COMITATO CENTRALE

Le conclusioni di Oliviero Diliberto


Roma, 11 marzo 2007
 

Forse perché tra noi non ci sono in questo periodo divisioni, forse perché non ci sono documenti alternativi e la condivisione della linea è di fondo, ma avrei preferito che tutti e due i giorni, e non soltanto l’ultimo scampolo della mattinata finale, fossero contraddistinti da una discussione vera.

Oggi c’è stato un primo accenno di discussione che ha registrato declinazioni di una linea complessivamente condivisa, alcune torsioni che, con molta sommarietà, e me ne scuso, possono essere definite di destra o di sinistra. Il Pci, che era un grande partito, riusciva, e bene, a far convivere la linea di Ingrao e quella di Amendola. Noi non abbiamo né Ingrao né Amendola e io non sono Togliatti né Berlinguer, ma la dinamica è quella, è la stessa.

Considero la cosa positiva perché auspico che questo dibattito sia davvero fatto alla luce del sole e non sia in alcun modo vissuto come un problema. Semmai il problema è esattamente il contrario: è l’imbalsamazione del dibattito.

Abbiamo alle spalle tre anni molto difficili. Il fondatore di questo partito non c’è più e io me ne dispiaccio, e nonostante  tutto abbiamo continuato ad andare avanti, a crescere. Sento però ancora un deficit di passione politica. Voglio essere sincero. La “passione” maggiore negli organismi dirigenti l’ho vista quando si discuteva di gestione, mai di linea politica. Qualche volta la linea politica è stata utilizzata allo scopo di litigare sulla gestione. E’ il tempo di voltare pagina, e siccome abbiamo deciso di fare un congresso tutto politico, con un documento snello, di linea, di orientamento, occorre far vivere i congressi di federazione e quelli regionali nell’ambito di un dibattito politico. Invece vedo - dico ancora una volta ciò che penso - che i congressi delle federazioni e i congressi regionali si stanno preparando facendo a gara tra chi si dice più d’accordo con il segretario, tra chi è “più in linea”. Ma dietro questo atteggiamento c’è spesso il tentativo di mettere il cappello su questa o quella federazione. So perfettamente che la degenerazione della politica è un morbo da cui non siamo immuni, che è penetrato anche dentro di noi ma, lo ripeto, non è un buon modo di affrontare il congresso, per di più in una situazione oggettivamente molto difficile.

Con la crisi del governo Prodi, le forze moderate sono uscite allo scoperto, hanno palesato i loro obiettivi, il loro progetto per il Paese. Un rischio grande. Ma prospettive inedite si stanno aprendo anche a sinistra. Dal male può nascere il bene.

L’apertura di Bertinotti nasce anche dalla necessità di superare le gravi difficoltà in cui versa Rifondazione. Anche noi abbiamo avuto qualche contraccolpo dalla crisi. Ma chi ha cavalcato il no ad ogni costo,  chi nel passato ha sostenuto l’equivalenza tra centrodestra e centrosinistra, chi ha esaltato i movimenti fini a se stessi, chi ha sostenuto l’intransigenza anche quando era settarismo, oggi paga i prezzi maggiori. Da questa difficoltà si è aperta tuttavia una dinamica che può rivelarsi positiva per la sinistra.

Bertinotti parla di “massa critica”. E’ una cosa importante. Per la prima volta fa il nostro ragionamento: per leggere le difficoltà del momento, per strappare quanto più risultati è possibile o per bloccare, quanto più è possibile, controriforme, bisogna essere più forti come sinistra e dunque più uniti.

