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Credo non sfugga a nessuno che siamo in una
situazione assolutamente inedita e quindi anche la mia relazione
introduttiva sarà improntata a grande franchezza, senza alcuna
di quelle sottili ipocrisie della politica, perché è tempo di
affrontare alcune questioni che per troppo tempo abbiamo in
qualche misura rimosso. Dobbiamo andare ad un Congresso che sia
un di grande chiarezza politica e dopo il Congresso lavorare per
la costruzione di un grande progetto politico.
Dal giorno dopo le elezioni sto svolgendo attivi
regionali e riunioni in giro per l’Italia. La mia impressione,
lo dico misurando le parole, è che il partito sia in campo, sia
in piedi e che questo risultato, che avrebbe potuto portare,
obiettivamente, ad una fase depressiva, viceversa ha sortito
l’effetto di una reazione. Non dovunque, non nella stessa
misura, ma nei luoghi dove mi sono recato c’è un partito
reattivo. A Bologna per esempio - devo dire in una situazione
particolare perché in campagna elettorale abbiamo avuto la
vicenda della segretaria regionale che se ne è andata - ho visto
un partito vivo e vitale. La sindrome otto settembre, il "tutti
a casa", non c’è.
Gli altri partiti usciti dalla disfatta
dell’Arcobaleno sono in ginocchio, chi per un motivo, chi per un
altro. Rifondazione è lacerata oltre misura, non si sa nemmeno
se Bertinotti firmerà o meno la mozione di Giordano; i Verdi
pare che eleggeranno Marco Boato coordinatore e dunque
veleggeranno verso il Partito democratico; Sinistra democratica
è divisa in tre diverse mozioni, va al cambio del segretario e
ci risulta che ci sia un intenso lavorio da parte del Pd per
riassorbirla. Noi siamo in piedi, evidentemente abbiamo lavorato
bene negli anni passati.
Tutto ciò però se da un lato, in qualche misura,
può rassicurare il Comitato centrale, dall’altro può essere
fuorviante. E’ scattata una sorta di sindrome di
autoconsolazione-rimozione che è preoccupante. Sintetizzo il
pensiero di alcuni tra noi: sì abbiamo da registrare una
sconfitta, ma tutto sommato andiamo avanti; la linea va bene; la
confederazione della sinistra prosegue. Vi è insomma in alcuni
compagni l’idea che tutto sommato si fa un Congresso perché
siamo obbligati dal risultato, ma in fondo non debba cambiare
poi molto.
Io invece sono persuaso che proprio perché il
partito ha tenuto, proprio perché siamo in campo, proprio perché
siamo gli unici in grado di determinare uno spostamento di forze
verso il futuro, dobbiamo avere il coraggio di mettere in campo
la massima sfida per l’innovazione e determinare un nuovo
inizio. Uso volutamente questa espressione, nuovo inizio, senza
il quale i processi che sono in corso inevitabilmente, anche al
di là, come è ovvio, delle nostra percezione, porteranno ad un
progressivo, ulteriore, affievolimento dell’azione e della
consistenza del nostro partito sino a determinarne nei fatti
l’assoluta inconcludenza.
Nuovo inizio che prenda atto dell’esito
disastroso delle elezioni e non solo per la Sinistra Arcobaleno.
Perché vedete, io non vorrei che la sinistra italiana
interrogandosi su se stessa perdesse di vista quello che è
successo complessivamente.
Le elezioni del 2008 passeranno alla storia,
perché questo parlamento è di gran lunga il parlamento più a
destra della storia repubblicana. Ma c’è di più: questo
parlamento rispecchia lo stato del paese e cioè uno spostamento
a destra della società delle idee e del senso comune della
società italiana. Da più parti si parla di americanizzazione del
sistema. L’idea, perlomeno quella veltroniana, è quella di
un’alternanza tra simili. Americanizzazione appunto. Il Pd che
rappresenta l’establishment tradizionale, il Pdl che rappresenta
un establishment un po’ diverso, decisamente conservatore.
