COMITATO CENTRALE

La relazione del segretario,
Oliviero Diliberto

Roma, 10 marzo 2007

 

Questo Comitato Centrale, come potete facilmente intuire, è di grande rilievo. Non solo perché indice il nostro congresso nazionale, ma anche perché si colloca in una fase che presenta caratteri potenzialmente nuovi rispetto a quella che abbiamo alle spalle.

Dalla prima redazione del documento congressuale, bozza che è stata approvata dalla Direzione Nazionale del partito e che vi è stata consegnata, sono accadute molte cose di rilievo politico. La segreteria ha proceduto quindi a qualche correzione, integrazione, interpolazione, perché ha dovuto tenere conto sia della crisi di governo che delle conseguenze della crisi. Mi limiterò quindi, nell’introduzione, ad alcune considerazioni di carattere squisitamente politico e generale, per ragionare insieme e capire come rispondere alle sfide della nuova fase.

Il documento congressuale, come avevamo stabilito, è asciutto e tutto politico. Ci saranno poi delle schede di accompagnamento su singoli punti, ma il documento è uno e, ove il Comitato Centrale lo approvi, sarà questo.

Abbiamo alle spalle una crisi di governo che fortunatamente si è risolta, anche se ha segnato profondamente il Paese e la sinistra. Credo che occorra svolgere una riflessione sulla crisi, sia per come è avvenuta sia per come si è risolta e per le prospettive che ha involontariamente aperto.

La crisi si è aperta al Senato perché, come sapete, è venuto meno da un lato il voto di due irresponsabili sedicenti di sinistra (anche se in realtà il loro voto non è stato determinante) e per via della astensione o voto contrario di tre senatori a vita che fino a quel momento avevano sempre votato a favore del governo. Solo uno di questi tre voti, quello di Cossiga, era esplicitamente contrario alla politica estera del governo. Cossiga lo ha detto chiaramente: il suo era un voto di ispirazione “filo atlantica”, mentre a suo dire il governo - e non del tutto a torto – quell’ispirazione non ce l’ha a sufficienza o, per lo meno, non quanto il precedente governo.

Gli Usa hanno dimostrato in tutte le circostanze - da ultima la lettera dei sei ambasciatori, atto irrituale e gravissimo di ingerenza nella politica interna di un Paese – di non amare affatto il governo Prodi. Ma solo Cossiga ha votato contro la politica estera. Invece l’astensione di Andreotti (l’astensione al Senato vale come un voto contrario) è stata espressa, per sua stessa ammissione, in relazione alla vicenda delle coppie di fatto, come adesione alle posizioni del Vaticano. E Pininfarina, il terzo voto contrario dei senatori a vita, è, come noto, un autorevole esponente di Confindustria.

In altre parole, la crisi è stata aperta dal versante moderato dell’Unione, ed è stata aperta per la contrarietà dei poteri forti  - Usa, Vaticano, Confindustria - che non vogliono più questo governo. E tuttavia la reazione di massa, orchestrata abilissimamente dai giornali che appartengono, non a caso, proprio a quei poteri forti, ha fatto apparire la caduta del governo come una “responsabilità della sinistra radicale”. Abbiano noi stessi misurato quanto insidiosa sia stata questa offensiva politico-mediatica e quanto abbia pesato sull’atteggiamento della nostra gente, dell’elettorato di sinistra: siamo stati sommersi di pesanti critiche. Tra centinaia e centinaia di e-mail, fax e telefonate, nove su dieci esprimevano delusione, rabbia, amarezza.

Il giorno dopo la crisi abbiamo convocato la Direzione del partito. Non sapevamo allora se Prodi ce l’avrebbe fatta. In quell’occasione abbiamo deciso di rinserrare le fila, tendendo la barra ben dritta e ribadendo con forza che era il momento dell’unità.

Quando si declinano due termini come “unità e diversità”, ci sono  momenti in cui prevale l’uno e momenti in cui prevale l’altro, perché non è mai secondaria la contingenza politica, le condizioni date. Una linea politica non va declinata in astratto, ma nel mondo reale. Oggi è il momento dell’unità, perché abbiamo bisogno di recuperare con la nostra gente.

Il paradosso è che non eravamo colpevoli. Abbiamo lavorato per recuperare perché abbiamo avvertito chiaramente che una seconda caduta di Prodi, dopo quella provocata da Rifondazione nel ‘98, non sarebbe stata perdonata e le forze della sinistra l’avrebbero pagata pesantemente.

