Compagne, compagni, in questo mio intervento che chiude il
dibattito intendo concentrarmi sul Documento Politico, per
cercare di spiegare come io lo interpreto. Dico come lo
interpreto, perché anche un testo molto più importante del
nostro documento, come i Quattro Vangeli, da 2000 anni viene
interpretato in modo diverso, a volte molto diverso. Tanto per
semplificare lo stesso testo viene letto in un modo dal
Cardinale Ratzinger e in un altro dalla Teologia delle
Liberazione. Quindi come tutti i testi anche il nostro si presta
a differenti interpretazioni.
Però, prima dell’esegesi testuale, c’è – appunto – il testo
scritto. Un testo che, a mio giudizio, rappresenta un punto di
equilibrio. Punto di equilibrio che evidentemente non è piaciuto
per niente - ed è del tutto legittimo – ai compagni che
presenteranno un documento alternativo, con un’altra linea e
che, punto di equilibrio sempre, può piacere in percentuali
diverse.
Al compagno Rizzo, così ci ha detto, piace al 70 per cento. Ma
ho sentito anche qualcun altro sostenere che lo approva al 95
per cento. A me piace al 100 per cento, ma non perché mi piaccia
tutto o perché lo avrei scritto esattamente così se fosse stato
il mio documento personale. Mi piace al 100 per cento per una
ragione eminentemente politica, perché, per dirla diversamente,
tutto si tiene e provare a tirarlo da una parte e dall’altra con
emendamenti di merito, di sostanza e di impianto, ebbene questo
stravolgerebbe l’equilibrio. Per quanto mi riguarda ritengo sia
utile assumere una serie di sollecitazioni, ve ne sono molte e
tutte utilissime, o, ancora, assumere cose ovvie e già nel
nostro partito largamente acquisite. Sono invece per non
accogliere emendamenti che potrebbero snaturare l’impianto del
documento.
Ho l’impressione che noi corriamo due rischi simmetrici; il
primo è di continuare come se niente fosse successo e cioè
pensare che tutto sommato abbiamo questa nostra piccola creatura
che è il Pdci, e che ci possiamo permettere di proseguire
serenamente provando a raccattare qualche altro voto. Si tratta
di una linea continuista.
Io vorrei che fosse chiaro a tutti che quello che è successo il
13 e il 14 di aprile e che poi è stato bissato quindici giorno
dopo nei ballottaggi, è una di quelle cose che i nostri nipoti
studieranno nei libri di storia e non può essere derubricato ad
un incidente di percorso. C’era una linea, era giusta,
proseguiamo su quella linea? Non è possibile compagni! Perché è
successo quello che è successo. Il congresso nasce dalla
determinazione di voler modificare la linea. Se noi non
assumiamo questo punto e lo interiorizziamo tutti, vuol dire che
diamo per scontato che è sì grave ma non tanto grave. Non è
grave ? È l’inabissamento di Atlantide !
Però noi abbiamo anche un altro pericolo simmetrico e cioè di
chi dice e pensa che il Pdci non serve più a niente e che
dobbiamo fare un’altra cosa. Questo approccio è di due tipi
diversi e opposti: il Pdci non serve più a niente quindi o
facciamo la costituente di sinistra, non più comunista (come
vorrebbe Fava e anche una parte rilevante della stessa
Rifondazione comunista) o facciamo una cosa ipercomunista
“combattente”, chiusa dentro un bunker, una cosa che, secondo
me, non serve assolutamente a niente, tanto meno serve alla
classe lavoratrice.
Quello che noi, noi commissione che ha lavorato alla stesura del
documento, vi proponiamo, è, non soltanto un punto di equilibrio
tra sensibilità diverse, è – almeno questa è la mia
radicatissima opinione - l’unica linea praticabile. È cioè
l’unica linea praticabile per i comunisti, che vogliono rimanere
tali, ma vogliono essere utili ad un processo più grande.
Cosa è rimasto in campo a sinistra dopo il 13 e 14 di aprile?
