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Questo Comitato Centrale, come potete facilmente
intuire, è di grande rilievo. Non solo perché indice il nostro
congresso nazionale, ma anche perché si colloca in una fase che
presenta caratteri potenzialmente nuovi rispetto a quella che
abbiamo alle spalle.
Dalla prima redazione del documento congressuale,
bozza che è stata approvata dalla Direzione Nazionale del
partito e che vi è stata consegnata, sono accadute molte cose di
rilievo politico. La segreteria ha proceduto quindi a qualche
correzione, integrazione, interpolazione, perché ha dovuto
tenere conto sia della crisi di governo che delle conseguenze
della crisi. Mi limiterò quindi, nell’introduzione, ad alcune
considerazioni di carattere squisitamente politico e generale,
per ragionare insieme e capire come rispondere alle sfide della
nuova fase.
Il documento congressuale, come avevamo
stabilito, è asciutto e tutto politico. Ci saranno poi delle
schede di accompagnamento su singoli punti, ma il documento è
uno e, ove il Comitato Centrale lo approvi, sarà questo.
Abbiamo alle spalle una crisi di governo che
fortunatamente si è risolta, anche se ha segnato profondamente
il Paese e la sinistra. Credo che occorra svolgere una
riflessione sulla crisi, sia per come è avvenuta sia per come si
è risolta e per le prospettive che ha involontariamente aperto.
La crisi si è aperta al Senato perché, come
sapete, è venuto meno da un lato il voto di due irresponsabili
sedicenti di sinistra (anche se in realtà il loro voto non è
stato determinante) e per via della astensione o voto contrario
di tre senatori a vita che fino a quel momento avevano sempre
votato a favore del governo. Solo uno di questi tre voti, quello
di Cossiga, era esplicitamente contrario alla politica estera
del governo. Cossiga lo ha detto chiaramente: il suo era un voto
di ispirazione “filo atlantica”, mentre a suo dire il governo -
e non del tutto a torto – quell’ispirazione non ce l’ha a
sufficienza o, per lo meno, non quanto il precedente governo.
Gli Usa hanno dimostrato in tutte le circostanze
- da ultima la lettera dei sei ambasciatori, atto irrituale e
gravissimo di ingerenza nella politica interna di un Paese – di
non amare affatto il governo Prodi. Ma solo Cossiga ha votato
contro la politica estera. Invece l’astensione di Andreotti
(l’astensione al Senato vale come un voto contrario) è stata
espressa, per sua stessa ammissione, in relazione alla vicenda
delle coppie di fatto, come adesione alle posizioni del
Vaticano. E Pininfarina, il terzo voto contrario dei senatori a
vita, è, come noto, un autorevole esponente di Confindustria.
In altre parole, la crisi è stata aperta dal
versante moderato dell’Unione, ed è stata aperta per la
contrarietà dei poteri forti - Usa, Vaticano, Confindustria -
che non vogliono più questo governo. E tuttavia la reazione di
massa, orchestrata abilissimamente dai giornali che
appartengono, non a caso, proprio a quei poteri forti, ha fatto
apparire la caduta del governo come una “responsabilità della
sinistra radicale”. Abbiano noi stessi misurato quanto insidiosa
sia stata questa offensiva politico-mediatica e quanto abbia
pesato sull’atteggiamento della nostra gente, dell’elettorato di
sinistra: siamo stati sommersi di pesanti critiche. Tra
centinaia e centinaia di e-mail, fax e telefonate, nove su dieci
esprimevano delusione, rabbia, amarezza.
Il giorno dopo la crisi abbiamo convocato la
Direzione del partito. Non sapevamo allora se Prodi ce l’avrebbe
fatta. In quell’occasione abbiamo deciso di rinserrare le fila,
tendendo la barra ben dritta e ribadendo con forza che era il
momento dell’unità.
Quando si declinano due termini come “unità e
diversità”, ci sono momenti in cui prevale l’uno e momenti in
cui prevale l’altro, perché non è mai secondaria la contingenza
politica, le condizioni date. Una linea politica non va
declinata in astratto, ma nel mondo reale. Oggi è il momento
dell’unità, perché abbiamo bisogno di recuperare con la nostra
gente.
