|
Io devo, devo innanzitutto chiedere scusa alle
compagne e ai compagni per una dimenticanza in apertura di
questi nostri lavori; abbiamo ricordato infatti, dei compagni
straordinari che sono mancati nei tre anni che abbiamo alle
spalle. Nella fretta, nel caos organizzativo, come potete immaginare
– me ne assumo tutta la responsabilità – abbiamo dimenticato
che pochissimo tempo fa è scomparso un compagno davvero
carissimo, protagonista in prima persona della lotta per
l’emancipazione del popolo palestinese, inventore e poi geloso
cultore della memoria di Sabra Chatila. Io credo che noi davvero
dobbiamo inchinarci alla memoria di Stefano Chiarini. Che era
anche un grande amico, oltre che un grande compagno. Ma io sono
sicuro che, se esiste un paradiso per i comunisti, non lo so,
poi conoscendo Stefano, forse pensa ad un paradiso
islamico, più accattivante per certi versi, guardandoci sarà
stato contento, perché alla fine di questo congresso davvero
possiamo dire tutti insieme che questo congresso ha rappresento
un grande successo.
Siamo al crocevia della discussione politica
della sinistra italiana e siamo stati protagonisti di una
proposta politica che mi sembra, possiamo oggi dire, è stata
accolta nei suoi tratti essenziali dalle altre forze politiche
della sinistra nel corso di questi tre giorni; quindi un partito
davvero in salute e anche in palla, partito protagonista; e io
vorrei che i compagni e le compagne provassero a ritornare alla
mente al congresso del duemilauno, quando, all’indomani delle
elezioni politiche del 2001, il tema del congresso era - lo ricorderete
tutti - se provare a continuare o no questa nostra esperienza, il tema del congresso era: ci sciogliamo o no.
Aleggiava
nella testa dei compagni, in qualche caso anche negli interventi,
il tema dello scioglimento, della transitorietà, partito
transitorio e si cercava un comodo approdo, magari in un
vagheggiato agglomerato di sinistra guidato da Sergio Cofferati;
tutti ricordiamo la discussione di allora, ma perché vi è un partito
insicuro di sé, oggi sono passati non tanti anni in fin dei
conti, sono passati sei anni, credo che possiamo dire che tutto
ciò è definitivamente alle nostre spalle: ci siamo e ci saremo.
Abbiamo azzeccato una proposta e anche la
tempistica della proposta. Noi avremmo dovuto tenere il
congresso nazionale tra
gennaio e febbraio; abbiamo deciso - ricorderete - di spostare il nostro congresso
all’indomani dei congressi di DS e Margherita, perché lì si sarebbe
verificato un fatto nuovo, completamente inedito e cioè la fine
della transizione, lunga legatissima, dell'allora Pds, poi DS e oggi
Partito Democratico, la fine di un grande equivoco, perché
appunto i compagni DS approdano a quello che è un partito che non sarà
più di sinistra, ma un partito di centro, partito guidato da una
sostanziale egemonia moderata. Noi abbiamo deciso di fare
il congresso una settimana dopo e bene abbiamo fatto perché, come
avevamo previsto, la fine dei DS e l'approdo come il PD
ha comportato un movimento, un movimento importante, e cioè la scelta di
compagni importanti di non aderire al partito democratico e viceversa di
sperimentare una via nuova, a sinistra, di rimanere saldamente
ancorati a sinistra e di cimentarsi, insieme a tutti quelli che
saranno disponibili, nella via dell’unità. Beh, io - mi conoscete
- mi
abbandono molto poco facilmente alle note di natura personale,
però dopo tanti anni che praticamente da soli abbiamo predicato
l’unità, oggi possiamo dire che quella via è stata premiata e
avevamo ragione noi.
