Le conclusioni
del segretario nazionale,
Oliviero Diliberto,
al IV Congresso del Partito dei Comunisti Italiani

Rimini, 27 – 29 aprile 2007

 

Rimini, 29 aprile 2007

 

Io devo, devo innanzitutto chiedere scusa alle compagne e ai compagni per una dimenticanza in apertura di questi nostri lavori; abbiamo ricordato infatti, dei compagni straordinari che sono mancati nei tre anni che abbiamo alle spalle. Nella fretta, nel caos  organizzativo, come potete immaginare – me ne assumo tutta la responsabilità – abbiamo dimenticato che pochissimo tempo fa è scomparso un compagno davvero carissimo, protagonista in prima persona della lotta per l’emancipazione del popolo palestinese, inventore e poi geloso cultore della memoria di Sabra Chatila. Io credo che noi davvero dobbiamo inchinarci alla memoria di Stefano Chiarini. Che era anche un grande amico, oltre che un grande compagno. Ma io sono sicuro che, se esiste un paradiso per i comunisti, non lo so, poi  conoscendo Stefano, forse pensa ad un paradiso islamico, più accattivante per certi versi, guardandoci sarà stato contento, perché alla fine di questo congresso davvero possiamo dire tutti insieme che questo congresso ha rappresento un grande successo.

Siamo al crocevia della discussione politica della sinistra italiana e siamo stati protagonisti di una proposta politica che mi sembra, possiamo oggi dire, è stata accolta nei suoi tratti essenziali dalle altre forze politiche della sinistra nel corso di questi tre giorni; quindi un partito davvero in salute e anche in palla, partito protagonista; e io vorrei che i compagni e le compagne provassero a ritornare alla mente al congresso del duemilauno, quando, all’indomani delle elezioni politiche del 2001, il tema del congresso era - lo ricorderete tutti - se provare a continuare o no questa nostra esperienza, il tema del congresso era: ci sciogliamo o no. Aleggiava nella testa dei compagni, in qualche caso anche negli interventi, il tema dello scioglimento, della transitorietà, partito transitorio e si cercava un comodo approdo, magari in un vagheggiato agglomerato di sinistra guidato da Sergio Cofferati; tutti ricordiamo la discussione di allora, ma perché vi è un partito insicuro di sé, oggi sono passati non tanti anni in fin dei conti, sono passati sei anni, credo che possiamo dire che tutto ciò è definitivamente alle nostre spalle: ci siamo e ci saremo.

Abbiamo azzeccato una proposta e anche la tempistica della proposta. Noi avremmo dovuto tenere il congresso nazionale tra gennaio e febbraio; abbiamo deciso - ricorderete - di spostare il nostro congresso all’indomani dei congressi di DS e Margherita, perché lì si sarebbe verificato un fatto nuovo, completamente inedito e cioè la fine della transizione, lunga legatissima, dell'allora Pds, poi DS e oggi Partito Democratico, la fine di un grande equivoco, perché appunto i compagni DS approdano a quello che è un partito che non sarà più di sinistra, ma un partito di centro, partito guidato da una sostanziale egemonia moderata. Noi abbiamo deciso di fare il congresso una settimana dopo e bene abbiamo fatto perché, come avevamo previsto, la fine dei DS e l'approdo come il PD ha comportato un movimento, un movimento importante, e cioè la scelta di compagni importanti di non aderire al partito democratico e viceversa di sperimentare una via nuova, a sinistra, di rimanere saldamente ancorati a sinistra e di cimentarsi, insieme a tutti quelli che saranno disponibili, nella via dell’unità. Beh, io - mi conoscete - mi abbandono molto poco facilmente alle note di natura personale, però dopo tanti anni che praticamente da soli abbiamo predicato l’unità, oggi possiamo dire che quella via è stata premiata e avevamo ragione noi.

