La relazione introduttiva
del segretario nazionale,
Oliviero Diliberto,
al IV Congresso del Partito dei Comunisti Italiani

Rimini, 27 – 29 aprile 2007

 

Rimini, 27 aprile 2007

 

Signor Presidente della Camera – e, se posso, caro compagno Fausto Bertinotti –,

Signor Presidente del Consiglio, on. Romano Prodi,

Signor Vice-Presidente del Consiglio, on. Francesco Rutelli,

il Congresso vi ringrazia davvero molto e molto affettuosamente per la vostra partecipazione, che ci rallegra ed onora.

Così come ringrazio il Presidente del Senato, sen. Franco Marini, che ha assicurato la sua presenza autorevole e gradita nella mattinata di domani.

Ringraziamo tutti gli ospiti graditissimi che hanno voluto accettare il nostro invito, le delegazioni dei partiti, dei sindacati, delle associazioni, le singole personalità che sono presenti o hanno inviato messaggi augurali al nostro Congresso, così come noi lo abbiamo inviato – lo ha appena letto il compagno Cuffaro – al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che salutiamo deferentemente.

Salutiamo anche con grande gioia e fraternità le più di sessanta delegazioni estere dei partiti comunisti e della sinistra, dei movimenti di lotta e di liberazione, da ogni parte del mondo: le ringraziamo di essere qui con noi a testimoniare con la loro presenza – così autorevole – l’amicizia e la fraternità internazionaliste che noi coltiviamo con passione, grazie all’intenso, proficuo lavoro del nostro Dipartimento esteri.

Ma io, prima di salutare voi, carissime compagne e compagni delegati, voglio rivolgere un saluto caloroso, ed un ringraziamento particolare a quanti hanno consentito a tutti noi oggi – e per questi tre giorni – di trovare tutto eccellentemente organizzato. Compagne e compagni che stanno dietro la ribalta, che lavorano in silenzio, senza nulla mai chiedere, senza mai avere un riconoscimento, un applauso. Preziosi, anzi indispensabili. Sono le compagne e i compagni dell’organizzazione, della propaganda, dell’amministrazione, della tesoreria, del servizio d’ordine, degli stand, del ricevimento.

Vi invito a rivolgere loro il più caloroso tra gli applausi di questo Congresso. Grazie, compagne e compagni, per il vostro lavoro e la vostra passione.

Ed infine saluto voi, delegate e delegati, da tutta Italia, di questo nostro partito, ancora piccolo, certo, ma in costante crescita dal 2001 ad oggi, sia in termini di iscritti che di elettori. Più di 40.000 i primi, quasi 900.000 i secondi. Di quegli oltre 40.000 iscritti, più del 40 % è sotto i 35 anni di età. Un dato straordinario, che si può constatare anche osservando questa platea. I nostri giovani continuano ad aumentare. È forse il dato più incoraggiante. A loro dedicherò la parte conclusiva di questo mio intervento.

Un partito in salute, coeso, serio, la cui linea politica, illustrata nel documento congressuale, ha riportato una percentuale di adesioni nei congressi provinciali e regionali persino vagamente imbarazzante, sfiorando la totalità dei voti a favore!

Grazie a tutte e a tutti voi, dunque.

Questo congresso si tiene, come abbiamo ricordato poco fa dedicando ad essi un minuto di raccoglimento, successivamente alla scomparsa di due nostri amatissimi dirigenti, Renato Albertini eNedo Barzanti. Mi voglio unire alle parole espresse dal presidente di questa prima seduta congressuale per esprimere alle famiglie, che so essere presenti in sala, la mia e nostra vicinanza, tutt’altro che formale, sincerissima e ancora addolorata.

Altre compagne e compagni, anche membri del nostro Cc, e singoli iscritte e iscritti, sono scomparsi in questi tre anni che abbiamo alle spalle: li accomuniamo nel cordoglio ai due dirigenti menzionati e li ricordiamo con affetto e partecipazione.

Ma vi è un ultimo adempimento per chi come me ha l’onore e l’onere di aprire il congresso con la relazione.

Ed è un adempimento, tutt’altro che formale, che svolgo volentieri e di cuore. Sarebbe infatti stolto e ingeneroso che noi non sottolineassimo che questo Congresso nazionale è il primo che teniamo senza la presenza, per sua scelta, di un compagno al quale tutti noi, ed io in particolare, dobbiamo moltissimo.

Questo compagno ha scelto di lasciare il nostro partito e non gli lesina certo aspre critiche. Io, viceversa, non intendo, come ho sempre fatto sinora – e a questo criterio intendo continuare scrupolosamente ad attenermi – minimamente polemizzare con lui. Da me, nei suoi confronti, non sentirete mai alcuna parola che non sia di riconoscenza politica e di affetto. Egli è stato il fondatore di questo partito e ci dispiace non averlo qui tra noi: ma continuiamo a dirgli, anche attraverso questa tribuna: grazie, caro compagno Armando Cossutta.

* * *

Il documento politico nazionale – per scelta – si è concentrato solo su alcune grandi questioni. Pace, lavoro, saperi. Unità e diversità. Ad esso, necessariamente, la relazione farà riferimento, e in larga parte, ad esso implicitamente rinvierà, tralasciando quindi lo schema tradizionale, che prevedeva “la situazione internazionale e i nostri compiti”. No, nulla di tutto ciò, vi proporrò viceversa un quadro sintetico di analisi e le relative proposte, concentrando l’attenzione su poche – ma credo essenziali – questioni. Molte ne tralascerò. È una scelta politica: non nel senso che ve ne siano di più o meno importanti (e ciascuno di noi ha le sue preferenze in merito), ma perché l’urgenza del momento induce a compiere, appunto, delle scelte che vogliamo caratterizzino il nostro Congresso.

Non è un caso, infatti, che abbiamo scelto di svolgere l’assise congressuale subito dopo il termine dei rispettivi congressi di Ds e Margherita, per poter valutare appieno i loro esiti e confrontarci con la fase di grande movimento e di grandi trasformazioni che essi consegnano alla sinistra, al centro-sinistra e a tutto il Paese.

Nell’aprile del 2006 la coalizione di centro-sinistra ha vinto le elezioni, nel successivo mese di giugno abbiamo sconfitto, per via referendaria, il tentativo delle destre di stravolgere il nostro impianto costituzionale.

Due risultati di straordinaria importanza.

Viviamo in un’Italia migliore di un anno fa.

Aggiungo che ciò che è emerso successivamente alle elezioni politiche dello scorso anno ha confermato quanto rischiosa fosse la situazione italiana dal punto di vista delle più elementari garanzie democratiche. Abbiamo scoperto che a latere, o nel sottobosco, o peggio al suo interno, sarà la magistratura ad accertarlo, insomma in quella palude politica che è stata la commissioneMitrockin, si fabbricavano dossier falsi per infangare i dirigenti del centro-sinistra, dal candidato premier Romano Prodi, sino al sottoscritto. Dossier falsi, nell’ambito di una commissione parlamentare! È stata altresì scoperta la più colossale rete di intercettazioni illegali facente capo a segmenti e personaggi presenti in Telecom, migliaia di intercettati: dirigenti politici, esponenti del mondo dell’economia e delle banche, cariche istituzionali.