Ieri, scherzosamente, scherzosamente, come
è stato notato da qualche giornale, sono passato dalla citazione
di Benedetto Croce degli Hyksos a Ligabue, quando ho detto ai
giornalisti che la mia è stata per tanti anni una vita da mediano e
cioè - Lele Oriali, era dedicato, ve lo dico da interista, ho anche
questa soddisfazione quest'anno eh, anche ai non interisti, abbiate pietà, i congressi si fanno una volta ogni tre anni, noi
vinciamo lo scudetto una volta ogni venti, quindi come dire,
ecco - ma è proprio così una vita da
mediano, perché tutti noi l’abbiamo fatta, ogni volta che dicevamo
vogliamo l’unità, vogliamo fare la confederazione, ci rispondevano
no perché è un processo dall'alto, bisogna che sia una cosa che
viene dal
basso, no ai ceti politici. Si inventavano ogni volta una cosa diversa,
oggi le cose, che sono notoriamente più testarde della volontà
degli uomini, le cose ci dicono che si può fare e ci sono dei
momenti nella storie delle società, in cui di colpo tutto si
muove e tutto si muove ad una rapidità eccezionale e tutto cambia; e noi, che
appunto avevamo sin da allora, da quel
congresso del 2001, azzeccato, io credo, una previsione,
un’ipotesi politica, beh se stessimo fermi saremmo destinati ad
essere sconfitti. Viceversa noi dobbiamo stare pienamente nel
centro di questo movimento, come siamo stati questi giorni, e
dunque è la prima cosa che io chiedo a tutti voi, alle compagne e
ai compagni, ai delegati e ai tanti invitati, io vi chiedo una cosa semplice
e al contempo molto difficile, io vi chiedo di avere coraggio,
perché questa è la fase nella quale ci vuole coraggio, ci vuole una
grande determinazione, perché quello che stiamo provando a
iniziare a fare, navigare in mare aperto, come ho detto nella
relazione, ricco di insidie e privo di approdi sicuri, ma è una
grande e ambiziosissima navigazione e per la prima volta dopo
avere navigato tanto, per restare nella metafora marinara, per la
prima volta avvertiamo la presenza della riva, cioè si può
arrivare.
Noi affronteremo questi mesi che abbiamo davanti,
spero non più che mesi e non già anni, certo con la capacità
patti di muoversi a seconda dell’evoluzione delle situazioni, ad
iniziare da sabato prossimo quando saremo presenti con interesse,
con simpatia all’assemblea promossa da Mussi e da Salvi
per la costituzione del loro raggruppamento. Ma, strategicamente,
strategicamente in questa navigazione ci deve orientare la bussola
della politica in due diverse direzioni.
La prima. Noi abbiamo tenuto il congresso essendo
forza di governo, io qui ricordo ai compagni che per quanto gravi e
grandi e tante possano essere le lacune del governo di centrosinistra e sono spesso grandi e gravi
- se noi volessimo
esercitarsi nello sforzo di trovarne tante, di fare una
gerarchia, di elencarle, beh ciascuno di noi, credetemi ad iniziare
da chi vi
parla, potrebbe compiere un bell’elenco, una bella enciclopedia
- e
tuttavia, per quanto grandi e gravi siano le lacune, ricordatevi
cosa c’è dall’altra parte; e quello che ho detto nella
relazione è proprio vero, noi abbiamo vinto, noi del centrosinistra,
per un soffio, metà delle italiane e degli italiani ha votato
dall’altra parte e il rischio è molto elevato; la destra oggi
è divisa,
l'Udc, Casini dice di essere una diversa opposizione rispetto a
quella rappresentata da Berlusconi; Fini si sta smarcando, perché
dice: Berlusconi è diventato troppo buono; la Lega sembra flertare
sulla legge elettorale con il nostro Presidente del Consiglio,
con
Romano Prodi, l'avrete visto nei giorni scorsi e cioè la destra sta
abbastanza messa male, ma guai a sottovalutarla, compiremmo un
errore politico davvero molto serio, perché il radicamento della
destra nella società italiana è, ahimé, molto più profondo di
quanto noi stessi non pensassimo alla vigilia dell’elezione
politiche,
tanto è vero che siamo arrivati praticamente pari ed allora il
nostro compito non è quello di fare le pulci al governo, perché
scorciatoia troppo facile, care compagne e cari compagni, il nostro
compito è cercare di aiutare il governo, ovviamente, proprio per
evitare che compia gli errori che noi gli imputiamo, ma in
positivo, perché saremmo davvero, saremmo davvero degli autolesionisti
se dicessimo che il governo non va bene e allora noi dovremmo
trarre delle conseguenze, cosa che sarebbe un errore disastroso, noi
dobbiamo stare dentro e stando dentro incidere, dobbiamo
stare dentro e stando dentro impedire che il governo perda
ulteriori consensi, perché ne ha perso; io non tornerò sulle analisi, com'è ovvio,
svolte in relazione: la legge finanziaria, ma prima ancora
l’indulto, la scena non edificante della corsa ai posti - 102 membri del
governo, record mondiale - alla quale noi non abbiamo partecipato, com'è
noto; ma il punto non è questo, il punto è che dobbiamo recuperare
consensi, e per farlo dobbiamo far sì, dobbiamo aiutare Prodi a rispettare
gli impegni che ha qui assunto di fronte a noi, ad iniziare dai
due terzi del cosiddetto tesoretto tra virgolette, da spendere
per i ceti più deboli, pensioni salari, famiglia, sanità, scuola: due terzi!