Ieri, scherzosamente, scherzosamente, come è stato notato da qualche giornale, sono passato dalla citazione di Benedetto Croce degli Hyksos a Ligabue, quando ho detto ai giornalisti che la mia è stata per tanti anni una vita da mediano e cioè - Lele Oriali, era dedicato, ve lo dico da interista, ho anche questa soddisfazione quest'anno eh, anche ai non interisti, abbiate pietà, i congressi si fanno una volta ogni tre anni, noi vinciamo lo scudetto una volta ogni venti, quindi come dire, ecco - ma è proprio così una vita da mediano, perché tutti noi l’abbiamo fatta, ogni volta che dicevamo vogliamo l’unità, vogliamo fare la confederazione, ci rispondevano no perché è un processo dall'alto, bisogna che sia una cosa che viene dal basso, no ai ceti politici. Si inventavano ogni volta una cosa diversa, oggi le cose, che sono notoriamente più testarde della volontà degli uomini, le cose ci dicono che si può fare e ci sono dei momenti nella storie delle società, in cui di colpo tutto si muove e tutto si muove ad una rapidità eccezionale e tutto cambia; e noi, che appunto avevamo sin da allora, da quel congresso del 2001, azzeccato, io credo, una previsione, un’ipotesi politica, beh se stessimo fermi saremmo destinati ad essere sconfitti. Viceversa noi dobbiamo stare pienamente nel centro di questo movimento, come siamo stati questi giorni, e dunque è la prima cosa che io chiedo a tutti voi, alle compagne e ai compagni, ai delegati e ai tanti invitati, io vi chiedo una cosa semplice e al contempo molto difficile, io vi chiedo di avere coraggio, perché questa è la fase nella quale ci vuole coraggio, ci vuole una grande determinazione, perché quello che stiamo provando a iniziare a fare, navigare in mare aperto, come ho detto nella relazione, ricco di insidie e privo di approdi sicuri, ma è una grande e ambiziosissima navigazione e per la prima volta dopo avere navigato tanto, per restare nella metafora marinara, per la prima volta avvertiamo la presenza della riva, cioè si può arrivare.

Noi affronteremo questi mesi che abbiamo davanti, spero non più che mesi e non già anni, certo con la capacità patti di muoversi a seconda dell’evoluzione delle situazioni, ad iniziare da sabato prossimo quando saremo presenti con interesse, con simpatia all’assemblea promossa da Mussi  e da Salvi per la costituzione del loro raggruppamento. Ma, strategicamente, strategicamente in questa navigazione ci deve orientare la bussola della politica in due diverse direzioni.

