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Signor Presidente della Camera – e, se posso, caro compagno
Fausto Bertinotti –,
Signor Presidente del Consiglio, on. Romano Prodi,
Signor Vice-Presidente del Consiglio, on. Francesco Rutelli,
il Congresso vi ringrazia davvero molto e molto
affettuosamente per la vostra partecipazione, che ci rallegra ed
onora.
Così come ringrazio il Presidente del Senato,
sen. Franco Marini, che ha assicurato la sua presenza autorevole
e gradita nella mattinata di domani.
Ringraziamo tutti gli ospiti graditissimi che
hanno voluto accettare il nostro invito, le delegazioni dei
partiti, dei sindacati, delle associazioni, le singole
personalità che sono presenti o hanno inviato messaggi augurali
al nostro Congresso, così come noi lo abbiamo inviato – lo ha
appena letto il compagno Cuffaro – al Presidente della
Repubblica, Giorgio Napolitano, che salutiamo deferentemente.
Salutiamo anche con grande gioia e fraternità le
più di sessanta delegazioni estere dei partiti comunisti e della
sinistra, dei movimenti di lotta e di liberazione, da ogni parte
del mondo: le ringraziamo di essere qui con noi a testimoniare
con la loro presenza – così autorevole – l’amicizia e la
fraternità internazionaliste che noi coltiviamo con passione,
grazie all’intenso, proficuo lavoro del nostro Dipartimento
esteri.
Ma io, prima di salutare voi, carissime compagne
e compagni delegati, voglio rivolgere un saluto caloroso, ed un
ringraziamento particolare a quanti hanno consentito a tutti noi
oggi – e per questi tre giorni – di trovare tutto
eccellentemente organizzato. Compagne e compagni che stanno
dietro la ribalta, che lavorano in silenzio, senza nulla mai
chiedere, senza mai avere un riconoscimento, un applauso.
Preziosi, anzi indispensabili. Sono le compagne e i compagni
dell’organizzazione, della propaganda, dell’amministrazione,
della tesoreria, del servizio d’ordine, degli stand, del
ricevimento.
Vi invito a rivolgere loro il più caloroso tra
gli applausi di questo Congresso. Grazie, compagne e compagni,
per il vostro lavoro e la vostra passione.
Ed infine saluto voi, delegate e delegati, da
tutta Italia, di questo nostro partito, ancora piccolo, certo,
ma in costante crescita dal 2001 ad oggi, sia in termini di
iscritti che di elettori. Più di 40.000 i primi, quasi 900.000 i
secondi. Di quegli oltre 40.000 iscritti, più del 40 % è sotto i
35 anni di età. Un dato straordinario, che si può constatare
anche osservando questa platea. I nostri giovani continuano ad
aumentare. È forse il dato più incoraggiante. A loro dedicherò
la parte conclusiva di questo mio intervento.
Un partito in salute, coeso, serio, la cui linea
politica, illustrata nel documento congressuale, ha riportato
una percentuale di adesioni nei congressi provinciali e
regionali persino vagamente imbarazzante, sfiorando la totalità
dei voti a favore!
Grazie a tutte e a tutti voi, dunque.
Questo congresso si tiene, come abbiamo ricordato
poco fa dedicando ad essi un minuto di raccoglimento,
successivamente alla scomparsa di due nostri amatissimi
dirigenti, Renato Albertini eNedo Barzanti. Mi voglio unire alle
parole espresse dal presidente di questa prima seduta
congressuale per esprimere alle famiglie, che so essere presenti
in sala, la mia e nostra vicinanza, tutt’altro che formale,
sincerissima e ancora addolorata.
Altre compagne e compagni, anche membri del
nostro Cc, e singoli iscritte e iscritti, sono scomparsi in
questi tre anni che abbiamo alle spalle: li accomuniamo nel
cordoglio ai due dirigenti menzionati e li ricordiamo con
affetto e partecipazione.
Ma vi è un ultimo adempimento per chi come me ha
l’onore e l’onere di aprire il congresso con la relazione.
Ed è un adempimento, tutt’altro che formale, che
svolgo volentieri e di cuore. Sarebbe infatti stolto e
ingeneroso che noi non sottolineassimo che questo Congresso
nazionale è il primo che teniamo senza la presenza, per sua
scelta, di un compagno al quale tutti noi, ed io in particolare,
dobbiamo moltissimo.
Questo compagno ha scelto di lasciare il nostro
partito e non gli lesina certo aspre critiche. Io, viceversa,
non intendo, come ho sempre fatto sinora – e a questo criterio
intendo continuare scrupolosamente ad attenermi – minimamente
polemizzare con lui. Da me, nei suoi confronti, non sentirete
mai alcuna parola che non sia di riconoscenza politica e di
affetto. Egli è stato il fondatore di questo partito e ci
dispiace non averlo qui tra noi: ma continuiamo a dirgli, anche
attraverso questa tribuna: grazie, caro compagno Armando
Cossutta.
*
* *
Il documento politico nazionale – per scelta – si
è concentrato solo su alcune grandi questioni. Pace, lavoro,
saperi. Unità e diversità. Ad esso, necessariamente, la
relazione farà riferimento, e in larga parte, ad esso
implicitamente rinvierà, tralasciando quindi lo schema
tradizionale, che prevedeva “la situazione internazionale e i
nostri compiti”. No, nulla di tutto ciò, vi proporrò viceversa
un quadro sintetico di analisi e le relative proposte,
concentrando l’attenzione su poche – ma credo essenziali –
questioni. Molte ne tralascerò. È una scelta politica: non nel
senso che ve ne siano di più o meno importanti (e ciascuno di
noi ha le sue preferenze in merito), ma perché l’urgenza del
momento induce a compiere, appunto, delle scelte che vogliamo
caratterizzino il nostro Congresso.
Non è un caso, infatti, che abbiamo scelto di
svolgere l’assise congressuale subito dopo il termine dei
rispettivi congressi di Ds e Margherita, per poter valutare
appieno i loro esiti e confrontarci con la fase di grande
movimento e di grandi trasformazioni che essi consegnano alla
sinistra, al centro-sinistra e a tutto il Paese.
Nell’aprile del 2006 la coalizione di
centro-sinistra ha vinto le elezioni, nel successivo mese di
giugno abbiamo sconfitto, per via referendaria, il tentativo
delle destre di stravolgere il nostro impianto costituzionale.
Due risultati di straordinaria importanza.
Viviamo in un’Italia migliore di un anno fa.
Aggiungo che ciò che è emerso successivamente
alle elezioni politiche dello scorso anno ha confermato quanto
rischiosa fosse la situazione italiana dal punto di vista delle
più elementari garanzie democratiche. Abbiamo scoperto che a
latere, o nel sottobosco, o peggio al suo interno, sarà la
magistratura ad accertarlo, insomma in quella palude politica
che è stata la commissioneMitrockin, si fabbricavano dossier
falsi per infangare i dirigenti del centro-sinistra, dal
candidato premier Romano Prodi, sino al sottoscritto. Dossier
falsi, nell’ambito di una commissione parlamentare! È stata
altresì scoperta la più colossale rete di intercettazioni
illegali facente capo a segmenti e personaggi presenti in
Telecom, migliaia di intercettati: dirigenti politici, esponenti
del mondo dell’economia e delle banche, cariche istituzionali.
