COMITATO CENTRALE

La relazione del segretario,
Oliviero Diliberto

Roma, 10 maggio 2008

 

Credo non sfugga a nessuno che siamo in una situazione assolutamente inedita e quindi anche la mia relazione introduttiva sarà improntata a grande franchezza, senza alcuna di quelle sottili ipocrisie della politica, perché è tempo di affrontare alcune questioni che per troppo tempo abbiamo in qualche misura rimosso. Dobbiamo andare ad un Congresso che sia un di grande chiarezza politica e dopo il Congresso lavorare per la costruzione di un grande progetto politico.

Dal giorno dopo le elezioni sto svolgendo attivi regionali e riunioni in giro per l’Italia. La mia impressione, lo dico misurando le parole, è che il partito sia in campo, sia in piedi e che questo risultato, che avrebbe potuto portare, obiettivamente, ad una fase depressiva, viceversa ha sortito l’effetto di una reazione. Non dovunque, non nella stessa misura, ma nei luoghi dove mi sono recato c’è un partito reattivo. A Bologna per esempio - devo dire in una situazione particolare perché in campagna elettorale abbiamo avuto la vicenda della segretaria regionale che se ne è andata - ho visto un partito vivo e vitale. La sindrome otto settembre, il "tutti a casa", non c’è.

Gli altri partiti usciti dalla disfatta dell’Arcobaleno sono in ginocchio, chi per un motivo, chi per un altro. Rifondazione è lacerata oltre misura, non si sa nemmeno se Bertinotti firmerà o meno la mozione di Giordano; i Verdi pare che eleggeranno Marco Boato coordinatore e dunque veleggeranno verso il Partito democratico; Sinistra democratica è divisa in tre diverse mozioni, va al cambio del segretario e ci risulta che ci sia un intenso lavorio da parte del Pd per riassorbirla. Noi siamo in piedi, evidentemente abbiamo lavorato bene negli anni passati.

Tutto ciò però se da un lato, in qualche misura, può rassicurare il Comitato centrale, dall’altro può essere fuorviante. E’ scattata una sorta di sindrome di autoconsolazione-rimozione che è preoccupante. Sintetizzo il pensiero di alcuni tra noi: sì abbiamo da registrare una sconfitta, ma tutto sommato andiamo avanti; la linea va bene; la confederazione della sinistra prosegue. Vi è insomma in alcuni compagni l’idea che tutto sommato si fa un Congresso perché siamo obbligati dal risultato, ma in fondo non debba cambiare poi molto.

Io invece sono persuaso che proprio perché il partito ha tenuto, proprio perché siamo in campo, proprio perché siamo gli unici in grado di determinare uno spostamento di forze verso il futuro, dobbiamo avere il coraggio di mettere in campo la massima sfida per l’innovazione e determinare un nuovo inizio. Uso volutamente questa espressione, nuovo inizio, senza il quale i processi che sono in corso inevitabilmente, anche al di là, come è ovvio, delle nostra percezione, porteranno ad un progressivo, ulteriore, affievolimento dell’azione e della consistenza del nostro partito sino a determinarne nei fatti l’assoluta inconcludenza.

Nuovo inizio che prenda atto dell’esito disastroso delle elezioni e non solo per la Sinistra Arcobaleno. Perché vedete, io non vorrei che la sinistra italiana interrogandosi su se stessa perdesse di vista quello che è successo complessivamente.

Le elezioni del 2008 passeranno alla storia, perché questo parlamento è di gran lunga il parlamento più a destra della storia repubblicana. Ma c’è di più: questo parlamento rispecchia lo stato del paese e cioè uno spostamento a destra della società delle idee e del senso comune della società italiana. Da più parti si parla di americanizzazione del sistema. L’idea, perlomeno quella veltroniana, è quella di un’alternanza tra simili. Americanizzazione appunto. Il Pd che rappresenta l’establishment tradizionale, il Pdl che rappresenta un establishment un po’ diverso, decisamente conservatore.

Però attenzione, c’è una specificità italiana, non basta parlare dell’americanizzazione che pure c’è. C’è un elemento in più ed è che mentre negli altri paesi dove c’è un’alternanza tra simili, le due formazioni politiche si riconoscono a vicenda in una storia comune, la situazione italiana è molto diversa perché c’è sì l’americanizzazione del sistema, e però uno dei due corni della vicenda è un agglomerato di forze che in parte e solo in parte si può riconoscere nella comune storia repubblicana. Mentre la vecchia Casa delle libertà aveva l’Udc dentro, conservatore ma legato alla storia repubblicana, adesso con l’Udc fuori cambia il quadro e la natura della destra italiana. Il Pdl è fatto da tre forze politiche che non vengono dalla storia costituzionale: Forza Italia, i postfascisti del vecchio Msi, poi An, e la Lega. In altre parole ci sono in questa destra italiana delle specificità diverse e peggiori rispetto alle altre destre europee ed internazionali.

