Fatemi innanzitutto manifestare, in apertura, solidarietà alle
compagne e ai compagni, purtroppo non pochi, che sono stati
oggetto in questi ultimi giorni, dalle elezioni in avanti, di
minacce e aggressioni in giro per l’Italia
C’è una recrudescenza fascista, nel senso stretto, che si fa più
baldanzosa - come è ovvio dopo questi risultati - e si manifesta
nelle forme più diverse: dalle minacce sul web nei confronti del
compagno segretario della federazione di Roma, alle minacce a
Catania contro il compagno Licandro e i compagni che dovrebbero
entrare nelle nostre liste per le comunali. Inoltre, stanno
avvenendo molte aggressioni a sezioni in giro per l’Italia.
Non è una solidarietà ovvia. Lo dico perché è alto il rischio
dell’autoreferenzialità nella nostra discussione. Così si perde
di vista il contesto, quello che sta succedendo in Italia, che è
davvero preoccupante. Perché se da un lato ci sono Fini
simbolicamente presidente della Camera e Alemanno sindaco di
Roma, c’è poi una galassia di fascisti e neonazisti, o di
leghisti di estrema destra, che si sentono oggi protetti e che
godono di una sorta di impunità. C’è il tentativo di derubricare
i fatti di Verona, giganteschi, a bullismo: il presidente della
Camera ha potuto dire che è più grave bruciare una bandiera che
ammazzare un ragazzo. Vorrei che la nostra discussione si
svolgesse tenendo conto di tutto questo, altrimenti perdiamo di
vista quel che sta succedendo, anzi è successo, e quel che può
ancora succedere in Italia.
A proposito di bandiere israeliane bruciate, una precisazione,
affinché non vi siano equivoci: se non ci fosse stato il
Comitato centrale io avrei sfilato a Torino, con i compagni,
alla manifestazione contro la decisione di invitare Israele,
come ospite d’onore, alla Fiera del libro. Come è noto l’ho già
fatto in passato, attirandomi di tutto: dalle cartoline
dell’ambasciatore israeliano a Roma, mandate a tutti i deputati,
con la mia foto insieme ad Arafat, e l’accusa di essere un
terrorista, sino a una campagna dissennata contro il nostro
partito e contro la mia persona. La nostra posizione sulla
manifestazione sulla Palestina e in generale sulle vicende
internazionali è espressa magnificamente dal compagno Iacopo
Venier che gode della fiducia di tutti noi.
Nella discussione di ieri e di oggi, tranne rare eccezioni, il
contesto di cui ho parlato, è un po’ stato omesso. Ho davvero
apprezzato molto l’intervento di Chieppa, perché ha proprio
messo in guardia dal rischio che discutiamo solo di noi stessi.
Compagni, se parliamo solo di noi stessi non comprendiamo nulla.
Sono stati pochi gli interventi che hanno davvero affrontato
obiettivamente l’analisi della fase attuale. Lo dico non per
criticare, ma per dire che dobbiamo provare a vedere il mondo
non dalla feritoia del bunker dove siamo asserragliati, ma a
360°. Ho sentito molte compagne e molti compagni fare proposte,
tutte o quasi condivisibili, ma vi chiedo: noi abbiamo la forza
per fare quello che diciamo di voler fare? Vi dico con molta
schiettezza che la parola d’ordine che mi sono dato è "salviamo
il salvabile": primum vivere, e provare a porre le condizioni
per un riscatto che avverrà quando si determineranno le
condizioni nella società italiana.
Badate che la svolta a destra - complessiva, non solo degli
equilibri politici ma anche del senso comune - è impressionante
sotto tutti i punti di vista: da quello valoriale a quello della
gerarchia dei problemi che vivono gli italiani. E questo con dei
paradossi: prima delle elezioni tutti i sondaggi dicevano che il
primo problema secondo i giovani era il precariato; dopodiché
non è che gli elettori hanno votato quelle forze che dicevano di
volerlo abolire. E attenzione: il fenomeno di americanizzazione
passa anche attraverso il fatto che non voti più sulla base dei
tuoi interessi materiali ma sulla base di grandi valori, di
grandi opzioni, di parole d’ordine. E’ esattamente il modello
americano per cui Bush ha potuto vincere con le battaglie
antiabortive, con le battaglie della conservazione
ultracattolica, dell’idea della potenza americana. Pagliarini
diceva «si sentono tutti soli»: ma quando uno si sente solo la
risposta è una risposta di destra, non di sinistra; perché la
risposta di sinistra è quella della comunità, del collettivo,
della classe.