Abbiamo vinto noi le elezioni e ciò è un bene per
l’Italia intera e per la nostra democrazia. Ma il risultato
elettorale deve, io credo, indurre ad una riflessione attenta,
non superficiale, della realtà italiana, da troppo tempo non
adeguatamente indagata. Abbiamo vinto per un’autentica manciata
di voti, e l’Italia è divisa diametralmente in due, gli
schieramenti sono nella sostanza in parità. Ebbene, se dopo 5
anni nei quali il governo di destra ha sistematicamente
calpestato i diritti, cercato di stravolgere le conquiste dei
lavoratori, precarizzato il lavoro, distrutto e umiliato la
scuola, irriso al mondo della cultura, militarmente occupato le
tv, ha legiferato pressoché solo a favore di sé, portato
l’Italia in uno scenario terrificante di guerra, ebbene, dopo 5
anni così, se metà degli italiani ha votato ancora per
Berlusconi, io credo che si sia sbagliato anche nel
centro-sinistra, anche a sinistra.
All’indomani delle elezioni mi è tornata alla
mente una discussione importante, di molto tempo fa, sulla
natura della società italiana. Una discussione che poteva
svolgersi quando i dirigenti politici dialogavano al massimo
livello con la migliore intellettualità italiana. Mi riferisco
alla discussione tra Palmiro Togliatti e Benedetto Croce
all’indomani della Liberazione dal nazifascismo. Croce sosteneva
che il fascismo avesse rappresentato una semplice parentesi nel
lineare e inesorabile fluire dell’Italia verso un cammino di
libertà. E per spiegare quella che lui definiva “parentesi”,
impiegava la metafora degli Hyksos, il popolo del mare, che
tradotto letteralmente indica i “popoli venuti da fuori”, che
invasero ed occuparono l’antico Egitto intorno al 1700 a.C.,
lasciandolo solo un secolo e mezzo dopo. Per Croce, dunque, i
fascisti erano come gli Hyksos, estranei alla storia e alla
natura profonda della società italiana.
Togliatti reagì a questa analisi ottimistica
dell’Italia. Il fascismo non era affatto venuto da fuori, non
costituiva una semplice e semplicistica parentesi. Il fascismo,
così come altre pulsioni conservatrici, quando non apertamente
reazionarie, covavano e covano – seguendo percorsi e vie
carsiche, ogni tanto scomparendo e talvolta riaffiorando – nelle
pieghe della società italiana. La borghesia italiana del primo
dopoguerra accettò il fascismo, lo sostenne, lo finanziò,
barattando la libertà in cambio dell’eliminazione del pericolo
rosso, socialisti e comunisti. L’interesse di classe, in cambio
della democrazia. Ed anche nei decenni della Repubblica, dopo
che la democrazia era stata conquista con il sangue della guerra
di Liberazione nazionale – e per noi il valore dell’antifascismo
resta e resterà fondativo della Repubblica, contro ogni
tentativo revisionistico strumentale – anche negli anni della
democrazia, dicevo, non sono certo mancati rigurgiti reazionari,
apparati deviati, tentazioni autoritarie. Anzi, l’intera storia
italiana ne è attraversata. Siamo nel 2007. Sessant’anni fa, il
1 maggio, a Portella della Ginestra venivano massacrati donne e
uomini che celebravano la festa del lavoro. Salvatore Giuliano,
la mafia, i servizi americani – tutto è ormai storicamente
documentato: ma ancora non conosciamo la verità. E 25 anni fa,
cadeva anche un altro dirigente comunista, sempre per mano della
mafia, Pio La Torre, con il suo autista, alla cui memoria ci
inchiniamo. Stragi, commistioni con la malavita organizzata,
misteri irrisolti, depistaggi, insabbiamenti, tintinnar di
sciabole, la P2, lo stragismo (ancora non conosciamo la verità
processuale di Piazza Fontana!), gli anni di piombo,Moro, le
incessanti incursioni in questa terra, ahimè a sovranità
limitata, dei servizi stranieri. Sino, appunto, ai dossier e
alle intercettazioni degli anni che abbiamo appena messo alle
nostre spalle. So di dire cose dure e spiacevoli. Ma la
democrazia italiana è fragile. Se, dunque, volessimo trovare un
primo, a mio modo di vedere decisivo, dirimente argomento alla
validità della nostra scelta strategica – non certamente tattica
o del momento – a favore dell’alleanza di centro-sinistra, vi è
questa prima essenziale ragione.
Le nostre attuali forze politiche – comunisti,
socialisti, democratici, laici: quelle che compongono l’Unione –
sono oggi le eredi di quelle forze politiche che, in ben altra
temperie politica e ideologica ed in contesto internazionale di
frontale contrapposizione, seppero superare tutto ciò per
scrivere insieme la Costituzione repubblicana. Siamo, cioè,
baluardo di democrazia, eguaglianza, solidarietà e coesione
sociale. Ma vi è di più. La nostra scelta a favore del
centro-sinistra è motivata anche da un concreto programma di
governo, quello che tutti insieme abbiamo sottoscritto alla
vigilia delle elezioni e con il quale abbiamo vinto, ancorché di
poco, le elezioni medesime. Anzi, in modo che non vi possano
essere equivoci, noi giudichiamo – sta nel documento approvato
pressoché da tutti i partecipanti ai nostri congressi
territoriali – questo governo, il governo Prodi, al quale
partecipiamo con modalità originali – sulle quali tornerò
appresso – l’equilibrio più avanzato possibile negli attuali
rapporti di forza. Lo sosteniamo dunque e lo sosterremo con la
massima lealtà.
D’altro canto, la linea attuale è coerente con la
scelta fondativa del nostro partito, sin dal 1998, ribadita
nelle elezioni del 2001, confermata poi dalla mia decisione di
non partecipare alle primarie dell’Unione – unico segretario
fuori dall’Ulivo a farlo – contro Romano Prodi, ma viceversa di
sostenerlo e votarlo. L’unità tra le forze democratiche è la
nostra cifra, la bussola con la quale ci orientiamo.
D’altronde, contro il governo operano forze
potenti. La prima delle quali è l’amministrazione attuale degli
Stati Uniti d’America. Siamo giunti al punto – mai accaduto –
che l’ambasciatore americano ha organizzato una lettera di sei
ambasciatori esteri per interferire ufficialmente negli affari
interni del nostro Paese! Incredibile, ma comprensibile. Dopo 5
anni di subalternità ai limiti del grottesco, la politica estera
italiana ha ripreso un cammino tradizionale, di pace e di
cooperazione internazionale. Siamo alleati degli Usa, ma non ne
siamo sudditi. Siamo amici, ma autonomi nelle scelte. Ritiro
dall’Iraq, politica medio-orientale, ripresa dell’
“equivicinanza” tra Israele e Palestina – sino all’invio di
truppe italiane in Libano come forze autenticamente di
interposizione di pace, che salutiamo con convinzione –,
diplomazia e non minacce contro l’Iran, apertura di dialogo con
la Siria – le cui numerose ed autorevolissime delegazioni qui
salutiamo –, politiche verso l’Africa, dialogo operoso verso
Cina ed India. Abbiamo infine ripreso una convinta politica
europeista, abbandonata negli anni del governo precedente, unica
garanzia possibile per un efficace ruolo del vecchio Continente
in un mondo multipolare, quale noi vorremmo. Abbiamo una
politica estera, dunque, che non può piacere a chi ha fatto
della guerra preventiva e permanente la caratteristica saliente
della propria azione internazionale. Il terrorismo è
drasticamente aumentato, le povertà, le ingiustizie, le
epidemie, l’analfabetismo, la siccità, la fame: tutte le
principali contraddizioni del pianeta crescono. La guerra è la
risposta più dannosa. Non solo eticamente sbagliata.