La prima. Noi abbiamo tenuto il congresso essendo forza di governo, io qui ricordo ai compagni che per quanto gravi e grandi e tante possano essere le lacune del governo di centrosinistra e sono spesso grandi e gravi - se noi volessimo esercitarsi nello sforzo di trovarne tante, di fare una gerarchia, di elencarle, beh ciascuno di noi, credetemi ad iniziare da chi vi parla, potrebbe compiere un bell’elenco, una bella enciclopedia - e tuttavia, per quanto grandi e gravi siano le lacune, ricordatevi cosa c’è dall’altra parte;  e quello che ho detto nella relazione è proprio vero, noi abbiamo vinto, noi del centrosinistra, per un soffio, metà delle italiane e degli italiani ha votato dall’altra parte e il rischio è molto elevato; la destra oggi è divisa, l'Udc, Casini dice di essere una diversa opposizione rispetto a quella rappresentata da Berlusconi; Fini si sta smarcando, perché dice: Berlusconi è diventato troppo buono; la Lega sembra flertare sulla legge elettorale con il nostro Presidente del Consiglio, con Romano Prodi, l'avrete visto nei giorni scorsi e cioè la destra sta abbastanza messa male, ma guai a sottovalutarla, compiremmo un errore politico davvero molto serio, perché il radicamento della destra nella società italiana è, ahimé, molto più profondo di quanto noi stessi non pensassimo alla vigilia dell’elezione politiche, tanto è vero che siamo arrivati praticamente pari ed allora il nostro compito non è quello di fare le pulci al governo, perché scorciatoia troppo facile, care compagne e cari compagni, il nostro compito è cercare di aiutare il governo, ovviamente, proprio per evitare che compia gli errori che noi gli imputiamo, ma in positivo, perché saremmo davvero, saremmo davvero degli autolesionisti se dicessimo che il governo non va bene e allora noi dovremmo trarre delle  conseguenze, cosa che sarebbe un errore disastroso, noi dobbiamo stare dentro e  stando dentro incidere, dobbiamo stare dentro e stando dentro impedire che il governo perda ulteriori consensi, perché ne ha perso; io non tornerò sulle analisi, com'è ovvio, svolte in relazione: la legge finanziaria, ma prima ancora l’indulto, la scena non edificante della corsa ai posti - 102 membri del governo,  record mondiale - alla quale noi non abbiamo partecipato, com'è noto; ma il punto non è questo, il punto è che dobbiamo recuperare consensi, e per farlo dobbiamo far sì, dobbiamo aiutare Prodi a rispettare gli impegni che ha qui assunto di fronte a noi, ad iniziare dai due terzi del cosiddetto tesoretto tra virgolette, da spendere per i ceti più deboli, pensioni salari, famiglia, sanità, scuola: due terzi! E non sarà mica semplice compagni, non sarà semplice, perché i nemici che ha questo governo sono, come detto, potenti e ci sarà uno sforzo per cercare di impedire di mantenere questi impegni e allora il compito di un partito serio è quello di stare appresso al Presidente del Consiglio, ma al governo tutto, alla maggioranza, per vigilare che gli impegni vengano rispettati e tuttavia io ribadisco qui, ho detto a Prodi, era presente, che continueremo a ricordarglielo, glielo ricordo quindi anche oggi e glielo ricorderò domani, glielo ricorderò la prossima settimana, noi non staremo sereni, noi non smetteremo di incalzarlo sino a quando Hanefi non sarà tornato a casa e cioè, sino a quando non avremo rimediato alla ferita prodotta dal sequestro da parte del governo Karzaj del mediatore di Emergenzy.

Seconda bussola. La sinistra, i compagni ricorderanno che alle origini del nostro partito tra il '98 e il 2001 il binomio che si utilizzava comunemente tra noi era quello della unità e della autonomia, unità con il centrosinistra e autonomia dei comunisti, quando ho avuto il privilegio, da parte vostra, di diventare segretario io mi sono permesso di introdurre un terzo elemento, che era quello della competizione e cioè, che all’interno del centrosinistra, ci dovesse essere sicuramente l’unità, bene prezioso, sicuramente l’autonomia dei comunisti, ma anche una sana e leale competizione tra noi e le altre forze del centrosinistra e della sinistra, cosa che ci ha fatto crescere costantemente nel tempo. Oggi nel documento congressuale, che voi avete approvato con quella imbarazzante maggioranza del 98,8 % - bisognerà chiedere a qualche compagno di votare contro di più,  per evitare che appariamo troppo, troppo arcaici in questa condivisione del documento, non prendetemi in parola mi raccomando - abbiamo introdotto un altro elemento, che racchiude tutto, che è la diversità, recuperando quella riflessione attualissima che Enrico Berlinguer svolgeva negli anni '70, secondo la quale i comunisti cercavano l’unità tra tutte le forze democratiche,  ma non dimenticavano la propria diversità, che implica essendo diversità, l’autonomia, la competizione, ma anche una cosa in più e cioè un tratto di differenza rispetto a tutti gli altri, anche dentro al centrosinistra, tra i nostri alleati per intenderci, che è una differenza etica, di costume, di comportamenti, di modo di essere - tornerò su questo punto a lungo - noi intendiamo portare questa diversità anche dentro l’ipotesi della confederazione della sinistra.

