La svolta
reazionaria
La vittoria
della destra alle recenti elezioni politiche apre
scenari inquietanti. Berlusconi oggi dispone di una larga
maggioranza parlamentare, del controllo di gran parte
dei mezzi di comunicazione e di uno sterminato impero
economico. Le peggiori subculture vengono alimentate per
creare un senso comune reazionario. Oggi ci sono
veramente tutte le condizioni perché si imponga un
nuovo sistema politico istituzionale reazionario, a
sanzione e garanzia di equilibri sociali fondati sulla
stabile emarginazione del mondo del lavoro.
La disastrosa
sconfitta elettorale ha comportato la scomparsa dal
Parlamento italiano di tutte le forze politiche di
sinistra. Per la prima volta dal 1945, nessun comunista
siede in Parlamento e questo è un fatto veramente epocale.
La fase è,
dunque, inedita e rischiosa. Essa pone al nostro partito, come a
tutti i comunisti, problemi altrettanto inediti, rischiosi
e complessi, cui vanno date risposte all’altezza delle
difficoltà, senza fughe in avanti né superficialità né
autoconsolazione, senza tentazioni autoconservative o
estremistiche, senza pigrizia intellettuale. Di fronte a
una svolta reazionaria, di portata tale da rendere
“accettati ed accettabili” i pogrom ed i rastrellamenti contro
gli zingari, ed ad una tendenza consociativa che, sotto
l’ingannevole tematica delle “riforme condivise”, apre la
strada allo scardinamento dei valori, dei principi e
degli interessi che la Resistenza antifascista ha posti
a fondamento della Costituzione, è indispensabile che i
comunisti si ristrutturino come perno di una mobilitazione
popolare e democratica la più vasta e unitaria possibile.
Il
momento internazionale
Il quadro
economico e politico sul piano internazionale è caratterizzato
dal declino degli Usa che tendono a scaricare sull’intero
pianeta la propria crisi strutturale. Nuove potenze regionali
mettono in discussione l’assoluto dominio Usa sul mercato
globale. L’emergere di solide valute (Euro, Yuan, Rublo)
attorno alle macroaree economiche (Europa, Cina, Russia)
minaccia strategicamente lo strumento fondamentale della
supremazia statunitense e cioè il potere di signoraggio
che il dollaro conserva in quanto unica moneta di scambio
mondiale. Gli Usa però sono pronti a tutto pur di difendere il
ruolo della loro moneta.
Tale
competizione, prodotta dalla natura contraddittoria dello
sviluppo capitalistico, sta trascinando l’intera economia
mondiale verso un gravissimo squilibrio. L’ipertrofica
dimensione del capitalismo finanziario e l’inedito manifestarsi
contemporaneo di una crisi non solo economica ma anche
energetica, alimentare ed ambientale apre le porte a scenari
inquietanti. Cresce una evidente tendenza alla guerra ed al
contempo si generano fenomeni inflattivi e recessivi che si
scaricano sui lavoratori e sulle popolazioni di gran
parte del pianeta. La gestione di una fase economica
così difficile alimenta sul piano politico fenomeni reazionari
che portano al restringimento dei margini democratici. Al
contempo, sul piano globale, la crisi alimenta, per
ragioni sia meramente economiche che geopolitiche, al corsa
riarmo degli Usa e delle nuove potenze mondiali e regionali.
La vicenda
italiana non può essere slegata da questo contesto data
la posizione geo-strategica dell’Italia e la sua struttura
economica che, pur pienamente inserita nella Unione Europea,
risulta fortemente frammentata, debole e contraddittoria e
quindi particolarmente esposta alla competizione globale.
La crisi mondiale ed i fenomeni conseguenti alimentano
anche nel nostro paese una recrudescenza reazionaria.
Un lungo
ciclo storico
La scomparsa
dei comunisti – tutti – dal Parlamento repubblicano, insieme al
profilarsi di accordi espliciti, tesi a superare l’attuale
sistema parlamentare, tra Veltroni e Berlusconi, segnano
emblematicamente il concludersi di un lungo ciclo
storico. Il progetto di cancellazione della anomalia
italiana è completato.
Quello che
era il paese con il più forte partito comunista
d’occidente, con i più alti tassi di sindacalizzazione,
con una vasta egemonia culturale della sinistra si ritrova oggi
nelle mani di forze reazionarie, senza la sinistra in Parlamento
e, soprattutto, segnato da un senso comune di destra. Le origini
di questa deriva vanno certo ricercate nella ristrutturazione
capitalistica che alla fine degli anni ’70 del secolo
scorso ha piegato la forza del movimento operaio. Sino
a quel momento avevamo assistito ad una fase di
progressiva espansione del movimento dei lavoratori e
delle sinistre, segnatamente del Pci, che aveva contribuito in
misura determinante all’attuazione di alcuni punti decisivi
della Costituzione repubblicana. Tale spinta profondamente
e positivamente riformatrice fu bloccata sia da crescenti veti
internazionali, sia da una conseguente azione interna, ad
opera di poteri occulti e palesi. Il craxismo prima ed
il berlusconismo poi sono riusciti ad affermare la loro
idea di modernizzazione togliendo alla sinistra
l’iniziativa del cambiamento. Il ciclo storico è stato
segnato da una fase difensiva del movimento operaio che
si è aggravata ulteriormente dopo la caduta dell’Urss e
la dissoluzione del suo “campo” di alleanze. Da quel
momento in poi il capitalismo europeo non ha avuto più bisogno
di quel compromesso di classe che ha consentito, in questo
continente, la nascita dello stato sociale e quindi la
diffusione di diritti universali ed un ruolo forte dello stato
nell’economia.
La
parcellizzazione del processo produttivo ha prodotto una
caduta della coscienza di classe ed indebolito
strutturalmente la capacità di lotta del movimento
operaio e dei lavoratori. La precarizzazione del rapporto
di lavoro ha diviso il fronte cancellando per milioni
di lavoratori il riferimento ai contratti collettivi, mentre
le riforme pensionistiche spezzavano il nesso di solidarietà
tra le generazioni aprendo, tra queste, una disperata
competizione per le risorse. E’ arretrata nel contempo
anche la coscienza di genere e cioè la consapevolezza delle
donne delle proprie libertà e dei propri diritti violati da
un doppio sistema di discriminazione e sfruttamento
dentro e fuori la famiglia.
Le politiche
neoliberiste hanno prodotto un progressivo arretramento e
peggioramento delle condizioni di vita delle classi
lavoratrici e dei ceti deboli, l’aumento dello
sfruttamento e la spaventosa crescita della povertà e
dell’emarginazione dei più deboli.
Nel quadro di
un colossale spreco di risorse pubbliche, da parte di una
classe politica incapace e spesso corrotta che i comunisti
hanno sempre denunciato e combattuto, si è originato un processo
di deriva sociale, economica e civile, e produttiva del
mezzogiorno che ha visto incrementare le distanze di
quantità e qualità di questa parte del paese dal sistema
produttivo ed infrastrutturale del nord Italia e dell’Europa. In
questo quadro la criminalità organizzata ha fatto un salto di
qualità non solo sul piano del controllo del territorio ma anche
sul piano economico trasformandosi, per molti aspetti, in una
impresa capitalistica internazionalizzata. Ciò ha
alterato profondamente la condizione democratica del paese
data la accentuata capacità delle mafie di penetrare le sedi
della politica e delle amministrazioni pubbliche.
L’Unione
Europea ha imposto parametri monetari e politiche di
privatizzazione che hanno demolito gli strumenti di
programmazione impedendo le forme di economia mista che in
Italia avevano avuto un peso significativo. All’enorme peso
del debito pubblico si è risposto con una lunga fase
di “commissariamento” della politica da parte di “tecnici” che
rispondevano direttamente al comando delle lobbies finanziarie.
La
globalizzazione, subita da un capitalismo italiano di
retroguardia, ha posizionato il Paese ad un più basso livello
nella divisione internazionale del lavoro e dentro una
competizione di prezzo e non di prodotto con la conseguenza
di aprire una guerra tra poveri segnata da
delocalizzazioni, immigrazione, dumping sociale.
Tutto ciò ha
prodotto una estrema polarizzazione della ricchezza, a
tutto vantaggio del profitto e della rendita, che ha colpito
prima il mondo del lavoro salariato e poi anche le classi medie.
I processi di
trasformazione della produzione hanno eroso progressivamente
l’insediamento sociale dei comunisti e della sinistra. I
lavoratori si sono trovati esposti ad una competizione
quotidiana sul mercato del lavoro interno ed
internazionale. La debolezza della loro rappresentanza
politica e sindacale ha consentito l’affermarsi dell’idea
che la competitività andava difesa a discapito dei
diritti, dei salari e delle garanzie sociali. La
perdita progressiva di identità e di efficacia della
sinistra politica insieme con la perdita di ruolo
storico degli stati nazionali sta alla base di una
ricerca di quella appartenenza legata al territorio su
cui fanno presa la Lega al Nord e le spinte populiste di
destra nel meridione.
