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Nella relazione introduttiva, che mi sembra
largamente condivisa, mi sono sforzato di far capire ai compagni
l’eccezionalità della fase, il suo essere del tutto fuori dalla
norma. È così per il contesto politico. Ed è così per quel che
riguarda più specificamente la sinistra.
Di fronte a tutto ciò emerge la nostra
inadeguatezza. Non è un problema solo nostro, è un problema
complessivo che in altri partiti assume aspetti anche più gravi:
penso alla crisi profonda dei Ds da una parte e di Rifondazione
dall’altra.
Però, badate, non siamo immuni dal virus! Se non
vi fosse stata quest’accelerazione, l’evento eccezionale di cui
ho parlato, forse avremmo trascorso i prossimi tre, quattro
mesi, a occuparci del congresso, scontrandoci su chi avrebbe
fatto il segretario della federazione di… diciamo Cagliari, la
mia federazione, così non si offende nessuno.
Viviamo in una fase della storia in cui c’è una
crisi generalizzata dei partiti. Il governo Prodi rischia di
cadere sotto i colpi dei poteri forti, ma molti compagni non
sembrano rendersi conto della gravità del momento. Anche qui, in
questa sede, ci sono compagni che pensano solo a porre questioni
sulle beghe locali. Ogni volta che vado in un territorio, in una
federazione, me ne torno con la borsa
più gonfia di quando sono arrivato, piena di lettere di protesta
contro tizio, caio, sempronio.
Sono vicende che mi hanno stancato. Ho fatto
un’eccezione per Napoli, dicendo che me ne sarei occupato
personalmente. Perché è Napoli, una grande città capitale, ha
una valenza politica e simbolica.
Il malessere napoletano viene da lontano. Quante
volte abbiamo dovuto commissariale la federazione? Vorrei
evitare di farlo di nuovo. Ci siano le condizioni, per tutti
coloro che hanno voglia di mettersi in gioco, di trovare una
soluzione con l’aiuto del regionale. Auspico che il compagno
Palumbo ritiri la sua richiesta di rimettere il mandato.
Cercheremo, da qui al congresso, di governare il partito.
Sapendo, però, compagni, che le cose che ha detto De Angelis
sono pesantissime! Ciascuno di noi subisce attacchi anche di
natura personale. Il compagno Nando Rossi ha dichiarato che io e
altri compagni saremmo della massoneria! L’ha detto ad
un’agenzia di stampa. Francamente sono molto amareggiato. Non
siamo più alla critica politica, siamo all’attacco personale,
alla denigrazione. È una degenerazione che non tollero! Non
perché sia stata fatta a me, non ho mai reagito quando c’era di
mezzo la mia persona. Ma non la tollero sugli altri. Io ho il
dovere di tutelare i compagni, tutti i compagni. Discutiamo,
dividiamoci… poi c’è un limite che non va oltrepassato. Oltre
quel limite, scatta in me l’intolleranza e l’arrabbiatura.
Soprattutto quando le nostre divisioni non rimangono nelle
stanze del partito. Ho ritenuto, insieme alla presidenza, di non
dare la parola a Rossi: perché la linea di Rossi l’abbiamo già
letta stamattina sui giornali! Punto! Abbiamo letto che lui non
voterà la finanziaria, neanche se ci sarà la fiducia. E quando
gli hanno detto: “Ma lei così aggrava la sua posizione”, lui ha
risposto: «Quelli lì» - cioè noi, tutti noi, «se la menano
ancora col centralismo democratico». L’intervista del compagno
Rossi è istruttiva. Ha detto che lui è stato escluso ed è falso.
Non è stato espulso da niente, aveva la tessera e l’ha
restituita lui! E, ancora, dice che viene attaccato perché è
comunista! Questo dice! C’è davvero un limite di pazienza. Non
c’è stata nessuna prevaricazione, tant’è vero che il compagno
Rossi è stato segretario regionale dell’Emilia Romagna ed è
diventato senatore della Repubblica. Chiudiamo questa parentesi
e veniamo alle cose più serie.
Sul governo: se il governo non mette la fiducia è
a rischio tutti i giorni. Non da sinistra, sul versante
centrista. Noi, quindi (è stato ripreso da tanti compagni)
dobbiamo trovare un punto di grande sapienza tattica nella
dinamica parlamentare. E cioè: tenere alta la critica da
sinistra; incalzare sulle tematiche (sulle quali non torno) e,
contemporaneamente, cercare di salvare questo quadro politico,
perché il prossimo sarebbe molto peggio! E se qualche compagno
più ingenuo, non qui, qui non l’ha detto nessuno, ma in
periferia, pensasse che è meglio fare l’opposizione da sinistra
ad un governo neocentrista, sbaglia. Il primo atto di un governo
centrista sarebbe una nuova legge elettorale contro di noi. Se
l’obiettivo è togliere il bipolarismo, la prima cosa è annullare
le coalizioni e fuori dalle coalizioni la soglia di sbarramento,
guarda caso, è al 4%. È lì che si andrebbe a parare. Primum
vivere, compagni, primum vivere!