Bisogna rispondere a questa domanda guardando le cose per quello
che sono. C’è chi continua a vagheggiare l’unità della sinistra.
Ho letto i documenti di Rifondazione. Vendola parla di
costituente della sinistra. Ma con chi ? Badate, il problema non
è più Sinistra democratica o i Verdi, il problema di fondo è il
rapporto con il Partito democratico, sennò ci prendiamo in giro.
Fuori da qui, la gran parte dell’elettorato pensa che la
sinistra in Italia sia rappresentata dal Partito Democratico.
Dirò di più, c’è una sorta di legittimazione reciproca tra
Berlusconi e Veltroni. Ancora oggi Berlusconi ha sostenuto che
sta “dialogando con la sinistra”, cioè con il Pd.
Guerrini diceva una cosa esatta quando sottolineava che la gran
parte dei voti del Pd sono voti di sinistra; quelli che hanno
votato Pd si autopercepiscono di sinistra, alcuni si proclamano
addirittura comunisti. Nelle regioni rosse – penso all’Emilia –
le Case del Popolo ci sono ancora, ci vanno le medesime persone
che andavano - un po’ più giovani - a portare il materiale del
Pci, poi hanno portato il materiale del Pds, poi quello dei Ds
ed oggi il materiale del Pd. Sono militanti ed elettori che
dicono “il partito”, come se fosse ancora la prosecuzione di una
vecchia storia. Questa è la realtà, il resto – brutalmente – tra
i comunisti e il Pd, non c’è.
Aggiungo: costituente di sinistra su quali basi programmatiche ?
Con quelli che hanno disertato la manifestazione del 20 ottobre?
Che hanno plaudito al protocollo welfare fin dal primo momento?
Con quelli che l’ultimo giorno d’aula alla Camera hanno votato a
favore della missione in Afghanistan? La parola sinistra
dobbiamo riempirla di contenuti, perché sennò è una parola
vuota.
Noi avanziamo una proposta diversa e cioè vogliamo riaggregare,
riunificare le due forze politiche rimaste in campo che ancora
si chiamano comuniste, da lì provare ad attrarre tutti gli altri
e le altre che si percepiscono ancora comunisti fuori dai due
partiti maggiori (uso con cautela, viste le dimensioni, questo
termine) e poi da lì muovere per provare a riaggregare tutto
quello che è rimasto a sinistra.
Approfitto, tuttavia, per rimediare ad un mio errore, facendo in
tal senso sincera autocritica. Nelle conclusioni, allo scorso
Comitato Centrale, avevo affermato che la Rete dei comunisti
attaccava sul web noi e l’area dell’Ernesto. Non è vero.
Semplicemente, ero stato informato male – sapete che io non
“navigo” in rete… - e me ne scuso con quei compagni, con i quali
vogliamo avere un rapporto serio e costruttivo.
Torniamo a noi. Michelangelo Tripodi ha usato in commissione una
espressione efficace: “Uniamo i comunisti, ma non basta”. Sono
d’accordo, tuttavia intanto facciamo una cosa. Perché ha ragione
il compagno Vacca quando dice “ma se non riusciamo ad unificare
i comunisti come facciamo ad unificare tutta la sinistra?”.
Il punto, che secondo me nel documento è scritto egregiamente, è
a cosa serve riunificare i comunisti. Serve perché così siamo un
po’ più forti? Perché uniamo due debolezze? No, la mia opinione
consolidata, e non da oggi, è che i comunisti servono nella
misura in cui agiscono come partito organizzato dei lavoratori
salariati, ne organizzano le lotte, praticano il conflitto di
classe. Questo è il punto. E allora noi vorremmo provare a
riunificare le due falci e martello perché sono i simboli del
lavoro. Rifondazione non ci starà? La incalzeremo con la nostra
proposta politica - naturalmente non dipende da noi, ma dalle
dinamiche del loro congresso, chi vincerà, chi non vincerà e
dovremmo incalzare tutta Rifondazione - non in una logica di
autoconservazione dei comunisti asserragliati nel fortilizio, ma
perché dobbiamo praticare quello che diciamo di essere, il
partito dei lavoratori per la trasformazione generale della
società.