Le forze
localistiche, in particolare nel nord, hanno spostato il
conflitto sul piano orizzontale nei confronti dello stato
centrale e della burocrazia costruendo una specie di
sindacalismo territoriale per il quale i lavoratori ed i ceti
più deboli si sentono rappresentati politicamente sulla base di
una appartenenza comunitaria piuttosto che sulla base delle loro
reali condizioni di classe. Mescolando rivendicazioni locali ad
egoismo sociale, producendo paura e razzismo.
È la sensazione
di solitudine di fronte ad un futuro sempre più incerto che ha
generato quella paura su cui è cresciuta l’egemonia politica
della destra.
L’affermarsi di
un mercato nelle mani delle grandi multinazionali monopolistiche
ha prodotto una idea consumistica di benessere funzionale alle
modalità di accumulazione. Il sistema dei media ha creato una
alienazione di massa con una continua sollecitazione verso falsi
bisogni e falsi valori.
Il sistema
formativo ed educativo pubblico è stato oggetto di attacchi
pesantissimi e di riduzioni di risorse senza precedenti che ne
hanno compromesso progressivamente la qualità ed il ruolo.
L’identità
collettiva si è spostata dal lavoratore-(ri)produttore al
consumatore compulsivo. Ciò ha generato la disponibilità di
massa verso politiche distruttive dell’ambiente ed imperialiste
sul piano globale. La ricchezza, intesa come assoluto ed
insensato accesso al consumo di merci e di persone, è divenuta
l’unico parametro di valore. La guerra e la violenza,
come strumenti efficaci di sopraffazione e di appropriazione
delle risorse altrui, sono tornate ad essere generalmente
accettate sia pur ancora oggi dietro il paravento
ideologico dell’intervento umanitario o dell’autodifesa
territoriale.
La
“trincea” del centro sinistra
Dopo che si è
interrotta, alla fine degli anni ’70, la fase offensiva che
aveva portato i comunisti ad un passo dal riconquistare un ruolo
di direzione politica nazionale nel quadro dell’unità delle
forze democratiche, questa lunga fase di arretramento è
stata necessariamente affrontata dai comunisti con scelte
politiche che cercavano di organizzare linee di difesa
dietro le quali tentare di riorganizzare forze. Dalla
scelta dell’alternativa democratica compiuta da Berlinguer
nel 1980, all’accordo di desistenza del 1996 sino all’ingresso
dei due partiti comunisti nell’Unione nel 2006 c’è un nesso
storico che ha tenuto insieme responsabilità nazionale,
costituzionalismo e lotta contro il nemico principale.
La fine del
PCI ha dato vita a tre formazioni politiche che in
modo diverso hanno dato la loro risposta a questa lunga
fase. Da un lato chi si è arreso ed ha scelto di accompagnare
questo processo sino al punto da farsene interprete e
propagandista; dall’altro chi ha cercato di frenarne le
dinamiche e tenere aperta una sfida di sistema.
L’esperienza di
Rifondazione, soprattutto dopo il 1998, è segnata dall’investire
sul “movimento dei movimenti” che doveva tenere assieme i
conflitti, le reazioni, le contraddizioni che una
società sempre più complessa, e corporativizzata, proponeva. Il
PdCI ha invece investito principalmente su un quadro politico
di centro sinistra che, facendo riferimento alla cultura
costituzionale italiana, potesse fungere da argine democratico
ed al contempo tenere aperti spazi di agibilità per il conflitto
di classe.
Dopo una
lunga fase di conflitto aperto tra PdCI e PRC, la
comune opposizione al Governo Berlusconi dal 2001 al 2006 ha
reso possibile ritrovarci assieme nell’esperienza dell’Unione e
nel sostegno al Governo Prodi dove abbiamo misurato
l’insufficienza di entrambe le risposte che allora furono
date. Il movimento non ha affatto attraversato il Governo
Prodi mentre il PD di Veltroni nasceva proprio per far cadere
la diga dell’anti-berlusconismo e per espungere dal contesto di
ogni governo, presente o futuro, le ragioni e gli interessi
rappresentati dai comunisti.
Il
centrosinistra come lo abbiamo conosciuto non esiste più.
Il giudizio su
questa lunga fase deve però essere articolato.
Il
centrosinistra è stato il tentativo di far fronte
all’avanzare di una destra eversiva con un compromesso
dinamico, fatto sugli interessi e sui valori nell’ambito di un
quadro costituzionale, tra un pezzo del mondo democratico,
anche di origine conservatrice, e la sinistra.
Progressivamente però sono cresciuti il peso dei poteri forti e
la loro capacità di incidere in maniera trasversale sulla
destra e sul centro, mentre la sinistra ha perso spazi
e capacità di iniziativa. Nonostante noi avanzassimo
proposte che avrebbero anche consentito al centro sinistra
stesso di entrare in sintonia con il proprio popolo di
riferimento (pensioni, lotta alla precarietà, salari, etc.),
l’agenda politica veniva viceversa determinata da parte
delle forze moderate della coalizione. Le sinistre,
allora, hanno cercato di aprire le contraddizioni interne
al centrosinistra contrapponendo rifiuti netti sostenuti,
molto spesso, dalle dinamiche di conflitto presenti
nella società, nei movimenti e nel mondo del lavoro. Dal
tentativo di ottenere risultati positivi anche i comunisti sono
passati ad una posizione quasi esclusivamente difensiva,
tentando di frenare politiche che colpivano le sue classi di
riferimento ed il suo sistema di valori.
Progressivamente la politica del “no” ha segnato di sé
l’identità della sinistra, dei comunisti e delle forze
d’alternativa. Ciò, però, ha consunto nel senso comune di
larghe masse popolari, la credibilità di una prospettiva di
trasformazione della società.
Anche in una
fase difensiva una proposta politica che voglia parlare al
Paese, a tutto il mondo del lavoro, non può essere percepita
come mera sommatoria di “no”, ancorché derivanti da giustissime
rivendicazioni.
L’ultimo
governo
L’ultimo
governo Prodi è stato il paradigma di questo fallimento.
Nato sulla spinta delle grandi manifestazioni a difesa dei
diritti dei lavoratori, della pace, della democrazia ha deluso
le speranze sino ad umiliare la sinistra con la paradigmatica
fiducia posta contro la sua stessa maggioranza sulla riforma del
welfare. La manifestazione del 20 ottobre 2007 ha rappresentato
l’estremo investimento di un popolo su una formula politica che
non poteva più giustificarsi solo con l’antiberlusconismo.
La scelta della
CGIL di tornare, dopo la feconda stagione di ripresa del
conflitto sia pur difensivo, ad una politica di
concertazione con un governo “amico” non ha affatto
rafforzato Prodi ed ha privato la sinistra di una sponda
indispensabile. Grave è stata la scelta del sindacato che, pur
di non registrare quelle che venivano considerate indebite
intromissioni delle forze politiche nel proprio ambito di
rappresentanza, non solo non ha sostenuto ma ha persino
contrastato l’azione della sinistra in Parlamento tesa a
raggiungere risultati più avanzati in favore dei lavoratori.
L’agguato
parlamentare che ha abbattuto il Governo Prodi è stato
possibile perché prima si era persa la connessione
sentimentale con il nostro popolo. Questa volta la
politica dei due tempi, risanamento e poi ridistribuzione, è
stata giustamente sentita come un tradimento da parte dei ceti
popolari che aspettavano un risarcimento sociale.
Sarebbe però
sbagliato non ricordare, anche oggi, quanto abbia pesato, in
negativo, sulla azione del centro sinistra la mancanza di una
chiara maggioranza parlamentare. Nonostante tutte le aspettative
alle elezioni, quelle del 2006, la destra riuscì a
raggiungere un sostanziale pareggio. Nemmeno il plateale
fallimento del governo Berlusconi produsse infatti una
chiara affermazione delle forze democratiche e ciò ad
ennesima riprova della natura conservatrice della società
italiana e delle profonde pulsioni reazionarie che
ciclicamente la attraversano.
Inoltre
l’ultimo governo Prodi ha avuto nemici potenti : dalla
Confindustria, al Vaticano, all’amministrazione Usa. Questi
poteri hanno chiarito, anche alle forze interne al
centrosinistra, che non era più per loro tollerabile la presenza
di due partiti comunisti e di una larga sinistra all’interno
dell’area di governo in un paese che resta tra i più
economicamente sviluppati.