Però attenzione, c’è una specificità italiana,
non basta parlare dell’americanizzazione che pure c’è. C’è un
elemento in più ed è che mentre negli altri paesi dove c’è
un’alternanza tra simili, le due formazioni politiche si
riconoscono a vicenda in una storia comune, la situazione
italiana è molto diversa perché c’è sì l’americanizzazione del
sistema, e però uno dei due corni della vicenda è un agglomerato
di forze che in parte e solo in parte si può riconoscere nella
comune storia repubblicana. Mentre la vecchia Casa delle libertà
aveva l’Udc dentro, conservatore ma legato alla storia
repubblicana, adesso con l’Udc fuori cambia il quadro e la
natura della destra italiana. Il Pdl è fatto da tre forze
politiche che non vengono dalla storia costituzionale: Forza
Italia, i postfascisti del vecchio Msi, poi An, e la Lega. In
altre parole ci sono in questa destra italiana delle specificità
diverse e peggiori rispetto alle altre destre europee ed
internazionali.
Pensate all’ondata razzista e securitaria, e cioè
il tema della sicurezza cavalcato con le ronde, con una
concezione della sicurezza che è un intreccio di xenofobia,
razzismo, populismo che però ha fatto presa, è entrato nel senso
comune degli italiani. Attenzione, perché lo scivolamento verso
una società autoritaria è insensibile, non te ne accorgi fino a
quando non ci sei cascato. Ed allora io spero che sabato
prossimo si possa essere tutti a Verona per la manifestazione
contro il razzismo. Che ci sia tutta la sinistra, tutto quello
che ne è rimasto, perché è indispensabile oggi reagire, non
abbassare la guardia e riscoprire e praticare l’antifascismo non
come un glorioso retaggio del passato, come la retorica
archeologica. L’antifascismo oggi più che mai torna un attuale
elemento di battaglia politica nella società italiana; declinato
nella nuova fase, con i nuovi pericoli che abbiamo di fronte.
Così come, attenzione compagne e compagni, a
considerarci equidistanti tanto dal Pd come dal cosiddetto
Popolo delle libertà. Dobbiamo avere la capacità di distinguere
sempre tra chi è il nemico principale. E cioè non vorrei che
siccome il Pd è quello che ha contribuito a schiantarci
finissimo per scambiare lucciole per lanterne e cioè che
facessimo una riedizione postuma di una sciagurata teoria degli
anni Trenta che era quella del socialfascismo. Dobbiamo essere
in grado di distinguere sempre perché facciamo politica. Dopo di
che la critica e gli attacchi al Partito democratico da parte
mia voi li sentirete in maniera sempre crescente perché le
responsabilità che si sono assunti, anche nel legittimare
proprio questa destra, sono terrificanti. Ma, lo ripeto,
attenzione perché il rischio che scatti in noi una involuzione
settaria, che la reazione alla sconfitta ci porti a rinchiuderci
in una logica meramente identitaria è un rischio molto serio.
Dobbiamo insomma scongiurare i pericoli di estremismo e trovare
un punto di equilibrio. Questa è la linea che vi propongo a nome
della Direzione del partito.
Siamo chiamati a dare un giudizio innanzitutto
sulla fine di una fase. La fine della fase è la fine dell’Unione
di centrosinistra che non è finita per colpa nostra, eppur
tuttavia è finita. Chi oggi vagheggia il ritorno a quella fase
semplicemente non ha capito quel che è successo. L’Unione si
basava su una scommessa e cioè che si potessero conciliare
interessi materiali diversi, parliamo di interessi di classe -
ma anche altri, penso alla laicità dello Stato - tra le forze
moderate e la sinistra. Non ci siamo riusciti. Dobbiamo
registrare su questo terreno una sconfitta: l’idea del partito
di lotta e di governo non ha funzionato. Non ha funzionato con
il Pci quando il Pci aveva il 34 per cento dei voti. Noi abbiamo
provato, insieme ad altri, forse noi più di altri, a spostare
nella misura del possibile l’asse del governo su linee più
accettabili. Volta per volta siamo invece stati indotti ad
un’altra cosa e cioè a frenare. La nostra linea è diventata
quella di impedire cose peggiori, star dentro per arginare gli
spostamenti progressivi su posizioni sempre più moderate.