Pensate all’ondata razzista e securitaria, e cioè il tema della sicurezza cavalcato con le ronde, con una concezione della sicurezza che è un intreccio di xenofobia, razzismo, populismo che però ha fatto presa, è entrato nel senso comune degli italiani. Attenzione, perché lo scivolamento verso una società autoritaria è insensibile, non te ne accorgi fino a quando non ci sei cascato. Ed allora io spero che sabato prossimo si possa essere tutti a Verona per la manifestazione contro il razzismo. Che ci sia tutta la sinistra, tutto quello che ne è rimasto, perché è indispensabile oggi reagire, non abbassare la guardia e riscoprire e praticare l’antifascismo non come un glorioso retaggio del passato, come la retorica archeologica. L’antifascismo oggi più che mai torna un attuale elemento di battaglia politica nella società italiana; declinato nella nuova fase, con i nuovi pericoli che abbiamo di fronte.

Così come, attenzione compagne e compagni, a considerarci equidistanti tanto dal Pd come dal cosiddetto Popolo delle libertà. Dobbiamo avere la capacità di distinguere sempre tra chi è il nemico principale. E cioè non vorrei che siccome il Pd è quello che ha contribuito a schiantarci finissimo per scambiare lucciole per lanterne e cioè che facessimo una riedizione postuma di una sciagurata teoria degli anni Trenta che era quella del socialfascismo. Dobbiamo essere in grado di distinguere sempre perché facciamo politica. Dopo di che la critica e gli attacchi al Partito democratico da parte mia voi li sentirete in maniera sempre crescente perché le responsabilità che si sono assunti, anche nel legittimare proprio questa destra, sono terrificanti. Ma, lo ripeto, attenzione perché il rischio che scatti in noi una involuzione settaria, che la reazione alla sconfitta ci porti a rinchiuderci in una logica meramente identitaria è un rischio molto serio. Dobbiamo insomma scongiurare i pericoli di estremismo e trovare un punto di equilibrio. Questa è la linea che vi propongo a nome della Direzione del partito.

Siamo chiamati a dare un giudizio innanzitutto sulla fine di una fase. La fine della fase è la fine dell’Unione di centrosinistra che non è finita per colpa nostra, eppur tuttavia è finita. Chi oggi vagheggia il ritorno a quella fase semplicemente non ha capito quel che è successo. L’Unione si basava su una scommessa e cioè che si potessero conciliare interessi materiali diversi, parliamo di interessi di classe - ma anche altri, penso alla laicità dello Stato - tra le forze moderate e la sinistra. Non ci siamo riusciti. Dobbiamo registrare su questo terreno una sconfitta: l’idea del partito di lotta e di governo non ha funzionato. Non ha funzionato con il Pci quando il Pci aveva il 34 per cento dei voti. Noi abbiamo provato, insieme ad altri, forse noi più di altri, a spostare nella misura del possibile l’asse del governo su linee più accettabili. Volta per volta siamo invece stati indotti ad un’altra cosa e cioè a frenare. La nostra linea è diventata quella di impedire cose peggiori, star dentro per arginare gli spostamenti progressivi su posizioni sempre più moderate.

Quell’idea dell’Unione, quella possibilità non c’è più. Oggi quella costruzione di alleanze che abbiamo determinato dal ‘98, da quando siamo nati, è fallita alla prova dei fatti. Ed è fallita per una somma di circostanze: i rapporti di forza, la congiuntura internazionale, ma anche perché nel nostro paese quei poteri forti, quegli interessi di classe che noi pensavamo potessero essere conciliabili con gli interessi di un’altra classe, ebbene quei poteri forti hanno determinato prima l’impedimento ad ottenere dei risultati e poi la caduta del governo per espungere quel poco che noi potevamo rappresentare, quel granello di sabbia che potevamo rappresentare ed abbiamo rappresentato, di inceppamento dell’ingranaggio.