In quei due giorni di passione abbiamo verificato sul campo che le medesime persone, gli stessi che sino al giorno prima erano ipercritici nei confronti del governo, a governo caduto ci incolpavano di aprire la strada al ritorno di  Berlusconi. Si è insomma palesata l’apparente contraddittorietà delle richieste che vengono da nostro elettorato: da un lato la richiesta dell’unità, dall’altro l’invito a dare risposte forti alle molteplici aspettative del dopo elezioni.

Le due sensazioni, le due richieste convivono nel nostro popolo esattamente come noi immaginavamo. Il panico che si è diffuso a livello di massa è esattamente quello che ha fatto dimenticare d’un colpo le critiche anche aspre al governo Prodi. Critiche che, se il governo durerà, torneranno a riemergere.

Ma proprio perché la crisi è apparentemente, nel senso comune, nata per responsabilità della sinistra, Prodi e la parte moderata della coalizione hanno sapientemente messo a profitto la situazione e oggi il governo, anche per l’ingresso di Follini, ha acquisito caratteri più moderati. E noi abbiamo margini di critica ridotti.

Fortunatamente la crisi si è ricomposta. Se non fosse avvenuto, era già pronta, dietro l’angolo, la politica delle larghe intese, un pericolo niente affatto tramontato, perché le forze che abbiamo visto all’opera durante la crisi, quelle che più hanno criticato la sinistra addossandole tutte le colpe, continueranno a lavorare per indebolire o far cadere Prodi. C’è comunque un paradosso. Ed è che il migliore alleato di Prodi oggi è sicuramente Berlusconi. Nella politica delle larghe intese Berlusconi è finito, e lo sa, ed è costretto ad essere, proprio lui, il più rigido custode del bipolarismo.

Le forze moderate, sia nell’Unione che nella Cdl, continuano a lavorare per costruire altri scenari. All’indomani della risoluzione della crisi di governo, il ministro dell’Interno, Giuliano Amato, ha rilasciato un’intervista in cui ha parlato esplicitamente di maggioranze variabili. E le maggioranze variabili, com’è del tutto evidente, sono l’anticamera della fine del bipolarismo, rappresentano un allargamento al centro: ancora una volta la politica delle larghe intese.

La verità è che questo centrosinistra dà fastidio e dà fastidio perché al suo interno ci siamo noi, i comunisti. Persino più di quanto noi stessi immaginiamo. Prendete Il Sole 24 Ore di ieri: c’è il chiaro tentativo di Confindustria di ridurre la stabilizzazione dei circa 400 mila precari delle pubbliche amministrazioni che noi comunisti abbiamo ottenuto nella Finanziaria. Che vuol dire? Vuol dire che i comunisti dentro il governo - se sono capaci - ottengono risultati, non sono ininfluenti. È proprio per questo ci vogliono cacciare.

È allora evidente che in questa fase è richiesto a tutti noi un grandissimo equilibrio, sapendo che siamo in un crinale difficile, più difficile di quello in cui eravamo prima. E tuttavia noi Comunisti italiani siamo usciti dalla crisi bene, con grande visibilità, con grande capacità di recuperare. Rispetto ai due giorni della crisi di governo, abbiamo dato prova di una grande tenuta del gruppo dirigente che ha consentito di dare di noi una buona immagine.

Dovremo continuare a gestire la fase politica in questo modo. Con spirito unitario e con l’unità del gruppo dirigente. Poi verificheremo insieme, dopo il congresso, come declinare la diversità e l’unità, anche se con maggiore equilibrio che in passato.

La crisi di governo ha colpito noi e tutto il centrosinistra. Ma chi ne ha subito di più le conseguenze è Rifondazione, che si trova oggi  in una situazione assai difficile,  tenuta sotto schiaffo da una parte e dall’altra. È colpita sul versante moderato ma, soprattutto, in quello di sinistra, nel rapporto con i movimenti. A questo vanno aggiunte le forti tensioni all’interno del gruppo dirigente che riguardano essenzialmente la linea politica. Perché quando i mutamenti sono eccessivi, quando si passa da “centrosinistra e centrodestra per me pari sono” a “centrosinistra ultima spiaggia e Prodi capo della rivoluzione proletaria”... beh, come dire, qualche prezzo lo si paga.