Pochi giorni fa abbiamo distribuito 150 mila volantini nei
luoghi di lavoro, davanti agli uffici della pubblica
amministrazione. Lo abbiamo fatto e dobbiamo continuare a farlo
proprio perché il nostro congresso non sia un parlarsi addosso.
La centralità del luogo di lavoro come luogo del conflitto
sociale, la centralità del lavoro come iniziativa politica dei
comunisti: questa è la base fondamentale per riaggregare i
comunisti in Italia.
Alternatività: su questo tema c’è stato un grande dibattito,
molto allusivo e, dunque, anche molto elusivo secondo me, ma c’è
stato ed io, a mia volta, non lo voglio eludere. Cosa vuol dire
alternatività strategica al Pd, che io mi sento di sottoscrivere
in pieno ? È il fatto che il Pd in quanto tale - non solo
Veltroni - propugna un modello di americanizzazione della
politica e cioè un modello in cui due partiti simili, la destra
e il Pd, si alternano al governo ma tengono come bussola,
entrambi, due questioni fondamentali: il neoliberismo in
economia e il rapporto indissolubile con gli Usa in politica
estera.
Due punti fermi di entrambi che non vengono messi in discussione
sia che governi l’uno sia che governi l’altro. Certo ci sono
delle differenze e saremmo sciocchi a non vederle e a non
sfruttarle per far scoppiare le contraddizioni, però questo è il
senso dell’espressione “strategicamente alternativi”, perché il
nostro modello del fare politica è esattamente l’opposto di
quello americano
Ma questo impedisce di fare alleanze con il Pd ? Compagni,
saremmo dei pazzi! Le alleanze si fanno, si devono fare e c’è
scritto esplicitamente nel documento. Perché non c’è soltanto,
come qualcuno giustamente dice, il pericolo della destra
eversiva. La faccia di questo paese in 5 anni rischia di
cambiare completamente: la presidente degli industriali ha
parlato dei contratti individuali di lavoro; c’è poi la politica
sull’immigrazione, agghiacciante; c’è il tema della sicurezza
non solo nei confronti degli immigrati; c’è il problema
gravissimo del pubblico impiego, c’è una logica precisa, di
classe, in qualche caso davvero di destra eversiva, contro la
quale si deve fare argine con tutti quelli che ci stanno. Il Pd
ci starà? Non lo so, il Pd per ora flirta con Berlusconi, ma noi
dobbiamo proporglielo, chiederglielo, incalzarlo e dire che
rispetto a questa destra non si possono fare accordi di sorta. O
vogliamo lasciare il monopolio dell’opposizione a Di Pietro? Noi
dobbiamo disvelare agli occhi dell’elettorato che ha votato Pd
(e che noi vogliamo recuperare) che stanno facendo gli accordi
con Berlusconi. Chiedere al Pd di fare insieme un’opposizione
intransigente a Berlusconi è un modo di incalzarli. È una linea
di attacco, non di arrendevolezza.
Ma poi c’è un altro livello di politica delle alleanze che è
quello non nazionale. Dove il Pd governa, governa insieme a noi.
E vorrei ricordare che il Pci, che a livello nazionale era
all’opposizione anche per evidenti problemi di ordine
internazionale, a livello locale, là dove poteva, faceva le
giunte e faceva le giunte dove c’era la possibilità di fare
maggioranze di sinistra. È in contraddizione con il nostro
impianto? Secondo me no, anzi.