Quell’idea dell’Unione, quella possibilità non
c’è più. Oggi quella costruzione di alleanze che abbiamo
determinato dal ‘98, da quando siamo nati, è fallita alla prova
dei fatti. Ed è fallita per una somma di circostanze: i rapporti
di forza, la congiuntura internazionale, ma anche perché nel
nostro paese quei poteri forti, quegli interessi di classe che
noi pensavamo potessero essere conciliabili con gli interessi di
un’altra classe, ebbene quei poteri forti hanno determinato
prima l’impedimento ad ottenere dei risultati e poi la caduta
del governo per espungere quel poco che noi potevamo
rappresentare, quel granello di sabbia che potevamo
rappresentare ed abbiamo rappresentato, di inceppamento
dell’ingranaggio.
La nascita del Partito democratico ha infine
posto il suggello alla fine dell’Unione di centrosinistra. Il Pd
è nato con l’idea di cambiare le alleanze. Ricordate Rutelli e
le maggioranze di nuovo conio? E anche la linea che il Pd ha
sprigionato era la linea che non poteva che portare alla
deflagrazione dell’alleanza e del governo. Il Pd poi ha scelto -
in questo caso per responsabilità diretta di Veltroni e del suo
gruppo - di espungere la sinistra anche semplicemente sul piano
dell’alleanza elettorale. E non era la scelta di andare da soli,
perché hanno preso Di Pietro, hanno preso i Radicali, hanno
preso imprenditori, generali, prefetti, teodem e così via. Non
hanno preso la sinistra. L’obiettivo del Pd era erodere consenso
nel bacino potenziale dei moderati e nelle aree del paese dove
più in ritardo era il Pd, penso al Nord Est, alla candidatura di
Calearo. Non sono riusciti affatto. Il paradosso è che il
Partito democratico nasce a "tendenza maggioritaria", cercando
di sfondare al centro e, invece, non sfonda per niente al
centro, non prende un voto in più rispetto a quelli dell’Ulivo
del 2006, ma porta via i voti alla sinistra. Il Pd ha fallito la
sua missione, doveva arrivare perlomeno al 35 per cento, è
arrivato al 33 e ha consegnato alla destra la più grande
maggioranza da quando Berlusconi è sceso in politica. Si parlava
di rimonta: sono nove punti in più di distanza per Berlusconi!
Si parlava di pareggio al Senato: sono 39 i senatori in più per
la destra! Sino alla tragedia delle elezioni romane, dove
Alemanno conquista il Campidoglio dopo 15 anni di governo del
centrosinistra.
Il Pd ha determinato un susseguirsi di sconfitte,
una dietro l’altra. L’unico risultato perfetto che è riuscito a
Veltroni è stato quello di far sì che la sinistra non fosse più
in Parlamento. In tutta la campagna elettorale ho avuto una
sensazione molto sgradevole: Veltroni individuava come nemico la
sinistra e non Berlusconi, sino ad arrivare al paradosso del
voto utile. L’operazione annientamento della sinistra sta
proseguendo con l’ipotesi della introduzione della soglia di
sbarramento alle europee e noi non siamo più in Parlamento ad
incidere. Gli riuscirà? Non lo sappiamo, ci sono resistenze
anche dentro al Pd, ma nel gruppo dirigente che fa capo a
Veltroni l’obiettivo di mettere mano alla legge elettorale
europea c’è.
Tutto questo prelude ad una stagione che cambierà
molte cose in Italia e che determina conseguenze anche sul
movimento dei lavoratori, sul sindacato, come si è visto nella
vicenda dell’accordo raggiunto sulla modificazione del contratto
di lavoro. E questo è solo l’inizio. Insomma non si apre una
fase semplice, anzi: senza compagne e compagni in Parlamento,
con un continuo tentativo di annientamento a tutti i livelli,
penso alle trattative sulla formazione delle giunte alla
provincia di Roma, al comune di Napoli. C’è uno scientifico
tentativo di annientamento. C’è un unico modo per evitarlo, ed è
avere più forza per impedire che questo avvenga, essere più
condizionanti. Ed allora dobbiamo analizzare con molta
attenzione le cause della sconfitta e, sulla base di queste,
ragionare sul da farsi.
In campagna elettorale ho registrato due
sentimenti contrastanti nel nostro elettorato, due sentimenti
che coesistevano. Alcuni dicevano: "non vi votiamo più perché
due anni di governo Prodi non ci hanno portato niente".
Astensionismo di sinistra, delusi di sinistra.
