Forse perché tra noi non ci sono in questo periodo divisioni,
forse perché non ci sono documenti alternativi e la condivisione
della linea è di fondo, ma avrei preferito che tutti e due i
giorni, e non soltanto l’ultimo scampolo della mattinata finale,
fossero contraddistinti da una discussione vera.
Oggi c’è stato un primo accenno di discussione che ha registrato
declinazioni di una linea complessivamente condivisa, alcune
torsioni che, con molta sommarietà, e me ne scuso, possono
essere definite di destra o di sinistra. Il Pci, che era un
grande partito, riusciva, e bene, a far convivere la linea di
Ingrao e quella di Amendola. Noi non abbiamo né Ingrao né
Amendola e io non sono Togliatti né Berlinguer, ma la dinamica è
quella, è la stessa.
Considero la cosa positiva perché auspico che questo dibattito
sia davvero fatto alla luce del sole e non sia in alcun modo
vissuto come un problema. Semmai il problema è esattamente il
contrario: è l’imbalsamazione del dibattito.
Abbiamo alle spalle tre anni molto difficili. Il fondatore di
questo partito non c’è più e io me ne dispiaccio, e nonostante
tutto abbiamo continuato ad andare avanti, a crescere. Sento
però ancora un deficit di passione politica. Voglio essere
sincero. La “passione” maggiore negli organismi dirigenti l’ho
vista quando si discuteva di gestione, mai di linea politica.
Qualche volta la linea politica è stata utilizzata allo scopo di
litigare sulla gestione. E’ il tempo di voltare pagina, e
siccome abbiamo deciso di fare un congresso tutto politico, con
un documento snello, di linea, di orientamento, occorre far
vivere i congressi di federazione e quelli regionali nell’ambito
di un dibattito politico. Invece vedo - dico ancora una volta
ciò che penso - che i congressi delle federazioni e i congressi
regionali si stanno preparando facendo a gara tra chi si dice
più d’accordo con il segretario, tra chi è “più in linea”. Ma
dietro questo atteggiamento c’è spesso il tentativo di mettere
il cappello su questa o quella federazione. So perfettamente che
la degenerazione della politica è un morbo da cui non siamo
immuni, che è penetrato anche dentro di noi ma, lo ripeto, non è
un buon modo di affrontare il congresso, per di più in una
situazione oggettivamente molto difficile.
Con la crisi del governo Prodi, le forze moderate sono uscite
allo scoperto, hanno palesato i loro obiettivi, il loro progetto
per il Paese. Un rischio grande. Ma prospettive inedite si
stanno aprendo anche a sinistra. Dal male può nascere il bene.
L’apertura di Bertinotti nasce anche dalla necessità di superare
le gravi difficoltà in cui versa Rifondazione. Anche noi abbiamo
avuto qualche contraccolpo dalla crisi. Ma chi ha cavalcato il
no ad ogni costo, chi nel passato ha sostenuto l’equivalenza
tra centrodestra e centrosinistra, chi ha esaltato i movimenti
fini a se stessi, chi ha sostenuto l’intransigenza anche quando
era settarismo, oggi paga i prezzi maggiori. Da questa
difficoltà si è aperta tuttavia una dinamica che può rivelarsi
positiva per la sinistra.
Bertinotti parla di “massa critica”. E’ una cosa importante. Per
la prima volta fa il nostro ragionamento: per leggere le
difficoltà del momento, per strappare quanto più risultati è
possibile o per bloccare, quanto più è possibile, controriforme,
bisogna essere più forti come sinistra e dunque più uniti.