La nascita del Partito democratico ha infine posto il suggello alla fine dell’Unione di centrosinistra. Il Pd è nato con l’idea di cambiare le alleanze. Ricordate Rutelli e le maggioranze di nuovo conio? E anche la linea che il Pd ha sprigionato era la linea che non poteva che portare alla deflagrazione dell’alleanza e del governo. Il Pd poi ha scelto - in questo caso per responsabilità diretta di Veltroni e del suo gruppo - di espungere la sinistra anche semplicemente sul piano dell’alleanza elettorale. E non era la scelta di andare da soli, perché hanno preso Di Pietro, hanno preso i Radicali, hanno preso imprenditori, generali, prefetti, teodem e così via. Non hanno preso la sinistra. L’obiettivo del Pd era erodere consenso nel bacino potenziale dei moderati e nelle aree del paese dove più in ritardo era il Pd, penso al Nord Est, alla candidatura di Calearo. Non sono riusciti affatto. Il paradosso è che il Partito democratico nasce a "tendenza maggioritaria", cercando di sfondare al centro e, invece, non sfonda per niente al centro, non prende un voto in più rispetto a quelli dell’Ulivo del 2006, ma porta via i voti alla sinistra. Il Pd ha fallito la sua missione, doveva arrivare perlomeno al 35 per cento, è arrivato al 33 e ha consegnato alla destra la più grande maggioranza da quando Berlusconi è sceso in politica. Si parlava di rimonta: sono nove punti in più di distanza per Berlusconi! Si parlava di pareggio al Senato: sono 39 i senatori in più per la destra! Sino alla tragedia delle elezioni romane, dove Alemanno conquista il Campidoglio dopo 15 anni di governo del centrosinistra.

Il Pd ha determinato un susseguirsi di sconfitte, una dietro l’altra. L’unico risultato perfetto che è riuscito a Veltroni è stato quello di far sì che la sinistra non fosse più in Parlamento. In tutta la campagna elettorale ho avuto una sensazione molto sgradevole: Veltroni individuava come nemico la sinistra e non Berlusconi, sino ad arrivare al paradosso del voto utile. L’operazione annientamento della sinistra sta proseguendo con l’ipotesi della introduzione della soglia di sbarramento alle europee e noi non siamo più in Parlamento ad incidere. Gli riuscirà? Non lo sappiamo, ci sono resistenze anche dentro al Pd, ma nel gruppo dirigente che fa capo a Veltroni l’obiettivo di mettere mano alla legge elettorale europea c’è.

Tutto questo prelude ad una stagione che cambierà molte cose in Italia e che determina conseguenze anche sul movimento dei lavoratori, sul sindacato, come si è visto nella vicenda dell’accordo raggiunto sulla modificazione del contratto di lavoro. E questo è solo l’inizio. Insomma non si apre una fase semplice, anzi: senza compagne e compagni in Parlamento, con un continuo tentativo di annientamento a tutti i livelli, penso alle trattative sulla formazione delle giunte alla provincia di Roma, al comune di Napoli. C’è uno scientifico tentativo di annientamento. C’è un unico modo per evitarlo, ed è avere più forza per impedire che questo avvenga, essere più condizionanti. Ed allora dobbiamo analizzare con molta attenzione le cause della sconfitta e, sulla base di queste, ragionare sul da farsi.

In campagna elettorale ho registrato due sentimenti contrastanti nel nostro elettorato, due sentimenti che coesistevano. Alcuni dicevano: "non vi votiamo più perché due anni di governo Prodi non ci hanno portato niente". Astensionismo di sinistra, delusi di sinistra. Contemporaneamente c’era un’altra fetta che diceva: "beh, per due anni avete rotto le scatole al governo, gli avete impedito di attuare quel che voleva attuare. E siccome bisogna impedire che vinca la destra voto per Veltroni o quando non  voglio votare per Veltroni perché proprio non ce la faccio voto per Di Pietro che sta comunque dentro la coalizione". In sostanza noi abbiamo scontato da una parte e dall’altra per una linea che non ha pagato, che era appunto quella "di lotta e di governo".