Contemporaneamente c’era un’altra fetta che diceva: "beh, per
due anni avete rotto le scatole al governo, gli avete impedito
di attuare quel che voleva attuare. E siccome bisogna impedire
che vinca la destra voto per Veltroni o quando non voglio
votare per Veltroni perché proprio non ce la faccio voto per Di
Pietro che sta comunque dentro la coalizione". In sostanza noi
abbiamo scontato da una parte e dall’altra per una linea che non
ha pagato, che era appunto quella "di lotta e di governo".
Ma abbiamo pagato un prezzo molto alto su un
altro punto che è un punto politico-culturale, e cioè il fatto
che gran parte dei nostri alleati, ad iniziare dal candidato
premier Fausto Bertinotti, erano impegnati in una gara di
nuovismo. Era il tentativo di accreditarsi come una cosa nuova a
prescindere dai contenuti. Per certi versi sembrava la
riedizione, in forma farsesca, e senza la caduta del muro di
Berlino alle spalle, della Bolognina. Una Bolognina fatta in
fretta e furia, con dei sotterfugi, attraverso una campagna
elettorale, non attraverso un confronto e una tragedia di una
comunità come era stata nel caso del Pci. Nuovismo. Come se la
falce e il martello, simbolo nostro e di Rifondazione, fosse un
impaccio per prendere voti. Viceversa nel 2006 con quel simbolo
noi e Rifondazione assieme abbiamo preso complessivamente 3
milioni di voti. Con l’Arcobaleno abbiamo preso un milione e
centomila voti, compresi i Verdi, compresa Sinistra democratica.
In altre parole di nuovismo in nuovismo si muore. E cioè
l’ancoraggio ad una identità se essa non è fine a se stessa, ma
se è una identità che serve a sviluppare un’azione politica con
dei contenuti, ebbene quell’identità è foriera di risultati
positivi. E’ quando le abbandoni le identità, senza cambiare i
contenuti, allora il cambiamento dell’identità ti porta al
disastro come è avvenuto in queste elezioni. In altri termini
credo che qualcuno abbia fatto la campagna elettorale, non per
prendere voti ma per costruire, già nella campagna elettorale,
il partito del dopo. Cioè il partito dell’Arcobaleno che poi non
si costruirà per il semplice motivo che è stato disfatto dagli
italiani. Voto utile, abbandono dell’identità, le dichiarazioni
di Bertinotti sul comunismo che sarebbe stato nel nuovo soggetto
solo una «tendenza culturale», a pochi giorni dal voto: tutti
elementi, dicevo, che ci hanno portato alla sconfitta. Ma non
bastano a spiegare l’entità della disfatta. C’è un altro
importante dato su cui riflettere.
Se nel giro di due anni perdiamo milioni di voti
c’è una conseguenza che va analizzata a fondo: noi tutti,
Rifondazione e Pdci, avevamo un voto di opinione e non un voto
strutturato. In altre parole è un voto che col mutare d’opinione
si sposta da una parte all’altra e il dato di fondo è che la
sinistra non ha più insediamento sociale nel paese. Naturalmente
questo voto d’opinione, quando non ci sarà più la coazione al
voto utile può essere che torni alle europee e ci sono anche
segnali in questo senso, ma è comunque un voto che va e viene e
che non rappresenta più, come una volta, un insediamento sociale
vero. Ed è da lì che bisogna ripartire. Oggi si deve guardare al
futuro, che poi è un futuro immediato.
La Direzione del partito ha individuato un
percorso che parte da una considerazione di fondo. Il nostro
partito c’è, ha dimostrato una buona tenuta, però da soli non ce
la facciamo, da soli siamo inadeguati ad affrontare la fase che
si apre e che, ripeto, sarà difficilissima. Nella riunione della
Direzione ho parlato di una lunghissima traversata nel deserto.
Lo ribadisco e non so quanto ci metteremo. Però bisogna sapere
in che Direzione muovere i primi passi per evitare di perdersi.
L’Arcobaleno non c’è più compagni. Il compagno
Mussi in una intervista al manifesto di pochi giorni fa ha detto
«diamoci un’ultima chance alle europee». A me sembra una cosa
insensata, contro il buon senso prima ancora che contro le
regole della politica. E tuttavia non escludo che a seconda
dell’esito del Congresso di Rifondazione ci possa essere questa
prospettiva. Però non è la nostra.