Abbiamo vinto noi le elezioni e ciò è un bene per l’Italia intera e per la nostra democrazia. Ma il risultato elettorale deve, io credo, indurre ad una riflessione attenta, non superficiale, della realtà italiana, da troppo tempo non adeguatamente indagata. Abbiamo vinto per un’autentica manciata di voti, e l’Italia è divisa diametralmente in due, gli schieramenti sono nella sostanza in parità. Ebbene, se dopo 5 anni nei quali il governo di destra ha sistematicamente calpestato i diritti, cercato di stravolgere le conquiste dei lavoratori, precarizzato il lavoro, distrutto e umiliato la scuola, irriso al mondo della cultura, militarmente occupato le tv, ha legiferato pressoché solo a favore di sé, portato l’Italia in uno scenario terrificante di guerra, ebbene, dopo 5 anni così, se metà degli italiani ha votato ancora per Berlusconi, io credo che si sia sbagliato anche nel centro-sinistra, anche a sinistra.

All’indomani delle elezioni mi è tornata alla mente una discussione importante, di molto tempo fa, sulla natura della società italiana. Una discussione che poteva svolgersi quando i dirigenti politici dialogavano al massimo livello con la migliore intellettualità italiana. Mi riferisco alla discussione tra Palmiro Togliatti e Benedetto Croce all’indomani della Liberazione dal nazifascismo. Croce sosteneva che il fascismo avesse rappresentato una semplice parentesi nel lineare e inesorabile fluire dell’Italia verso un cammino di libertà. E per spiegare quella che lui definiva “parentesi”, impiegava la metafora degli Hyksos, il popolo del mare, che tradotto letteralmente indica i “popoli venuti da fuori”, che invasero  ed occuparono l’antico Egitto intorno al 1700 a.C., lasciandolo solo un secolo e mezzo dopo. Per Croce, dunque, i fascisti erano come gli Hyksos, estranei alla storia e alla natura profonda della società italiana.

Togliatti reagì a questa analisi ottimistica dell’Italia. Il fascismo non era affatto venuto da fuori, non costituiva una semplice e semplicistica parentesi. Il fascismo, così come altre pulsioni conservatrici, quando non apertamente reazionarie, covavano e covano – seguendo percorsi e vie carsiche, ogni tanto scomparendo e talvolta riaffiorando – nelle pieghe della società italiana. La borghesia italiana del primo dopoguerra accettò il fascismo, lo sostenne, lo finanziò, barattando la libertà in cambio dell’eliminazione del pericolo rosso, socialisti e comunisti. L’interesse di classe, in cambio della democrazia. Ed anche nei decenni della Repubblica, dopo che la democrazia era stata conquista con il sangue della guerra di Liberazione nazionale – e per noi il valore dell’antifascismo resta e resterà fondativo della Repubblica, contro ogni tentativo revisionistico strumentale – anche negli anni della democrazia, dicevo, non sono certo mancati rigurgiti reazionari, apparati deviati, tentazioni autoritarie. Anzi, l’intera storia italiana ne è attraversata. Siamo nel 2007. Sessant’anni fa, il 1 maggio, a Portella della Ginestra venivano massacrati donne e uomini che celebravano la festa del lavoro. Salvatore Giuliano, la mafia, i servizi americani – tutto è ormai storicamente documentato: ma ancora non conosciamo la verità. E 25 anni fa, cadeva anche un altro dirigente comunista, sempre per mano della mafia, Pio La Torre, con il suo autista, alla cui memoria ci inchiniamo. Stragi, commistioni con la malavita organizzata, misteri irrisolti, depistaggi, insabbiamenti, tintinnar di sciabole, la P2, lo stragismo (ancora non conosciamo la verità processuale di Piazza Fontana!), gli anni di piombo,Moro, le incessanti incursioni in questa terra, ahimè a sovranità limitata, dei servizi stranieri. Sino, appunto, ai dossier e alle intercettazioni degli anni che abbiamo appena messo alle nostre spalle. So di dire cose dure e spiacevoli. Ma la democrazia italiana è fragile. Se, dunque, volessimo trovare un primo, a mio modo di vedere decisivo, dirimente argomento alla validità della nostra scelta strategica – non certamente tattica o del momento – a favore dell’alleanza di centro-sinistra, vi è questa prima essenziale ragione.

Le nostre attuali forze politiche – comunisti, socialisti, democratici, laici: quelle che compongono l’Unione – sono oggi le eredi di quelle forze politiche che, in ben altra temperie politica e ideologica ed in contesto internazionale di frontale contrapposizione, seppero superare tutto ciò per scrivere insieme la Costituzione repubblicana. Siamo, cioè, baluardo di democrazia, eguaglianza, solidarietà e coesione sociale. Ma vi è di più. La nostra scelta a favore del centro-sinistra è motivata anche da un concreto programma di governo, quello che tutti insieme abbiamo sottoscritto alla vigilia delle elezioni e con il quale abbiamo vinto, ancorché di poco, le elezioni medesime. Anzi, in modo che non vi possano essere equivoci, noi giudichiamo – sta nel documento approvato pressoché da tutti i partecipanti ai nostri congressi territoriali – questo governo, il governo Prodi, al quale partecipiamo con modalità originali – sulle quali tornerò appresso – l’equilibrio più avanzato possibile negli attuali rapporti di forza. Lo sosteniamo dunque e lo sosterremo con la massima lealtà.

D’altro canto, la linea attuale è coerente con la scelta fondativa del nostro partito, sin dal 1998, ribadita nelle elezioni del 2001, confermata poi dalla mia decisione di non partecipare alle primarie dell’Unione – unico segretario fuori dall’Ulivo a farlo – contro Romano Prodi, ma viceversa di sostenerlo e votarlo. L’unità tra le forze democratiche è la nostra cifra, la bussola con la quale ci orientiamo.

D’altronde, contro il governo operano forze potenti. La prima delle quali è l’amministrazione attuale degli Stati Uniti d’America. Siamo giunti al punto – mai accaduto – che l’ambasciatore americano ha organizzato una lettera di sei ambasciatori esteri per interferire ufficialmente negli affari interni del nostro Paese! Incredibile, ma comprensibile. Dopo 5 anni di subalternità ai limiti del grottesco, la politica estera italiana ha ripreso un cammino tradizionale, di pace e di cooperazione internazionale. Siamo alleati degli Usa, ma non ne siamo sudditi. Siamo amici, ma autonomi nelle scelte. Ritiro dall’Iraq, politica medio-orientale, ripresa dell’ “equivicinanza” tra Israele e Palestina – sino all’invio di truppe italiane in Libano come forze autenticamente di interposizione di pace, che salutiamo con convinzione –, diplomazia e non minacce contro l’Iran, apertura di dialogo con la Siria – le cui numerose ed autorevolissime delegazioni qui salutiamo –, politiche verso l’Africa, dialogo operoso verso Cina ed India. Abbiamo infine ripreso una convinta politica europeista, abbandonata negli anni del governo precedente, unica garanzia possibile per un efficace ruolo del vecchio Continente in un mondo multipolare, quale noi vorremmo. Abbiamo una politica estera, dunque, che non può piacere a chi ha fatto della guerra preventiva e permanente la caratteristica saliente della propria azione internazionale. Il terrorismo è drasticamente aumentato, le povertà, le ingiustizie, le epidemie, l’analfabetismo, la siccità, la fame: tutte le principali contraddizioni del pianeta crescono. La guerra è la risposta più dannosa. Non solo eticamente sbagliata. Politicamente inutile. Occhio per occhio e il mondo diventerà cieco. L’ho letto in un giornale di Israele, in visita alla Knesset, il parlamento israeliano, al quale qualche anno addietro sono stato invitato insieme ad una delegazione del nostro partito. Erano i giorni nei quali ci eravamo recati ad incontrare il presidente Yasser Arafat a Ramallah, assediato dai tank israeliani. Dialogando con tutti si trovano le soluzioni, impedendo la violenza, le uccisioni mirate. È così che si contrasta il terrorismo. Era l’ultima ossessione di un grande pontefice, Giovanni Paolo II, che contro la guerra lanciò un vero anatema, chiedendo di costruire ponti tra i popoli e non già nuovi muri. Erano i giorni in cui il presidente del consiglio di allora affermava la superiorità di una civiltà, la nostra, su quella arabo-islamica. Dimenticava che Occidente non è solo quello della Dichiarazione dei diritti universali, non solo quello di Voltaire e Rousseau. No. È nel cuore dell’Occidente, nella Germania di Beethoven e di Kant che si costruiva non troppi decenni or sono il più orrendo abominio della Storia, Auschwitz e la Shoa. L’orrore conradiano.

