|
Voglio iniziare senza ipocrisie. Quando c’è una
sconfitta e quando c’è una sconfitta di queste proporzioni trovo
assolutamente necessario che colui che ha guidato il partito, il
sottoscritto, chieda al gruppo dirigente fondamentale, cioè la
Direzione del partito, se ritiene utile che io continui a fare
il segretario.
Lo dico nel modo più diretto possibile perché è
giusto che sia così. In un momento del genere vi assicuro che
tirare la carretta è complicato. E credo di avere dimostrato,
anche alla vigilia di questa campagna elettorale, di essere -
forse tra i non molti - sicuramente non attaccato alla poltrona,
visto che avevo deciso di lasciare il Parlamento. Per cui con
assoluta serenità e laicità nella discussione, se ci sarà un
giudizio negativo da parte dei compagni su quello che io dirò,
su quello che abbiamo fatto e su quello che faremo, la proposta
politica insomma – che alla fine ovviamente voteremo – , posso
garantire sin d’ora, e sapete che è la verità, che io continuerò
a fare semplicemente, e con immutato orgoglio il militante di
questo partito e nulla di più. Se invece i compagni riterranno
utile che io continui a svolgere il ruolo di segretario, lo
farò, e lo farò con rinnovata passione, anche se, come è del
tutto evidente, in una situazione molto più complicata di prima.
C’è però una cosa che io mi chiedo e chiedo a tutti, qualunque
sia la scelta: il rispetto delle persone, che viene prima della
politica. Anche la critica politica, la più feroce, deve tener
conto del rispetto tra i compagni, senza il quale è la barbarie.
E purtroppo abbiamo assistito, in questi ultimi periodi, da
parte di alcuni, ad una preoccupante degenerazione in tal senso.
Piccoli, isolati, marginali episodi. Ma che vanno stroncati
prima che la degenerazione si diffonda.
L’esito di queste elezioni come è chiaro a tutti
è disastroso. È disastroso complessivamente, al di là della
sinistra. È disastroso perché il Parlamento che è stato eletto è
il più a destra della storia della Repubblica italiana.
Berlusconi ha la più grande maggioranza da quando è sceso in
politica - altro che pareggio, ha 40 senatori in più. La Lega è
vertiginosamente aumentata - sembrava finita - anzi sta
sfondando anche nelle regioni ex, molto ex, “rosse”. Il Partito
democratico non è aumentato affatto rispetto alle sue
previsioni, è al di sotto della soglia del 35% che era stata
prefigurata come la soglia di una accettabile, ancorché modesta,
vittoria. La sua vocazione sarebbe dovuta essere quella di
contendere i voti ai moderati, invece non ne ha preso neanche
uno. Il risultato delle scelte di Veltroni è che Berlusconi
governerà 5 anni - questa è la previsione più facile - e rischia
– drammaticamente - di governare anche dopo, se non si inverte
la rotta. C’è una sola cosa che è riuscita al Partito
democratico ed è stata “schiantare la sinistra”. Certo, anche
per colpa della sinistra medesima (come dirò tra breve), ma la
campagna mediatica micidiale sul voto utile, sulla
bipolarizzazione “Berlusconi contro Veltroni”, Berlusconi che
invitava a votare per sé o altrimenti per Veltroni e viceversa,
la logica di un bipartitismo sempre più americanizzato che
prevede l’alternanza tra simili e non una vera e propria
alternanza come c’è in paesi anche europei, tutto ciò ha portato
a ché gran parte dei voti della sinistra – sono quantificati dai
flussi intorno al 55% - siano stati sottratti alla lista della
Sinistra Arcobaleno per andare verso il Partito democratico.
Tuttavia la disfatta della sinistra,
evidentemente, non può essere spiegata solo con questa pur
importantissima circostanza. Perché io credo che ci siano stati
un combinato disposto di diversi fattori. Il primo è
l’astensione di sinistra: la delusione della pratica del Governo
Prodi, 2 anni di aspettative eluse che hanno portato ceti
popolari e lavoratori a non andare a votare. Penso alla grande
manifestazione di ottobre e al fato che dopo è bastato Dini a
renderci del tutto ininfluenti. Poi c’è stato il fenomeno
dell’aumento di Di Pietro, secondo me corroborato da voti di
sinistra. Gente che non voleva votare Partito democratico ma
voleva concorrere alla vittoria possibile, potenziale, contro
Berlusconi, gente che ha votato la coalizione di Veltroni. ma
votando per Di Pietro. Ancora una volta, dunque, voto utile.