Ma abbiamo pagato un prezzo molto alto su un altro punto che è un punto politico-culturale, e cioè il fatto che gran parte dei nostri alleati, ad iniziare dal candidato premier Fausto Bertinotti, erano impegnati in una gara di nuovismo. Era il tentativo di accreditarsi come una cosa nuova a prescindere dai contenuti. Per certi versi sembrava la riedizione, in forma farsesca, e senza la caduta del muro di Berlino alle spalle, della Bolognina. Una Bolognina fatta in fretta e furia, con dei sotterfugi, attraverso una campagna elettorale, non attraverso un confronto e una tragedia di una comunità come era stata nel caso del Pci. Nuovismo. Come se la falce e il martello, simbolo nostro e di Rifondazione, fosse un impaccio per prendere voti. Viceversa nel 2006 con quel simbolo noi e Rifondazione assieme abbiamo preso complessivamente 3 milioni di voti. Con l’Arcobaleno abbiamo preso un milione e centomila voti, compresi i Verdi, compresa Sinistra democratica. In altre parole di nuovismo in nuovismo si muore. E cioè l’ancoraggio ad una identità se essa non è fine a se stessa, ma se è una identità che serve a sviluppare un’azione politica con dei contenuti, ebbene quell’identità è foriera di risultati positivi. E’ quando le abbandoni le identità, senza cambiare i contenuti, allora il cambiamento dell’identità ti porta al disastro come è avvenuto in queste elezioni. In altri termini credo che qualcuno abbia fatto la campagna elettorale, non per prendere voti ma per costruire, già nella campagna elettorale, il partito del dopo. Cioè il partito dell’Arcobaleno che poi non si costruirà per il semplice motivo che è stato disfatto dagli italiani. Voto utile, abbandono dell’identità, le dichiarazioni di Bertinotti sul comunismo che sarebbe stato nel nuovo soggetto solo una «tendenza culturale», a pochi giorni dal voto: tutti elementi, dicevo, che ci hanno portato alla sconfitta. Ma non bastano a spiegare l’entità della disfatta. C’è un altro importante dato su cui riflettere.

Se nel giro di due anni perdiamo milioni di voti c’è una conseguenza che va analizzata a fondo: noi tutti, Rifondazione e Pdci, avevamo un voto di opinione e non un voto strutturato. In altre parole è un voto che col mutare d’opinione si sposta da una parte all’altra e il dato di fondo è che la sinistra non ha più insediamento sociale nel paese. Naturalmente questo voto d’opinione, quando non ci sarà più la coazione al voto utile può essere che torni alle europee e ci sono anche segnali in questo senso, ma è comunque un voto che va e viene e che non rappresenta più, come una volta, un insediamento sociale vero. Ed è da lì che bisogna ripartire. Oggi si deve guardare al futuro, che poi è un futuro immediato.

La Direzione del partito ha individuato un percorso che parte da una considerazione di fondo. Il nostro partito c’è, ha dimostrato una buona tenuta, però da soli non ce la facciamo, da soli siamo inadeguati ad affrontare la fase che si apre e che, ripeto, sarà difficilissima. Nella riunione della Direzione ho parlato di una lunghissima traversata nel deserto. Lo ribadisco e non so quanto ci metteremo. Però bisogna sapere in che Direzione muovere i primi passi per evitare di perdersi.

L’Arcobaleno non c’è più compagni. Il compagno Mussi in una intervista al manifesto di pochi giorni fa ha detto «diamoci un’ultima chance alle europee». A me sembra una cosa insensata, contro il buon senso prima ancora che contro le regole della politica. E tuttavia non escludo che a seconda dell’esito del Congresso di Rifondazione ci possa essere questa prospettiva. Però non è la nostra.

Molti compagni mi dicono "dobbiamo ricostruire la sinistra". Giusto. Molti sostengono: "non dobbiamo perdere la nostra vocazione unitaria a sinistra". Giusto. Però di quale sinistra stiamo parlando? Cosa c’è rimasto a sinistra? Sinistra Democratica? I Verdi? Non ci sono più. Ma la vera tragedia è che nella percezione di grandi masse, anche per via del sistema bipolare, la sinistra è rappresentata largamente dal Partito democratico e cioè destra-sinistra nella semplificazione. Non lo è. Certo che non lo è. E’ un partito di centro, ma in questo bipolarismo da Orazi e Curiazi, viene percepito come tale. Tra l’altro la gente vede i capi: sono sempre gli stessi. Nel Pd continuano a litigare Veltroni e D’Alema. Come nei Ds, come nel Pds e come nel Pci prima. La percezione è cosa diversa dalla realtà. Allora a sinistra cosa è rimasto? Siamo rimasti noi ed è rimasto il Prc. Ripartiamo da quello che c’è compagni e non da quello che vorremmo che ci fosse, perché se sbagliamo l’analisi poi sbagliamo tutto. Ripartiamo da quello che c’è e a sinistra. E a sinistra ci sono due partiti che si chiamano comunisti.