Politicamente inutile. Occhio per occhio e il mondo diventerà
cieco. L’ho letto in un giornale di Israele, in visita alla
Knesset, il parlamento israeliano, al quale qualche anno
addietro sono stato invitato insieme ad una delegazione del
nostro partito. Erano i giorni nei quali ci eravamo recati ad
incontrare il presidente Yasser Arafat a Ramallah, assediato dai
tank israeliani. Dialogando con tutti si trovano le soluzioni,
impedendo la violenza, le uccisioni mirate. È così che si
contrasta il terrorismo. Era l’ultima ossessione di un grande
pontefice, Giovanni Paolo II, che contro la guerra lanciò un
vero anatema, chiedendo di costruire ponti tra i popoli e non
già nuovi muri. Erano i giorni in cui il presidente del
consiglio di allora affermava la superiorità di una civiltà, la
nostra, su quella arabo-islamica. Dimenticava che Occidente non
è solo quello della Dichiarazione dei diritti universali, non
solo quello di Voltaire e Rousseau. No. È nel cuore
dell’Occidente, nella Germania di Beethoven e di Kant che si
costruiva non troppi decenni or sono il più orrendo abominio
della Storia, Auschwitz e la Shoa. L’orrore conradiano.
Oggi, il ministro degli Esteri del nostro governo
chiede la presenza di caschi blu a Gaza e noi siamo con lui. Due
popoli, due Stati: è la via maestra, l’unica percorribile. Ma
sino a quando non vi sarà uno Stato palestinese autonomo ed
indipendente, nella sicurezza di Israele, noi continueremo a
lottare – anche a costo di restare, come siamo stati in alcune
occasioni, isolati e persino vilipesi – continueremo a lottare
per la causa del popolo palestinese. Sentiremo stasera stessa il
rappresentante di Al Fatah, alla quale inviamo la nostra
solidarietà militante. Così come siamo e saremo al fianco del
popoli dell’America Latina, che ormai da diversi anni stanno
alzando la testa, hanno saputo organizzarsi e unirsi. Hanno
iniziato a vincere, a conquistare il consenso popolare, ed anche
a respingere – è la prima volta che accade – i colpi di stato
militari che hanno in passato rappresentato la piaga costante
dell’America Latina: è il caso del Venezuela, ove il golpe è
stato sventato dall’insurrezione popolare schieratasi a fianco
del legittimo governo del presidente Chavez. E continueremo a
essere vicini, a sostenere e ringraziare, per l’esemplarità
della capacità di resistenza, ai limiti dell’impossibilità, una
piccola isola caraibica a 90 miglia marine dalla più grande
potenza del mondo, sua acerrima nemica, condannata da decenni ad
un feroce embargo economico: nonostante tutto ha retto e ha
vinto. Que viva Cuba!
Certo, non tutto ci convince nella politica
estera. E’ nota la nostra contrarietà alla base di Vicenza, come
è nota la nostra contrarietà alla permanenza delle truppe
italiane in Afghanistan.
Ma approfitto della presenza del presidente
Prodi, che sa quanto noi siamo, non da oggi, suoi sostenitori.
Caro Presidente, le truppe italiane stanno in
Afghanistan in aiuto del governo Karzaj. E questo governo tiene
prigioniero Hanefi, mediatore di Emergency per la liberazione
del giornalista Mastrogiacomo. È stato chiesto a Emergency e a
Gino Strada, che salutiamo con affetto e stima, di intervenire,
mediare, agevolare la trattativa. Bene. Ora non possiamo
abbandonare Hanefi al suo destino. Il governo faccia la sua
parte. Eserciti la massima pressione diplomatica. Ne va della
credibilità di tutti noi. Noi non ci dimenticheremo, mi creda
presidente, di questa giusta causa. E gliela ricorderemo
costantemente, sino alla soluzione del problema.
Ancora. Altre forze potenti operano perché il
governo si indebolisca o cada o cambi la sua fisionomia: magari
scaricando la sinistra per allargare ad altre forze moderate o
conservatrici la maggioranza.
In prima fila c’è Confindustria. Dopo una legge
finanziaria che ha premiato pressoché solo le imprese, ancora
non basta. Ingenti entrate fiscali hanno rimpinguato le casse
dello Stato. Un incremento del 44% rispetto al 2005. Sono i dati
del sole 24 Ore.
Il presidente Prodi ha annunciato che i 2/3 delle
nuove entrate fiscali saranno destinati alle pensioni e ai
salari più bassi, al sostengo della famiglie maggiormente in
difficoltà. E ve ne sono davvero molte. Confindustria ha
protestato, chiede di più, vorrebbe un governo – lasciatemelo
dire – obbediente. E lavora, anche attraverso i giornali che
direttamente o indirettamente controlla, per indebolirlo. La
presunta sinistra “radicale” deve pesare di meno, a loro dire.
E invece, presidente Prodi, tenga duro su questa
strada. Milioni di italiane e di italiani hanno dato il loro
consenso al centro-sinistra perché si attendevano risposte ai
loro bisogni. Diamogliele, queste risposte. Ancora ne hanno
visto troppo poche.
Ma vi è un terzo potere che lavora per un
cambiamento di rotta del governo.Noi abbiamo il massimo rispetto
– è nella migliore tradizione dei comunisti italiani – per il
cattolicesimo e le sue gerarchie: e condanniamo con fermezza
minacce e insulti. Siamo a favore della massima libertà di
pensiero, da parte di ognuno. Ma credo non le sfugga, signor
Presidente Prodi, che, certo non tutte, ma una parte influente,
molto influente, delle gerarchie ecclesiastiche lavora perché
non si addivenga a provvedimenti che sono viceversa presenti nel
nostro programma. Ciò è inaccettabile in un sano equilibrio tra
i ruoli che rispettivamente ricoprono Stato e Chiesa.
Dalle coppie di fatto alla libertà di ricerca
scientifica, mai come oggi la laicità dello Stato è in pericolo.
I diritti civili non sono tema secondario, sono anzi parte
essenziale delle richieste che ci vengono dal nostro popolo,
anche da moltissimi elettori cattolici, assai più avanti,
evidentemente, nell’acquisizione di questi valori delle
gerarchie stesse. Dobbiamo trovare soluzioni tra noi condivise,
certo. Ma il pericolo di un pesante arretramento su questi
terreni è reale, tangibile, quotidiano.
Forze potenti, dunque, vorrebbero indebolire
questa nostra maggioranza ed il governo che essa ha espresso.
Noi, che vogliamo aiutare il governo, affermiamo
dunque dal nostro Congresso che cercheremo di aiutarlo, nella
massima lealtà. Ma aiutarlo significa anche correggere gli
errori, le lacune, i difetti.
La legge finanziaria non ha giovato alla
credibilità del governo. Certo, occorreva risanare. Ma i ticket
sanitari hanno rappresentato una ferita, tanto da esser dovuti
intervenire successivamente per correggerli. Il taglio del cuneo
fiscale ha agevolato solo le imprese. Lavoratori e pensionati
non hanno concretamente avvertito miglioramenti della propria
condizione. I tagli agli Enti locali colpiranno inevitabilmente
i cittadini. E il mondo della scuola è deluso. Molto deluso.
Certo, la finanziaria ha anche rappresentato
alcuni successi. La lotta all’evasione ha iniziato a dare frutti
consistenti ed è un bene essenziale. Il fisco non è un male,
come pensano a destra. L’imposizione fiscale, lo dice la
Costituzione, deve essere progressiva. Più hai, più paghi. Ed è
la fiscalità generale che si fa carico dei diritti universali
dei cittadini, dello stato sociale. È il fisco, in ultima
analisi, il vero ed unico garante del principio di eguaglianza
sostanziale sancito ancora nella nostra Costituzione, quella
leva che può “rimuovere gli ostacoli di natura economica e
sociale” che impediscono proprio il dispiegarsi
dell’eguaglianza.