Poi, ancora, c’è la faccenda clamorosa del
simbolo. Aver voluto, pervicacemente e scelleratamente, togliere
il simbolo più forte, più riconoscibile, più tradizionale, cioè
la falce e il martello è stato un errore micidiale. Non certo di
questo partito. Ad un giornalista che nei giorni scorsi mi ha
detto «ma non è anacronistico insistere con il simbolo?», io ho
risposto «guardate che 2 anni fa, mica un secolo fa, nel 2006,
in Italia le due falce e martello presenti hanno preso 3 milioni
e 800mila voti. L’Arcobaleno ne ha preso 1 milione e mezzo,
quindi evidentemente è anacronistico l’Arcobaleno, non la falce
e martello». Noi abbiamo cercato – come i compagni sanno – di
spiegarlo disperatamente ai nostri alleati, ma in quella
coalizione, ormai largamente defunta, perché sono stati gli
italiani a stabilirlo, c’era un’egemonia culturale
sostanzialmente a-comunista.
A tutto questo si deve aggiungere che non ci ha
giovato la presenza di alcuni dei nostri alleati e che è stata
sbagliata la campagna elettorale da parte del candidato leader.
Non apparteniamo alla schiera degli sciacalli che si accaniscono
contro chi ha perso: anzi, ringraziamo Bertinotti per essersi
speso in campagna elettorale. La critica è tutta e solo
politica. Noi siamo stati, infatti, gli unici che nelle
settimane prima del voto hanno attaccato il Pd. Ma siamo stati
totalmente oscurati durante la campagna elettorale. Al contrario
c’è stato un assoluto predominio da parte di Bertinotti che da
parte sua non diceva nulla contro il Pd, quasi come prefigurasse
un patto successivo. Errori che si sono susseguiti l’uno
all’altro sino ad alcuni clamorosi infortuni che certo non hanno
aiutato, non hanno spronato i comunisti ad andare a votare:
l’ultimo dei quali a tre giorni dal voto dichiarare che il
comunismo sarebbe rimasto una “tendenza culturale” nel nuovo
soggetto.
Detto tutto questo, ognuna di queste concause ha
contribuito, tuttavia avverto un problema di fondo: è venuto
meno l’insediamento sociale della sinistra. Se di colpo si
possono spostare milioni di voti da una parte all’altra, vuol
dire che quei voti erano semplici voti di opinione. Per carità i
voti di opinione sono sempre esistiti e il Pci largamente ne
fruiva, ma c’era in quel caso, anche e largamente, una base
sociale di insediamento forte che garantiva un radicamento
indipendente dall’opinione, che naturalmente poteva cambiare,
aumentare e spostarsi. Insomma c’era un radicamento che oggi non
c’è più. E appunto oggi occorre proprio ripartire dal
radicamento e dall’insediamento sociale.
Rispetto a tutto ciò una domanda viene spontanea:
si sarebbe potuto fare diversamente ? Sarebbe stato meglio, o
meno peggio, scegliere di andare da soli? Questa è la domanda a
cui dobbiamo rispondere. Dove siamo andati da soli, nelle
comunali, non è andata bene. E se in luoghi dove noi abbiamo un
insediamento vero, prendiamo il due per cento, nazionalmente
quanto avremmo preso? La controprova su quanto avremmo potuto
prendere se fossimo andati da soli alle politiche non ci sarà
mai, ma alcuni elementi per ragionare ci sono. Il rischio quale
sarebbe stato? Temo che avremmo avuto un consenso del tutto
residuale come è capitato allo Sdi, cioè sotto all’uno per
cento. Un disastro. Saremo stati vittime del doppio voto utile,
verso il Pd e verso l’Arcobaleno. E se, avendo fatto la scelta
di andare da soli, fossimo qui a commentare un dato del genere,
allora sì che non ci resterebbe che la consegna al tribunale
fallimentare dei libri contabili di questo partito. Credo di non
aver sottovalutato affatto la disfatta, né di aver sottovalutato
gli errori, ma nella disfatta noi oggi possiamo riprovare a
ripartire, gli altri forse no.
Il nostro Partito complessivamente rispetto agli
altri partner dell’alleanza è quello che ne esce meglio. Tutti i
commentatori dicono che il Pdci tiene. Ed è vero. Ora però
proviamo a ricominciare. La voglio dire con un titolo: “un nuovo
inizio”. Ma voglio essere sincero, sarà una lunghissima
traversata nel deserto. Una difficilissima traversata nel
deserto.