La
discontinuità in politica estera e la permanente resistenza
della sinistra sulle scelte economiche hanno reso Prodi comunque
inaffidabile per i poteri forti. Il PD di Veltroni è stato lo
strumento con cui l’establishment ha fatto saltare l’accordo tra
le forze eredi della tradizione costituzionale italiana per
trovare un compromesso con la destra ed il suo sistema
politico-economico.
L’americanizzazione
della politica in salsa italiana ha preso il volto
della rottura del PD con la sinistra e dell’accordo con
Berlusconi sulla nuova Costituzione. Il bipolarismo prodiano si
muoveva ancora nell’ambito della democrazia rappresentativa
e costituzionale. Il bipartitismo veltroniano travolge
invece la dialettica parlamentare, concedendo al
“cesarismo” berlusconiano la sua più importante vittoria
strategica.
Grande deve
essere l’autocritica della sinistra per come ha interpretato
questa occasione di presenza nel Governo del paese: ancorché
vi siano stati risultati parziali (come ad esempio il
ritiro delle truppe dall’Iraq, la lotta all’evasione
fiscale o la stabilizzazione dei precari nella pubblica
amministrazione strappata proprio dal PdCI), essi non sono
stati percepiti come rappresentativi di una utilità reale
delle forze della sinistra – e segnatamente di quelle comuniste
– al governo.
La nostra
stessa scelta di parteciparvi con degli indipendenti non ha
prodotto gli effetti sperati. Da un lato, infatti, questa
scelta, pur garantendo margini di azione più ampli al partito,
ha comunque riversato sullo stesso l’intera responsabilità
dell’azione del governo senza peraltro poter contare sul ruolo
che avrebbero potuto svolgere in quelle importantissime
postazioni dirigenti del partito. Dall’altro la scelta di
indipendenti, anche per evidenti limiti soggettivi, non ha
raggiunto affatto gli obiettivi di efficacia e di rappresentanza
della sinistra che ci eravamo posti.
Gravi sono
stati anche i ritardi politici ed i deficit del
partito a livello nazionale, locale e delle istituzioni.
Tardiva la consapevolezza dei reali rapporti di forza, dei
limiti oggettivi e del graduale esaurimento di una esperienza ed
insufficienti gli strumenti individuati per reagire
all’iniziativa dei poteri forti.
Alla luce dei
fatti è stato un errore perseguire l’idea di un accordo
programmatico globale con le altre forze della coalizione.
Il vincolo di lealtà programmatica, rispettato solo dalla
sinistra, ci ha impedito di puntare a raggiungere, o a
valorizzare, risultati parziali ma strategici ed ha scaricato su
di noi la responsabilità complessiva del fallimento nella
realizzazione degli impegni presi con gli elettori. Siamo
quindi stati percepiti o come inefficaci a realizzare le
auspicate riforme a favore dei ceti più deboli o,
simmetricamente, come coloro che ostacolavano, sostenendo con
forza – anche se vanamente – tali richieste, il lavoro del
governo.
Per senso di
responsabilità democratico ed istituzionale abbiamo difeso
sino alla fine il centrosinistra. Nonostante gli esiti
elettorali restiamo convinti che questa è stata una scelta
obbligata ed insieme giusta. Non sono certamente i comunisti a
portare, oggi come domani, la responsabilità storica di aver
aperto la strada al ritorno delle destre.
Dalla
Confederazione all’Arcobaleno
Per anni noi
del PdCI abbiamo insistito sulla proposta di Confederazione
delle forze della sinistra. Se agita per tempo essa avrebbe
consentito di affrontare in modo unitario le sfide del governo.
Al contrario invece la competizione tra le singole forze
ed i personalismi hanno ritardato i processi unitari
delle forze e successivamente minato l’efficacia
dell’azione comune. Le divisioni ed i rancori del passato
hanno così reso cieca la sinistra di fronte al pericolo mortale
che stava sorgendo al suo fianco. Mentre il PD ha supplito al
deficit di identità accreditandosi come forza della rottura e
dell’innovazione politica, tra le forze della sinistra si apriva
un conflitto sulla natura e sugli esiti del processo unitario.
Non è stato
affatto un errore la scelta del PdCI di dare voce alla
richiesta, anche questa fortemente rappresentata nella
manifestazione del 20 ottobre, di fornire, anche nella
scelta del simbolo, al progetto unitario quel chiaro profilo
identitario necessario a renderlo riconoscibile come realmente
alternativo al PD. Dopo gli stati generali dell’Arcobaleno di
dicembre, invece di una strutturazione confederale, ha prevalso
un asse tra PRC e SD, a cui poi hanno acceduto anche i Verdi,
costruito su una ipotesi liquidatoria delle identità e delle
organizzazioni. Invece di proporre una alternativa nei
contenuti, nel profilo identitario e nella prospettiva, la
sinistra ha inseguito in modo subalterno una idea di innovazione
che ricordava, fuori tempo massimo, la scelta di Occhetto alla
Bolognina.
La risposta
dell’Arcobaleno è stata infine strumentalizzata e ridotta ad
espediente per imporre l’idea dell’approdo in un nuovo ed
indistinto partito. Una campagna elettorale disastrosa, dove
non si è contrastata l’idea perversa di voto utile e
non si è spiegata la necessità di una forte opposizione
politica al consociativismo crescente tra PD e PDL, ha
completato il disastro.
Questi
errori, tuttavia, facevano comunque leva su una giusta
richiesta di unità a sinistra, largamente sentita in larghi
strati popolari. La nostra partecipazione all’Arcobaleno – che
il Pdci ha sempre inteso non come embrione di un futuro
partito unico – ha evitato quindi che il partito
apparisse quale ostacolo per l’unità delle forze della sinistra.
Con questa scelta necessitata il Pdci ha così evitato di
uscire annientato, esso stesso, insieme all’Arcobaleno,
impedendo la tenaglia del “doppio voto utile” verso il PD e
verso la medesima lista della Sinistra l’Arcobaleno.
Il che, come
ovvio, non ci esime da una drastica riflessione autocritica, che
riguarda l’intero gruppo dirigente del partito, e che deve
offrire un terreno di confronto interno sul “che fare”
successivo al disastro elettorale.
Il
rischio reazionario
L’esito delle
elezioni, conseguenza di un ciclo storico e di gravi
errori tattici, ci consegna un disastro che non ammette
reticenze. Di fronte alla destra al potere, all’arrendismo
del PD ed alla extraparlamentarizzazione della sinistra serve
la consapevolezza del cambio di fase. Nessuno può infatti
sottovalutare il significato storico del ritorno di
Berlusconi al governo. Alla vittoria della destra, con
straordinario margine di vantaggio, si è aggiunto il
fatto che per la prima volta la capitale d’Italia è
governata da un sindaco di notoria e rivendicata
estrazione fascista. Siamo di fronte ad una società
profondamente attraversata dal berlusconismo, dal post
fascismo, dal leghismo. Si sta affermando una cultura
della violenza, della sopraffazione, dell’intolleranza. La
caccia all’immigrato ne rappresenta il fenomeno più allarmante.
La destra al
governo è tutt’altro che sprovveduta. Siamo di fronte
ad una offensiva populista e demagogica che risulta
persuasiva perché parte, strumentalizzandoli, da bisogni reali
delle famiglie.
Le prime misure
del Governo tanto “popolari” in realtà nascondono scelte che
colpiscono proprio le parti più deboli del paese. Il
taglio dell’ICI, che per buona parte andrà a favore di
famiglie benestanti, è stato ad esempio finanziato con le
risorse destinate alla Sicilia ed alla Calabria. Sulla
tolleranza verso l’evasione fiscale e sul federalismo fiscale
si è cementato un patto esplicito tra la destra ed i ceti
privilegiati. Si sta costituendo un blocco sociale
regressivo ed interclassista realizzato in nome
dell’egoismo individualistico e territoriale che punta
alla rottura di ogni solidarietà.
Senza una
efficace opposizione politica e sociale la quarta vittoria
elettorale di questa destra può dare vita ad un inedito “regime
reazionario di massa”. Il mutamento del senso comune nella
società rende infatti egemoni i valori delle destre e, dunque,
possibile l’attuazione di provvedimenti che ne incarnano
l’essenza e al tempo stesso ne rafforzano i paradigmi.
La paura, l’individualismo, l’edonismo, l’appartenenza
territoriale, il rifiuto dell’esercizio della critica
sfociano nel pensiero unico che implica la messa al bando del
conflitto per mezzo della logica del neocorporativismo ed il
ripudio di ogni forma di alterità.
La
ricostruzione della sinistra a partire dai comunisti non può
quindi che muovere da un’inedita e difficilissima battaglia
delle idee.