Molti compagni mi dicono "dobbiamo ricostruire la
sinistra". Giusto. Molti sostengono: "non dobbiamo perdere la
nostra vocazione unitaria a sinistra". Giusto. Però di quale
sinistra stiamo parlando? Cosa c’è rimasto a sinistra? Sinistra
Democratica? I Verdi? Non ci sono più. Ma la vera tragedia è che
nella percezione di grandi masse, anche per via del sistema
bipolare, la sinistra è rappresentata largamente dal Partito
democratico e cioè destra-sinistra nella semplificazione. Non lo
è. Certo che non lo è. E’ un partito di centro, ma in questo
bipolarismo da Orazi e Curiazi, viene percepito come tale. Tra
l’altro la gente vede i capi: sono sempre gli stessi. Nel Pd
continuano a litigare Veltroni e D’Alema. Come nei Ds, come nel
Pds e come nel Pci prima. La percezione è cosa diversa dalla
realtà. Allora a sinistra cosa è rimasto? Siamo rimasti noi ed è
rimasto il Prc. Ripartiamo da quello che c’è compagni e non da
quello che vorremmo che ci fosse, perché se sbagliamo l’analisi
poi sbagliamo tutto. Ripartiamo da quello che c’è e a sinistra.
E a sinistra ci sono due partiti che si chiamano comunisti.
C’è stato, come sapete, un appello pubblico di
capi di movimento, di lavoratori, di intellettuali, rivolto a
noi e non solo a noi, che non a caso aveva un titolo
emblematico: "Ricostruire la sinistra". Ma subito dopo diceva,
"Incominciamo da noi comunisti". Si rivolgeva a noi - che
abbiamo già detto di sì - e a Rifondazione comunista, che
ovviamente non ha risposto perché ha linee molto diverse
all’interno, e poi si rivolgeva a tutti coloro che sono ancora
comunisti e che oggi non stanno né con noi né con Rifondazione.
Ce ne sono di comunisti, erano tre milioni due anni fa! Da lì
dobbiamo ripartire. Io non vedo alternative.
So che ci sono opinioni diverse, che molti
compagni vorrebbero riproporre la confederazione. E’ un pio
desiderio, perché la confederazione non c’è. Al Congresso ci
confronteremo liberamente, ma partiamo dalle cose reali, dai
dati. I dati ci dicono che dopo questo risultato dobbiamo
provare a ripartire dai comunisti. Come è ovvio dipenderà molto
da come andrà il Congresso di Rifondazione comunista, da chi
vincerà quel Congresso, dai rapporti di forza che si
determineranno. Ma dipenderà anche dal nostro di Congresso. La
Direzione ritiene che il Congresso nostro vada in parallelo con
quello di Rifondazione Comunista e la nostra parola d’ordine,
quella del nuovo inizio, quella che, se verrà votato
maggioritariamente, proporrò di inserire nel documento politico
è quella della riunificazione delle forze comuniste in Italia.
Care compagne e cari compagni, il Pdci, noi, ci
mettiamo a disposizione di questo processo nell’auspicio e nella
speranza - e ovviamente incalzeremo in questo senso - che altri
vengano, che altri accettino di fare questo percorso insieme a
noi. Badate, voglio essere molto esplicito, l’ho detto aprendo
la mia relazione che non voglio usare le ipocrisie della
politica; qui stiamo giocando la sopravvivenza non di una
nicchia, ma stiamo provando a giocare affinché il Partito
democratico non provi definitivamente a cancellare la presenza
di forze critiche dal panorama politico italiano. Il rischio è
mortale, non per il Pdci, ma per l’esistenza di idee critiche
che abbiano nel panorama politico italiano una esistenza reale,
non in un convegno o in un libro di un intellettuale di
sinistra, ma nell’azione politica.
