COMITATO CENTRALE

Le conclusioni di Oliviero Diliberto


Roma, 11 maggio 2008

Fatemi innanzitutto manifestare, in apertura, solidarietà alle compagne e ai compagni, purtroppo non pochi, che sono stati oggetto in questi ultimi giorni, dalle elezioni in avanti, di minacce e aggressioni in giro per l’Italia

C’è una recrudescenza fascista, nel senso stretto, che si fa più baldanzosa - come è ovvio dopo questi risultati - e si manifesta nelle forme più diverse: dalle minacce sul web nei confronti del compagno segretario della federazione di Roma, alle minacce a Catania contro il compagno Licandro e i compagni che dovrebbero entrare nelle nostre liste per le comunali. Inoltre, stanno avvenendo molte aggressioni a sezioni in giro per l’Italia.

Non è una solidarietà ovvia. Lo dico perché è alto il rischio dell’autoreferenzialità nella nostra discussione. Così si perde di vista il contesto, quello che sta succedendo in Italia, che è davvero preoccupante. Perché se da un lato ci sono Fini simbolicamente presidente della Camera e Alemanno sindaco di Roma, c’è poi una galassia di fascisti e neonazisti, o di leghisti di estrema destra, che si sentono oggi protetti e che godono di una sorta di impunità. C’è il tentativo di derubricare i fatti di Verona, giganteschi, a bullismo: il presidente della Camera ha potuto dire che è più grave bruciare una bandiera che ammazzare un ragazzo. Vorrei che la nostra discussione si svolgesse tenendo conto di tutto questo, altrimenti perdiamo di vista quel che sta succedendo, anzi è successo, e quel che può ancora succedere in Italia.

A proposito di bandiere israeliane bruciate, una precisazione, affinché non vi siano equivoci: se non ci fosse stato il Comitato centrale io avrei sfilato a Torino, con i compagni, alla manifestazione contro la decisione di invitare Israele, come ospite d’onore, alla Fiera del libro. Come è noto l’ho già fatto in passato, attirandomi di tutto: dalle cartoline dell’ambasciatore israeliano a Roma, mandate a tutti i deputati, con la mia foto insieme ad Arafat, e l’accusa di essere un terrorista, sino a una campagna dissennata contro il nostro partito e contro la mia persona. La nostra posizione sulla manifestazione sulla Palestina e in generale sulle vicende internazionali è espressa magnificamente dal compagno Iacopo Venier che gode della fiducia di tutti noi.

Nella discussione di ieri e di oggi, tranne rare eccezioni, il contesto di cui ho parlato, è un po’ stato omesso. Ho davvero apprezzato molto l’intervento di Chieppa, perché ha proprio messo in guardia dal rischio che discutiamo solo di noi stessi. Compagni, se parliamo solo di noi stessi non comprendiamo nulla. Sono stati pochi gli interventi che hanno davvero affrontato obiettivamente l’analisi della fase attuale. Lo dico non per criticare, ma per dire che dobbiamo provare a vedere il mondo non dalla feritoia del bunker dove siamo asserragliati, ma a 360°. Ho sentito molte compagne e molti compagni fare proposte, tutte o quasi condivisibili, ma vi chiedo: noi abbiamo la forza per fare quello che diciamo di voler fare? Vi dico con molta schiettezza che la parola d’ordine che mi sono dato è "salviamo il salvabile": primum vivere, e provare a porre le condizioni per un riscatto che avverrà quando si determineranno le condizioni  nella società italiana.

Badate che la svolta a destra - complessiva, non solo degli equilibri politici ma anche del senso comune - è impressionante sotto tutti i punti di vista: da quello valoriale a quello della gerarchia dei problemi che vivono gli italiani. E questo con dei paradossi: prima delle elezioni tutti i sondaggi dicevano che il primo problema secondo i giovani era il precariato; dopodiché non è che gli elettori hanno votato quelle forze che dicevano di volerlo abolire. E attenzione: il fenomeno di americanizzazione passa anche attraverso il fatto che non voti più sulla base dei tuoi interessi materiali ma sulla base di grandi valori, di grandi opzioni, di parole d’ordine. E’ esattamente il modello americano per cui Bush ha potuto vincere con le battaglie antiabortive, con le battaglie della conservazione ultracattolica, dell’idea della potenza americana. Pagliarini diceva «si sentono tutti soli»: ma quando uno si sente solo la risposta è una risposta di destra, non di sinistra; perché la risposta di sinistra è quella della comunità, del collettivo, della classe.