L’Arcobaleno è finito, è del tutto evidente. Quel
che resta ? Una bizzarra riunione promossa a Firenze dal
professor Ginsborg, orfano del professor Pardi, che in cambio di
un seggio in Parlamento ha mollato tutti, dai girotondi a
Grillo... Tutti. A dimostrazione che la società civile può
essere di gran lunga peggio della società politica. L’Arcobaleno
non c’è più: i Verdi veleggiano verso il Pd, o ne rimane una
piccola enclave autonoma, che probabilmente sta cercando
collocazione in un nuovo soggetto che però non c’è nel panorama
politico e rischia di non esserci neppure in futuro; Sinistra
democratica si è liquefatta, Alfiero Grandi ha dichiarato che
guardano ad una nuova alleanza con i socialisti residui, che
come noto hanno preso lo 0,9 per cento e con la sinistra del
Partito democratico; Rifondazione è nella estrema difficoltà e
lacerazione che tutti quanti stiamo vedendo.
Ed allora che fare ? È apparso ieri su molti
giornali un appello – rivolto anche a noi Pdci – di pezzi di
movimenti di lotta, i NoTav, i No dal Molin, il comitato sardo
“Gettiamo le basi”, quelli contro il ponte di Messina, pezzi di
movimenti veri, rappresentanze di luoghi dei lavoro e illustri
esponenti dell’intellettualità comunista. Questo appello chiede
che per ricostruire la sinistra si inizi da noi comunisti.
Rivolge l’appello a noi, a Rifondazione e a tutti i comunisti e
le comuniste, comunque collocati in Italia. Ma chiede
innanzitutto l’unità fra i due partiti comunisti, ossia fra le
due cose che ci sono. Quello che è rimasto in campo dopo lo
tsunami. Noi e loro, e tutto l’arcipelago variegato di compagni
e compagne che magari hanno lasciato il Pdci e Rifondazione o
che non ci sono mai stati e che comunque si riconoscono in un
progetto di trasformazione della società in senso socialista. In
parole semplici, si chiede l’unità di quello che è rimasto della
sinistra. Bene, a questo nuovo inizio, e cioè concorrere,
mettere a disposizione il Pdci, per un progetto più grande di
costruzione di un Partito comunista in Italia, a questo appello
noi, la segreteria del Partito ha risposto di sì. Ora
attenderemo la risposta di Rifondazione comunista.
Ma sul Prc vorrei spendere qualche parola. Il
disastro viene da lontano: nel 1996, dodici anni fa, non un
secolo, Rifondazione aveva l’8,6 per cento dei voti, e nel primo
anno di governo Prodi i sondaggi le attribuivano percentuali
tutte al di sopra delle due cifre. Chi c’era si ricorda.
Successivamente, il gruppo dirigente di Rifondazione decide di
far cadere Prodi, immaginando una fuoriuscita da sinistra, le
trentacinque ore..., cade Prodi, c’è la nostra scissione, e
nell’99 Rifondazione prende il 4% alle europee e noi il 2 per
cento. Si sono persi, anche solo considerando i consensi presi
due anni prima, il 2,5% di voti. Uomini e donne che non sono
venuti né da noi, né da loro. Poi nel 2001 il Prc non fa
l’accordo con il centrosinistra, consegnando a Berlusconi di
nuovo il governo – se al Senato ci fosse stato l’accordo si
pareggiava – infine nel 2006 pur partendo da una posizione che
sino a pochi anni prima diceva «per me centrodestra e
centrosinistra pari sono», il Prc sigla l’accordo più “unitario”
e arrendevole, Bertinotti va a fare il presidente della Camera,
una scelta istituzionale che riduce gli spazzi di battaglia
politica anche dentro il Parlamento, e nel 2008, infine, siamo
in questa condizione.
Beh io credo che noi dovremmo provare a ritornare
al ‘96.
Non ci riusciremo in toto, sia ben chiaro, però
proviamo a ripartire da lì. Da qualche parte, infatti, il
bandolo dobbiamo provare a riprenderlo. L’Appello è rivolto a
noi, a tutti i compagni e le compagne di Rifondazione comunista,
a tutti. Non è un appello rivolto semplicemente alle minoranze
del Prc. Anche se non si può escludere che alla fine lo
raccolgano solo le minoranze stesse, e tuttavia la discussione
interna a Rifondazione non è ininfluente rispetto a questo
progetto. Anzi.
Ho l’impressione nettissima che sia in atto,
tanto più dopo questo risultato, una operazione politica che
mira ad aggregare una sorta di forza cuscinetto, chiamiamola
così di “sinistra buona”, magari guidata da Vendola, come
auspica Francesco Merlo su La Repubblica, dove possano confluire
i reduci dell’Arcobaleno che non vogliono il progetto comunista.
Ho l’impressione che Bertinotti stia lavorando a questo. A noi
non ci vogliono. Questo agglomerato cuscinetto, come io lo ho
definito, nel breve periodo andrà a fare la sinistra del Pd.