La nostra proposta di Confederazione della Sinistra è in campo fin dal congresso di Bellaria, non è una novità. Però c’è una novità nella situazione complessiva: noi parlavamo di Confederazione sapendo che era uno strumento di attacco politico, ma sapendo altrettanto bene che, con le condizioni date, non si sarebbe fatta. Qualche compagno magari si diceva d’accordo con la Confederazione pensando che tanto non si sarebbe fatta. Oggi il quadro è completamente mutato. Io non so se la Confederazione si farà, ma so che si può fare. Se dunque ci sono compagni che non sono d’accordo, è il momento di esplicitarlo fino in fondo. Badate, è legittimo avere un’opinione diversa, ma va detto chiaramente. Perché verrà un momento in cui bisognerà decidere se farla e come farla, e sarà un momento difficile. Ma una cosa deve essere a tutti chiara: il nostro partito resta, con la sua autonomia. Sarebbe strano quel segretario di partito che chiedesse la fine del partito che dirige! Fassino, sì, lui può anche esercitarsi in questa forma di autolesionismo, di autodistruzione. Non io, non noi.

Il partito c’è e ci sarà. Bisognerà verificare le condizioni con le quali procedere sul terreno dell’unità, le modalità. Come sarà il contenitore? Al momento non lo sa nessuno. Mentre noi abbiamo una logica che si sforza di essere aristotelica, diciamo parole che corrispondono a cose, nel presidente della Camera c’è il grande affresco, il linguaggio immaginifico, il linguaggio impressionistico, che è allusivo ma anche elusivo sulle questioni. Verificheremo. Ma io trovo del tutto ragionevole che nel partito ci siano su questo opinioni diverse. Il compito di chi dirige il partito non è quello di sposare l’una o l’altra tendenza, è quello di metterle insieme, di tenere tutti nel percorso che comunemente si sceglie. E così come l’intervento del compagno Rizzo ha dato una torsione di sinistra alla linea, l’intervento del compagno Guerrini ha dato una torsione di destra. Ci dobbiamo meravigliare? No! Io, il gruppo dirigente, nel suo complesso, dovrà fare sintesi fra queste due posizioni. Non possiamo permetterci né uno slittamento ipergovernista, né uno slittamento antigovernista. Dobbiamo continuare in questo crinale difficilissimo, declinando unità e diversità. Se non fossimo diversi, perché dovremmo esistere come partito? E se non fossimo unitari, ci troveremmo rinchiusi in una sezione a sventolare la bandiera rossa e non conteremmo nulla per i lavoratori, per il Paese. Le due cose, unità e diversità, si tengono. La critica che abbiamo avanzato al governo, non era la critica del Pdci, era la critica di settori larghissimi del centrosinistra, tanto è vero che il consenso al governo è crollato, a livello di massa, dopo la finanziaria. Non dobbiamo mai nascondere a noi stessi la verità.

Abbiamo avuto sulla manovra un giudizio fatto di luci ed ombre, per certi versi “centrista”. Sulla riforma delle pensioni, che poi, vivaddio, è stata estromessa dalla finanziaria;  la riforma delle tasse, che all’inizio era devastante e poi è arrivata al percorso finale in modo diverso; i tagli alla scuola, che sono stati meno di quanto annunciato ma che comunque hanno colpito pesantemente l’università. Come potevamo non dire che le ombre erano molte? Certo, risultati ne abbiamo strappati e abbiamo fatto benissimo a valorizzarli. Perché dentro una finanziaria con tante cose che non andavano, compresi i ticket della sanità, c’era uno sforzo eccezionale sull’evasione fiscale e c’era la stabilizzazione dei precari delle pubbliche amministrazioni. 

Oggi è più difficile tenere quella rotta perché la crisi di governo, attribuita erroneamente alla sinistra, ci ha tolto un’arma. E dunque “diversità e unità” diventa oggi “unità e diversità”. Non sappiamo, oggi, se tra sei mesi il governo ci sarà ancora o se cadrà per le manovre neocentriste. 

Dobbiamo interpretare, giorno per giorno, il contesto nel quale si svolge la vicenda politica. Quando arriverà, se arriverà, la riforma delle pensioni, e se sarà una riforma che non ci andrà bene, il contrasto sarà fortissimo. Nei dodici punti concordati tra Prodi e i segretari dei partiti della maggioranza, non c’è nulla. Si parla dell’aumento delle pensioni minime e della tutela dei giovani precari. Può voler dire tutto e niente, si tratta di un titolo, vedremo con quali contenuti sarà riempito.