La nostra proposta di Confederazione della Sinistra è in campo
fin dal congresso di Bellaria, non è una novità. Però c’è una
novità nella situazione complessiva: noi parlavamo di
Confederazione sapendo che era uno strumento di attacco
politico, ma sapendo altrettanto bene che, con le condizioni
date, non si sarebbe fatta. Qualche compagno magari si diceva
d’accordo con la Confederazione pensando che tanto non si
sarebbe fatta. Oggi il quadro è completamente mutato. Io non so
se la Confederazione si farà, ma so che si può fare. Se dunque
ci sono compagni che non sono d’accordo, è il momento di
esplicitarlo fino in fondo. Badate, è legittimo avere
un’opinione diversa, ma va detto chiaramente. Perché verrà un
momento in cui bisognerà decidere se farla e come farla, e sarà
un momento difficile. Ma una cosa deve essere a tutti chiara: il
nostro partito resta, con la sua autonomia. Sarebbe strano quel
segretario di partito che chiedesse la fine del partito che
dirige! Fassino, sì, lui può anche esercitarsi in questa forma
di autolesionismo, di autodistruzione. Non io, non noi.
Il partito c’è e ci sarà. Bisognerà verificare le condizioni con
le quali procedere sul terreno dell’unità, le modalità. Come
sarà il contenitore? Al momento non lo sa nessuno. Mentre noi
abbiamo una logica che si sforza di essere aristotelica, diciamo
parole che corrispondono a cose, nel presidente della Camera c’è
il grande affresco, il linguaggio immaginifico, il linguaggio
impressionistico, che è allusivo ma anche elusivo sulle
questioni. Verificheremo. Ma io trovo del tutto ragionevole che
nel partito ci siano su questo opinioni diverse. Il compito di
chi dirige il partito non è quello di sposare l’una o l’altra
tendenza, è quello di metterle insieme, di tenere tutti nel
percorso che comunemente si sceglie. E così come l’intervento
del compagno Rizzo ha dato una torsione di sinistra alla linea,
l’intervento del compagno Guerrini ha dato una torsione di
destra. Ci dobbiamo meravigliare? No! Io, il gruppo dirigente,
nel suo complesso, dovrà fare sintesi fra queste due posizioni.
Non possiamo permetterci né uno slittamento ipergovernista, né
uno slittamento antigovernista. Dobbiamo continuare in questo
crinale difficilissimo, declinando unità e diversità. Se non
fossimo diversi, perché dovremmo esistere come partito? E se non
fossimo unitari, ci troveremmo rinchiusi in una sezione a
sventolare la bandiera rossa e non conteremmo nulla per i
lavoratori, per il Paese. Le due cose, unità e diversità, si
tengono. La critica che abbiamo avanzato al governo, non era la
critica del Pdci, era la critica di settori larghissimi del
centrosinistra, tanto è vero che il consenso al governo è
crollato, a livello di massa, dopo la finanziaria. Non dobbiamo
mai nascondere a noi stessi la verità.
Abbiamo avuto sulla manovra un giudizio fatto di luci ed ombre,
per certi versi “centrista”. Sulla riforma delle pensioni, che
poi, vivaddio, è stata estromessa dalla finanziaria; la riforma
delle tasse, che all’inizio era devastante e poi è arrivata al
percorso finale in modo diverso; i tagli alla scuola, che sono
stati meno di quanto annunciato ma che comunque hanno colpito
pesantemente l’università. Come potevamo non dire che le ombre
erano molte? Certo, risultati ne abbiamo strappati e abbiamo
fatto benissimo a valorizzarli. Perché dentro una finanziaria
con tante cose che non andavano, compresi i ticket della sanità,
c’era uno sforzo eccezionale sull’evasione fiscale e c’era la
stabilizzazione dei precari delle pubbliche amministrazioni.
Oggi è più difficile tenere quella rotta perché la crisi di
governo, attribuita erroneamente alla sinistra, ci ha tolto
un’arma. E dunque “diversità e unità” diventa oggi “unità e
diversità”. Non sappiamo, oggi, se tra sei mesi il governo ci
sarà ancora o se cadrà per le manovre neocentriste.
Dobbiamo interpretare, giorno per giorno, il contesto nel quale
si svolge la vicenda politica. Quando arriverà, se arriverà, la
riforma delle pensioni, e se sarà una riforma che non ci andrà
bene, il contrasto sarà fortissimo. Nei dodici punti concordati
tra Prodi e i segretari dei partiti della maggioranza, non c’è
nulla. Si parla dell’aumento delle pensioni minime e della
tutela dei giovani precari. Può voler dire tutto e niente, si
tratta di un titolo, vedremo con quali contenuti sarà riempito.
