COMITATO CENTRALE

Le conclusioni di Oliviero Diliberto


Roma, 22 ottobre 2006
 

Nella relazione introduttiva, che mi sembra largamente condivisa, mi sono sforzato di far capire ai compagni l’eccezionalità della fase, il suo essere del tutto fuori dalla norma. È così per il contesto politico. Ed è così per quel che riguarda più specificamente la sinistra.

Di fronte a tutto ciò emerge la nostra inadeguatezza. Non è un problema solo nostro, è un problema complessivo che in altri partiti assume aspetti anche più gravi: penso alla crisi profonda dei Ds da una parte e di Rifondazione dall’altra.

Però, badate, non siamo immuni dal virus! Se non vi fosse stata quest’accelerazione, l’evento eccezionale di cui ho parlato, forse avremmo trascorso i prossimi tre, quattro mesi, a occuparci del congresso, scontrandoci su chi avrebbe fatto il segretario della federazione di… diciamo Cagliari, la mia federazione, così non si offende nessuno.

Viviamo in una fase della storia in cui c’è una crisi generalizzata dei partiti. Il governo Prodi rischia di cadere sotto i colpi dei poteri forti, ma molti compagni non sembrano rendersi conto della gravità del momento. Anche qui, in questa sede, ci sono compagni che pensano solo a porre questioni sulle beghe locali. Ogni volta che vado in un territorio, in una federazione, me ne torno con la borsa

più gonfia di quando sono arrivato, piena di lettere di protesta contro tizio, caio, sempronio.

Sono vicende che mi hanno stancato. Ho fatto un’eccezione per Napoli, dicendo che me ne sarei occupato personalmente. Perché è Napoli, una grande città capitale, ha una valenza politica e simbolica.

Il malessere napoletano viene da lontano. Quante volte abbiamo dovuto commissariale la federazione? Vorrei evitare di farlo di nuovo. Ci siano le condizioni, per tutti coloro che hanno voglia di mettersi in gioco, di trovare una soluzione con l’aiuto del regionale. Auspico che il compagno Palumbo ritiri la sua richiesta di rimettere il mandato. Cercheremo, da qui al congresso, di governare il partito. Sapendo, però, compagni, che le cose che ha detto De Angelis sono pesantissime! Ciascuno di noi subisce attacchi anche di natura personale. Il compagno Nando Rossi ha dichiarato che io e altri compagni saremmo della massoneria! L’ha detto ad un’agenzia di stampa. Francamente sono molto amareggiato. Non siamo più alla critica politica, siamo all’attacco personale, alla denigrazione. È una degenerazione che non tollero! Non perché sia stata fatta a me, non ho mai reagito quando c’era di mezzo la mia persona. Ma non la tollero sugli altri. Io ho il dovere di tutelare i compagni, tutti i compagni. Discutiamo, dividiamoci… poi c’è un limite che non va oltrepassato. Oltre quel limite, scatta in me l’intolleranza e l’arrabbiatura. Soprattutto quando le nostre divisioni non rimangono nelle stanze del partito. Ho ritenuto, insieme alla presidenza, di non dare la parola a Rossi: perché la linea di Rossi l’abbiamo già letta stamattina sui giornali! Punto! Abbiamo letto che lui non voterà la finanziaria, neanche se ci sarà la fiducia. E quando gli hanno detto: “Ma lei così aggrava la sua posizione”, lui ha risposto: «Quelli lì» - cioè noi, tutti noi, «se la menano ancora col centralismo democratico». L’intervista del compagno Rossi è istruttiva. Ha detto che lui è stato escluso ed è falso. Non è stato espulso da niente, aveva la tessera e l’ha restituita lui! E, ancora, dice che viene attaccato perché è comunista! Questo dice! C’è davvero un limite di pazienza. Non c’è stata nessuna prevaricazione, tant’è vero che il compagno Rossi è stato segretario regionale dell’Emilia Romagna ed è diventato senatore della Repubblica. Chiudiamo questa parentesi e veniamo alle cose più serie.

Sul governo: se il governo non mette la fiducia è a rischio tutti i giorni. Non da sinistra, sul versante centrista. Noi, quindi (è stato ripreso da tanti compagni) dobbiamo trovare un punto di grande sapienza tattica nella dinamica parlamentare. E cioè: tenere alta la critica da sinistra; incalzare sulle tematiche (sulle quali non torno) e, contemporaneamente, cercare di salvare questo quadro politico, perché il prossimo sarebbe molto peggio! E se qualche compagno più ingenuo, non qui, qui non l’ha detto nessuno, ma in periferia, pensasse che è meglio fare l’opposizione da sinistra ad un governo neocentrista, sbaglia. Il primo atto di un governo centrista sarebbe una nuova legge elettorale contro di noi. Se l’obiettivo è togliere il bipolarismo, la prima cosa è annullare le coalizioni e fuori dalle coalizioni la soglia di sbarramento, guarda caso, è al 4%. È lì che si andrebbe a parare. Primum vivere, compagni, primum vivere!