Cosa resta? Restiamo noi. Noi e coloro che dentro Rifondazione
rifiuteranno questa deriva, più tanti che fuori dai due partiti
esistenti ancora si sentono comunisti. Vedremo il dibattito che
si svolgerà entro al Prc, però spero solo una cosa, che la
scelta che faranno sia non equivoca. E cioè che non ci sia
ancora una scelta in mezzo al guado. Sarà il congresso
naturalmente a sciogliere questo eventuale equivoco, tuttavia
dentro Rifondazione ci sono forze sicuramente disponibili e noi
dobbiamo con chi ci sta provare a ricominciare. Ovviamente,
ripeto, rivolgendoci potenzialmente a tutti.
Giusto a questo punto domandarsi con che
caratteristiche dovrebbe nascere questo nuovo soggetto. Intanto
fuori dal Parlamento. Non è una scelta, non abbiamo deciso di
diventare un partito extra parlamentare, ci hanno cacciato dal
parlamento gli elettori con il loro voto e Veltroni che non ha
voluto l’apparentamento. Questa nostra non è quindi una
vocazione extraparlamentare, come è evidente: è una condizione.
Io non sono di quelli che pensano che anche la sconfitta può
avere lati buoni, una sconfitta è una sconfitta, tuttavia
proviamo dalla sconfitta a trarre qualche insegnamento e
ripartiamo dall’opposizione. Ripartiamo dal conflitto sociale.
Ho programmato per questa settimana due incontri con i
lavoratori nelle fabbriche, uno a Bari e uno a Milano alla
Magneti Marelli. Dobbiamo ricominciare da li, e dobbiamo
dislocare i dirigenti di partito nei territori. E’ il tentativo
di ricostruire un insediamento sociale e ci vorrà lo sforzo di
una intera generazione. Ci vorrà un sacco di tempo compagni,
tanto tempo.
Non vedremo noi i risultati del nostro lavoro.
Però questa lunga attraversata nel deserto dobbiamo pur
incominciarla, e dobbiamo almeno sapere in quale direzione
andare. Se sbagliamo, infatti, nel deserto ci si perde
irreparabilmente.
L’altro aspetto è quello della diversità. Che
abbiamo praticato poco. Vedete, quando io ho scelto di non stare
in Parlamento l’ho deciso solitariamente, senza convocare
organismi, e l’ho fatto per più di un motivo. Innanzitutto, per
mettere fine alla polemica sull’operaio escluso. Però c’era
anche un altro aspetto: ancorché meno che in passato – nel 2006
abbiamo perso mezza segreteria nazionale alle elezioni sulle
candidature – tuttavia quando c’è la fase delle candidature si
scatenano i peggiori istinti, anche dentro i partiti comunisti
più “puri e duri”. Io ho fatto una scelta che nelle intenzioni,
non so negli esiti, era anche e soprattutto pedagogica: se può
stare fuori dalle istituzioni il segretario nazionale del
partito, può stare chiunque fuori dalle istituzioni. Ne sono
convinto: si può fare politica anche fuori dal Parlamento. La
diversità riguarda tuttavia anche un altro aspetto. Siccome
andiamo incontro ad una fase di grande ristrettezza economica,
non vi saranno più i soldi che entravano dai gruppi parlamentari
e dai parlamentari medesimi - una bella cifra vi assicuro – e
dunque dovremmo chiedere a tutti i compagni e le compagne che
sono rimasti nelle istituzioni, a tutti i livelli, di darsi una
regolata diversa da quella che fin qui è stata tenuta. Ovvero di
autogestione dei propri emolumenti. Con delle regole che
decideremo tutti insieme, non saranno regole imposte, ma regole
che una volta prese dovranno valere per tutti.
Per attuare tutte queste cose è evidentemente
necessario un congresso, perché cambia la strategia. Perché
mettiamo a disposizione di questo processo il partito. E il
congresso io credo che lo dobbiamo fare subito. Propongo perciò
che si svolga parallelamente a quello di Rifondazione comunista,
cioè entro l’estate. Attueremo così una interlocuzione, ma al
contempo incalzeremo Rifondazione. E quindi propongo che venga
convocato il Comitato centrale entro 15 giorni affinché
quell’organismo indìca il congresso. Lì discuteremo di come
impostarlo e le regole. Sono per dare una accelerazione.
Quello che vi propongo è difficilissimo.
Estenuante. Dagli esiti tutt’altro che scontati. È un percorso
che ho definito “la traversata del deserto”. Ma può anche essere
entusiasmante, riaccendere passioni, avvicinare giovani
generazioni. Voglio tuttavia dirvi che, qualunque sarà il mio
ruolo, voglio provarci con assoluta determinazione.
Perché io mi sento certamente sconfitto. Ma non
mi sono arreso. |