Non so quanti compagni abbiano chiaro - chiaro fino in fondo,
con tutte le conseguenze che questo comporta - che si è aperta
in Italia una fase di drammatica, lunghissima marginalizzazione
dei comunisti. E’ tempo di fare un’analisi davvero schietta. La
sinistra in Italia è fatta, oggi, da un partito che non è di
sinistra, per sua stessa autodefinizione: Veltroni ha detto che
il Pd non è di sinistra. Ma i vecchi elettori emiliani del Pci,
che poi hanno votato Pds, poi Ds e oggi Partito democratico
hanno la percezione di essere di sinistra. Poi ci siamo noi. E’
questa la situazione attuale a sinistra ("sinistra" ovviamente
intesa nel modo che ho appena declinato). Nel mezzo c’è un pezzo
di ceto politico che non a caso Veltroni ha subito chiamato:
ieri hanno eletto Fava a coordinatore nazionale di Sinistra
democratica e subito Veltroni lo ha chiamato: «parliamo». E’
naturale che accada. I Verdi vanno a Congresso, nel disastro
generale, ma con questa opzione: ritagliarsi una nicchia di
sopravvivenza per una parte di ceto politico dentro il Partito
democratico. Anche nella stessa Rifondazione c’è un dibattito
del genere. Non è esplicitato, nei documenti non leggerete
niente di tutto ciò, ma è questo il dibattito che c’è dentro
Rifondazione. Allora, in questo contesto, marginalizzare i
comunisti diventa più facile. Perché siamo pochi.
Nel mondo le cose vanno decisamente peggio, ma non è una grande
soddisfazione. Anche se io – sarà forse per una mia vecchia
appartenenza internazionalista – continuo a pensare che sia
utile avere un movimento crescente in America latina, ma anche
in Europa per certi versi e aggiungo, sapendo che questo è un
tema di discussione, anche in Libano e in Medio Oriente, dove
abbiamo rapporti significativi ed una interlocuzione positiva.
Avere questo quadro mondiale è utile anche a noi, che facciamo
parte di un contesto internazionale; e ne facciamo parte,
solidamente, proprio per il buon lavoro che è stato svolto.
Ma tornando all’Italia: come si esce dalla marginalità? In un
tempo lungo compagni. Si esce sapendo di essere minoranza ma
praticando una politica che cerchi di non essere minoritaria.
Qui è stata fatta una distinzione, un po’ di lana caprina,
dicendo "dobbiamo parlare ai comunisti e non alla sinistra". No,
compagni. Si parla a tutto il paese. Non è che si parla alla
sinistra o ai comunisti, si parla a tutta la società italiana,
perché dobbiamo avere l’ambizione di andare a riprendere i voti
popolari che non sono più andati a sinistra.
Il rischio più grande è la inutilità. Uso volutamente questa
espressione forte. Il rischio più grande per una forza come la
nostra non è quello di "essere percepiti" come inutili, ma di
"essere" inutili. E possiamo essere inutili in due declinazioni.
Da un lato dicendo "ma in fondo anche se si fa solo
testimonianza va bene". No, non va bene. I comunisti non hanno
mai fatto testimonianza. I primi cristiani lo hanno fatto, ma
quelli erano i martiri. Noi oggi siamo nicchia compagni, ma non
dobbiamo limitarci alla nicchia, non dobbiamo essere felici di
essere nicchia. E il rischio che la sconfitta determini una
chiusura è serio. Però, ho detto, c’è anche un altro rischio: e
cioè i compagni e le compagne che sono intervenuti e dicono:
"sì, l’Arcobaleno è fallito, ma è fallito perché è stata
un’operazione di vertice... è stato fatto male... c’è stato un
problema di tempo…". Compagni l’Arcobaleno è fallito. Punto. E
continuare a inseguire quella strada è perseverare
diabolicamente. Non c’è più nulla al di fuori dei comunisti. Non
ci sono più le forze politiche. C’è un popolo. Altroché. E a
quel popolo noi dobbiamo rivolgerci.