E poi, sempre in finanziaria – possiamo
rivendicare soprattutto grazie all’azione parlamentare dei
Comunisti Italiani – abbiamo ottenuto la stabilizzazione di
centinaia di migliaia di precari delle pubbliche
amministrazioni, dalla scuola alla sanità, alla giustizia, agli
Enti locali. Ora la battaglia si sposta nelle amministrazioni
locali. Occorre dar seguito alle decisioni assunte in
finanziaria. In molti Enti locali, so che si è già fatto: sono
stati regolarizzati e stabilizzati i precari. In molti altri, la
maggioranza di essi, ancora no. Ed allora, ogni compagno e
compagna che sieda nei consigli comunali, provinciale o
regionali, o, tanto più, nelle giunte, deve sapere che d’ora
innanzi questa è la battaglia. Applicare la legge. Sappiate,
infatti, come sappiamo, che le istituzioni, per i comunisti, non
sono semplici luoghi della mediazione istituzionale, ma sono
anche luoghi del conflitto. E dobbiamo essere all’altezza di
questa sfida.
Nella stessa legge finanziaria, si sono ottenute
le prime, timide ma non per questo meno importanti riforme a
favore del precariato anche nel settore privato: assistenza
sanitaria e maternità, nonché incentivi alle imprese che
assumono con contratti a tempo indeterminato. Ancora poco, se si
considera che la piaga del precariato colpisce ormai 1 su 2 dei
nuovi assunti. Con aberrazioni autentiche. Contratti a progetto
di un giorno! O magari di 5 giorni, perché così non si pagano al
lavoratore neppure il sabato e la domenica. Precariato,
autentica piaga del secolo, che colpisce i giovani nel diritto
principale, quello al loro futuro. Perché senza un lavoro certo
non si programma la vita. E perché senza un lavoro continuativo
e certo non si avranno neppure i contributi sufficienti per una
pensione appena decente.
Ma non sono solo i giovani colpiti dal
precariato. Il lavoratore di 53 anni morto pochi giorni fa sul
lavoro – tra i tanti, troppi morti di questa guerra invisibile
ed oscena – era un lavoratore “in prova”. A 53 anni. In
edilizia.
Noi continueremo a batterci in questa direzione.
E lo faremo per elementari considerazioni di giustizia sociale,
ma anche per la difesa di un diritto ulteriore. Perché un
lavoratore precario è anche un lavoratore perennemente sotto
ricatto. Se alza la testa, se esige sicurezza, tutele, salario,
non c’è neppure necessità di licenziarlo, basta non rinnovargli
il contratto. Un gigantesca vergogna da combattere. Noi ci
impegniamo a farlo.
Ed allora, da questo Congresso, indichiamo due
missioni al governo, per recuperare il consenso perduto,
riconquistare il cuore del nostro popolo, ma anche per provare a
strappare da destra una moltitudine di elettori popolari che –
nell’insicurezza della propria condizione sociale – si sono
rifugiati a destra, nelle spinte localistiche o identitarie,
nella suggestione di valori effimeri veicolati dallo squallore
dei programmi televisivi, nel miraggio di modelli sociali o di
valori (disvalori) cui essi in realtà, mai potranno accedere.
Due missioni.
La prima. Interventi coraggiosi a difesa del
salario e delle pensioni più basse, e del loro potere
d’acquisto. Insieme ad una lotta vera che colpisca le
ingiustizie e i privilegi. Almeno i manager pubblici devono
ricevere compensi meno indecenti di quelli attuali. Si dice che
lo Stato non ne ricaverebbe cifre significative. Non importa
affatto. Il messaggio simbolico verso il nostro popolo sarebbe
comunque grande e positivo. Una misura di elementare equità
sociale.
Così come chiediamo che, insieme al sostegno dei
ceti meno abbienti, in parallelo si inizi una battaglia vera e
coerente contro i privilegi di chi fa politica nelle
istituzioni: noi siamo pronti ad iniziare. Stipendi, prebende,
ma anche la pletora di consigli d’amministrazione, società
controllate, consulenze e moltiplicazione di commissioni di
presunto studio. Non se ne può più.
Se il governo intenderà procedere in questa
direzione, stia pur certo che noi ci saremo.
La seconda missione che proponiamo al governo è –
io credo – determinante per il futuro dell’Italia. Lo avevamo
promesso tutti in campagna elettorale, ma poco onestamente è
stato fatto. Occorre una grande campagna, con massicci
investimenti, magari sacrificando qualche altro settore, nella
scuola, nell’università, nella ricerca, nei beni culturali,
insomma nei saperi e nella cultura: un Paese con scuole e
università migliori, con biblioteche meglio attrezzate e con più
personale, con più centri pubblici di ricerca, un Paese con più
teatri, musei, scavi archeologici, archivi, conservatori di
musica, pinacoteche, istituti di restauro, è un Paese migliore.
Rimotivare gli insegnanti, e pagarli meglio dell’indecente
salario che percepiscono, investire sul tempo pieno, elevare
l’obbligo scolastico a 16 anni e poi progressivamente nel corso
della legislatura sino a 18, per tutti, è un investimento per il
futuro dell’Italia. Obbligo scolastico, sia ben chiaro, che non
è obbligo formativo esercitabile anche presso le imprese per
imparare un mestiere. Occorre esattamente il contrario, per
essere competitivi nella globalizzazione – che piaccia o no – e
cioè investire sull’intelligenza e sul senso critico dei nostri
giovani: e costruire le condizioni perché, una volta formati,
non scappino all’estero.
Due missioni che sono due facce della stessa
medaglia: lavoro e saperi.
Non mi sembrano, non ci sembrano, per nulla
proposte estremistiche, massimaliste, o, come si usa dire
adesso, “radicali”.
È tempo, dunque, di sfatare un equivoco,
strumentalmente creato da avversari ma, non di rado, anche da
taluni nostri alleati. Più che un equivoco: una mistificazione.
Si afferma, anche attraverso la semplificazione
giornalistica, che in Italia vi sarebbero due sinistre: quella
riformista e quella radicale.
Va fatta quindi un’opera – questa sì, radicale –
di igiene politico-linguistica.
Io invito infatti tutti voi a fare un modesto,
semplicissimo esperimento. Provate a cercare, in un qualunque
dizionario della lingua italiana, la parola “riformista”.
Leggerete che si tratta di chi, gradualmente, intende estendere
i diritti. Estenderli dal punto di vista della platea dei
fruitori dei diritti medesimi; ed estenderli nei loro contenuti.
Riformisti, veri, furono coloro che agli inizi
degli anni ’60 approvarono la storica riforma della scuola media
unificata, superando la vecchia scuola di classe.
Riformisti, veri, furono coloro che, nel 1970,
approvarono lo Statuto dei diritti dei lavoratori. Ancora una
volta, lavoro e scuola.
Riformisti. Ed invece oggi riformista è divenuto
progressivamente termine sinonimo di moderato. Se dici che
Confindustria ha ragione, sei riformista, se dici che ha ragione
il sindacato, no. Ed allora, da questa assise, noi accettiamo la
sfida. Accettiamo la sfida delle riforme. Perché riforma, di per
sé, non vuol dire nulla, occorre dire di quale riforma si tratta
e a favore di quale ceto sociale. Altrimenti non vuol dire
nulla.