Oggi, il ministro degli Esteri del nostro governo chiede la presenza di caschi blu a Gaza e noi siamo con lui. Due popoli, due Stati: è la via maestra, l’unica percorribile. Ma sino a quando non vi sarà uno Stato palestinese autonomo ed indipendente, nella sicurezza di Israele, noi continueremo a lottare – anche a costo di restare, come siamo stati in alcune occasioni, isolati e persino vilipesi – continueremo a lottare per la causa del popolo palestinese. Sentiremo stasera stessa il rappresentante di Al Fatah, alla quale inviamo la nostra solidarietà militante. Così come siamo e saremo al fianco del popoli dell’America Latina, che ormai da diversi anni stanno alzando la testa, hanno saputo organizzarsi e unirsi. Hanno iniziato a vincere, a conquistare il consenso popolare, ed anche a respingere – è la prima volta che accade – i colpi di stato militari che hanno in passato rappresentato la piaga costante dell’America Latina: è il caso del Venezuela, ove il golpe è stato sventato dall’insurrezione popolare schieratasi a fianco del legittimo governo del presidente Chavez. E continueremo a essere vicini, a sostenere e ringraziare, per l’esemplarità della capacità di resistenza, ai limiti dell’impossibilità, una piccola isola caraibica a 90 miglia marine dalla più grande potenza del mondo, sua acerrima nemica, condannata da decenni ad un feroce embargo economico: nonostante tutto ha retto e ha vinto. Que viva Cuba!

Certo, non tutto ci convince nella politica estera. E’ nota la nostra contrarietà alla base di Vicenza, come è nota la nostra contrarietà alla permanenza delle truppe italiane in Afghanistan.

Ma approfitto della presenza del presidente Prodi, che sa quanto noi siamo, non da oggi, suoi sostenitori.

Caro Presidente, le truppe italiane stanno in Afghanistan in aiuto del governo Karzaj. E questo governo tiene prigioniero Hanefi, mediatore di Emergency per la liberazione del giornalista Mastrogiacomo. È stato chiesto a Emergency e a Gino Strada, che salutiamo con affetto e stima, di intervenire, mediare, agevolare la trattativa. Bene. Ora non possiamo abbandonare Hanefi al suo destino. Il governo faccia la sua parte. Eserciti la massima pressione diplomatica. Ne va della credibilità di tutti noi. Noi non ci dimenticheremo, mi creda presidente, di questa giusta causa. E gliela ricorderemo costantemente, sino alla soluzione del problema.

Ancora. Altre forze potenti operano perché il governo si indebolisca o cada o cambi la sua fisionomia: magari scaricando la sinistra per allargare ad altre forze moderate o conservatrici la maggioranza.

In prima fila c’è Confindustria. Dopo una legge finanziaria che ha premiato pressoché solo le imprese, ancora non basta. Ingenti entrate fiscali hanno rimpinguato le casse dello Stato. Un incremento del 44% rispetto al 2005. Sono i dati del sole 24 Ore.

Il presidente Prodi ha annunciato che i 2/3 delle nuove entrate fiscali saranno destinati alle pensioni e ai salari più bassi, al sostengo della famiglie maggiormente in difficoltà. E ve ne sono davvero molte. Confindustria ha protestato, chiede di più, vorrebbe un governo – lasciatemelo dire – obbediente. E lavora, anche attraverso i giornali che direttamente o indirettamente controlla, per indebolirlo. La presunta sinistra “radicale” deve pesare di meno, a loro dire.

E invece, presidente Prodi, tenga duro su questa strada. Milioni di italiane e di italiani hanno dato il loro consenso al centro-sinistra perché si attendevano risposte ai loro bisogni. Diamogliele, queste risposte. Ancora ne hanno visto troppo poche.

Ma vi è un terzo potere che lavora per un cambiamento di rotta del governo.Noi abbiamo il massimo rispetto – è nella migliore tradizione dei comunisti italiani – per il cattolicesimo e le sue gerarchie: e condanniamo con fermezza minacce e insulti. Siamo a favore della massima libertà di pensiero, da parte di ognuno. Ma credo non le sfugga, signor Presidente Prodi, che, certo non tutte, ma una parte influente, molto influente, delle gerarchie ecclesiastiche lavora perché non si addivenga a provvedimenti che sono viceversa presenti nel nostro programma. Ciò è inaccettabile in un sano equilibrio tra i ruoli che rispettivamente ricoprono Stato e Chiesa.

Dalle coppie di fatto alla libertà di ricerca scientifica, mai come oggi la laicità dello Stato è in pericolo. I diritti civili non sono tema secondario, sono anzi parte essenziale delle richieste che ci vengono dal nostro popolo, anche da moltissimi elettori cattolici, assai più avanti, evidentemente, nell’acquisizione di questi valori delle gerarchie stesse. Dobbiamo trovare soluzioni tra noi condivise, certo. Ma il pericolo di un pesante arretramento su questi terreni è reale, tangibile, quotidiano.

Forze potenti, dunque, vorrebbero indebolire questa nostra maggioranza ed il governo che essa ha espresso.

Noi, che vogliamo aiutare il governo, affermiamo dunque dal nostro Congresso che cercheremo di aiutarlo, nella massima lealtà. Ma aiutarlo significa anche correggere gli errori, le lacune, i difetti.

La legge finanziaria non ha giovato alla credibilità del governo. Certo, occorreva risanare. Ma i ticket sanitari hanno rappresentato una ferita, tanto da esser dovuti intervenire successivamente per correggerli. Il taglio del cuneo fiscale ha agevolato solo le imprese. Lavoratori e pensionati non hanno concretamente avvertito miglioramenti della propria condizione. I tagli agli Enti locali colpiranno inevitabilmente i cittadini. E il mondo della scuola è deluso. Molto deluso.

Certo, la finanziaria ha anche rappresentato alcuni successi. La lotta all’evasione ha iniziato a dare frutti consistenti ed è un bene essenziale. Il fisco non è un male, come pensano a destra. L’imposizione fiscale, lo dice la Costituzione, deve essere progressiva. Più hai, più paghi. Ed è la fiscalità generale che si fa carico dei diritti universali dei cittadini, dello stato sociale. È il fisco, in ultima analisi, il vero ed unico garante del principio di eguaglianza sostanziale sancito ancora nella nostra Costituzione, quella leva che può “rimuovere gli ostacoli di natura economica e sociale” che impediscono proprio il dispiegarsi dell’eguaglianza.