Qualcuno ha detto: "avete stravolto la linea". Anzi, che io ho
stravolto la linea la sera delle elezioni, quando sono andato in
televisione e ho detto: «Compagni, nervi saldi; ripartiamo da
quello che c’è; ripartiamo dai comunisti». Vorrei ricordare che
a più riprese noi abbiamo detto a Rifondazione comunista, da due
anni a questa parte, che erano finite le ragioni che avevano
portato alla scissione del ‘98.
Compagni, abbiamo una memoria cortissima. Abbiamo chiuso la
Festa nazionale di Rinascita, l’anno scorso, con una cosa
inconsueta: io e Giordano insieme. Non il comizio del
segretario, ma un incontro a due. Quindi questo passaggio di
riunificazione, per lo meno dei due partiti comunisti esistenti,
non è un’acquisizione del lunedì pomeriggio; è una cosa che
avevamo già maturato e sostenuto da un paio d’anni a questa
parte.
Voglio dire una cosa a chi ha parlato di stravolgimento della
linea: compagni, se il segretario del partito non fosse andato
in televisione quella sera, a lanciare un messaggio positivo, di
tenuta, il rischio "otto settembre, tutti a casa" in questo
partito ci sarebbe stato. Se stiamo qui a discutere di come
procedere verso questo nuovo inizio è appunto perché il partito
ha tenuto. Dovevamo stare zitti? Dovevamo attendere di poter
riunire il Comitato centrale, magari dopo una settimana o dopo
il secondo turno alle amministrative? Compagni, dopo quel
risultato bisognava essere in campo subito. E’ da qui che nasce
l’idea della riunificazione delle forze comuniste in Italia.
Non voglio eludere il tema politico del Partito democratico,
perché sarà oggetto della discussione congressuale. Ma voglio
essere molto netto e spero di essere altrettanto chiaro: a
questo Partito democratico, con questo gruppo dirigente, con
questa linea, con questa impostazione sotto tutti i profili
(quello economico, quello istituzionale, quello internazionale),
noi siamo alternativi. Non possiamo non essere alternativi al Pd.
Ma possiamo accontentarci di dire questo? O non dobbiamo
incalzare per far emergere le contraddizioni dentro il Partito
democratico? Va articolato il giudizio. Evitiamo le
semplificazioni. Il compagno Chieppa, ancora una volta, faceva
l’esempio di Torino, dove governiamo insieme con il Pd. Ma in
tutta Italia, dove il centro sinistra è al governo delle
amministrazioni locali - tranne in Campania, dove com’è noto
siamo all’opposizione, unici - noi governiamo col Pd. Laddove
c’è un governo territoriale di centrosinistra noi siamo al
governo con il Pd. Allora noi dobbiamo capovolgere il tema e
dire: vi sono le condizioni programmatiche per un’alleanza col
Pd? Laddove queste condizioni vi sono noi siamo alleati col Pd.
Su scala nazionale, oggi, con questi equilibri, con questa
linea, non possiamo allearci con il Partito democratico, e
infatti siamo alternativi.
Ma attenzione a mettere sullo stesso piano Pd e Pdl. Non che lo
abbia fatto qualcuno qui, ma è bene precisarlo. Attenzione,
perché ancora una volta saremmo di uno schematismo e di una
rozzezza assoluta, pari a quella di quando Bertinotti diceva
«centrodestra e centrosinistra per me pari sono». Non sono pari.