Al congresso della Margherita – e ringrazio
davvero sinceramente per l’autorevolezza della delegazione di
quel partito oggi presente – è stata avanzata una proposta sulla
casa, sull’Ici e sugli affitti: con questa proposta intendiamo
confrontarci con serietà, per l’aspetto di reale equità sociale
che essa contiene. Abolire l’Ici sulla casa di abitazione è una
proposta riformista, perché estende il diritto alla casa. Così
come è una buona riforma il disegno di legge governativo Amato –
Ferrero che cancella finalmente l’abominio della legge Bossi –
Fini sull’immigrazione. Si può fare di più? Certo. Ma intanto è
un passo avanti positivo: appunto, una buona riforma.
Ma aumentare l’età pensionabile non è riformista,
perché colpisce, appunto, dei diritti conquistati nei decenni
passati. È colpendo il precariato che si garantisce la pensione
ai giovani, non aumentando l’età pensionabile ai padri in una
triste guerra generazionale.
Significa essere conservatori – come qualcuno ci
accusa – se si difendono diritti acquisiti? Ma perché dovrebbe
essere un male voler conservare ciò che di buono si possiede? In
questi casi, mi soccorre sempre, ad indicare una via, la celebre
frase di un grande dirigente comunista italiano: i comunisti
sono insieme rivoluzionari e conservatori. Lo affermava Enrico
Berlinguer.
Accettiamo dunque questa sfida. Il governo Prodi
deve fare riforme. Giusto. Vedremo quali e a favore di chi.
È l’insegnamento di Togliatti, che parlava di
partito di governo sin dall’aprile del 1944, con mezza Italia
ancora in mano a fascisti e nazisti e il Pci appena uscito da
quelli che Umberto Saba chiamava, in una struggente poesia, gli
“spaventosi esigli”. E il carcere, le torture la clandestinità,
gli assassinii. Quel partito, che aveva le armi in pugno per
cacciare l’invasore, era già un partito di governo.
Ma il governo è un mezzo, non è un fine. Il
governo serve a cambiare le cose, te ne offre gli strumenti, le
opportunità, le necessarie leve.
Ed è dunque a questo proposito che dico al
presidente Prodi una cosa, ancora una volta, chiara e semplice.
Vicenda Telecom. Si dice che il governo non
avrebbe il diritto di intervenire. Ma quando sono in gioco
interessi vitali per la collettività, come nel caso della
proprietà e del controllo della rete delle telecomunicazioni,
attraverso la quale passa ormai tutto – comunicazione, cultura,
sapere, informazioni, intrattenimento, etc. – il governo non ha
il diritto: il governo ha il dovere di intervenire!
Proponiamo che la rete venga acquistata da un
investitore istituzionale. Ritorni cioè sotto il controllo
pubblico, come dovrebbe essere in un Paese, mi si permetta,
neppure “normale”, ma più banalmente civile. È così in tutti i
principali Paesi europei, ove lo Stato ha mantenuto il
controllo, quando non la proprietà, dei settori strategici
dell’economia.
Noi ci muoveremo, dunque, sul crinale difficile
dell’unità e della nostra diversità, cercando i punti di
equilibrio di volta in volta, a nostro avviso, più avanzati.
Compito difficile, certo, ma che questo gruppo dirigente credo
abbia saputo interpretare nei momenti più complessi che abbiamo
alle spalle, ad iniziare dalla crisi del governo dello scorso
febbraio. Si è detto che il governo sarebbe caduto per
responsabilità della sinistra, ancora una volta, “radicale”. Non
fu così, come gli osservatori più attenti e meno faziosi hanno
avvertito. Quei poteri di cui ho parlato in precedenza,
simbolicamente rappresentati da tre senatori a vita, hanno dato
vita alla crisi, certo anche aiutati da due sciagurati senatori
seduti a sinistra dell’emiciclo: e per i quali, vale oggi per
noi l’antico adagio, secondo il quale se si riconoscono, come
noi abbiamo fatto, gli errori, essi non si ripetono. Ma –
sottolineo – la crisi è nata sul versante moderato, più
conservatore, della nostra coalizione. L’obiettivo era e resta
quello di marginalizzare la sinistra al governo, renderla più
debole, ridurne gli spazi di intervento politico, il potere di
contrattazione dentro al governo e alla maggioranza.
Ecco perché il crinale è difficile. È difficile
trovare l’equilibrio necessario tra unità e diversità, binomio
inscindibile della nostra azione. Ma è anche indispensabile.
Vogliamo, tuttavia, affermare anche un altro
principio, che ispirerà la nostra azione in Parlamento e nel
Paese. Noi vogliamo bene a questo governo, l’ho detto e lo
ripeto. Cerchiamo di tenerlo lontano dalle insidie molteplici di
una coalizione così larga e spesso non omogenea. Lavoriamo a
questo fine. E lavoriamo sul serio per il bene del
centro-sinistra.
Ma ci permettiamo di dare al governo un
suggerimento, per il suo stesso bene. Eviti di dare
l’impressione, che certo è solo un’impressione – ma assai
sgradevole – che vi sia chi lavora per giungere a misure che
cancellerebbero alcune delle forze politiche che lo sostengono.
Voglio essere esplicito. Noi C.I. abbiamo
ottenuto alle ultime elezioni, come detto, 900.000 voti, e, sia
detto per inciso, alle ultime tornate elettorali, le regionali
del Molise, abbia ancora aumentato i voti, in termini assoluti e
in percentuale, unico partito della sinistra.
Conquistiamo cioè consensi. Qualcuno allora dovrà
spiegarci perché quei 900.000 nostri concittadini non dovrebbero
essere rappresentati in Parlamento. Qualcuno vagheggia di
eliminare per via amministrativa alcuni partiti, che
evidentemente danno fastidio, magari con soglie di sbarramento
per l’oggi o per il domani. Ciò è inaccettabile, tanto più
perché siamo alleati. Abbiamo accettato di modificare l’attuale
legge elettorale, insieme al ministro Chiti, nel senso del
modello regionale, che garantisce bipolarismo, governabilità,
rappresentatività e che induce alle coalizione proprio perché
conserva la soglia di sbarramento solo per chi non si coalizza.
Quel modello è frutto di un’intesa tra noi. Qualunque altra
ipotesi è per noi del tutto e definitivamente inaccettabile. Noi
confidiamo – ed in ogni caso lavoreremo – affinché il governo
non acceda a sirene annientatrici. E dunque cercheremo di
ottenere dal governo medesimo i risultati che chiede la nostra
gente.
Ma per strappare più risultati occorrerebbe più
sinistra, nell’ambito della più complessiva alleanza
rappresentata dalla nostra coalizione. Ma più sinistra, al
momento, non c’è.
I Democratici di sinistra hanno tenuto il loro
congresso. Vi ho assistito e l’ho seguito con rispetto, ma non
ho nascosto la mia tristezza.
Vedete. Siamo simbolicamente voluti tornare a
Rimini. Sedici anni fa, sul finire di gennaio, si è tenuto qui
il congresso di scioglimento del Pci, dal quale proviene la
maggioranza di noi. Iniziava una diaspora, una sorta di big bang
del popolo comunista e della sinistra. Da lì a poco sarebbero
finiti anche tutti gli altri partiti di massa della storia della
Repubblica italiana, ad iniziare dal Psi, il più antico di essi.
Allora, in quel 1991, nell’estremo tentativo di
tenere insieme la sinistra – coloro che intendevano superare il
Pci e quanti volevano invece rimanere comunisti – alcuni di noi
proposero un’ipotesi politica inedita: la confederazione della
sinistra, nella quale ciascuno potesse continuare ad essere ciò
meglio riteneva, ma in una soggettività politica plurale ed
unita, dunque più forte.