C’è stato, come sapete, un appello pubblico di capi di movimento, di lavoratori, di intellettuali, rivolto a noi e non solo a noi, che non a caso aveva un titolo emblematico: "Ricostruire la sinistra". Ma subito dopo diceva, "Incominciamo da noi comunisti". Si rivolgeva a noi - che abbiamo già detto di sì - e a Rifondazione comunista, che ovviamente non ha risposto perché ha linee molto diverse all’interno, e poi si rivolgeva a tutti coloro che sono ancora comunisti e che oggi non stanno né con noi né con Rifondazione. Ce ne sono di comunisti, erano tre milioni due anni fa! Da lì dobbiamo ripartire. Io non vedo alternative.

So che ci sono opinioni diverse, che molti compagni vorrebbero riproporre la confederazione. E’ un pio desiderio, perché la confederazione non c’è. Al Congresso ci confronteremo liberamente, ma partiamo dalle cose reali, dai dati. I dati ci dicono che dopo questo risultato dobbiamo provare a ripartire dai comunisti. Come è ovvio dipenderà molto da come andrà il Congresso di Rifondazione comunista, da chi vincerà quel Congresso, dai rapporti di forza che si determineranno. Ma dipenderà anche dal nostro di Congresso. La Direzione ritiene che il Congresso nostro vada in parallelo con quello di Rifondazione Comunista e la nostra parola d’ordine, quella del nuovo inizio, quella che, se verrà votato maggioritariamente, proporrò di inserire nel documento politico è quella della riunificazione delle forze comuniste in Italia.

Care compagne e cari compagni, il Pdci, noi, ci mettiamo a disposizione di questo processo nell’auspicio e nella speranza - e ovviamente incalzeremo in questo senso - che altri vengano, che altri accettino di fare questo percorso insieme a noi. Badate, voglio essere molto esplicito, l’ho detto aprendo la mia relazione che non voglio usare le ipocrisie della politica; qui stiamo giocando la sopravvivenza non di una nicchia, ma stiamo provando a giocare affinché il Partito democratico non provi definitivamente a cancellare la presenza di forze critiche dal panorama politico italiano. Il rischio è mortale, non per il Pdci, ma per l’esistenza di idee critiche che abbiano nel panorama politico italiano una esistenza reale, non in un convegno o in un libro di un intellettuale di sinistra, ma nell’azione politica.

Attenti, la discussione nel Pd, dalle legge elettorale in europea in avanti, sarà su come si finisce di distruggere la sinistra. E voglio mettere in guarda i compagni da un pericolo insidioso; dentro il Pd sembra che si contrappongano due linee: da un lato Veltroni che non vuole rapporti con noi, dall’altro D’Alema che dice di volere riaprire la politica delle alleanze. Io non so cosa è meglio fra le due cose: D’Alema non dice "rifacciamo l’Unione", D’Alema sta lavorando affinché si ricostruisca una sinistra buona, presentabile, non più comunista, "arcobalenista" per semplificare, con la quale il Pd possa allearsi e dire all’opinione pubblica, "vedete abbiamo recuperato anche la sinistra". Con noi no, a noi non ci vogliono . Non è una mia illazione, lo ha esplicitato Nicola Latorre, il braccio destra di D’Alema, in una intervista a l’Unita, dichiarando che "c’è un movimento interessante a sinistra, non più ideologico, non più retrò, che si sta innovando…". A chi stava pensando? A Bertinotti e a Mussi che se vincono il Congresso o anche se non lo vincono, parlo di Bertinotti, insieme ai socialisti schiantati dalle elezioni, si riunificano, fanno la sinistra perbene che aderirà presumo - ma è del tutto secondario - all’Internazionale socialiste a al Ps europeo. Quelli vogliono prendersi.

Allora come pensiamo di sopravvivere compagni? Come pensiamo di far vivere in Italia la criticità rispetto agli assetti capitalistici? Beh aumentando le forze, provando a rimettere insieme quelli che sino a 10 anni fa erano già insieme. La gran maggioranza di noi era in Rifondazione, c’è stata una differenza strategica nel ‘98, abbiamo creato questo partito e dopo 10 anni ci siamo e siamo pure in salute discreta nonostante tutto, ma oggi dobbiamo fondere le due debolezze. E in questo processo unitario richiamare quanti più compagni e compagne possibile che hanno voglia di cimentarsi in questo percorso. E quindi propongo a nome della Direzione che su questo tema il nostro partito vada al Congresso e che il Congresso venga indetto in una data che non fissiamo oggi , ma comunque entro luglio, in parallelo con il Congresso di Rifondazione.