Prodi è stato molto cauto perché sa che le pensioni sono un terreno scivolosissimo sul quale si può anche cadere, ma quando arriverà il nodo pensioni io mi auguro che la Cgil farà la sua battaglia contro e noi, in quella battaglia, affiancheremo la Cgil.

Non so se Rifondazione sarà in grado di seguirci. Rifondazione aveva aperto all’Udc, compagni, Rifondazione era in uno stato di sbandamento tale che aveva accettato, pur di non andare alle elezioni, che l’Udc entrasse al governo. Noi siamo stati gli unici a tenere, insieme a Prodi che è interessato, ovviamente, alla tenuta di questo quadro politico.

Dovremo essere in grado di seguire questo difficile crinale. Guai a noi se il governo cade, guai a noi se cade da sinistra. Dovremo lavorare affinché il governo non faccia danni a se stesso. Se ci fosse l’aumento dell’età pensionabile, il primo a pagarne le conseguenze sarebbe proprio il governo, non soltanto la sinistra.

Tutto questo ci porta ad una riflessione amara sullo stato della sinistra italiana. E’ sparito il merito delle questioni. Oggi ho letto i giornali, come faccio sempre. Sono pieni di dichiarazioni di D’Alema a Mussi: «Ma come, siamo stati insieme per quarant’anni e non vieni nel partito democratico e vai con Boselli?». Sembra che Mussi stia ragionando su un partito o altro con Boselli. E in nome dell’ancoraggio al socialismo europeo stanno provando a contattare anche il gruppo di socialisti che oggi stanno con la destra. Ma vi rendete conto? E’ una discussione di ceti politici del tutto scollegata dai riferimenti con la società, con le classi! Chi pagherà di più la nascita del partito democratico sarà la Cgil, perché non sarà più il sindacato di riferimento del partito democratico e c’è il rischio di un suo isolamento a sinistra.

Noi dobbiamo intensificare, con tutte le difficoltà del caso, i rapporti con la Cgil, perché la nostra linea di riunificazione della sinistra va esattamente nella direzione di mantenere un rapporto, una relazione istituzionale e politica del sindacato con i partiti. La sinistra unita serve anche a questo compagni. Serve per contare, per rappresentare il lavoro nelle istituzioni. Se mai realizzeremo l’unità della sinistra, ci sarebbe una forza politica con una percentuale sopra le due cifre. E con quella forza faremmo un buon servizio a quei ceti che noi vogliamo difendere.

Tutto questo sarà oggetto di ciò che nella relazione ho chiamato “scontro unitario”. Non sarà semplice. Bertinotti e qualcuno dei suoi ha fatto un’apertura, ma saranno in molti a frenare dentro Rifondazione, ci saranno provocazioni, critiche al vetriolo. Noi dobbiamo tenere una calma lucida, perché l’obiettivo dell’unità è il nostro obiettivo e ci mette in profonda sintonia con il popolo della sinistra.

Ci sono due scenari, due ipotesi in campo: la prima è che Rifondazione, che ha di fatto abbandonato l’idea del partito della Sinistra europea - che è stata un fallimento - può decidere di fare la Confederazione tra pari, noi compresi, nel rispetto delle reciproche autonomie. Sarebbe la vittoria della nostra linea - poi magari non si chiamerà Confederazione perché la primogenitura non ce la darebbero - ma di questo si tratterebbe. C’è poi un’altra ipotesi: che Rifondazione voglia fare asse con i pezzi di compagni Ds che non entrano nel partito democratico. E’ uno scenario che do per probabile, non certo ma probabile. Poiché Bertinotti dice che «bisogna superare il Novecento, bisogna togliere gli steccati, non comunisti con comunisti, ma tutti in gioco», io non escludo che il secondo scenario possa vedere Rifondazione partecipare ad un’operazione neo socialista - secondo me non di grande respiro ma questo è nostro giudizio - insieme a quelli che si richiamano al socialismo europeo. In pratica un’operazione che traghetta le forze della sinistra, non comuniste o acomuniste, in un quadro politico che, ovviamente, ci vedrebbe tenuti fuori. Beh compagni, se si verificasse un’ipotesi di questo genere, io naturalmente la deprecherei perché la nostra linea è un’altra, ma è indiscutibile che rimarremmo gli unici titolari del simbolo, della falce e martello.