La proposta fu rifiutata dalla maggioranza che
dava vita all’allora Pds. Si credeva che la nascente
Rifondazione comunista avrebbe rappresentato un’esigua minoranza
di italiane ed italiane, un gruppuscolo simile ai gruppi
extraparlamentari della sinistra estremista degli anni ‘70. Non
fu così. Nel 1996, alle elezioni politiche, il Prc – allora
formato da tutti noi – conquistò l’8,6 % di suffragi. Era tra i
partiti più grandi.
Ma l’errore ormai era compiuto.
Il Pds, poi, divenne Ds. Ed ora, perdendo anche
la “s”, che sta per sinistra, e non a caso, termina infine un
travaglio lungo e faticoso, durato 16 anni appunto, che
traghetta compagni con i quali molti di noi hanno trascorso un
pezzo tutt’altro che banale della propria vita, addirittura
oltre la sinistra. Un esito che non era scontato nel 1991. Anzi,
allora si parlava di nuova formazione del socialismo europeo,
radicata nel cuore della sinistra, mentre adesso dal congresso
dellaMargherita si fa sapere – giustamente dal loro punto di
vista – che non se ne parla. Il Pd è altra cosa. Ma è così
oggettivamente. Si tratterà di un partito di centro-sinistra che
guarda al centro, ribaltando il vecchio assunto della Democrazia
Cristiana. La deriva, anche al di là della volontà dei singoli e
della enorme buona fede dei militanti – carne della nostra carne
– sarà inevitabilmente moderata. Saranno nostri alleati, certo.
Gli rivolgiamo sinceri auguri. Ma è un approdo diverso da quello
della sinistra, nonché diverso anche da quello dell’Ulivo
originario, tanto caro ad Arturo Parisi.
E voglio anche aggiungere. Nel 1991 noi non
condividemmo quella scelta. Ma era pur sempre una scelta dettata
dall’urgenza epocale delle cose. Nel 1989 era crollato ilMuro di
Berlino, i paesi dell’Est abbandonavano l’Urss e la stessa Urss
si dissolveva. In Cina vi era Tien an Men, la ex Jugoslavia si
iniziava a autodistruggere in un bagno di sangue. Vi era un
mutamento di epoca. Noi non ritenevamo che la riposta giusta
fosse quella proposta da Occhetto, ma essa era comunque dettata
dall’enormità della fine del secolo breve.
Ma oggi, carissimi compagni Ds, quale urgenza
epocale vi spinge a costituire il Partito Democratico ?
Lo dico con rammarico. Da anni noi proponevamo,
come in quel drammatico 1991, una forma confederale di unità tra
noi. I Ds (tutti i DS!), Rc, noi, gli ambientalisti di sinistra,
e tanto popolo della sinistra deluso, disincantato, sfiduciato
dalle mille lacerazioni, rancori, divisioni, litigi, scissioni.
Non siamo stati ascoltati.
Ma da qui occorre ripartire. Ed occorre ripartire
per cimentarsi – con grande determinazione politica e senza
alcuna pigrizia intellettuale – in una strada di unità.
Da qui, nella fase nuova che si è determinata,
dalle condizioni oggettive che la suggeriscono, anzi la
dovrebbero imporre, riproponiamo ai soggetti della sinistra, non
solo ai partiti, ma anche alle associazioni, alle organizzazioni
dei lavoratori, ai giornali della sinistra, alle singole
personalità, a tutti insomma, riproponiamo di iniziare
finalmente a parlarci e a ragionare non più sul se, ma sul come
procedere sulla strada dell’unità. Ve ne è bisogno, sono le
cose, dure e testarde come solo le cose sanno essere, a dirci
che è urgente: pena la marginalizzazione della sinistra
italiana, il suo ulteriore sgretolamento, la perdita di peso
politico. Il compagno Bertinotti ha definito questa urgenza
indicando la necessità per la sinistra di fare “massa critica”.
Assumo volentieri questa espressione. È quanto affermiamo anche
noi, con parole diverse. Il concetto è il medesimo. Avviare un
processo che non sia la simmetrica riproposizione a sinistra di
ciò che hanno fatto Ds e Margherita, bensì una costruzione in
progress, che tuttavia si dia una tempistica certa, non accetti
dilazioni o freni, espliciti o impliciti, dettati magari
dall’esigenza dell’autoconservazione dei gruppi dirigenti.
Sinistra. È una sfida unitaria, quella che lanciamo. Noi
pensiamo – è cosa nota – ad una forma confederale. Credetemi,
non vi è alcuna affezione particolare a questa forma o ad una
terminologia. A noi pare solo una proposta di buon senso. Una
soggettività politica nella quale ciascuno continui ad essere se
stesso è quella che meglio, a nostro avviso, potrebbe consentire
di superare le attuali divisioni.
È una forma che non prevede scomuniche o abiure.
Non prevede vincitori, né vinti.
Una sinistra senza aggettivi. Perché ogni
aggettivo implica una simbologia, un vissuto, un’appartenenza.
Perché mi si dovrebbe chiedere di aderire ad una sinistra che si
chiama socialista? O perché mai si dovrebbe chiedere ad un
socialista, tanto più se ex comunista, di aderire ad una forma
organizzata che viene definita comunista ? Ogni aggettivo
presuppone un paletto. E un paletto preclude, esclude, non
include. E noi vorremmo includere.
Ho assistito al congresso dei compagni dello Sdi,
che hanno scelto di non aderire al Pd, collocandosi saldamente
nella sinistra italiana ed entro la famiglia del socialismo
europeo. Guardiamo con simpatia al loro sforzo. Ma è uno sforzo
che tende a raccogliere i socialisti, appunto. Ogni aggettivo
esclude invece di includere.
Proponiamo dunque una via diversa e fortemente
innovativa.
Quanto proponiamo noi, orgogliosamente comunisti,
è di guardare avanti e non indietro. Ci rivolgiamo, dunque, a
tutti coloro che si collocano a sinistra: partiamo dalle cose da
fare, dai contenuti della battaglia politica, dalle grandi
opzioni. Se troveremo un accordo, come è possibile e naturale,
si andrà avanti insieme.
E quale può essere, oggi, per noi Comunisti
italiani, per i compagni di Rifondazione, per i compagni Ds che
hanno scelto di non aderire al Pd, il punto d’incontro, la
materia sulla quale ragionare urgentemente insieme ? Io credo,
noi crediamo, che il punto sia rappresentato dal lavoro e dai
lavoratori. Non siamo così ciechi da sottovalutare le altre e
gravi contraddizioni che affliggono il mondo intero e i rapporti
tra le persone, come quella ambientale o quella di genere, ma
siamo convinti che oggi il grande tema inevaso dalla politica (e
dalla sinistra, che dovrebbe viceversa dargli corpo) sia appunto
il conflitto capitale-lavoro. Dietro ognuna di quelle morti sul
lavoro, di cui tanto si parla, vi è quel conflitto. Dietro la
difficoltà di milioni di famiglie a condurre una vita serena,
con un salario o una pensione adeguata, vi è quel conflitto.
Dietro le forme di sfruttamento più brutale del precariato, vi è
quel conflitto. Dietro la difficoltà di mandare un figlio a
scuola, comprargli i libri di testo, mantenerlo all’università,
tanto più se in una città diversa dalla propria, vi è quel
conflitto. Dietro alla tragedia di aiutare spesso solo con i
propri mezzi un familiare disabile, magari anziano non
autosufficiente, c’è quel conflitto. La materialità di queste
questioni interroga la politica e la sinistra tutti i giorni e
pone la grande domanda: chi rappresenta oggi politicamente e
nelle istituzioni il mondo del lavoro ?