E non sarà mica semplice compagni, non
sarà semplice, perché i nemici che ha questo governo sono, come detto,
potenti e ci sarà uno sforzo per cercare di impedire di
mantenere questi impegni e allora il compito di un partito serio è quello
di stare appresso al Presidente del Consiglio, ma al governo tutto,
alla maggioranza, per vigilare che gli impegni vengano rispettati
e tuttavia io ribadisco qui, ho detto a Prodi, era presente, che
continueremo a ricordarglielo, glielo ricordo quindi anche oggi e
glielo
ricorderò domani, glielo ricorderò la prossima settimana, noi non staremo
sereni, noi non smetteremo di incalzarlo sino a quando Hanefi
non sarà tornato a casa e cioè, sino a quando non avremo
rimediato alla ferita prodotta dal sequestro da parte del
governo Karzaj del mediatore di Emergenzy.
Seconda bussola. La sinistra, i compagni ricorderanno che alle
origini del nostro partito tra il '98 e il 2001 il binomio che
si utilizzava comunemente tra noi era quello della unità e della
autonomia, unità con il centrosinistra e autonomia dei comunisti,
quando ho avuto il privilegio, da parte vostra, di diventare
segretario io mi sono permesso di introdurre un terzo
elemento, che era quello della competizione e cioè, che
all’interno del centrosinistra, ci dovesse essere sicuramente
l’unità, bene prezioso, sicuramente l’autonomia dei comunisti,
ma anche una sana e leale competizione tra noi e le altre forze
del centrosinistra e della sinistra, cosa che ci ha fatto crescere
costantemente nel tempo. Oggi nel documento congressuale,
che voi avete approvato con quella imbarazzante maggioranza del
98,8 % - bisognerà chiedere a qualche compagno di votare contro di
più, per evitare che appariamo troppo, troppo arcaici in
questa condivisione del documento, non prendetemi in parola mi
raccomando - abbiamo
introdotto un altro elemento, che racchiude tutto, che è la
diversità, recuperando quella riflessione attualissima che Enrico
Berlinguer svolgeva negli anni '70, secondo la quale i comunisti
cercavano l’unità tra tutte le forze democratiche, ma non
dimenticavano la propria diversità, che implica essendo diversità,
l’autonomia, la competizione, ma anche una cosa in più e
cioè un tratto di differenza rispetto a tutti gli altri, anche dentro
al centrosinistra, tra i nostri alleati per intenderci, che è una
differenza etica, di costume, di comportamenti, di modo di
essere - tornerò su questo punto a lungo - noi intendiamo portare
questa diversità anche dentro l’ipotesi della confederazione
della sinistra.