Durante la crisi Rifondazione ha tenuto un profilo esageratamente arrendevole. Quando si è profilata l’ipotesi dell’apertura all’Udc, noi abbiamo dichiarato di non avere nulla contro l’adesione all’Unione di singoli senatori, mentre l’ingresso dell’Udc avrebbe cambiato il profilo del governo. Rifondazione invece aveva già pubblicamente dichiarato di essere pronta all’allargamento della maggioranza.

Anche la gestione della vicenda Turigliatto non è stata brillante. L’espulsione è stata tardiva e controproducente ed ha provocato gli strali de il manifesto mentre i giornali borghesi parlavano di “processo staliniano”.

Nei giorni scorsi si è tenuta a Torino una manifestazione che non era, come scritto sui media, dei trotzkisti del Prc. Si è trattato della manifestazione di un pezzo vero di Rifondazione, capeggiato da un capo del vecchio Pci, Gianni Alasia, da Cremaschi, un pezzo importante di sindacato, e con la presenza di tutte le minoranze interne. C’è la sensazione che quel partito, senza più il suo timoniere, abbia perso la bussola. Nel suo gruppo dirigente si sono aperte lacerazioni profonde su quale sbocco dare alla situazione politica a sinistra.

Nella riunione della precedente Direzione ho chiesto ai compagni un mandato per “aprire” a Rifondazione comunista. Ho quindi rilasciato due interviste proprio su questo tema. Bertinotti ha replicato in una lunga intervista su Liberazione e per la prima volta, da quando c’è stata la scissione, ha avviato un dialogo senza steccati, eliminando innanzitutto dalla scena politica la sua creatura, e cioè la Sinistra europea, e poi parlando della necessità - Bertinotti ha un linguaggio diverso dal mio, ma interpretarlo è utile - che la sinistra faccia “massa critica” perché altrimenti verrebbe cancellata.

Bertinotti è consapevole che il disegno della parte moderata della nostra coalizione - e D’Alema lo ha esplicitato - è quello di costruire un centrosinistra profondamente diverso da quello attuale: un centrosinistra che imbarchi l’Udc e pezzi consistenti di moderati e metta la sinistra sostanzialmente ai margini, anche ricorrendo ad una legge elettorale forcaiola. Bertinotti lo ha capito. Noi lo avevamo capito prima, ma non mi interessa la disputa sulla primogenitura.

Quando parla di “massa critica”, Bertinotti intende la possibilità di aprire un percorso non di riunificazione, ma di unità a sinistra, nelle forme che si determineranno. Un percorso nuovo. Dentro Rifondazione non tutti la pensano così. Il segretario Giordano ha rilasciato dichiarazioni di netta chiusura. Comprensibile dal suo punto di vista, anche se chi fa il segretario di un partito dovrebbe sempre pensare alle conseguenze collettive, non a quelle individuali. E non a caso il leader della sinistra diessina, Fabio Mussi  - che ieri ha dichiarato che non aderirà al Partito Democratico - ha detto: “Io sto con la linea di Bertinotti e non con quella di Giordano”. Bertinotti e parte del gruppo dirigente del Prc ha preso atto che la Sinistra Europea è naufragata: si è trattato di nulla di più che di un po’ di ceto politico che sul piano del consenso non ha portato sostanzialmente nulla.

A nome della Direzione ho rilasciato su questo tema ulteriori interviste e poi, in un impegnato discorso alla Camera dei Deputati, ho ufficialmente aperto una riflessione pubblica tra noi e Rifondazione per tentare davvero di andare avanti su questa linea. Badate, noi dobbiamo insistere, perché per la prima volta dopo tanti anni la nostra linea, la linea di unità a sinistra, viene premiata.

Ho piena consapevolezza delle difficoltà che abbiamo di fronte, del percorso accidentato che ci attende. Ogni qual volta si tenta un percorso unitario a sinistra, c’è sempre un ostacolo che lo impedisce. Ma sino ad oggi l’ostacolo più grande era rappresentato proprio Bertinotti. Ricordate la Camera di consultazione permanente, il Forum programmatico di Patta? Bertinotti poneva sempre un alt affermando la sua contrarietà ad “assemblaggi di ceti politici”. In realtà era l’autosufficienza di Rifondazione.