Dobbiamo tenere alta la critica. In un’altra
condizione politica, con un altro quadro politico, avremmo
incalzato di più, è ovvio. Ma se Prodi cade per colpa nostra,
abbiamo chiuso. Perché rifaremmo
l’errore compiuto da Rifondazione, quell’errore per cui ce ne
siamo andati, e lo rifaremmo senza la forza, senza la capacità
di sopravvivere autonomamente. Ma soprattutto sarebbe
politicamente sbagliato. Avete visto le immagini di Vicenza? Una
banda di tagliagole, autenticamente, che a causa nostra potrebbe
tornare al governo del paese.
Da almeno un anno diciamo che il governo sarebbe
stato appesantito dall’ipoteca dei poteri forti, non avrebbe
potuto fare politiche di sinistra. Il nostro obiettivo deve
essere il rispetto del programma e incalzare il governo per
raggiungere risultati sempre più avanzati.
Siamo aiutati, paradossalmente, dalla reazione di
Confindustria e della destra che dicono: ”Hanno scritto la
finanziaria sotto il ricatto della sinistra classista!”.
Aggettivo che mi piace di più di altri. Questo ci aiuta. Ma solo
parzialmente, perché la nostra battaglia, Leonesio ha ragione,
sarebbe stata più forte se la Cgil non fosse stata così
compiacente sulla finanziaria!
In questo quadro la nostra linea deve proseguire
nell’impianto di tutti questi anni, perché è giusta in sé e
perché ha pagato politicamente. Va naturalmente aggiornata
rispetto ad un quadro politico che si muove. Lo ripeto: la
nascita del partito democratico è una opportunità, ma ci sono
anche mille pericoli. Nasce il partito democratico, si liberano
forze a sinistra, ma queste forze possono correre il rischio di
essere frenate. Rizzo ha detto che bisogna rafforzare i
comunisti, rafforzarli per l’unità della sinistra. Sono
d’accordo perché più forti saremo noi, più andrà avanti la linea
dell’unità. Non ci sono la corrente degli unitari e la corrente
degli identitari, le due cose si tengono insieme. La pulsione
unitaria, che è la ragione dell’esistenza di questo partito fin
da quando è nato, nel’98, si coniuga con il fatto che siamo
comunisti.
È il nostro Dna. Le due cose si combinano. Già
oggi ci sono, nel nostro partito, autorevoli esponenti che non
vengono dalla storia comunista, che hanno scelto il Pdci per il
profilo programmatico,
non per il profilo ideologico. È l’abc del togliattismo, cari
compagni, fin dal 1944. Noi possiamo diventare più grandi
soltanto se le nostre idee, i nostri programmi, convincono
persone che ancora non sono comuniste, o non lo sono più, o non
lo sono mai state. È un punto davvero importantissimo, perché ci
sono segmenti, anche segmenti popolari, che votano a destra e
che possono trovare in noi sbocchi di tipo programmatico, non
ideologico. Penso alle periferie delle grandi città, dove la
sinistra nel suo complesso non fa più una politica. Nella
federazione di Roma fermenti e idee di questo tipo si stanno
radicando, soprattutto tra i giovani. Nelle periferie urbane
giovani sottoproletari con le svastiche consegnano ad una spinta
identitaria di estrema destra il loro disagio ed il loro
malessere. Al nord ci sono
operai che votano Lega pensando che il loro problema siano gli
immigrati.
Vengo da due iniziative straordinarie, quel tipo
di iniziative che ti danno fiducia sulla qualità del partito e
sulla sua possibilità di crescita.
A Brescia c’è stato un convegno nazionale
sull’immigrazione. Bellissimo. Con contributi di grande valore e
con un salto di qualità proprio sul versante dell’analisi, dei
materiali, della proposta legislativa e politica. E ieri, a
Genova, ho partecipato ad un convegno sul rapporto tra etica e
politica, organizzato dal nostro partito a livello locale. C’era
Piero Ottone, l’ex-direttore del Corriere della Sera, cacciato
dalla P2; c’era Fernanda Contri, vice-presidente della Corte
costituzionale, c’erano molti intellettuali di prestigio che
discutevano dell’eredità di Berlinguer sul tema del rapporto tra
morale e politica. Una sala stracolma, una splendida iniziativa.
È questa la politica che dobbiamo produrre, in
modo tale che le nostre idee vadano al di là di chi oggi è già
comunista. Non è da comunista conservare la propria nicchia.