Cercherò di spiegare in che modo, anche perché ci sono stati interrogativi qui al congresso sulle modalità con cui svolgere il tema unitario e ci sono state delle richieste dall’esterno di questo congresso, richieste su cui è bene non sorvolare. Noi abbiamo avanzato una proposta venerdì, lo stesso venerdì il compagno Russo Spena, autorevole dirigente di rifondazione comunista, capogruppo al Senato, andando via, allontanandosi dal nostro congresso ha detto, ha dichiarato che si era compiuto attraverso questa proposta un grande - cito testualmente - un grande passo avanti verso l’unità della sinistra; sarebbe stato impensabile anche solo la settimana scorsa un intervento di questo genere, così esplicito e io sono stato particolarmente lieto e vi ringrazio, ma non avevo dubbi, dell’accoglienza che tutti voi, tutti noi abbiamo voluto rendere al Presidente della Camera, il compagno Fausto Bertinotti, che nei giorni passati aveva avanzato anch'egli la proposta ormai passata nella vulgata con il nome di massa critica, la proposta di cimentarsi nella riaggregazione della sinistra; nella giornata di ieri Mussi prima da Roma e Salvi poi qui, nel corso dell’intervento, hanno dichiarato che vogliono una unità della sinistra senza aggettivi, avete sentito tutti Salvi, parlava di sinistra e basta, aggiungendo entrambi, sia Mussi che Salvi, che non si deve chiedere a nessuno di rinunciare alla propria identità e che bisogna provare a fare un passo avanti, tenendo insieme un’unità e diversità di ciascuno; quindi noi dobbiamo essere in grado di interpretare nella fase che ci aspetta, che è complicatissima, ma anche molto interessante, molto importante, da un lato la nostra identità-diversità, dall’altro il tema dell’unità e dobbiamo saperlo fare senza sbavature, in un crinale difficile, nel quale trovare, giorno per giorno, l'equilibrio tra i due temi, identità e unità, affinché non prevalga né la pulsione identitaria, né - lo diciamo - la svendita troppo unitaria.

Io so bene che nel nostro partito vi sono da questo punto di vista sensibilità, alcune che tendono a un maggiore investimento identitario, altri che invece sono più propensi ad un maggiore afflato unitario - mettiamola così -; io credo che sbaglieremmo in un caso e nell’altro, perché invece bisogna trovare un equilibrio e questo equilibrio sarà necessariamente dinamico, cioè si evolverà a seconda di come evolverà la situazione e non siamo in grado di predeterminare oggi nulla che non sia quello che emergerà da che cosa, dai rapporti unitari, cioè dalla contrattazione positiva, speriamo, con le altre forze politiche disponibili a questo percorso unitario.

Su questo io credo che sia necessario intendersi, perché vedete noi dobbiamo rispondere ad una domanda, alla quale non ci possiamo sottrarre - per la quale io ho la risposta e ve la propongo tra pochi minuti - alla domanda, è una domanda molto seria, e cioè, nel momento in cui si va verso una sinistra unita - e io dico finalmente si va verso una sinistra unita - noi diciamo, l'ho detto io per primo nella relazione, eravamo, siamo ma soprattutto continueremo ad essere comunisti e  cioè non ci spaventa la sfida unitaria, perché la vogliamo affrontare da comunisti, rimanendo tali, e badate questa non è - questa di dire siamo comunisti, rimarremo comunisti - non è una comoda nicchia, perché se la vivessimo come una comoda nicchia nella quale ritroviamo il nostro armamentario tradizionale e le nostre parole tradizionali, i nostri colori tradizionali, questa ben presto da nicchia si trasformerebbe in una prigione nella quale ci saremmo autoreclusi; noi dobbiamo dire perché siamo ancora comunisti e che cosa vuol dire essere ancora comunisti. In questo caso ci soccorre ed è straordinariamente attuale, proprio sul piano dell’analisi, il buon vecchio barbuto Marx, nel momento in cui spiega come la storia dell’umanità sia sempre una storia in divenire, in cui i rapporti tra le classi si modificano a seconda dei periodi storici, e allora viene spontanea la domanda ma se l’umanità ha conosciuto la forma di sfruttamento che era la schiavitù nel mondo antico poi c’è stato il feudalesimo, servi della gleba, poi c’è stato il capitalismo, di liberalismo capitalismo, lo sfruttamento contraddizione capitale lavoro che oggi ancora viviamo, ma è pensabile che la storia sia finita cioè, è pensabile che il capitalismo sia l’approdo ultimo dell’umanità?