Oggi dobbiamo indire il Congresso, dobbiamo nominare una commissione che lavori alla bozza di documento politico da sottoporre poi al Comitato centrale e sul documento politico mi riservo l’ultima parte della relazione. Io auspico e lavorerò per un documento politico unitario, nella chiarezza politica. Verificheremo se ci sono le condizioni, ma io lavorerò per questo. So che ci sono dei ragionamenti da parte dei compagni, se presentare o meno documenti alternativi a quello base che il Comitato centrale approverà. Ritengo che documenti alternativi siano un errore e che ci siano le condizioni per provare a stare tutti insieme. Per esplicitare non ci sono soltanto tendenze un po’ più di sinistra nel partito, ci sono anche tendenze un po’ più confederative. Lo dico con enorme rispetto. E non escludo che ci possano essere documenti alternativi. Io lavorerò per scongiurarlo. In ogni caso questo non è un Congresso qualunque, è un Congresso che deve vedere la più grande partecipazione delle compagne e dei compagni, una larga consultazione di tutti e un Congresso il più aperto e il più libero possibile.

La mia idea di percorso è la seguente: oggi il Comitato centrale indicherà un gruppo di compagne e di compagni per redigere la bozza di documento e verificare se c’è la possibilità di un documento unico. Sono per far lavorare questa commissione e poi varare una bozza di documento che possa essere discusso, ove i compagni nei territori ne avessero voglia, per recepire suggerimenti, critiche, osservazioni e cioè far vivere la costruzione del documento nel modo più largo possibile. Dopo di che, svolto questo lavoro, la commissione si riunirà per un’ultima volta, varerà la bozza definitiva e sarà il Comitato centrale nel giro di tre settimane, forse i primi di giugno, a varare il documento o i documenti. La Direzione ha stabilito il modello di documento, un documento breve - dieci cartelle - tutto di indirizzo politico. Un documento che prende atto di quello che è successo e guardi al futuro, alla prospettiva e alla fase che si apre e alla quale noi vogliamo partecipare a pieno titolo, da protagonisti. Documento quindi compatto, non emendabile, perché se il documento è "costruiamo l’unità delle forze comunisti" e poi magari passa un emendamento che dice "ci presentiamo con l’Arcobaleno," beh non torna.

Tutto si tiene, unità nella chiarezza politica: non ci possono essere maggioranze trasversali, giochini. Il documento verrà discusso lungamente e poi verrà varato dal Comitato centrale. Io terrei la barra sul problema della riunificazione delle forze comuniste in Italia su tre questioni di contenuto, che cito solo per titoli: ripartire dal conflitto sociale, battaglia culturale, diversità dei comunisti. Ho detto conflitto sociale, quindi contraddizione capitale-lavoro. Voglio dire che dove il partito si è impegnato dei risultati sono arrivati: alla Bosch di Bari abbiamo 120 iscritti nella sezione di fabbrica. Sulla battaglia culturale voglio aggiungere una cosa.

Ho citato prima il tema della sicurezza. E’ cambiato profondamente il senso comune dell’Italia negli ultimi 15 anni. Quando c’è stata la fine della prima Repubblica per una larga fetta del paese sembrava che il reato peggiore fosse quello dei colletti bianchi, la malversazione, la concussione, la corruzione, l’abuso d’ufficio, i reati della politica e del rapporto tra la politica, l’economia e le istituzioni. Ebbene oggi questi non sono più percepiti come reati, sono stati espunti dalla preoccupazione degli italiani. La preoccupazione è soltanto per quei reati che generano allarme fisico immediato. Noi non dobbiamo sottovalutare – e saremmo sciocche se lo facessimo - questi temi, gli scippi, i furti nelle abitazioni. Però va fatta una battaglia culturale, che temo faremo solo noi.