Dobbiamo tenere alta la critica. In un’altra condizione politica, con un altro quadro politico, avremmo incalzato di più, è ovvio. Ma se Prodi cade per colpa nostra, abbiamo chiuso. Perché rifaremmo

l’errore compiuto da Rifondazione, quell’errore per cui ce ne siamo andati, e lo rifaremmo senza la forza, senza la capacità di sopravvivere autonomamente. Ma soprattutto sarebbe politicamente sbagliato. Avete visto le immagini di Vicenza? Una banda di tagliagole, autenticamente, che a causa nostra potrebbe tornare al governo del paese.

Da almeno un anno diciamo che il governo sarebbe stato appesantito dall’ipoteca dei poteri forti, non avrebbe potuto fare politiche di sinistra. Il nostro obiettivo deve essere il rispetto del programma e incalzare il governo per raggiungere risultati sempre più avanzati.

Siamo aiutati, paradossalmente, dalla reazione di Confindustria e della destra che dicono: ”Hanno scritto la finanziaria sotto il ricatto della sinistra classista!”. Aggettivo che mi piace di più di altri. Questo ci aiuta. Ma solo parzialmente, perché la nostra battaglia, Leonesio ha ragione, sarebbe stata più forte se la Cgil non fosse stata così compiacente sulla finanziaria!

In questo quadro la nostra linea deve proseguire nell’impianto di tutti questi anni, perché è giusta in sé e perché ha pagato politicamente. Va naturalmente aggiornata rispetto ad un quadro politico che si muove. Lo ripeto: la nascita del partito democratico è una opportunità, ma ci sono anche mille pericoli. Nasce il partito democratico, si liberano forze a sinistra, ma queste forze possono correre il rischio di essere frenate. Rizzo ha detto che bisogna rafforzare i comunisti, rafforzarli per l’unità della sinistra. Sono d’accordo perché più forti saremo noi, più andrà avanti la linea dell’unità. Non ci sono la corrente degli unitari e la corrente degli identitari, le due cose si tengono insieme. La pulsione unitaria, che è la ragione dell’esistenza di questo partito fin da quando è nato, nel’98, si coniuga con il fatto che siamo comunisti.

È il nostro Dna. Le due cose si combinano. Già oggi ci sono, nel nostro partito, autorevoli esponenti che non vengono dalla storia comunista, che hanno scelto il Pdci per il profilo programmatico,

non per il profilo ideologico. È l’abc del togliattismo, cari compagni, fin dal 1944. Noi possiamo diventare più grandi soltanto se le nostre idee, i nostri programmi, convincono persone che ancora non sono comuniste, o non lo sono più, o non lo sono mai state. È un punto davvero importantissimo, perché ci sono segmenti, anche segmenti popolari, che votano a destra e che possono trovare in noi sbocchi di tipo programmatico, non ideologico. Penso alle periferie delle grandi città, dove la sinistra nel suo complesso non fa più una politica. Nella federazione di Roma fermenti e idee di questo tipo si stanno radicando, soprattutto tra i giovani. Nelle periferie urbane giovani sottoproletari con le svastiche consegnano ad una spinta identitaria di estrema destra il loro disagio ed il loro malessere. Al nord ci sono

operai che votano Lega pensando che il loro problema siano gli immigrati.

Vengo da due iniziative straordinarie, quel tipo di iniziative che ti danno fiducia sulla qualità del partito e sulla sua possibilità di crescita.

A Brescia c’è stato un convegno nazionale sull’immigrazione. Bellissimo. Con contributi di grande valore e con un salto di qualità proprio sul versante dell’analisi, dei materiali, della proposta legislativa e politica. E ieri, a Genova, ho partecipato ad un convegno sul rapporto tra etica e politica, organizzato dal nostro partito a livello locale. C’era Piero Ottone, l’ex-direttore del Corriere della Sera, cacciato dalla P2; c’era Fernanda Contri, vice-presidente della Corte costituzionale, c’erano molti intellettuali di prestigio che discutevano dell’eredità di Berlinguer sul tema del rapporto tra morale e politica. Una sala stracolma, una splendida iniziativa.

È questa la politica che dobbiamo produrre, in modo tale che le nostre idee vadano al di là di chi oggi è già comunista. Non è da comunista conservare la propria nicchia. Possiamo e dobbiamo crescere.

Da questo punto di vista dobbiamo fare due cose, pratiche ed urgenti.