Insomma sia nell’una che nell’altra prospettiva, noi saremo in campo comunque. Non dobbiamo avere paure ed incertezze. Questo se riusciremo a tenere bene assieme unità e diversità. Noi dovremo durissimamente lavorare, essendo unitari per due, come si diceva una volta, per ottenere il primo dei risultati e, per quanto mi riguarda, io lo farò senza alcun tentennamento perché sono convinto che sia più utile la prima strada. Tra l’altro nella prima strada, cioè la Confederazione, si aprirebbe una sana battaglia per l’egemonia, una battaglia che noi giocheremmo tutta sul versante del lavoro, cioè sulle contraddizioni di classe che sono proprio quelle che Bertinotti ha “dimenticato” di nominare.

Quando abbiamo iniziato l’intrapresa nel 98, non so quanti avrebbero scommesso che saremmo arrivati fin qui, con un partito in campo, che aumenta i voti, aumenta gli iscritti. Se ce l’abbiamo fatta, vuol dire che appunto ci riconosciamo tutti reciprocamente una qualche capacità. Quale che sia lo scenario tra i due che ho delineato credo che noi dovremo, ed è l’ultimo punto che voglio trattare, intenderci bene con i termini per fare anche tra noi un’operazione di igiene verbale, linguistica. Noi diciamo la “diversità comunista” e “l’identità comunista”. Dico un’eresia: io non so più qual è, ma non lo sa più nessuno nel mondo qual è l’identità comunista. Ho un intenso scambio internazionale,  anche grazie all’eccellente lavoro che svolge il dipartimento Esteri, e mi sono recato più volte in paesi che si chiamano ancora paesi comunisti e rivendicano l’identità comunista. Ebbene in Cina, l’articolo 1 della Costituzione è stato cambiato, dibattito che in Italia, naturalmente appassionata alle dichiarazioni di Mastella, non arriva. Ebbene l’articolo 1 della Costituzione cinese recita che la Cina è una repubblica socialista ad economia di mercato. Quando io ho sostenuto che, stando ai classici, repubblica socialista ad economia di mercato è un ossimoro, una contraddizione in termini, quando ho chiesto, «ma cosa vuol dire?», un alto dirigente del partito comunista cinese mi ha risposto, e non me lo dimenticherò mai: «Noi non sappiamo bene cosa vuol dire, però funziona».

In America Latina non ci sono partiti comunisti che vincono le elezioni, ci sono dei partiti di sinistra, alcuni abbastanza bizzarri. Chavez, per il quale io ho una grandissima stima, non è un comunista, è un ex parà che poteva essere di destra e invece ha scelto, diciamo, una forma populistica di sinistra molto positiva. Chavez ha vinto le elezioni e ha sconfitto un golpe che aveva proclamato, guarda caso, Presidente della Repubblica il presidente della confindustria venezuelana. Chavez e il suo governo rappresentano una speranza di cambiamento e di giustizia sociale per il Venezuela. Ma non sono comunisti. Idem per tante di quelle esperienze che nei paesi islamici si trovano sul fronte antimperialista. Lo stesso processo cinese lo hanno inaugurato in Vietnam. A Cuba si dibattono in un sistema misto ormai di economia pubblica ed economia privata. Quando parliamo nel mondo delle identità comuniste, tutti danno la risposta che ho dato io: non lo sa più nessuno, è oggetto di una ricerca. Ricerca che noi nel nostro piccolo - e  voglio citare il convegno milanese sulla cultura che ha organizzato Paola Pellegrini perché è stato  straordinario - stiamo producendo.