Non so quanti compagni abbiano chiaro - chiaro fino in fondo, con tutte le conseguenze che questo comporta - che si è aperta in Italia una fase di drammatica, lunghissima marginalizzazione dei comunisti. E’ tempo di fare un’analisi davvero schietta. La sinistra in Italia è fatta, oggi, da un partito che non è di sinistra, per sua stessa autodefinizione: Veltroni ha detto che il Pd non è di sinistra. Ma i vecchi elettori emiliani del Pci, che poi hanno votato Pds, poi Ds e oggi Partito democratico hanno la percezione di essere di sinistra. Poi ci siamo noi. E’ questa la situazione attuale a sinistra ("sinistra" ovviamente intesa nel modo che ho appena declinato). Nel mezzo c’è un pezzo di ceto politico che non a caso Veltroni ha subito chiamato: ieri hanno eletto Fava a coordinatore nazionale di Sinistra democratica e subito Veltroni lo ha chiamato: «parliamo». E’ naturale che accada. I Verdi vanno a Congresso, nel disastro generale, ma con questa opzione: ritagliarsi una nicchia di sopravvivenza per una parte di ceto politico dentro il Partito democratico. Anche nella stessa Rifondazione c’è un dibattito del genere. Non è esplicitato, nei documenti non leggerete niente di tutto ciò, ma è questo il dibattito che c’è dentro Rifondazione. Allora, in questo contesto, marginalizzare i comunisti diventa più facile. Perché siamo pochi.

Nel mondo le cose vanno decisamente peggio, ma non è una grande soddisfazione. Anche se io – sarà forse per una mia vecchia appartenenza internazionalista – continuo a pensare che sia utile avere un movimento crescente in America latina, ma anche in Europa per certi versi e aggiungo, sapendo che questo è un tema di discussione, anche in Libano e in Medio Oriente, dove abbiamo rapporti significativi ed una interlocuzione positiva. Avere questo quadro mondiale è utile anche a noi, che facciamo parte di un contesto internazionale; e ne facciamo parte, solidamente, proprio per il buon lavoro che è stato svolto.

Ma tornando all’Italia: come si esce dalla marginalità? In un tempo lungo compagni. Si esce sapendo di essere minoranza ma praticando una politica che cerchi di non essere minoritaria. Qui è stata fatta una distinzione, un po’ di lana caprina, dicendo "dobbiamo parlare ai comunisti e non alla sinistra". No, compagni. Si parla a tutto il paese. Non è che si parla alla sinistra o ai comunisti, si parla a tutta la società italiana, perché dobbiamo avere l’ambizione di andare a riprendere i voti popolari che non sono più andati a sinistra.

Il rischio più grande è la inutilità. Uso volutamente questa espressione forte. Il rischio più grande per una forza come la nostra non è quello di "essere percepiti" come inutili, ma di "essere" inutili. E possiamo essere inutili in due declinazioni. Da un lato dicendo "ma in fondo anche se si fa solo testimonianza va bene". No, non va bene. I comunisti non hanno mai fatto testimonianza. I primi cristiani lo hanno fatto, ma quelli erano i martiri. Noi oggi siamo nicchia compagni, ma non dobbiamo limitarci alla nicchia, non dobbiamo essere felici di essere nicchia. E il rischio che la sconfitta determini una chiusura è serio. Però, ho detto, c’è anche un altro rischio: e cioè i compagni e le compagne che sono intervenuti e dicono: "sì, l’Arcobaleno è fallito, ma è fallito perché è stata un’operazione di vertice... è stato fatto male... c’è stato un problema di tempo…". Compagni l’Arcobaleno è fallito. Punto. E continuare a inseguire quella strada è perseverare diabolicamente. Non c’è più nulla al di fuori dei comunisti. Non ci sono più le forze politiche. C’è un popolo. Altroché. E a quel popolo noi dobbiamo rivolgerci.