Oggi Rifondazione teme l’effetto Molise a livello nazionale, e cioè una perdita drammatica di voti mentre noi continuiamo ad avanzare.

In questa situazione ci può essere in qualche compagno la tentazione dell’autosufficienza: “Rifondazione sta attraversando una crisi: bene, cresciamo noi”. Io credo che la crisi di Rifondazione, viceversa, debba spingerci con più coraggio, con più determinazione, sulla linea dell’unità a sinistra. Perché in un momento politico come l’attuale, dobbiamo reagire al tentativo di cancellare la sinistra. Da soli non potremmo farcela. Tanto più se vi sarà una legge elettorale con soglie di sbarramento. Il tentativo dei partiti più grandi, tutti, è quello di eliminare le forze minori, i cosiddetti “cespugli”, ma soprattutto le forze della sinistra, introducendo il modello tedesco che ha una soglia di sbarramento del 5%. Non ci arriviamo noi, ma oggi non ci arriva neanche Rifondazione. E Rifondazione lo sa perfettamente.

Non sappiamo le forme che prenderà questo dialogo e questo tentativo di riunificazione. Io ho una bussola che è ciò che abbiamo scritto nel documento, la bussola dell’unità e della nostra identità. Non ne vedo altre e sarei per non mettere ulteriori paletti o criteri o metodologie. Noi che siamo stati gli alfieri dell’unità a sinistra. di fronte all’apertura di Bertinotti non possiamo certamente tirarci indietro. Per questo chiedo a tutti i compagni di superare gli inevitabili fastidi, i vecchi rancori, le storie pregresse e di guardare avanti. La politica si fa con la testa, non con la pancia. Viviamo uno di quei momenti in cui si può determinare un grande cambiamento nella storia politica italiana,. In questo Comitato Centrale chiedo a tutti i compagni ed a tutte le compagne di esprimersi con sincerità. Questo è il Comitato Centrale che varerà il Congresso. Quale occasione migliore per fare tra noi una discussione limpida, serena, politicamente attenta!

Ho proposto, a nome  della Direzione e della Segreteria, un percorso. È il percorso dell’unità nel mantenimento della nostra identità. È così che accettiamo il terreno dello scontro unitario. Dico “scontro” perché non sarà un dialogo semplice. Bertinotti ha già messo in campo alcuni temi: ambientalismo, femminismo, non violenza. Ha dimenticato il tema più importante e centrale, quello del lavoro. Io invece ritengo che l’unificazione della sinistra possa avvenire solo se il terreno comune è quello del lavoro, è la rappresentanza politica del lavoro salariato, nelle forme che si vanno esprimendo, quelle inedite e quelle antiche.

 Non abbiate paura dell’unità. La nostra è un’identità forte. Il cimento unitario preoccupa chi ha un’identità debole, chi si confonde con gli altri, chi entra in osmosi con gli altri. È la famosa contaminazione occhettiana.

Per la prima volta si può forse aprire la strada della Confederazione della Sinistra e per la prima volta, forse, le dure repliche della storia non ricadranno su di noi, ma su coloro che l’unità non l’hanno voluta sino adesso. Bertinotti l’ha capito, altri ancora no.

Ultimamente, alla Camera, intervenendo sulla fiducia al governo Prodi, ho terminato citando un grande scrittore, perché forse il momento è davvero arrivato. Voglio citarlo ancora, nella sede solenne del Comitato Centrale che dà l’avvio al Congresso nazionale dei Comunisti Italiani: “se non ora, cari compagni e compagne, se non ora, quando?”.



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del 10 e 11 marzo 2007
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- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
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DIREZIONE NAZIONALE
del 18 aprile 2002

Fortissime perplessità sullo "statuto dei lavori"
Ufficio stampa

A UN ANNO DA BELLARIA
La confederazione della Sinistra per il lavoro, la pace e i diritti
di Oliviero Diliberto
Da "La Rinascita della Sinistra"

COMITATO CENTRALE
 del 26 gennaio 2002

La relazione del Segretario, O. Diliberto
"Due campagne nazionali su giustizia e lavoro"

Le conclusioni di Diliberto
"Il partito cresce ovunque, continuiamo così"

Dopo Bellaria
I compiti di chi guarda avanti per costruire
di Carlo Benedetti
Da "La Rinascita della Sinistra"