Cercherò di spiegare in che modo, anche perché ci
sono stati interrogativi qui al congresso sulle modalità con cui
svolgere il tema unitario e ci sono state delle richieste
dall’esterno di questo congresso, richieste su cui è bene non
sorvolare. Noi abbiamo avanzato una proposta venerdì, lo stesso
venerdì il compagno Russo Spena, autorevole dirigente di
rifondazione comunista, capogruppo al Senato, andando via,
allontanandosi dal nostro congresso ha detto, ha dichiarato che si era
compiuto attraverso questa proposta un grande - cito testualmente
-
un grande passo avanti verso l’unità della sinistra;
sarebbe stato impensabile anche solo la settimana scorsa un intervento
di questo genere, così esplicito e io sono stato particolarmente
lieto e vi ringrazio, ma non avevo dubbi, dell’accoglienza che
tutti voi, tutti noi abbiamo voluto rendere al Presidente della
Camera, il compagno Fausto Bertinotti, che nei giorni passati
aveva avanzato anch'egli la proposta ormai passata nella
vulgata con il nome di massa critica, la proposta di cimentarsi nella
riaggregazione della sinistra; nella giornata di ieri Mussi
prima da Roma e Salvi poi qui, nel corso dell’intervento, hanno
dichiarato che vogliono una unità della sinistra senza
aggettivi, avete sentito tutti Salvi, parlava di sinistra e basta,
aggiungendo entrambi, sia Mussi che Salvi, che non si deve chiedere
a nessuno di rinunciare alla propria identità e che bisogna
provare a fare un passo avanti, tenendo insieme un’unità e
diversità di ciascuno; quindi noi dobbiamo essere in grado di
interpretare nella fase che ci aspetta, che è complicatissima, ma
anche molto interessante, molto importante, da un lato la nostra
identità-diversità, dall’altro il tema dell’unità e dobbiamo
saperlo fare senza sbavature, in un crinale difficile, nel quale
trovare, giorno per giorno, l'equilibrio tra i due temi, identità e
unità, affinché non prevalga né la pulsione identitaria, né - lo
diciamo - la svendita troppo unitaria.
Io so bene che nel nostro
partito vi sono da questo punto di vista sensibilità, alcune che
tendono a un maggiore investimento identitario, altri che invece
sono più propensi ad un maggiore afflato unitario -
mettiamola così -; io credo che sbaglieremmo in un caso e
nell’altro, perché invece bisogna trovare un equilibrio e questo
equilibrio sarà necessariamente dinamico, cioè si evolverà
a seconda di come evolverà la situazione e non siamo in grado di
predeterminare oggi nulla che non sia quello che emergerà da che
cosa, dai rapporti unitari, cioè dalla contrattazione positiva,
speriamo, con le altre forze politiche disponibili a questo percorso
unitario.
Su questo io credo che sia necessario intendersi,
perché vedete noi dobbiamo rispondere ad una
domanda, alla quale non ci possiamo sottrarre - per la quale io ho
la
risposta e ve la propongo tra pochi minuti - alla domanda, è una domanda molto
seria, e cioè, nel momento in cui si va verso una sinistra unita
- e
io dico finalmente si va verso una sinistra unita - noi diciamo, l'ho
detto io per primo nella relazione, eravamo, siamo ma soprattutto
continueremo ad essere comunisti e cioè non ci spaventa la sfida
unitaria, perché la vogliamo affrontare da comunisti, rimanendo
tali, e badate questa non è - questa di dire siamo comunisti,
rimarremo comunisti - non è una comoda nicchia, perché se la
vivessimo come una comoda nicchia nella quale ritroviamo
il nostro armamentario tradizionale e le nostre parole
tradizionali, i nostri colori tradizionali, questa ben presto da
nicchia si trasformerebbe in una prigione nella quale ci saremmo autoreclusi;
noi dobbiamo dire perché siamo ancora comunisti e che
cosa vuol dire essere ancora comunisti. In questo caso ci soccorre ed è
straordinariamente attuale, proprio sul piano dell’analisi, il
buon vecchio barbuto Marx, nel momento in cui spiega come la
storia dell’umanità sia sempre una storia in divenire, in cui i
rapporti tra le classi si modificano a seconda dei periodi
storici, e allora viene spontanea la domanda ma se l’umanità ha
conosciuto la forma di sfruttamento che era la schiavitù nel
mondo antico poi c’è stato il feudalesimo, servi della gleba, poi
c’è stato il capitalismo, di liberalismo capitalismo, lo
sfruttamento contraddizione capitale lavoro che oggi ancora
viviamo, ma è pensabile che la storia sia finita cioè, è
pensabile che il capitalismo sia l’approdo ultimo dell’umanità?