Possiamo e dobbiamo crescere.
Da questo punto di vista dobbiamo fare due cose,
pratiche ed urgenti.
La prima. Il gruppo dirigente del partito si è
praticamente trasferito tutto nei gruppi parlamentari e la
direzione si è sostanzialmente svuotata. I gruppi parlamentari
hanno una loro specifica e importantissima funzione. Ma c’è la
necessità di irrobustire il partito. Non siamo in grado di
aspettare i tempi del congresso. Parleremo del problema in
segreteria, avanzeremo una proposta, non sto pensando ad
incarichi ufficializzati che precostituiscano l’esito del
congresso, ma a qualche compagno o compagna che rafforzi la
struttura della direzione.
La seconda. Occorre preparare al meglio la
struttura rispetto alla politica. Abbiamo previsto tre
iniziative. I compagni del Dipartimento Lavoro e del
Dipartimento Cultura devono lavorarci da subito. La
capacità di interlocuzioni al massimo livello col mondo della
scienza, della cultura, della tecnica, delle professioni è per
noi fondamentale.
Ma, al contempo, io sono orgoglioso del fatto che
il partito abbia portato in Parlamento esponenti del mondo del
lavoro, che tra l’altro stanno facendo uno straordinario lavoro.
Bisogna che si mettano a lavorare da subito! Da subito!
La manifestazione nazionale prevista per il 21
gennaio è prettamente politica: ribadiremo la nostra linea, la
proposta della confederazione a tutti coloro che decideranno di
non entrare nel partito democratico. Le altre due sono
essenzialmente appuntamenti tematici, da preparare come eventi
di qualità. A Napoli e Milano, non a caso le due grandi capitali
del nord e del sud, ma capitali d’Italia a tutti gli effetti:
una, Napoli, con i disagi che i compagni ben conoscono dal punto
di vista lavorativo; l’altra, Milano, che ha sempre meno classe
operaia, sostituita dal terziario avanzato, il più avanzato
d’Italia. E lì noi abbiamo uno spazio enorme.
Vi racconto un episodio che può sembrare una
sciocchezza, ma non lo è. La direttrice di Grazia, il
settimanale femminile, che è milanese, mi ha chiesto di
tesserarsi al Pdci. Ma perché la direttrice di Grazia s’iscrive
al nostro partito? È l’elettorato di opinione, quello attento ai
programmi, alla serietà delle proposte, all’impegno. Moni Ovadia,
grande uomo di spettacolo, consigliere comunale a Milano eletto
nelle liste dell’Ulivo, non manca una nostra iniziativa, si
proclama comunista. Sua moglie, che è l’organizzatrice dei suoi
spettacoli, ha preso la tessera del partito. Mi dice sempre che
c’è un bacino potenziale, molto più grande di quanto noi
riusciamo ad immaginare, che considera importantissima la nostra
tensione unitaria. E siccome noi teniamo all’unità, ma anche
all’identità, propongo al comitato centrale che la
manifestazione nella quale lanceremo l’unità della sinistra,
oltre a svolgersi simbolicamente il 21 di gennaio, data
fondativa del Pci, sia dedicata ad Antonio Gramsci, di cui
ricorre il settantesimo della morte. Gramsci rappresenta
simbolicamente la lotta per l’egemonia, per la cultura, per il
partito. Lasciarla al Partito democratico, che già oggi ne fa
incredibili strumentalizzazioni, sarebbe un grave errore.
Infatti D’Alema, che cerca sempre di tener assieme il diavolo e
l’acqua santa, ha dichiarato che il partito democratico è in
linea con l’insegnamento gramsciano. Il povero Gramsci avrà
fatto l’ennesima piroetta dentro la tomba. Con un’operazione
specularmente strumentale, un mese fa, in un’intervista a
Repubblica, sempre D’Alema ha detto: “Berlinguer, con il
compromesso storico, era l’origine storica del partito
democratico”. Un’operazione di disvelamento di queste forzature
è utile. Non per riaffermare noi stessi, ma per praticare un
gioco d’attacco. Perché è verissimo, compagni, che c’è il
tentativo di rimuovere, di espungere i comunisti. Il
revisionismo, per un verso, ma anche un’appropriazione indebita,
direbbe un giurista, di cose del tutto estranee alle nuove
fantasmagorie che stanno nascendo nel centro-sinistra.
Dobbiamo saper ragionare, e ragioneremo sempre
insieme, a largo spettro, senza autoescluderci dai processi. È
in gioco la democrazia del paese. Sono in gioco le condizioni
dei lavoratori, dei pensionati, delle persone più povere. Da
comunisti, saremo in campo, senza pigrizie, senza tentennamenti,
per la loro difesa. |