Questo comporterà che il nostro Documento politico dovrà essere
un Documento politico che nella chiarezza trovi le forme, ma
anche la sostanza, per dire questa linea che io proporrò al
Comitato centrale, poi alla Commissione politica e
successivamente al Congresso. Su questa linea, che è la politica
delle alleanze, articolata, non c’è una posizione tranchant che
valga per tutti i luoghi e per sempre. Tutto cambia. Può anche
darsi che siano loro alternativi a noi, che entrino loro
nell’ordine di idee di escluderci a tutti i livelli. In Emilia
c’è un dibattito interno al Pd. Cofferati non ci vuole. Ha detto
che, se sarà ricandidato, andrà da solo alle elezioni… e
perderà. Errani, nella stessa regione e nello stesso partito ha
detto: «No, noi dobbiamo fare l’alleanza con la sinistra». Noi
siamo disinteressati a questo dibattito? Io credo di no. Perché
noi dobbiamo operare politicamente sulla base delle diverse
condizioni che di volta in volta si determinano. E secondo me -
questo, ripeto, sarà oggetto di battaglia congressuale - noi non
dobbiamo tifare per D’Alema o per Veltroni. Può darsi che D’Alema
proponga una cosa per noi persino peggio di quella che propone
Veltroni. Perché, come ho detto nella relazione, D’Alema vuole
aprire alla sinistra ma vuole aprire a quel pezzo di sinistra
"buona", "presentabile". Noi ora dobbiamo preoccuparci della
nostra linea politica e declinarla, da qui fino a quando sarà -
io temo per i prossimi cinque anni che durerà il governo
Berlusconi - dicendo che laddove è possibile fare le alleanze si
faranno e laddove non è possibile no. Ma non possiamo
autoescluderci da tutto perché sarebbe un suicidio politico.
Cosa proponiamo? Proponiamo l’adesione all’appello che è stato
avanzato da un gruppo i cui primi firmatari ormai tutti
conoscete. L’appello chiede una cosa a noi, al Prc e a tutti i
comunisti d’Italia che non fanno parte del Pdci e di
Rifondazione: siete disponibili ad avviare un processo che per
ricostruire la sinistra inizi dai comunisti? Noi, come Direzione
e ora lo chiedo al Comitato centrale, rispondiamo di sì: siamo
disponibili ad avviare questo processo. E oggi, in questo
Comitato centrale, indiciamo un Congresso nel quale si mette il
nostro partito a disposizione di questo processo unitario tra i
comunisti. Tuttavia, noi non stiamo facendo un Congresso di
scioglimento del Pdci. Stiamo facendo un Congresso nel quale il
Pdci sceglie una linea. Questa linea è quella che può portare -
ovviamente molto dipenderà da quello che succede dentro
Rifondazione - nel giro dei mesi successivi a un nuovo (non
"grande" compagni, non usate questo termine) Partito Comunista.
Un partito che non si potrà chiamare Pci – perché il nome è
proprietà dei Ds – ma che si potrà chiamare "Partito Comunista",
in modo tale che si superino le vecchie sigle, le vecchie
appartenenze. Io credo che questo si possa fare, ma non dipende
solo da noi. E dunque noi rischieremmo, se facessimo un
Congresso di scioglimento, di essere gli unici che si sciolgono:
bel risultato. Francamente la nostra linea è che siamo pronti
alla riunificazione ma vediamo quali sono le forze in campo.
Oggi indiciamo il Congresso. Voteremo, alla fine della seduta,
la Commissione politica. C’è stata una discussione larghissima,
come tra tifoserie, tra chi è per un Congresso a documento
inemendabile e chi è per un Congresso a tesi emendabili. La
maggioranza dei compagni, a me sembra, si è schierata per un
documento non emendabile. Ma io sono il segretario di tutti,
anche di chi vuole il Congresso a tesi emendabili. Ho il dovere
di tenere conto di questo e del fatto che non si tratta di pochi
compagni. Quindi, chiedo al Comitato centrale di accogliere la
proposta che è stata qui avanzata da Francescaglia e anche da De
Santis: verifichiamo nel lavoro della Commissione politica se vi
sono le condizioni politiche per un documento unitario, e poi,
nel prossimo Comitato centrale che deciderà le regole del
Congresso, decideremo anche come andare a Congresso.
Verifichiamo prima la politica e poi le regole, che è sempre
buona norma. L’idea che noi adesso facciamo il referendum sul
modello di Congresso non è un buon modo di concepire l’unità del
partito di cui tutti hanno parlato. Resto convinto che se vi
sono differenze strategiche è bene che vi siano più documenti.
Ma se non vi sono differenze strategiche, allora si deve
lavorare per la sintesi. La sintesi non si può fare se le
differenze sono strategiche, ma se sono marginali si può
lavorare per trovare una sintesi positiva, come personalmente ho
sempre fatto.
Anche perché, questa idea degli emendamenti andrebbe ragionata.
Facciamo degli esempi concreti: si parte dal basso, dalle
sezioni? Ogni sezione può fare degli emendamenti che poi
arrivano al Congresso nazionale? Sarebbe una situazione caotica.