Vedete c’è chi lo ha pensato, c'è chi lo
ha pensato e lo ha teorizzato; è
un signore di origine giapponese, insegnante, prestigioso
intellettuale, di estrema destra, ma prestigioso intellettuale, insegnante
nelle università statunitensi, Fukuyama, che nel 1989 con il crollo del muro di Berlino, scrisse
un libro intitolato La fine della storia, e cioè finito
il comunismo, perché vi era in lui l’equazione che la fine dell’Unione
Sovietica fosse la fine del comunismo, questo rappresentasse la
fine della storia. Questo lo ha scritto nell'89, era - il signor
professor Fukuyama mi scuserà - era una sesquipedale sciocchezza.
Dal punto di vista intellettuale, non dal punto di vista dei
comunisti, tanto e vero che subito dopo la storia non è per niente
finita, la storia anzi si è evoluta e oggi viviamo una fase
totalmente diversa. Con l'89 vi era l’idea che, eliminato il
cosiddetto impero del male, il mondo si sarebbe avviato
inesorabilmente verso un periodo di felicità, di benessere, una
nuova età dell’oro, di pace universale, dove sconfitti i cattivi,
i
buoni avrebbero regnato indisturbati. Tutti sappiamo
come è andata e cioè che da allora l’instabilità mondiale è
centuplicata e di guerra in guerra, di massacro in massacro, di
kamikaze in kamikaze siamo arrivati al 2001, all'11 settembre e il
2001 ha avuto risposte simili alle precedenti, ancora una volta di
guerra in guerra, di massacro in massacro, sino ad arrivare alla
fase attuale, dove il disordine mondiale è all'acme. Fukuyama
scrive un altro
libro e dice ho sbagliato tutto. Beh, onore alla onestà intellettuale e
dice - se potesse immaginare, provate a pensare, che al
congresso dei comunisti italiani c’è chi si occupa di lui, cosa
enorme, non
so se sarebbe lusingato o preoccupato - ma Fukuyama dice, badate
è un intellettuale di estrema destra, neocon come si dice,
americano, in realtà il male sta nella globalizzazione, il male
sta nella globalizzazione così come si è verificato. Perché
? Perché si è reso conto, essendo un uomo comunque intelligente,
acuto, uno
studioso, che le contraddizioni del pianeta sono aumentate dopo
l'89, che lo sfruttamento dell’Occidente ricco rispetto a
tutto il resto del mondo, Est e Sud, è drammaticamente aumentato,
che la disparità nei consumi, nella distribuzione della ricchezza,
nel controllo delle fonti di energia, nel controllo dell'acqua -
grande tema del prossimo prossimissimo futuro - è drasticamente
aumentato, non è diminuito. Altro che età dell'oro, siamo in presenza di
fenomeni migratori biblici, che caratterizzano nei momenti di
crisi le fasi della storia del mondo: caduta dell’Impero romano,
altro che barbari, erano fenomeni migratori di massa di interi popoli
che si spostavano.