Qualcuno ha detto: "avete stravolto la linea". Anzi, che io ho stravolto la linea la sera delle elezioni, quando sono andato in televisione e ho detto: «Compagni, nervi saldi; ripartiamo da quello che c’è; ripartiamo dai comunisti». Vorrei ricordare che a più riprese noi abbiamo detto a Rifondazione comunista, da due anni a questa parte, che erano finite le ragioni che avevano portato alla scissione del ‘98.

Compagni, abbiamo una memoria cortissima. Abbiamo chiuso la Festa nazionale di Rinascita, l’anno scorso, con una cosa inconsueta: io e Giordano insieme. Non il comizio del segretario, ma un incontro a due. Quindi questo passaggio di riunificazione, per lo meno dei due partiti comunisti esistenti, non è un’acquisizione del lunedì pomeriggio; è una cosa che avevamo già maturato e sostenuto da un paio d’anni a questa parte.

Voglio dire una cosa a chi ha parlato di stravolgimento della linea: compagni, se il segretario del partito non fosse andato in televisione quella sera, a lanciare un messaggio positivo, di tenuta, il rischio "otto settembre, tutti a casa" in questo partito ci sarebbe stato. Se stiamo qui a discutere di come procedere verso questo nuovo inizio è appunto perché il partito ha tenuto. Dovevamo stare zitti? Dovevamo attendere di poter riunire il Comitato centrale, magari dopo una settimana o dopo il secondo turno alle amministrative? Compagni, dopo quel risultato bisognava essere in campo subito. E’ da qui che nasce l’idea della riunificazione delle forze comuniste in Italia.

Non voglio eludere il tema politico del Partito democratico, perché sarà oggetto della discussione congressuale. Ma voglio essere molto netto e spero di essere altrettanto chiaro: a questo Partito democratico, con questo gruppo dirigente, con questa linea, con questa impostazione sotto tutti i profili (quello economico, quello istituzionale, quello internazionale), noi siamo alternativi. Non possiamo non essere alternativi al Pd. Ma possiamo accontentarci di dire questo? O non dobbiamo incalzare per far emergere le contraddizioni dentro il Partito democratico? Va articolato il giudizio. Evitiamo le semplificazioni. Il compagno Chieppa, ancora una volta, faceva l’esempio di Torino, dove governiamo insieme con il Pd. Ma in tutta Italia, dove il centro sinistra è al governo delle amministrazioni locali - tranne in Campania, dove com’è noto siamo all’opposizione, unici - noi governiamo col Pd. Laddove c’è un governo territoriale di centrosinistra noi siamo al governo con il Pd. Allora noi dobbiamo capovolgere il tema e dire: vi sono le condizioni programmatiche per un’alleanza col Pd? Laddove queste condizioni vi sono noi siamo alleati col Pd. Su scala nazionale, oggi, con questi equilibri, con questa linea, non possiamo allearci con il Partito democratico, e infatti siamo alternativi.

Ma attenzione a mettere sullo stesso piano Pd e Pdl. Non che lo abbia fatto qualcuno qui, ma è bene precisarlo. Attenzione, perché ancora una volta saremmo di uno schematismo e di una rozzezza assoluta, pari a quella di quando Bertinotti diceva «centrodestra e centrosinistra per me pari sono». Non sono pari.

Questo comporterà che il nostro Documento politico dovrà essere un Documento politico che nella chiarezza trovi le forme, ma anche la sostanza, per dire questa linea che io proporrò al Comitato centrale, poi alla Commissione politica e successivamente al Congresso. Su questa linea, che è la politica delle alleanze, articolata, non c’è una posizione tranchant che valga per tutti i luoghi e per sempre. Tutto cambia. Può anche darsi che siano loro alternativi a noi, che entrino loro nell’ordine di idee di escluderci a tutti i livelli. In Emilia c’è un dibattito interno al Pd. Cofferati non ci vuole. Ha detto che, se sarà ricandidato, andrà da solo alle elezioni… e perderà. Errani, nella stessa regione e nello stesso partito ha detto: «No, noi dobbiamo fare l’alleanza con la sinistra». Noi siamo disinteressati a questo dibattito? Io credo di no. Perché noi dobbiamo operare politicamente sulla base delle diverse condizioni che di volta in volta si determinano. E secondo me - questo, ripeto, sarà oggetto di battaglia congressuale - noi non dobbiamo tifare per D’Alema o per Veltroni. Può darsi che D’Alema proponga una cosa per noi persino peggio di quella che propone Veltroni. Perché, come ho detto nella relazione, D’Alema vuole aprire alla sinistra ma vuole aprire a quel pezzo di sinistra "buona", "presentabile". Noi ora dobbiamo preoccuparci della nostra linea politica e declinarla, da qui fino a quando sarà - io temo per i prossimi cinque anni che durerà il governo Berlusconi - dicendo che laddove è possibile fare le alleanze si faranno e laddove non è possibile no. Ma non possiamo autoescluderci da tutto perché sarebbe un suicidio politico.