Il paradosso è che non eravamo colpevoli. Abbiamo
lavorato per recuperare perché abbiamo avvertito chiaramente che
una seconda caduta di Prodi, dopo quella provocata da
Rifondazione nel ‘98, non sarebbe stata perdonata e le forze
della sinistra l’avrebbero pagata pesantemente.
In quei due giorni di passione abbiamo verificato
sul campo che le medesime persone, gli stessi che sino al giorno
prima erano ipercritici nei confronti del governo, a governo
caduto ci incolpavano di aprire la strada al ritorno di Berlusconi.
Si è insomma palesata l’apparente contraddittorietà delle
richieste che vengono da nostro elettorato: da un lato la
richiesta dell’unità, dall’altro l’invito a dare risposte forti
alle molteplici aspettative del dopo elezioni.
Le due sensazioni, le due richieste convivono nel
nostro popolo esattamente come noi immaginavamo. Il panico che
si è diffuso a livello di massa è esattamente quello che ha
fatto dimenticare d’un colpo le critiche anche aspre al governo
Prodi. Critiche che, se il governo durerà, torneranno a
riemergere.
Ma proprio perché la crisi è apparentemente, nel
senso comune, nata per responsabilità della sinistra, Prodi e la
parte moderata della coalizione hanno sapientemente messo a
profitto la situazione e oggi il governo, anche per l’ingresso
di Follini, ha acquisito caratteri più moderati. E noi abbiamo
margini di critica ridotti.
Fortunatamente la crisi si è ricomposta. Se non
fosse avvenuto, era già pronta, dietro l’angolo, la politica
delle larghe intese, un pericolo niente affatto tramontato,
perché le forze che abbiamo visto all’opera durante la crisi,
quelle che più hanno criticato la sinistra addossandole tutte le
colpe, continueranno a lavorare per indebolire o far cadere
Prodi. C’è comunque un paradosso. Ed è che il migliore alleato
di Prodi oggi è sicuramente Berlusconi. Nella politica delle
larghe intese Berlusconi è finito, e lo sa, ed è costretto ad
essere, proprio lui, il più rigido custode del bipolarismo.
Le forze moderate, sia nell’Unione che nella Cdl,
continuano a lavorare per costruire altri scenari. All’indomani
della risoluzione della crisi di governo, il ministro
dell’Interno, Giuliano Amato, ha rilasciato un’intervista in cui
ha parlato esplicitamente di maggioranze variabili. E le
maggioranze variabili, com’è del tutto evidente, sono
l’anticamera della fine del bipolarismo, rappresentano un
allargamento al centro: ancora una volta la politica delle
larghe intese.
La verità è che questo centrosinistra dà fastidio
e dà fastidio perché al suo interno ci siamo noi, i comunisti.
Persino più di quanto noi stessi immaginiamo. Prendete Il Sole
24 Ore di ieri: c’è il chiaro tentativo di Confindustria di
ridurre la stabilizzazione dei circa 400 mila precari delle
pubbliche amministrazioni che noi comunisti abbiamo ottenuto
nella Finanziaria. Che vuol dire? Vuol dire che i comunisti
dentro il governo - se sono capaci - ottengono risultati, non
sono ininfluenti. È proprio per questo ci vogliono cacciare.
È allora evidente che in questa fase è richiesto
a tutti noi un grandissimo equilibrio, sapendo che siamo in un
crinale difficile, più difficile di quello in cui eravamo prima.
E tuttavia noi Comunisti italiani siamo usciti dalla crisi bene,
con grande visibilità, con grande capacità di recuperare.
Rispetto ai due giorni della crisi di governo, abbiamo dato
prova di una grande tenuta del gruppo dirigente che ha
consentito di dare di noi una buona immagine.
Dovremo continuare a gestire la fase politica in
questo modo. Con spirito unitario e con l’unità del gruppo
dirigente. Poi verificheremo insieme, dopo il congresso, come
declinare la diversità e l’unità, anche se con maggiore
equilibrio che in passato.