Faccio un esempio banalissimo di quel che intendo. Quando c’è stato il dibattito contro le contraffazioni c’è stato chi da destra ha proposto un pena sino a tre anni di carcere per coloro che vendono merce contraffatta, le false borse per intenderci, per strada. Tre anni, una cosa enorme. Io ho replicato in una maniera semplice che è comprensibile a tutti. Se mia moglie compra una falsa Louis Vuitton da un extracomunitario, entrambi sanno che è falsa, lo sa chi te la vende ma lo sa anche chi la compra. Però se do tre anni di carcere all’extracomunitario, perché non li do anche a chi acquista? Ma c’è una cosa più di fondo. Se io do sino a tre anni di carcere a chi vende una borsa falsa, quando la sta vendendo a chi sa che è falsa, quanti anni devo dare ai banchieri che hanno venduto i bond falsi argentini a quei poveri risparmiatori che non sapevano che quei bond erano taroccati! Questo è un tema grande e difficile, però è il tema per l’egemonia, per la gerarchia dei valori nella società. Ecco come si tengono, conflitto sociale e battaglia culturale.

Infine la diversità. Approfitto della riunione del Comitato centrale per dire quanto non ho potuto dire in anticipo rispetto ad un mia scelta. Come sapete io non ero candidato a queste elezioni e ho scelto di non essere candidato per lasciare il posto ad un operaio, Ciro Argentino, nostro compagno, lavoratore delle Thyssen, con tutte le implicazioni simboliche che questo aveva. Credo che sia venuto il momento, per tutti non solo per il segretario del partito, di iniziare seriamente a ragionare sul tema della diversità dei comunisti rispetto agli altri. Siccome i compagni e le compagne mi hanno sentito migliaia di volte dire queste cose ho ritenuto che fosse importante non dirlo più ma farlo e cioè - ancorché forse non sufficientemente recepito - il mio intento era innanzitutto pedagogico.

Nel momento in cui vi era la discussione sulle candidature, che inevitabilmente porta con se personalismi, ambizioni, scorie di tutti i tipi, che iniziasse il segretario del partito a dare l’esempio per dire che si può fare politica anche fuori dalle istituzioni. Ho preso questa scelta per dare un segnale all’esterno, per dire "quando parlate di casta noi non c’entriamo", ma anche all’interno del partito. Ribadisco qui quello che ho detto nella riunione della Direzione: qualunque cosa capiti la mia vicenda istituzionale è chiusa nel senso che intendo dedicarmi nei ruoli che il partito deciderà, esclusivamente al progetto politico che vi ho esposto.

Torno al percorso congressuale. Il prossimo Comitato centrale dovrà varare il documento o i documenti, stabilire le regole del Congresso e nominare due commissioni. Oggi nominiamo la commissione per la redazione del documento, la volta prossima dovremo indicare due commissioni, tutte e due molto rilevanti: la prima è una commissione che deve valutare gli adeguamenti e le modifiche del nostro statuto da proporre poi al Congresso per una nuova forma partito e immaginare anche la possibilità di adeguare i gruppi dirigenti al percorso di riunificazione che vi ho proposto. A statuto vigente dovremmo rifare ritualmente gli organismi come sono oggi, bisogna che discutiamo come farli considerando la fase completamente nuova.

Noi dobbiamo radicalmente modificare il nostro modo di lavorare, anche perché le risorse sono infinitamente di meno, e quindi rimodulare il nostro modo di lavorare in vista del processo unitario delle forze comuniste e contemporaneamente in ogni caso per quanto riguarda noi. E’ una commissione meramente istruttoria, ma che non può essere la commissione statuto che viene nominata il giorno del Congresso e lavora una notte. E’ una commissione che deve lavorare da qui al Congresso affinché il Congresso possa poi discutere e votare le modifiche dello statuto. Poi bisognerà nominare, come è ovvio, la commissione che gestisce il Congresso. Arrivati a quel punto sapremo se vi sono o meno documenti alternativi e valuteremo ed avanzeremo una proposta che tenga dentro la gestione tutte le compagne e i compagni che hanno manifestato sensibilità e/o documenti diversi.

Infine, nella prossima riunione del Comitato centrale distribuiremo tre proposte di legge di iniziativa popolare. Non siamo più in parlamento e l’unico modo per svolgere un ruolo legislativo è quello delle proposte di legge di iniziativa popolare. Sono tre proposte simboliche che parlano ognuna a un pezzo di società che a noi interessa raggiungere: la reintroduzione della scala mobile per i salari e le pensioni; il divieto di finanziamento da parte del pubblico, quindi Stato ed enti locali, alle scuole private secondo il dettato costituzionale; la legge sul conflitto degli interessi.

Un pacchetto che parla di lavoro, parla di scuola e di cultura e di regole democratiche in un paese dove proliferano i conflitti d’interesse.