Vedete c’è chi lo ha pensato,  c'è chi lo ha pensato e lo ha teorizzato; è un signore di origine giapponese, insegnante, prestigioso intellettuale, di estrema destra, ma prestigioso intellettuale, insegnante nelle università statunitensi, Fukuyama, che nel 1989 con il crollo del muro di Berlino, scrisse un libro intitolato La fine della storia, e cioè finito il comunismo, perché vi era in lui l’equazione che la fine dell’Unione Sovietica fosse la fine del comunismo, questo rappresentasse la fine della storia. Questo lo ha scritto nell'89, era  - il signor professor Fukuyama mi scuserà - era una sesquipedale sciocchezza. Dal punto di vista intellettuale, non dal punto di vista dei comunisti, tanto e vero che subito dopo la storia non è per niente finita, la storia anzi si è evoluta e oggi viviamo una fase totalmente diversa. Con l'89 vi era l’idea che, eliminato il cosiddetto impero del male, il mondo si sarebbe avviato inesorabilmente verso un periodo di felicità, di benessere, una nuova età dell’oro, di pace universale, dove sconfitti i cattivi, i buoni avrebbero regnato indisturbati. Tutti sappiamo come è andata e cioè che da allora l’instabilità mondiale è centuplicata e di guerra in guerra, di massacro in massacro, di kamikaze in kamikaze siamo arrivati al 2001, all'11 settembre e il 2001 ha avuto risposte simili alle precedenti, ancora una volta di guerra in guerra, di massacro in massacro, sino ad arrivare alla fase attuale, dove il disordine mondiale è all'acme. Fukuyama scrive un altro libro e dice ho sbagliato tutto. Beh, onore alla onestà intellettuale e dice - se potesse immaginare, provate a pensare, che al congresso dei comunisti italiani c’è chi si occupa di lui, cosa enorme, non so se sarebbe lusingato o preoccupato - ma Fukuyama dice, badate è un intellettuale di estrema destra,  neocon come si dice, americano, in realtà il male sta nella globalizzazione, il male sta nella globalizzazione così come si è verificato. Perché ? Perché si è reso conto, essendo un uomo comunque intelligente, acuto, uno studioso, che le contraddizioni del pianeta sono aumentate dopo l'89, che lo sfruttamento dell’Occidente ricco rispetto a tutto il resto del mondo, Est e Sud, è drammaticamente aumentato, che la disparità nei consumi, nella distribuzione della ricchezza, nel controllo delle fonti di energia, nel controllo dell'acqua - grande tema del prossimo prossimissimo futuro - è drasticamente aumentato, non è diminuito. Altro che età dell'oro, siamo in presenza di fenomeni migratori biblici, che caratterizzano nei momenti di crisi le fasi della storia del mondo: caduta dell’Impero romano, altro che barbari, erano fenomeni migratori di massa di interi popoli che si spostavano.