E poi, sempre in finanziaria – possiamo rivendicare soprattutto grazie all’azione parlamentare dei Comunisti Italiani – abbiamo ottenuto la stabilizzazione di centinaia di migliaia di precari delle pubbliche amministrazioni, dalla scuola alla sanità, alla giustizia, agli Enti locali. Ora la battaglia si sposta nelle amministrazioni locali. Occorre dar seguito alle decisioni assunte in finanziaria. In molti Enti locali, so che si è già fatto: sono stati regolarizzati e stabilizzati i precari. In molti altri, la maggioranza di essi, ancora no. Ed allora, ogni compagno e compagna che sieda nei consigli comunali, provinciale o regionali, o, tanto più, nelle giunte, deve sapere che d’ora innanzi questa è la battaglia. Applicare la legge. Sappiate, infatti, come sappiamo, che le istituzioni, per i comunisti, non sono semplici luoghi della mediazione istituzionale, ma sono anche luoghi del conflitto. E dobbiamo essere all’altezza di questa sfida.

Nella stessa legge finanziaria, si sono ottenute le prime, timide ma non per questo meno importanti riforme a favore del precariato anche nel settore privato: assistenza sanitaria e maternità, nonché incentivi alle imprese che assumono con contratti a tempo indeterminato. Ancora poco, se si considera che la piaga del precariato colpisce ormai 1 su 2 dei nuovi assunti. Con aberrazioni autentiche. Contratti a progetto di un giorno! O magari di 5 giorni, perché così non si pagano al lavoratore neppure il sabato e la domenica. Precariato, autentica piaga del secolo, che colpisce i giovani nel diritto principale, quello al loro futuro. Perché senza un lavoro certo non si programma la vita. E perché senza un lavoro continuativo e certo non si avranno neppure i contributi sufficienti per una pensione appena decente.

Ma non sono solo i giovani colpiti dal precariato. Il lavoratore di 53 anni morto pochi giorni fa sul lavoro – tra i tanti, troppi morti di questa guerra invisibile ed oscena – era un lavoratore “in prova”. A 53 anni. In edilizia.

Noi continueremo a batterci in questa direzione. E lo faremo per elementari considerazioni di giustizia sociale, ma anche per la difesa di un diritto ulteriore. Perché un lavoratore precario è anche un lavoratore perennemente sotto ricatto. Se alza la testa, se esige sicurezza, tutele, salario, non c’è neppure necessità di licenziarlo, basta non rinnovargli il contratto. Un gigantesca vergogna da combattere. Noi ci impegniamo a farlo.

Ed allora, da questo Congresso, indichiamo due missioni al governo, per recuperare il consenso perduto, riconquistare il cuore del nostro popolo, ma anche per provare a strappare da destra una moltitudine di elettori popolari che – nell’insicurezza della propria condizione sociale – si sono rifugiati a destra, nelle spinte localistiche o identitarie, nella suggestione di valori effimeri veicolati dallo squallore dei programmi televisivi, nel miraggio di modelli sociali o di valori (disvalori) cui essi in realtà, mai potranno accedere.

Due missioni.

La prima. Interventi coraggiosi a difesa del salario e delle pensioni più basse, e del loro potere d’acquisto. Insieme ad una lotta vera che colpisca le ingiustizie e i privilegi. Almeno i manager pubblici devono ricevere compensi meno indecenti di quelli attuali. Si dice che lo Stato non ne ricaverebbe cifre significative. Non importa affatto. Il messaggio simbolico verso il nostro popolo sarebbe comunque grande e positivo. Una misura di elementare equità sociale.

Così come chiediamo che, insieme al sostegno dei ceti meno abbienti, in parallelo si inizi una battaglia vera e coerente contro i privilegi di chi fa politica nelle istituzioni: noi siamo pronti ad iniziare. Stipendi, prebende, ma anche la pletora di consigli d’amministrazione, società controllate, consulenze e moltiplicazione di commissioni di presunto studio. Non se ne può più.

Se il governo intenderà procedere in questa direzione, stia pur certo che noi ci saremo.

La seconda missione che proponiamo al governo è – io credo – determinante per il futuro dell’Italia. Lo avevamo promesso tutti in campagna elettorale, ma poco onestamente è stato fatto. Occorre una grande campagna, con massicci investimenti, magari sacrificando qualche altro settore, nella scuola, nell’università, nella ricerca, nei beni culturali, insomma nei saperi e nella cultura: un Paese con scuole e università migliori, con biblioteche meglio attrezzate e con più personale, con più centri pubblici di ricerca, un Paese con più teatri, musei, scavi archeologici, archivi, conservatori di musica, pinacoteche, istituti di restauro, è un Paese migliore. Rimotivare gli insegnanti, e pagarli meglio dell’indecente salario che percepiscono, investire sul tempo pieno, elevare l’obbligo scolastico a 16 anni e poi progressivamente nel corso della legislatura sino a 18, per tutti, è un investimento per il futuro dell’Italia. Obbligo scolastico, sia ben chiaro, che non è obbligo formativo esercitabile anche presso le imprese per imparare un mestiere. Occorre esattamente il contrario, per essere competitivi nella globalizzazione – che piaccia o no – e cioè investire sull’intelligenza e sul senso critico dei nostri giovani: e costruire le condizioni perché, una volta formati, non scappino all’estero.

Due missioni che sono due facce della stessa medaglia: lavoro e saperi.

Non mi sembrano, non ci sembrano, per nulla proposte estremistiche, massimaliste, o, come si usa dire adesso, “radicali”.

È tempo, dunque, di sfatare un equivoco, strumentalmente creato da avversari ma, non di rado, anche da taluni nostri alleati. Più che un equivoco: una mistificazione.

Si afferma, anche attraverso la semplificazione giornalistica, che in Italia vi sarebbero due sinistre: quella riformista e quella radicale.

Va fatta quindi un’opera – questa sì, radicale – di igiene politico-linguistica.

Io invito infatti tutti voi a fare un modesto, semplicissimo esperimento. Provate a cercare, in un qualunque dizionario della lingua italiana, la parola “riformista”. Leggerete che si tratta di chi, gradualmente, intende estendere i diritti. Estenderli dal punto di vista della platea dei fruitori dei diritti medesimi; ed estenderli nei loro contenuti.

Riformisti, veri, furono coloro che agli inizi degli anni ’60 approvarono la storica riforma della scuola media unificata, superando la vecchia scuola di classe.

Riformisti, veri, furono coloro che, nel 1970, approvarono lo Statuto dei diritti dei lavoratori. Ancora una volta, lavoro e scuola.

Riformisti. Ed invece oggi riformista è divenuto progressivamente termine sinonimo di moderato. Se dici che Confindustria ha ragione, sei riformista, se dici che ha ragione il sindacato, no. Ed allora, da questa assise, noi accettiamo la sfida. Accettiamo la sfida delle riforme. Perché riforma, di per sé, non vuol dire nulla, occorre dire di quale riforma si tratta e a favore di quale ceto sociale. Altrimenti non vuol dire nulla.