La prima. Il gruppo dirigente del partito si è praticamente trasferito tutto nei gruppi parlamentari e la direzione si è sostanzialmente svuotata. I gruppi parlamentari hanno una loro specifica e importantissima funzione. Ma c’è la necessità di irrobustire il partito. Non siamo in grado di aspettare i tempi del congresso. Parleremo del problema in segreteria, avanzeremo una proposta, non sto pensando ad incarichi ufficializzati che precostituiscano l’esito del congresso, ma a qualche compagno o compagna che rafforzi la struttura della direzione.

La seconda. Occorre preparare al meglio la struttura rispetto alla politica. Abbiamo previsto tre iniziative. I compagni del Dipartimento Lavoro e del Dipartimento Cultura devono lavorarci da subito. La

capacità di interlocuzioni al massimo livello col mondo della scienza, della cultura, della tecnica, delle professioni è per noi fondamentale.

Ma, al contempo, io sono orgoglioso del fatto che il partito abbia portato in Parlamento esponenti del mondo del lavoro, che tra l’altro stanno facendo uno straordinario lavoro. Bisogna che si mettano a lavorare da subito! Da subito!

La manifestazione nazionale prevista per il 21 gennaio è prettamente politica: ribadiremo la nostra linea, la proposta della confederazione a tutti coloro che decideranno di non entrare nel partito democratico. Le altre due sono essenzialmente appuntamenti tematici, da preparare come eventi di qualità. A Napoli e Milano, non a caso le due grandi capitali del nord e del sud, ma capitali d’Italia a tutti gli effetti: una, Napoli, con i disagi che i compagni ben conoscono dal punto di vista lavorativo; l’altra, Milano, che ha sempre meno classe operaia, sostituita dal terziario avanzato, il più avanzato d’Italia. E lì noi abbiamo uno spazio enorme.

Vi racconto un episodio che può sembrare una sciocchezza, ma non lo è. La direttrice di Grazia, il settimanale femminile, che è milanese, mi ha chiesto di tesserarsi al Pdci. Ma perché la direttrice di Grazia s’iscrive al nostro partito? È l’elettorato di opinione, quello attento ai programmi, alla serietà delle proposte, all’impegno. Moni Ovadia, grande uomo di spettacolo, consigliere comunale a Milano eletto nelle liste dell’Ulivo, non manca una nostra iniziativa, si proclama comunista. Sua moglie, che è l’organizzatrice dei suoi spettacoli, ha preso la tessera del partito. Mi dice sempre che c’è un bacino potenziale, molto più grande di quanto noi riusciamo ad immaginare, che considera importantissima la nostra tensione unitaria. E siccome noi teniamo all’unità, ma anche all’identità, propongo al comitato centrale che la manifestazione nella quale lanceremo l’unità della sinistra, oltre a svolgersi simbolicamente il 21 di gennaio, data fondativa del Pci, sia dedicata ad Antonio Gramsci, di cui ricorre il settantesimo della morte. Gramsci rappresenta simbolicamente la lotta per l’egemonia, per la cultura, per il partito. Lasciarla al Partito democratico, che già oggi ne fa incredibili strumentalizzazioni, sarebbe un grave errore. Infatti D’Alema, che cerca sempre di tener assieme il diavolo e l’acqua santa, ha dichiarato che il partito democratico è in linea con l’insegnamento gramsciano. Il povero Gramsci avrà fatto l’ennesima piroetta dentro la tomba. Con un’operazione specularmente strumentale, un mese fa, in un’intervista a Repubblica, sempre D’Alema ha detto: “Berlinguer, con il compromesso storico, era l’origine storica del partito democratico”. Un’operazione di disvelamento di queste forzature è utile. Non per riaffermare noi stessi, ma per praticare un gioco d’attacco. Perché è verissimo, compagni, che c’è il tentativo di rimuovere, di espungere i comunisti. Il revisionismo, per un verso, ma anche un’appropriazione indebita, direbbe un giurista, di cose del tutto estranee alle nuove fantasmagorie che stanno nascendo nel centro-sinistra.

Dobbiamo saper ragionare, e ragioneremo sempre insieme, a largo spettro, senza autoescluderci dai processi. È in gioco la democrazia del paese. Sono in gioco le condizioni dei lavoratori, dei pensionati, delle persone più povere. Da comunisti, saremo in campo, senza pigrizie, senza tentennamenti, per la loro difesa.



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Fortissime perplessità sullo "statuto dei lavori"
Ufficio stampa

A UN ANNO DA BELLARIA
La confederazione della Sinistra per il lavoro, la pace e i diritti
di Oliviero Diliberto
Da "La Rinascita della Sinistra"

COMITATO CENTRALE
 del 26 gennaio 2002

La relazione del Segretario, O. Diliberto
"Due campagne nazionali su giustizia e lavoro"

Le conclusioni di Diliberto
"Il partito cresce ovunque, continuiamo così"

Dopo Bellaria
I compiti di chi guarda avanti per costruire
di Carlo Benedetti
Da "La Rinascita della Sinistra"