Noi siamo in presenza di tutto ciò, di una fase cioè nella quale noi, che ne siamo protagonisti, possiamo soltanto essere modestissimi cronisti di quello che succede; saranno gli storici tra qualche secolo a dirci qual è l’esito, ma intanto la cosa del tutto evidente è che il capitalismo non è in grado di affrontare nessuno di questi problemi. E nel mondo, nel mondo stanno iniziando a cambiare gli equilibri politici, badate che quello che succede in Sudamerica è davvero una novità planetaria: popoli che avevano provato ad alzare la testa c’erano stati anche prima, ma erano stati sistematicamente sconfitti, quando non sterminati; io vorrei ricordare perché ha segnato la mia generazione che, mentre l’eroico popolo vietnamita vinceva l’ennesima guerra contro gli Stati Uniti d’America, pochi anni prima, due anni prima, in un altro tragico 11 settembre, quello del '73 veniva ammazzato il presidente Alliende in Cile, in un colpo di Stato, in un colpo di Stato orchestrato dalla C.I.A., perché Alliende voleva nazionalizzare alcune delle principali industrie del paese. Bene, a distanza di più di trent’anni, quando due anni fa, con un presidente regolarmente eletto - poiché, quando non vanno bene agli Stati Uniti sono sempre dei dittatori, vorrei ricordare che Hugo Chavez è stato regolarmente eletto alle elezioni - hanno provato la stessa cosa. In questo caso, come dire, con maggiore onestà intellettuale, perché in quelle ventiquattrore, in cui il golpe sembrava riuscito, il presidente della Repubblica era diventato - il presidente della  Repubblica, potete immaginare, il presidente della giunta golpista era diventato il capo da Confindustria, in modo tale che non ci fossero equivoci su chi aveva organizzato il colpo di Stato; nonostante questo, per la prima volta, io l'ho sottolineato nella relazione perché è un fatto di epoca - muta l’epoca - per la prima volta un pezzo dell’esercito e il popolo del Venezuela ha sconfitto i golpisti e oggi Chavez è stato rieletto presidente della Repubblica venezuelana e io sono molto soddisfatto che i compagni della federazione di Milano, come ci hanno annunciato qui, da questa tribuna, abbiano deciso di dare vita all’associazione di amicizia Italia Venezuela, alla quale invito tutti i compagni ad aderire. Ma non c’è solo il Venezuela, ad uno ad uno, ad uno ad uno, chi in un modo, chi nell’altro, chi con forme più, diciamo più moderate, chi con forme più, in questo caso per davvero radicali nel senso migliore del termine, nel Sudamerica stanno cambiando gli equilibri e siccome in Asia ci sono due giganti, diversissimi tra loro, ma due giganti come la Repubblica popolare cinese e la Repubblica indiana, che stanno iniziando davvero ad entrare nella concorrenza del mondo globale con gli Stati Uniti d’America, sta cambiando tutto.

Ed allora rispetto a tutto ciò, ecco, essere comunisti significa capire che quel modello che ci ha dominato sino ad oggi non è un modello invincibile e non è un modello per l’oggi per il domani e per il dopodomani, perché noi vogliamo, da comunisti, ancora il superamento del capitalismo. Questo è la cifra per cui si è comunisti, se no non si è comunisti, si è un’altra cosa. Perché vedete è l’analisi, è l’analisi che ci fa comunisti e la circostanza che noi continuiamo a pensare che il conflitto tra le classi, a livello planetario, ma anche nella vecchia Europa, opulenta, ma sempre meno opulenta, è la cifra - il conflitto tra le classi - è la cifra attraverso la quale interpretare la società e il mondo. ecco perché siamo comunisti e badate, tutto questo ha a che fare, com'è ovvio con parole e simboli. Io voglio rispondere pacatissimamente, se accogliessimo l’invito che c'è stato fatto di rinunciare oggi, duemilasette, ma anche domani, ma oggi c’è stato fatto, siamo al congresso - il congresso è sovrano - c’è stato chiesto: rinunciate a nome e simbolo, rinunciate a chiamarvi comunisti e rinunciate alla falce e martello. Se noi dicessimo di sì, beh, aveva ragione Occhetto nell’89 allora, beh ci saremmo risparmiati quasi vent’anni di fatica, cari compagni, potevano dirlo subito. Io spero di rispondere a nome di tutti voi, mi terrò, ci terremo oggi, domani, dopodomani, per sempre il nome comunisti, la falce e il martello, la stella e la bandiera d’Italia.