Al congresso della Margherita – e ringrazio davvero sinceramente per l’autorevolezza della delegazione di quel partito oggi presente – è stata avanzata una proposta sulla casa, sull’Ici e sugli affitti: con questa proposta intendiamo confrontarci con serietà, per l’aspetto di reale equità sociale che essa contiene. Abolire l’Ici sulla casa di abitazione è una proposta riformista, perché estende il diritto alla casa. Così come è una buona riforma il disegno di legge governativo Amato – Ferrero che cancella finalmente l’abominio della legge Bossi – Fini sull’immigrazione. Si può fare di più? Certo. Ma intanto è un passo avanti positivo: appunto, una buona riforma.

Ma aumentare l’età pensionabile non è riformista, perché colpisce, appunto, dei diritti conquistati nei decenni passati. È colpendo il precariato che si garantisce la pensione ai giovani, non aumentando l’età pensionabile ai padri in una triste guerra generazionale.

Significa essere conservatori – come qualcuno ci accusa – se si difendono diritti acquisiti? Ma perché dovrebbe essere un male voler conservare ciò che di buono si possiede? In questi casi, mi soccorre sempre, ad indicare una via, la celebre frase di un grande dirigente comunista italiano: i comunisti sono insieme rivoluzionari e conservatori. Lo affermava Enrico Berlinguer.

Accettiamo dunque questa sfida. Il governo Prodi deve fare riforme. Giusto. Vedremo quali e a favore di chi.

È l’insegnamento di Togliatti, che parlava di partito di governo sin dall’aprile del 1944, con mezza Italia ancora in mano a fascisti e nazisti e il Pci appena uscito da quelli che Umberto Saba chiamava, in una struggente poesia, gli “spaventosi esigli”. E il carcere, le torture la clandestinità, gli assassinii. Quel partito, che aveva le armi in pugno per cacciare l’invasore, era già un partito di governo.

Ma il governo è un mezzo, non è un fine. Il governo serve a cambiare le cose, te ne offre gli strumenti, le opportunità, le necessarie leve.

Ed è dunque a questo proposito che dico al presidente Prodi una cosa, ancora una volta, chiara e semplice.

Vicenda Telecom. Si dice che il governo non avrebbe il diritto di intervenire. Ma quando sono in gioco interessi vitali per la collettività, come nel caso della proprietà e del controllo della rete delle telecomunicazioni, attraverso la quale passa ormai tutto – comunicazione, cultura, sapere, informazioni, intrattenimento, etc. – il governo non ha il diritto: il governo ha il dovere di intervenire!

Proponiamo che la rete venga acquistata da un investitore istituzionale. Ritorni cioè sotto il controllo pubblico, come dovrebbe essere in un Paese, mi si permetta, neppure “normale”, ma più banalmente civile. È così in tutti i principali Paesi europei, ove lo Stato ha mantenuto il controllo, quando non la proprietà, dei settori strategici dell’economia.

Noi ci muoveremo, dunque, sul crinale difficile dell’unità e della nostra diversità, cercando i punti di equilibrio di volta in volta, a nostro avviso, più avanzati. Compito difficile, certo, ma che questo gruppo dirigente credo abbia saputo interpretare nei momenti più complessi che abbiamo alle spalle, ad iniziare dalla crisi del governo dello scorso febbraio. Si è detto che il governo sarebbe caduto per responsabilità della sinistra, ancora una volta, “radicale”. Non fu così, come gli osservatori più attenti e meno faziosi hanno avvertito. Quei poteri di cui ho parlato in precedenza, simbolicamente rappresentati da tre senatori a vita, hanno dato vita alla crisi, certo anche aiutati da due sciagurati senatori seduti a sinistra dell’emiciclo: e per i quali, vale oggi per noi l’antico adagio, secondo il quale se si riconoscono, come noi abbiamo fatto, gli errori, essi non si ripetono. Ma – sottolineo – la crisi è nata sul versante moderato, più conservatore, della nostra coalizione. L’obiettivo era e resta quello di marginalizzare la sinistra al governo, renderla più debole, ridurne gli spazi di intervento politico, il potere di contrattazione dentro al governo e alla maggioranza.

Ecco perché il crinale è difficile. È difficile trovare l’equilibrio necessario tra unità e diversità, binomio inscindibile della nostra azione. Ma è anche indispensabile.

Vogliamo, tuttavia, affermare anche un altro principio, che ispirerà la nostra azione in Parlamento e nel Paese. Noi vogliamo bene a questo governo, l’ho detto e lo ripeto. Cerchiamo di tenerlo lontano dalle insidie molteplici di una coalizione così larga e spesso non omogenea. Lavoriamo a questo fine. E lavoriamo sul serio per il bene del centro-sinistra.

Ma ci permettiamo di dare al governo un suggerimento, per il suo stesso bene. Eviti di dare l’impressione, che certo è solo un’impressione – ma assai sgradevole – che vi sia chi lavora per giungere a misure che cancellerebbero alcune delle forze politiche che lo sostengono.

Voglio essere esplicito. Noi C.I. abbiamo ottenuto alle ultime elezioni, come detto, 900.000 voti, e, sia detto per inciso, alle ultime tornate elettorali, le regionali del Molise, abbia ancora aumentato i voti, in termini assoluti e in percentuale, unico partito della sinistra.

Conquistiamo cioè consensi. Qualcuno allora dovrà spiegarci perché quei 900.000 nostri concittadini non dovrebbero essere rappresentati in Parlamento. Qualcuno vagheggia di eliminare per via amministrativa alcuni partiti, che evidentemente danno fastidio, magari con soglie di sbarramento per l’oggi o per il domani. Ciò è inaccettabile, tanto più perché siamo alleati. Abbiamo accettato di modificare l’attuale legge elettorale, insieme al ministro Chiti, nel senso del modello regionale, che garantisce bipolarismo, governabilità, rappresentatività e che induce alle coalizione proprio perché conserva la soglia di sbarramento solo per chi non si coalizza. Quel modello è frutto di un’intesa tra noi. Qualunque altra ipotesi è per noi del tutto e definitivamente inaccettabile. Noi confidiamo – ed in ogni caso lavoreremo – affinché il governo non acceda a sirene annientatrici. E dunque cercheremo di ottenere dal governo medesimo i risultati che chiede la nostra gente.

Ma per strappare più risultati occorrerebbe più sinistra, nell’ambito della più complessiva alleanza rappresentata dalla nostra coalizione. Ma più sinistra, al momento, non c’è.

I Democratici di sinistra hanno tenuto il loro congresso. Vi ho assistito e l’ho seguito con rispetto, ma non ho nascosto la mia tristezza.

Vedete. Siamo simbolicamente voluti tornare a Rimini. Sedici anni fa, sul finire di gennaio, si è tenuto qui il congresso di scioglimento del Pci, dal quale proviene la maggioranza di noi. Iniziava una diaspora, una sorta di big bang del popolo comunista e della sinistra. Da lì a poco sarebbero finiti anche tutti gli altri partiti di massa della storia della Repubblica italiana, ad iniziare dal Psi, il più antico di essi.

Allora, in quel 1991, nell’estremo tentativo di tenere insieme la sinistra – coloro che intendevano superare il Pci e quanti volevano invece rimanere comunisti – alcuni di noi proposero un’ipotesi politica inedita: la confederazione della sinistra, nella quale ciascuno potesse continuare ad essere ciò meglio riteneva, ma in una soggettività politica plurale ed unita, dunque più forte.