Un nuovo
inizio
Le ragioni
storiche che giustificarono la nascita del PdCI restano
di grande attualità. Queste sorgevano dalla consapevolezza
della natura difensiva della fase per il movimento dei
lavoratori, da un giudizio sulla natura reazionaria ed
eversiva delle destre italiane che impediva ogni
equiparazione tra centrosinistra e centrodestra, dal rifiuto
del massimalismo e dell’estremismo che aveva preso la forma
della teoria delle “due sinistre”, da una idea di
partito nazionale dove gli interessi del Paese prevalgono su
quelli di parte.
Per queste
stesse ragioni però, anche dopo questa esperienza comune al
Governo e dopo la sconfitta alle ultime elezioni subita
insieme ai compagni del PRC, oggi riteniamo necessario
ed urgente superare la divisione organizzativa e politica
tra i comunisti. L’appello alle comuniste ed ai
comunisti uscito immediatamente dopo il disastro
elettorale, a cui il PdCI ha aderito, indica un percorso
che condividiamo : “Proponiamo invece una prospettiva di unità e
autonomia delle forze comuniste in Italia, in un processo
di aggregazione che, a partire dalle forze maggiori (PRC
e PdCI), vada oltre coinvolgendo altre soggettività politiche e
sociali, senza settarismi o logiche autoreferenziali.”
L’unità
tra i comunisti
È dunque
sulla base di questa analisi e di tali considerazioni
di fondo, che il PdCI si mette a disposizione di questo
processo di unificazione. Non stiamo proponendo lo scioglimento
del nostro partito in una generica fase costituente.
L’idea di una palingenesi dove i comunisti come singoli
possano dare vita, senza tenere conto delle profonde
differenze di cultura politica che tra di essi
permangono, ad un nuovo partito sarebbe la negazione del nostro
percorso storico.
Di fronte alla
sconfitta, accanto al rischio di assorbimento nel PD, dobbiamo
contrastare infatti sia il pericolo di subalterne tendenze
“fusioniste” in un’indistinta sinistra, sia ogni deriva
minoritaria ed estremista. L’identità a cui facciamo
appello non è un feticcio meramente – e vanamente –
identitario (peraltro oggi assai difficilmente
configurabile), ma la consapevolezza profonda ed
orgogliosa di un percorso storico che, da Gramsci a
Berlinguer, ha portato i comunisti italiani ad agire sempre
nella società determinando per il proprio partito una cultura
politica di massa. L’unità dei comunisti a cui lavoriamo ha, in
premessa, precisi connotati politici e programmatici. Non basta
infatti richiamarsi alla tradizione storico culturale
rappresentata anche plasticamente dal simbolo della falce e
martello, ma l’unità deve corrispondere ad un progetto politico
serio e strutturato che sappia uscire dai foschi contorni dell’autorappresentatività
e del settarismo.
Seguire
l’illusione semplicistica di un arroccamento identitario –
magari in perfetta buona fede, ma costitutente un rischio
sempre presente dopo una così drammatica sconfitta –
rappresenterebbe il ribaltamento di una lunga lotta a
difesa della specifica identità politica dei comunisti
italiani e risulterebbe oggettivamente funzionale
all’obiettivo che si è posto il PD: il nostro
definitivo annientamento.
Serve invece un
percorso in cui i Comunisti Italiani, con la loro cultura
politica, con il loro profilo programmatico e con la loro
organizzazione possano contribuire a costruire assieme un nuovo
e più grande partito comunista meglio attrezzato alla sfida che
abbiamo di fronte a noi. Potrà essere un processo complicato,
ma l’urgenza è assoluta. Pensiamo ad un processo di
unificazione, prima di tutto tra noi ed i compagni del
PRC, ma contemporaneamente proposto all’intero arcipelago
dei comunisti senza partito e della sinistra, percorso
con responsabilità, capacità di ascolto, rispetto delle
diversità, in cui tutte e tutti abbiano pari dignità.
Il partito
comunista di cui abbiamo bisogno non sarà solo il partito dei
comunisti ma uno strumento in cui si possa riconoscere, come
sempre è stato, larga parte della sinistra ed a cui si possa
aderire e militare prima di tutto sulla base della condivisione
degli obiettivi politici e programmatici.
Nessuna
battaglia di retroguardia quindi ma, al contrario, una sfida
politica che possa produrre un grande slancio di entusiasmo e
passione, che sia in grado di coinvolgere lungo il cammino
anche tantissimi giovani. A loro ci rivolgiamo, attraverso il
processo che vivremo, affinché possano essere nuova linfa per
le nostre arterie, nuove teste, nuove gambe e nuove braccia,
attraverso le quali la gloriosa tradizione comunista italiana
possa esprimersi vividamente e positivamente nelle sfide che il
nuovo millennio ci pone di fronte.
Ripartiamo
quindi da ciò che è rimasto in piedi dopo il disastro
elettorale. La prospettiva dell’Arcobaleno è stata cancellata
dagli elettori e con essa l’idea di una sinistra che non propone
un chiaro progetto di trasformazione. Chi si attarda, come
sembrano fare una parte del PRC e di SD, a vagheggiare una
costituente dal basso che porti alla nascita di un
partito della sinistra non più comunista indebolisce
nell’immediato la capacità di reazione all’offensiva della
destra e si muove, oggettivamente ma anche soggettivamente,
in una prospettiva di accordo subalterno con il PD. I
comunisti non erano e non sono disponibili ad una tale
prospettiva. Una sinistra non può infatti che ripartire da una
moderna interpretazione di quella fondamentale contraddizione
tra capitale e lavoro che continua a generare la lotta di
classe. Senza la consapevolezza che la lotta tra le classi non è
un capriccio di qualche invasato o un retaggio arcaico
ma il meccanismo fondamentale di funzionamento
dell’economia capitalistica moderna si perde la bussola
fondamentale per interpretare la realtà e quindi per provare a
cambiarla. Nel rispetto e nella necessaria ricerca di unità con
ogni progetto che si muove a sinistra noi dichiariamo la nostra
indisponibilità ad ogni forma di confluenza in soggetti che non
rilanciano “il movimento reale che abolisce lo stato di cose
presente” e quindi la prospettiva di superamento del
capitalismo.
Parlare
alla sinistra
Riunificare i
due partiti comunisti è oggi la risposta realistica ed
immediatamente operativa per parlare all’intera sinistra e può
sprigionare anche nuove energie, entusiasmo, passione in tanti
che continuano a sentirsi comunisti, ma non sono (o non
sono più) parte dei due partiti comunisti organizzati e
strutturati. Di fronte allo smarrimento, al disorientamento ed
anche alla paura generata dal risultato elettorale la
sinistra non cerca nuove dissoluzioni o rese dei conti,
ma si aspetta dai comunisti una risposta immediata, funzionale
alla ripresa della iniziativa nella nuova condizione di
opposizione sociale. Per ricostruire una sinistra in Italia i
comunisti hanno il dovere di ripartire da loro stessi. Questo il
modo del PdCI di declinare, nelle nuova fase, la propria
vocazione unitaria e la propria cultura politica.
Ai milioni di
italiani che questa volta hanno scelto l’astensione o si
sono piegati al voto utile ed anche a coloro che hanno
perso fiducia nella sinistra al punto da regalare il
loro consenso a formazioni della destra deve giungere un
messaggio chiaro.
I comunisti
hanno capito la lezione, fanno tesoro della consapevolezza
degli errori commessi, e si preparano a percorrere una strada
nuova.
La proposta
di unificazione non è una proposta organizzativa ma
politica. L’obiettivo non è solo mettere assieme le forze
che sono in campo ma dotarle di una nuova dimensione e
prospettiva politica adeguata alle diverse ed inedite condizioni
in cui i comunisti sono chiamati ad operare.
L’unificazione
è quindi prima di tutto funzionale a rilanciare la lotta. Senza
la ripresa di un vasto ed articolato conflitto nella società
italiana la ricostruzione di un vero insediamento
politico ed elettorale della sinistra italiana è un obiettivo
impossibile.
L’unificazione
non è un ritorno al passato, ma un investimento sul futuro.
Riunificati in
un nuovo e più grande partito comunista, Pdci e Prc dovranno poi
cercare di lavorare per ritessere i necessari rapporti unitari
con le altre forze della sinistra e democratiche. Il ritorno in
campo di un più forte partito comunista è infatti condizione
indispensabile per rilanciare le lotte e le alleanze necessarie
a restituire all’Italia una dimensione pienamente democratica.
Per superare la
divisione occorre avviare immediatamente un patto d’unità
d’azione tra i due partiti comunisti sul terreno
dell’opposizione a Berlusconi. Bisogna realizzare l’unità su un
piano di massa definendo strumenti che difendano i lavoratori
dalla crisi economica e praticando il primo obiettivo che i
comunisti devono perseguire che è l’unità dei lavoratori.