La crisi di governo ha colpito noi e tutto il
centrosinistra. Ma chi ne ha subito di più le conseguenze è
Rifondazione, che si trova oggi in una situazione assai
difficile, tenuta sotto schiaffo da una parte e dall’altra. È
colpita sul versante moderato ma, soprattutto, in quello di
sinistra, nel rapporto con i movimenti. A questo vanno aggiunte
le forti tensioni all’interno del gruppo dirigente che
riguardano essenzialmente la linea politica. Perché quando i
mutamenti sono eccessivi, quando si passa da “centrosinistra e
centrodestra per me pari sono” a “centrosinistra ultima spiaggia
e Prodi capo della rivoluzione proletaria”... beh, come dire,
qualche prezzo lo si paga.
Durante la crisi Rifondazione ha tenuto un
profilo esageratamente arrendevole. Quando si è profilata
l’ipotesi dell’apertura all’Udc, noi abbiamo dichiarato di non
avere nulla contro l’adesione all’Unione di singoli senatori,
mentre l’ingresso dell’Udc avrebbe cambiato il profilo del
governo. Rifondazione invece aveva già pubblicamente dichiarato
di essere pronta all’allargamento della maggioranza.
Anche la gestione della vicenda Turigliatto non è
stata brillante. L’espulsione è stata tardiva e controproducente
ed ha provocato gli strali de il manifesto mentre i
giornali borghesi parlavano di “processo staliniano”.
Nei giorni scorsi si è tenuta a Torino una
manifestazione che non era, come scritto sui media, dei
trotzkisti del Prc. Si è trattato della manifestazione di un
pezzo vero di Rifondazione, capeggiato da un capo del vecchio
Pci, Gianni Alasia, da Cremaschi, un pezzo importante di
sindacato, e con la presenza di tutte le minoranze interne. C’è
la sensazione che quel partito, senza più il suo timoniere,
abbia perso la bussola. Nel suo gruppo dirigente si sono aperte
lacerazioni profonde su quale sbocco dare alla situazione
politica a sinistra.
Nella riunione della precedente Direzione ho
chiesto ai compagni un mandato per “aprire” a Rifondazione
comunista. Ho quindi rilasciato due interviste proprio su questo
tema. Bertinotti ha replicato in una lunga intervista su
Liberazione e per la prima volta, da quando c’è stata la
scissione, ha avviato un dialogo senza steccati, eliminando
innanzitutto dalla scena politica la sua creatura, e cioè la
Sinistra europea, e poi parlando della necessità - Bertinotti ha
un linguaggio diverso dal mio, ma interpretarlo è utile - che la
sinistra faccia “massa critica” perché altrimenti verrebbe
cancellata.
Bertinotti è consapevole che il disegno della
parte moderata della nostra coalizione - e D’Alema lo ha
esplicitato - è quello di costruire un centrosinistra
profondamente diverso da quello attuale: un centrosinistra che
imbarchi l’Udc e pezzi consistenti di moderati e metta la
sinistra sostanzialmente ai margini, anche ricorrendo ad una
legge elettorale forcaiola. Bertinotti lo ha capito. Noi lo
avevamo capito prima, ma non mi interessa la disputa sulla
primogenitura.
Quando parla di “massa critica”, Bertinotti
intende la possibilità di aprire un percorso non di
riunificazione, ma di unità a sinistra, nelle forme che si
determineranno. Un percorso nuovo. Dentro Rifondazione non tutti
la pensano così. Il segretario Giordano ha rilasciato
dichiarazioni di netta chiusura. Comprensibile dal suo punto di
vista, anche se chi fa il segretario di un partito dovrebbe
sempre pensare alle conseguenze collettive, non a quelle
individuali. E non a caso il leader della sinistra diessina,
Fabio Mussi - che ieri ha dichiarato che non aderirà al Partito
Democratico - ha detto: “Io sto con la linea di Bertinotti e non
con quella di Giordano”. Bertinotti e parte del gruppo dirigente
del Prc ha preso atto che la Sinistra Europea è naufragata: si è
trattato di nulla di più che di un po’ di ceto politico che sul
piano del consenso non ha portato sostanzialmente nulla.
A nome della Direzione ho rilasciato su questo
tema ulteriori interviste e poi, in un impegnato discorso alla
Camera dei Deputati, ho ufficialmente aperto una riflessione
pubblica tra noi e Rifondazione per tentare davvero di andare
avanti su questa linea. Badate, noi dobbiamo insistere, perché
per la prima volta dopo tanti anni la nostra linea, la linea di
unità a sinistra, viene premiata.