Cosa proponiamo? Proponiamo l’adesione all’appello che è stato avanzato da un gruppo i cui primi firmatari ormai tutti conoscete. L’appello chiede una cosa a noi, al Prc e a tutti i comunisti d’Italia che non fanno parte del Pdci e di Rifondazione: siete disponibili ad avviare un processo che per ricostruire la sinistra inizi dai comunisti? Noi, come Direzione e ora lo chiedo al Comitato centrale, rispondiamo di sì: siamo disponibili ad avviare questo processo. E oggi, in questo Comitato centrale, indiciamo un Congresso nel quale si mette il nostro partito a disposizione di questo processo unitario tra i comunisti. Tuttavia, noi non stiamo facendo un Congresso di scioglimento del Pdci. Stiamo facendo un Congresso nel quale il Pdci sceglie una linea. Questa linea è quella che può portare - ovviamente molto dipenderà da quello che succede dentro Rifondazione - nel giro dei mesi successivi a un nuovo (non "grande" compagni, non usate questo termine) Partito Comunista. Un partito che non si potrà chiamare Pci – perché il nome è proprietà dei Ds – ma che si potrà chiamare "Partito Comunista", in modo tale che si superino le vecchie sigle, le vecchie appartenenze. Io credo che questo si possa fare, ma non dipende solo da noi. E dunque noi rischieremmo, se facessimo un Congresso di scioglimento, di essere gli unici che si sciolgono: bel risultato. Francamente la nostra linea è che siamo pronti alla riunificazione ma vediamo quali sono le forze in campo.

Oggi indiciamo il Congresso. Voteremo, alla fine della seduta, la Commissione politica. C’è stata una discussione larghissima, come tra tifoserie, tra chi è per un Congresso a documento inemendabile e chi è per un Congresso a tesi emendabili. La maggioranza dei compagni, a me sembra, si è schierata per un documento non emendabile. Ma io sono il segretario di tutti, anche di chi vuole il Congresso a tesi emendabili. Ho il dovere di tenere conto di questo e del fatto che non si tratta di pochi compagni. Quindi, chiedo al Comitato centrale di accogliere la proposta che è stata qui avanzata da Francescaglia e anche da De Santis: verifichiamo nel lavoro della Commissione politica se vi sono le condizioni politiche per un documento unitario, e poi, nel prossimo Comitato centrale che deciderà le regole del Congresso, decideremo anche come andare a Congresso.

Verifichiamo prima la politica e poi le regole, che è sempre buona norma. L’idea che noi adesso facciamo il referendum sul modello di Congresso non è un buon modo di concepire l’unità del partito di cui tutti hanno parlato. Resto convinto che se vi sono differenze strategiche è bene che vi siano più documenti. Ma se non vi sono differenze strategiche, allora si deve lavorare per la sintesi. La sintesi non si può fare se le differenze sono strategiche, ma se sono marginali si può lavorare per trovare una sintesi positiva, come personalmente ho sempre fatto.

Anche perché, questa idea degli emendamenti andrebbe ragionata. Facciamo degli esempi concreti: si parte dal basso, dalle sezioni? Ogni sezione può fare degli emendamenti che poi arrivano al Congresso nazionale? Sarebbe una situazione caotica. Lo abbiamo visto al primo Congresso di Rifondazione e tutti abbiamo verificato che era un sistema ingestibile. Oppure: vi sono emendamenti che vengono presentati al Comitato centrale, e che poi obbligatoriamente devono essere discussi in tutte le sezioni? Può anche essere quella una strada.