Attenti, la discussione nel Pd, dalle legge
elettorale in europea in avanti, sarà su come si finisce di
distruggere la sinistra. E voglio mettere in guarda i compagni
da un pericolo insidioso; dentro il Pd sembra che si
contrappongano due linee: da un lato Veltroni che non vuole
rapporti con noi, dall’altro D’Alema che dice di volere riaprire
la politica delle alleanze. Io non so cosa è meglio fra le due
cose: D’Alema non dice "rifacciamo l’Unione", D’Alema sta
lavorando affinché si ricostruisca una sinistra buona,
presentabile, non più comunista, "arcobalenista" per
semplificare, con la quale il Pd possa allearsi e dire
all’opinione pubblica, "vedete abbiamo recuperato anche la
sinistra". Con noi no, a noi non ci vogliono . Non è una mia
illazione, lo ha esplicitato Nicola Latorre, il braccio destra
di D’Alema, in una intervista a l’Unita, dichiarando che "c’è un
movimento interessante a sinistra, non più ideologico, non più
retrò, che si sta innovando…". A chi stava pensando? A
Bertinotti e a Mussi che se vincono il Congresso o anche se non
lo vincono, parlo di Bertinotti, insieme ai socialisti
schiantati dalle elezioni, si riunificano, fanno la sinistra
perbene che aderirà presumo - ma è del tutto secondario -
all’Internazionale socialiste a al Ps europeo. Quelli vogliono
prendersi.
Allora come pensiamo di sopravvivere compagni?
Come pensiamo di far vivere in Italia la criticità rispetto agli
assetti capitalistici? Beh aumentando le forze, provando a
rimettere insieme quelli che sino a 10 anni fa erano già
insieme. La gran maggioranza di noi era in Rifondazione, c’è
stata una differenza strategica nel ‘98, abbiamo creato questo
partito e dopo 10 anni ci siamo e siamo pure in salute discreta
nonostante tutto, ma oggi dobbiamo fondere le due debolezze. E
in questo processo unitario richiamare quanti più compagni e
compagne possibile che hanno voglia di cimentarsi in questo
percorso. E quindi propongo a nome della Direzione che su questo
tema il nostro partito vada al Congresso e che il Congresso
venga indetto in una data che non fissiamo oggi , ma comunque
entro luglio, in parallelo con il Congresso di Rifondazione.
Oggi dobbiamo indire il Congresso, dobbiamo
nominare una commissione che lavori alla bozza di documento
politico da sottoporre poi al Comitato centrale e sul documento
politico mi riservo l’ultima parte della relazione. Io auspico e
lavorerò per un documento politico unitario, nella chiarezza
politica. Verificheremo se ci sono le condizioni, ma io lavorerò
per questo. So che ci sono dei ragionamenti da parte dei
compagni, se presentare o meno documenti alternativi a quello
base che il Comitato centrale approverà. Ritengo che documenti
alternativi siano un errore e che ci siano le condizioni per
provare a stare tutti insieme. Per esplicitare non ci sono
soltanto tendenze un po’ più di sinistra nel partito, ci sono
anche tendenze un po’ più confederative. Lo dico con enorme
rispetto. E non escludo che ci possano essere documenti
alternativi. Io lavorerò per scongiurarlo. In ogni caso questo
non è un Congresso qualunque, è un Congresso che deve vedere la
più grande partecipazione delle compagne e dei compagni, una
larga consultazione di tutti e un Congresso il più aperto e il
più libero possibile.
La mia idea di percorso è la seguente: oggi il
Comitato centrale indicherà un gruppo di compagne e di compagni
per redigere la bozza di documento e verificare se c’è la
possibilità di un documento unico. Sono per far lavorare questa
commissione e poi varare una bozza di documento che possa essere
discusso, ove i compagni nei territori ne avessero voglia, per
recepire suggerimenti, critiche, osservazioni e cioè far vivere
la costruzione del documento nel modo più largo possibile. Dopo
di che, svolto questo lavoro, la commissione si riunirà per
un’ultima volta, varerà la bozza definitiva e sarà il Comitato
centrale nel giro di tre settimane, forse i primi di giugno, a
varare il documento o i documenti. La Direzione ha stabilito il
modello di documento, un documento breve - dieci cartelle -
tutto di indirizzo politico. Un documento che prende atto di
quello che è successo e guardi al futuro, alla prospettiva e
alla fase che si apre e alla quale noi vogliamo partecipare a
pieno titolo, da protagonisti. Documento quindi compatto, non
emendabile, perché se il documento è "costruiamo l’unità delle
forze comunisti" e poi magari passa un emendamento che dice "ci
presentiamo con l’Arcobaleno," beh non torna.