Ecco un buon tema su cui cimentarci tutti
insieme. Anche perché la Cgil, che ha giustamente rivendicato la
propria autonomia dalla politica, con la nascita del Pd avrà,
tuttavia, oggettivamente, un problema di rapporto in più,
proprio sul versante della politica e delle istituzioni.
Ecco una prima risposta concreta: una
soggettività unitaria della sinistra si dovrebbe occupare del
lavoro salariato nelle sue forme tradizionali e in quelle nuove
e ancor più drammatiche. Una buona base di partenza per
dialogare. Insieme alla pace, altro tema fondativo per la
sinistra, e ai diritti, quelli individuali e quelli collettivi.
Noi siamo pronti. E attendiamo con fiducia
risposte. Qualcosa si sta muovendo a sinistra. Era ora. Ci
saranno contrarietà, contraddizioni, passi falsi, mille
difficoltà, piccole o grandi. Tanto più, occorreranno gruppi
dirigenti all’altezza, che sappiano, appunto, dirigere,
orientare, non scoraggiarsi di fronte alle difficoltà. Gruppi
dirigenti che ci credano sino in fondo.
Noi intendiamo partecipare a tale processo da
comunisti. E non intendiamo cessare di essere tali. Ma vogliamo
mettere le nostre idee e la nostra capacità – piccola o grande
che sia – al servizio di tale progetto. Anche Rifondazione,
d’altronde, che salutiamo con calore, ha dichiarato che il loro
partito c’è e resterà. Io non trovo in ciò alcuna
contraddizione. Sarà la fantasia della politica a determinare le
modalità attraverso le quali il processo eventualmente si potrà
sviluppare: rispetto delle identità di ciascuno e al contempo
volontà unitaria di andare verso una prospettiva più ampia:
perché se non saremo uniti, e quindi più forti, il rischio è di
tutti.
Vado a finire, carissime compagne e compagni, per
toccare un ultimo punto, che a me, come sapete, sta molto a
cuore.
Esattamente 70 anni fa, il 27 aprile del 1937,
moriva dopo atroci tormenti e sofferenze, fisiche e morali, ad
opera del regime fascista, Antonio Gramsci.
Lo abbiamo ricordato il 21 gennaio in una
straordinaria manifestazione di massa a Roma, insieme al
compagno e storico insigne Luciano Canfora. Non sarei in grado
di dire alcunché né di più, né meglio di lui.
Ma Antonio Gramsci non è stato solo un esempio e
un maestro dal punto di vista politico e culturale. Egli è stato
infatti anche un grande esempio dal punto di vista morale, sotto
il profilo della coerenza, della passione politica, della
fedeltà alle proprie idee anche quando ciò significava
sacrificare la propria vita e tutto se stesso. I Quaderni sono
fonte inesauribile di riflessione politica, ma le Lettere sono
traccia di comportamento e orientamento per ciascuno di noi, in
momenti infinitamente meno complicati, per nostra fortuna. In
Gramsci è fortissimo – né sarebbe potuto essere altrimenti – il
senso della diversità comunista. Così come, decenni più avanti,
sarebbe stato fortissimo in un altro uomo, un dirigente
politico, un comunista dal cui esempio ancora dobbiamo imparare
molto: Enrico Berlinguer.
Politica come servizio, disinteresse, senso del
progetto collettivo, ideali nei quali si crede – parola, quest’ultima,
pressoché espunta dal lessico della politica.
Bene, se noi vogliamo davvero declinare la
diversità comunista e metterla al servizio del grande ed
ambizioso progetto della ricomposizione della sinistra, dobbiamo
affrontare con la massima determinazione un ultimo – ma per
molti versi il principale – cimento. La riforma, appunto, di
come noi stessi siamo.
Non è vero che nel Paese vi sia disinteresse o
distanza verso la politica. La partecipazione straordinaria alle
primarie per Prodi – strumento, quello delle primarie, che non
ci appassionava, come noto – ha sorpreso anche noi. Quello era
lo strumento offerto loro, per parziale che fosse, ed anomalo
nel panorama della politica italiana, e quello i cittadini hanno
usato, se ne sono impadroniti, lo hanno trasformato in un fatto
politico. Il nostro popolo vuole politica, e vuole partecipare,
non semplicemente assistere. Vi è una grande richiesta di
politica e di sedi ove svolgerla. Sono viceversa i partiti a
soffrire di un largo – e ahimé crescente – discredito. È
evidentemente colpa nostra. Troppe volte la politica si svolge
semplicemente nello scontro interno e, il più delle volte, per
chi va a ricoprire dei posti: nel partito ma, soprattutto, nelle
istituzioni. Posti assai ben retribuiti, che danno status,
comodi, ove facilmente ci si abitua a stare. Ma se tale
discredito non verrà sconfitto, se cioè i partiti politici non
saranno più percepiti come strumenti di partecipazione e di
democrazia, allora il rischio è altissimo: perché una democrazia
senza partiti non è una democrazia, perlomeno non nelle forme
conosciute negli ultimi secoli, ove donne e uomini si
aggregavano per rappresentare interessi e ideali collettivi.
Eleggevano al loro interno dei dirigenti. Portavano nelle
istituzioni anche chi non apparteneva già alla classe dirigente.
L’evocazione della società civile è giusta, ma contrapporla ai
partiti è talmente facile, nella fase odierna, da apparire
scorciatoia comoda per tornare ad un’Italia notabilare, verrebbe
da dire pregiolittiana, quando non – ancora peggio – populistica
e personalistica.
È dunque urgente, indispensabile, una campagna di
autoriforma dei partiti. Ma noi abbiamo il dovere di partire da
noi stessi, le prediche astratte non servono a nulla: occorre
muovere dai comportamenti concreti, dalle scelte, dalla
promozione dei quadri. Non è facile moralismo. È viceversa una
questione politica di straordinaria grandezza. Se decliniamo la
parola diversità, dobbiamo dare seguito alle nostre parole
attraverso i fatti.
Abbiamo incominciato. Lo abbiamo fatto applicando
per prima volta, in sede di candidature, nell’anno passato, il
limite del doppio mandato in Parlamento. Indispensabile misura
per evitare il formarsi di ceti politici inamovibili,
burocratizzati, che riproducono se stessi. Lo abbiamo fatto e ne
abbiamo pagato delle conseguenze, anche se, visti i risultati
elettorali, non certo in termini di consenso: anzi! Alcune delle
compagne e dei compagni che avevano alle spalle chi 2, chi 3,
chi addirittura 4 legislature – avendo ottenuto quindi dal
partito che li aveva espressi davvero molto, moltissimo: e
avrebbero quindi dovuto essere verso il partito almeno un po’
riconoscenti – se ne sono andati perché non più ricandidati.
Lo voglio dire qui dal Congresso, e poi non lo
ripeterò più. Tanto l’avrete ormai imparato a memoria. Se un
compagno abbandona il partito perché non ha ottenuto una
candidatura, è un bene per il partito che se ne sia andato. Non
ce ne facciamo nulla! Qualcuno mi accusa di un qualche eccesso
di giacobinismo. Ma ben venga un po’ di sano giacobinismo nella
vita politica italiana.