La proposta fu rifiutata dalla maggioranza che dava vita all’allora Pds. Si credeva che la nascente Rifondazione comunista avrebbe rappresentato un’esigua minoranza di italiane ed italiane, un gruppuscolo simile ai gruppi extraparlamentari della sinistra estremista degli anni ‘70. Non fu così. Nel 1996, alle elezioni politiche, il Prc – allora formato da tutti noi – conquistò l’8,6 % di suffragi. Era tra i partiti più grandi.

Ma l’errore ormai era compiuto.

Il Pds, poi, divenne Ds. Ed ora, perdendo anche la “s”, che sta per sinistra, e non a caso, termina infine un travaglio lungo e faticoso, durato 16 anni appunto, che traghetta compagni con i quali molti di noi hanno trascorso un pezzo tutt’altro che banale della propria vita, addirittura oltre la sinistra. Un esito che non era scontato nel 1991. Anzi, allora si parlava di nuova formazione del socialismo europeo, radicata nel cuore della sinistra, mentre adesso dal congresso dellaMargherita si fa sapere – giustamente dal loro punto di vista – che non se ne parla. Il Pd è altra cosa. Ma è così oggettivamente. Si tratterà di un partito di centro-sinistra che guarda al centro, ribaltando il vecchio assunto della Democrazia Cristiana. La deriva, anche al di là della volontà dei singoli e della enorme buona fede dei militanti – carne della nostra carne – sarà inevitabilmente moderata. Saranno nostri alleati, certo. Gli rivolgiamo sinceri auguri. Ma è un approdo diverso da quello della sinistra, nonché diverso anche da quello dell’Ulivo originario, tanto caro ad Arturo Parisi.

E voglio anche aggiungere. Nel 1991 noi non condividemmo quella scelta. Ma era pur sempre una scelta dettata dall’urgenza epocale delle cose. Nel 1989 era crollato ilMuro di Berlino, i paesi dell’Est abbandonavano l’Urss e la stessa Urss si dissolveva. In Cina vi era Tien an Men, la ex Jugoslavia si iniziava a autodistruggere in un bagno di sangue. Vi era un mutamento di epoca. Noi non ritenevamo che la riposta giusta fosse quella proposta da Occhetto, ma essa era comunque dettata dall’enormità della fine del secolo breve.

Ma oggi, carissimi compagni Ds, quale urgenza epocale vi spinge a costituire il Partito Democratico ?

Lo dico con rammarico. Da anni noi proponevamo, come in quel drammatico 1991, una forma confederale di unità tra noi. I Ds (tutti i DS!), Rc, noi, gli ambientalisti di sinistra, e tanto popolo della sinistra deluso, disincantato, sfiduciato dalle mille lacerazioni, rancori, divisioni, litigi, scissioni. Non siamo stati ascoltati.

Ma da qui occorre ripartire. Ed occorre ripartire per cimentarsi – con grande determinazione politica e senza alcuna pigrizia intellettuale – in una strada di unità.

Da qui, nella fase nuova che si è determinata, dalle condizioni oggettive che la suggeriscono, anzi la dovrebbero imporre, riproponiamo ai soggetti della sinistra, non solo ai partiti, ma anche alle associazioni, alle organizzazioni dei lavoratori, ai giornali della sinistra, alle singole personalità, a tutti insomma, riproponiamo di iniziare finalmente a parlarci e a ragionare non più sul se, ma sul come procedere sulla strada dell’unità. Ve ne è bisogno, sono le cose, dure e testarde come solo le cose sanno essere, a dirci che è urgente: pena la marginalizzazione della sinistra italiana, il suo ulteriore sgretolamento, la perdita di peso politico. Il compagno Bertinotti ha definito questa urgenza indicando la necessità per la sinistra di fare “massa critica”. Assumo volentieri questa espressione. È quanto affermiamo anche noi, con parole diverse. Il concetto è il medesimo. Avviare un processo che non sia la simmetrica riproposizione a sinistra di ciò che hanno fatto Ds e Margherita, bensì una costruzione in progress, che tuttavia si dia una tempistica certa, non accetti dilazioni o freni, espliciti o impliciti, dettati magari dall’esigenza dell’autoconservazione dei gruppi dirigenti. Sinistra. È una sfida unitaria, quella che lanciamo. Noi pensiamo – è cosa nota – ad una forma confederale. Credetemi, non vi è alcuna affezione particolare a questa forma o ad una terminologia. A noi pare solo una proposta di buon senso. Una soggettività politica nella quale ciascuno continui ad essere se stesso è quella che meglio, a nostro avviso, potrebbe consentire di superare le attuali divisioni.

È una forma che non prevede scomuniche o abiure. Non prevede vincitori, né vinti.

Una sinistra senza aggettivi. Perché ogni aggettivo implica una simbologia, un vissuto, un’appartenenza. Perché mi si dovrebbe chiedere di aderire ad una sinistra che si chiama socialista? O perché mai si dovrebbe chiedere ad un socialista, tanto più se ex comunista, di aderire ad una forma organizzata che viene definita comunista ? Ogni aggettivo presuppone un paletto. E un paletto preclude, esclude, non include. E noi vorremmo includere.

Ho assistito al congresso dei compagni dello Sdi, che hanno scelto di non aderire al Pd, collocandosi saldamente nella sinistra italiana ed entro la famiglia del socialismo europeo. Guardiamo con simpatia al loro sforzo. Ma è uno sforzo che tende a raccogliere i socialisti, appunto. Ogni aggettivo esclude invece di includere.

Proponiamo dunque una via diversa e fortemente innovativa.

Quanto proponiamo noi, orgogliosamente comunisti, è di guardare avanti e non indietro. Ci rivolgiamo, dunque, a tutti coloro che si collocano a sinistra: partiamo dalle cose da fare, dai contenuti della battaglia politica, dalle grandi opzioni. Se troveremo un accordo, come è possibile e naturale, si andrà avanti insieme.

E quale può essere, oggi, per noi Comunisti italiani, per i compagni di Rifondazione, per i compagni Ds che hanno scelto di non aderire al Pd, il punto d’incontro, la materia sulla quale ragionare urgentemente insieme ? Io credo, noi crediamo, che il punto sia rappresentato dal lavoro e dai lavoratori. Non siamo così ciechi da sottovalutare le altre e gravi contraddizioni che affliggono il mondo intero e i rapporti tra le persone, come quella ambientale o quella di genere, ma siamo convinti che oggi il grande tema inevaso dalla politica (e dalla sinistra, che dovrebbe viceversa dargli corpo) sia appunto il conflitto capitale-lavoro. Dietro ognuna di quelle morti sul lavoro, di cui tanto si parla, vi è quel conflitto. Dietro la difficoltà di milioni di famiglie a condurre una vita serena, con un salario o una pensione adeguata, vi è quel conflitto. Dietro le forme di sfruttamento più brutale del precariato, vi è quel conflitto. Dietro la difficoltà di mandare un figlio a scuola, comprargli i libri di testo, mantenerlo all’università, tanto più se in una città diversa dalla propria, vi è quel conflitto. Dietro alla tragedia di aiutare spesso solo con i propri mezzi un familiare disabile, magari anziano non autosufficiente, c’è quel conflitto. La materialità di queste questioni interroga la politica e la sinistra tutti i giorni e pone la grande domanda: chi rappresenta oggi politicamente e nelle istituzioni il mondo del lavoro ?