Perché la fase, la fase, non è quella delle abiure, né quella degli anatemi o delle scomuniche, tanto più che non vedo nessuna chiesa comunista che possa stabilire chi è eretico e chi meno e dunque chi da scomunicare e chi da accogliere nelle proprie file, la sfida è molto più alta, molto più difficile e non richiede nessuna scorciatoia, perché la nostra ambizione è esattamente il contrario dell'abiura: è quella di provare a portare dentro alla sinistra unita e nella sinistra unita ciascuno ci andrà come gli pare, socialisti ci andranno da socialisti, gli ex comunisti oggi socialisti, ci andranno da ex comunisti, oggi socialisti, gli ambientalisti ci andranno da ambientalisti, noi ci vogliamo entrare da comunisti nella sinistra unita.

Ed è per quello, è per quello che noi abbiamo lanciato la parola d’ordine, che è stata accolta, è stata accolta compagni, di costruire una sinistra senza aggettivi ed una sinistra con una forma federativa, per cui ciascuna, questo partito non è in vendita, questo partito non ce lo terremo, anche dentro la sinistra unità e dovrà essere forte e non più debole, più forte, perché dentro all’unità avremo bisogno di essere più saldi tra noi, badate la nostra concezione dell’unità è una concezione che parte dalle cose; vogliamo discutere di precariato, beh  saremo tutti d'accordo, io credo, di pace e di guerra saremo d'accordo, vogliamo discutere del futuro della scuola pubblica, laica, gratuita per tutti, saremo d’accordo, vogliamo discutere di laicità dello Stato, saremo d’accordo; così costruiamo l’unità e allora ha fatto bene la compagna Palermi a nome del gruppo parlamentare del Senato, noi accogliamo l’invito del compagno Salvi, coordinamento dei gruppi parlamentari della sinistra da domani.

È una sfida altissima compagni ed è anche molto difficile ed è per questo che io vi chiedo, vi ho chiesto all’inizio grande coraggio, perché avremo momenti in cui dall’entusiasmo di oggi, dove tutto sembra facile e non lo è, sembra di nuovo tutto difficile, avremo chi dice di nuovo: non deve essere calata dall’alto, non deve essere un’unità dei gruppi dirigenti, dei ceti politici, c’è chi frenerà, c'è chi avrà paura. Ecco perché vi chiedo il coraggio. C'è chi avrà paura, perché magari scatterà una cosa per la quale non c’è bisogno di ricorrere a Marx, ma a Max Weber, scatterà l’autoconservazione dei gruppi dirigenti, c’è la paura di perdere il posto, compagni, è umano, ma la sfida è troppo alta, perché la sfida è quella di creare in Italia una sinistra grande; vedete la maggioranza di noi, la grande maggior  parte di noi, viene da una storia che non è mai stata minoritaria; io vengo, parlo di me, ciascuno di noi deve partire da se stesso, io vengo da un grande partito, un partito che era un partito di massa, un partito che rappresentava gli interessi di milioni di donne e di uomini, non una nicchia, l’ambizione è ricostruire, nelle forme date, quelle che avremo di fronte nei prossimi anni, una soggettività politica grande e sapete perché grande, perché se sarà grande conterà e potrà portare a casa dei risultati, altrimenti non conterà; per questo, per questo ci vorranno, com'è evidente gruppi dirigenti all’altezza e gruppi dirigenti generosi, che sappiano nel momento in cui ve ne sia o ve ne sarà o ve ne dovesse essere necessità, anche fare un passo indietro, in nome appunto di un progetto politico ambizioso; e gruppi dirigenti diversi dagli altri, la diversità non è una parola, sono dei comportamenti, sono dei modelli di comportamento. E come ho fatto nella relazione, anche nelle conclusioni, visto che davvero sono tanti e sono bravissimi, io ancora una volta mi rivolgo alle ragazze e ai ragazzi del nostro partito, perché, perché sono, sono meno guasti di noi, non hanno alle spalle anni di delusioni, di litigi, gli anni che abbiamo alle spalle e che tutti conoscete, voi dovete, voi giovani, dovete diffidare degli slogan, diffidare della faciloneria, diffidare della superficialità, diffidare dai proclami, diffidare dalla retorica che inquina la politica. La politica è un'altra cosa, la politica impone a voi il primo compito che spesso viene dimenticato, che è quello di studiare, perché il mondo è completamente cambiato, le categorie non sono più quelle che abbiamo studiato noi trent’anni fa, è cambiato tutto, tutto, la globalizzazione, il Web, la rete, il modo di comunicare, persino l’idea stessa della fisicità è cambiata, son cambiate le misure, non esistono più le distanze, tutto il mondo è stato costruito sino a pochi anni fa, sull’idea fisica delle distanze, oggi non c’è più questo, basta premere un tasto di un computer per spostare i capitali, spesso illegali, da un posto all’altro, da un mondo all’altro; è cambiato tutto e, Togliatti mai troppo lodato, ricordava che chi sbaglia l’analisi, sbaglia tutto, e allora studiare, riaggiornare l’analisi, riappropriarsi da comunisti della critica al capitalismo nella fase odierna che è diversa. Allora studiate e organizzatevi sono i  due imperativi, proprio di Gramsci di cui ricorre l’anniversario della morte, studiate e organizzatevi, perché senza l’organizzazione quello studio rimarrà in un libro, in un saggio, ma sarà uno sforzo non praticamente utile - non è mai inutile un libro - ma non produrrà un fatto politico e viceversa noi siamo un partito politico e quindi studio e organizzazione.