Ma, ripeto, io resto persuaso che se si trova l’accordo politico, strategico, c’è "un" documento, c’è una sensibilità politica nel partito che si è manifestata e che va rispettata. Chi invece non è d’accordo sull’impianto, cioè sulla riunificazione delle forze comuniste, allora presenti un documento diverso. Non si può tenere tutto assieme perché vorrebbe dire non fare chiarezza. Nel 2007, cioè appena un anno fa, abbiamo fatto un congresso con il 99,9% di voti favorevole. In realtà quel Congresso non ci è servito, è stato un bel congresso, ma non è stato un Congresso di chiarezza politica. E allora io lavorerò per l’unità e la sintesi, ovviamente nella chiarezza politica.

Dopo il lavoro della Commissione politica si arriverà a una riunione del Comitato centrale in cui decideremo sul da farsi. Spero che lo decideremo stabilendo delle regole che non vengano vissute da nessuno come il taglio della democrazia, della partecipazione, della possibilità di intervenire e dire la propria. Dobbiamo trovare regole le più condivise possibili, affinché nessuno possa dire che questo Congresso non sarà stato, appunto, quello che tutti diciamo di voler fare, e cioè un Congresso vero, di discussione. Anche perché, compagni, un altro tipo di congresso non ci servirebbe, sarebbe l’ennesima passerella inutile.

Al Congresso bisogna ragionare su tante cose, tra cui quali organismi dirigenti fare. Ho avanzato la proposta che la prossima volta ci sia anche una commissione istruttoria, l’ho chiamata Commissione statuto, che possa mettere mano a un "mini-cambio" della forma partito. Cioè un partito che sia in grado di partecipare al processo di riunificazione, ma che sia anche in grado di funzionare in sé. Serve uno snellimento dei gruppi dirigenti. Non è vero che più siamo e più democrazia c’è. Possiamo anche decidere di fare un organo di rappresentanza politica dei territori, bisogna ragionare.

Poi, servono gruppi dirigenti che siano davvero gruppi dirigenti. Con un rinnovamento generazionale: sono emersi in questi dieci anni compagne e compagni molto bravi, più giovani della mia generazione, che devono essere promossi alla guida del partito. Io mi batterò per questo perché è del tutto evidente che il mio è un ruolo di traghettatore verso un altra dimensione del partito. Sono convinto che il modello da Pcus, o anche da Pci di una volta, per cui le cariche sono vitalizie non funziona più. Una compagna è intervenuta dicendo: «Voi avete avuto la fortuna di conoscere il Pci, noi che siamo giovani non abbiamo avuto questa fortuna». Io rispondo che avete una fortuna incommensurabilmente più grande: siete giovani. Non avendo conosciuto il Pci non avete neanche le nostre scorie. Noi abbiamo una grande tradizione, una grande storia, una cultura politica, ci hanno fatto fare le scuole quadri. Tante belle cose. Ma di sconfitta in sconfitta è dura tirare la baracca.

Molto in questo processo di riunificazione dipenderà anche da Rifondazione comunista: da chi vincerà in quel partito; se chi vincerà andrà verso un sostanziale scioglimento in direzione della riedizione di un Arcobaleno rinnovato e rivisto; o se rimarrà il Partito della Rifondazione Comunista in quanto tale; o se si staccheranno dei pezzi. Al momento non lo sappiamo. Possiamo fare previsioni ma sono previsioni che si valuteranno tutte nel corso di due mesi, non di più. Allora noi dobbiamo avere la grande capacità - e facciamo il Congresso in parallelo anche per questo - di modulare la proposta politica sulla base di quello che succede dentro Rifondazione. E io sono per fare il nostro Congresso nel modo più accogliente possibile, se ci riusciamo. Accogliente significa che noi non chiediamo banalmente "venite con noi". Noi vogliamo andare tutti insieme in una cosa possibilmente più grande. La Commissione politica ha quindi un grosso rilievo.