Lo abbiamo visto al primo Congresso di Rifondazione e tutti
abbiamo verificato che era un sistema ingestibile. Oppure: vi
sono emendamenti che vengono presentati al Comitato centrale, e
che poi obbligatoriamente devono essere discussi in tutte le
sezioni? Può anche essere quella una strada.
Ma, ripeto, io resto persuaso che se si trova l’accordo
politico, strategico, c’è "un" documento, c’è una sensibilità
politica nel partito che si è manifestata e che va rispettata.
Chi invece non è d’accordo sull’impianto, cioè sulla
riunificazione delle forze comuniste, allora presenti un
documento diverso. Non si può tenere tutto assieme perché
vorrebbe dire non fare chiarezza. Nel 2007, cioè appena un anno
fa, abbiamo fatto un congresso con il 99,9% di voti favorevole.
In realtà quel Congresso non ci è servito, è stato un bel
congresso, ma non è stato un Congresso di chiarezza politica. E
allora io lavorerò per l’unità e la sintesi, ovviamente nella
chiarezza politica.
Dopo il lavoro della Commissione politica si arriverà a una
riunione del Comitato centrale in cui decideremo sul da farsi.
Spero che lo decideremo stabilendo delle regole che non vengano
vissute da nessuno come il taglio della democrazia, della
partecipazione, della possibilità di intervenire e dire la
propria. Dobbiamo trovare regole le più condivise possibili,
affinché nessuno possa dire che questo Congresso non sarà stato,
appunto, quello che tutti diciamo di voler fare, e cioè un
Congresso vero, di discussione. Anche perché, compagni, un altro
tipo di congresso non ci servirebbe, sarebbe l’ennesima
passerella inutile.
Al Congresso bisogna ragionare su tante cose, tra cui quali
organismi dirigenti fare. Ho avanzato la proposta che la
prossima volta ci sia anche una commissione istruttoria, l’ho
chiamata Commissione statuto, che possa mettere mano a un
"mini-cambio" della forma partito. Cioè un partito che sia in
grado di partecipare al processo di riunificazione, ma che sia
anche in grado di funzionare in sé. Serve uno snellimento dei
gruppi dirigenti. Non è vero che più siamo e più democrazia c’è.
Possiamo anche decidere di fare un organo di rappresentanza
politica dei territori, bisogna ragionare.
Poi, servono gruppi dirigenti che siano davvero gruppi
dirigenti. Con un rinnovamento generazionale: sono emersi in
questi dieci anni compagne e compagni molto bravi, più giovani
della mia generazione, che devono essere promossi alla guida del
partito. Io mi batterò per questo perché è del tutto evidente
che il mio è un ruolo di traghettatore verso un altra dimensione
del partito. Sono convinto che il modello da Pcus, o anche da
Pci di una volta, per cui le cariche sono vitalizie non funziona
più. Una compagna è intervenuta dicendo: «Voi avete avuto la
fortuna di conoscere il Pci, noi che siamo giovani non abbiamo
avuto questa fortuna». Io rispondo che avete una fortuna
incommensurabilmente più grande: siete giovani. Non avendo
conosciuto il Pci non avete neanche le nostre scorie. Noi
abbiamo una grande tradizione, una grande storia, una cultura
politica, ci hanno fatto fare le scuole quadri. Tante belle
cose. Ma di sconfitta in sconfitta è dura tirare la baracca.
Molto in questo processo di riunificazione dipenderà anche da
Rifondazione comunista: da chi vincerà in quel partito; se chi
vincerà andrà verso un sostanziale scioglimento in direzione
della riedizione di un Arcobaleno rinnovato e rivisto; o se
rimarrà il Partito della Rifondazione Comunista in quanto tale;
o se si staccheranno dei pezzi. Al momento non lo sappiamo.
Possiamo fare previsioni ma sono previsioni che si valuteranno
tutte nel corso di due mesi, non di più. Allora noi dobbiamo
avere la grande capacità - e facciamo il Congresso in parallelo
anche per questo - di modulare la proposta politica sulla base
di quello che succede dentro Rifondazione. E io sono per fare il
nostro Congresso nel modo più accogliente possibile, se ci
riusciamo. Accogliente significa che noi non chiediamo
banalmente "venite con noi". Noi vogliamo andare tutti insieme
in una cosa possibilmente più grande. La Commissione politica ha
quindi un grosso rilievo.