Noi siamo in presenza di tutto ciò, di una fase
cioè nella quale noi, che ne siamo protagonisti, possiamo soltanto
essere modestissimi cronisti di quello che succede; saranno gli
storici tra qualche secolo a dirci qual è l’esito, ma intanto
la
cosa del tutto evidente è che il capitalismo non è in grado di
affrontare nessuno di questi problemi. E nel mondo, nel mondo
stanno iniziando a cambiare gli equilibri politici, badate che
quello che succede in Sudamerica è davvero una novità planetaria:
popoli che avevano provato ad alzare la testa c’erano stati
anche prima, ma erano stati sistematicamente sconfitti, quando non
sterminati; io vorrei ricordare perché ha segnato la mia generazione
che, mentre l’eroico popolo vietnamita vinceva l’ennesima
guerra contro gli Stati Uniti d’America, pochi anni prima, due
anni prima, in un altro tragico 11 settembre, quello del '73 veniva
ammazzato il presidente Alliende in Cile, in un colpo di
Stato, in un colpo di Stato orchestrato dalla C.I.A., perché Alliende voleva nazionalizzare alcune delle principali industrie
del paese. Bene, a distanza di più di trent’anni, quando due
anni fa, con un presidente regolarmente eletto - poiché, quando non vanno bene
agli Stati Uniti sono sempre dei dittatori,
vorrei ricordare che Hugo Chavez è stato regolarmente eletto
alle elezioni - hanno provato la stessa cosa. In questo caso, come dire,
con maggiore onestà intellettuale, perché in quelle ventiquattrore,
in cui il golpe sembrava riuscito, il presidente della Repubblica
era diventato - il presidente della Repubblica, potete
immaginare, il presidente della giunta golpista era
diventato il capo da Confindustria, in modo tale che non ci
fossero equivoci
su chi aveva organizzato il colpo di Stato; nonostante questo, per
la prima volta, io l'ho sottolineato nella relazione perché è un
fatto di
epoca - muta l’epoca - per la prima volta un pezzo dell’esercito e il
popolo del Venezuela ha sconfitto i golpisti e oggi Chavez è
stato rieletto presidente della Repubblica venezuelana e io sono
molto soddisfatto che i compagni della federazione di Milano, come
ci hanno annunciato qui, da questa tribuna, abbiano deciso di
dare vita all’associazione di amicizia Italia Venezuela, alla
quale invito tutti i compagni ad aderire. Ma non c’è solo il
Venezuela, ad uno ad uno, ad uno ad uno, chi in un modo, chi nell’altro,
chi con forme più, diciamo più moderate, chi con forme più, in questo
caso per davvero radicali nel senso migliore del termine, nel Sudamerica stanno cambiando gli equilibri e siccome in Asia ci sono
due giganti, diversissimi tra loro, ma due giganti come la
Repubblica popolare cinese e la Repubblica indiana, che stanno
iniziando davvero ad entrare nella concorrenza del mondo globale
con gli Stati Uniti d’America, sta cambiando tutto.
Ed allora rispetto a
tutto ciò, ecco, essere comunisti significa capire che quel modello
che ci ha dominato sino ad oggi non è un modello invincibile e
non è un modello per l’oggi per il domani e per il dopodomani, perché
noi vogliamo, da comunisti, ancora il superamento del capitalismo.
Questo è la cifra per cui si è comunisti, se no non si è
comunisti, si è un’altra cosa. Perché vedete è l’analisi,
è l’analisi che ci fa comunisti e la
circostanza che noi continuiamo a pensare che il conflitto tra
le classi, a livello planetario, ma anche nella vecchia Europa,
opulenta, ma sempre meno opulenta, è la cifra - il conflitto tra le
classi - è la cifra attraverso la quale interpretare la società
e il mondo. ecco perché siamo comunisti e badate, tutto questo ha a
che fare, com'è ovvio con parole e simboli. Io voglio rispondere pacatissimamente, se accogliessimo l’invito che c'è
stato fatto di rinunciare oggi, duemilasette, ma anche domani,
ma oggi
c’è stato fatto, siamo al congresso - il congresso è sovrano
- c’è stato chiesto:
rinunciate a nome e simbolo, rinunciate a chiamarvi comunisti e
rinunciate alla falce e martello. Se noi dicessimo di sì, beh, aveva
ragione Occhetto nell’89 allora, beh ci saremmo risparmiati quasi vent’anni
di fatica, cari compagni, potevano dirlo subito. Io spero di
rispondere a nome di tutti voi, mi terrò, ci terremo oggi,
domani,
dopodomani, per sempre il nome comunisti, la falce e il martello,
la stella e la bandiera d’Italia.