Tutto si tiene, unità nella chiarezza politica:
non ci possono essere maggioranze trasversali, giochini. Il
documento verrà discusso lungamente e poi verrà varato dal
Comitato centrale. Io terrei la barra sul problema della
riunificazione delle forze comuniste in Italia su tre questioni
di contenuto, che cito solo per titoli: ripartire dal conflitto
sociale, battaglia culturale, diversità dei comunisti. Ho detto
conflitto sociale, quindi contraddizione capitale-lavoro. Voglio
dire che dove il partito si è impegnato dei risultati sono
arrivati: alla Bosch di Bari abbiamo 120 iscritti nella sezione
di fabbrica. Sulla battaglia culturale voglio aggiungere una
cosa.
Ho citato prima il tema della sicurezza. E’
cambiato profondamente il senso comune dell’Italia negli ultimi
15 anni. Quando c’è stata la fine della prima Repubblica per una
larga fetta del paese sembrava che il reato peggiore fosse
quello dei colletti bianchi, la malversazione, la concussione,
la corruzione, l’abuso d’ufficio, i reati della politica e del
rapporto tra la politica, l’economia e le istituzioni. Ebbene
oggi questi non sono più percepiti come reati, sono stati
espunti dalla preoccupazione degli italiani. La preoccupazione è
soltanto per quei reati che generano allarme fisico immediato.
Noi non dobbiamo sottovalutare – e saremmo sciocche se lo
facessimo - questi temi, gli scippi, i furti nelle abitazioni.
Però va fatta una battaglia culturale, che temo faremo solo noi.
Faccio un esempio banalissimo di quel che
intendo. Quando c’è stato il dibattito contro le contraffazioni
c’è stato chi da destra ha proposto un pena sino a tre anni di
carcere per coloro che vendono merce contraffatta, le false
borse per intenderci, per strada. Tre anni, una cosa enorme. Io
ho replicato in una maniera semplice che è comprensibile a
tutti. Se mia moglie compra una falsa Louis Vuitton da un
extracomunitario, entrambi sanno che è falsa, lo sa chi te la
vende ma lo sa anche chi la compra. Però se do tre anni di
carcere all’extracomunitario, perché non li do anche a chi
acquista? Ma c’è una cosa più di fondo. Se io do sino a tre anni
di carcere a chi vende una borsa falsa, quando la sta vendendo a
chi sa che è falsa, quanti anni devo dare ai banchieri che hanno
venduto i bond falsi argentini a quei poveri risparmiatori che
non sapevano che quei bond erano taroccati! Questo è un tema
grande e difficile, però è il tema per l’egemonia, per la
gerarchia dei valori nella società. Ecco come si tengono,
conflitto sociale e battaglia culturale.
Infine la diversità. Approfitto della riunione
del Comitato centrale per dire quanto non ho potuto dire in
anticipo rispetto ad un mia scelta. Come sapete io non ero
candidato a queste elezioni e ho scelto di non essere candidato
per lasciare il posto ad un operaio, Ciro Argentino, nostro
compagno, lavoratore delle Thyssen, con tutte le implicazioni
simboliche che questo aveva. Credo che sia venuto il momento,
per tutti non solo per il segretario del partito, di iniziare
seriamente a ragionare sul tema della diversità dei comunisti
rispetto agli altri. Siccome i compagni e le compagne mi hanno
sentito migliaia di volte dire queste cose ho ritenuto che fosse
importante non dirlo più ma farlo e cioè - ancorché forse non
sufficientemente recepito - il mio intento era innanzitutto
pedagogico.
Nel momento in cui vi era la discussione sulle
candidature, che inevitabilmente porta con se personalismi,
ambizioni, scorie di tutti i tipi, che iniziasse il segretario
del partito a dare l’esempio per dire che si può fare politica
anche fuori dalle istituzioni. Ho preso questa scelta per dare
un segnale all’esterno, per dire "quando parlate di casta noi
non c’entriamo", ma anche all’interno del partito. Ribadisco qui
quello che ho detto nella riunione della Direzione: qualunque
cosa capiti la mia vicenda istituzionale è chiusa nel senso che
intendo dedicarmi nei ruoli che il partito deciderà,
esclusivamente al progetto politico che vi ho esposto.
Torno al percorso congressuale. Il prossimo
Comitato centrale dovrà varare il documento o i documenti,
stabilire le regole del Congresso e nominare due commissioni.