Ho finito compagni, ma non posso esimermi dal porre in chiusura un tema che ho già posto alla Direzione del partito. Il tema del mio ruolo. Se ci pensate sono dei quattro partiti dell’Arcobaleno, l’unico segretario che è ancora in carica. E siccome non vivo sulla luna so che il problema esiste. Vi assicuro che tirare la carretta oggi è più che mai complicato. Credo di avere dimostrato coi fatti di essere scarsissimamente attaccato alle seggiole. Ho posto alla Direzione un problema e cioè se le compagne e i compagni ritenessero utile per il partito che io continuassi a fare il segretario. L’ho posto laicamente. Qui non siamo nel Pcus. Dobbiamo abituarci a discutere di queste cose non pensando che discutere di questo sia un reato di lesa maestà. Vediamo se al nostro progetto è utile che io continui o meno, sapendo una cosa di cui ho piena consapevolezza e cioè che noi dobbiamo andare verso un profondo rinnovamento del gruppo dirigente, uno snellimento ed una razionalizzazione delle strutture dirigenti del partito ed io mi sono assegnato un unico compito: quello di traghettare questo partito in una prospettiva politica più grande e contemporaneamente traghettare il gruppo dirigente verso il rinnovamento.

Non a caso ho usato l’espressione della traversata nel deserto perché è l’espressione di Mosè che porta gli ebrei nella Terra promessa. Ma Mosè non ci arriva. Io fino a che camperò continuerò a fare il militante comunista ma non mi si può chiedere di fare per un lungo periodo il segretario del partito. Lo farò fino a che è utile e vi posso assicurare che un minuto prima che qualcuno me lo chieda avrò già fatto un passo indietro. Discutiamone, perché è un tema vero. L’unica cosa certa, assolutamente certa è quello che ho detto chiudendo la Direzione e che ribadisco qui. Subito dopo la disfatta io ho sentito un peso sulle spalle che vi posso assicurare non era lieve. Quel peso, quella responsabilità io la voglio condividere, la vorrei spartire con voi, darne un pezzetto a ciascuno di voi perché davvero è pesante. E spero di comunicare a tutti e a tutte un unico sentimento. Noi siamo stati sconfitti. Ma non abbiamo nessuna intenzione di arrenderci ed andiamo avanti.



COMITATO CENTRALE
del 10 e 11 maggio
2008
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

DIREZIONE NAZION
ALE
del 18 aprile 2008
- La relazione di Oliviero Diliberto

COMITATO CENTRALE

del 10 e 11 marzo 2007
- La relazione del segretario
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

COMITATO CENTRALE

del 22 ottobre 2006
- La relazione del segretario
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

COMITATO CENTRALE

del  9 e 10 settembre 2006
- La relazione del segretario
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

COMITATO CENTRALE

del 14 e 15 gennaio 2006
- La relazione del segretario

DIREZIONE NAZIONALE
del 29 novembre 2005
Comunicato

COMITATO CENTRALE

del 16 e 17 luglio 2005

- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

COMITATO CENTRALE

del 23 e 24 ottobre 2004

- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto
- L'intervento del segretario regionale del Trentino Alto Adige

COMITATO CENTRALE
del 19 e 20 giugno 2004

- La relazione del segretario
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

COMITATO CENTRALE
del 29 e 30 novembre 2003

- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto
- L'ordine del giorno
D
IREZIONE NAZIONALE

del 18 settembre 2003

No alla lista unica

COMITATO CENTRALE
del 12 e 13 luglio 2003

- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

COMITATO CENTRALE
del 10 maggio 2003
- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

COMITATO CENTRALE
dell'11 e 12  gennaio 2003
- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto
- L'ordine del giorno conclusivo

COMITATO CENTRALE
del 29 e 30 giugno 2002

- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

DIREZIONE NAZIONALE
del 18 aprile 2002

Fortissime perplessità sullo "statuto dei lavori"
Ufficio stampa

A UN ANNO DA BELLARIA
La confederazione della Sinistra per il lavoro, la pace e i diritti
di Oliviero Diliberto
Da "La Rinascita della Sinistra"

COMITATO CENTRALE
 del 26 gennaio 2002

La relazione del Segretario, O. Diliberto
"Due campagne nazionali su giustizia e lavoro"

Le conclusioni di Diliberto
"Il partito cresce ovunque, continuiamo così"

Dopo Bellaria
I compiti di chi guarda avanti per costruire
di Carlo Benedetti
Da "La Rinascita della Sinistra"