Perché la fase, la fase, non è
quella delle abiure, né quella degli anatemi o delle scomuniche,
tanto più che non vedo nessuna chiesa comunista che possa
stabilire chi è eretico e chi meno e dunque chi da scomunicare e
chi da accogliere nelle proprie file, la sfida è molto più alta, molto
più difficile e non richiede nessuna scorciatoia, perché la
nostra ambizione è esattamente il contrario dell'abiura: è quella
di provare a portare dentro alla sinistra unita e nella sinistra
unita ciascuno ci andrà come gli pare, socialisti ci andranno da
socialisti, gli ex comunisti oggi socialisti, ci andranno da ex
comunisti, oggi socialisti, gli ambientalisti ci andranno da
ambientalisti, noi ci vogliamo entrare da comunisti nella
sinistra unita.
Ed è per quello, è per quello che noi abbiamo lanciato
la parola d’ordine, che è stata accolta, è stata accolta
compagni, di costruire
una sinistra senza aggettivi ed una sinistra con una forma
federativa, per cui ciascuna, questo partito non è in vendita, questo
partito non ce lo terremo, anche dentro la sinistra unità e dovrà essere
forte e non più debole, più forte, perché dentro all’unità
avremo bisogno di essere più saldi tra noi, badate la nostra
concezione dell’unità è una concezione che parte dalle cose;
vogliamo discutere di precariato, beh saremo tutti
d'accordo, io credo, di
pace e di guerra saremo d'accordo, vogliamo discutere del futuro della scuola
pubblica, laica, gratuita per tutti, saremo d’accordo, vogliamo
discutere di laicità dello Stato, saremo d’accordo; così
costruiamo l’unità e allora ha fatto bene la compagna Palermi
a nome del gruppo parlamentare del Senato, noi accogliamo
l’invito del compagno Salvi, coordinamento dei gruppi
parlamentari della sinistra da domani.
È una sfida altissima
compagni ed è
anche molto difficile ed è per questo che io vi chiedo, vi ho
chiesto all’inizio grande coraggio, perché avremo momenti in cui
dall’entusiasmo di oggi, dove tutto sembra facile e non lo è, sembra
di nuovo tutto difficile, avremo chi dice di nuovo: non deve
essere calata dall’alto, non deve essere un’unità dei gruppi
dirigenti, dei ceti politici, c’è chi frenerà, c'è chi avrà paura.
Ecco perché vi chiedo il coraggio. C'è chi avrà paura, perché magari scatterà una cosa
per la quale non c’è bisogno di ricorrere a Marx, ma a Max Weber, scatterà
l’autoconservazione dei gruppi dirigenti, c’è la paura di perdere
il posto, compagni, è umano, ma la sfida è troppo alta, perché la sfida è
quella di creare in Italia una sinistra grande; vedete la
maggioranza di noi, la grande maggior parte di noi, viene da una storia
che non è mai stata minoritaria; io vengo, parlo di me, ciascuno di
noi deve partire da se stesso, io vengo da un grande partito, un
partito che era un partito di massa, un partito che rappresentava
gli interessi di milioni di donne e di uomini, non una nicchia,
l’ambizione è ricostruire, nelle forme date, quelle che avremo di
fronte nei prossimi anni, una soggettività politica grande e
sapete perché grande, perché se sarà grande conterà e
potrà portare a casa dei risultati, altrimenti non conterà; per
questo, per questo ci vorranno, com'è evidente gruppi dirigenti
all’altezza e gruppi dirigenti generosi, che sappiano nel
momento in cui ve ne sia o ve ne sarà o ve ne dovesse essere necessità, anche
fare un passo indietro, in nome appunto di un progetto politico
ambizioso; e gruppi dirigenti diversi dagli altri, la diversità
non è una parola, sono dei comportamenti, sono dei modelli di
comportamento. E come ho fatto nella relazione, anche nelle
conclusioni, visto che davvero sono tanti e sono bravissimi, io
ancora una volta mi rivolgo alle ragazze e ai ragazzi del nostro
partito, perché, perché sono, sono meno guasti di noi, non hanno
alle spalle anni di delusioni, di litigi, gli anni che abbiamo alle
spalle e che tutti conoscete, voi dovete, voi giovani, dovete