Voglio dire due ultime cose sulla politica. Ho parlato nella
relazione dell’iniziativa di avanzare delle proposte di legge di
iniziativa popolare sulle quali raccogliere le firme. Ci sono
state alcune proposte di integrazione, in particolare sul
Mezzogiorno. Ritengo sia giusto, dal momento che noi con queste
tre proposte di legge parliamo a segmenti di "garantiti". Il
Mezzogiorno ha problemi molto più seri, di salario sociale, di
disoccupazione, di precariato. Studieremo la formula per
inserire nella prima proposta di legge, quella sulla
reintroduzione della scala mobile, un articolo che parli a quel
segmento che non ha un salario e quindi non può avere un potere
d’acquisto garantito.
Ma su questo tema, voglio dirlo con franchezza, hanno parlato
solo in tre. Sul lavoro che c’è da fare hanno parlato in tre su
oltre cento interventi. Compagni, se noi non facciamo iniziativa
politica possiamo fare tutti i convegni del mondo, ma alla fine
davanti ai luoghi di lavoro ci va la Lega. Questo significa che
il tema della militanza va riaffrontato. E la militanza non è
gli uni contro gli altri qua dentro. La militanza è il fatto
che, una volta al mese - badate che mi sono anche tenuto basso -
si vada con i banchetti, con le bandiere e con le proposte e le
iniziative che ci saranno, a parlare e ad ascoltare i
lavoratori. O si fa così o scompariamo.
Questo sarà verificato. Io sono per tornare all’antico su queste
cose: dare gli obiettivi della raccolta delle firme, come si
faceva una volta. Ogni federazione avrà gli obiettivi da
raggiungere e vedremo chi li raggiungerà e chi no; e sulla base
di questo, anche al congresso, valuteremo i gruppi dirigenti.
Quindi faremo una valutazione non soltanto basata sulla logica
degli schieramenti interni ma sul lavoro politico che è stato
prodotto.
La seconda questione, compagni, è delicata. Ma è arrivato il
momento di affrontarla. La si affronterà al Congresso quando
ragioneremo sullo Statuto. In questo ultimo anno, grosso modo
dal Congresso precedente in avanti, quella solidarietà reciproca
che tra noi c’era sostanzialmente sempre stata – e chi non la
manifestava era già uscito dal partito nel 2006 – si è molto
affievolita. Il rispetto delle persone si è molto affievolito.
Io ho spalle molto larghe e credo di essere solido. Però, vi
assicuro, che oltre a tanti attestati di affetto, molti,
ricevere una quantità di insulti come "traditore del comunismo",
non è un buon modo di fare lotta politica. Anzi, è pessimo.
Anche nei momenti di massimo scontro - e penso ai momenti di
tensione con l’ex presidente - io, contrariamente a lui, non ho
mai detto una parola fuori posto. E ne avrei avuto di che dire,
vi assicuro. Altrettanto oggi credo che si debbano mettere a
tacere le campagne denigratorie, non solo nei miei confronti ma
anche di chiunque in questa sala. Se abbiamo un progetto comune,
una impresa da fare insieme, e se siamo ridotti come siamo
ridotti, ma perché passare il tempo a occuparci di queste
miserie umane invece che fare un po’ di politica ?
Non accetto che si dica che il Congresso viene fatto per le
elezioni europee. Non ho nessuna intenzione di fare il
parlamentare europeo, e l’ho dimostrato ritirando la candidatura
dalla Camera, pur essendo segretario del partito. Compagni, c’è
un unico modo per dimostrare di non essere attaccati alle
poltrone: lasciarle. Dunque, questo mi sembra ingeneroso.
Così come, su un altro versante, non mi piace la gara a chi è
più comunista. C’è sempre qualcuno che è più comunista. Ci sono
alcuni che fanno già parte di partiti "ultracomunisti", a loro
dire, i quali partiti ultracomunisti non ce l’hanno solo con
noi, ma ce l’hanno anche con alcune parti di Rifondazione, ce
l’hanno con L’Ernesto.