Ecco un buon tema su cui cimentarci tutti insieme. Anche perché la Cgil, che ha giustamente rivendicato la propria autonomia dalla politica, con la nascita del Pd avrà, tuttavia, oggettivamente, un problema di rapporto in più, proprio sul versante della politica e delle istituzioni.

Ecco una prima risposta concreta: una soggettività unitaria della sinistra si dovrebbe occupare del lavoro salariato nelle sue forme tradizionali e in quelle nuove e ancor più drammatiche. Una buona base di partenza per dialogare. Insieme alla pace, altro tema fondativo per la sinistra, e ai diritti, quelli individuali e quelli collettivi.

Noi siamo pronti. E attendiamo con fiducia risposte. Qualcosa si sta muovendo a sinistra. Era ora. Ci saranno contrarietà, contraddizioni, passi falsi, mille difficoltà, piccole o grandi. Tanto più, occorreranno gruppi dirigenti all’altezza, che sappiano, appunto, dirigere, orientare, non scoraggiarsi di fronte alle difficoltà. Gruppi dirigenti che ci credano sino in fondo.

Noi intendiamo partecipare a tale processo da comunisti. E non intendiamo cessare di essere tali. Ma vogliamo mettere le nostre idee e la nostra capacità – piccola o grande che sia – al servizio di tale progetto. Anche Rifondazione, d’altronde, che salutiamo con calore, ha dichiarato che il loro partito c’è e resterà. Io non trovo in ciò alcuna contraddizione. Sarà la fantasia della politica a determinare le modalità attraverso le quali il processo eventualmente si potrà sviluppare: rispetto delle identità di ciascuno e al contempo volontà unitaria di andare verso una prospettiva più ampia: perché se non saremo uniti, e quindi più forti, il rischio è di tutti.

Vado a finire, carissime compagne e compagni, per toccare un ultimo punto, che a me, come sapete, sta molto a cuore.

Esattamente 70 anni fa, il 27 aprile del 1937, moriva dopo atroci tormenti e sofferenze, fisiche e morali, ad opera del regime fascista, Antonio Gramsci.

Lo abbiamo ricordato il 21 gennaio in una straordinaria manifestazione di massa a Roma, insieme al compagno e storico insigne Luciano Canfora. Non sarei in grado di dire alcunché né di più, né meglio di lui.

Ma Antonio Gramsci non è stato solo un esempio e un maestro dal punto di vista politico e culturale. Egli è stato infatti anche un grande esempio dal punto di vista morale, sotto il profilo della coerenza, della passione politica, della fedeltà alle proprie idee anche quando ciò significava sacrificare la propria vita e tutto se stesso. I Quaderni sono fonte inesauribile di riflessione politica, ma le Lettere sono traccia di comportamento e orientamento per ciascuno di noi, in momenti infinitamente meno complicati, per nostra fortuna. In Gramsci è fortissimo – né sarebbe potuto essere altrimenti – il senso della diversità comunista. Così come, decenni più avanti, sarebbe stato fortissimo in un altro uomo, un dirigente politico, un comunista dal cui esempio ancora dobbiamo imparare molto: Enrico Berlinguer.

Politica come servizio, disinteresse, senso del progetto collettivo, ideali nei quali si crede – parola, quest’ultima, pressoché espunta dal lessico della politica.

Bene, se noi vogliamo davvero declinare la diversità comunista e metterla al servizio del grande ed ambizioso progetto della ricomposizione della sinistra, dobbiamo affrontare con la massima determinazione un ultimo – ma per molti versi il principale – cimento. La riforma, appunto, di come noi stessi siamo.

Non è vero che nel Paese vi sia disinteresse o distanza verso la politica. La partecipazione straordinaria alle primarie per Prodi – strumento, quello delle primarie, che non ci appassionava, come noto – ha sorpreso anche noi. Quello era lo strumento offerto loro, per parziale che fosse, ed anomalo nel panorama della politica italiana, e quello i cittadini hanno usato, se ne sono impadroniti, lo hanno trasformato in un fatto politico. Il nostro popolo vuole politica, e vuole partecipare, non semplicemente assistere. Vi è una grande richiesta di politica e di sedi ove svolgerla. Sono viceversa i partiti a soffrire di un largo – e ahimé crescente – discredito. È evidentemente colpa nostra. Troppe volte la politica si svolge semplicemente nello scontro interno e, il più delle volte, per chi va a ricoprire dei posti: nel partito ma, soprattutto, nelle istituzioni. Posti assai ben retribuiti, che danno status, comodi, ove facilmente ci si abitua a stare. Ma se tale discredito non verrà sconfitto, se cioè i partiti politici non saranno più percepiti come strumenti di partecipazione e di democrazia, allora il rischio è altissimo: perché una democrazia senza partiti non è una democrazia, perlomeno non nelle forme conosciute negli ultimi secoli, ove donne e uomini si aggregavano per rappresentare interessi e ideali collettivi. Eleggevano al loro interno dei dirigenti. Portavano nelle istituzioni anche chi non apparteneva già alla classe dirigente. L’evocazione della società civile è giusta, ma contrapporla ai partiti è talmente facile, nella fase odierna, da apparire scorciatoia comoda per tornare ad un’Italia notabilare, verrebbe da dire pregiolittiana, quando non – ancora peggio – populistica e personalistica.

È dunque urgente, indispensabile, una campagna di autoriforma dei partiti. Ma noi abbiamo il dovere di partire da noi stessi, le prediche astratte non servono a nulla: occorre muovere dai comportamenti concreti, dalle scelte, dalla promozione dei quadri. Non è facile moralismo. È viceversa una questione politica di straordinaria grandezza. Se decliniamo la parola diversità, dobbiamo dare seguito alle nostre parole attraverso i fatti.

Abbiamo incominciato. Lo abbiamo fatto applicando per prima volta, in sede di candidature, nell’anno passato, il limite del doppio mandato in Parlamento. Indispensabile misura per evitare il formarsi di ceti politici inamovibili, burocratizzati, che riproducono se stessi. Lo abbiamo fatto e ne abbiamo pagato delle conseguenze, anche se, visti i risultati elettorali, non certo in termini di consenso: anzi! Alcune delle compagne e dei compagni che avevano alle spalle chi 2, chi 3, chi addirittura 4 legislature – avendo ottenuto quindi dal partito che li aveva espressi davvero molto, moltissimo: e avrebbero quindi dovuto essere verso il partito almeno un po’ riconoscenti – se ne sono andati perché non più ricandidati.

Lo voglio dire qui dal Congresso, e poi non lo ripeterò più. Tanto l’avrete ormai imparato a memoria. Se un compagno abbandona il partito perché non ha ottenuto una candidatura, è un bene per il partito che se ne sia andato. Non ce ne facciamo nulla! Qualcuno mi accusa di un qualche eccesso di giacobinismo. Ma ben venga un po’ di sano giacobinismo nella vita politica italiana.