Pensiamo
inoltre che le prossime elezioni europee potrebbero già
rappresentare un primo momento di verifica elettorale del
percorso unitario che proponiamo ai compagni ed alle compagne
del PRC attraverso la presentazione di una lista unica.
PdCI e PRC potrebbero così dare, agli occhi della
intera sinistra, un chiaro segnale di speranza ed unità
per rilanciare anche sul piano elettorale, in Italia ed in
Europa, la lotta per i diritti, la pace, le libertà e contro
tutte le destre e gli oscurantismi.
La
politica delle alleanze
A questo scopo
serve un giudizio articolato sulla natura del PD, a partire
dalla premessa che anche la critica più feroce al disegno
politico del PD non può mai comportare un’equiparazione di
questo partito con la destra di Berlusconi. Questa destra
resta evidentemente il nostro nemico mortale. Il PD
rappresenta un avversario il cui destino definitivo non è
ancora scritto. La sconfitta elettorale non ha infatti
colpito solo la sinistra, ma prima di tutto il medesimo PD,
che si presentava come forza “a vocazione maggioritaria”.
Nonostante il profilo estremamente moderato – quando non
apertamente conservatore – con cui questo partito si è
presentato alle elezioni, impersonificato nelle scelte
economiche, istituzionali e nelle stesse candidature, il PD
non ha affatto raccolto i voti del centro e questo rappresenta
un insuccesso strategico del disegno veltroniano. La stessa
ansia con cui Veltroni ha chiesto a Berlusconi di
istituzionalizzare il ruolo del PD, del suo presunto
governo ombra, a scapito delle altre opposizioni,
parlamentari e non, è sintomo di grande fragilità e
debolezza. La dinamica politica e sociale italiana presenta
ancora forti resistenze ad essere rinchiusa in un sistema
bipartitico-cesaristico. All’interno stesso del PD si
manifestano peraltro resistenze ad una completa deriva
leaderistica ed ad una identità che ha espulso anche
formalmente ogni riferimento alla sinistra. Non si può
sottovalutare che larghi strati dell’opinione pubblica
progressista e di sinistra guardano oggi al PD, interpretando in
modo del tutto travisato la proposta politica e il suo
atteggiamento rispetto al governo di destra. Gran parte di
coloro che nel passato hanno costituito il nostro stesso
elettorato ha scelto alle ultime elezioni di votare questa
formazione.
Per recuperare
questi elettori ad una prospettiva autenticamente di sinistra ed
ad un voto comunista non serve certo una mera
criminalizzazione del PD e l’autoisolamento in un
recinto settario. Al contrario, per ragioni di consenso e per
strategia politica, nostro scopo è sfidare il PD disvelandone
in questo modo la linea conservatrice. Dobbiamo agire
per aprire contraddizioni all’interno di questo partito e
nel suo insediamento sociale perché un suo definitivo
approdo conservatore e consociativo rappresenterebbe un
ulteriore colpo alla stessa democrazia italiana.
In questa
visione è necessario riaffermare un obiettivo centrale
dei comunisti: quello di proporsi come motore propulsivo
dell’unità della sinistra, dell’unità di azione e dell’alleanza
di tutte le forze di opposizione democratiche e di
sinistra contro una destra che punta a sovvertire le
basi costituzionali della Repubblica. Ammonendo il PD che ogni
collaborazione con la destra in questa fase significa esserne
oggettivamente complice. Senza tale unità ed alleanza la destra
non potrà che rafforzarsi sempre più. Una unità ed una alleanza
indispensabili e dunque da perseguire. Il disastro elettorale
dell’Arcobaleno ha tra l’altro reso evidentissima la natura di
opinione del voto alle forze della sinistra. Abbiamo perso
consensi verso l’astensione, verso il cosiddetto voto utile e
persino verso la falsa protesta interpretata da alcune
formazioni della destra come la Lega. Serve dunque un lavoro
di lunga lena per ricostruire il nostro insediamento
profondo. Servono altresì scelte immediate che consentano agli
elettori di ridarci consenso e fiducia.
Se il sistema
di alleanze come lo abbiamo conosciuto dal 1996 ad oggi è
finito, ciò non comporta che si debbano escludere a priori
momenti di convergenza anche elettorale. E’però chiaro che sia
chi ci ha puniti con l’astensione, sia chi ha scelto il PD ha
bocciato categoricamente il modo in cui sino ad ora abbiamo
interpretato il nostro ruolo al governo e nelle coalizioni.
Il ruolo
dei comunisti
Occorre
ribaltare la logica della nostra azione politica uscendo
dalla tenaglia tra subalternità e conflittualità continua.
Per farlo serve
spiegare nuovamente quale sia il ruolo dei comunisti dentro la
dimensione politico-istituzionale.
Dobbiamo
urgentemente rielaborare una proposta di società ed
offrire una visione tangibile e realizzabile della
trasformazione nelle condizioni date dall’attuale fase
difensiva. In questa visione organica prende forma la nostra
strategica alternatività al PD che, al contrario di noi,
considera il mercato capitalista come l’orizzonte
insuperabile della politica mondiale pur proponendone una
versione “compassionevole”.
Fondamentale
nel fare questo è definire obiettivi politico-strategici
intermedi verso il socialismo nel nuovo millennio che declinino
la nostra azione. In questo senso il nostro obiettivo
intermedio, che traccia un orizzonte programmatico di
medio e lungo periodo indicando concretamente una
transizione verso una trasformazione generale della
società, non può che essere l’applicazione integrale
della Costituzione nata dalla Resistenza. Questa parola
d’ordine disegna un orizzonte strategico fatto da un nucleo
di proposte forti in base alle quali verificare la possibilità
di stringere alleanze.
Per uscire
dalla gabbia degli accordi programmatici a tutto tondo,
che si è tradotta o nella conflittualità continua o
nella completa subalternità alle piattaforme dei moderati,
i comunisti, a tutti i livelli, devono verificare la
possibilità di praticare alleanze fondate su specifiche
proposte fortemente caratterizzanti e funzionali
all’obiettivo di riunificare il nostro soggetto sociale
di riferimento. Il lavoro di individuazione delle
priorità politico-programmatiche diviene oggi assolutamente
vitale per conservare una reale autonomia per i comunisti ed
una cultura politica di governo.
Sia
dall’opposizione che da eventuali collocazioni di
maggioranza l’obiettivo strategico che si pongono i
comunisti è quello di portare al governo le istanze del lavoro.
Dobbiamo
rendere evidenti le proposte positive capaci di
modificare concretamente la realtà a beneficio di coloro
che intendiamo rappresentare. Obiettivi chiari e molto
riconoscibili perseguiti con pratiche coerenti rendono
possibile una percezione di efficacia della funzione dei
comunisti. Solo un forte legame di fiducia tra partito e proprio
elettorato rende inefficace il richiamo del voto utile e
consegna al partito la forza di realizzare il necessario
compromesso. In questo schema non saremo più noi ma il PD a
dover decidere se rompere con la sinistra e condannarsi alla
sconfitta.
Di fronte
alle spinte localistiche e disgregatrici è necessario
riverticalizzare il conflitto ma senza trascurare
l’importanza che in una società complessa hanno assunto
i sentimenti di appartenenza territoriale e le dimensioni
locali che altrimenti regaleremmo alla egemonia delle destre.
Dobbiamo ripartire dalla nostra capacità di declinare
localmente uno sviluppo sostenibile socialmente ed
ambientalmente, come parte di un progetto complessivo di
alternativa alle logiche liberiste. Pensando globalmente
e agendo localmente potremo cogliere una grande
opportunità di radicamento territoriale, di opposizione sociale
dentro e fuori dai luoghi di lavoro.
Decisiva è
la difesa della democrazia costituzionale. Rotto
l’equilibrio democratico con l’introduzione del maggioritario
ogni ulteriore scivolamento istituzionale che si allontani dal
patto costituzionale deve essere letto come sempre una
lesione alla democrazia repubblicana. Il proporzionale e la
centralità del Parlamento come espressioni dell’universalità
della richiesta di una testa un voto devono essere la
barra su cui misurare ogni azione di modifica del
quadro istituzionale.