Dobbiamo avere la consapevolezza che questa è la fase, che non ci sono più verità, tanto meno partiti guida o stati guida. Io non ci credevo nemmeno nel Pci agli stati guida, figuratevi adesso! Nel documento si parla, l’ho scritta io quella parte, non della sconfitta dell’Unione Sovietica ma della dissoluzione dell’Unione Sovietica. Si è dissolta per ragioni interne non è stata sconfitta dall’avversario. Quel sistema non reggeva più, quei gruppi dirigenti non reggevano più. Vogliamo iniziare a discutere liberamente di queste cose? Non per andare verso il passato e guardare al passato. Tutt’altro. Noi non possiamo che fare politica guardando verso il futuro. Non è un caso che  il documento congressuale si apre parlando ai giovani, a chi oggi ha 18 anni. Mi sono emozionato ieri quando la compagna Dolci ha ricordato che nel ‘89, congresso di scioglimento del Pci, il primo dei due congressi di scioglimento, lei ha parlato contro ed era incinta di suo figlio che oggi ha 18 anni. Ecco sono proprio loro, i giovani,  l’investimento di questo partito. Qual è la sfida nostra allora? Quella di saper riannodare la grande tradizione dalla quale proveniamo al futuro. Il mondo non è più quello di quando avevamo 20 anni e questo è il cimento intellettuale più difficile. Che cosa è dunque che noi possiamo dire essere oggi l’identità comunista? C’è una sola cosa che possiamo dire - per il resto possiamo solo affermare con il poeta “ciò che non siamo è ciò che non vogliamo” - in positivo. Che noi irriducibilmente riteniamo, e io ne sono convintissimo, che la grande contraddizione resta ancora oggi la contraddizione capitale lavoro. Ecco la diversità comunista sta nel fatto che noi continuiamo a credere che soltanto con un cambiamento dei rapporti di classe, e non in Italia, ma nel mondo, potremo provare a ottenere il nostro obiettivo. E’ del tutto evidente che questo obiettivo, si declina oggi in Italia non proclamando la rivoluzione. Scriveva Togliatti: «Bisogna diffidare di quelli che scrivono la rivoluzione con la R maiuscola». La denuncia cioè della retorica, della ridondanza. Noi oggi abbiamo il 2,3% dei voti e col 2,3% dei voti, possiamo provare a strappare dei risultati solo se stiamo dentro al centrosinistra, altrimenti, con tutto il rispetto per i compagni che vengono da quella storia, facciamo Democrazia proletaria e noi non vogliamo fare Dp, vogliamo fare un’altra cosa. Abbiamo l’ambizione di provare a fare un partito grande che sia all’altezza delle sfide nuove. Noi forse non ci riusciremo, ma i nostri giovani sì. Ai nostri giovani che per fortuna sono tanti e sono bravissimi, spetta questo cimento. Per fare questo dobbiamo riconoscere la nostra parzialità, la nostra non autosufficienza, avere sempre il senso delle proporzioni e saper che noi conteremo nella misura in cui avremo esattamente questa consapevolezza e cioè, che mettiamo questo partito, non al servizio di noi stessi, ma al servizio di una battaglia politica per il cambiamento.

Ci riusciamo? Non sempre ma l’obiettivo è di riuscirci. Facciamo il congresso, e lo variamo ufficialmente, per dire una cosa semplice, per rispondere a coloro che dicono che «certa sinistra non serve». Noi dobbiamo, viceversa, dimostrare che questa sinistra è utile e che un partito comunista non serve ai comunisti. Un partito comunista serve ai lavoratori.



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Fortissime perplessità sullo "statuto dei lavori"
Ufficio stampa

A UN ANNO DA BELLARIA
La confederazione della Sinistra per il lavoro, la pace e i diritti
di Oliviero Diliberto
Da "La Rinascita della Sinistra"

COMITATO CENTRALE
 del 26 gennaio 2002

La relazione del Segretario, O. Diliberto
"Due campagne nazionali su giustizia e lavoro"

Le conclusioni di Diliberto
"Il partito cresce ovunque, continuiamo così"

Dopo Bellaria
I compiti di chi guarda avanti per costruire
di Carlo Benedetti
Da "La Rinascita della Sinistra"