Ho piena consapevolezza delle difficoltà che
abbiamo di fronte, del percorso accidentato che ci attende. Ogni
qual volta si tenta un percorso unitario a sinistra, c’è sempre
un ostacolo che lo impedisce. Ma sino ad oggi l’ostacolo più
grande era rappresentato proprio Bertinotti. Ricordate la Camera
di consultazione permanente, il Forum programmatico di Patta?
Bertinotti poneva sempre un alt affermando la sua contrarietà ad
“assemblaggi di ceti politici”. In realtà era l’autosufficienza
di Rifondazione.
Oggi Rifondazione teme l’effetto Molise a livello
nazionale, e cioè una perdita drammatica di voti mentre noi
continuiamo ad avanzare.
In questa situazione ci può essere in qualche
compagno la tentazione dell’autosufficienza: “Rifondazione sta
attraversando una crisi: bene, cresciamo noi”. Io credo che la
crisi di Rifondazione, viceversa, debba spingerci con più
coraggio, con più determinazione, sulla linea dell’unità a
sinistra. Perché in un momento politico come l’attuale, dobbiamo
reagire al tentativo di cancellare la sinistra. Da soli non
potremmo farcela. Tanto più se vi sarà una legge elettorale con
soglie di sbarramento. Il tentativo dei partiti più grandi,
tutti, è quello di eliminare le forze minori, i cosiddetti
“cespugli”, ma soprattutto le forze della sinistra, introducendo
il modello tedesco che ha una soglia di sbarramento del 5%. Non
ci arriviamo noi, ma oggi non ci arriva neanche Rifondazione. E
Rifondazione lo sa perfettamente.
Non sappiamo le forme che prenderà questo dialogo
e questo tentativo di riunificazione. Io ho una bussola che è
ciò che abbiamo scritto nel documento, la bussola dell’unità e
della nostra identità. Non ne vedo altre e sarei per non mettere
ulteriori paletti o criteri o metodologie. Noi che siamo stati
gli alfieri dell’unità a sinistra. di fronte all’apertura di
Bertinotti non possiamo certamente tirarci indietro. Per questo
chiedo a tutti i compagni di superare gli inevitabili fastidi, i
vecchi rancori, le storie pregresse e di guardare avanti. La
politica si fa con la testa, non con la pancia. Viviamo uno di
quei momenti in cui si può determinare un grande cambiamento
nella storia politica italiana,. In questo Comitato Centrale
chiedo a tutti i compagni ed a tutte le compagne di esprimersi
con sincerità. Questo è il Comitato Centrale che varerà il
Congresso. Quale occasione migliore per fare tra noi una
discussione limpida, serena, politicamente attenta!
Ho proposto, a nome della Direzione e della
Segreteria, un percorso. È il percorso dell’unità nel
mantenimento della nostra identità. È così che accettiamo il
terreno dello scontro unitario. Dico “scontro” perché non sarà
un dialogo semplice. Bertinotti ha già messo in campo alcuni
temi: ambientalismo, femminismo, non violenza. Ha dimenticato il
tema più importante e centrale, quello del lavoro. Io invece
ritengo che l’unificazione della sinistra possa avvenire solo se
il terreno comune è quello del lavoro, è la rappresentanza
politica del lavoro salariato, nelle forme che si vanno
esprimendo, quelle inedite e quelle antiche.
Non abbiate paura dell’unità. La nostra è
un’identità forte. Il cimento unitario preoccupa chi ha
un’identità debole, chi si confonde con gli altri, chi entra in
osmosi con gli altri. È la famosa contaminazione occhettiana.
Per la prima volta si può forse aprire la strada
della Confederazione della Sinistra e per la prima volta, forse,
le dure repliche della storia non ricadranno su di noi, ma su
coloro che l’unità non l’hanno voluta sino adesso. Bertinotti
l’ha capito, altri ancora no.
Ultimamente, alla Camera, intervenendo sulla
fiducia al governo Prodi, ho terminato citando un grande
scrittore, perché forse il momento è davvero arrivato. Voglio
citarlo ancora, nella sede solenne del Comitato Centrale che dà
l’avvio al Congresso nazionale dei Comunisti Italiani: “se non
ora, cari compagni e compagne, se non ora, quando?”. |