Se andate a vedere i siti della Rete dei comunisti, non è che
attaccano Bertinotti, attaccano Diliberto, Giannini, Pegolo,
Sorini. Perché c’è sempre qualcuno più comunista. Infatti, se
voi andate a guardare quelli del Partito marxista leninista
italiano, vedrete che a loro volta attaccano Ferrando e
Turigliatto, dicendo che loro sono gli unici veri comunisti;
sono presenti solo ad Ischia ma pretendono di essere gli unici
interpreti del verbo comunista.
Compagni bisogna piantarla! Perché posso accettare qualunque
cosa, posso accettare di essere sconfitto, ma non posso
accettare di passare per un cretino. Noi rischiamo il ridicolo
se si va su questa china. Non dobbiamo fare gli errori che
abbiamo fatto con Rifondazione nel 1991. Non è che il processo
di riunificazione delle forze comuniste ci fa tornare a
discutere come se fossimo a prima del Congresso di Lione tra
bordighiani e gramsciani, o ci deve far tornare a discutere con
i trotzkisti. No compagni, non funziona così. Perché ci
ritroveremmo il giorno dopo esattamente a rivivere lacerazioni,
scissioni e quant’altro.
Partiamo dai comunisti... normali. Perché la platea potenziale è
fatta da quelli che due anni fa hanno votato per noi e per il
Prc. E poi c’è una platea di giovani, giovanissimi, che sono
quelli di "un altro mondo è possibile", che ingenuamente, quando
dicono "un altro mondo è possibile" declinano, in modo nuovo
perché sono giovani, quello che diciamo noi, che vogliamo
cambiare il mondo, che vogliamo superare il capitalismo, che
vogliamo combattere l’imperialismo.
Mi ha colpito l’intervento di Barsella quando ha detto: «Ho
scoperto dopo di essere comunista, ma io già pensavo che il
capitalismo non fosse l’ultimo approdo dell’umanità». E’ così, è
un processo, è una maturazione. Allora dobbiamo fare in modo che
questo progetto collettivo abbia un appeal, che rappresenti aria
fresca, che ci permetta di incontrare e reincontrare i giovani,
i lavoratori precari, che non ci guardano come un punto di
riferimento evidentemente perché non facciamo abbastanza. Se
nelle borgate romane i giovani vengono aggregati dai fascisti,
sarà un problema nostro? Certamente è un problema nostro. Allora
tutto questo deve essere fatto non con formule vecchie e schemi
vecchi, ma viceversa deve essere fatto con la più grande
apertura verso il futuro.
Torno alla discussione interna. Vi cito un titolo su cui la
commissione interna dovrà pensare e che al congresso dovremo
sciogliere. Noi abbiamo scelto il modello del centralismo
democratico due congressi fa. Dobbiamo stabilire se lo vogliamo
ancora o no, ma sulla base di una discussione vera e schietta.
Io non ho nessuna difficoltà se c’è, non una maggioranza, ma
anche solo un pezzo significativo del partito, a dire che questo
può essere un partito anche con le correnti. Perfino nel primo
Pcus c’erano. Questo è un tema da affrontare con laicità, non
come un tabù. Dobbiamo decidere se vogliamo legalizzare o meno
le correnti, mettiamola così. E’ la verità. Io sono perché
questa discussione avvenga con trasparenza tra noi, in modo che
si sappia dopo il Congresso se ci sono o non ci sono le
correnti. Ma questo lo dobbiamo scrivere nello Statuto. Perché
se si dice che dal centralismo democratico non si può tornare
indietro, allora le correnti bisogna scioglierle. Tutte. Io non
ne ho mai fatta una, come è noto, perché mi sono sempre sforzato
di essere il segretario di tutti, e anzi questo mi viene
rimproverato da alcuni. Io continuerò a fare il segretario di
tutti, comunque. Non mi iscrivo a correnti.
Però può anche darsi che per lealtà tra noi si vada verso una
cosa di questo genere. Anche perché, se siamo una novità
politica, questo può essere pure un elemento di trasparenza. Se
sono tendenze politiche esplicitiamole, in modo che tra noi non
ci sia un non detto e non ci sia in ogni riunione della
Direzione o del Comitato centrale chi rimprovera una cosa
all’altro. Abbiamo il Congresso, è l’occasione giusta per
affrontare questo tema. Io sono pronto ad affrontarlo, in un
senso o nell’altro; ma quello che decidiamo nel Congresso, il
giorno dopo dovrà essere rispettato da tutti.