diffidare degli slogan, diffidare della faciloneria, diffidare
della superficialità, diffidare dai proclami, diffidare dalla
retorica che inquina la politica. La politica è un'altra cosa,
la politica
impone a voi il primo compito che spesso viene dimenticato, che
è quello di studiare, perché il mondo è completamente cambiato,
le categorie non sono più quelle che abbiamo studiato noi trent’anni
fa, è cambiato tutto, tutto, la globalizzazione, il Web, la rete, il modo
di comunicare, persino l’idea stessa della fisicità è cambiata,
son cambiate le misure, non esistono più le distanze, tutto il
mondo è stato costruito sino a pochi anni fa, sull’idea fisica
delle distanze, oggi non c’è più questo, basta premere un tasto di
un computer per spostare i capitali, spesso illegali, da un posto
all’altro, da un mondo all’altro; è cambiato tutto e, Togliatti mai troppo lodato, ricordava che chi sbaglia l’analisi,
sbaglia tutto, e allora studiare, riaggiornare l’analisi, riappropriarsi
da comunisti della critica al capitalismo nella fase odierna che
è
diversa. Allora studiate e organizzatevi sono i due imperativi, proprio di Gramsci
di cui ricorre l’anniversario della morte, studiate e
organizzatevi, perché senza l’organizzazione quello studio rimarrà in
un libro, in un saggio, ma sarà uno sforzo non praticamente utile
- non è mai inutile un libro - ma non produrrà un fatto politico e viceversa
noi siamo un partito politico e quindi studio e organizzazione.
E credo davvero di poter dire che da questo congresso guardiamo
con fiducia il futuro che si aspetta; ho parlato del 1989, ci
torno per dire una cosa che mi preme moltissimo, nel 1989 i
comunisti e il movimento dei lavoratori, anche coloro che non si
riconoscevano nell’esperienza dell’Est, tutti però nel 1989 sono
stati sconfitti, ma c’è modo e modo di essere sconfitti, con il
crollo del muro di Berlino i comunisti sono stati sconfitti, la
maggior parte di loro ha accettato quella sconfitta, mentre
alcuni di loro non si sono arresi, noi non ci siamo arresi e
abbiamo continuato la lotta; sembrava impossibile compagni, sembrava
impossibile, quel simbolo lo abbiamo portato nel terzo millennio,
chi ci avrebbe scommesso quando abbiamo iniziato questo nostro
percorso, sembrava impossibile.
E io termino una volta tanto con una cosa
un po' diversa dal mio tradizionale modo di rivolgermi ai
compagni, per dirvi una cosa molto semplice, ma alla quale io tengo e di
cui io sono convintissimo, noi tutti, ciascuno di noi, per la parte
che ha fatto, piccola o grande che sia, per tutti noi deve valere
quello che sto per dire: care compagne, cari compagni, siate
orgogliosi di quello che abbiamo fatto, perché lo abbiamo fatto
contro tutto e tutti, ma ci siamo riusciti. Quando si diceva nel
vecchio Pci ed era diventato una specie di slogan ripetitivo, si
diceva veniamo da lontano e andiamo lontano, noi veniamo da molto
lontano, qui è stato ricordato da Moni Ovadia, voglio ricordare
anch'io, noi, la nostra storia, la nostra tradizione, le nostre radici
politico-culturali vengono dalla rivoluzione francese, vengono al
1789, si sono poi inverate in quel grande evento liberatorio che
è stata la rivoluzione d’ottobre del 1917, sono passate
attraverso la fondazione del Partito Comunista Italiano del '21
e poi in quella specie di rifondazione, straordinaria, il
partito nuovo di Togliatti dell’aprile del '44, partito di massa,
partito di governo, partito che fa politica e non propaganda,
sino all’89; nell'ottantanove qualcuno ha pensato si chiude qui. Bene compagne e
compagni, chiudendo questo congresso, il quarto congresso del
Partito dei Comunisti Italiani, noi possiamo ripetere, a noi
stessi e a tutta la società italiana, che non è vero, non si è
chiuso lì. Veniamo da lontano, ma continueremo ad andare molto,
molto lontano. Grazie mille a tutti voi compagni! |