Prodi è stato molto cauto perché sa che le pensioni sono un
terreno scivolosissimo sul quale si può anche cadere, ma quando
arriverà il nodo pensioni io mi auguro che la Cgil farà la sua
battaglia contro e noi, in quella battaglia, affiancheremo la
Cgil.
Non so se Rifondazione sarà in grado di seguirci. Rifondazione
aveva aperto all’Udc, compagni, Rifondazione era in uno stato di
sbandamento tale che aveva accettato, pur di non andare alle
elezioni, che l’Udc entrasse al governo. Noi siamo stati gli
unici a tenere, insieme a Prodi che è interessato, ovviamente,
alla tenuta di questo quadro politico.
Dovremo essere in grado di seguire questo difficile crinale.
Guai a noi se il governo cade, guai a noi se cade da sinistra.
Dovremo lavorare affinché il governo non faccia danni a se
stesso. Se ci fosse l’aumento dell’età pensionabile, il primo a
pagarne le conseguenze sarebbe proprio il governo, non soltanto
la sinistra.
Tutto questo ci porta ad una riflessione amara sullo stato della
sinistra italiana. E’ sparito il merito delle questioni. Oggi ho
letto i giornali, come faccio sempre. Sono pieni di
dichiarazioni di D’Alema a Mussi: «Ma come, siamo stati insieme
per quarant’anni e non vieni nel partito democratico e vai con
Boselli?». Sembra che Mussi stia ragionando su un partito o
altro con Boselli. E in nome dell’ancoraggio al socialismo
europeo stanno provando a contattare anche il gruppo di
socialisti che oggi stanno con la destra. Ma vi rendete conto?
E’ una discussione di ceti politici del tutto scollegata dai
riferimenti con la società, con le classi! Chi pagherà di più la
nascita del partito democratico sarà la Cgil, perché non sarà
più il sindacato di riferimento del partito democratico e c’è il
rischio di un suo isolamento a sinistra.
Noi dobbiamo intensificare, con tutte le difficoltà del caso, i
rapporti con la Cgil, perché la nostra linea di riunificazione
della sinistra va esattamente nella direzione di mantenere un
rapporto, una relazione istituzionale e politica del sindacato
con i partiti. La sinistra unita serve anche a questo compagni.
Serve per contare, per rappresentare il lavoro nelle
istituzioni. Se mai realizzeremo l’unità della sinistra, ci
sarebbe una forza politica con una percentuale sopra le due
cifre. E con quella forza faremmo un buon servizio a quei ceti
che noi vogliamo difendere.
Tutto questo sarà oggetto di ciò che nella relazione ho chiamato
“scontro unitario”. Non sarà semplice. Bertinotti e qualcuno dei
suoi ha fatto un’apertura, ma saranno in molti a frenare dentro
Rifondazione, ci saranno provocazioni, critiche al vetriolo. Noi
dobbiamo tenere una calma lucida, perché l’obiettivo dell’unità
è il nostro obiettivo e ci mette in profonda sintonia con il
popolo della sinistra.
Ci sono due scenari, due ipotesi in campo: la prima è che
Rifondazione, che ha di fatto abbandonato l’idea del partito
della Sinistra europea - che è stata un fallimento - può
decidere di fare la Confederazione tra pari, noi compresi, nel
rispetto delle reciproche autonomie. Sarebbe la vittoria della
nostra linea - poi magari non si chiamerà Confederazione perché
la primogenitura non ce la darebbero - ma di questo si
tratterebbe. C’è poi un’altra ipotesi: che Rifondazione voglia
fare asse con i pezzi di compagni Ds che non entrano nel partito
democratico. E’ uno scenario che do per probabile, non certo ma
probabile. Poiché Bertinotti dice che «bisogna superare il
Novecento, bisogna togliere gli steccati, non comunisti con
comunisti, ma tutti in gioco», io non escludo che il secondo
scenario possa vedere Rifondazione partecipare ad un’operazione
neo socialista - secondo me non di grande respiro ma questo è
nostro giudizio - insieme a quelli che si richiamano al
socialismo europeo. In pratica un’operazione che traghetta le
forze della sinistra, non comuniste o acomuniste, in un quadro
politico che, ovviamente, ci vedrebbe tenuti fuori. Beh
compagni, se si verificasse un’ipotesi di questo genere, io
naturalmente la deprecherei perché la nostra linea è un’altra,
ma è indiscutibile che rimarremmo gli unici titolari del
simbolo, della falce e martello.