Oggi nominiamo la commissione per la redazione del documento, la
volta prossima dovremo indicare due commissioni, tutte e due
molto rilevanti: la prima è una commissione che deve valutare
gli adeguamenti e le modifiche del nostro statuto da proporre
poi al Congresso per una nuova forma partito e immaginare anche
la possibilità di adeguare i gruppi dirigenti al percorso di
riunificazione che vi ho proposto. A statuto vigente dovremmo
rifare ritualmente gli organismi come sono oggi, bisogna che
discutiamo come farli considerando la fase completamente nuova.
Noi dobbiamo radicalmente modificare il nostro
modo di lavorare, anche perché le risorse sono infinitamente di
meno, e quindi rimodulare il nostro modo di lavorare in vista
del processo unitario delle forze comuniste e contemporaneamente
in ogni caso per quanto riguarda noi. E’ una commissione
meramente istruttoria, ma che non può essere la commissione
statuto che viene nominata il giorno del Congresso e lavora una
notte. E’ una commissione che deve lavorare da qui al Congresso
affinché il Congresso possa poi discutere e votare le modifiche
dello statuto. Poi bisognerà nominare, come è ovvio, la
commissione che gestisce il Congresso. Arrivati a quel punto
sapremo se vi sono o meno documenti alternativi e valuteremo ed
avanzeremo una proposta che tenga dentro la gestione tutte le
compagne e i compagni che hanno manifestato sensibilità e/o
documenti diversi.
Infine, nella prossima riunione del Comitato
centrale distribuiremo tre proposte di legge di iniziativa
popolare. Non siamo più in parlamento e l’unico modo per
svolgere un ruolo legislativo è quello delle proposte di legge
di iniziativa popolare. Sono tre proposte simboliche che parlano
ognuna a un pezzo di società che a noi interessa raggiungere: la
reintroduzione della scala mobile per i salari e le pensioni; il
divieto di finanziamento da parte del pubblico, quindi Stato ed
enti locali, alle scuole private secondo il dettato
costituzionale; la legge sul conflitto degli interessi.
Un pacchetto che parla di lavoro, parla di scuola
e di cultura e di regole democratiche in un paese dove
proliferano i conflitti d’interesse.
Ho finito compagni, ma non posso esimermi dal
porre in chiusura un tema che ho già posto alla Direzione del
partito. Il tema del mio ruolo. Se ci pensate sono dei quattro
partiti dell’Arcobaleno, l’unico segretario che è ancora in
carica. E siccome non vivo sulla luna so che il problema esiste.
Vi assicuro che tirare la carretta oggi è più che mai
complicato. Credo di avere dimostrato coi fatti di essere
scarsissimamente attaccato alle seggiole. Ho posto alla
Direzione un problema e cioè se le compagne e i compagni
ritenessero utile per il partito che io continuassi a fare il
segretario. L’ho posto laicamente. Qui non siamo nel Pcus.
Dobbiamo abituarci a discutere di queste cose non pensando che
discutere di questo sia un reato di lesa maestà. Vediamo se al
nostro progetto è utile che io continui o meno, sapendo una cosa
di cui ho piena consapevolezza e cioè che noi dobbiamo andare
verso un profondo rinnovamento del gruppo dirigente, uno
snellimento ed una razionalizzazione delle strutture dirigenti
del partito ed io mi sono assegnato un unico compito: quello di
traghettare questo partito in una prospettiva politica più
grande e contemporaneamente traghettare il gruppo dirigente
verso il rinnovamento.
Non a caso ho usato l’espressione della
traversata nel deserto perché è l’espressione di Mosè che porta
gli ebrei nella Terra promessa. Ma Mosè non ci arriva. Io fino a
che camperò continuerò a fare il militante comunista ma non mi
si può chiedere di fare per un lungo periodo il segretario del
partito. Lo farò fino a che è utile e vi posso assicurare che un
minuto prima che qualcuno me lo chieda avrò già fatto un passo
indietro. Discutiamone, perché è un tema vero. L’unica cosa
certa, assolutamente certa è quello che ho detto chiudendo la
Direzione e che ribadisco qui. Subito dopo la disfatta io ho
sentito un peso sulle spalle che vi posso assicurare non era
lieve. Quel peso, quella responsabilità io la voglio
condividere, la vorrei spartire con voi, darne un pezzetto a
ciascuno di voi perché davvero è pesante. E spero di comunicare
a tutti e a tutte un unico sentimento. Noi siamo stati
sconfitti. Ma non abbiamo nessuna intenzione di arrenderci ed
andiamo avanti. |