Abbiamo proseguito in questa via nella formazione del governo. Non abbiamo chiesto nulla per i nostri dirigenti – e ne avremmo avuto di bravissimi da proporre – ma abbiamo indicato al presidente Prodi, come egli ben ricorderà, una rosa di nomi di personalità illustri della sinistra, con precise competenze, ma indipendenti, senza la nostra tessera, affinché si desse un duplice messaggio politico: da un lato, quello del disinteresse personale di ciascuno di noi; dall’altro, quello dell’apertura del nostro partito alla sinistra, non solo ai comunisti, in coerenza con la nostra linea politica generale.

Disinteresse personale, serietà, sobrietà, rigore, severità: soprattutto verso noi stessi. Valori da praticare con coerenza. E dovremo continuare a farlo, anche introducendo elementi di discontinuità, temporaneità e rotazione nelle cariche di partito, a tutti i livelli: ci lavoreremo nei tre anni che abbiamo dinnanzi, sino al prossimo Congresso. Insomma, cerchiamo - e dovremo sempre più cercare - di essere diversi dagli altri, con comportamenti coerenti. Affinché, a testa alta, si possa ribattere, con argomenti reali e comprensibili a tutti, alla terribile accusa che ci rivolgono anche molti degli elettori del centro-sinistra: siete tutti uguali. Nel momento in cui, infatti, noi che facciamo politica, siamo percepiti come tutti uguali, ha già vinto il nostro avversario, l’antipolitica, il populismo, il plebiscitarismo, in una parola: la destra e i suoi disvalori.

Non è vero che siamo tutti uguali. E dobbiamo con forza rivendicare la diversità nostra rispetto alla destra: e farlo davvero.

Ma la diversità si traduce anche nelle modalità concrete con le quali si fa la politica. Modalità che tendono oggi, nei fatti, a ridurre la possibilità per le donne, le compagne, di fare politica pienamente e liberamente. Orari, tempi, luoghi, compatibilità con la vita familiare e le attività di cura, ma anche, talvolta, la stessa intrinseca durezza della politica: tutto ciò rende difficile per le compagne partecipare e contare quanto i compagni. Non basta – anche se è già eccellente risultato – che l’Arcidonna ci assegni, per così dire, la Palma del partito che ha più donne nelle istituzioni (il 34%, percentuale alta, per l’Italia); né è sufficiente quanto, un po’ illuministicamente, abbiamo deciso in passato e ribadiamo in questo Congresso: e cioè che il Cc deve essere composto paritariamente tra donne e uomini, al 50 %, unico partito che lo preveda in statuto.

Tutto ciò rappresenta, certo, un tratto di diversità rispetto agli altri partiti, nei quali, con pochissime eccezioni, i ruoli dirigenti sono drasticamente ridotti al potere maschile. Ma ancora non basta. Occorre con coraggio promuovere quadri dirigenti donne, quanto più è possibile: e farlo ad iniziare dalle ragazze, tantissime e bravissime (le ho sentite intervenire con passione e maturità politica nei congressi territoriali), che si affacciano alla politica attraverso il nostro partito.

I giovani, dunque, che sapete essere la mia ossessione: e d’altro canto rappresentano il nostro futuro. Noi, quelli della mia generazione, siamo cresciuti in quello che Togliatti definiva il “partito educatore”. Ma chi oggi ha 18 anni – lo abbiamo scritto in apertura del documento congressuale nazionale – nasceva in coincidenza con la caduta del Muro di Berlino, non ha conosciuto, non ha potuto conoscere, il Pci. Dunque essi, questi giovani, saranno inevitabilmente dei comunisti diversi da noi: ed è un bene, perché noi, la nostra generazione, è figlia di una sconfitta.

E la politica non si fa con gli occhi rivolti al passato, ma al futuro, in un mondo completamente trasformato e combattendo forme di sfruttamento planetarie del tutto inedite e dunque ben più difficili da contrastare.

Non ci sono più modelli, rivoluzioni esemplari, punti di riferimento certi, approdi sicuri. Siamo, tutti, in mare aperto e la navigazione è ricca di insidie, ben più che nel passato. La risposta non sta in vecchie formule, tanto meno nella stanca ripetizione di quelle che proprio Gramsci definiva, sprezzantemente, le “frasi scarlatte”. Così come Togliatti, che affermava – con il consueto sarcasmo – che la rivoluzione perde di senso nel momento in cui si inizia a scriverla con la “r” maiuscola.

Noi, a voi giovani comunisti di oggi, ragazze e ragazzi della Fgci, possiamo solo aiutarvi e mettervi nelle migliori condizioni affinché costruiate da soli il vostro futuro e il vostro modo di fare politica, da comunisti del terzo millennio: spetta a noi cioè, a questo attuale gruppo dirigente, rendere questo partito per voi sempre più accogliente, e pertanto anche contrastare con la massima durezza qualunque regressione su questo terreno che eventualmente si manifestasse nei territori.

Ma allora, cosa possiamo insegnare noi a questi nostri giovani, se essi dovranno reinventarsi da sé tutte le categorie della conoscenza, riaggiornare l’analisi, proporre nuove soluzioni ? Con semplicità, due cose.

La prima è che senza storia non c’è futuro. Senza radici, nessuna pianta può attecchire e crescere. Recidendo il filo della propria esistenza passata, si perde di vista la natura stessa di ciò che si è, per l’oggi e per il domani. Non dobbiamo fare – e non fate mai – politica guardando indietro, ma fatela tuttavia con la consapevolezza di essere eredi di una grande storia.

La seconda cosa, è ancora più semplice. Dobbiamo dire loro, che ne vale ancora la pena. Un altro mondo è possibile. E’ lo slogan dei giovani contro la globalizzazione capitalistica. Non è diverso dagli slogan che scandivamo noi, tanti anni fa, nelle piazze e nelle strade, inneggiando ad un mondo migliore. Nessuno di noi è divenuto comunista dopo aver letto Das Kapital di Karl Marx. Siamo divenuti comunisti perché trovavamo orrende le ingiustizie di questo mondo e le volevamo combattere.

“Volevamo cambiare il mondo e il mondo ha cambiato noi”. Sono parole di uno straordinario film di Ettore Scola. Parole di disillusione e di sconforto. Di cupo pessimismo. Molti, a sinistra, ha ragione Scola, hanno accettato il mondo per quello che è. Ne hanno – per così dire – preso atto. È il mondo che ha cambiato loro.

Noi abbiamo ancora l’ambizione di cambiarlo.

Ho concluso. Ma non riesco a sfuggire ad un’ultima suggestione. Qualche settimana fa, la televisione ha ritrasmesso una delle ultime interviste ad Enrico Berlinguer. Giovanni Minoli chiedeva al segretario del Pci – era il 1983, alla vigilia della sua tragica scomparsa su quel palco a Padova – quale fosse la sua più grande soddisfazione. Berlinguer, dopo una vita operosissima coma la sua, avrebbe potuto scegliere cento e più cose. Ma rispondeva, con semplicità: “sono orgoglioso di essere rimasto fedele agli ideali della mia giovinezza”.

Straordinario insegnamento per tutti noi, ma soprattutto per i giovani, ai quali auguro davvero, tra tanti anni, di poter dire ciò che affermava Enrico Berlinguer e che anche noi oggi ripetiamo: siamo rimasti fedeli agli ideali della nostra giovinezza.

In una sinistra unita, più forte, più laica, ormai liberata da molte delle scorie del passato, bene, noi possiamo oggi riaffermare che eravamo, siamo e resteremo comunisti.



Le conclusioni di Diliberto