Voglio dire due ultime cose sulla politica. Ho parlato nella relazione dell’iniziativa di avanzare delle proposte di legge di iniziativa popolare sulle quali raccogliere le firme. Ci sono state alcune proposte di integrazione, in particolare sul Mezzogiorno. Ritengo sia giusto, dal momento che noi con queste tre proposte di legge parliamo a segmenti di "garantiti". Il Mezzogiorno ha problemi molto più seri, di salario sociale, di disoccupazione, di precariato. Studieremo la formula per inserire nella prima proposta di legge, quella sulla reintroduzione della scala mobile, un articolo che parli a quel segmento che non ha un salario e quindi non può avere un potere d’acquisto garantito.

Ma su questo tema, voglio dirlo con franchezza, hanno parlato solo in tre. Sul lavoro che c’è da fare hanno parlato in tre su oltre cento interventi. Compagni, se noi non facciamo iniziativa politica possiamo fare tutti i convegni del mondo, ma alla fine davanti ai luoghi di lavoro ci va la Lega. Questo significa che il tema della militanza va riaffrontato. E la militanza non è gli uni contro gli altri qua dentro. La militanza è il fatto che, una volta al mese - badate che mi sono anche tenuto basso - si vada con i banchetti, con le bandiere e con le proposte e le iniziative che ci saranno, a parlare e ad ascoltare i lavoratori. O si fa così o scompariamo.

Questo sarà verificato. Io sono per tornare all’antico su queste cose: dare gli obiettivi della raccolta delle firme, come si faceva una volta. Ogni federazione avrà gli obiettivi da raggiungere e vedremo chi li raggiungerà e chi no; e sulla base di questo, anche al congresso, valuteremo i gruppi dirigenti. Quindi faremo una valutazione non soltanto basata sulla logica degli schieramenti interni ma sul lavoro politico che è stato prodotto.

La seconda questione, compagni, è delicata. Ma è arrivato il momento di affrontarla. La si affronterà al Congresso quando ragioneremo sullo Statuto. In questo ultimo anno, grosso modo dal Congresso precedente in avanti, quella solidarietà reciproca che tra noi c’era sostanzialmente sempre stata – e chi non la manifestava era già uscito dal partito nel 2006 – si è molto affievolita. Il rispetto delle persone si è molto affievolito. Io ho spalle molto larghe e credo di essere solido. Però, vi assicuro, che oltre a tanti attestati di affetto, molti, ricevere una quantità di insulti come "traditore del comunismo", non è un buon modo di fare lotta politica. Anzi, è pessimo.

Anche nei momenti di massimo scontro - e penso ai momenti di tensione con l’ex presidente - io, contrariamente a lui, non ho mai detto una parola fuori posto. E ne avrei avuto di che dire, vi assicuro. Altrettanto oggi credo che si debbano mettere a tacere le campagne denigratorie, non solo nei miei confronti ma anche di chiunque in questa sala. Se abbiamo un progetto comune, una impresa da fare insieme, e se siamo ridotti come siamo ridotti, ma perché passare il tempo a occuparci di queste miserie umane invece che fare un po’ di politica ?

Non accetto che si dica che il Congresso viene fatto per le elezioni europee. Non ho nessuna intenzione di fare il parlamentare europeo, e l’ho dimostrato ritirando la candidatura dalla Camera, pur essendo segretario del partito. Compagni, c’è un unico modo per dimostrare di non essere attaccati alle poltrone: lasciarle. Dunque, questo mi sembra ingeneroso.

Così come, su un altro versante, non mi piace la gara a chi è più comunista. C’è sempre qualcuno che è più comunista. Ci sono alcuni che fanno già parte di partiti "ultracomunisti", a loro dire, i quali partiti ultracomunisti non ce l’hanno solo con noi, ma ce l’hanno anche con alcune parti di Rifondazione, ce l’hanno con L’Ernesto.

Se andate a vedere i siti della Rete dei comunisti, non è che attaccano Bertinotti, attaccano Diliberto, Giannini, Pegolo, Sorini. Perché c’è sempre qualcuno più comunista. Infatti, se voi andate a guardare quelli del Partito marxista leninista italiano, vedrete che a loro volta attaccano Ferrando e Turigliatto, dicendo che loro sono gli unici veri comunisti; sono presenti solo ad Ischia ma pretendono di essere gli unici interpreti del verbo comunista.