Alle altre
forze della sinistra va lanciata la sfida di un fronte
unico delle opposizioni contro Berlusconi. All’idea
deleteria di autosufficienza del PD contenuta nella
decisione di dare vita al governo ombra, ci si deve
contrapporre con la sfida ad individuare temi e terreni di
iniziativa dove far convergere tutte le forze
dell’opposizione parlamentare e non. Alla proposta di una
generica costituente della sinistra, prodromo della
costruzione di un contenitore-partito della sinistra
arcobaleno, artificiale e liquidazionista, bisogna rispondere
con la riaggregazione politica dei partiti comunisti, ma
contmporaneamente con la disponibilità alla più ampia unità
nella mobilitazione con tutti i soggetti, politici,
partitici, di movimento ed associativi che compongono
l’arcipelago della sinistra italiana. Essi rappresentano i
nostri alleati naturali e contemporaneamente il nostro
potenziale bacino di voto. E’ con questa sinistra che sono state
possibili le grandi manifestazioni per la pace, per la difesa
dei diritti dei lavoratori e dei diritti civili.
Il nostro
posto nel mondo
Non partiamo da
zero. I comunisti italiani vogliono portare il loro contributo
al processo unitario e, sino a quando questo non andrà a
compimento, intendono continuare a sviluppare la loro azione di
forza viva ed attiva sul piano interno ed internazionale.
Portiamo all’incontro unitario un patrimonio di elaborazione
e di pratiche di cui andiamo fieri. Tra queste una
chiara consapevolezza della assoluta necessità di mettere in
campo un nuovo internazionalismo. La critica dell’eurocentrismo,
praticata da un partito europeista, ci ha consentito di entrare
in sintonia con tante esperienze che dal “sud del mondo”
stanno cambiando la storia. La lotta per la pace,
contro l’imperialismo ed il neocolonialismo, non può più
essere un fatto accessorio ma deve pervadere ogni momento
della politica di un partito comunista. In questo la
rottura nel movimento socialista che si produsse durante
la prima guerra mondiale ha ancora una grande attualità. La
guerra globale scatenata dagli Usa in nome della presunta
lotta al terrorismo ha natura costituente di un nuovo ordine
mondiale imperialista. Di fronte a ciò bisogna impedire
che anche pezzi importanti delle classi lavoratrici
possano dare il loro consenso a politiche
neocolonialiste. Non è affatto un caso che, proprio nel
momento in cui, anche il recente drammatico fallimento del
vertice della FAO sulla fame, dimostra universalmente
l’impossibilità, nel quadro delle compatibilità
capitaliste, di affrontare i grandi drammi che affliggono
l’umanità l’imperialismo spinga con ancora più determinazione
per acuire la crisi infiammando il medio oriente al punto
di immaginare, dopo il disastro quotidiano ma ormai quasi
dimenticato dell’Iraq, una guerra di aggressione all’Iran.
Pesa ancora
su di noi, come una ferita, l’errore compiuto in
occasione dei bombardamenti della Nato contro la Jugoslavia
quando non uscimmo dal governo e non riuscimmo a fermare la
guerra. Su questo abbiamo già fatto in passato una severa
autocritica. La conquista di una piena sovranità del nostro
Paese potrà realizzarsi solo fuori dalla alleanza
militare della Nato e rompendo il rapporto subalterno con
gli Usa. L’applicazione letterale dell’art.11 della Costituzione
non è solo un dovere politico e morale ma il solo modo per
ridare all’Italia un ruolo positivo nel mondo.
La lotta per la
pace costituisce non solo dovere etico ed obbligo politico ma
parte fondamentale di una strategia di trasformazione della
società.
È quindi oggi
tanto più necessario “valicare”, come già tante volte
abbiamo fatto dando “scandalo”, i presunti confini definiti
dallo scontro di civiltà. Compito di una forza comunista ed
antimperialista è infatti quello di verificare, anche oltre le
formali barriere politiche, quali sono oggi i soggetti in
campo nella resistenza al disegno di dominio
capitalista. Per questo noi del PdCI abbiamo sviluppato
relazioni internazionali a tutto campo che sono
anch’esse a disposizione del percorso unitario. I nostri
interlocutori spaziano dalle forze tradizionalmente comuniste,
prima fra tutti il Partito Comunista Cubano, ai movimenti
di resistenza in Libano ed in Palestina, ai partiti
comunisti e di ispirazione antiimperialista nel mondo
arabo, ad iniziare dalla Siria, da forze socialiste di
sinistra come il PT del Brasile e il PSUV del
Venezuela o i partiti della sinistra scandinava, sino ai
nostri fecondi rapporti con i partiti comunisti al potere in
Stati importantissimi nel mondo quali il Viet-Nam e la Cina.
Bisogna quindi sviluppare tutte le forme di dialogo, dibattito
e coordinamento di azioni comuni. Certo è che senza
una rete diffusa e solida di relazioni internazionali non
è possibile pensare a reinsediare strutturalemente nel nostro
paese una forza utile alla lotta anti-imperialista.
Particolare
attenzione andrà dedicata, ovviamente, al piano europeo dove è
in corso un tentativo di ristrutturazione politica che renda
il quadro istituzionale del tutto impermeabile al
conflitto di classe. Questo processo ha prodotto l’attuale
marginalizzazione della sinistra politica in Francia, in Spagna
ed ora in Italia. Resistono significativi insediamenti
in Grecia, Portogallo e Repubblica Ceka, mentre in Germania
l’esperienza della Linke, fatta dall’innesto tra un fortissimo
insediamento territoriale della PDS ad est ed una forza
strettamente legata al mondo sindacale della WASG ad ovest,
risulta difficilmente riproducibile. Spicca positivamente,
purtroppo isolato, il “caso Cipro” mentre ad est, tranne il
caso della Repubblica Ceka e della Federazione Russa, le forze
della sinistra sono pressoché del tutto marginali, quando non
inesistenti. Anche nei paesi scandinavi la sinistra di
alternativa, fortemente antieuropea, ha subito forti
arretramenti. L’esperienza sino ad ora fortemente deludente
del Partito della Sinistra europea indica che anche a
livello continentale le forzature organizzativiste ed i
“nuovismi” ideologici non portano lontano. Crediamo
occorra lavorare per ricomporre un fronte unico
continentale nel rispetto delle diversità e delle
diverse tradizioni politiche. A partire dalle prossime elezioni
europee è necessario un nuovo patto tra tutte le sinistre di
alternativa europee che tolga di mezzo ogni tentativo
egemonico e ricostruisca le basi di una reciproca
solidarietà politica. Oggi lo scontro di classe avviene
prevalentemente a livello di macroaree continentali. È
quindi indispensabile che la sinistra ed i comunisti si
diano una dimensione politica europea e che diventino,
anche a questo livello, organizzatori e promotori di lotte
e di rivendicazioni.
L’opposizione sociale
L’attuale
condizione extraparlamentare non rappresenta affatto un
vantaggio od un approdo auspicabile ma può assumere
una funzione rigeneratrice se i comunisti sapranno
essere forza motrice e “guida” di una efficace opposizione
sociale su di una linea di massa. Dobbiamo avere ben
presenti i rischi di minoritarismo ed estremismo a cui può
indurci un tale contesto.
La situazione
ci impone quindi di accelerare sia sul piano
dell’analisi che su quello della prassi.
L’obiettivo
primario non può che essere quello della ricomposizione
politica e sociale del mondo del lavoro. Senza la ripresa
del protagonismo diretto dei lavoratori non può darsi
trasformazione sociale. Ovviamente sarebbe antistorico
riproporre formule e moduli di azione politica che la
ristrutturazione della produzione capitalistica ha reso
obsoleti. Nello stesso tempo l’appello a “ritornare davanti
alle fabbriche” significa anche non dimenticare, come spesso si
è fatto, che esiste ancora una larga dimensione del lavoro
operaio che deve essere conosciuta, interpretata, organizzata e
rappresentata dai comunisti.
Occorre creare
le condizioni per costruire il partito nei luoghi di lavoro:
parola d’ordine ed obiettivo già sancito nei nostri
precedenti documenti congressuali, ma largamente disatteso
e, comunque, drammaticamente al di sotto delle necessità.
La lotta
alla precarietà ed alla frammentazione del mondo del
lavoro, dentro e fuori la fabbrica, rappresenta oggi uno
degli snodi fondamentali da cui ripartire. Non è
affatto semplice perchè proprio la precarietà rende
difficilissima l’organizzazione e la pratica del
conflitto. Serve una profonda innovazione che combini a
concreti strumenti di intervento, anche normativo, volto
a ripristinare per lo meno il principio “ad uguale lavoro,
uguale salario ed uguali diritti”, una battaglia delle idee
che faccia emergere la dimensione collettiva dello
sfruttamento che affligge oggi il mondo del lavoro. In
una società della comunicazione anche i comunisti devono
saper condurre campagne di promozione, di propaganda, di
diffusione non solo della loro piattaforma di
rivendicazione immediata ma anche di un radicalmente
diverso modo di intendere il ruolo del lavoro nel processo
produttivo. Ridare dignità al lavoro significa saper affrontare
in modo moderno il tema dell’alienazione.
