devono improrogabilmente e indiscutibilmente essere riprese saldamente in mano  dalla  sinistra,  liberandole  sia  da  regressioni  puramente  conservatrici  che  da  forzature sviluppiste.  Dobbiamo  diventare  interlocutori  del  fare  e  del  fare  bene,  accettando  la  sfida  dei cambiamenti  climatici  che  potrebbe  diventare  una  grande  opportunità  di  riqualificazione  della politica,  di  ridiscussione  del  modello  di  sviluppo  oltre  ad  una  grande  sfida  per  l’innovazione tecnologica.

L’acqua in primis (su cui il mercato vuole mettere le mani trasformandola in un servizio a domanda individuale)  è  un  bene  comune  ed  un  diritto umano  che  deve  essere  del  tutto  sottratto  a  logiche speculative e di profitto e quindi saldamente mantenuto in mano pubblica . L’accesso all’acqua è un diritto universale ed inalienabile per l’intera umanità. La democrazia stessa presuppone l’esistenza di  beni  comuni  senza  i quali  esiste  solo  la  contrattazione  privata  dei  consumi. Tra  i  beni  comuni includiamo i beni culturali, grande ricchezza ideale e materiale di ogni nostra città e paese come la conoscenza e gli strumenti di divulgazione della stessa.

Dobbiamo  puntare  ad  uno  sviluppo  sostenibile  che  ponga  l’attenzione  sull’eguaglianza  tra  le persone.  Devono  essere  garantite  a  tutti  le  stesse  opportunità  e  risorse.  L’ecologismo  deve prevedere  la  razionalizzazione e  la  redistribuzione delle  ricchezze esistenti che si basi,  inoltre, sui limiti  delle  risorse  planetarie,  mettendo  così  in  discussione  anche  standard  di  vita  quotidiani incomprensibili  come  aveva  anticipato  lucidamente  Enrico  Berlinguer  nel  suo  discorso sull’austerità.

Ci  troviamo  di  fronte  ad  un  nuovo  colonialismo  connotato  dall’esportazione  di  un  modello  di sviluppo  esausto,  dal  riarmo  e  dall’uso  dissennato  delle  risorse  del  pianeta.  Dobbiamo  quindi ripensare  il modello  di  sviluppo,  con  il  confronto  più  ampio  possibile,  verso  una  nuova  politica della sobrietà etica ed energetica contro il mito bugiardo e guerrafondaio della crescita infinita.

 

Laicità

L’ingerenza  crescente  delle  gerarchie  eclesiastiche  negli  affari  interni  e  nella  politica  italiana  ha ormai rotto ogni argine. Questa tendenza all’invadenza del sacro sul politico ha carattere globale è corrisponde ad una  regressione della  dimensione  laica e pubblica.  In  Italia  la  stessa  fragilità delle forze politiche che fanno riferimento diretto alla chiesa cattolica rendono la gran parte della politica disponibile a farsi direttamente condizionare dal Vaticano. Se la chiesa diventa attore politico però ne deve accettare tutte le conseguenze a partire dalla fine dei patti reciproci stabiliti nel Concordato.

La società italiana, anche quella cattolica, ha sempre dimostrato di essere più avanti delle gerarchie cattoliche  nel  voler  riconoscere  diritti  e  libertà.  La  lotta  per  la  difesa  e  l’ampliamento  dei  diritti civili, a partire dalla fine di ogni discriminazione connessa ai comportamenti sessuali e dalla difesa dell’autodeterminazione delle donne nella procreazione, sono assi portanti di una idea di libertà ed  emancipazione  dove,  tra  la  dimensione  economica,  sociale  e  privata,  non  esiste  un  prima  ed  un dopo. 

 

Stato sociale

Sulla difesa dello stato sociale, delle conquiste del  lavoro, dell’intero sistema di garanzie sociali a difesa della dignità, libertà e uguaglianza dei cittadini, lo scontro che si prepara è quanto mai duro e complesso. Con due problemi fondamentali.

Il primo, più semplice, riguarda la tendenza, in atto da anni, alla privatizzazione dei servizi pubblici, favorita  dal  modo  in  cui  la  destra  alimenta  una  deriva  sociale  e  culturale  dove  la  famiglia, abbandonata nel ruolo di unica fonte di “protezione sociale”, sostituisce uno stato che abdica, man mano, ai suoi compiti fondamentali, cioè la  tutela universale dei diritti dei cittadini.

Privilegi per pochi, carità per tutti gli altri.

L’attacco al lavoro pubblico, i cardini del cosiddetto federalismo egoistico, l’affermarsi di pratiche e di modelli privatistici nelle strutture sanitarie, assistenziali e formative, rappresentano le leve con le  quali  la  destra  intende  aggredire  le  conquiste  di  civiltà  della  società  italiana,  per  deviare  dalla spesa sociale ingenti risorse pubbliche da destinare a quei processi di ristrutturazione economica e finanziaria richiesti dalla Confindustria.

Il  secondo,  più  complesso,  riguarda  la  tendenza,  evidente  soprattutto  nella  sanità  in  alcuni  settori più lucrosi dell’assistenza e degli appalti pubblici ad utilizzare il denaro pubblico per la costruzione di  imperi  economici  e  di  vere  e  proprie  carriere  politiche:  su  modelli  che  sono,  in  un  numero crescente  di  regioni,  quelli  proposti  dalla  criminalità  organizzata. Con  conseguenze  drammatiche sulla  qualità  di  troppi  amministratori  e  di  troppe  iniziative  pubbliche. Ma  con  la  conseguenza, soprattutto, di una deviazione sempre più consistente della spesa pubblica verso settori parassitari o francamente corrotti.

Fondamentale risulta quindi la necessità di battersi a tutti i livelli a difesa di uno stato sociale forte, in  grado  di  attuare  politiche  sociali  complessive,  di  mantenere  ed  stendere  su  tutto  il  territorio nazionale la rete pubblica di servizi alle persone. Servono nuove risposte adeguate e rispondenti alle crescenti domande  di fasce sempre più ampie di popolazione che sono, di volta in volta, i minor