Compagni bisogna piantarla! Perché posso accettare qualunque cosa, posso accettare di essere sconfitto, ma non posso accettare di passare per un cretino. Noi rischiamo il ridicolo se si va su questa china. Non dobbiamo fare gli errori che abbiamo fatto con Rifondazione nel 1991. Non è che il processo di riunificazione delle forze comuniste ci fa tornare a discutere come se fossimo a prima del Congresso di Lione tra bordighiani e gramsciani, o ci deve far tornare a discutere con i trotzkisti. No compagni, non funziona così. Perché ci ritroveremmo il giorno dopo esattamente a rivivere lacerazioni, scissioni e quant’altro.

Partiamo dai comunisti... normali. Perché la platea potenziale è fatta da quelli che due anni fa hanno votato per noi e per il Prc. E poi c’è una platea di giovani, giovanissimi, che sono quelli di "un altro mondo è possibile", che ingenuamente, quando dicono "un altro mondo è possibile" declinano, in modo nuovo perché sono giovani, quello che diciamo noi, che vogliamo cambiare il mondo, che vogliamo superare il capitalismo, che vogliamo combattere l’imperialismo.

Mi ha colpito l’intervento di Barsella quando ha detto: «Ho scoperto dopo di essere comunista, ma io già pensavo che il capitalismo non fosse l’ultimo approdo dell’umanità». E’ così, è un processo, è una maturazione. Allora dobbiamo fare in modo che questo progetto collettivo abbia un appeal, che rappresenti aria fresca, che ci permetta di incontrare e reincontrare i giovani, i lavoratori precari, che non ci guardano come un punto di riferimento evidentemente perché non facciamo abbastanza. Se nelle borgate romane i giovani vengono aggregati dai fascisti, sarà un problema nostro? Certamente è un problema nostro. Allora tutto questo deve essere fatto non con formule vecchie e schemi vecchi, ma viceversa deve essere fatto con la più grande apertura verso il futuro.

Torno alla discussione interna. Vi cito un titolo su cui la commissione interna dovrà pensare e che al congresso dovremo sciogliere. Noi abbiamo scelto il modello del centralismo democratico due congressi fa. Dobbiamo stabilire se lo vogliamo ancora o no, ma sulla base di una discussione vera e schietta. Io non ho nessuna difficoltà se c’è, non una maggioranza, ma anche solo un pezzo significativo del partito, a dire che questo può essere un partito anche con le correnti. Perfino nel primo Pcus c’erano. Questo è un tema da affrontare con laicità, non come un tabù. Dobbiamo decidere se vogliamo legalizzare o meno le correnti, mettiamola così. E’ la verità. Io sono perché questa discussione avvenga con trasparenza tra noi, in modo che si sappia dopo il Congresso se ci sono o non ci sono le correnti. Ma questo lo dobbiamo scrivere nello Statuto. Perché se si dice che dal centralismo democratico non si può tornare indietro, allora le correnti bisogna scioglierle. Tutte. Io non ne ho mai fatta una, come è noto, perché mi sono sempre sforzato di essere il segretario di tutti, e anzi questo mi viene rimproverato da alcuni. Io continuerò a fare il segretario di tutti, comunque. Non mi iscrivo a correnti.
Però può anche darsi che per lealtà tra noi si vada verso una cosa di questo genere. Anche perché, se siamo una novità politica, questo può essere pure un elemento di trasparenza. Se sono tendenze politiche esplicitiamole, in modo che tra noi non ci sia un non detto e non ci sia in ogni riunione della Direzione o del Comitato centrale chi rimprovera una cosa all’altro. Abbiamo il Congresso, è l’occasione giusta per affrontare questo tema. Io sono pronto ad affrontarlo, in un senso o nell’altro; ma quello che decidiamo nel Congresso, il giorno dopo dovrà essere rispettato da tutti.



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Fortissime perplessità sullo "statuto dei lavori"
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A UN ANNO DA BELLARIA
La confederazione della Sinistra per il lavoro, la pace e i diritti
di Oliviero Diliberto
Da "La Rinascita della Sinistra"

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 del 26 gennaio 2002

La relazione del Segretario, O. Diliberto
"Due campagne nazionali su giustizia e lavoro"

Le conclusioni di Diliberto
"Il partito cresce ovunque, continuiamo così"

Dopo Bellaria
I compiti di chi guarda avanti per costruire
di Carlo Benedetti
Da "La Rinascita della Sinistra"