Abbiamo proseguito in questa via nella formazione
del governo. Non abbiamo chiesto nulla per i nostri dirigenti –
e ne avremmo avuto di bravissimi da proporre – ma abbiamo
indicato al presidente Prodi, come egli ben ricorderà, una rosa
di nomi di personalità illustri della sinistra, con precise
competenze, ma indipendenti, senza la nostra tessera, affinché
si desse un duplice messaggio politico: da un lato, quello del
disinteresse personale di ciascuno di noi; dall’altro, quello
dell’apertura del nostro partito alla sinistra, non solo ai
comunisti, in coerenza con la nostra linea politica generale.
Disinteresse personale, serietà, sobrietà,
rigore, severità: soprattutto verso noi stessi. Valori da
praticare con coerenza. E dovremo continuare a farlo, anche
introducendo elementi di discontinuità, temporaneità e rotazione
nelle cariche di partito, a tutti i livelli: ci lavoreremo nei
tre anni che abbiamo dinnanzi, sino al prossimo Congresso.
Insomma, cerchiamo - e dovremo sempre più cercare - di essere
diversi dagli altri, con comportamenti coerenti. Affinché, a
testa alta, si possa ribattere, con argomenti reali e
comprensibili a tutti, alla terribile accusa che ci rivolgono
anche molti degli elettori del centro-sinistra: siete tutti
uguali. Nel momento in cui, infatti, noi che facciamo politica,
siamo percepiti come tutti uguali, ha già vinto il nostro
avversario, l’antipolitica, il populismo, il plebiscitarismo, in
una parola: la destra e i suoi disvalori.
Non è vero che siamo tutti uguali. E dobbiamo con
forza rivendicare la diversità nostra rispetto alla destra: e
farlo davvero.
Ma la diversità si traduce anche nelle modalità
concrete con le quali si fa la politica. Modalità che tendono
oggi, nei fatti, a ridurre la possibilità per le donne, le
compagne, di fare politica pienamente e liberamente. Orari,
tempi, luoghi, compatibilità con la vita familiare e le attività
di cura, ma anche, talvolta, la stessa intrinseca durezza della
politica: tutto ciò rende difficile per le compagne partecipare
e contare quanto i compagni. Non basta – anche se è già
eccellente risultato – che l’Arcidonna ci assegni, per così
dire, la Palma del partito che ha più donne nelle istituzioni
(il 34%, percentuale alta, per l’Italia); né è sufficiente
quanto, un po’ illuministicamente, abbiamo deciso in passato e
ribadiamo in questo Congresso: e cioè che il Cc deve essere
composto paritariamente tra donne e uomini, al 50 %, unico
partito che lo preveda in statuto.
Tutto ciò rappresenta, certo, un tratto di
diversità rispetto agli altri partiti, nei quali, con pochissime
eccezioni, i ruoli dirigenti sono drasticamente ridotti al
potere maschile. Ma ancora non basta. Occorre con coraggio
promuovere quadri dirigenti donne, quanto più è possibile: e
farlo ad iniziare dalle ragazze, tantissime e bravissime (le ho
sentite intervenire con passione e maturità politica nei
congressi territoriali), che si affacciano alla politica
attraverso il nostro partito.
I giovani, dunque, che sapete essere la mia
ossessione: e d’altro canto rappresentano il nostro futuro. Noi,
quelli della mia generazione, siamo cresciuti in quello che
Togliatti definiva il “partito educatore”. Ma chi oggi ha 18
anni – lo abbiamo scritto in apertura del documento congressuale
nazionale – nasceva in coincidenza con la caduta del Muro di
Berlino, non ha conosciuto, non ha potuto conoscere, il Pci.
Dunque essi, questi giovani, saranno inevitabilmente dei
comunisti diversi da noi: ed è un bene, perché noi, la nostra
generazione, è figlia di una sconfitta.
E la politica non si fa con gli occhi rivolti al
passato, ma al futuro, in un mondo completamente trasformato e
combattendo forme di sfruttamento planetarie del tutto inedite e
dunque ben più difficili da contrastare.
Non ci sono più modelli, rivoluzioni esemplari,
punti di riferimento certi, approdi sicuri. Siamo, tutti, in
mare aperto e la navigazione è ricca di insidie, ben più che nel
passato. La risposta non sta in vecchie formule, tanto meno
nella stanca ripetizione di quelle che proprio Gramsci definiva,
sprezzantemente, le “frasi scarlatte”. Così come Togliatti, che
affermava – con il consueto sarcasmo – che la rivoluzione perde
di senso nel momento in cui si inizia a scriverla con la “r”
maiuscola.
Noi, a voi giovani comunisti di oggi, ragazze e
ragazzi della Fgci, possiamo solo aiutarvi e mettervi nelle
migliori condizioni affinché costruiate da soli il vostro futuro
e il vostro modo di fare politica, da comunisti del terzo
millennio: spetta a noi cioè, a questo attuale gruppo dirigente,
rendere questo partito per voi sempre più accogliente, e
pertanto anche contrastare con la massima durezza qualunque
regressione su questo terreno che eventualmente si manifestasse
nei territori.
Ma allora, cosa possiamo insegnare noi a questi
nostri giovani, se essi dovranno reinventarsi da sé tutte le
categorie della conoscenza, riaggiornare l’analisi, proporre
nuove soluzioni ? Con semplicità, due cose.
La prima è che senza storia non c’è futuro. Senza
radici, nessuna pianta può attecchire e crescere. Recidendo il
filo della propria esistenza passata, si perde di vista la
natura stessa di ciò che si è, per l’oggi e per il domani. Non
dobbiamo fare – e non fate mai – politica guardando indietro, ma
fatela tuttavia con la consapevolezza di essere eredi di una
grande storia.
La seconda cosa, è ancora più semplice. Dobbiamo
dire loro, che ne vale ancora la pena. Un altro mondo è
possibile. E’ lo slogan dei giovani contro la globalizzazione
capitalistica. Non è diverso dagli slogan che scandivamo noi,
tanti anni fa, nelle piazze e nelle strade, inneggiando ad un
mondo migliore. Nessuno di noi è divenuto comunista dopo aver
letto Das Kapital di Karl Marx. Siamo divenuti comunisti perché
trovavamo orrende le ingiustizie di questo mondo e le volevamo
combattere.
“Volevamo cambiare il mondo e il mondo ha
cambiato noi”. Sono parole di uno straordinario film di Ettore
Scola. Parole di disillusione e di sconforto. Di cupo
pessimismo. Molti, a sinistra, ha ragione Scola, hanno accettato
il mondo per quello che è. Ne hanno – per così dire – preso
atto. È il mondo che ha cambiato loro.
Noi abbiamo ancora l’ambizione di cambiarlo.
Ho concluso. Ma non riesco a sfuggire ad
un’ultima suggestione. Qualche settimana fa, la televisione ha
ritrasmesso una delle ultime interviste ad Enrico Berlinguer.
Giovanni Minoli chiedeva al segretario del Pci – era il 1983,
alla vigilia della sua tragica scomparsa su quel palco a Padova
– quale fosse la sua più grande soddisfazione. Berlinguer, dopo
una vita operosissima coma la sua, avrebbe potuto scegliere
cento e più cose. Ma rispondeva, con semplicità: “sono
orgoglioso di essere rimasto fedele agli ideali della mia
giovinezza”.
Straordinario insegnamento per tutti noi, ma
soprattutto per i giovani, ai quali auguro davvero, tra tanti
anni, di poter dire ciò che affermava Enrico Berlinguer e che
anche noi oggi ripetiamo: siamo rimasti fedeli agli ideali della
nostra giovinezza.
In una sinistra unita, più forte, più laica,
ormai liberata da molte delle scorie del passato, bene, noi
possiamo oggi riaffermare che eravamo, siamo e resteremo
comunisti. |