E credo davvero di poter dire che da questo congresso guardiamo con fiducia il futuro che si aspetta; ho parlato del 1989, ci torno per dire una cosa che mi preme moltissimo, nel 1989 i comunisti e il movimento dei lavoratori, anche coloro che non si riconoscevano nell’esperienza dell’Est, tutti però nel 1989 sono stati sconfitti, ma c’è modo e modo di essere sconfitti, con il crollo del muro di Berlino i comunisti sono stati sconfitti, la maggior parte di loro ha accettato quella sconfitta, mentre alcuni di loro non si sono arresi, noi non ci siamo arresi e abbiamo continuato la lotta; sembrava impossibile compagni, sembrava impossibile, quel simbolo lo abbiamo portato nel terzo millennio, chi ci avrebbe scommesso quando abbiamo iniziato questo nostro percorso, sembrava impossibile.

E io termino una volta tanto con una cosa un po' diversa dal mio tradizionale modo di rivolgermi ai compagni, per dirvi una cosa molto semplice, ma alla quale io tengo e di cui io sono convintissimo, noi tutti, ciascuno di noi, per la parte che ha fatto, piccola o grande che sia, per tutti noi deve valere quello che sto per dire: care compagne, cari compagni, siate orgogliosi di quello che abbiamo fatto, perché lo abbiamo fatto contro tutto e tutti, ma ci siamo riusciti. Quando si diceva nel vecchio Pci ed era diventato una specie di slogan ripetitivo, si diceva veniamo da lontano e andiamo lontano, noi veniamo da molto lontano, qui è stato ricordato da Moni Ovadia, voglio ricordare anch'io, noi, la nostra storia, la nostra tradizione, le nostre radici politico-culturali vengono dalla rivoluzione francese, vengono al 1789, si sono poi inverate in quel grande evento liberatorio che è stata la rivoluzione d’ottobre del 1917, sono passate attraverso la fondazione del Partito Comunista Italiano del '21 e poi in quella specie di rifondazione, straordinaria, il partito nuovo di Togliatti dell’aprile del '44, partito di massa, partito di governo, partito che fa politica e non propaganda, sino all’89; nell'ottantanove qualcuno ha  pensato si chiude qui. Bene compagne e compagni, chiudendo questo congresso, il quarto congresso del Partito dei Comunisti Italiani, noi possiamo ripetere, a noi stessi e a tutta la società italiana, che non è vero, non si è chiuso lì. Veniamo da lontano, ma continueremo ad andare molto, molto lontano. Grazie mille a tutti voi compagni!



La relazione del Segretario: Oliviero Diliberto