Il
sindacato
Abbiamo
individuato da tempo nella contraddizione capitale–lavoro e
nella sua centralità il terreno fondamentale di battaglia
politica dei comunisti in Italia.
La difficile
crisi politica in seguito all’esito elettorale affonda
molte delle sue radici nella involuzione prodotta dalla
rottura della coesione sociale. Quando criticammo duramente la
legge 30 intravedemmo nella nuova legislazione sul lavoro il
principale strumento di una strategia eversiva tesa a cancellare
la rappresentanza collettiva nel mondo del lavoro (eliminando in
un sol colpo sia il sindacato che il contratto nazionale) per
imporre la subalternità del lavoratore all’impresa.
In questo
scenario di grande difficoltà, occorre sviluppare un
lavoro politico e sociale verso il mondo del lavoro
economicamente dipendente.
La politica
deve rientrare nei luoghi di lavoro senza per questo riprodurre
schematicamente modelli del passato ma cercando un
rinnovato radicamento in grado di portare, nel luogo
primario dello scontro tra capitale e lavoro, la lotta sia per
la difesa delle condizioni materiali quotidiane che per
innestare una dinamica di trasformazione della società.
Un altro
terreno ineludibile per una ripresa del conflitto sociale, pur
nel rispetto dei ruoli, è quello del rapporto con le
organizzazioni sindacali ed in particolare con la CGIL. Per i
comunisti, infatti, le grandi organizzazioni sindacali di
massa rappresentano uno dei luoghi essenziali per la
battaglia politica. La frantumazione sociale prodotta dalle
politiche degli ultimi venti anni, particolarmente cruente
durante il precedente Governo Berlusconi, rischia di indirizzare
il conflitto verso connotati neocorporativi con derive
localistiche.
La CGIL
rappresenta oggi l’ultimo grande insediamento di massa della
sinistra in Italia e dunque nessun progetto che abbia
l’ambizione di coinvolgere larghi strati di lavoratrici
e lavoratori può prescindere dal rapporto con essa. Le
sue forme di dinamica interna, sia pur criticabili,
rappresentano, infatti, una pratica democratica per milioni di
lavoratori italiani. E’ in atto una forte pressione che mira
alla trasformazione del ruolo del sindacato verso una deriva
moderata (attraverso l’accettazione delle compatibilità imposte
dal neoliberismo e la negazione dell’esistenza stessa del
conflitto di classe) e verso il suo snaturamento in fornitore di
servizi. Proprio in questo momento è necessario che i
comunisti si adoperino contro qualsiasi tentativo di
delegittimazione e di indebolimento della CGIL teso alla
concretizzazione dell’ipotesi di sindacato unico.
Per queste
ragioni è necessario che i comunisti agiscano per stimolare un
dibattito vero e profondo, con l’obiettivo di aiutare la CGIL
a tenere vivi gli anticorpi che le hanno consentito di essere,
nel corso dei decenni, motore del conflitto sociale e fortemente
rappresentativa ed autonoma.
Ai comunisti
spetta anche il compito di favorire un percorso di
rafforzamento della sinistra sindacale in CGIL,
riaggregandola per impedire che si chiuda in Italia
l’orizzonte di un forte sindacalismo di classe.
Sempre
nell’ottica di mantenere il rapporto con i tutti i
soggetti presenti nel mondo del lavoro italiano, è opportuno
interloquire con il sindacalismo di base guardando con
attenzione alla sua lotta per la piena democrazia sindacale
ed alla sua capacità di incidere concretamente nelle
rivendicazioni in alcuni settori produttivi.
Composizione di classe e blocco sociale
I lavoratori
salariati in Italia sono oltre 17 milioni a cui si affiancano
circa 5 milioni di lavoratori autonomi di cui dovremmo essere
in grado di leggere il grado di subordinazione per avere una
stima esatta dei lavoratori economicamente dipendenti nel
nostro Paese. L’aumento occupazionale di 201.000 unità di
lavoratori immigrati, solo tra il 2006 e il 2007, dà
il segno del peso che questi hanno tra le fila della classe
lavoratrice. Vastissima resta l’area del lavoro nero mentre la
precarietà è divenuta norma e generazioni intere di
lavoratori sono espunte dalle garanzie contrattuali. Gli
indicatori economici e le dinamiche del mercato del
lavoro indicano che la crisi colpisce pesantemente sia i
lavoratori salariati che quei lavoratori autonomi che un tempo
si consideravano parte del ceto medio.
L’approfondimento della condizione operaia e del lavoro
dipendente in generale è essenziale per lavorare
all’obiettivo di ricomposizione politica e di unità che è
premessa necessaria per affrontare la sfida del cambiamento.
Accanto a
questo è necessario prestare attenzione ad una
peculiarità italiana e cioè l’ampia presenza di
settori di piccola e media borghesia che, in una
situazione di polarizzazione sociale quale quella a cui
stiamo assistendo, rischia di essere definitivamente saldata ad
un blocco sociale reazionario. Le liberalizzazioni di
Bersani, in parte, hanno alimentato tale spinta
ampliando il consenso di Berlusconi e della destra.
Riconsiderare
la questione delle alleanze sociali e del blocco sociale quale
un elemento decisivo per la costruzione di un alternativa è
fondamentale. La lettura della società italiana in questi
termini può ridare ai lavoratori e ai comunisti quella funzione
generale di cui sono potenzialmente espressione.
Immigrazione questione globale e di classe
Nella
condizione dell’immigrato vivono due delle grandi
contraddizioni del presente: quella tra capitale e lavoro
e quella tra nord e sud del mondo. Non è quindi
possibile alcuna concessione all’uso ideologico della
questione sicurezza. Tale tema ha visto grandi balbettii anche a
sinistra che hanno oscillato dal giustificazionismo verso
l’ondata xenofoba e reazionaria ad una visione più vicina
al solidarismo cattolico. È necessario, viceversa, lavorare
per offrire un lettura alternativa del problema che è
tradotto nel senso comune nella paura dei migranti. È
fondamentale determinare obiettivi di lotta che possano far
riconoscere nei lavoratori immigrati una parte sempre più
rilevante della classe lavoratrice. Quanti più immigrati
usciranno dalla condizione di sottoproletari o di proletari
iper sfruttati tanta più forza avranno i lavoratori in Italia e
nei paesi di emigrazione.
Solo una
reale politica d’integrazione può dare risposte reali ai
problemi, altrettanto reali, che i fenomeni migratori
comportano. Per politica d’integrazione s’intende casa,
scuola e lavoro ma anche diritti e doveri legati ad
una cittadinanza che deve essere riconosciuta a tutti
coloro che vivono nel nostro paese. La sicurezza viene
dai diritti e quindi dalla fine della clandestinità. La
mancata cancellazione della legge Bossi-Fini è stato un errore
strategico data la natura criminogena delle politiche
sicuritarie della destra. Le politiche repressive dello
stato di clandestinità sono funzionali al perpeturarsi
dello sfruttamento ed al dominio sugli immigrati da
parte dei padroni autoctoni e delle organizzazioni
criminali che organizzano il traffico degli esseri umani.
Bisogna avere il coraggio politico di ribaltare la logica della
destra assicurando la possibilità ai migranti di poter entrare
alla luce del sole - con il proprio nome e quindi con i propri
diritti e doveri - nel nostro paese per cercare un lavoro ed un
futuro. La sicurezza viene dalla fine della guerra tra poveri e
dal riconoscersi compagni e compagne nella comune lotta per
l’emancipazione.
La
differenza di genere
Partire dal
conflitto di classe per rilanciare l’opposizione sociale
non significa in alcun modo arretrare dall’analisi che
ci ha portato a maturare la consapevolezza che di
questa dimensione fa parte integrante la questione di genere.
Negli stessi scritti di Marx ed Engels si trovano le basi della
lotta contro il maschilismo patriarcale. La lotta per la laicità
dello stato e per la piena libertà nella sfera sessuale è
connessa con la nascita stessa del movimento socialista.
Anche in questo
caso l’urgenza non è solo quella di far emergere le forme, nuove
ed antichissime, di discriminazione che colpiscono le
donne ma, altresì, la consapevolezza che la differenza
di genere, per quanto attiene a quella femminile,
essendo sostanziata dalla peculiare capacità procreativa,
necessita di uno statuto di diritti socio-economici non
meramente identici a quelli del genere maschile.
Il lavoro
teorico che si è sviluppato nel movimento femminista a partire
dagli anni ’70 va ripreso, aggiornato e tradotto in
concrete proposte per farne base di lotta culturale e
politica. Lotta che i comunisti e le comuniste devono
costruire, al fianco dei movimenti esistenti, affinché
alla differenza dei generi corrisponda una eguaglianza
“sostanziale” tra uomini e donne nella ripartizione del
lavoro di cura e del lavoro in generale, nel godimento
dei diritti di cittadinanza, nella signoria sul proprio corpo
e sulla propria sessualità, a prescindere dal suo orientamento.