L’alternatività sta nel ruolo dei comunisti, che in quanto tali
propugnano una alternativa radicale. Ma attenti, questa è la
prospettiva dei comunisti, ma non è quella da qui ai prossimi
anni. Nei prossimi anni il tema non sarà come ovvio a tutti
(spero…) “operare per il superamento del capitalismo”, come
recitava un vecchio emendamento nel Pci, il tema sarà quello
della sopravvivenza. Per sopravvivere dobbiamo fare una politica
che sia credibile, cioè indicare delle cose realistiche, non il
programma massimo. Due, tre questioni e su quelle due tre
questioni contrattare con il Pd là dove si tratterà di fare
politica di alleanze.
Dove non sarà possibile, facciamo come a Massa, ce lo ricordava
il compagno Vivoli, dove abbiamo spaccato il Pd. Dove non si
riesce a costruire alleanze si va da soli, non c’è da questo
punto di vista un orientamento che valga sempre, l’orientamento
è di metodo. Confronto, verifica della possibilità di
un’alleanza su di un programma avanzato su alcune questioni,
dopo di che si sceglie sui territori. Devo dire che
larghissimamente, fino adesso, non è stato fatto così, è stato
fatto un accordo a prescindere. Ecco, nel documento si dice che
non può essere più così. A me sembra un avanzamento importante,
da assumere, da accogliere, da valutare positivamente e cioè:
prima ci confrontiamo per valutare se è possibile fare un
accordo e non il contrario, facciamo l’accordo poi vediamo il
programma. E ciò deve valere ovunque. Né accordi a prescindere,
né preclusioni all’accordo a prescindere. E’ la linea che
proponiamo nel documento congressuale e che deve valere innanzi
tutto per le prossime amministrative del 2009, nelle quali si
voterà anche in città simbolo come Bologna.
È per noi una specie di rivoluzione copernicana. È la politica.
Dobbiamo evitare che questa idea dell’unione tra comunisti
diventi una faccenda tutta ideologica, priva della politica. Se
non mettiamo in campo la politica, i programmi, le cose da fare,
le risposte ai cittadini, dai territori fino al livello
nazionale, i voti non tornano. E se non tornano i voti c’è la
consunzione del progetto comunista, altro che tenere viva la
questione comunista!
E allora io vi preannuncio che sugli emendamenti chiederò in
primo luogo ai proponenti di ritirare alcuni emendamenti che
secondo noi stravolgono il senso del documento, altrimenti
chiederò al Comitato Centrale di votare contro tali emendamenti.
Penso che il Comitato Centrale debba assumere invece quelli che
sono degli aggiustamenti o delle integrazioni al documento.
Voglio fare un esempio concreto affinché non ci siano
fraintendimenti: il documento rappresenta un equilibrio, se si
presenta un emendamento in cui si dice che l’Arcobaleno non era
una scelta necessitata e non si doveva fare, ciò stravolge
l’impianto, colpisce uno dei punti su cui si è trovata la
sintesi. Se viceversa ci sono degli emendamenti aggiustativi va
bene.
Alla fine, comunque, nella migliore delle ipotesi, ci saranno
due documenti. Uno sarà il documento che sarà votato, spero,
dalla maggioranza del comitato centrale, l’altro sarà il
documento di una parte dei compagni del comitato centrale.
Ebbene sono documenti che hanno, devono avere, pari dignità. È
una anomalia, vorrei segnalarlo, perché in un partito che adotta
il centralismo democratico teoricamente il documento è unico, a
prescindere. Però io credo che in un momento di questo genere,
di tale eccezionalità, sia del tutto legittimo, giusto e persino
utile che ci sia un altro documento con una linea diversa,
chiaramente diversa.
Al congresso dovremmo decidere se mantenere o meno la logica del
centralismo democratico. Io ho già detto che secondo me esso
deve rimanere, perché induce ad un maggiore sforzo verso la
sintesi, non cristallizza le posizioni. E dunque se così sarà,
se il congresso dirà no alle correnti, tutte le “truppe” devono
essere smobilitate perché c’è una cosa sola che non si può fare:
permettere ad alcuni quello che non si permette ad altri. Tutti.