Insomma sia nell’una che nell’altra prospettiva, noi saremo in
campo comunque. Non dobbiamo avere paure ed incertezze. Questo
se riusciremo a tenere bene assieme unità e diversità. Noi
dovremo durissimamente lavorare, essendo unitari per due, come
si diceva una volta, per ottenere il primo dei risultati e, per
quanto mi riguarda, io lo farò senza alcun tentennamento perché
sono convinto che sia più utile la prima strada. Tra l’altro
nella prima strada, cioè la Confederazione, si aprirebbe una
sana battaglia per l’egemonia, una battaglia che noi giocheremmo
tutta sul versante del lavoro, cioè sulle contraddizioni di
classe che sono proprio quelle che Bertinotti ha “dimenticato”
di nominare.
Quando abbiamo iniziato l’intrapresa nel 98, non so quanti
avrebbero scommesso che saremmo arrivati fin qui, con un partito
in campo, che aumenta i voti, aumenta gli iscritti. Se ce
l’abbiamo fatta, vuol dire che appunto ci riconosciamo tutti
reciprocamente una qualche capacità. Quale che sia lo scenario
tra i due che ho delineato credo che noi dovremo, ed è l’ultimo
punto che voglio trattare, intenderci bene con i termini per
fare anche tra noi un’operazione di igiene verbale, linguistica.
Noi diciamo la “diversità comunista” e “l’identità comunista”.
Dico un’eresia: io non so più qual è, ma non lo sa più nessuno
nel mondo qual è l’identità comunista. Ho un intenso scambio
internazionale, anche grazie all’eccellente lavoro che svolge
il dipartimento Esteri, e mi sono recato più volte in paesi che
si chiamano ancora paesi comunisti e rivendicano l’identità
comunista. Ebbene in Cina, l’articolo 1 della Costituzione è
stato cambiato, dibattito che in Italia, naturalmente
appassionata alle dichiarazioni di Mastella, non arriva. Ebbene
l’articolo 1 della Costituzione cinese recita che la Cina è una
repubblica socialista ad economia di mercato. Quando io ho
sostenuto che, stando ai classici, repubblica socialista ad
economia di mercato è un ossimoro, una contraddizione in
termini, quando ho chiesto, «ma cosa vuol dire?», un alto
dirigente del partito comunista cinese mi ha risposto, e non me
lo dimenticherò mai: «Noi non sappiamo bene cosa vuol dire, però
funziona».
In America Latina non ci sono partiti comunisti che vincono le
elezioni, ci sono dei partiti di sinistra, alcuni abbastanza
bizzarri. Chavez, per il quale io ho una grandissima stima, non
è un comunista, è un ex parà che poteva essere di destra e
invece ha scelto, diciamo, una forma populistica di sinistra
molto positiva. Chavez ha vinto le elezioni e ha sconfitto un
golpe che aveva proclamato, guarda caso, Presidente della
Repubblica il presidente della confindustria venezuelana. Chavez
e il suo governo rappresentano una speranza di cambiamento e di
giustizia sociale per il Venezuela. Ma non sono comunisti. Idem
per tante di quelle esperienze che nei paesi islamici si trovano
sul fronte antimperialista. Lo stesso processo cinese lo hanno
inaugurato in Vietnam. A Cuba si dibattono in un sistema misto
ormai di economia pubblica ed economia privata. Quando parliamo
nel mondo delle identità comuniste, tutti danno la risposta che
ho dato io: non lo sa più nessuno, è oggetto di una ricerca.