La violenza
contro le donne non accenna a diminuire. Anzi l’aggressività
maschile è la prima causa di morte e di invalidità delle giovani
donne in tutto il mondo ed anche in Europa e nel nostro Paese.
Questa violenza coinvolge, purtroppo, ogni cultura ed
ogni classe. L’accanimento contro i corpi delle donne,
contro la sessualità e la libera scelta appartengono ai
fondamenti stessi dell’economia, della politica, dei poteri
e dei saperi istituzionali su cui sono costruite le
società umane sotto qualunque cielo.
Nuove
domande
Alla
corporativizzazione della società la sinistra deve
rispondere con la capacità di una proposta politica che
renda universali i diritti e connetta i diritti sociali e quelli
civili. Ai comunisti il compito di far emergere il dato di sfida
sistemica che emerge da ognuna di queste contraddizioni. Non
esiste alcuna possibile classifica di priorità tra le
domande di libertà ed uguaglianza. Tutte attraversano
contemporaneamente le persone in carne ed ossa.
Per noi non
esiste distinzione né contraddizione tra i diritti
sociali e quelli civili perché questi si possono e si
devono leggere nell’ottica delle differenze di classe. I
diritti civili devono essere garantiti a tutte le donne
e gli uomini e non solo a chi può permetterseli grazie
al proprio status economico o sociale privilegiato.
L’idea che
l’orientamento sessuale e l’identità di genere siano
questioni pertinenti solamente alla sfera privata o,
peggio, afferenti alla libertà individuale, è retaggio
patriarcale. Così si nega la relazione con le condizioni
socio-economiche delle persone ed a maggior ragione si
nega il riconoscimento dei diritti.
Lo
sfruttamento di una classe sull’altra, dell’uomo sulla
donna e della specie umana sul pianeta pongono una domanda
radicale di trasformazione, di rivoluzione dell’economia, dei
rapporti sociali, delle relazioni umane e delle
sovrastrutture ideologiche. Tutte devono essere parte
integrante del nostro corpo teorico ed integrarsi tra loro
nella nostra pratica politica pena la sconfitta.
Cambiamenti climatici e beni comuni
La recessione
economica sta consumando i salari già alle prese con l’enorme
aumento dei prezzi dei generi alimentari. Le produzioni
locali sono state distrutte dalla frenesia del mercato
globale. I capitali in fuga dai mutui “subprime” si sono
riversati in maniera speculativa sui “future” di riso,
grano, mais e soja, esattamente come per il petrolio;
gli stessi capitali hanno letteralmente fatto lievitare i
prezzi ben prima dell’azzardo dei biocombustibili. Le tematiche
ambientali esigono una lettura prettamente anticapitalistica:
dall’ambiente/salute sui luoghi di lavoro alle guerre
per le materie prime, per l’acqua e, ora, per il cibo.
Su tutto campeggia il riscaldamento globale e la
conseguente gestione del territorio, delle sue risorse, del
loro uso, del loro commercio e della loro proprietà.
Le tematiche
ecologiste devono improrogabilmente e indiscutibilmente essere
riprese saldamente in mano dalla sinistra, liberandole sia
da regressioni puramente conservatrici che da forzature
sviluppiste. Dobbiamo diventare interlocutori del fare e
del fare bene, accettando la sfida dei cambiamenti
climatici che potrebbe diventare una grande opportunità
di riqualificazione della politica, di ridiscussione del
modello di sviluppo oltre ad una grande sfida per
l’innovazione tecnologica.
L’acqua in
primis (su cui il mercato vuole mettere le mani trasformandola
in un servizio a domanda individuale) è un bene comune ed
un diritto umano che deve essere del tutto sottratto a
logiche speculative e di profitto e quindi saldamente mantenuto
in mano pubblica . L’accesso all’acqua è un diritto universale
ed inalienabile per l’intera umanità. La democrazia stessa
presuppone l’esistenza di beni comuni senza i quali esiste
solo la contrattazione privata dei consumi. Tra i beni
comuni includiamo i beni culturali, grande ricchezza ideale e
materiale di ogni nostra città e paese come la conoscenza e gli
strumenti di divulgazione della stessa.
Dobbiamo
puntare ad uno sviluppo sostenibile che ponga
l’attenzione sull’eguaglianza tra le persone. Devono
essere garantite a tutti le stesse opportunità e
risorse. L’ecologismo deve prevedere la razionalizzazione e
la redistribuzione delle ricchezze esistenti che si basi,
inoltre, sui limiti delle risorse planetarie, mettendo
così in discussione anche standard di vita quotidiani
incomprensibili come aveva anticipato lucidamente Enrico
Berlinguer nel suo discorso sull’austerità.
Ci troviamo
di fronte ad un nuovo colonialismo connotato
dall’esportazione di un modello di sviluppo esausto, dal
riarmo e dall’uso dissennato delle risorse del pianeta.
Dobbiamo quindi ripensare il modello di sviluppo, con il
confronto più ampio possibile, verso una nuova politica
della sobrietà etica ed energetica contro il mito bugiardo e
guerrafondaio della crescita infinita.
Laicità
L’ingerenza
crescente delle gerarchie eclesiastiche negli affari
interni e nella politica italiana ha ormai rotto ogni
argine. Questa tendenza all’invadenza del sacro sul politico ha
carattere globale è corrisponde ad una regressione della
dimensione laica e pubblica. In Italia la stessa fragilità
delle forze politiche che fanno riferimento diretto alla chiesa
cattolica rendono la gran parte della politica disponibile a
farsi direttamente condizionare dal Vaticano. Se la chiesa
diventa attore politico però ne deve accettare tutte le
conseguenze a partire dalla fine dei patti reciproci stabiliti
nel Concordato.
La società
italiana, anche quella cattolica, ha sempre dimostrato di essere
più avanti delle gerarchie cattoliche nel voler riconoscere
diritti e libertà. La lotta per la difesa e
l’ampliamento dei diritti civili, a partire dalla fine di ogni
discriminazione connessa ai comportamenti sessuali e dalla
difesa dell’autodeterminazione delle donne nella procreazione,
sono assi portanti di una idea di libertà ed emancipazione
dove, tra la dimensione economica, sociale e privata,
non esiste un prima ed un dopo.
Stato
sociale
Sulla difesa
dello stato sociale, delle conquiste del lavoro, dell’intero
sistema di garanzie sociali a difesa della dignità, libertà e
uguaglianza dei cittadini, lo scontro che si prepara è quanto
mai duro e complesso. Con due problemi fondamentali.
Il primo, più
semplice, riguarda la tendenza, in atto da anni, alla
privatizzazione dei servizi pubblici, favorita dal modo in
cui la destra alimenta una deriva sociale e culturale
dove la famiglia, abbandonata nel ruolo di unica fonte di
“protezione sociale”, sostituisce uno stato che abdica, man
mano, ai suoi compiti fondamentali, cioè la tutela universale
dei diritti dei cittadini.
Privilegi per
pochi, carità per tutti gli altri.
L’attacco al
lavoro pubblico, i cardini del cosiddetto federalismo egoistico,
l’affermarsi di pratiche e di modelli privatistici nelle
strutture sanitarie, assistenziali e formative, rappresentano le
leve con le quali la destra intende aggredire le
conquiste di civiltà della società italiana, per deviare
dalla spesa sociale ingenti risorse pubbliche da destinare a
quei processi di ristrutturazione economica e finanziaria
richiesti dalla Confindustria.
Il secondo,
più complesso, riguarda la tendenza, evidente soprattutto
nella sanità in alcuni settori più lucrosi dell’assistenza e
degli appalti pubblici ad utilizzare il denaro pubblico per la
costruzione di imperi economici e di vere e proprie
carriere politiche: su modelli che sono, in un numero
crescente di regioni, quelli proposti dalla criminalità
organizzata. Con conseguenze drammatiche sulla qualità di
troppi amministratori e di troppe iniziative pubbliche.
Ma con la conseguenza, soprattutto, di una deviazione sempre
più consistente della spesa pubblica verso settori parassitari o
francamente corrotti.
Fondamentale
risulta quindi la necessità di battersi a tutti i livelli a
difesa di uno stato sociale forte, in grado di attuare
politiche sociali complessive, di mantenere ed stendere
su tutto il territorio nazionale la rete pubblica di servizi
alle persone. Servono nuove risposte adeguate e rispondenti alle
crescenti domande di fasce sempre più ampie di popolazione che
sono, di volta in volta, i minor