La natura di questo partito ci rende – e faceva bene Venier a
ricordare il viaggio in America latina – diversi agli occhi dei
nostri interlocutori internazionali, che sono tanti e sono
importanti per mille ragioni. Siamo diversi ed interessanti
sulla scena internazionale. Il giudizio che viene dato dai
partiti comunisti e progressisti che governano aree vastissime e
decisive del mondo su di noi è lusinghiero. Noi abbiamo perso le
elezioni, non abbiamo più il gruppo parlamentare e nonostante
questo per la prima volta il governo cubano ci ha consegnato un
messaggio per il governo italiano, per la prima volta sulla
prima pagina del Granma c’era l’articolo sulla visita della
delegazione del Pdci, la foto mia e di Venier. Ci hanno detto:
gli interolocutori in Italia siete voi. E la stessa cosa si è
ripetuta in Venezuela dove Chavez sta facendo una cosa
gigantesca, la nazionalizzazione del petrolio e delle
telecomunicazioni per via democratica. Siamo interlocutori
credibili perché ci considerano un partito serio.
Ebbene io non vorrei dismettere questa cifra di serietà che ci
fa apprezzare in un contesto internazionale che oggi è vitale,
tanto più nella globalizzazione e nella interconnessione
mondiale di tutto con tutti. Per continuare a trasmettere questa
immagine occorre grande senso di responsabilità da parte di
tutti. Serietà, coerenza, dialettica interna, liberissima, ma
poi disciplina – nel senso migliore del termine, vorrei dire:
autodisciplina – comunista.
Vorrei sommessamente aggiungere a coloro che parlano di
frazionismo di maggioranza che io sono contrario al frazionismo
di maggioranza e non l’ho mai praticato (era l’accusa che faceva
negli ultimi anni Armando Cossutta ai nostri gruppi dirigenti).
Non c’era e non c’è frazionismo di maggioranza, c’è la
maggioranza. La maggioranza ha il dovere di cercare una sintesi,
ma se la minoranza non lavora per trovare la sintesi, la
maggioranza medesima ha il dovere di governare il partito:
cercando la sintesi certo, ma ha il dovere di governare il
partito. Questo è un principio di elementare democrazia.
L’unica cosa che posso assicurare al mio vecchio, carissimo
amico Giovanni Bacciardi è che per quanto mi riguarda farò uno
sforzo perché il centralismo sia sempre più democratico. Non
credo che sia il tempo delle divisioni tra noi. Mi dispiace
molto che ci sia un altro documento, ma non lo contrasterò con
argomenti surrettizi. Starò alla politica e basta, con
correttezza e con pacatezza, perché non si può trasformare la
divisione politica in guerra di religione, in odio teologico.
Lavorerò in questo senso, nella convinzione che si possa
svolgere un congresso libero e sereno e non escludo che alla
fine – fatti tutti i congressi territoriali – la nostra assise
nazionale possa essere unitaria. Vedremo se riusciremo a
convincere le compagne ed i compagni che oggi sono su posizioni
diverse. Il mio non è un appello finale, sapete che penso che
gli appelli non servano a nulla. No, è la politica. Noi ci
stiamo giocando l’osso del collo, carissime compagne e compagni.
In questo Comitato Centrale discuteremo gli emendamenti.
Discuteremo di un documento politico del quale resterà impresso
il messaggio fondamentale: e cioè l’unità delle forze comuniste
come premessa per l’unità più grande della sinistra. Questo è il
messaggio che passerà. Tutto il resto, le singole parole, la
modificazione di questa o quell’altra frase, l’inclusione di
questa o quell’altra cosa, le sottili sfumature, interesseranno
- e aggiungo pochissimo - solo ad alcuni dei presenti qui.
Cerchiamo di guardare il mondo fuori dal bunker, perché se uno
guarda il mondo solo dalla feritoia vede pochissimo del mondo
esterno. E il mondo esterno è molto più brutto di quanto alcuni
di noi – illudendosi – vagheggiano.