Ricerca che noi nel nostro piccolo - e voglio citare il
convegno milanese sulla cultura che ha organizzato Paola
Pellegrini perché è stato straordinario - stiamo producendo.
Dobbiamo avere la consapevolezza che questa è la fase, che non
ci sono più verità, tanto meno partiti guida o stati guida. Io
non ci credevo nemmeno nel Pci agli stati guida, figuratevi
adesso! Nel documento si parla, l’ho scritta io quella parte,
non della sconfitta dell’Unione Sovietica ma della dissoluzione
dell’Unione Sovietica. Si è dissolta per ragioni interne non è
stata sconfitta dall’avversario. Quel sistema non reggeva più,
quei gruppi dirigenti non reggevano più. Vogliamo iniziare a
discutere liberamente di queste cose? Non per andare verso il
passato e guardare al passato. Tutt’altro. Noi non possiamo che
fare politica guardando verso il futuro. Non è un caso che il
documento congressuale si apre parlando ai giovani, a chi oggi
ha 18 anni. Mi sono emozionato ieri quando la compagna Dolci ha
ricordato che nel ‘89, congresso di scioglimento del Pci, il
primo dei due congressi di scioglimento, lei ha parlato contro
ed era incinta di suo figlio che oggi ha 18 anni. Ecco sono
proprio loro, i giovani, l’investimento di questo partito. Qual
è la sfida nostra allora? Quella di saper riannodare la grande
tradizione dalla quale proveniamo al futuro. Il mondo non è più
quello di quando avevamo 20 anni e questo è il cimento
intellettuale più difficile. Che cosa è dunque che noi possiamo
dire essere oggi l’identità comunista? C’è una sola cosa che
possiamo dire - per il resto possiamo solo affermare con il
poeta “ciò che non siamo è ciò che non vogliamo” - in positivo.
Che noi irriducibilmente riteniamo, e io ne sono convintissimo,
che la grande contraddizione resta ancora oggi la contraddizione
capitale lavoro. Ecco la diversità comunista sta nel fatto che
noi continuiamo a credere che soltanto con un cambiamento dei
rapporti di classe, e non in Italia, ma nel mondo, potremo
provare a ottenere il nostro obiettivo. E’ del tutto evidente
che questo obiettivo, si declina oggi in Italia non proclamando
la rivoluzione. Scriveva Togliatti: «Bisogna diffidare di quelli
che scrivono la rivoluzione con la R maiuscola». La denuncia
cioè della retorica, della ridondanza. Noi oggi abbiamo il 2,3%
dei voti e col 2,3% dei voti, possiamo provare a strappare dei
risultati solo se stiamo dentro al centrosinistra, altrimenti,
con tutto il rispetto per i compagni che vengono da quella
storia, facciamo Democrazia proletaria e noi non vogliamo fare
Dp, vogliamo fare un’altra cosa. Abbiamo l’ambizione di provare
a fare un partito grande che sia all’altezza delle sfide nuove.
Noi forse non ci riusciremo, ma i nostri giovani sì. Ai nostri
giovani che per fortuna sono tanti e sono bravissimi, spetta
questo cimento. Per fare questo dobbiamo riconoscere la nostra
parzialità, la nostra non autosufficienza, avere sempre il senso
delle proporzioni e saper che noi conteremo nella misura in cui
avremo esattamente questa consapevolezza e cioè, che mettiamo
questo partito, non al servizio di noi stessi, ma al servizio di
una battaglia politica per il cambiamento.
Ci riusciamo? Non sempre ma l’obiettivo è di riuscirci. Facciamo
il congresso, e lo variamo ufficialmente, per dire una cosa
semplice, per rispondere a coloro che dicono che «certa sinistra
non serve». Noi dobbiamo, viceversa, dimostrare che questa
sinistra è utile e che un partito comunista non serve ai
comunisti. Un partito comunista serve ai lavoratori.